Sette ghiande

SECONDA PARTE. La prima parte qui

“La caparbia, inesausta lezione delle fiabe” scriveva Cristina Campo ne Il flauto e il tappeto pubblicato nel 1971 “è dunque la vittoria sulla legge di necessità, il passaggio costante a un nuovo ordine di rapporti e assolutamente niente altro, perché assolutamente niente altro c’è da imparare su questa terra”. E sempre nello stesso contesto Campo si rivolgeva al poeta “È certo una parabola del poeta, questo nemico involontario della legge di necessità. Che può fare il poeta ingiustamente punito se non mutare le notti in giorni, le tenebre in luce?”

Se a questi giorni si potesse dare un piccolo merito o demerito, a seconda dei punti di vista, sarebbe nell’avere evidenziato quello che è necessario e quello che non lo è.  Il necessario Campo lo individua in un punto ridottissimo, direi uno snodo, non tra il prima e il dopo, piuttosto entro un passaggio da un ordine di cose all’altro, noi volenti o nolenti. Questo passaggio riguarda tutto, anche il/la poeta che sebbene, secondo Campo, siano entrambi svantaggiati nel maneggiare il servibile, proprio in virtù della loro inimicizia con il principio ineludibile di necessità, nel cambiamento vedono meglio l’avvisaglia, la definizione, e una possibilità raminga, da provare a accordare a quanto sta mutando.

Viviamo la primavera più secca degli ultimi settant’anni e se ne parla poco.  A di là di qualche giorno di pioggia blanda, il suolo è già arido come in luglio. Proprio per via di questa aridità che in alcuni punti non fa crescere l’erba, qualche giorno fa, sotto la quercia del mio giardino ho trovato sette piccole piante spuntate da altrettante ghiande neanche del tutto interrate. Mi è tornato alla mente che l’albero da cui venivano quelle ghiande così coriacee e pronte a essere qualcosa altrimenti dal loro essere ghianda, lo aveva piantato mio nonno. Mio nonno è sempre stato un originale. Un giorno è partito da casa a piedi con un badile, convinto che avrebbe trovato in qualche terreno incolto della campagna intorno, una ghianda germinata che avrebbe potuto diventare un albero. Ma se vuoi un albero vai al vivaio e te lo compri, mi ricordo di avergli detto con il cinismo dell’adolescente consumista dei tardi anni Ottanta. Mio Nonno tornò dalla spedizione con una piantina esile infilata nel taschino della camicia e la piantò, recintandola alla meglio, per difenderla dall’essere calpestata o falciata quando si rasava il prato.

Sette ghiande pronte a diventare altrettanti alberi non sono poca cosa di questi tempi, specie se l’albero da cui vengono non l’hai comprato al vivaio. Perciò ho preso una paletta da spiaggia dei miei figli di quando erano piccoli e carpendo la poca terra intorno alle ghiande, le ho piantate in sette vasetti di plastica. Perché, mi sbaglierò, ma se la legge di necessità si impone, Cristina Campo e mio nonno mi hanno insegnato a credere che comunque possiamo stringere accordi tutti nostri con il mutamento.

Il lockdown dovrebbe ancora durare dei giorni, stando alle notizie che vengono diffuse dai principali media. Avevo iniziato nell’articolo precedente a fare un po’ il punto, senza pretese di esaustività, su l’aria che tira riguardo alla poesia in questo momento, nella parzialità in cui l’ho seguita finora e cerco, in questi giorni di continuare a seguirla. Osservo che da questa maggiore attenzione prodotta soprattutto dall’accresciuto aumentare del tempo da dedicare alla cosa, ne risulta una strana effervescenza nel parlare di poesia attraverso canali mediatici alternativi che si pongono al lato di realtà solide e di lungo corso.

UNO, WEB TV. Nasce ad esempio KatÀstrofi Stati di eccezione televisibili che è una trasmissione di WebTV dedicata alla poesia, alla letteratura e alle arti in genere presentata dal progetto Argo TV e da Autoanalfabeta University of Utopia e ideata da Lello Voce e Valerio Cuccaroni. Ho avuto modo di seguire la prima puntata il 15 aprile che può essere vista qui.  Il motivo per cui l’ho seguita è stata l’annunciata presenza tra gli altri di Gabriele Frasca ma al termine della lunghissima trasmissione ho trovato più convincente l’intervento di Franca Mancinelli, la quale ha inteso più degli altri  la necessità di non essere  riepilogativa di uno stato di cose evidenti, optando per lo svantaggio  di restituire dal proprio punto di vista, lo stato di sospensione che stiamo condividendo poeti e no, il quale non è ancora affrontabile con gli strumenti della poesia.

Ecco mi ha colto di sorpresa, e mi è piaciuto dato il contesto, e mi ha detto molto, questa bella laconicità dell’intervento di Mancinelli arricchito da immagini semplici, piuttosto che visioni e ricette politiche, che mi interessano ma che forse ora come ora alla poesia servono ancora meno di quanto anche prima, tutto ciò servisse poco e niente. Ieri mercoledì 22 è andata in onda la puntata intitolata ‘Il virus è un linguaggio‘, a dialogare nell’agorà multimediale di KatÀstrofi sei poeti (alcuni dei quali anche traduttori) che fanno ben sperare: Maria Grazia Calandrone, Marco Giovenale, Rosaria Rosi Lo Russo, Adriano Padua e Fabrizio Venerandi. Appena potrò, questa puntata la guarderò con piacere.

