scambi iniqui

Prosegue con oggi la pubblicazione di alcuni estratti da La favola di Lilith sul sito Il cucchiaio nell’orecchio.


Sto nelle cose, all’inizio della traccia 11 del primo atto, è uno dei frammenti chiave dell’opera, è stato scritto nell’aprile del 2008, a pochi giorni dalla morte improvvisa di mio padre. Questi nell’ambito dell’opera sono i versi scritti anni dopo che precedono Sto nelle cose e introducono narrativamente il tema della morte del padre: “Una deflagrazione erompe nel corpo dell’amore. Le persone diventano storia come se nella normalità non lo si fosse, che troppo contenuti da un’evidenza, come se l’amore recasse un corpo espanso, percettivo e rendesse atti al farsi“. Ancora mi pare incredibile, ascoltando il CD di Lilith oggi, quanto la composizione musicale di Edo Notarloberti abbia potuto realizzare un quadro narrativo autonomo e credibilissimo da quelli che erano frammenti.

Sto nelle cose nella traduzione di Natalia Nebel

I am within things like an extension of yours I continue them and fight you and it does not appear in this hole but a flooding passing through narrow straights clotted to a center so pure that it does not exist as there does not exist a word for which one searches more than a muted need the deeper imprint of a limp, the step that doesn’t sustain and diminishes prolonging nothing else but this unjust exchange of weights and winds that the earth lifts up without supporting

Piera Oppezzo a Milano

Scrivevo qualche tempo fa qui: “L’elemento che mi ha colpito immediatamente è stato come la poesia di Oppezzo potesse valere da indicatore di una disparità per nulla astrusa. Una sorta di realistica disparità, in cui ogni elemento additivo di molta poesia che avevo letto fino ad allora, i versi di Oppezzo finivano per rivelarla un esercizio di puro volontarismo, la rendevano cioè superflua in termini di comunicazione di un contenuto profondamente cosciente e perciò puntualmente connotato e evidentemente autonomo da formule già ampiamente praticate”. Mi dispiace davvero di non essere a Milano in questa occasiona di grande interesse per me.  

Nascita della madre

è inesplicabile che il destino abbia scelto un epicureo per ripetere questa favola pia ed empia, intessuta di poesia, di ignoranza, di acutezza temeraria, e della tristezza non medicabile che cresce sulle rovine delle civiltà perdute. Primo Levi, LILÍT


Inizia con oggi la pubblicazione di alcuni estratti da La favola di Lilith sul sito Il cucchiaio nell’orecchio. Si tratta di un poema suddiviso in due atti per cui il compositore Edo Notarloberti ha scritto le musiche originali. Il Cd con il libretto dei testi tradotto in inglese da Natalia Nebel è stato registrato a Napoli nel 2014 per l’etichetta discografica Ark Records. L’opera è stata rappresentata tra l’altro nello stesso anno presso il Schauspielhaus centraltheater di Lipsia. La storia del mio personale attraversamento della figura di Lilith ha inizio con una prosa di tipo saggistico Nascita della madre che scrissi nei primi mesi del 2004 mentre ero alla mia seconda gravidanza. Allora erano i primordi del blogging e il saggio fu pubblicato su uno dei primi blog di poesia che si chiamava Liberi in versi. A seguito del saggio, scrissi sempre nel 2004, un piccolo nucleo di poesie senza forma, ispirate alla figura di Lilith e al mito platonico di Er che allora mi sentii di mettere in dialogo tra loro sia attraverso la prosa saggistica che attraverso la poesia. Alcuni anni dopo, quelle poesie inedite riscossero l’interesse del compositore violinista Edo Notarloberti con il quale ci impegnammo a costruire quel CD, lui con la scrittura della musica e io con la scrittura di altri testi dedicati a quella composizione. Mi fa piacere la pubblicazione su Il cucchiaio nell’orecchio di alcuni estratti da La favola di Lilith e pubblicare di seguito il testo di quel saggio che ha segnato l’inizio per me di una lunga fase creativa intorno all’identità di genere.



