Accudimento e adeguamento

prima parte

In queste settimane di domiciliari avrei voluto leggere moltissimo, e un po’ ho letto ma di questo vi parlerò nel prossimo post. Avrei voluto portare avanti tutti i risvolti possibili dei progetti di lavoro e di scrittura che sono stati inevitabilmente congelati dal lockdown, ma non ce l’ho fatta. A dire il vero non per questioni psicologiche legate al nuovo stile di vita ma perché il mio impegno è stato profuso soprattutto in termini di adeguamento materiale a una circostanza del tutto nuova.

Vivo in campagna. Ho la fortuna che quando la porta di casa si chiude ho di fronte a me diverse migliaia di metri di terra che è casa mia.  Mai come in questo frangente estremo legato a un’epidemia globale, ho potuto riflettere su aspetti nuovi relativi a questa eredità che mi lega da sempre prima ai miei animali e alla natura e poi alle mie origini.

Perciò l’impegno è stato soprattutto quello dell’accudimento transgenerazionale e del caregiving, poiché da buona contadina per scelta, vivo quotidianamente le vicende legate alla mia genealogia in una famiglia imperniata al matriarcato.  

Oltre all’accudimento l’impegno massimo è stato quello relativo all’adeguamento, cioè come rendere possibile in un luogo in cui non arriva il WiFi dei principali gestori, la possibilità quotidiana di connettere contemporaneamente in tre stanze diverse due video lezioni che la scuola pubblica italiana già da due settimane ha garantito ai miei figli, e una postazione smart working, la mia.

Quindi più che adattarmi a un affollatissimo isolamento, in questi giorni ho vissuto il problema dell’adeguamento, tipo quando il responsabile del minuscolo provider alternativo cui ho raccontato da essere umano a essere umano il mio problema, ha inviato un tecnico che con mascherina e guanti è salito sul tetto di casa in una giornata che pioveva, per installare una nuova antenna che rendesse possibile alla scuola e al lavoro di entrare in casa non potendo uscirne noi.

Così come ho visto il sindaco e il medico di un paese tutto sommato piccolo, senza alcuna retorica o narrazione superflua, fare molto più del loro dovere assistendo le persone capillarmente senza andare al telegiornale, e tenendo informato il territorio in tempo reale di tutte le notizie che riguardassero soprattutto la sicurezza sanitaria e l’economia reale di un’area di cui sentivano di avere evidentemente la piena responsabilità civile.

Poi ho anche visto degli insegnanti di una scuoletta di provincia garantire, senza metterlo su facebook, un numero di video lezioni impensabile fino al mese prima, che fossero inoltre fruibili anche attraverso i cellulari, per quelli, moltissimi qui, che non hanno il computer a casa. E impiantare su due piedi un’assistenza psicologica agli studenti davvero disorientati e spaventati assicurata da alcune docenti, anche durante gli interminabili pomeriggi e le domeniche. Tutto questo è un lavoro extra rispetto a un effettivo e constante proseguimento della didattica a distanza. Scuoletta che senza mettere i manifesti ha fatto la differenza rispetto a un lacunoso e zoppicante procedere che in un mese di emergenza, il più rinomato liceo classico di Roma, è riuscito a mettere in campo, adeguando la propria didattica solo parzialmente.

Dunque già pensavo prima dell’irruzione del covid-19 che la retorica dell’eroismo mi annoiava a morte, almeno quanto i selfie con la mascherina e la pubblicazione delle proprie video lezioni su web come se fossero tutte lectio magistralis. Noia è peggio che disturbo per me, i social ci hanno abituato a questo e altro. Ma mi ha rattristato più di quanto non dovesse incoraggiarmi la retorica del farsi carico in ambito culturale. Mi ha comunicato un senso di disfatta non sociale, perché da quello che ho visto la società reale sembra tenere, ma appunto culturale. Mi ha turbato la mancanza di responsabilità, non tanto di chiunque, quanto di chi si sente in prima linea nel fare cultura che in un momento delicatissimo per le persone e per lo Stato italiano, ha proseguito come se niente fosse dal pulpito dei social, come capendone qualcosa di una situazione senza precedenti, e in primo luogo essenzialmente tragica e rischiosa per moltissime persone.

Tutto questo solo per non riuscire a smettere di partecipare a una narrazione parossistica che di fronte a una situazione del tutto nuova, continuando con il linguaggio e le modalità di sempre, è in grado di connettersi poco o niente con quello che c’è davvero dietro le foto postate dei dolci fatti in casa con relativa ricetta.

