Gli adulti bugiardi, curiosità

Dato che la mia recensione de La vita bugiarda degli adulti di Elena Ferrante la redazione del sito Doppiozero curiosamente l’ha pubblicata nello stesso post in cui c’è un testo di un altro autore senza chiedere il mio parere né avvertirmi della data di pubblicazione del mio testo. Dato che curiosamente la mia recensione è stata pubblicata in ritardo rispetto ai tempi in cui l’ho inviata loro che peraltro me l’hanno espressamente richiesta. Tenendo conto di queste curiosità ho pensato di sentirmi libera di pubblicare la mia recensione anche qua. Se non altro per favorire la comodità di chi desidera leggerla.


Era il 1992. Enzo Siciliano con un articolo sul Corriere della sera datato 28 giugno salutava l’uscita de L’amore molesto, opera di esordio di una certa Elena Ferrante, come “un debutto sul difficile terreno della ricerca interiore” manifestando sorpresa per l’altezza stilistica raggiunta là dove un’originalità “non guidata” sceglie lo scavo entro destini individuali piuttosto che confrontarsi con la storia.

Confronto che in effetti doveva sembrare particolarmente urgente in quei mesi dato che il 1992 in Italia è un anno in cui avvengono degli eventi destinati a cambiare radicalmente il corso degli avvenimenti di natura civile e politica per come si erano configurati fino ad allora. Infatti finalmente ne sapemmo qualcosa di Gladio, ebbero luogo le sentenze del Maxiprocesso di Palermo, irruppe platealmente sulla scena pubblica tangentopoli. Ma soprattutto il 1992 è l’anno in cui saranno assassinati dalla mafia i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.  

Siciliano chiudeva il suo articolo elogiativo proponendo un’immagine estremamente significativa dal punto di vista del linguaggio e indicativa del contesto in cui quella storia di madri e figlie napoletane, per niente addomesticata dal buon senso, non poteva che stupire. Infatti Siciliano concludeva accostando in termini di esiti la “poesia della remissività donnesca (…) e l’idea che il riscatto arriva con la sofferenza del pensiero”.  

L’amore molesto arrivò a fare i conti con tutto quello che si era creduto in merito al ruolo del romanzo in Italia e segnava di fatto il mancato riconoscimento pubblico dell’esistenza di una precisa genealogia del romanzo italiano scritto da donne, proprio quella genealogia cui si riferisce Elena Ferrante a più riprese: “La posta in gioco è più alta: contribuire a rafforzare una nostra genealogia artistica che regga, per intelligenza, per finezza, per competenza, per ricchezza di invenzione e per densità emotiva, il confronto con quella maschile”[1]. Genealogia che tra l’altro nel 1992 la filosofia e la critica letteraria italiana di matrice femminista stavano contribuendo già a delineare.

Per tornare ai giorni nostri il 7 novembre scorso, accompagnato da un grande clamore dei media di tutto il mondo, ma anche italiani stavolta, esce La vita bugiarda degli adulti che ha tutta l’aria di costituirsi come il primo romanzo di una nuova saga. Proprio il clamore mediatico e il successo di pubblico, nel caso di Elena Ferrante, con buona pace dei detrattori, non stanno a smentire il valore di un’opera già tradotta in cinquanta Paesi e con all’attivo dodici milioni di copie vendute in tutto il mondo. Per non parlare delle precise e circostanziate ascendenze letterarie che legano l’opera di Ferrante a quella di Elsa Morante e Anna Maria Ortese. Ma stanno a sottolineare un fenomeno che ha portato l’Italia al centro di un discorso globale che attraverso la letteratura, riguarda finalmente le donne.