Nascita della madre

Lilith

Una nascita è un evento oscuro cui si fatica a riconoscere carattere di oscurità. È noto come Eva, la prima donna, sia stata creata secondo la Bibbia da una costola di Adamo (1), e sia stata condannata a soffrire l’oscura sofferenza del parto, per avere ceduto alla tentazione di andare oltre la forma di una mela, toccandone la buccia, assaporandone il gusto, preferendo una mela a tutto il creato, grazie alla seduzione demoniaca di un serpente, che le deve aver fatto balenare il piacere violento che dà la curiosità soddisfatta. A questa figura evocata dall’Antico Testamento si affianca, come l’altra faccia di una stessa medaglia, la figura di Lilith, la prima sposa di Adamo, figura rimossa dalla cristianità poiché compare soltanto nella grande tradizione della testimonianza orale precedente alla Bibbia cristiana e un’unica volta nella Sacra Scrittura (2). Eva senza Lilith risulta immancabilmente una figura bidimensionale, svuotata della sua personalità dall’aver accettato che la propria natura fosse condannata e punita. Lilith, la prima moglie di Adamo non viene come Eva creata dalla stessa sostanza del compagno, ma da polvere, forse da escrementi. É una donna dall’aspetto molto diverso di quello che offrirà successivamente l’immagine di Eva. Lilith dimostra immediatamente caratteristiche non “domestiche”, una lunga chioma indocile, il corpo impudicamente cosparso di saliva e di sangue, residui di mestruo, di aborti, di altre promiscuità. Lilith la creatura notturna colei che è, senza il pensiero di nascondere, la distruttrice di ogni ordine prestabilito, la madre dell’invisibile fertilità della morte, il motore vitale dell’unicità non dissimulata, la fame e la profonda solitudine che l’imperativo della fame impone. Lilith è tutto quanto Eva profondamente conserva ma nasconde: Eva nasconde alla società, lo sperdimento della gestazione, tempo in cui una donna si trova collusa irrevocabilmente col mistero dell’occupazione del proprio corpo da parte di un altro individuo. E poi, all’improvviso, si costringe ad accettare il dissolvimento di quel fardello in una mistura di liquidi che recano il piccolo corpo di uno sconosciuto. Eva nasconde la dolenza di rimanere madre quando si assiste sia alla nascita che alla morte del figlio. E quando il figlio cercato con la pervicacia di un’ingiunzione al destino non arriva, nasconde quell’identità di madre infeconda. Eva è la donna diurna, colei che pensa e sceglie, colei che accetta la caduta giocando secondo regole date; la madre pudica è il risultato di ciò che di Lilith, Eva ha rimosso. Lilith che in seguito venne rappresentata come metà donna e metà animale a sottolineare l’attrattiva e la repulsa che la ferinità femminile ha sempre rappresentato per l’uomo, da Adamo viene scacciata, perché nel coito chiede espressamente al compagno di essere sua pari, assumendo la posizione dello stare sopra. La scena dovette svolgersi in un notturno di quiete, la quiete inimmaginabile dell’innocenza del creato, nell’assoluta integrità degli spiriti naturali che non avevano ancora conosciuto il terribile bisogno dell’assassino reciproco per nutrirsi; e nel silenzio di Adamo e Lilith che senza il rovello di alcuna parola, lasciavano i gesti alla loro esattezza primigenia. Deve averla mimata Lilith la sua richiesta, in quella prima notte cosmica del loro incontro, ma non per questo fu lei la prima a perdere l’innocenza perché fu Adamo a perderla, ben prima della disubbidienza di Eva, per non aver compreso quel gesto, per aver vissuto l’assoluto candore della verità che rendeva la sua compagna più forte di lui, come una calamità. Trincerato nel suo privilegio di primo uomo, conobbe la paura e trovò in fondo a questo sentimento in risposta la violenza, il primo rifiuto per l’altro. A seguito del rifiuto di Adamo, Lilith fugge in una zona del Mar Rosso nota per essere il rifugio dei demoni. Tra i fumi di un paesaggio spettrale si perde definitivamente quando non obbedisce all’ordine di Dio che per bocca di tre angeli le ingiunge di tornare al marito. Lilith guardò bene i tre angeli che aveva di fronte. Il candore del loro piumaggio, la loro nobiltà di creature incorporee, la deve aver fatta sentire ancora più umana, se disse loro “Come posso tornare presso il mio uomo e vivere come una moglie, dopo questo mio gesto e questo vivere qui?”(3). Poi l’ingiustizia subita da colui che le avrebbe dovuto essere compagno, agì come una pietra che dilaniò definitivamente la sua umanità. C’è tutta la solitudine della notte femminile in queste parole e i motivi della scelta dell’oscurità per tutto quello che concerne la sua natura animale. Lilith è il contrario di Eva, dove Eva è bella, l’altra è brutta ma inesorabilmente attraente, dove Eva è curata l’atra è sporca ma nasconde il barlume del rinnovamento che Eva nel suo attaccamento all’estetica del femminile non può avere, dove Eva è nella famiglia l’altra è sola e perciò perennemente in cerca; ciò che è inaccettabile per la madre, Lilith è: predatrice della sua stessa prole, assassina di figli altrui, colei che preferisce non tacere la sua individualità in favore di alcuno; Lilith non sa più amare e versando in una simile condizione di aridità non fa che create continuamente condizioni per qualsiasi fioritura. A seguito del rifiuto dell’autorità di Dio, a Lilith succede quanto è accaduto a Lucifero, Dio le accorda di essergli contro, le accorda ed insieme la condanna ad essere la luna nera, il polo notturno della femminilità, eterna madre di parti oscuri che tuttavia mostra di avere uno strano rispetto per gli angeli che sono venuti a cercarla in capo al mondo “Se vedrò i vostri tre nomi o le vostre sembianze sopra un neonato come un talismano, prometto di risparmiarlo” (4). É la struggente promessa che l’angelo nero fa ai suoi fratelli di volo, la donna non-madre, e perciò ritenuta distruttiva, che trascinando se stessa negli inferi permette ad Eva di volgere lo sguardo verso l’alto a patto che Eva la riconosca oscura gemella del suo essere madre. Tra gli incontri che nei secoli vengono attribuiti a Lilith con angeli, spicca l’ammissione della sua natura più che diabolica e assolutamente centrale nel disegno divino “Io sono Lilith-Isis, l’anima nera del mondo./ Trema, l’essere ignoto, funesto, illimitato/ Che l’uomo, rabbrividendo, chiama Fatalità/ Son io. Trema! Ananke, son io. Il velo/ Son io. Sono la nebbia, tu non sei che la stella;/ Non sei che una delle fiamme possibili; ma io, /Io sono l’eterno e selvaggio buio della notte” (5). Lilith dice all’angelo che egli è solo una delle fiamme possibili, un araldo che per quanto nobile, rimane un esecutore, effimero come l’ordine che una volta eseguito esaurisce il ruolo del sottoposto, mentre lei è; Lilith è quindi molto di più di un angelo nero, Lilith è Ananke colei che dipana il fuso del destino dell’uomo, la dea che Er incontrò quando gli fu permesso di morire per dodici giorni per poi tornare in vita con il compito di annunciare a donne e uomini l’immortalità della loro anima.