La narrazione per non ripetersi in formule vuote dovrebbe saper guardare l’altro e per farlo dovrebbe non obedire al potere. Ma a me sembra che il potere cui si soggiace più spesso in questi tempi così opachi, più che costituirsi come una frizione esterna (vedi le indicazioni governative mai così restrittive e assolute rispetto alle prerogative di ciascuna cittadina e cittadino) corrisponda a un lasciarsi andare molto più grave visto che è in tutta evidenza fuori dal controllo anche di chi vi si abbandona. Dico un lasciarsi andare a quella forza maggiore che è la compulsione alla visibilità soprattutto in chi dovrebbe saperne qualcosa di cosa significa la responsabilità di raccontare in un momento davvero emergenziale, fosse anche a una sola persona. Questo disorientamento che tenta in tutti i modi di avere l’aria di saperne, mai come ora sembra un fenomeno del tutto orizzontale e coscienziosamente autogestito.

Di fronte a quello che è stata la mia esperienza di questi giorni di difficoltà, e di fronte alle molte narrazioni emotive che precocemente ho visto azzardare, mi sono detta che l’unica narrazione a cui mi sento di poter aderire oggi non può e non deve appartenere all’immediatezza, non può appartenere soltanto al terrore della scomparsa sociale se debbiamo stare per un periodo costretti a casa come tutti, né all’ansia di salire sul carro di tutte quelle meravigliose idee, di cui il mondo di prima del coronavirus non si era reso conto di avere così tanto bisogno e che, quando ci libereranno, ci troveranno sicuramente tutti pronti a cambiarlo, questo mondo.

In questi giorni in cui ho parlato a distanza con persone che non avrei mai immaginato così vicine, è stato chiaro per loro, come per me, che la paura rispetto all’enorme lavoro fatto fino adesso che si è nutrito di continuità, silenzio e fatica, quando scongelato dall’allentare dell’emergenza, possa non trovare più il contatto con l’inevitabile incognita costituita dal dopo. Ma credo anche che nell’entrare in un rapporto vitale con l’angoscia adulta di non sapere il dopo, si giochi molto della nostra efficacia di poi.

Condivido con molte e molti l’umanissima paura che il nostro valore, il nostro lavoro, quello che possediamo, quello che amiamo, quello che abbiamo costruito quando potremo di nuovo uscire di casa fisicamente potrebbe impattare, smarrirsi in un tempo che a differenza di noi che siamo stati obbligati a stare fermi, invece è trascorso. Ma resto dell’idea che una narrazione del presente in grado di riuscire a dire qualcosa a chi verrà dopo, non è mai stata figlia di una qualsiasi retorica e perciò non dipende da nessun potere. E che il pericolo più grande in cui incorre in questi tempi, anche una narrazione che vuole essere intellettualmente onesta, non lo corre confrontandosi con un fantomatico potere esterno ma con la propria compulsiva incapacità di guardare chi sono e che fanno davvero le persone che non sono il narratore o la narratrice medesima.

Così mi è venuto in mente un libro bellissimo e me lo sono riletto. È di Fabrizia Ramondino, L’isola reflessa, in cui l’autrice scrive una cosa importantissima che mi sono stampata a lettere di fuoco in cima a ogni file che apro in questi giorni

Del libro di Ramondino e di altri libri parlerò nella seconda parte di questo articolo che conto di pubblicare appena posso.

limiti

1

No.
Era l’età in cui viaggiava la rondine
senza le nostre iniziali nel becco.
Rafael Alberti trad. Vittorio Bodini


Oggi per la giornata mondiale della poesia voglio postare qui una poesia che Rafael Alberti scrisse in un momento molto delicato della sua vita. Per la verità tutto il libro Degli angeli Alberti lo scrisse in un frammento della sua esistenza in cui scriveva di sentirsi così: “Contro di me, mondi interi/contro di me, addormentato, /ammanettato, indifeso“. Questo stato ora come ora non può non ricordare quello della malattia o del timore paralizzante di essa. Che Alberti fosse a contatto con limiti tutti suoi o oggettivi, o magari con il limite costituito dalle sue personali paranoie e nevrosi, non è dato sapere. Quello che è certo che Degli angeli esplora l’impotenza, il limite e anche l’umiltà di ammettere di non poter capire o di non poter fare, pur restando ben presenti dentro uno stato di impossibilità. Per tutte le amiche e gli amici che mi leggono e che, come tutti, stanno facendo un’esperienza soggettiva di ciò che vuol dire la parola limite per ciascuno di loro, penso che Rafael Alberti sia proprio il poeta giusto. Senza tirarla troppo per le lunghe penso che c’è qualcosa di sano e coraggioso nel trovarsi a non scappare per le vie traverse di quello che immaginiamo di sapere, e perciò immaginiamo di poter giudicare e dire, soprattutto adesso in considerazione e nel rispetto del dolore e del lutto altrui. Buona giornata mondiale della poesia, carissime e carissimi miei.

