Sotto una buona stella

Di seguito troverete qualche pagina del romanzo della Costanza, la mia santa viva vissuta tra il Cinquecento e il Seicento. E’ probabile che impiegherò il mese di agosto in altro lavoro, perciò chiudo questa fase di scritture condivise iniziata con lockdown con un capitolo di questo romanzo infinito, cui tornerò quando possibile. Mi piace l’idea di entrare nella pausa estiva attraverso le parole appassionate di Costanza. Grazie infinite e di cuore a tutti quelle/i che mi hanno letto fin qui e che continueranno a leggermi. Chi scrive si “forma” attraverso gli occhi delle sue lettrici e dei suoi lettori, guai se non fosse così.   


Dopo la malattia che fu portatrice di quei fatti tremendi che vi dissi, compresi che quelli avrebbero costituito il precoce passaggio da una mia fanciullezza quasi inesistente a una prematura vita adulta.

Il castello nostro era isolato dalla strada che conduceva dritta a Roma e si doveva seguitare un sentiero che distoglieva il cammino del pellegrino per circa mezz’ora. Ma trovandoci comunque vicini a Roma, il nostro luogo era spesso raggiunto da viandanti. Pezzenti, predicatori cenciosi non si riusciva a distinguerli dai pellegrini diretti nei luoghi santi dell’urbe. Gente che sulla via per Roma, o proveniente da Roma, deviava quel poco dalla strada maestra per i motivi suoi più disparati e giungeva al castello nostro.

Ma anche gente nostra che per la vicinanza a Roma si allontanava e tornava con una certa dimestichezza per commercio o religione. C’era pure gente che partiva e che io vedevo e gente che tornava e io non avevo mai visto perché partita prima che iniziassi a ricordarmi di loro.

Uno di questi, un giorno, tornò da Siena che seppi fosse anch’essa città italica in quell’occasione. Lo vidi presso le scale della chiesa di San Giovanni ragionare con persone di certa Caterina. Era un uomo tozzo, con peli in abbondanza e dall’eloquio sciolto. Mi fermai a sentire e appresi che detta Caterina era zitella e santa. Ma quando chiesi, interrompendo il discorso di colui, di apprendere meglio, fui ignorata, come non avessi proferito motto.  E questo mi provocò un dispetto profondo poiché sentendo di questa femmina mi pareva di ascoltare cose nuove e quando mi accadeva di udire l’inaudito io ero pienissima di curiosità e entusiasmo.


Santa Caterina da Siena Vergine e dottore della Chiesa, patrona d’Italia. (Andrea Vanni, Basilica di San Domenico – Siena)


Io di femmine zitelle e così sante non avevo mai sentito parlare. Prima, quando ero all’età dei quattordici anni, non era come ora che nella chiesa sempre si sente qualcosa di spirituale e chi non impara è solo chi non vuole imparare.

Dopo aver sentito di quella Caterina mi ripresi d’animo che sicuramente lei mi poteva aiutare perché avendo sentito a metà i discorsi di quelli che mi avevano ignorato, pensavo che fosse ancora viva e presi ad aspettarla che se fosse passata per il castello, dove certi pellegrini passavano per andare a Roma, le avrei parlato e lei mi avrebbe insegnato. Perciò da lì in poi, all’apparire di femmine forestiere io subito pensavo che fosse lei e amarissima era la delusione quando le sentivo chiamarsi con altro nome da Caterina.

Il morire di qualcuno, a volte, segna per qualcun altro l’evento senza il quale la sua vita non sarebbe mutata mai da quella che l’avo suo gli aveva dato in consegna nascendo. Così certe vite si mantengono ferme nei pensieri e nelle strade che qualcuno ha pensato per loro, mentre i tempi sopravanzano i fatti dei viventi, lasciando certa gente così abbandonata all’effettivo morire loro e della loro canaglia, tanto sono già dimenticati dal mondo, che neanche si fa in tempo a scoprire che la vita li aveva obliati ancor prima del nascimento.

Così obliati vivevano quasi tutti al castello, luogo refrattario a quel sopravanzare sordo che il mondo mai cessa sebbene certi disgraziati sono agli arresti dalla sfavorevole circostanza del nascere loro. Così obliata nella mia ignoranza potevo restare io se non moriva l’arciprete che era nella nostra chiesa anche confessore mio, con mia scarsissima soddisfazione e pure di lui credo, pace all’anima sua. In quanto colui di me riteneva che ero esaltata e che le visioni mie neanche il demonio me le mandava ma la pazzia, perciò in breve avevo appreso a tacergli quasi tutto.