Il mito di Er

Ad Er accadde di cadere in battaglia ed insieme a lui, quasi contemporaneamente morirono molti altri uomini tra nemici e suoi commilitoni. Ai piedi di quelli per cui la battaglia continuava i corpi calpestati giacevano, ma per ognuno di quei cadaveri che tenevano l’anima ancora serrata nella segreta del corpo come per Er, la vita non era finita. Un urto forse, qualcosa di roboante di cui però non conservò memoria, come dopo un brusco risveglio non ci si ricorda se un rumore interiore lo abbia provocato o un movimento della notte, fece destare Er dall’effettiva profondità in cui si trovava raccolto, si riconobbe per un istante dislocato in una precisa latitudine del suo corpo, prima di essere nuovamente vinto da un’ampiezza che di colpo lo portò a coprire tutto il campo di battaglia; e levandosi insieme ad altri simulacri d’uomo, fu attratto sempre più in alto. Tuttavia lo stupore che sentì non era rivolto a quella migrazione. Non era affatto stupito di fare parte di quello stormo che puntava univocamente al luogo che fu presto raggiunto. Un luogo pieno, in cui anche il cielo prometteva varchi oltre che la terra, e a presiedere quei varchi degli uomini della stessa sembianza di Er e dei suoi compagni di viaggio. Chi fossero quegli uomini e perché fossero chiamati a scegliere quali tra i loro simili dovessero discendere nel cuore infero del mondo e quali essere risucchiati dalla grazia, Er non lo seppe mai, per quanto quel rovello lo accompagnò per tutti gli anni di vita che dopo il ritorno, gli furono restituiti. Vide, perché chi l’aveva chiamato volle che egli vedesse, incomprensibilmente e con dolore, discendere alcuni suoi compagni marchiati alla schiena dall’evidenza di quanto in vita s’erano impegnati a celare e vide salire indegnamente alcuni nemici col distintivo lucente della grazia divina, conferita da quei giudici che per qualche oscuro editto, avevano prestato ad Er soltanto per quel viaggio, la loro chiaroveggenza, tralasciando di concedergli il dono dell’imparzialità, prerogativa riservata agli angeli e a quelle anime per cui il ritorno sarebbe stato lontano. Terminata l’affluenza ai cieli e a gli inferi della schiera che accompagnava Er, i giudici si dileguarono ma egli non rimase solo a lungo. Da una nuvola leggera ed immateriale che posava come un tendaggio diafano a celare un pertugio nel cielo, discesero creature purissime, somiglianti a certe brezze che spirano appena al disopra delle profondità marine più remote all’uomo e quasi di quelle avevano il sentore salino e disinfetto. In quel mentre con un rombo, un macigno livido e pesante rotolò quasi a travolgere Er che rapito dalla danza odorosa delle anime con un passato di mille anni in cielo, s’era seduto a terra per poterle meglio ammirare. Prima che potesse riaversi dallo spavento, dal pozzo che quel macigno serrava fuoriuscirono come tracimando delle anime incandescenti lente e lamentose, infiammate di pena come un ululato. Schizzarono al disopra di queste velocissime e contundenti, altre anime piccolissime come lapilli e nere, quasi morte del tutto: era i viaggiatori di mille anni d’inferno. Un’anima celeste e purissima ed un’altra tetra e rovente per un istante si abbracciarono tra le mani di Er perdendosi l’una nell’altra e facendo una cosa sola di due. Ma Er non comprese il prodigio, perché quell’uno perse velocemente la perfezione o la perfezione sfuggì velocemente ad Er, ed egli pensò di aver sognato. Poi spinto dalla stessa intenzione involontaria per cui l’anima gli si era levata dal corpo, grandeggiando sopra il campo di battaglia, Er s’incolonno a quelle anime multiformi d’odori appena fuoriuscite dalle due regioni, fino a giungere al cospetto d’un araldo riccamente vestito che con una grande aria di importanza dalla cima di un piccolo rialzamento pronunciò il seguente discorso: “Proclama della vergine Lachesi, figlia di Ananke! Anime effimere ecco l’inizio di un altro ciclo di vita mortale, preludio di nuova morte. Non sarà un demone a scegliere voi, ma sarete voi a scegliere il vostro demone. Chi è stato sorteggiato per primo, per primo scelga la vita alla quale sarà necessariamente congiunto. La virtù non ha padrone, e ognuno ne avrà in misura maggiore o minore a seconda che la onori o la disprezzi. La responsabilità è di chi ha fatto la scelta; la divinità è incolpevole” (6). Ma queste parole non trovarono forma nella mente di Er che sembrava non possedere più nulla degli oggetti terreni che il suo passato umano aveva accumulato, e vuota si faceva ascolto, lasciando sul fondo come in crogiolo serpeggiare, gelida la paura di non essere più, così dimentico e non poter essere mai più, confuso nell’informe sua mente. Da quel cielo, che Er nella sua vita terrena aveva più volte interrogato senza risposta e che da aruspice aveva scrutato invano dentro le viscere di animali sacri, nelle notti amarissime del non sapere, comparve Lachesi, il passato, leggiadra, annunciata e discolpata dall’araldo, figlia di quel firmamento finalmente assertivo. Fu il gesto della più vergine delle vergini, la bianca signora del tempo passato a denudarlo completamente; caddero panni e ancora armi sottopanni, inimmaginate anche al possessore, caddero anni, come scartocciati dall’abito più sottile della pelle, cadde il