Vita con le parole

Il testo per Il Segnale 115 è stato scritto a dicembre scorso nel momento in cui stavo preparando i laboratori scolastici per il progetto L’albero capovolto. Nel testo ho illustrato quello che poi è stato il punto di partenza per la creazione dei materiali di lavoro proposti a studentesse e studenti della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto Falcone e Borsellino. Nel corso dei laboratori abbiamo lavorato infatti anche sul significato etimologico delle parole e sul loro significato immaginario. Soprattutto il significato immaginario è quello che spesso coinvolge in modo molto interessante l’immaginazione dei più giovani quando orecchiano certe parole entro i vari registri del linguaggio cui vengono a contatto nel loro quotidiano. I risultati dei laboratori così organizzati hanno confermato la fecondità dell’ipotesi che il significato immaginario di certe parole, legate alla prima infanzia, costituisce un affaccio prezioso su quel giacimento inestimabile che consente di non perdere creatività nella comunicazione e nel vero contatto con l’altro.


Grazie alla redazione de Il segnale, per me è sempre un onore scrivere per voi!



Escluse le donne

Così dissi io a la pia Madre antica
Per gran desio ch'io ho di pianger sempre;
E Lei, che par che gli occhi mai non tempre,
Col viso chino e l'anima pudica
La man mi prese ed a la soa mendica
Spelonca mi condusse lacrimando;
E quivi disse: - Quando
Io vidi a Roma intrar quella superba,
Che va tra' fiori e l'erba
Securamente, mi ristrinsi alquanto
Ove io conduco la mia vita in pianto. -
Girolamo Savonarola (1475) 

Questo tra l’altro scriveva Girolamo Savonarola, futuro frate domenicano, negli anni del noviziato in “De ruina Ecclesiae”, testo poetico scritto contro la “fallace / superba meretrice, Babilonia” in cui contrappone la prima chiesa alla curia romana di allora. Girolamo nel testo si figura in modo contrapposto il cristianesimo delle origini, come una donna madre e casta, e quello della sua contemporaneità, peraltro quasi tutto composto da uomini, paragonandolo a una donna lasciva e meretrice. Paragone fortunatissimo che per secoli mise i due presunti e diametrali attributi del femminile, cioè quelli della santa e della puttana, in relazione al degrado non soltanto della Chiesa. La figura di Savonarola non mi è mai particolarmente interessata, figuriamoci le sue poesie, finché, leggendo alcuni materiali che ho selezionato per il mio romanzo, mi sono imbattuta in un collegamento molto interessante che mi ha riportato ai famosissimi discorsi che Girolamo avrebbe tenuto poi in quel di Firenze. 

Filippo Neri, fiorentino, è uno dei santi di adozione romana, considerati tra gli alfieri della Controriforma. Filippo, detto da bambino Pippo bono per la famosa giovialità che fin da subito avrebbe manifestato, aveva un padre ex notaio e alchimista dilettante che in gioventù aveva fatto parte con molta probabilità, di quelle bande di seguaci di Savonarola che, con modi un poco spiccioli, si erano dati alla forzata epurazione del vizio a partire da Firenze. La figura di Filippo Neri, la sua importanza nell’ambito delle politiche della Controriforma, come la storia dell’ordine monastico domenicano, prima del momento di questa intersezione, mi avevano generato già dei sogni inquieti, diciamo delle immaginazioni che fuoriuscivano dalle parole riportate dai libri e dai documenti dell’epoca, quindi delle falsificazioni oniriche rispetto anche alla struttura sintattica di quello che leggevo, come immagini in sovrappiù fuoriuscite da universi esistenti ma paralleli e isolati dalle parole riportate in alcuni documenti  del tempo che avevo per le mani. 

Quando si è verificato il necessario balzo dentro i discorsi di Savonarola che tanto avevano infiammato il padre amatissimo di Filippo Neri, questa proliferazione immaginosa si è accentuata. Queste falsificazioni oniriche, sono diventate un carico insostenibile al punto che ho dovuto inserirle, come fossero essenziali pur essendo incongrue ai fini della mia trama, nel tessuto di un romanzo che parla in effetti apparentemente d’altro.  Ossia di una donna di nome Costanza nata cento anni dopo quel giorno in cui il giovane Girolamo vergava la poesia “De ruina Ecclesiae”. Questo perché tra gli altri, proprio Filippo Neri e il suo vivere in Roma, sono stati elementi fondamentali nella biografia che ho inventato per la mia amatissima santa viva Costanza. Resta che la poesia (anche quella di Girolamo Savonarola) più di tutto dice agli altri ciò che le donne e gli uomini che la scrivono, non sanno fino in fondo di avere negli occhi e nel cuore.


Per gli amici che mi leggono, dato che in questo periodo dobbiamo dare un valore altro a tutto il tempo che abbiamo a disposizione restando a casa, un capitolo abbozzato del mio romanzo in cui, liberando l’ennesima digressione, riporto quelle falsificazioni incongrue di cui sopra. 