Lo sostituì alla guida della nostra chiesa e dello spirito mio, colui che fu per me la stella da cui nonostante la sua morte sia già molto antica, stanotte che sono priora da meno di un giorno mi sento tuttora guidata. Quando alzo gli occhi alla volta celeste o quando li ripongo nella regione di me più interiore, con la serena certezza di rivolgerli a Dio in entrambi i luoghi, è per via di lui che mi ci ha fatto credere. 

L’anima di don Luigi era di una tale bellezza la quale mi faceva gioire che la pianta maschile potesse crescere anche da un seme di una si cospicua dolcezza, che era tale quella connaturata nei gesti, nelle parole, negli sguardi suoi. Dolcezza e non contraddittoria fermezza che mai vennero meno con me e pure con altri. Mi diede il santissimo sacramento che l’arciprete, fortunatamente morto, sempre mi negava. E lui facendolo aggiunse alcuni avvertimenti che non avevo mai udito. Sebbene indegnamente lui me lo diede, il sacramento, la prima volta che ci incontrammo e molte altre volte ancora. E quando io feci risoluzione di abbandonarmi tutta alla sua volontà, e tutto quello che lui mi avesse detto pigliarlo per detto dallo Spirito Santo, lui mi rispose che suo non era il fine che mi comandasse. Né lo Spirito Santo ha mai per fine il comando.

Da don Luigi Baldassarre intesi che quella Caterina che popolava i miei sogni ormai giorno e notte, non poteva venire a me con sue sembianze umane perché era morta da tanto tempo. Così persa la speranza di poterle parlare, mi venne voglia di imparare a leggere al solo fine di apprendere la sua vita. Perché almeno lei mi insegnasse ad avere rimedio per i miei peccati in quanto don Luigi era allora al castello una presenza saltuaria. Ma come facevo a imparare a leggere se alle fanciulle non era d’uso insegnarlo? Pensai bene perciò di andarmi a cercare maschi che sapessero per chiedere loro di impararmi a leggere.     

Tragedia e idillio

Il segreto per stare con la poesia senza farsi prendere dal panico della non comprensibilità è lasciare la parola al suo mondo aperto, al suo tempo non conclusivo

Mentre lavoro su un articolo che riguarda il romanzo storico di Felicitas Hoppe in stretto dialogo con la traduttrice italiana di Hoppe, e amica, Anna Maria Curci, ricevo nel flusso vitale di contenuti che ci scambiamo, le tre poesie che seguono. Qualche tempo fa, quando ci siamo sentite a voce, nel torrente di condivisioni reali e fertilissime che per fortuna hanno ancora luogo con qualcuna/o abbiamo ragionato insieme sull’abuso della parola distopìa. Le tre poesie tratte da Tragedia e idillio mi hanno riportato a quella conversazione.

Se prendessimo come chiave di lettura la parola distopìa credo che avremmo una possibilità in più di cogliere la poeta Anna Maria Curci nel suo approccio con il tempo presente tuttavia mediato attraverso figure della classicità (Psyche e Creonte ) e della natura (Elce). Il segreto per stare con la poesia senza farsi prendere dal panico della non comprensibilità è lasciare la parola al suo mondo aperto, al suo tempo non conclusivo. Del resto personalmente credo che non sia solo la poesia a chiedere di essere letta in questo modo.

Secondo una definizione comune la parola distopìa descrive la formulazione di una realtà immaginaria del futuro. Il romanzo distopico, ad esempio, è frutto di una previsione futura che si articola su elementi del presente i cui possibili sviluppi si prospettano nel senso di una pericolosa distorsione degli equilibri che non consentono all’umano una prospettiva di sviluppo auspicabile e positiva.

Ma quale può essere un metodo attraverso il quale l’immaginazione di una narratrice, o in questo caso di una poeta e traduttrice, formula una realtà fittizia del passato secondo la logica di una previsione in merito a figure mitologiche che sappiamo avere già avuto il proprio scenario in un altrove tutt’altro che presente? Una realtà postuma di cui in senso lato siamo comunque gli eredi culturali ma di cui la poeta ci fa pervenire notizia attraverso un’indagine che rende il perpetrarsi dell’umano in uno spazio tempo molto ridotto.