DUE, WEB RADIO. FangoRadio trasmette dal lunedì al venerdì, qualche volta anche il sabato o la domenica. Per ascoltarla ci si può direttamente collegare a questo link. Nell’ambito del palinsesto di Fango la scrittrice e poeta Francesca Matteoni ogni martedì alle 21,30 conduce Sàivu – Survival Kit una trasmissione in cui a parlare è la poesia.  Il programma si basa su una breve e puntuale introduzione della conduttrice e una lettura dei propri versi eseguita dall’autore ospitato, intercalata da una playlist proposta dallo stesso. Grazie alla sensibilità della conduttrice, poesia e radio qui vengono proposti come un connubio che si rivela ancora molto interessante. 

TRE, UNIVERSITA’. In questi giorni si sarebbe dovuto tenere il convegno internazionale VentiVenti organizzato dalla rivista Polisemie che nasce dall’iniziativa   di   giovani   ricercatori   e   studenti dell’Università di Roma Sapienza, dell’Università degli  Studi di  Siena,  dell’Alma Mater  Studiorum  di Bologna  e dell’Università  di  Warwick,  per  approfondire  lo studio della poesia contemporanea in Italia e fuori. Il convegno nello specifico si proponeva di favorire un’interpretazione della poesia d’inizio secolo. Qui avrei dovuto partecipare intendendolo come un momento riepilogativo collaterale alla mia scrittura, in relazione alle attività di Contemporanea Fondo Librario. Inoltre la mia presenza in quel contesto ho reputato che avrebbe costituito una buona possibilità di illustrazione dei laboratori scolastici di poesia che quest’anno hanno fatto giusto in tempo ad avere luogo prima del lockdown.

Il Convegno avrebbe accolto alla Sapienza per tre giornate intere studiosi provenienti da tutto il mondo. Il primo numero di Polisemie sarebbe uscito in seguito invece che ora, come in effetti è uscito e disponibile online qui. Questo fascicolo propone approfondimenti su Robert Viscusi, Valerio Magrelli, Franca Mancinelli, Luigi Di Ruscio, Domenico Brancale, Maxime Cella e Giulia Martini, insieme ad un’intervista ad Antonella Anedda. Tutti gli articoli sono consultabili sul sito della University of Warwick Press.

QUATTRO, DIGITALE.  Anche l’editoriale di Polisemie promette bene: si vorrebbe  capire  “il  presente,  nelle  sue  forme  che a priori non possono che apparire irriducibilmente caotiche” si punta all’obiettivo “di tracciare i contorni del fenomeno della scrittura poetica in un sistema ordinato –anche se provvisorio e parziale” si vuole “leggere con la stessa attenzione gli autori di quello che  si  delinea  come  un  canone  degli  anni Duemila  e  quelli  il  cui  nome  è  ancora sconosciuto, allo scopo di farne materia di studio accademico”. Si parla della riaffermazione della dignità letteraria della scrittura in versi e si profila per la ricerca letteraria la capacità “di avere un contatto e un impatto sulla società e sulla realtà attuale”. Quest’ultima cosa mi pare grandemente auspicabile, per come la vedo io, ammesso che si riesca a non far passare la ricerca letteraria in ambito poetico come socialmente efficace quando utilizza lo stesso linguaggio di narrazioni politiche e intelletualistiche che imitano quei linguaggi senza dire granché.

CINQUE, CARTA. Il Segnale è una rivista di ricerca letteraria che amo particolarmente. Nasce nel 1981 a Milano con la fondazione di una cooperativa di poeti, I Dispari. A conclusione di un lungo lavoro teorico (nella rubrica Poesia & Scuola) e sul campo, nel 1983 la rivista promuove, in collaborazione con il Comune di Milano, l’importante Convegno Scuola e Poesia, introdotto da una relazione di Mario Spinella. Qui tutte le tappe compiute dalla rivista fino ad oggi.

L’ultimo numero in ordine di tempo il 115 viene pubblicato prima dell’irruzione del covid-19 e ospita un mio intervento L’equivoco che diventa linguaggio, nella sezione Soggettività e scrittura che viene descritta in questo modo dalla redazione: “questa rubrica può essere equiparata ad una vera e propria dichiarazione di intenti programmatici della rivista. Una procedura sistematica per proporre l’accostamento di pensieri che, nell’atto stesso dello scrivere, ricercano il piacere dello scandaglio in territori di riflessione inesplorati, singolari e comparabili a generi letterari diversi.”

Di particolare interesse in questo numero i due articoli dell’attuale direttore, Gianluca Bocchinfuso Se il futuro ha radici negli alberi” la lettura del quale mi ha aiutato nell’immaginare una formulazione iniziale per questa seconda parte del mio excursus. E un altro articolo a mio avviso molto importante “Dalla letteratura che resiste alla letteratura che si rinnova” che informa relativamente alla letteratura contemporanea scritta da autori translingue sottolineando tra l’altro la scarsa conoscenza del fenomeno da parte dei lettori italiani. Come fondo librario su l’argomenti bilinguismo, dialetti e lingua madre ho avuto il piacere di ospitare e di interloquire fattivamente nell’ambito dei laboratori scolastici degli anni scorsi, con gli interventi che Paola Del Zoppo ( 1 e 2) e Anna Maria Curci (qui e qui) hanno pensato di condividere entro la nostra progettazione.

SEI, CARTA E/O DIGITALE. Quando si parla di poesia è importante ricordare la voce di Maria Clelia Cardona che nelle pagine di Leggendaria (il cui abbonamento è disponibile sia in formato cartaceo che in formato digitale) attraverso la sua rubrica dedicata alla poesia, si è occupata diffusamente e con acume, negli ultimi due numeri pubblicati, il 139 e il 140, rispettivamente della poesia di Mariangela Gualtieri e di Annelisa Alleva.

L’ultima ghianda, la SETTIMA, riguarda l’EDITORIA di POESIA nella veste dell’editore Arcipelago Itaca che nell’ultimo periodo ha pubblicato tre libri a mio avviso tra i più importanti di quelli arrivati al fondo librario: Anna Maria Curci, Nei giorni per versi, Andrea Raos Le avventure dell’Allegro Leprotto e altre storie inospitali, Patrizia Sardisco, Autism Spectrum.