Dopo la tetralogia de L’amica geniale infatti Elena Ferrante, inizia il racconto in prima persona della vita di Giovanna Trada nata a Napoli il 3 giugno 1979, colta sul compiersi dei suoi 13 anni fino ad arrivare ai 16. Ma non è un inizio del tutto nuovo, semmai è un ricominciare daccapo a guardare all’Italia attraverso Napoli, ribattendo ostinatamente sugli stessi temi che da quasi trent’anni, si focalizzano sulle madri, le figlie e la famiglia italiana. Per giunta sapendo dire così tanto di quanto non era ancora stato scritto della storia di un Paese in cui il peso dei legami familiari si estende ad agire fin nei meandri più noti e più impensabili delle relazioni sociali con ciò descrivendone conseguenze pubbliche e private che non possono essere escluse dalla storia con la S maiuscola. Altrimenti si rischia di essere davvero troppo lontani dal racconto di chi siamo stati e di conseguenza dalla credibilità di quello che siamo diventati.

In ballo infatti stavolta è proprio un’eredità generazionale, storica, politica, ambivalente che è bene saper guardare da tutte le prospettive se si vuole crescere. E Giovanna lo vuole sicuramente, dato che il romanzo si chiude con un proposito di tutto rispetto, quello di diventare adulta come a nessuno è mai successo. Per non parlare della domanda che campeggia già in quarta di copertina: crescere per diventare cosa, per somigliare a chi? Intendiamoci: fare da sé per Giovanna non è una velleità ma una necessità sancita dalla sofferenza del pensiero, cui forse Siciliano si riferiva senza farne una questione di genere, che pagina dopo pagina renderà il linguaggio e le sue insidie più o meno consapevoli, il vero protagonista del libro e la vera posta in gioco in termini di eredità.   

La cornice di questa eredità è Napoli che per l’occasione è divisa esplicitamente in due. La città di sopra del Rione Alto e del Vomero e di San Giacomo dei Capri in cui, le famiglie ritratte nel libro, ossia quella di Giovanna e quella delle due bambine Ida e Angela sue amiche, pretendono si parli esclusivamente in italiano, pretendono si studi soprattutto per non incorrere nella vergogna di avere una figlia bocciata, cosa che invece accadrà sia a Giovanna che a Ida. Eppure le tre bambine apparentemente così ben accudite saranno lasciate da sole a raccogliere un’eredità che riguarda la distanza incolmabile tra il guardare e il vedere che in tutta evidenza è il problema che ha investito la vita di entrambe le loro famiglie.

Poi c’è la Napoli di sotto immersa nel grigiore di tutto quanto globalmente da Milano a Calcutta significa marginalità. Qui si parla solo in dialetto perché il dialetto è lingua madre e il problema è decidere se governare o meno la ferocia che in ogni posto al di sotto del mondo emerso, è la stessa. Di sopra padri e madri discorrono: “delle solite cose che gli stavano a cuore, parole che orecchiavo da sempre tipo politica, valore, marxismo, crisi, stato”. Di sotto la tremenda zia Vittoria, figura impresentabile cancellata dai genitori e riesumata dalla smania adolescenziale di Giovanna di capire davvero lei di chi ha preso il volto, imperversa imponendo alla figlia dell’odiato fratello, con tutta la sua sgradevolezza, di guardare, guardare davvero e decidere di quale racconto vuole far parte.

Sarà grazie a questa zia che Giovanna scoprirà che l’epica familiare che sta alla base della narrazione della sua venuta al mondo è il più bugiardo dei racconti e che tutto l’alto e tutto il basso da cui proviene costituisce un presupposto che non potrà esserle d’aiuto nel proposito di diventare un’adulta del tutto diversa da quanto sia risaputo essere le migliori qualità degli adulti.

Infatti degli adulti di questa storia nessuno è felice o ha ragione, nessuno ha vinto la sua battaglia, nessuno è depositario di qualcosa di significativo al punto di costituire un’eredità davvero solida e soprattutto nessuno ha agito con giustizia nei confronti degli altri pure avendo ampiamente attinto a un lessico fortemente polarizzato in questo senso. Sono i più giovani quelli che Elena Ferrante incarica attraverso Giovanna, non di evitare di dire bugie ma di trovare una sintesi simbolica che non cristallizzi lo sguardo in una polarità vuota: giusto o sbagliato, bene o male, alto o basso, tradimento o lealtà, perché questo scontro di mondi è talmente connesso con l’eredità di Giovanna Trada che tanto l’individuo socialmente qualificato come migliore o peggiore quanto la madre e il padre alla luce dei fatti, semplicemente non sono più credibili. Almeno rispetto a quanto di risaputo li abbia ricondotti al presente di una adolescente nata in Italia nel 1979, tanto addolorata quanto conscia e decisamente molto promettente: “una contiguità incongrua tra volgarità e finezza, e quell’ulteriore assenza di confini nitidi in un momento in cui stavo perdendo ogni vecchio orientamento, mi smarriva ancora di più.”