suo nome, fino a rivelarlo, afferrandolo al centro della sua anima e conducendolo a una virilità pura, che manteneva soltanto il suo seme, preciso, come la punta d’una freccia scagliata, segue una traiettoria sconosciuta eppure data, intenzionata a trafiggere un bersaglio lontanissimo ma evidente all’arciere. E in quella nudità estatica di primo uomo, fu trasportato ancora più in alto nell’aria, trattenuto da strani velami bruni che infine riconobbe per capelli. Era la chioma di Atropo, il tempo futuro, la chioma lunghissima ma non interminabile, di una delle sorelle di Lachesi, e figlia di Lilith-Ananke. Atropo doveva trattenerlo tra la sua chioma, ed impedirgli di oltrepassare il suo futuro terreno nei panni di Er, preparandolo così all’incontro con la divina Lilith, il destino, la prima donna, che di lì a poco si sarebbe palesata. Trattenuto dai capelli di Atropo, Er vide le anime cui il banditore s’era rivolto esortandole a scegliere un demone che le contraddistinguesse in vita e che le aiutasse a compiere il destino che quel demone portava in dote. Le anime esultavano per quell’insperata libertà di scelta, che alle meno acute parve dipendesse solo dall’essere sorteggiate per prime e perciò scegliere per prime il demone più potente, il destino più evidentemente brillante. E dal cielo piovvero i demoni ognuno col sembiante del destino che rappresentava. Cani, coccodrilli, gatti, maiali, angeli, diavoli, ma anche occhi, bocche, sessi, mani, dita, unghie, denaro, spade, tutto pareva cadere dal quel cielo gravido di simboli, destini contrassegnati dal solo demone di una cosa, di un senso, di un animale. Ma caddero anche simulacri di donne e uomini, enigmatici perché mostravano solo il loro volto. Molte anime ai piedi di quella strana pioggia, subito s’invaghirono di un occhio che pareva guardare proprio loro o di una mano che prometteva carezze ed indicazioni, e giunti al loro turno correvano a ghermirli, come predatori con la vista ingannata dall’idea che li guidava, e che conservavano da chissà quante vite passate, senza ancora essere riusciti a infrangerla per poter finalmente vedere oltre. Tutti sceglievano col discernimento e senza discernimento, proprio del passato terreno, che evidentemente non avevano dimenticato del tutto, condizionando ancora una volta la vita futura a quella passata. Fu allora che comparve la terza figlia di Lilith-Ananke, la più dimessa Cloto, il tempo presente. La sua apparenza, diversamente da quella delle sue due sorelle, non era di dea, ma di donna, che portava sul volto il solco delle ventiquattro ore della giornata. Non denudava gli uomini di ciò che si credevano essere come Lachesi, né segnava a misura di chioma quanto tempo avrebbero avuto per nuovamente cercarsi come Atropo; Cloto si limitava a fissare la scena della distribuzione dei destini con la neutralità di un arbitro; ma fu dietro alle sue spalle e non dietro quelle delle sorelle che d’un tratto si materializzò colei che sopra a tutte si attendeva, il destino riottoso ed imprevedibile che la prima vera donna era stata chiama a disvolgere da un fuso. Lilith comparve davanti ad Er così come doveva essere apparsa ad Adamo, vestita soltanto di una bestialità schiacciante. Intorno non c’era però più traccia dell’innocenza edenica; alla danza paradisiaca di un anima ad esempio, si sostituì presto il lamento, di sentirsi già divorata da un destino coccodrillo, scelto affrettatamente per ignoranza di brutalità o la risata amara di un’altra che vedeva paralizzate, per l’intera sua vita futura, le sue ali di farfalla dalla manata senza corpo di un destino verso cui s’era spinta con la stessa leggerezza che i multiformi fiori paradisiaci le ispiravano. Tutto intorno a loro era adesso retto dal campo gravitazionale della fatica, che rendeva livida e lentissima ogni cosa, persino la gioia appariva un po’ pallida, come quella delle anime per cui l’inferno era stato maestro di pazienza e che per questo s’erano date il tempo di ben guardare alla pioggia magica dei destini possibili che ora si aggiravano tra loro, persino quelle avevano i gesti segnati dalla vaga rassegnazione della fatica. Immersi nella fatica che pareva da sola regolare l’universo nel momento della distribuzione più importante, tra il destino ed Er si ripeté quanto accadde quella prima notte cosmica tra Lilith e Adamo; un incontro ingenerato dalla misteriosa coazione a ripetere che Lilith- Ananke, nella sua assoluta fiducia nell’uomo, impone agli eventi affinché tramite ogni vita, l’uomo possa continuamente affrontarsi e oltrepassarsi. Non sappiamo cosa scelse Er. Se scelse di non avere paura di ascoltare le inflessioni della verità nei gesti del destino. O se anche quella volta Lilith fu fraintesa. Ma sappiamo che Lilith è tuttora impegnata a presentare ad oltranza, al primo uomo il vero volto di sua madre, che gli rimandi come uno specchio ben lustrato un’immagine di se stesso spuria, scomoda, un ponte da attraversare, come forse fece Er amando Lilith per l’incognita che essa rappresenta, sottoforma di donna stravolta dalle doglie del parto, di strega impegnata in sortilegi inimmaginabili, di femmina fatale che dipana col suo incedere i fili notturni dell’eros, di assassina di bambini per cui il parto è negazione della sua solitudine cosmica.