Mi fermo qui con le segnalazioni perché la poesia non è un excursus anche se a volte le liste servono a cercare di non dimenticare. Questo articolo come il precedente nasce dal desiderio di dare a Contemporanea Fondo Librario uno spunto iniziale volto a una visione quanto più aperta possibile entro un discorso sull’attualità della poesia che accomuna un discreto numero di persone. Spero che i link riportati nonostante la soggettività dei miei gusti e l’inevitabile parzialità della mia visione, possano essere di una qualche utilità a chi desideri soprattutto farsi un’idea propria ma informata, sul lavoro approfondito e stratificato di molte e molti quando si scrive e si parla di poesia italiana contemporanea.

La poesia è una persona

PRIMA PARTE

Nel 1998 avevo 25 anni e Poesia pubblicata da Crocetti  la trovai per la prima volta all’edicola del mio paese. Una sorpresa, la poesia non mi arrivava in quel caso come Anterem, per posta sotto forma di un prestigioso fascicolo, ma un giorno per caso l’ho trovata che mi guardava dall’edicola della piazza attraverso la foto di un volto di una persona che non era detto che fosse morta, anzi. Come per Anterem quelle persone agivano da vive, nei versi che scrivevano, evidentemente anche dentro la mia vita. Ricordo benissimo l’impressione che suscitò in me la lettura de L’infanzia dei nomi di Giorgio Bonacini trovata su un numero di Anterem quando quel poema era ancora in uno stato germinale, e quanto quel precedente che ha legato la mia formazione di poeta a quella rivista, abbia reso il mio lavoro di scrittura potenzialmente foriero di tutto il nuovo che ha più o meno potuto esprimere poi.

Il numero 358 di Poesia non è che ci sono partita da casa per comprarlo perché in quel caso avrei dovuto giustificare l’uscita come di stringente necessità. E a dirvela tutta in tempi di lockdown dire alla Municipale che una rivista di poesia può rientrare in quella casistica, mi è sembrato rischioso. L’ho invece comprato in quella stessa edicola di fronte alla farmacia, in cui comprai il primo numero dei tantissimi acquistati poi, uno o due giorni prima di Pasqua quando ho avuto la giustificazione di andare in paese in quanto le preziose mascherine erano finalmente arrivate.

Perciò in maschera e con la mano guantata in lattice, ho finalmente potuto procedere all’acquisto rituale dell’ultimo storico numero in cui Poesia esce in quella che ormai era la veste editoriale di sempre. Poi da maggio 2020 non sarà più un mensile disponibile in edicola ma un bimestrale con il doppio delle pagine, da comprare in libreria: “Lo sforzo del cambiamento, la solidità e il prestigio di un editore storico come Feltrinelli, il lavoro di vecchi e nuovi collaboratori ci consentiranno di ampliare l’offerta di proposte, di articoli e di traduzioni dei maggiori poeti di tutto il mondo” leggo, e non mi consola, sull’editoriale dell’ultimo numero di un giornale che non troverò mai più all’edicola in piazza. In copertina il volto gentile ma per niente rassicurante di Nelly Sachs e all’interno tra l’altro Rimbaud, che recita il titolo dell’articolo in modo assai indicativo dati i tempi, fu un poeta che superò se stesso fino ad annientarsi.

Lo sappiamo, lo abbiamo detto, lo abbiamo ascoltato fino allo sfinimento, questa fase così densa e straniante data dall’immobilità da lockdown, al di là della retorica dell’#andratuttobene e dei soliti catastrofisti, riguarda tutto: l’amplificazione delle cose per quelle che sono, la metabolizzazione di un recentissimo a posteriori di ciò che era contemporaneo solo meno di due mesi fa, per non parlare della lotta di certe cose per restare tali mentre quelle che si vogliono nuove di zecca nascono alla luce perturbata di un oggi che arriverà a breve ma di cui sappiamo ancora pochissimo.

Comunque chi può si impegna in un adeguamento a una complessità ulteriore, che se non fosse così spaventosa sarebbe avvincente. Questo adeguamento lo sta mettendo in campo anche il mondo della poesia o per lo meno quello che concerne alcune scritture definite come tali o movimenti performativi che emergono sotto questo nome insieme alla loro analisi e diffusione.

Anterem che quest’anno bandisce la trentaquattresima edizione del Premio Lorenzo Montano (qui il bando a scadenza 30 aprile) include la possibilità dell’invio in formato pdf anche relativamente ai libri editi partecipanti. E con l’occasione la redazione mette in consultazione gratuita online attraverso il suo sito, il consueto Carte nel Vento, (disponibile qui) periodico del premio che propone la presentazione delle opere segnalate e finaliste dell’edizione 2018: “Tutte le opere sono introdotte dalle note della redazione di “Anterem”: senza definizioni generiche, abbiamo cercato anche questa volta di accompagnare le poesie e le prose qui contenute con spunti di lettura originali”.

Anterem è una rivista letteraria fondata nel 1976 e nasce come un laboratorio fortemente orientato alla ricerca nell’ambito della poesia della contemporaneità. L’impegno, come scrive la redazione “riguarda la natura stessa del pensiero poetico. Concretamente, “Anterem” è il risultato del confronto tra ricerca poetica individuale ed elaborazione teorica collettiva”. Dunque un dialogo niente affatto scontato che è avvenuto entro un arco di tempo molto esteso tra uno dei modi in cui si può intendere la specificità della poesia e il mondo di fuori. Il Premio Lorenzo Montano venne costituito per arrivare a questo, oltre che allo stesso fine è stato fondato un Centro di Documentazione sempre intitolato a questo poeta. Una continuità definita dall’appuntamento mai mancato con adeguamenti costanti, che hanno garantito anno dopo anno la pubblicazione delle sillogi inedite vincitrici in versione cartacea, e il lavoro di critica letteraria sui materiali tra editi e inediti pervenuti al premio, condivisi liberamente in rete attraverso pubblicazioni digitali. Anterem ha di fatto costruito, senza pregiudizi, una mappa spazio temporale di quello che è connaturato al variegato tessuto umano della produzione poetica italiana.