Escluse le donne

Dovendo tu, popolo fiorentino, egli ricordo bene disse, indicandoci a uno a uno noi che eravamo lì a Palazzo Vecchio, io con il Nicotera, te lo ricordi? No, non te lo ricordi, che egli morì quando tua mamma era gravida. Noi che gli eravamo corsi dietro fin là da subito eravamo tra i primi della fila dattorno” 

A quel punto il babbo deglutì e Pippo vide il pomo che egli aveva pronunciatissimo, spostarsi da sotto il mento a un secondo posto, più giù lungo la gola, lo vide benissimo stavolta perché si trovava sulle ginocchia del padre. Gli osservava spesso questa sua enormità che spuntava vistosamente dal collo esile d’uccello e che faceva il paio, nel conferirgli l’aspetto da volatile con un naso a becco e con il capo quasi glabro, non fosse per qualche ciuffetto rado di pelo canuto. Sul qual capo del babbo, quei ciuffi davano l’idea inoltre che l’avessero spennato malamente.

Anche quando il babbo parlava senza badare al figlio che sempre lo guardava da sotto a sopra, di lontano, da vicino che suo padre era tutto il mondo per lui, mai perdendolo di vista che avrebbe perso dalla sua portata l’intiero creato. E poi quelle poche volte che si trovava sulle ginocchia di quell’uomo secco e di gamba corta, Pippo era proprio felice per quel giuoco cui il pomo di suo padre lo invitava nonostante le parole spesso severe, o che spesso il bambino non capiva, essendo stato trattato da omo fatto più o meno da che aveva anni tre. Ossia dal tristo giorno che mamma si spense.

“Ma c’erano quasi tutti i fiorentini pronti al suo ordine a sentirsi esclusivamente chiamati dal quel dito che diceva, Tu, Tu sei il soldato che brandisce la spada di Dio. Anche se il dito pareva indicare me medesimo e soltanto, tanto mi significava quel Tu essere rivolto esclusivamente a me: Tu, devi formare un nuovo governo, ti convocai qui, escluse le donne. Ti proposi quattro cose da fare: temere Dio, amare il bene comune, fare tutto un bene generale e riformare la nuova costituzione. Firenze, la tua patria, ha una missione divina, a essere la nuova Gerusalemme, tu la devi condurre a faro del mondo”.

A quel punto il babbo taceva commosso, si alzava senza badare che Pippo gli fosse sulle ginocchia, lo mollava, lasciandolo cadere di peso senza più ricordarsi di lui. Quasi sempre a quel punto di un racconto narrato decine di volte si avviava verso la botola che c’era di lato alla bocca del camino, la sollevava e discendeva come inghiottito dal pavimento giù per una scala scricchiolante che lo portava in un posto che Pippo non poté visitare prima del suo tredicesimo compleanno, giorno in cui, come fosse un rito lungamente propiziato e programmato per il compimento del genetliaco dell’erede, il padre ve lo introdusse. E poi ve lo chiamò ogni qual volta, avvinazzato a sufficienza per contenersi ancor meno del normale, fosse in vena di rivangare il passato. 

Filippo, anni dopo, giovanotto vagabondo e ilare, prima di addormentarsi su qualche giaciglio di fortuna nei pressi del ancor quasi servaggio rione Trastevere, spesso lo ricordava quel suo padre. Ricordava specie la notte di Natale del 1527. Qualche mese prima di quella notte, a maggio di quello stesso anno, la bellissima e fetida Roma si vide diminuita di oltre un terzo dei suoi abitanti da uno dei flagelli più inimmaginabili che mai dalla fondazione ne capitarono di uguali alla città eterna. Savonarola l’aveva vaticinato. Tra alambicchi opachi di calcare e stranezze da fattucchiera più che da alchimista, il babbo invece che procurargli una mensa natalizia, quella notte aveva fatto sedere il figliolo di tredici anni che era allora, su una sedia sfondata di fronte a lui, il quale padre intanto accendeva ben sette candele, lui avarissimo, disposte geometricamente sul suo sbilenco tavolo da lavoro



 “Sai cos’è la lesa maestà? La lesa maestà umana e divina è un reato che riguarda la sfera dell’eresia. Uno di quei reati per cui si applica la tortura senza limiti. Con strappi con la corda fino a dilacerargli i legamenti degli arti, fu spinto a confessare il domenicano nostro. Confessare che i suoi dialoghi con Dio che gli narrava della corruzione di Roma, la quale, figlio, ora a anni dalla morte di Girolamo, è distrutta finalmente dai Lanzichenecchi, egli, il domenicano eccellentissimo, lo disse molto prima che accadesse davvero perché era veggente. Disse che l’immonda città che Papa Borgia aveva reso ancora più empia, sarebbe stata definitivamente devastata, arsa e giustamente violentata dai germani. La tortura solo lo costrinse a ammettere un inganno che non aveva compiuto in modo che lo si potesse condannare. Alla suo ultima ora, con il fiato dei carnefici sulle sue carni dilacerate, Savonarola confessò che nelle sue predicazioni era stato spinto dalla vanagloria. Capisci, figlio? Egli che tanto l’ebbe contro la vanità di fiorentini sodomiti, ubriaconi, giocatori e pure contro le femmine tutte che odiava, che pure le costumate certo non le avrebbe chiamate mai a rifondare la repubblica, ma sicuro neanche l’altre, quelle che con abiti e capigliature attiravano peggio che il miele le api. Quelle erano cercate da quei ragazzi suoi che eravamo noi. Tu figlio ora mi vedi vecchio ma ero il più gagliardo specie con quelle femmine. E come gli ubriaconi e i giocatori nelle bische e nelle osterie, dentro i bordelli le cercavamo per strappargliele quelle vesti e lasciarle ignude e immonde che Dio voleva qualsiasi agire che noi facessimo loro per punirle”.