Ma niente paura, anche stavolta come è già accaduto in Ferrante, esiste un oggetto magico il quale avrà la funzione determinante che rende al guardare alle cose consuete, uno sguardo capace di andare molto oltre le dicotomie, le ambivalenze, gli equivoci, uno sguardo capace di recare alla menzogna un valore del tutto sorprendente. Questo oggetto magico non mette a posto proprio niente perché nell’economia delle storie narrate da Ferrante nessun luogo è sicuro. E non sarà più una bambola che pure nel libro ancora ricopre un valore simbolico importantissimo. L’oggetto magico dei bugiardi di Ferrante è un monile, un prezioso braccialetto da donna che grazie al suo potere maligno mette in circolo tutte le energie che fanno destino. Il tradimento sopra ogni cosa.

Maschile e femminile, immanente e trascendente, corpo e spirito, lealtà e tradimento sul finire del romanzo irrompono attraverso i personaggi di Roberto e di Ida. Il primo è l’uomo di cui Giovanna si innamorerà davvero e pare rappresentare con il suo legame di natura intellettuale con la religione, proprio quell’aggancio con la trascendenza che l’opera di Elena Ferrante, ha illustrato in altri termini attraverso la tetralogia de L’amica geniale.  La seconda è la giovanissima amica che si fa bocciare per aver troppo letto e scritto per conto suo. Giovanna sceglierà proprio Ida come compagna di un viaggio dal sapore iniziatico alla volta di Venezia, dopo avere indicato all’amica di essere la prescelta dandole senza vergogna un bacio sulla bocca ai giardini della Floridiana nonostante l’andirivieni di madri che sospingono passeggini.

Il romanzo finisce qui. Lasciamo con disappunto il bel Roberto che sta scrivendo un saggio sulla compunzione: “La chiamò più volte addestramento a pungersi nella coscienza, attraversandola con ago e filo come la stoffa quando bisogna farne un abito”. Oddio, compunzione ha a che fare con il rimorso, con il pentimento, corro a cercare sul vocabolario della lingua italiana Treccani, è un atteggiamento ostinato di umiltà e afflizione, talora ipocrita che nella teologia cristiana sta anche come sinonimo di contrizione… è troppo, quanto bisognerà aspettare per l’uscita del prossimo romanzo?

Ferrante sembra dire che tra il guardare e il vedere c’è un baratro che certi adulti ricolmano abilmente di parole sempre più scollate dal campo in cui accadono le cose della vita vera che è più tremenda e più magica di tutte le menzogne del mondo. Se davvero Elena Ferrante con La vita bugiarda degli adulti ha voluto dire questo, io ci credo.


[1] E. Ferrante, L’invenzione occasionale, Roma, Edizioni e/o, 2019, p. 82

Doppiozero La vita bugiarda degli adulti Elena Ferrante

Doppiozero pubblica il mio punto di vista sul nuovo libro di Ferrante e quello di Stefano Jossa. “Infatti degli adulti di questa storia nessuno è felice o ha ragione, nessuno ha vinto la sua battaglia, nessuno è depositario di qualcosa di significativo al punto di costituire un’eredità davvero solida e soprattutto nessuno ha agito con giustizia nei confronti degli altri pure avendo ampiamente attinto a un lessico fortemente polarizzato in questo senso. Sono i più giovani quelli che Elena Ferrante incarica attraverso Giovanna, non di evitare di dire bugie ma di trovare una sintesi simbolica che non cristallizzi lo sguardo in una polarità vuota.” https://www.doppiozero.com/materiali/elena-ferrante-la-vita-bugiarda-degli-adulti