Non per fare l’ottimista che non sono ma a me pare che farsi pervadere da una necessità di adeguamento attraverso una mobilitazione e un’espansione delle possibilità fornite dalle risorse cui potenzialmente si ha accesso, sia un fatto che nella difficoltà dell’andamento passato e attuale è annoverabile tra quelli positivi, specie se parliamo di un frangente così specifico e di nicchia come quello della poesia.

Ad esempio l’adesione de il verri alla solidarietà digitale attraverso la possibilità di scaricare gratuitamente il numero 72 “La poesia fa male”  è un buon segno che fa pensare a un desiderio/bisogno di maggiore diffusione relativa alla complessità di certe forme e modalità inerenti, inamovibili e chiuse in quanto tali. La rivista a lungo considerata tra le più importanti in Italia è stata fondata nel 1956 da Luciano Anceschi e ininterrottamente uscita nella sua versione storica fino al 1995 cambiando diversi editori e qualche volta autogestendosi, per poi riprendere l’uscita in una seconda fase dal 1996. Milli Graffi, attuale direttrice, attraverso l’editoriale del numero in questione descrive così il motivo del titolo nato intorno ad alcuni eventi riguardanti lo studio e la commemorazione della poesia di Nanni Balestrini: “La poesia fa male e La poesia fa bene […] estremi assolutamente compatibili e contemporaneamente presenti del linguaggio poetico. Può capitare che nel fare il male, si susciti il bene. E viceversa nel fare il bene (tema che Balestrini ha in seguito ampiamente sviluppato in tutte le sue poesie sul pubblico della poesia) capita che si finisca col produrre una ragguardevole quantità di ipocrisia”.

Di questo numero 72 mi ha molto colpito l’intervento di Chiara Portesine nell’articolo «Bien recueilli, débouté de chacun»*:la missione del critico (accademico). Portesine inquadra per altri versi un aspetto della specificità, stavolta relativa alla critica letteraria che riguarda la poesia, di cui ho avuto modo di parlare attraverso una citazione dal Dopo il covid-19 di Leonardo Caffo (qui) che invece si riferiva alla specificità della filosofia. Scrive Portesine:

“Prendere la parola a proposito di uno ‘stato attuale della critica’ significa accettare preliminarmente una divisione schizofrenica tra due settori di produzione del sapere (l’Accademia e la ‘militanza digitale’) che si esplicitano, nella prassi, in due piattaforme di riproduzione e divulgazione dei contenuti rigidamente perimetrate (le riviste di settore e i blog). A ogni settore la sua narrazione irrelata, un’autofiction della letteratura e dei suoi ‘operatori’ che racconta due campi d’applicazione e due ‘tipi’ umani diversi”.

Non per fare la pessimista che non sono ma se ho capito bene la questione della specificità impegnata nell’esclusivo sondaggio delle proprie complessità così come l’autofiction degli operatori dei diversi settori culturali impegnati nella militanza digitale, produce narrazioni irrelate. Ma che cos’è una narrazione irrelata quando parliamo di poesia o di romanzo? Non che io conosca la risposta. Detto tra noi una cosa che mi solleva è quella di non sapere rispondere a una domanda come questa, da cui può nascere un allettante ginepraio di indagini alla volta di mete pressoché impensabili, questo sia scrivendo romanzi e poesie in proprio, sia ragionando su quelli di altri. Ma il fatto che proprio “ora” l’open sources di molte pubblicazioni diverse tra loro, inizi a inquadrare il problema in termini di “tipi umani” ossia di persone e di comportamenti precipui che definiscono nel bene e nel male l’applicazione delle loro discipline nel contesto social(e), è bello, almeno io lo trovo bello e liberatorio.

L’applicazione e esclusiva dedizione alla propria disciplina e il consenso diffuso alla autonarrazione come velleità, è possibile che, al di là del contesto e del linguaggio in cui avvengono, spesso sembrino un’operazione dello stesso segno? Ci fa male vederli entrambi come limiti appartenenti a un passato pericoloso in cui il mostro è stato soprattutto l’avvento di internet venuto a nuocere a certe accreditate ma rigide integrità cartacee e accademiche? O di contro che sia un bene che quello stesso mostro sia arrivato a promuovere e diffondere disordinatamente, e senza badare troppo a gerarchie e sfumature, contenuti prodotti da tipi umani che, con buona pace di chi vorrebbe diversamente, non sono poi così differenti tra loro e da chi li ha preceduti? Bisognerà che quelli che scrivono se lo chiedano specie ora che più di prima si può non riuscire a cogliere una realtà che quanto a irrealtà, è foriera di sorprese peggio della fantascienza.

A breve la seconda parte.

La noia del lockdown è un camaleonte

SECONDA PARTE. La prima qui

Ci sono poche cose camaleontiche come la noia cioè in grado di diventare a secondo della circostanza, un agente rivelatore di quanto in effetti la libera circolazione, il pudore, qualche bugia normalmente sono sufficienti se non proprio a mascherare, quanto meno a sviare, distraendo dalle cose per quelle che sono.