Per la verità non la scomunica della città convinse i fiorentini più puri di spirito, a recedere dal loro favore per Girolamo Savonarola ma una brillante trovata che ebbe Papa Borgia per dissuaderli nel giro di qualche giorno e far loro impiccare Girolamo, bruciarlo e disperdere le sue ceneri in Arno. Bastò che si minacciasse la confisca di tutti i beni che i mercanti fiorentini avessero in Roma. Che certo non significava solo fiumi di denaro toscano indirizzarsi nelle casse dello Stato Pontificio ma anche il decadimento del potere dei fiorentini più ricchi, che erano da anni ben inseriti nel cuore strategico dell’urbe altrimenti noto come curia. 

La vanità delle cose quanta energia toglie al compito che indubbiamente ha ciascuno di noi? E quale sarà il compito di Pippo, orfano di madre e figlio di un ex notaio, alchimista dilettante, infiammato e incenerito dalla predicazione di Girolamo? Cosa sarà significato amare incondizionatamente un padre tutto concentrato sull’inarrivabilità dello spirito del monaco suo, come appariva a Filippo suo padre. Non musiche, non libri, non femminei e allettanti spasmi da cui mai si è sempiternamente compresi e che per questo bisogna punirli e offenderli. Non cibi, non canti, non amicali bischerate. L’ex notaio aveva scelto di praticare, con qualche umana lacuna, questo non godere. 

In quanti si perdono la gioia più verace di questo non godere? Pochi ma l’ex notaio, egli non sarebbe stato tra questi, sebbene nelle multiple amarezze della vecchiaia finì per bere assai. La gioia di cui per la verità il babbo, sembrava insospettabile latore, sebbene avesse scelto la privazione già dalla prima gioventù per seguire le politiche del monaco suo, era un’invenzione di Pippo, in quanto il babbo mai di gioia parlava ad imitazione di Girolamo che solo distruzione sapeva vaticinare. 

Perdersi nei labirinti terreni in cui pochissime e essenziali cose giacciono come morte per l’uomo retto che non vede più la loro ineffabile somiglianza al creato? Mai! Urlava il babbo al figliolo che un po’ si spaventava, un po’ rideva per sdrammatizzare una furia paterna che lo esaltava ma anche lo terrorizzava.  Quanto questa vanità fatta di sensi di colpa, inutili desideri, bramosia di possesso che toglie spirito a ciò che davvero si ama, stornando soprattutto all’oggetto del desiderio la sua identità soprannaturale di creatura di Dio. Scuoteva la testa l’implacabile ex notaio.  Quanti tra gli uomini sanno fare di ciò che bramano l’oggetto che li conchiude al vero guardare gli orizzonti della propria anima? Che li trasla dalla strada in cui i sandali si mischiano con la polvere del cammino e il sentiero pedestre diventa destino che si frappone tra le cattive volontà nostre e i disegni superni cui l’anima sempre partecipa malgrado noi.

Pippo ascoltava e reinventava le parole del babbo che ripeteva stralci di certi discorsi uditi in gioventù, mimando il fervore predicatorio del domenicano Savonarola a più riprese, non appena ci fossero più di due persone nei paraggi. E che fece anche mentre la mamma spirava quasi inavvertitamente nel suo letto di cenci, sfiancata da tutto il lavorare che le era toccato da quando il marito aveva scelto per mestiere di fare il seguace di Savonarola. 

Quella mattina che finalmente il suo corpo disfatto di donna meno che trentenne, dopo aver partorito il quarto figliolo se ne andava dalla vita terrena con un sollievo irriferibile, vi lasciò Pippo che quasi non se ne accorse, tanto ascoltava a bocca aperta le fascinose e inquietanti predicazioni dell’amico di Girolamo. 

A una certa ora di un preciso giorno del 1515 Leone X, figlio del Magnifico, entrava in Firenze con tutto il clamore da cui un corteo papale non può astenersi quando si tratta di restaurare un certo potere. Il corteo entrò in Firenze da Porta Romana e attraversò la costa di San Giorgio e lo si sarebbe potuto scorgere in effetti  dalla finestra di quella casa in cui Pippo in quel momento neonato di pochi mesi giaceva dimenticato.  Pacifico e sorridente tra i cenci del giaciglio in cui di recente la madre lo aveva sgravato, solo, mentre il padre armeggiava nel sottosuolo, in quella tana in cui si sapeva fosse più o meno sempre, ancora inconsolabile dell’ormai antico rogo del suo monaco. E la madre che sarebbe morta solo qualche anno dopo, girava tra le case della costa di San Giorgio, e raccogliendo i panni che forse qualcuno avesse avuto da darle per farsi rammendare, andava chiedendosi tra sé che fosse tutto quel clamore e pompa al passaggio di un’altra inutile processione. 