(1) Gen. 2,22

(2) Isaia 34,14

(3) R. Graves, – R. Patai, I miti ebraici, tratto da R. Sicuteri, Lilith la luna nera.

(4) R. Sicuteri, Lilith la luna nera, Ubaldini. (5) V. Hugo, Fuori dalla terra L’angelo Libertà, da AA.VV., In forma di parole. Variazioni su Lilith. (6) Platone, Repubblica.

Tutti i poteri

da Tutti i poteri. Cinque presentimenti di Edoardo Cacciatore.

IX da Presentimento secondo. Il giuoco si scatena

(…)

Suffragio d’onde ha luogo dove fu il dire e il fare
Costeggiano strenue un greppo ieri leggende
V’ebbero un porto ma oggi chi più diffida
D’andarsene tra estranei le braccia tende
Vengo anch’io e arteria e lume aperto è il mare.
Pulsa affluendo pulsa s’increspano gli attimi
Ma esauste le risorse in siero in sedimenti
Chi insegue e caccia gli occhi ha immensi del suicida
Pigliò in sé tutto il chiaro e fa Tu mi frequenti
Non l’avrà il tempo di dire Ho sbagliato abbàttimi
 

Si conclude con oggi la pubblicazione di alcuni frammenti da Annina tragicomica sul sito Il cucchiaio nell’orecchio. Il frammento conclusivo è il numero 34 tratto dalla seconda parte del libro. Mentre descrivevo, o meglio cercavo di descrivere l’inconcludente tragicommedia di Annina, c’è stato un poeta importantissimo, incomprensibilmente tralasciato, la cui lettura in quel periodo mi ha influenzato oltre il lecito, come sempre accade, Edoardo Cacciatore (1912-1996). Questo pubblicato oggi, tra gli ultimi brani di Annina, nel suo piccolo, tentava [tra-gi-co-mi-ca-mén-te] il dialogo con quel suo linguaggio altissimo. Grazie ancora a Gaetano Altopiano che mi invita ora a proseguire con l’invio di altri materiali. Magari sì ma non da Annina. Annina finisce qui, grazie davvero.

Elena Ferrante. Lipsia 4 e 5 novembre

Secondo Suhrkamp (casa editrice tedesca di Elena Ferrante) ​​incluso l’e-book e i tre volumi pubblicati finora in Germania del libro in brossura, la sola edizione tedesca de L’amica geniale ha venduto 1,8 milioni di copie. Nell’ottobre 2016, il giornalista investigativo italiano Claudio Gatti ha indicato chi si nasconde, a suo parere, dietro Elena Ferrante. I nomi di questi non sono mai stati confermati né questa presunta rivelazione ha cambiato in nessun modo le cose. Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante parte dall’inizio, tracciando un excursus all’interno dei temi ferrantiani e del fenomeno Elena Ferrante, raccontando avvenimenti, riportando le voci più accreditate della critica letteraria internazionale, citando interviste e dichiarazioni tra le più significative. Quello che viene ritratto attraverso questo libro su Elena Ferrante è l’entrata sullo scenario globale, di un vero e proprio portento i cui presupposti iniziali negavano tutte le ricette conosciute fino ad allora per il raggiungimento del successo di un’autrice. Tuttavia il successo di Elena Ferrante non è un mistero. Per parafrasare la stessa autrice, si è trattato non solo di un portento notturno ma anche di un portento diurno che dall’anno 1992, un anno cruciale per la storia contemporanea italiana, con la pubblicazione de L’amore molesto, arriva al futuro, cioè all’attesissima data del 7 novembre prossimo, giorno dell’uscita del nuovo romanzo di Elena Ferrante, conservando intatto tutto il suo significato letterario, sociale e civile. L’ottica con cui è stato scritto Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante è quella di una lettrice della prima ora che non ha mai smesso di leggere Elena Ferrante e ciò che anno dopo anno, secondo un crescendo davvero strabiliante è stato scritto su questa autrice. Sono davvero lieta che questo mio lavoro abbia incontrato nel 2017 l’interesse della casa editrice tedesca Launenweber nelle persone di Christian Berglar e Salvatore Tufano fino alla pubblicazione del libro nel 2018 nella collana LW italica attraverso i cui libri, Launenwebwer svolge una ricerca encomiabile rispetto a tutto quanto di contemporaneo, e non scontato, anima il panorama culturale italiano. In ultimo sono doppiamente grata alla professoressa Franziska Andraschik del Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana (CiCi) dell’Università di Lipsia su indicazione della quale il mio lavoro su Elena Ferrante ora prenderà parte, insieme ad altre importanti iniziative correlate, al convegno annuale del CiCi “Elena Ferrante –Genealogie e Archeologie del 20° secolo” il quale si terrà a Lipsia il 4 e 5 novembre 2019. Di seguito il programma e il primo capitolo di Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante.

Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante.

di Viviana Scarinci

Il libro di tutti e di nessuno. Capitolo I

“Tra il libro che va in stampa e il libro che i lettori acquistano c’è sempre un terzo libro, un libro dove accanto alle frasi scritte ci sono quelle che abbiamo immaginato di scrivere, accanto alle frasi che i lettori leggono ci sono le frasi che hanno immaginato di leggere”[1] scrive Elena Ferrante in un breve saggio, intitolato Il libro di nessuno datato 10 ottobre 2005[2]. Di tutte le memorabili sentenze proferite nell’ambito degli scritti e delle interviste rilasciate da questa autrice invisibile, questa è una di quelle dichiarazioni che si è dimostrata profetica oltre l’immaginabile. Già nel 2005, quindi, Ferrante prefigurava l’importanza strategica e letteraria di quel terzo libro scritto tanto dall’autrice quanto dalle sue lettrici e dai suoi lettori.  

Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre 2016, la casa editrice e/o pubblica una nuova edizione ampliata de La frantumaglia. La prima edizione del libro usciva nel 2003. Quello che da qui in poi chiameremo la nuova frantumaglia, è un libro di quasi quattrocento pagine che integra materiali inediti e materiali circolati attraverso la stampa internazionale, fino ad aprile 2016. In queste pagine lettrici e lettori apprendono che la scrittrice ha tre sorelle, che la madre era una sarta napoletana e che ha vissuto a Napoli per la prima parte della sua vita.

Nello stesso periodo, nell’ambito di un’importante e lunga intervista rilasciata da Elena Ferrante a Der Spiegel[3], cui avremo modo di riferirci in seguito, abbiamo un’altra rivelazione sulla sua vita privata, rilasciata con l’usuale reticenza cui Ferrante ci ha abituato. Nell’occasione dell’imminente uscita del primo libro della saga de L’amica geniale in lingua tedesca infatti, Elena Ferrante dichiara di avere dei figli e che mantenere un equilibrio tra i due amori, quello per la scrittura e quello per loro, è stato un compito molto difficile.

Tra fine agosto e settembre 2016 alcune recensioni e segnalazioni si occupano delle novità e delle curiosità biografiche che via via emergono dalla pubblicazione della nuova frantumaglia. Insomma, tutto nella norma. Tutto come da copione, fino a una fatidica domenica di inizio ottobre 2016, giorno in cui il Sole24ore, pubblica un’inchiesta di Claudio Gatti[4] che svelerebbe una volta per tutte l’identità di Elena Ferrante. Non si tratta di una rivelazione come le tante che negli anni, si sono avvicendate in merito all’identità di questa autrice. Gatti circostanzia in modo per lui plausibile la sua scoperta e aggiunge nuove informazioni sul caso. La signora incriminata di essere Elena Ferrante non reagisce. Gli editori dell’autrice insorgono. L’inchiesta pubblicata contemporaneamente sul quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, dal sito di giornalismo investigativo francese Mediapart e da quello della rivista americana The New York Review of Books, a giudicare da tutto ciò che ne è conseguito, parrebbe destinata a mettere in luce alcuni aspetti che vanno oltre gli intenti giornalistici del caso.

In tempi non sospetti, alla fine di agosto 2016, cioè poco prima che si scatenasse lo psicodramma globale provocato dalla pubblicazione dell’inchiesta di Claudio Gatti, su La Repubblica, Stefano Bartezzaghi[5], in un articolo dedicato all’uscita della nuova frantumaglia scrive “tra la dimensione piena e incarnata dell’autore e quella vuota della pura voce letteraria, la Frantumaglia[6] insinua una dimensione frattale, frammentata”. Una dimensione intermedia, dichiaratamente incoerente che proprio per questo motivo apre la prima pagina di quel terzo libro, di cui Elena Ferrante scriveva molti anni prima. Ossia quello che tutti noi lettrici e lettori stiamo inscenando ora intorno a Elena Ferrante. Proprio quella dimensione interstiziale che mette insieme ambivalenze, racconti, bugie, verità letterarie lapidarie, passioni cocenti e passioni cialtronesche, ponendo l’autrice e i suoi lettori sullo stesso piano e di fronte alla madre di tutti i paradossi letterari e non: la propria autenticità.