Il punto su Elena Ferrante

I miei libri

in lingua tedesca (trad. di Ingrid Ickler) (2018)

le bambole napoletaneQuando il romanzo d’esordio L’amore molesto di Elena Ferrante appare in Italia nel 1992, nessuna delle prime recensioni né delle prime interviste diedero un’idea della dimensione internazionale che il fenomeno letterario avrebbe acquistato in seguito. Da lì in poi e per quasi trent’anni, Elena Ferrante illuminerà gli aspetti meno frequentati di molti destini femminili inquadrati nel contesto storico e sociale nel suo Paese ma non solo.  Questo mio ritratto letterario di Elena Ferrante edito dalla Casa Editrice tedesca Launenweber nel mese di marzo 2018 illustra tra l’altro come Elena Ferrante sia stata accolta in Italia prima e diversamente dal resto del mondo. Un punto di partenza legato all’origine italiana del fenomeno, quindi, ma con lo sguardo già rivolto alle motivazioni della consacrazione internazionale di Elena Ferrante come una delle maggiori scrittrici italiane di sempre.


in lingua italiana (2014)

Elena Ferrante copertina
saggistica

Elena Ferrante eBook. Chi è Elena Ferrante? Una donna? Un uomo? Un gruppo di scrittori che da oltre un ventennio pubblicano a turno, o collaborando insieme , con questo pseudonimo? O una scrittrice capace di rovesciare come un guanto i propri temi per renderli attualissimi, nel metodo e nel merito?

Un caso non solo letterario che da italiano è ora diventato, con clamore e consensi, internazionale. Doppiozero presenta la prima monografia sulla sua opera, scritta in modo insieme leggibilissimo e approfondito da Viviana Scarinci

 


Articoli 

La vita bugiarda degli adulti (novembre 2019)

Dcover_ferranteoppiozero pubblica il mio punto di vista sul nuovo libro di Ferrante e quello di Stefano Jossa. “Infatti degli adulti di questa storia nessuno è felice o ha ragione, nessuno ha vinto la sua battaglia, nessuno è depositario di qualcosa di significativo al punto di costituire un’eredità davvero solida e soprattutto nessuno ha agito con giustizia nei confronti degli altri pure avendo ampiamente attinto a un lessico fortemente polarizzato in questo senso. Sono i più giovani quelli che Elena Ferrante incarica attraverso Giovanna, non di evitare di dire bugie ma di trovare una sintesi simbolica che non cristallizzi lo sguardo in una polarità vuota” https://www.doppiozero.com/materiali/elena-ferrante-la-vita-bugiarda-degli-adulti


L’amica genaile in TV (novembre 2018)

Lamica-Geniale-1Il rione che vedremo stasera può essere dislocato ovunque, le due bambine potrebbero essere chiunque in un contesto che però è esistito prima e perciò illustra, attraverso le immagini di un agglomerato urbano circondato dal nulla, il suo carattere primigenio. Il rione ricostruito nella fiction de L’amica geniale è riconducibile all’apparizione di un prima universale in cui forze naturali e soprannaturali sfuggono al controllo umano: l’ira su tutte. La vera posta in gioco di questa chimerica identità tanto cittadina quanto femminile è la padronanza della strategia delle apparenze contro la violenza della realtà, o contro il potere che alla realtà noi tutti attribuiamo per default.  Leggi tutto l’articolo su Doppiozero


Elena Ferrante e il genio di Napoli (settembre 2018)

Qualche giorno fa alla Biennale del Cinema di Venezia in occasione della proiezione in anteprima delle prime due puntate della fiction L’amica geniale, che andrà in onda a breve sulla RAI (e l’1,2,3 ottobre in anteprima al cinema) Saverio Costanzo ha parlato della storia raccontata ne L’amica geniale come una narrazione politica, intesa come racconto empatico del sentimento diventato memoria, in grado di trasmettere un contenuto politico molto più efficacemente di quanto non possa fare l’ideologia. Saverio Costanzo in questo senso si riferisce al potere che l’Istruzione scolastica  e gli insegnanti avevano in Italia negli anni dell’immediato dopoguerra, sui destini di chi andava a scuola come Lila e Lenuccia nei tardi anni Cinquanta. Continua a leggere https://vivianascarinci.com/2018/09/08/elena-ferrante-e-il-genio-di-napoli/


