Sognando vere isole

SECONDA PARTE. La prima parte è qui

Un paio di anni fa, in questo stesso periodo dell’anno, ho avuto occasione di andare per qualche giorno a Ventotene. Occasione presa al volo per molti motivi. Avevo letto, da poco ristampato, L’isola riflessa di Fabrizia Ramondino, mi incuriosiva la figura di Altiero Spinelli e altro che non sto a dire qui. Poi l’invito veniva da un’amica originaria dell’isola e io ho sempre avuto la passione delle isole.

Qualche anno prima mi era capitata l’occasione di andare a Ustica d’estate, per lavoro. Bisognava gestire la premiazione di un concorso letterario patrocinato dal Comune di Palermo che la mia associazione aveva organizzato in collaborazione con altri. Della premiazione non mi ricordo niente ma mi ricordo di aver vissuto quei giorni come in una sorta di abbacinamento da colore. A Ustica i colori d’estate possiedono una vera violenza, incidono sulla memoria, per lo meno sulla mia, più dei fatti e delle parole.

Su quei giorni di Ustica scrissi nel tempo diversi bruttissimi racconti senza riuscire a significare quello che l’isola, a una non isolana quale sono, rendeva evidente su tutto attraverso la forte interferenza del colore. Stando sulle isole si verifica come una specie di allineamento temporale. Si aprono porte che normalmente restano chiuse. Eventualità che poi il libro di Ramondino aveva reso evidente nel suo efficacissimo allineamento di profili descritti di persone del passato, o veramente incontrate mentre scriveva, e altre solo sognate.

Tutte però legate per analogia all’isolamento del corpo che come scrive Ramondino, è sempre prigioniero dell’anima che lo condiziona, ma che pure allineato idealmente a altri isolamenti può generare una dicibilità altrimenti impossibile.

L’anima per la Ramondino di queste pagine è un’entità, un’astrazione che con invisibili giochi di potere subiti o esercitati, falsi saperi, rispecchiamenti deformanti e coatti, usa il corpo a suo piacimento fin quasi a farselo schiavo.

Ramondino aveva scelto Ventotene in un momento in cui non riusciva, pur volendolo, a uscire dall’isolamento cui l’aveva condotta quell’anima da lei descritta come sopra, perciò aveva pericolosamente immaginato di allineare al suo senso di personale isolamento, quello della reale condizione dell’abitante temporaneo dell’isola. A questo aggiungendo gli isolamenti coatti che nella storia Ventotene aveva ospitato con il suo carcere borbonico di Santo Stefano e poi con i suoi prigionieri politici al confino, oltre che quello tremendo di otto donne della romanità mandate in esilio presso l’augustea Villa Giulia. Per non parlare dell’isolamento tutto loro degli autoctoni di un’isola molto particolare come Ventotene. 

Aveva ragione Ramondino, quel pericoloso allineamento di solitudini ha reso la sua scrittura, già straordinaria, un potente dispositivo temporale che poi l’ha portata  a scrivere un libro speciale come L’isola riflessa.

Ci ho pensato quando per contrastare l’epidemia da covid-19, con il protrarsi della chiusura dell’Italia e di noi in casa, e l’estendersi della stessa disposizione in molti Paesi del mondo, mi è venuto in mente che dal punto di vista epocale un isolamento contemporaneamente condiviso in modo così reale da una porzione tanto vasta di umanità, è probabile che davvero non si sia mai verificato salvo che in un onirico primordio in cui forse non esisteva neanche il linguaggio. E questo allineamento di isolamenti non potrà che avere un effetto che andrà molto oltre l’auspicato contenimento del virus o la prova del nove rispetto alla tenuta dell’Unione Europea

La materialità del corpo e del suo destino, l’immaterialità dell’anima che lo domina, i piani si intersecano inscritti una panoramica che Ventotene rende davvero vivida con la sua strana e poco amabile bellezza che si basa tutta sull’altrimenti. Ventotene è davvero un ibrido in cui napoletanità e romanità non si riesce a districarle nella latitanza estetica che è il fulcro dell’appartenenza dell’isola all’anima meno desiderabile dell’una e dell’altra città. Almeno in termini identitari Ventotene è un altrimenti e anche questo è decisivo nel riflettersi di quell’isola asprissima, e dai colori non così netti come si vorrebbe, nel destino civile dell’Italia. Ventotene torna in mente a chi c’è stato, quando ci si sente senza volto e ci si chiede allo specchio se è vero che abbiamo perso la faccia e se la possiamo ritrovare altrimenti.

Il Manifesto di Ventotene redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi ha per titolo Per un’Europa libera e unita. Il progetto nasce nel 1941, quando per motivi politici un gruppo di persone furono confinate a Ventotene, già storicamente colonia penale, come oppositori del regime fascista. Altri confinati antifascisti sull’isola contribuirono alle discussioni che portarono alla definizione del testo. All’epoca della stesura del testo erano confinate sull’isola circa 800 persone, 500 classificate come comunisti, 200 come anarchici ed i restanti prevalentemente giellini e socialisti. Ramondino nel libro indica l’ubicazione del campo di patate, posto tra il cimitero e villa Giulia, che Spinelli poté coltivare solo sul finire del confino quando ormai la fame patita dai prigionieri aveva reso il procurarsi il cibo da soli qualcosa che evidentemente non poteva essere negato. Ci devo essere passata su quel campo, dopo aver visitato il cimitero, quasi nei pressi di Punta Eolo, quando sono stata accompagnata a vedere l’altro luogo di pena che in epoca altra era stato deputato alle donne invise al potere di Roma.

Cosa c’è da imparare da L’isola riflessa? Moltissimo e tutto non può essere detto. Ma la prima cosa che mi viene in mente, forse la suggestione più preziosa, è l’atmosfera vivissima di condivisione che le pagine creano grazie al fatto che chi le scrive ha un legame fortissimo con il modo in cui la poesia crea immagini, e per questo non bisogna essere necessariamente poeti. Si tratta di un istinto del linguaggio che con una naturalezza estrema, delineando fatti reali fa cogliere distintamente a lettrici e lettori più le immagini defilate, quelle meno dicibili, piuttosto che quelle costruite dalla sintassi. In questo Ramondino è una capofila. Ci sono in particolare alcune righe con cui voglio concludere, riguardano l’amore, o come lo chiama l’autrice, più pietosamente che aspramente, l’amore distorto. Non serve che aggiunga altro, basta leggere di seguito, vi abbraccio virtualmente, cari, alla prossima.

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