Qui ci interessa la noia perché sembrerebbe l’argomento principale di molte conversazioni di questi giorni. Leggo su Internazionale di uno studio molto interessante che proprio riguarda la noia. Se a questo punto della nostra evoluzione ancora ci annoiamo sembra ci sia un perché e questo motivo pare essere stato provato da un esperimento in cui di due gruppi di persone, uno cui è stata imposta un’attività noiosa e l’altro un’attività creativa, quando in seconda battuta a entrambi i gruppi viene dato da eseguire un compito creativo, quelli del gruppo che prima si annoiavano risultano essere più brillanti di quelli a cui era toccato il compito creativo sia in prima che in seconda battuta. 

Il lockdown sembra avere il merito di denunciare quello che accade in certe pieghe di fatti pubblici e privati, per una volta amplificato e non silenziato, dal fatto che la noia e l’angoscia sono sentimenti profondamente condivisi, che per certi versi, leggendo qua e là, appaiono dei veri e propri conduttori di tutta l’elettricità emotiva che ci ha investiti. In queste settimane la convivenza o la solitudine forzate tendono, sia in senso collettivo che individuale, a estremizzare quanto c’è, e comunque c’era anche prima, quando si potevano praticare più strade di quelle che dalla cucina portano al divano e dalla camera da letto al bagno. Questa condizione di falsa “normalità” uguale per tutti genera qualcosa di simile proprio alla noia, mentre la precipua “normalità” di ciascuna vita può esacerbarsi in modo contundente ma può anche porsi in ascolto con una soglia di attenzione amplificata.

Nel libro Dopo il covid-19 di Leonardo Caffo uno degli elementi che avviano un’analisi piuttosto estesa parte dall’osservazione che la società contemporanea ha per la maggior parte ignorato la fragilità. Una patina infida quella che scende sulle cose ignorate perché parte dall’altrui per finire inavvertitamente sulle proprie. Questo l’autore lo suggerisce in modo evocativo e convincente nel momento in cui esordendo si chiede, più che del lockdown, quando sarà la fine del consumo del tempo, per arrivare invece che a una ripartenza, all’inizio dell’uso della vita

Per quanto il punto di vista di Caffo sia legato a un concetto di fragilità che rientra nella visione teorica relativa alla sua materia, il suo saggio in questo modo inquadra in una dimensione inedita e tangibile il concetto di fragilità sociale a partire da una critica che inizia con l’ambito filosofico ma che può tranquillamente essere estesa a diversi campi e non soltanto a questioni dell’ordine delle competenze specifiche:


 Decenni trascorsi a chiudere la filosofia entro la dinamica accademica di pubblicazioni astruse e illeggibili, o di una pubblicistica dalla semplificazione estrema, hanno causato il danno attuale di alcuni teorici poco adatti a comprendere cosa è significato non prendersi cura di sé, aver lasciato nelle mani della psicologia o della teologia la terapia dell’anima, conducendoci oggi all’evidenza della superiorità degli approcci cosiddetti “orientali”, in cui pratiche come la meditazione hanno per esempio garantito la possibilità di un movimento metaforico anche in assenza di spazio esterno.”


Quello che il saggio di Caffo indica più chiaramente di altre letture, è proprio il modo in cui si è costituito come danno, l’esercizio di una specificità dedita esclusivamente a attenere a se stessa dentro la propria sfera, che al confronto lo stato di isolamento materiale di questi giorni è solo una blanda metafora. Caffo sembra significare che entro l’isolamento dato da questa dedizione estrema a una porzione molto ridotta di realtà, il danno risulta anche solo dalla dimenticanza di cosa significhi prendersi cura. Specialmente quando la cura riguarda un sé che, se vuole mantenere le sue prerogative di vivibilità anche solo nei confronti della convivenza con se stesso, non può non stabilire una relazione di cura con lo spazio esterno. Questo spazio esterno è tutto l’altro da sé ossia qualcosa di esistente che tuttavia non si compra, non si sfrutta, non si egemonizza, può non essere posto in una relazione di immediata utilità. Ma può tuttavia essere ugualmente partecipato proprio perché è fuori dalle categorie note e prevalenti, da un rapporto qualsiasi con il gradimento o dall’ancor più stringente rapporto con una qualche nevrosi.

Nulla di nuovo ma credo che queste considerazioni siano pertinenti con il chiedersi cosa accade (e non a partire da marzo 2020) alle persone in questa forma di prossimità coatta e tuttavia marcata da una solitudine in cui l’intimità con l’altro da sé è assente in modo tanto pregnante. E cosa accade, nella costrizione all’isolamento di questi giorni a quelle infinità di relazioni disfunzionali presenti all’interno delle case, in cui la violenza è uno dei membri riconosciuti della famiglia, o in cui la malattia e la disabilità sono la normalità con cui si convive da sempre. A questo va aggiunto che tanto l’equilibrio che la gestione materiale del contesto domestico nel suo rapporto con il mondo di fuori, costituisce ancora molto lavoro gratis a carico delle donne. 

Da persona che si occupa di poesia il rapporto più intenso che vivo dentro questa mia materia  riguarda i doni imponderabili della non-utilità, cosa assolutamente da non confondere con la gratuità o con il superfluo, perché  in questi tempi che alcuni chiamano capitalocene, il guadagno,  ma anche una delle confusioni più tragiche, si generano entrambi da un fraintendimento puramente linguistico  in merito alla differenza di due termini che a loro volta ammettono molte sfumature di significato: l’in-utile e il superfluo, appunto.