Ciò che la realtà non sa essere per noi (dicembre 2017)

Alla fine del mese di agosto 2016, con l’uscita del primo volume della tetralogia de L’amica geniale in Germania, Elena Ferrante rilascia una lunga intervista a Klaus Brinkbäumer, direttore di «Der Spiegel». In questa intervista l’autrice dissemina molte indicazioni che, opportunamente lette, vanno ad argomentare diversi aspetti fondamentali della sua opera. In primo luogo, la questione dell’identità sessuale e come essa interagisca nella società diventando quella che Ferrante chiama «identità civile»: «recentemente la scienza ha iniziato a riconsiderare anche la questione del genere sessuale. Se devo essere onesta, ho più fiducia in un’identità letteraria che in un’identità civile».  L’autrice, che ha pubblicato nel 1992 in Italia il suo primo libro, L’amore molesto, oggi è tradotta in cinquanta Paesi. Ma è a partire dal 2011 che la sua fama letteraria è cresciuta di pari passo con quella mediatica, pur non essendosi mai mostrata fisicamente in pubblico. Nel 2011 infatti esce in Italia il primo dei quattro volumi della saga nota con il titolo del primo volume: L’amica geniale. Continua a leggere http://www.lavoroculturale.org/elena-ferrante-identita-poetica/


Chi sono i contemporanei di Elena Ferrante? (maggio 2017)

Nell’ambito di un incontro avvenuto la settimana scorsa al Salone internazionale del libro di Torino, Sandro Ferri editore, insieme a Sandra Ozzola, di Elena Ferrante, ha accennato, tra l’altro, a qualche dato che riguarda gli esiti editoriali prodotti in Italia dai romanzi di questa autrice: diritti ceduti ad oggi in cinquanta Paesi. Copie vendute da Elena Ferrante nel mondo, scrittrice che ha pubblicato per la prima volta nel 1992: oltre i cinque milioni. Di fronte a queste cifre è probabile che relegare l’importanza del fenomeno Ferrante al suo aspetto puramente commerciale sia un po’ riduttivo. Ma forse lecito se l’ottica da cui si guarda il caso Ferrante ha in sé la parzialità di uno sguardo estraneo ai suoi contenuti. Continua a leggere http://www.doppiozero.com/materiali/chi-sono-i-contemporanei-di-elena-ferrante


Storia della bambina perduta (novembre 2014)

Tutto ha inizio nel 2011 con la pubblicazione de L’amica geniale, primo volume della saga omonima che si conclude ora con l’uscita de Storia della bambina perduta e con la notizia, diramata dall’Ansa qualche giorno fa, che le oltre millecinquecento pagine de L’amica geniale diverranno una fiction. Sono in tutto quattro i libri che raccontano la storia di Lila e Lenuccia, amiche nemiche dal 1950 ai giorni nostri, senza mai chiarire del tutto di quale delle due sia la genialità cui si riferisce il titolo. L’autrice è Elena Ferrante, la cui vera identità dal 1992, data della pubblicazione in Italia del suo primo libro, è ancora oggetto di congetture. Continua a leggere http://www.doppiozero.com/materiali/parole/storia-della-bambina-perduta


L’amore o è molesto o non è (dicembre 2012)

In un’intervista rilasciata rigorosamente via e-mail al quotidiano Repubblica, nel settembre 2012, in occasione dell’uscita di Storia del nuovo cognome (seconda parte dell’Amica geniale), dopo aver parlato delle contingenze legate a queste due ultime prove narrative, in chiusura Elena Ferrante spiazza vecchi e nuovi lettori. Parafrasando L’amore molesto, il suo primo romanzo, sottolinea una continuità tutt’altro che scontata tra l’origine e l’attualità della sua scrittura. Continua a leggere https://www.edizionieo.it/review/3549

http://www.societadelleletterate.it/2012/12/lamore-o-e-molesto-o-non-e-il-romanzo-secondo-elena-ferrante/