L’indagine giornalistica è tutt’altra cosa dalla letteratura ma l’autenticità è qualcosa che riguarda sia l’ambito giornalistico che quello letterario, pur partendo da presupposti che possono apparire inconciliabili e perciò suscettibili di divergenze sostanziali. Tra i due ambiti, a divergere è essenzialmente ciò che si intende quando si parla di verità. Nel giornalismo la verità si lega ai cosiddetti fatti, mentre in letteratura questa si lega a ciò che il poeta Samuel Taylor Coleridge teorizzò per la prima volta in un suo scritto del 1817: la sospensione dell’incredulità.

Coleridge, in quel remoto scritto, indica che gli sforzi di chi scrive devono per lo più essere indirizzati verso l’invenzione di personaggi romanzati in modo tale da mettere in comunicazione l’intima natura umana a una parvenza di verità. Una forma di verità sufficiente a procurare il desiderio che queste rappresentazioni, create da chi scrive, possano essere vere, procurando così nell’immaginario di chi legge quel desiderio di sospensione del dubbio che costituisce la fede poetica. Ne la nuova frantumaglia viene riportato, con qualche correzione, un racconto scritto da Ferrante apparso su Sette, supplemento del Corriere della Sera, il 3 maggio 2002[7]. In quel capitolo che si intitola proprio Sospensione dell’incredulità, oltre al racconto di fantasia ospitato dal supplemento del Corriere e ispirato alla figura dell’allora premier Silvio Berlusconi, viene riportata una lettera di accompagnamento indirizzata al suo editore Sandro Ferri in cui l’autrice fa un’interessante premessa. Ferrante, infatti, con straordinario anticipo sui tempi, nota quella che diversi anni dopo sarebbe stata un’evidenza globale, ossia come un certo tipo di narrazione “politica” alla pari di quella “letteraria” possa beneficiare, avvalendosi della sospensione dell’incredulità, di una diffusa credulità “non di cittadini ma di pubblico” facendo balenare lo spettro di una società civile sempre più predisposta alla spettatorialità.

Volontaria in chi ascolta o indotta dall’abilità di chi affabula, è comunque quella sospensione dell’incredulità, accordata a un racconto, ciò che garantisce a torto o a ragione sull’autorevolezza di una storia che ci viene raccontata ma anche ci restituisce a quel piacere intenso e liberatorio con il quale soprattutto le favole, ci fanno partecipare al gioco delle possibilità messo in campo dal destino.

Forse è per questo che le divergenze, nel caso di ciò che riguarda Elena Ferrante, risultano tutte estremamente significative: riformulando all’infinito la propria versione, non approdano mai a nulla di definitivo. Ciò perché alla fine dei conti c’è sempre qualche cosa che manca, cioè il corpo della donna che si chiama Elena Ferrante.

Violazione della privacy di una persona che forse è l’autrice dei romanzi napoletani o legittima inchiesta giornalistica intorno a una notizia che comunque c’è, e a quanto pare interessa moltissimo. E perciò vende e fa vendere. Linguaggio sessista, invidie autoriali, misoginie, finti malumori, difese passionali, scetticismi, amore vero o presunto tale, appelli al diritto di non sapere, accorate dichiarazioni di menefreghismo: leggendo le decine e decine di articoli prodotti in mezzo mondo dopo l’inchiesta di Gatti, appariva chiaro che in questa storia così magica, è tutto vero, anche quello che non lo è.  

Nella nuova frantumaglia, Elena Ferrante ha mentito, dice qualcuno, e questo potrebbe togliere credibilità alla sua parola scritta. Ma assecondando proprio quella sospensione dell’incredulità di cui sopra, La frantumaglia può essere letta anche come un racconto su una scrittrice che ha scritto dei romanzi, un fascinoso libro nel libro, come ne sono stati scritti molti, in cui non c’è nessuna disonestà nel mentire se a scrivere è la regina dell’autofiction. In fondo Elena Ferrante a voler assecondare l’immaginazione che la parziale omonimia con la Elena Greco protagonista della tetralogia suscita facilmente, si chiama Elena Ferrante, come tutti noi. Walter Siti[8] docet.  

Nella filosofia esistenzialista, secondo il vocabolario della lingua italiana Treccani, l’autenticità dell’esistenza coincide con quell’esistenza in cui il singolo ritrova il proprio più profondo se stesso, lontano dal modo d’essere quotidiano, superficiale e impersonale, in cui l’uomo vive abitualmente[9]. Ma se la donna e l’uomo contemporanei faticassero, più che in altre epoche, a reperire quel lontano essere i veri se stessi? Se non riuscissero più di tanto a prendere le distanze da quello che è il modo d’essere quotidiano, la portata di quanto può affermare socialmente l’opera di Elena Ferrante rasenta la dismisura, soprattutto se guardata dal punto di vista degli effetti di cui, questa firma, è causa da più di vent’anni.

Più di chi sia Elena Ferrante, ciò che interessa qui è un’indagine su cosa di fondamentale abbia messo in atto il dispositivo Ferrante, volente o nolente chiunque lo abbia ideato. Se il meccanismo di identificazione che l’opera di Ferrante consente a lettrici e lettori è indiscutibile, le passioni che questa enigmatica autrice sa suscitare non riguardano soltanto la meravigliosa identificazione che ha consentito a tutti noi.

Autenticità, ambivalenza e invisibilità sono tre capisaldi inscindibili come principi radicati, mediati e lungamente meditati nell’opera complessiva di Elena Ferrante, fino dentro risvolti insospettati e forse incontrollabili.