La poesia della non-utilità personalmente l’ho sempre vissuta come quella più incistata nella vita, perché è ciò in cui poesia e umanità si specchiano e superano l’ostacolo delle specificità, dei tecnicismi, dei narcisismi. Ma l’opportunità enorme costituita dalla poesia della non-utilità a ben guardare non è stata dissipata solo dal capitalocene. Frugando nella nostra scarsa memoria di italiani per quanto riguarda gli albori di una civiltà prevalentemente contadina (o comunque umile ma di un’umiltà non idealizzata) in cui risiede l’origine culturale rimossa della maggior parte di noi, ciò che materialmente era inutile o privo di un rendimento immediato e tangibile, rientrava in una categoria cadetta della realtà e veniva ignorato, cancellandolo da una visione condivisa del mondo. La fragilità reale delle persone, come la loro alterità (anche di donne, bambini e anziani) era, ed è l’attualissima vittima di questa rimozione esponenziale che si perpetra nei tempi, al di là della geografia e al di là del mondo delle idee.

Quanti saranno in grado di non perdere il filo della propria vita dopo quella che a seconda delle circostanze, può essere tanto un’opportunità di cambiamento che una pericolosa stagnazione? Questa domanda ad esempio se la pongono con forza quelli della Fondazione Carolina che nel mese di marzo si sono visti piovere addosso un numero esorbitante di segnalazioni in merito a fenomeni, riguardanti adulti e ragazzi, di cyberbullismo, sexting ed intrusione nefasta e incontrollata nelle classi della didattica a distanza a danno di docenti e studenti. Il mese di marzo è stato caratterizzato da un prorompere di pratiche digitali violente e lesive della dignità di persone di ogni età, tanto da spingere la Fondazione, nata in memoria di una delle prime vittime del cyberbullismo, a fornire online una guida per conoscere gli strumenti più usati e spiegare i rischi e le responsabilità di questa situazione a insegnanti e genitori. Qui è possibile scaricare gratuitamente la guida.

Quante persone avranno bisogno di supporto di ogni genere alla ripartenza da una situazione che più che essere attualmente lontana dalla normalità, sembra la concretizzazione distopica delle anomalie di cui ci siamo consapevolmente nutriti dal secondo dopoguerra a oggi? Nel caso ad esempio del cattivo utilizzo di internet il problema è serissimo: «Gli episodi riportati dalle cronache sono solo la punta di un iceberg che, a differenza di ciò che accade in natura, continua a crescere e ad avanzare indisturbato. Quando la noia si appiccica addosso, a dispetto dell’ambiente protetto, molti cercano di scacciarla con la trasgressione, la ribellione e la violenza», scrive Paolo Picchio padre di Carolina in memoria della quale la Fondazione prende il nome.

Alla vigilia di Pasqua Ilaria Capua dal Corriere della Sera ha accennato di nuovo a una ripartenza che deve radicalmente riformulare il ruolo delle donne nella società italiana non soltanto per via che il virus sembrerebbe colpisca il genere femminile in modo meno violento. Inoltre Capua avverte che dobbiamo essere pronti ad accogliere il cambiamento delle nostre abitudini con una mentalità nuova, diversa : «Il vuoto delle strade e delle piazze che ci separa dalle nostre abitudini del passato fiorirà di nuove sfide e opportunità che dovremo cogliere nella assoluta certezza che saremo noi che dovremo adattarci al coronavirus e non il contrario». Questo movimento adattivo presuppone come esigenza di specie, un esame di coscienza cui secondo me la lettura del libro di Caffo può accompagnare stimolando impensabili autonomie e inauditi sprazzi di pensiero adulto. E il saggio va letto tutto perché dice anche dell’altro su cui varrebbe la pena di riflettere.

Oggi in alcune regioni italiane le librerie hanno il permesso di riaprire ma i problemi sono molti: gli avventori ancora bloccati a casa come potranno raggiungerle dato che non sono molte quelle sopravvissute a tutta la meravigliosa normalità che ha preceduto il coronavirus? Le modalità di sanificazione dei locali come potranno essere compatibili con l’oggetto libro? La dignità restituita al settore del libro come elemento fondamentale per la società, viene accordata alle librerie facendole riaprire in anticipo rispetto alla maggior parte delle altre attività, va bene, ma questa promozione quanto ancora peserà sull’economia reale del settore? Comunque fa piacere che si pensi ai libri come elementi superiori e salvifici tanto da elevarli al di sopra delle necessità elementari, fa piacere che molti editori e autori nonostante tutto si siano sentiti e si sentano in questa responsabilità in un momento che è molto difficile e che è anche socialmente pericoloso a meno che non si trovi modo di non morire di noia nell’attesa del ritorno di una normalità che spaventa più del coronavirus.

lockdown. Non siamo figli dei nostri figli

PRIMA PARTE

Tra i colpi più tremendi assestati non tanto dal coronavirus di per sé ma dal protrarsi del congelamento emotivo, sociale, economico e materiale imposto dal lockdown, c’è quello inferto all’editoria e al libro in genere, settore comunque in perenne crisi.

Diciamo che sono una lettrice forte, lettrice appunto. Cioè io i libri li compro e quello che mi interessa del libro che ho per le mani, o sullo schermo, è solo ciò che c’è scritto. Compro, ricevo e leggo libri da sempre: cartacei, eBook, pdf di straforo, in formato word da amici che stanno per pubblicare o non pubblicheranno mai, perciò per me è inconcepibile solo immaginare che l’esistenza del libro che mi interessa possa essere minacciata da un sistema produttivo e distributivo che viene definito mortificante se non proprio mortifero da editori e autori.

Ad esempio il conforto più importante che sto avendo in questi giorni in termini di allentamento di quella brutta sensazione di sospensione che credo tutti conosciate (almeno quelli di voi che hanno inteso bene la responsabilità di uscire da casa solo se davvero indispensabile) mi è arrivata dal mondo dell’editoria che nonostante tutto, ancora una volta si è mobilitato in un modo che, almeno per me come lettrice,  ha costituito un’azione efficace e congrua di riorientamento in questi giorni così difficili da attraversare e comprendere.