Dove ne ho e ne hanno parlato


Università di Lipsia, Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana (CiCi) convegno annuale “Elena Ferrante –Genealogie e Archeologie del 20° secolo Lipsia il 4 e 5 novembre 2019. Con Uta Felten, Nicola Bardola e Olivia Santovetti.


Francoforte, 2018su Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante  (trad. di Ingrid Ickler) – Launenweber , aprile 2018

Un’interessantissima recensione a Bambole Napoletane nell’ambito di una pubblicazione riguardante le numerose autrici presenti alla Buchmesse 2018


Istituto Italiano di Cultura, programma Frankfurter Buchmesse 2018

Stand Istituto Italiano di CulturaFrancoforte 2018, con Morese, Reitani,Francoforte Fiera del Libro 2018, mercoledì 10 ottobredalle 14.30 alle 15.30NAPOLI ( Neapel – Verheißung oder Verderben. Über die Herausforderung an die Zivilgesellschaft) con Maria Carmen Morese e Viviana Scarinci, modera Luigi Reitani, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino. Traduzione simultanea. Il successo mondiale della tetralogia L’amica geniale di Elena Ferrante ha messo la città di Napoli al centro della scena internazionale e con essa i molteplici problemi della nostra società moderna e globalizzata. Maria Carmen Morese, direttore del Goethe-Institut di Napoli e autrice di Lieblingsorte: Neapel (Insel 2018) e Viviana Scarinci, autrice di Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt Elena Ferrantes, (Launenweber 2018) nell’ambito del Weltempfang – Centro per la politica, letteratura e traduzione di Francoforte Fiera del Libro 2018.

“Mentre la legione dei lettori di Elena Ferrante, in continua espansione, aspetta l’uscita della serie televisiva tratta dall’Amica geniale e insieme vagheggia la possibilità di poter leggere qualcosa di nuovo, si moltiplicano i saggi critici, come la monografia Elena Ferrante di Viviana Scarinci(pubblicata da Doppiozero e tradotta in tedesco) e la raccolta di articoli in inglese Reconfiguring margins (Palgrave McMillan) Vedi anche sul sito di e/o https://www.edizionieo.it/review/7953



Foejetong recensisce le bambole napoletane, giugno 2018

“Es sind noch viele weitere Aspekte die Scarincis Essay enorm spannend und lehrreich machen. Schade ist natürlich, dass uns (die, die wir kein italienisch sprechen) Scarinci weit voraus ist, was die Lektüre der Ferrante-Romane betrifft. Einige Aspekte und Details werden dadurch schwerer nachvollziehbar. Dennoch bietet „Neapolitanische Puppen“ eine wahnsinnig interessante Lektüre, die definitiv noch mehr Lust und Vorfreude auf die folgenden Übersetzungen der Ferrante-Romane macht, wovon letztendlich auch Suhrkamp profitieren wird.” https://foejetong.com/2018/05/07/affidamento-im-dialekt/

ferrante


Fiera del libro di Lipsia 2018, Elena Ferrante area Istituto Italiano di Cultura: Neapolitanische Puppen da Launenweber, giugno 2018 

23 novembre aneliti dal castello

Sabato 23 novembre alle 18 presso la sala cerimonie di Palazzetto Borghese a Morlupo avrò il piacere di leggere un mio testo Una voce dal castello, cronaca da un anelito con musiche originali elaborate in modalità live elettronics dal percussionista Alessandro De Iulis.

L’occasione è quella della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne che il Comune di Morlupo celebra con una serie di eventi volti alla sensibilizzazione rispetto a un tema che è di fondamentale importanza mantenere vivo nell’ambito del discorso pubblico.