VentiVenti 17 aprile La Sapienza spostato

Purtroppo il convegno VentiVenti per un’interpretazione della poesia di inizio secolo organizzato dalla rivista di poesia Polisemie presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” è stato spostato a data da destinarsi.


Pertanto la mia partecipazione ai lavori del convegno riguardante l’ambito:

Testo e società, azione e reazione – Rapporto tra testo poetico e realtà sociale: come la poesia possa farsi interprete del contesto attuale e quanto l’atto poetico riesca a incidere nella trama sociale

E’ rimandata.

In questi giorni sto comunque lavorando alla composizione e all’illustrazione dei dieci anni di attività di Contemporanea Fondo Librario di Poesia e a tutte le azioni sociali poste in essere attraverso l’organizzazione di progetti legati in vario modo alla poesia nel suo ruolo di agente e reagente sociale necessario a cogliere le criticità e le possibilità entro un discorso strettamente contemporaneo. Nello specifico avrò senz’altro modo di illustrare nella sede della nuova data che sarà designata per il convegno Ventiventi, e in altra sede, il progetto di laboratori scolastici L’albero capovolto 2020 che si è tenuto con la collaborazione organizzativa della professoressa Antonella Palummieri per tutto il mese di febbraio 2020 presso l’Istituto comprensivo Falcone e Borsellino.

Isolamento

Del libro come oggetto rivelatore

Ci sono scoperte che non si fanno senza lasciarsi modificare, ci sono guadagni di conoscenza che si fanno solo in concreto, scriveva nel 2013 Luisa Muraro nella prefazione alla seconda edizione di un libro intitolato Le amiche di Dio. Margherita e le altre, uscito per la prima volta nel 2001. Margherita è Margherita Porete, esponente del beghinaggio delle origini nata a Hennegau (in italiano storico Annonia nell’attuale Belgio) tra il 1250 e il 1260 e morta sul rogo a Parigi il primo giugno 1310, autrice de Lo specchio delle anime semplici, fu bruciata dopo un lungo processo per aver rifiutato di togliere il suo libro dalla circolazione e per aver rifiutato di ritrattare le sue idee.

Perché la parola isolamento mi fa tornare a questo libro? Il primo motivo è una coincidenza. Quando dieci giorni fa insieme a Anna Maria Curci abbiamo presentato Annina Tragicomica presso la libreria Odradek di Roma, avevo già in mente di comprare tre regali.

Poi, per raggiungere la libreria, attraversando il centro di Roma in una domenica mattina uggiosa, già abbastanza disertato per via del virus, con la sorpresa, proprio quel giorno, di trovare San Luigi dei Francesi sprangata, il mio proposito si è rafforzato. Tanto che appena arrivata in libreria ho comprato per mia figlia La scopa del sistema di David Foster Wallace (Einaudi, 2014) perché è un titolo che mi aveva già chiesto un paio di volte. Per mia madre ho comprato Bella mia di Donatella Dipietrantonio (Einaudi, 2018) lei sa il perché. E per me, ritrovamento junghianamente sincronico per eccellenza dato che non ero a conoscenza dell’esistenza di questo libro, La notte delle beghine (Beat edizioni, 2020) di Aline Kiner, scoprendo uno dei romanzi storici più belli e più utili di sempre.

Ma torniamo all’isolamento e alla nuova indicazione restrittiva di restarsene noi italiani, tutti in casa, restrizione che minaccia di essere sempre più stringente. Per la verità a me il senso di isolamento me lo ha dato di più, in tempi non infetti, l’aleggiare di relazioni sociali qualitativamente instabili e la latitanza sempiterna di orientamenti cui affidarmi. Certo non escludo che questo possa essere stato un problema mio o della mia generazione o di tutti quelle e quelli che nonostante l’età adulta non riescono, come me, per un motivo a o un altro, a individuarsi come soggetti di questo mondo. Parlo di quel brancolare in un tipo di isolamento che si finge socialità un po’ per consolazione, quando non ci relazioniamo in modo soddisfacente a un ordine simbolico vigente, prima che a un ordine sociale. Quando, restando un minimo onesti intellettualmente, si fatica a trovare un luogo comune entro il quale ci si possa ritrovare in una rappresentazione plausibile di noi stessi.


Letta nel momento storico di necessario e straordinario isolamento in cui ci troviamo ora, ciò che arriva dalle parole de Lo specchio delle anime semplici di Margherita Porete è una mistica che può in qualche modo incontrare la contemporaneità nella libertà di consentirsi a una solitudine, più che a un isolamento, di altra natura: nel silenzio delle passioni contraddittorie, dice Jung, l’io individuato può sentirsi oggetto di un soggetto ignoto e superiore. Certi lo chiamano Dio, io lo chiamo poesia. Margherita Porete da buona eretica e in largo anticipo su Lutero, professava tra l’altro la non necessità di intermediari nel suo dialogo con questo soggetto ignoto e superiore.