Non credo sia un caso che la terza poesia Elce prospetti l’immagine di un rifugio/riparo dalle temperie di un viaggio spazio/temporale in un’altra lingua non-madre rappresentata da un albero. Come se la lingua altra, la lingua dell’altra, fosse tutta nell’incubazione di quelle stanze secondarie, naturali, in cui cova un’alterità nativa, potente e anti-familiare, cui parlando dall’altrove pressoché murato della soggettività la poeta legge per tutte/i  una rivelazione che non può non riguardare il qui e ora.


Tragedia e idillio è un binomio che traggo dalle considerazioni che György Lukács formulava per indicare i due poli tra i quali si muovono le opere – le poesie così come le novelle –  di Theodor Storm.

Come in situazioni, personaggi e contesti nell’opera di Storm, così nelle espressioni del pensiero di ogni epoca è presente una parte irriducibile di scontro, di attrito, di resistenza a soluzioni imposte, a versioni di comodo, solo apparentemente pacificatorie. È una parte che si accompagna alla solitudine, alla messa al bando, all’esclusione. È una parte che percorre gli abissi e le vertigini del tragico e che, d’altro canto, sa distinguere tra ciò che è materia tragica e l’osceno.

Quelli che attraversiamo, e che ci attraversano, devastando e scarnificando a piccoli e grandi passi, sono i tempi dell’osceno. Per quanto tranquillizzante possa apparire, per quanto impomatate siano le sue chiome e curata la sua dizione, l’osceno – la devastazione, lo squartamento, il crimine perpetrato con la menzogna – preme sulle suture. Il liquido fetido che ne fuoriesce è percepito, tuttavia, da chi sarà murato vivo per aver raccolto le spoglie dell’umano, per aver dato voce al lutto rimosso dalla tracotanza, faraonica o meschina, faraonica e meschina.

Eppure, avvertire anche dolorosamente il conflitto, l’agone, non sopprime il desiderio. Tutt’altro: «Un desiderio non esaudito non è una perdita, è un valore aggiunto», ha affermato in più occasioni la scrittrice Felicitas Hoppe. Di questo valore aggiunto del desiderio si nutrono i sensi desti alla parola, sguardo e ascolto attenti a cogliere tracce dell’ideale agognato nel fenomeno, assorti e tenaci nel perseguire «serena irrequietezza».

Per il nucleo iniziale di Tragedia e idillio devo un grazie a Fiammetta Bardelli, per il nostro comune progetto Mai innocua parola e per le conversazioni sul sacro e sul tragico, su hybris e rimozioni; un grazie a Fabio Michieli, per il guizzo della poesia e il dono dello studio, nel lavoro comune, ogni giorno; un grazie a Viviana Scarinci per la sua scrittura (il mio pensiero va immediatamente alla sua Annina tragicomica) e il suo lavoro instancabile su dinamiche e rappresentazioni, su stereotipi e svelamenti.

Anna Maria Curci, 15 luglio 2020



Psyche, 10 luglio 2020

Sussurra la sua voce tra i nastri

– scampati nudi alle quinte di bufera  –

folle d’Amore per un’eco celata

nel sogno di fondali inesistenti.

S’immerge per lei ch’è inabissata

chi esplora le anse e i fondi del volere

– brama coatta deriva di corrente  –

e recupera il filo e la parola.


Creonte, 11 luglio 2020

trapela il ghigno sotto l’arco del ciglio

massaggiato dal belletto di scena

gonfia di cifre nascoste la dizione

tira sui fianchi preme sotto i punti

è livida la piena di potere

mentre s’azzuffa la ciancia della brama

con altra ciancia

stridulo lo squittio dell’ombelico

diventa diceria addomesticata

sotto la calce viva

voce smorzata

di chi raccolse spoglie


Elce, 12  luglio 2020

Hanno attaccato al tronco una striscia

con l’altro nome tuo, quello maschile,

e “quercus ilex”, la doppia firma:

rifugio saldo, ramo sporgente,

appiglio a chi accede in altre stanze.

“Quercia di pietra”  ti chiama un’altra lingua.

Una pena? Un passaggio? Un cambiamento?

Su squarcio di domande e all’erba secca

in silenzio offri ombra e riparo.