Tra molte iniziative editoriali che in tempi di lockdown hanno cercato di stimolare l’interesse alla lettura come strumento di possibile comprensione dell’immediato, devo dire che il maggiore conforto l’ho avuto da Il saggiatore, Iacobelli e Nottetempo.

Il saggiatore con un’iniziativa veramente solidale ha consentito di scaricare, e tuttora lo consente gratuitamente ogni due giorni, un eBook preso dai suoi titoli di punta. Ad oggi ne ho scaricati 15, contando anche il bellissimo Acqua nera di Joyce Carol Oates che hanno regalato solo ai loro fedelissimi (tra i quali modestamente mi annovero). E sarebbero stati uno in più se avessi preso L’anno del pensiero magico di Joan Didion che però mi sono vergognata di scaricare solo perché ce l’ho già in cartaceo.

L’inizio di questa meravigliosa sequela è stato sancito simbolicamente da un titolo straordinario Città sola di Olivia Laing di cui bisognerà parlarne meglio perché è di quei libri rari che dopo che li hai letti, ti tornano in mente nelle occasioni più disparate, stimolando associazioni fondamentali e inedite oltre che estremamente pertinenti con quello che viviamo oggi e con quello che, non da ora, ci tocca rispetto all’isolamento imposto da questa vacillante contemporaneità.

Il secondo editore è Iacobelli casa editrice piccola e indipendente da anni impegnata nella trasmissione di studi fondamentali in ambito femminista accademico e non, la cui politica era già improntata a garantire a lettrici e lettori la possibilità di ricevere nell’immediato attraverso il loro sito la versione digitale dei i libri pubblicati in cartaceo. Iacobelli un paio di giorni fa ha potenziato questo aspetto mettendo, come alcuni altri editori, in prima battuta online un libro nuovo Le comiche. Scrittrici, attrici e performer a cura di Paola Bono e Anna Maria Crispino, con il proposito di stampare la versione cartacea alla riapertura delle librerie che oramai, speriamo, si profili prossima.

Queste azioni fiduciose e/o solidali messe in campo da alcune case editrici sono state psicologicamente importanti perché hanno dato l’opportunità di sfatare quel senso di disagevole immobilità che viene dall’inevitabile incertezza di questi giorni.

Infatti l’ultimo editore che segnalo qui ma che è anche l’editore del libro di cui vi parlerò più diffusamente nella seconda parte di questo articolo, è Nottetempo che ha consentito di scaricare gratuitamente con una cadenza regolare, alcuni suoi libri e ha creato nell’immediato una nuova collana, Semi, anche questa scaricabile gratuitamente. Si tratta di brevi saggi in versione digitale che come indica la casa editrice stessa raccolgono pensieri, idee proposte di filosofi e pensatori “piccoli libri che mettiamo a disposizione della riflessione attorno a quello che sta accadendo e come possiamo immaginare il mondo a venire. Spunti che come semi possono germogliare”.

Il primo libro di questa collana è Dopo il covid-19. Punti per una discussione di Leonardo Caffo. Molte sono le suggestioni sollevate da questo piccolo libro di cui è importante sottolineare la relazione non solo con il presente, ma anche con il mondo precedente al covid-19 e con altre idee che comunque circolavano da molti anni prima della ripresa e della sintesi di Caffo.

Quello che mi ha spinto a leggere con attenzione il saggio di Caffo e a tratteggiare una riflessione che costituirà la seconda parte di questo mio articolo, può sembrare di primo acchito una considerazione piuttosto banale. Ossia per dirla parafrasando troppo semplicisticamente Donna Haraway, non ne usciamo se continuiamo a formulare ipotesi di soluzioni a problemi ormai irrisolvibili. Piuttosto ci vorrebbe di restare a contatto con lo spaventoso problema che ci investe, come qualcosa che non hanno provocato solo gli altri nel loro essere entità minacciose, remote e distanti, e che non sta fuori dalle nostre case anche se non siamo positivi al covid, e di cui il virus è solo la diretta disastrosa conseguenza, più che un nemico con fantomatiche, e paradossalmente umanizzate, intensioni guerrafondaie.

Caffo infatti prima di iniziare la sua interessante disamina, non soltanto filosofica, apre con un simpatico forse che ci riguarda tutti: “forse tutti dovremmo provare a far sedimentare e germogliare in noi ciò che sta già accadendo, dato che in troppi siamo ancora completamente incapaci di badare davvero a noi stessi senza che qualcuno ci dica esattamente cosa fare e perché farlo”.

Vivere il lockdown come molte e molti in primo luogo da genitore, mi ha fatto comprendere fino in fondo, e a prescindere dall’essere genitore, che la normalità di prima forse non è tanto da rimpiangere se riguarda quell’incapacità così evidente di focalizzare quell’area niente affatto vaga e chiusa al mondo vero, che Caffo chiama badare davvero a noi stessi. Ammesso che siamo ancora capaci di ripulire da vecchi e nuovi cliché, quella zona davvero inimmaginabilmente vasta e variegata di cui non dovrebbero essere i figli nostri o altrui a insegnarci cosa significa la cura.  

A breve la seconda parte.

Sognando vere isole

SECONDA PARTE. La prima parte è qui

Un paio di anni fa, in questo stesso periodo dell’anno, ho avuto occasione di andare per qualche giorno a Ventotene. Occasione presa al volo per molti motivi. Avevo letto, da poco ristampato, L’isola riflessa di Fabrizia Ramondino, mi incuriosiva la figura di Altiero Spinelli e altro che non sto a dire qui. Poi l’invito veniva da un’amica originaria dell’isola e io ho sempre avuto la passione delle isole.