In una raccolta di saggi edita in Italia nel giugno del 2016 e intitolata proprio Dell’ambivalenza[10] sul filo di un serrato confronto tra tre romanzi contemporanei scritti da donne, tra cui L’amica geniale, viene analizzato il potere dinamico dell’ambivalenza. Ossia tutte quelle detonazioni innescate da questo atteggiamento così bistrattato. Finalmente liberato dall’annoso pregiudizio dell’incoerenza, affibbiato per tradizione al femminile, questo modo di intendersi ambivalenti sul piano letterario di cui il romanzo di Elena Ferrante è un esempio tra i più fulgidi, sembra dare il meglio di sé proprio attraverso i romanzi napoletani. Scrivono a questo proposito Anna Maria Crispino e Marina Vitale: “L’ambivalenza, fuori dal suo ambito psico(pato)logico, ci appare sempre più come ciò che consente di tenere insieme le parti diverse e a volte conflittuali del proprio sé. Ma è pur vero che nell’ammirazione tra donne, l’ammirazione per l’altra può diventare affetto e amore, ma anche generare invidia e competizione […] in quella ricerca di identità che ha contrassegnato il Novecento, il rapporto a due (o a molte), tra donne, ci pare si giochi spesso in un rimbalzo continuo di rispecchiamenti e prese di distanza che investe le diverse forme di amicizia, le relazioni amorose e sessuali, le pratiche condivise dell’agire politico”

Elena Ferrante, ci parla di donne come nessuno ha saputo fare prima. Attraverso la propria immagine mancante ha infatti acceso i riflettori su un vuoto che urlava da tempo il bisogno di essere colmato. L’assenza dell’autrice come corpo e come identità femminile non è da considerarsi un elemento esterno al romanzo di Elena Ferrante ma è posto nell’ambito del dispositivo rappresentato da tutto ciò che concerne questa autrice, a segnalare una mancanza che investe in larga misura sia la società che lo statuto del romanzo. Evocare le molteplici possibilità conoscitive suggerite da un congegno in qualche modo agito da un’autorialità ed insieme alimentato da centinaia di migliaia di lettrici e lettori di tutto il mondo, è quanto tenteremo di fare nelle pagine successive. Vittima, anche chi scrive, del fascino esercitato da quel terzo libro partorito da una sorta di immaginario collettivo di cui sono alimento tanto i libri di Elena Ferrante che l’immaginazione di tutte le sue lettrici e lettori.

Le donne: amiche, madri, amanti, mogli, sorelle e per di più napoletane, in fuga ma anche donne decise a restare: sono loro le protagoniste indiscusse. Il culto dei figli, della famiglia, l’evanescenza della linea di demarcazione tra l’immanente e il trascendente, il territorio flegreo, il mitico vulcano, il mitologico Averno, sono soltanto alcuni degli elementi che hanno consentito a Elena Ferrante, come ad altre scrittrici italiane di provenienza meridionale, un’interessante rivisitazione delle proprie origini senza che queste fossero intese necessariamente in modo localistico ma anzi, passando per Napoli, si rivolgessero oltre ciò che Napoli significa geograficamente.

In questo senso i romanzi di Elena Ferrante riescono a offrire coordinate molto interessanti da considerare soprattutto perché capaci in qualche modo di rispondere alle esigenze di lettrici e lettori postmoderni e globalizzati.


[1] E. Ferrante, La frantumaglia. Nuova edizione ampliata, Roma, edizioni e/o, 2016, p. 185

[2] Op. cit., p. 186

[3] Der Spiegel, Nr. 34 / 20.08.2016, pp. 108-117

[4] http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2016-10-02/elena-ferrante-tracce-dell-autrice-ritrovata-105611.shtml?uuid=ADEqsgUB

[5] http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/08/31/indizi-e-paradossi-del-rebus-ferrante31.html

[6] Così nell’articolo

[7] Op. cit, pp. 86-92

[8] Qui è parafrasato l’incipit del romanzo “Troppi paradisi” (Einaudi 2006) in cui l’autore, Walter Siti inscena se stesso in un’opera di fantasia, esordendo nell’ambito del romanzo “Mi chiamo Walter Siti, come tutti. Campione di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è di massa. Più intelligente della media, ma di un’intelligenza che serve per evadere”. 

[9] http://www.treccani.it/vocabolario/autenticita/

[10] A. M. Crispino e M. Vitale (a cura di), Dell’ambivalenza. Dinamiche della narrazione in Elena Ferrante, Julie Otsuka e Goliarda Sapienza, Roma, Iacobelli editore, 2016, p. 10

figure deprivate

Prosegue la pubblicazione di alcuni frammenti da Annina tragicomica sul sito Il cucchiaio nell’orecchio. Oggi si tratta del frammento numero 3 tratto dalla seconda parte del libro. Annina è un libro strano, a posteriori, non fa che testimoniare una specie di fine che non vuole finire reiterandosi in figure deprivate. L’immagine del naufragio qui è associata all’azione del l’accumulo e alla pratica del sondaggio (carotaggio se il sondaggio avviene su una stratificazione solida di materia inerte). Grazie ancora a Gaetano Altopiano e soprattutto a Giovanni Duminuco, coraggioso editore e scrittore.