Politiche dell’inadeguamento

Per quasi dieci anni ho gestito il fondo librario di poesia contemporanea che è stata un’attività di tipo associativo supportata dalle istituzioni (scuola e comune) e anche da un forte consenso della comunità locale in cui sono nata e vivo.  La pandemia come per tutti è stata uno spartiacque anche per me. Questa necessità che ci ha colpito, di cercare di riorientarsi alla luce di un evento così imperscrutabile, si è confrontata nel mio caso di intellettuale con tutti i ruoli che come donna, mi si richiede di incarnare. Ma anche e inevitabilmente con il lavoro, le scritture e le esperienze relazionali che hanno contraddistinto il periodo in cui il massimo impegno che ho profuso, figli a parte, è stato quello della gestione del fondo librario di poesia e delle sue attività. La mia personale collusione con la poesia, insomma, mi ha condizionato non poco in termini di responsabilità.

Questo potrebbe sembrare una contraddizione per coloro che pensano la poesia allocata in un ipotetico altrove. Cioè non strettamente connessa a un modo di intendere la realtà che comprende i linguaggi che competono la società, l’ecologia, l’economia, l’oppressione di tutte le minorità. E soprattutto per coloro che disdegnano il linguaggio diciamo ‘basso’ non capacitandosi della stringente necessità di ammetterlo in un discorso condiviso tanto letterario quanto sociale che sia intragenerazionale, interclassista e interraziale.

Diversamente non si avrà difficoltà a seguirmi se si pensa la poesia come io la penso, e come la pensava Nadia Campana cioè come qualcosa che consente di vedere quanto si rende ammesso al dicibile, e mutare tutte le volte di conseguenza i registri del linguaggio entro i temi e gli agenti incontrollabili più o meno conclamati che ci investono.

Nadia Campana (1954-1985) è stata una figura importante nel panorama della poesia e della traduzione italiana ma come molte intellettuali donne, messa al margine dalle non alternative imposte dal tempo in cui è vissuta.  Campana professava attraverso i suoi saggi e le sue traduzioni di Dickinson, Brontë, Cvetaeva il modo precipuo in cui la poesia e la letteratura si configurano attraverso il corpo e la condizione femminile. Ma anche l’impossibilità per la poesia e la letteratura femminile di essere apertamente e direttamente gravate della responsabilità politica e sociale pretese dalle ideologie del suo tempo. Campana ascriveva fiduciosamente alla bellezza, che secondo la poeta ha un rilascio lento, il compito di sortire i suoi effetti, all’interno di quel continuo mutare di cui sopra.

Mutamento che però ai giorni nostri, i fatti del presente mostrano come l’estensione di una complessità di cui i corpi contemporanei subiscono conseguenze dirette che sfumano nell’ignoto e nel paradossale. Vedi gli effetti della profondissima crisi economica che non molla la sua presa, della recente pandemia e dei cambiamenti climatici sul particolare della vita di ciascuna/o.


“Anche il discorso sulla letteratura femminile, che prima abbiamo sfiorato, ci pare ora viva su fondamenti eccessivamente rigidi e contrappositivi. Se fosse vero che il linguaggio delle scrittrici è solo orizzontale e troppo legato al corpo non avremmo altre artiste eccellenti seppur passionali come Gaspara Stampa, Marina Cvetaeva, le sorelle Brontë. La poesia autentica è più forte dell’ideologia e la violenza dispotica di ogni interpretazione, politica o psicanalitica che sia, spesso è incapace del principio di individuazione, di scorgere il particolare nel generale, riducendo tutto a un deja vu senza appello. Inoltre resta da chiedersi se è giusto sovrastare la figura di una poeta-donna con forme di responsabilità sociologiche e politiche così gravi. Pretendere insomma che cambiasse un orizzonte di pensiero, e se non sia più giusto puntare lo sguardo sulla poesia e sul coraggio che questo lavoro imponeva a quei tempi come in tutti i tempi. La bellezza è di per sé rivoluzionaria e suoi semi portano frutti, anche se non nell’immediato, perché i modi della sua trasmissione non sono così semplici come avviene per i sistemi di pensiero più innocui. Del resto questo racchiudere la poesia in griglie ideologiche ha sempre significato rimozione”

Campana viveva con piena coscienza la necessità di un principio di individuazione estraneo all’ideologie di segno diverso tra loro, ma custodi tutte di un carattere esclusivista che nessuna poetica culturale, a mio avviso, dovrebbe più consentirsi. Scrive Campana in merito a una delle possibili definizioni dell’agire poetico: fa parte di un gioco tragico quello di non lasciare che le immagini vengano strutturate dal pensiero o dal credo politico gettandosi invece contro le cose fuori dall’adeguamento e dalla registrazione.