Qualche anno prima mi era capitata l’occasione di andare a Ustica d’estate, per lavoro. Bisognava gestire la premiazione di un concorso letterario patrocinato dal Comune di Palermo che la mia associazione aveva organizzato in collaborazione con altri. Della premiazione non mi ricordo niente ma mi ricordo di aver vissuto quei giorni come in una sorta di abbacinamento da colore. A Ustica i colori d’estate possiedono una vera violenza, incidono sulla memoria, per lo meno sulla mia, più dei fatti e delle parole.

Su quei giorni di Ustica scrissi nel tempo diversi bruttissimi racconti senza riuscire a significare quello che l’isola, a una non isolana quale sono, rendeva evidente su tutto attraverso la forte interferenza del colore. Stando sulle isole si verifica come una specie di allineamento temporale. Si aprono porte che normalmente restano chiuse. Eventualità che poi il libro di Ramondino aveva reso evidente nel suo efficacissimo allineamento di profili descritti di persone del passato, o veramente incontrate mentre scriveva, e altre solo sognate.

Tutte però legate per analogia all’isolamento del corpo che come scrive Ramondino, è sempre prigioniero dell’anima che lo condiziona, ma che pure allineato idealmente a altri isolamenti può generare una dicibilità altrimenti impossibile.

L’anima per la Ramondino di queste pagine è un’entità, un’astrazione che con invisibili giochi di potere subiti o esercitati, falsi saperi, rispecchiamenti deformanti e coatti, usa il corpo a suo piacimento fin quasi a farselo schiavo.

Ramondino aveva scelto Ventotene in un momento in cui non riusciva, pur volendolo, a uscire dall’isolamento cui l’aveva condotta quell’anima da lei descritta come sopra, perciò aveva pericolosamente immaginato di allineare al suo senso di personale isolamento, quello della reale condizione dell’abitante temporaneo dell’isola. A questo aggiungendo gli isolamenti coatti che nella storia Ventotene aveva ospitato con il suo carcere borbonico di Santo Stefano e poi con i suoi prigionieri politici al confino, oltre che quello tremendo di otto donne della romanità mandate in esilio presso l’augustea Villa Giulia. Per non parlare dell’isolamento tutto loro degli autoctoni di un’isola molto particolare come Ventotene. 

Aveva ragione Ramondino, quel pericoloso allineamento di solitudini ha reso la sua scrittura, già straordinaria, un potente dispositivo temporale che poi l’ha portata  a scrivere un libro speciale come L’isola riflessa.

Ci ho pensato quando per contrastare l’epidemia da covid-19, con il protrarsi della chiusura dell’Italia e di noi in casa, e l’estendersi della stessa disposizione in molti Paesi del mondo, mi è venuto in mente che dal punto di vista epocale un isolamento contemporaneamente condiviso in modo così reale da una porzione tanto vasta di umanità, è probabile che davvero non si sia mai verificato salvo che in un onirico primordio in cui forse non esisteva neanche il linguaggio. E questo allineamento di isolamenti non potrà che avere un effetto che andrà molto oltre l’auspicato contenimento del virus o la prova del nove rispetto alla tenuta dell’Unione Europea

La materialità del corpo e del suo destino, l’immaterialità dell’anima che lo domina, i piani si intersecano inscritti una panoramica che Ventotene rende davvero vivida con la sua strana e poco amabile bellezza che si basa tutta sull’altrimenti. Ventotene è davvero un ibrido in cui napoletanità e romanità non si riesce a districarle nella latitanza estetica che è il fulcro dell’appartenenza dell’isola all’anima meno desiderabile dell’una e dell’altra città. Almeno in termini identitari Ventotene è un altrimenti e anche questo è decisivo nel riflettersi di quell’isola asprissima, e dai colori non così netti come si vorrebbe, nel destino civile dell’Italia. Ventotene torna in mente a chi c’è stato, quando ci si sente senza volto e ci si chiede allo specchio se è vero che abbiamo perso la faccia e se la possiamo ritrovare altrimenti.

Il Manifesto di Ventotene redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi ha per titolo Per un’Europa libera e unita. Il progetto nasce nel 1941, quando per motivi politici un gruppo di persone furono confinate a Ventotene, già storicamente colonia penale, come oppositori del regime fascista. Altri confinati antifascisti sull’isola contribuirono alle discussioni che portarono alla definizione del testo. All’epoca della stesura del testo erano confinate sull’isola circa 800 persone, 500 classificate come comunisti, 200 come anarchici ed i restanti prevalentemente giellini e socialisti. Ramondino nel libro indica l’ubicazione del campo di patate, posto tra il cimitero e villa Giulia, che Spinelli poté coltivare solo sul finire del confino quando ormai la fame patita dai prigionieri aveva reso il procurarsi il cibo da soli qualcosa che evidentemente non poteva essere negato. Ci devo essere passata su quel campo, dopo aver visitato il cimitero, quasi nei pressi di Punta Eolo, quando sono stata accompagnata a vedere l’altro luogo di pena che in epoca altra era stato deputato alle donne invise al potere di Roma.

Cosa c’è da imparare da L’isola riflessa? Moltissimo e tutto non può essere detto. Ma la prima cosa che mi viene in mente, forse la suggestione più preziosa, è l’atmosfera vivissima di condivisione che le pagine creano grazie al fatto che chi le scrive ha un legame fortissimo con il modo in cui la poesia crea immagini, e per questo non bisogna essere necessariamente poeti. Si tratta di un istinto del linguaggio che con una naturalezza estrema, delineando fatti reali fa cogliere distintamente a lettrici e lettori più le immagini defilate, quelle meno dicibili, piuttosto che quelle costruite dalla sintassi. In questo Ramondino è una capofila. Ci sono in particolare alcune righe con cui voglio concludere, riguardano l’amore, o come lo chiama l’autrice, più pietosamente che aspramente, l’amore distorto. Non serve che aggiunga altro, basta leggere di seguito, vi abbraccio virtualmente, cari, alla prossima.