Le amiche di Dio inizia con una prefazione che testimonia un sorpasso metodologico attraverso cui Muraro ha dato luogo a un’indagine storica e filosofica del tutto nuova intorno un’esperienza erroneamente creduta isolata, quella della mistica medievale femminile. Ossia Muraro ha ipotizzato, come premessa l’esplorazione della “possibilità di una ricerca scientifica condotta e esposta in un linguaggio non specialistico” arrivando con ciò a un guadagno di conoscenza fatto in concreto che il romanzo di Kiner, con La notte delle beghine, edito in Francia nel 2017, sembra raccogliere e inserire in un contesto molto ampio, connettendo l’avvenimento “isolato” del rogo di Margherita a un orizzonte di eventi che ha dato luogo per secoli alla quasi totale sparizione di questo personaggio e del suo libro. E all’esclusione dell’importanza politica del primo beghinaggio dagli orizzonti della storia europea.

Kiner nel suo romanzo racconta anche quali potessero essere i motivi soprattutto economici per cui nella Parigi dei primi anni dieci del Trecento il rogo della, tutto sommato insignificante beghina Margherita Porete, segue di poco quello di un gran numero di importantissimi esponenti dell’ordine dei Templari.

Per via del romanzo che sto scrivendo, che tra l’altro riguarda una mistica minore italiana vissuta nel Seicento e appartenente all’ordine monastico delle domenicane, ho appreso che nel tredicesimo secolo le beghine non appartenevano a un ordine religioso ma avevano delle proprietà. Vivevano in eremitaggio o in case comuni, in collegi con delle regole molto precise in merito all’accoglienza e alla solidarietà da riservare alle donne non soltanto religiose, quanto bisognose di un rifugio per via della loro quasi totale esclusione dalla società a causa dell’indigenza o quando si trovavano al di fuori del matrimonio.

Nella Roma del Cinquecento tuttavia le discendenti di quella linea di pensiero erano diventate beghine della penitenza di San Domenico e quindi inevitabilmente collegate a quell’ordine monastico, fino a essere trasformate da Pio V nel 1566 attraverso l’imposizione di strette clausure e voti solenni a qualcosa di convergente nella monacazione vera e propria.

Kiner e Muraro, con un romanzo la prima e con un saggio la seconda, adottando un linguaggio non scientifico ma rigorosissimo, mettono in luce proprio un’ambivalenza che di questi tempi mi pare fondamentale individuare nella parola isolamento.

Afflato all’isolamento come raccoglimento volto a una qualche forma di indipendenza e la riduzione all’isolamento che rasenta la cattività, entrambe intese come dinamiche composte e contrapposte della storia, e non soltanto di quella relativa al beghinaggio delle origini. L’isolamento delle beghine si riferiva in entrambi i casi a una marginalità conscia di doversi intendere rifugio che scongiurasse l’abbandono o peggio le aggressioni da parte degli eventi legati a una forma di storia maggiore. Una forza maggiore che tende a cancellare (magari a un certo punto non riuscendoci più) la non appartenenza alle dinamiche del suo corso e di conseguenza l’essenza anomala della soggettività di ciascuno.

Luisa Muraro e Aline Kiner

Ma ben più preziosa è quella interezza per la nostra intelligenza della vicenda di Margherita e del suo libro. Lo specchio delle anime semplici, prima della scoperta del 1944, era il relitto di un mondo condannato, escluso dalla tradizione e reso così inafferrabile nella sua integrità, raggiungibile solo nei suoi sparsi documenti dalla ricostruzione erudita, e a sua volta frammentaria a causa dello specialismo. Luisa Muraro, Le amiche di Dio. Margherita e le altre, Orthotes Editrice, 2013 p. 131

Contemporanea Fondo Librario

Contemporanea Fondo Librario

Finalmente la nuova definizione del fondo librario è stata attivata. Nuovo il sito, nuove le iniziative, immutato l’impegno culturale. Contemporanea fondo librario c’è e continua il suo lavoro, ora e per l’avvenire da remoto. Conclusa la prima parte del progetto L’albero capovolto riguardante i laboratori scolastici si procederà a darne opportuno conto.

Ripensiamoci

L'8 marzo, la Ferrante Fever e il covid-19

Oggi è l’8 marzo e adesso come adesso non so più come pensare l’importanza di questa data. C’è da dire che la normalità non è mai stata il mio forte. Ma oggi soprattutto sento un’empatia profonda e una viva solidarietà con le persone “divise” negli affetti, dal decreto emanato dal Governo Italiano stanotte. In questo momento il legame con figli, genitori, nonni e amici veri, a mio avviso è qualcosa da riconsiderare in termini fondativi. Qualcosa che le donne più di tutti sono portate a considerare non solo culturalmente ma anche affettivamente, al di là delle questioni strettamente individuali, come il punto di contatto con una vulnerabilità personale e altrui che più che spaventare, deve essere accettata, rispettata e sorvegliata.  