Era soprattutto questo ciò che scandiva a chiare lettere Campana anche attraverso il suo destino personale, situandosi come corpo scrivente in questo gioco tragico con lucidità e sacrificio. E a mio parere anche segnando una possibilità di individuazione ancora più precisa per il corpo femminile scrivente articolato entro quel rilevamento linguistico che pure non si adeguava.

Molto interessante e a mio avviso assonante in questo senso è il contributo di Elvira Federici, presidente della Società Italiana delle Letterate che attraverso un articolo pubblicato per Letterate Magazine l’11 luglio scorso, analizza il celebre grafico della ciambella dell’economista inglese Kate Raworth. La studiosa è conosciuta per il suo lavoro che descrive come un modello economico in equilibrio, i bisogni umani essenziali e i confini planetari conosciuti dalle scienze umane, sociali e naturali. Federici nella descrizione del fondamentale contributo di Raworth conclude che un modello come quello dell’economista inglese, una rappresentazione cioè in grado di rilevare un numero più alto possibile di variabili e interazioni, costituisce quanto di più auspicabile in termini necessariamente cooperativi tra persone e specie.

Questa rubricazione dei vari piani del linguaggio specifico all’interno di una visione estesa e multidisciplinare non può non essere tenuta in considerazione da chi si occupa di poesia, là dove poesia è da intendersi come mutuabilità del proprio linguaggio entro una visione esterna di tutti i linguaggi per mezzo dei quali agisce il reale. Allo stesso modo non si può non tener conto della società in termini di diseguaglianze di genere, razziali, economiche e dei gruppi che costituiscono il tramutarsi di queste disuguaglianze in risultanti culturali non pervenute a ciò che intende se stessa come cultura universale.

L’emergenza climatica è rilevabile all’interno degli agenti che condizionano l’equilibrio naturale immediatamente fuori dalle grandi città. L’esperienza precipua che il corpo femminile scrivente, e non scrivente, quotidianamente compie entro tutti i ruoli che competono al suo agire configura una consapevolezza la cui precisazione oltranzistica è doverosa, soprattutto ai fini di una responsabilità generazionale che riguarda donne e uomini i quali consentono al proprio agire una posizione situata e fluida.

Perciò nel mio piccolo sto immaginando daccapo un lavoro redazionale e organizzativo per Contemporanea – fondo librario, con tempi diversi da quelli frenetici imposti dal blogging ma con una cura d’eccezione ai contenuti e alla loro presentazione grafica. In quest’ottica mi pare un’opportunità del tutto connessa alle necessità nuove di questo presente, quella della pubblicazione di testi di interesse al discorso di cui sopra, quella dei rapporti con le scuole e le università, ma anche l’organizzazione di eventi e promozioni di materiali connessi a tutto questo.

Ciò perché ancora credo che siano scelte indispensabili a una poetica, e quindi in questo senso diversamente politiche, tutte quelle relative al non adeguarsi dei linguaggi per mezzo dei quali ci si relaziona comunemente con il mondo di fuori. Non adeguarsi alla frenesia e alla sovraesposizione del corpo scrivente secondo le modalità prevalenti, non adeguarsi alla necessità di consenso che inevitabilmente agisce e tradisce l’eventuale originalità dei contenuti.

Penso che a questo punto sia più importante che mai la partecipazione ragionata come intellettuali su web e ciò che potrà ancora significare la partecipazione dei nostri corpi alla vita pubblica. Partecipazione reale che non potrà esimersi dal costituirsi come presenza agita attraverso la consapevolezza del percorso fatto da altre e altri in quello che possiamo considerare ormai passato. Ma allo stesso tempo aderendo quanto più consapevolmente possibile alle contingenze del presente, qualsiasi sia l’azione poetica, sociale e lavorativa all’interno della quale si abbia un ruolo.

Come se ci fosse un domani. Il lavoro culturale

“È importante a questo punto porre ancora una volta l’accento sulla parola “disturbo” anche nei termini di interferenza linguistica con la quale uno stile di analisi e un testo narrativo possono essere consapevolmente condotti”. Esce oggi su Il lavoro culturale il secondo articolo per il tema Ecologia Femminismi e Futuro. In questo contributo offro una delle letture possibili di Femminismi futuri edito da Iacobelli editore. Grazie mille a tutte le molte persone che negli ultimi mesi si sono sentite coinvolte con me in un discorso comune e necessario. Grazie alla redazione de Il lavoro culturale per i loro orientamenti sempre opportunamente scanditi, l‘accoglienza e la serietà. Leggi l’articolo.

Qui l’articolo precedente da intendersi come prima parte di quello in uscita oggi.