Questa occasione mi ha consentito, grazie all’espressione orale del monologo, di esplorare una piccola parte di un mio lavoro più ampio che si sta cristallizzando nella forma del romanzo storico. Questa ricerca è iniziata diversi anni fa con alcune letture intorno alla figura medievale delle sante vive e poi è proseguita con la ricerca entro la scrittura femminile di tipo cronachistico nei conventi di clausura dell’epoca post tridentina. La possibilità di un dialogo sperimentale condotto dal vivo tra il testo e la produzione e manipolazione elettroacustica dei suoni in tempo reale, finisce per produrre a ogni performance una formulazione del tutto nuova dei contenuti di cui, chi scrive soltanto parole come me, non può che cogliere tutta l’opportunità vitalistica che offre questo tipo di lavoro non ‘cristallizzabile’ e del tutto provvisorio.

Mi fa piacere condividere di seguito un estratto dal monologo.


Fin dal 1578 ossia quando avevo anni cinque, e successivamente per molti anni, i fratelli Orsini, tutti giovanissimi, forti del diritto di portare le armi per via di essere signori del posto, insolentivano la popolazione e tentavano di sedurre le donne e quando non vi riuscivano se le prendevano con la forza. Nel senso proprio che capitavano queste scene turpi in istrada ogni volta che uno di loro prendeva di mira una che gli piacesse.

Prima cercava, l’Orsini, di convincerla con modi rustici e capitava che qualche fanciulla si recasse di propria sponte al luogo del convegno, magari speranzosa di piacergli teneramente. Ma anche capitava quella che si negava, alla quale con il favore di qualche momento in cui si trovasse in loco meno esposto, l’Orsini le sollevava le gonne con la forza e facesse il suo subitaneo comodo. Tanto che io dissi a Settimia e a l’altra mia sorella Lauretta che mai più dovessero andare da sole per commissioni, senza essere accompagnate dai nostri fratelli addestrati a gridare alla bisogna.

Avevo saputo che pure questo accadeva dopo che fu accaduto a una fanciulla di tredici anni che veniva a pulire la canapa in casa mia e da quell’episodio non fu mai più la stessa. Inoltre sapendo tutti che era successo, nessuno se la volle più prendere perché rosa già odorata, come si soleva dire a mezza bocca.

A me, neanche mi guardavano, anzi mi guardavano male, primo per la mia veste di terziaria di San Domenico poi per il mio aspetto che cercavo in tutti i modi di sbiadire e di incrementare in severità, per evitare di attirare su di me qualsiasi genere di attenzione. Il castello in una manciata di anni era diventato la signoria dei soprusi mentre l’ordine e la giustizia restavano soffocati dalla violenza, così ogni possibile forma di progresso languiva nel terrore e nell’assoggettamento delle menti e dei corpi che non conoscendo altro che terrore, finivano per essere capaci di desiderare solo la loro stessa soggezione. E ciò avveniva davvero a pochi chilometri da quella Roma che proprio in quegli anni meditava la più ardita controriforma di tutti i tempi, quella che, nonostante l’orribile Lutero, avrebbe restituito il primato e l’intangibilità al cristianesimo delle origini.

Antimo Orsini forse il fratello meno efferato, cui era stato affidato per diritto di primogenitura la guida del castello, non sapeva o non voleva riprendere i fratelli se non blandamente. Del resto le sale del castello prima deserte ora erano gremite su suo invito, di meretrici forestiere e concubine locali che spesso litigavano tra loro per avere le attenzioni di questo o di quel fratello.

Ce n’era una che si chiamava Chantal, me la ricordo perché aveva i capelli di un rosso che lei chiamava tiziano, evocandomi a me, non i capelli ma il colore, alcune immagini irriferibili che speravo con tutto il cuore non fossero visioni che l’avessero riguardata in futuro. Era arrivata al castello insieme a uno che diceva di essere il marito. E questi si tiravano dietro una sorta di baule con ruote e dicevano di essere degli attori venuti a mettere in scena da noi il teatro che si vedeva in Parigi. Una che stava a servizio al castello mi disse che dentro quel baule c’erano certi abiti incredibili, aperti sul petto che un’attrice che potesse comprarsi sete e damaschi in quel di Parigi mai li avrebbe indossati, che quella sicuro non attrice ma puttana era.