Gli eventi pubblici programmati nei prossimi mesi, tutti in forse, non tolgono niente al mio entusiasmo di lavorare su quello che c’è in questo momento di veramente nuovo e a quello che c’è sempre stato. Perciò il rimpianto relativo alla perdita della normalità non ce l’ho. Senza nulla togliere al senso di responsabilità verso me stessa e verso gli altri, il rimpianto per la perduta normalità non mi riguarda. Anche perché prima di questi strani giorni la normalità mi è sempre sembrata qualcosa di deformante e posticcio, insomma una specie di diversivo che ho eluso più di quanto ora stia cercando di evitare a me e al prossimo mio il covid-19.  

In queste ore di riflessione, studi e cura dei miei cari, in qualche modo tutto si integra. Tutto trova una prossimità nella non esclusione: l’oggettiva preoccupazione, l’affacciarsi di idee davvero contemporanee e interessanti che il cappello della normalità collettiva è altrimenti teso a nascondersi, lo straniamento che le distanze di sicurezza imposte, arrecano entro gli spazi della topografia suburbana.

Inoltre, molto importante per me e per altre e altri, in questi giorni in Italia di pari passo con il crescere della conta dei contagiati, si è avuta una rinnovata diffusione della Ferrante Fever, attraverso la trasmissione della seconda stagione della fiction de L’amica geniale che riguarda il secondo libro della saga, Storia del nuovo cognome.

Ho seguito le puntate come molte e molti per amore, riflettendo anche che quello per Elena Ferrante è l’amore più longevo della mia vita. Avevo poco più di vent’anni e mi ricordo come se fosse ieri il colpo di fulmine così determinante per il mio destino, quel giorno in cui sono andata al cinema a vedere L’amore molesto. Però è un amore che nel mio caso non si è mai potuto permettere di essere acritico e che a ogni passo mi ha costretta a fare i conti con un imperativo tutto mio, di dovermelo circostanziare e ridiscutere sempre, di doverlo giustificare a me stessa, come se da ciò dipendesse tantissimo, quasi tutto quello che negli anni mi ha riguardato come fidanzata, amante, moglie (due volte), madre (tre volte), figlia, nipote, amica, italiana.

Negli ultimi otto anni e dopo la pubblicazione del mio libro in Germania nel 2018, e ancora di più negli ultimi sei mesi, mi sono dedicata, al mio libro su Ferrante a breve in uscita in Italia. Quello su questa autrice è stato il lavoro che più di tutti gli altri ha impegnata disciplinandola, la mia capacità di studio, traduzione, lettura, scrittura, riflessione fino dal mio primo intervento pubblico su questa autrice nel mese di dicembre 2012 per la Società Italiana delle Letterate attraverso Letterate Magazine.

In questo 8 marzo di calamitosa semiclausura, è proprio alla luce del lavoro su Ferrante che non posso fare a meno di ripensare al concetto di normalità e a come questa abbia un significato alternativo e fondamentale nell’opera di questa autrice, e secondo me anche nelle motivazioni più silenziose e profonde che hanno scatenato la diffusione della Ferrante Fever.

In  Storia della bambina perduta, ultimo libro della tetralogia  a partire da pagina  158 Ferrante inserisce  l’episodio del terremoto del 23 novembre del 1980 che, come tutti sanno, è stato un evento violentissimo che colpì Napoli, la Campania e la Basilicata in modo devastante. Questo avvenimento nell’economia della storia delle due amiche Lila e Lenuccia è un fatto decisivo, poiché è l’unico momento de L’amica geniale in cui Lila parla della sua visione della vita come qualcosa in ogni momento passibile di cedimento rispetto agli apparecchiamenti posticci che mette in campo il desiderio di normalità. Questo sentimento Elena Ferrante lo ha colto perfettamente e nominato con una sola parola: smarginarsi che è una parola su cui ora più che mai bisognerebbe riflettere in termini di genere e anche a prescindere dal genere, per sdoganare molte, troppe credenze e pretese in merito al pensare la pur necessaria normalità, come un diritto esclusivo di tutto quello che non è normale.

Ferrante scrive

Borbottò che non doveva mai distrarsi, se si distraeva le cose vere, che con le loro contorsioni violente, dolorose, la terrorizzavano, prendevano il sopravvento su quelle finte che con la loro compostezza fisica e morale la calmavano, e lei sprofondava in una realtà pasticciata, collacea, senza riuscire più a dare contorni nitidi alle sensazioni. Un’emozione tattile si scioglieva in visiva, una visiva si scioglieva in olfattiva, ah che cos’è il mondo vero, Lenù, l’abbiamo visto adesso, niente niente niente di cui si possa dire definitivamente: è così (p.162)


Buon 8 marzo allora a tutte e tutti, un abbraccio a distanza con la vicinanza di sempre e a presto!