Attrice o no anche Chantal rimase finché non si stancarono di lei mentre il marito sparì quasi subito, poi sparì anche Chantal.

C’erano anche quelle femmine nostre che cugine, sorelle e spose dei compaesani che stavano al servizio dagli Orsini, veniva da sé che per quanto fossero mal pagati dovessero condividere con quel numero impressionante di padroni le loro donne.  Quando esse inevitabilmente rimanevano gravide, il marito o il parente che non voleva saperne di prole che tutti sapevano che poteva essere bastarda, le spedivano a Roma all’ospizio del Santo Spirito a sgravare e a lasciare lì un infante che sarebbe andato quasi sicuramente a ingrossare la schiera di orfani cenciosi e meretrici bambine di cui le strade di Roma pullulavano.

Ma c’erano anche quelle di noi che dagli Orsini ci andavano apposta, certe perché avevano fame in quanto in casa loro non bastava il mangiare e i parenti erano felici che non ci fosse, per il tempo che durava, la loro bocca a togliere cibo alla famiglia, per poi non riprendersele quando fossero tornate disonorate. E c’erano pure quelle che così affamate non erano, ma che si erano fatte fare dei filtri perché uno di quei brutali signori cadesse tanto innamorato da sposarle.

Una certa Erminia che si era invaghita di Perdanello, il quale manco la guardava, aveva fatto lo scongiuro notturno delle stelle e trecce, sciogliendosi i capelli alla luce delle stelle per togliere il sonno a quella bestia e nella veglia fargli indirizzare i pensieri notturni, che si sa essere i più perniciosi, verso di lei. Che Erminia aveva imparato questo scongiuro da una certa Virginia che frequentava la sua casa per impararle a ricamare. Un giorno infatti tra le due avvenne questo ragionamento di farsi voler bene dal signor Perdanello e Erminia disse a Virginia, sapendola figlia di una femmina nota per essere pratica di certe procedure, se di grazia potesse insegnarle anche a lei. E Virginia le insegnò facendo cambio di questo sapere con una pezza di stoffa ruvida.

Quando lo venne a sapere don Luigi si adirò moltissimo che in confessione glielo disse la stessa Erminia la quale pensava di aver fatto piccolo peccato da massimo tre Pater ave gloria. Don Luigi disse che per una cosa come quella si poteva essere denunziate per stregoneria anche da chi solo pensava che lei potesse averlo fatto, dato che oltre tutto lo andava dicendo in giro. E che la l’Inquisizione non stava nel suo confessionale a dispensare qualche Pater ave gloria ma in Roma a bruciare femmine scellerate e femmine idiote come se entrambe allo stesso modo fossero andate a braccetto con satana. 

….

Dieci gigli che non si sapeva da dove venissero, così freschi e uguali che noi non ce li abbiamo negli orti. Schierati uno dopo l’altro, un plotone stilante e candido. Uno per ciascuna come mai nessuno ne avesse dati a noi. E perdonate il peccato di orgoglio. Mi figuravo che fossi io ad averne dati loro. Uno scettro che nessun mortale poteva darci per renderci spose senza marito. Ortensia, Lucrezia, Lauretta, Settimia, Bernardina, Chantal, Doralice, Anastasia, Ludovica, Caterina …

       È qui che finalmente ha inizio la mia vita, in questo primo giorno in cui il vento scuote carni e coscienze come se il caos volesse di nuovo inghiottire i frammenti di una storia precedente al vivere, senza diritto né speranza, altrimenti che se venisse raccontata.

grazie Elena Ferrante!

Con Uta Felten Lipsia 5 novembre Elena Ferrante Genealogie e archeologie del XX secolo
Grazie al Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana di Lipsia all’Università di Lipsia e all’Istituto Italiano di Cultura di Berlino
… e naturalmente grazie infinite alle edizioni e/o