C’era una volta e poi non ci fu mai più

Contemporanea ricomincia con una favola

di Viviana Scarinci per Contemporanea Fondo Librario

C’era una volta e poi non ci fu mai più. Poi si fece notte improvvisamente e sopraggiunse dall’oggi al domani un evento più forte di tutto a chiuderci in casa, a rovesciare tutti i tavoli in cui stavamo vincendo e perdendo e per un po’ non c’è stato verso di articolare un bel niente. Non potendo uscire di casa, la vita si spostò tutta online. La vita dei nativi digitali e quella di chi ancora credeva ai padri e alla loro separazione del vivente in categorie normative. Nel frattempo c’era già stato chi si era fatto inghiottire dagli anfratti digitali dell’esistenza e poi si era fatto espellere, e digerito, inacidito, si era fatto rimangiare di nuovo. C’era chi alle origini lo aveva amato fin dentro i suoi anfratti allora esotici, quell’internet. C’era andato e tornato come di ritorno da una caccia in pieno paleolitico, con gli occhi allucinati eppure convinto che la realtà fosse quella dei corpi materiali di cui tutti avevamo già nostalgia ma lasciavamo indietro. E che comunque stavamo perdendo. E che comunque sempre più di rado interagivano tra loro, internet o no, pandemia o no. Insomma era un bel casino. Chiuse in casa, orbate dei voli delle libellule e degli avvoltoi, potevamo non accorgerci che una pandemia era orribilmente sopraggiunta per sterminare ma anche per risolvere un po’ di separatezze.

Un bel giorno infatti quando stavamo tornando a un regime di semi reclusione dato il problema pandemico dilagante, ci siamo accorte che ancora si trattava di separazioni, di due Italie, di due entità autonome e distinte ma ora in certi casi, realmente, le due Italie comunicavano. La pandemia era quindi vero che aveva dato un’accelerata inaspettata ai processi di digitalizzazione dell’economia relazionale, lavorativa e sociale, ovunque, stando a quello che dicevano i ben informati. Quindi anche nel bel mondo della cultura, della cultura orgogliosamente non mainstream. Quell’eldorado frequentatissimo a parole ma che quando ci andavi davvero, risultava spopolato peggio dei borghi terremotati dell’Appennino centrale, ora nei webinar e negli incontri online, traboccava di presenze e di interlocuzioni finalmente non impedite da distanze e costose percorrenze.

Il divieto di aggregazione per motivi sanitari aveva davvero avuto come conseguenza la promozione degli spazi culturali che divennero un’unica illimitata zona parageografica densamente popolata, socialmente evoluta in cui la virtualità era solo un dettaglio innominabile. Tuttavia non si poteva sapere se fosse un fenomeno che sarebbe durato giusto il tempo di fugare il senso di isolamento dovuto al trovarsi quasi tutti, di nuovo, in zona rossa. Eppure un mutamento fondamentale era avvenuto, quella regione che in tempo di pandemia solo il web poteva rendere bianca, era diventata motore e guida, detonazione e determinazione, come capitava quando nell’antichità si agiva nel mondo reale in preda al più sfrenato dei nostri sogni, ed incredibile a dirsi il sogno diventava realtà. Ora questo avverarsi del sogno senza muoverci da casa ammantava la virtualità di ogni sorta di attributo antiquato e filisteo. Cioè la virtualità era diventata un concetto vintage da dismettere e buonanotte.

Ma vi rendete conto che questa fu una vera figata, una tana libera tutti, anche per noi povere residuate belliche di guerre inventate tra reale e virtuale, e non per via di internet. L’Italia territoriale e quella cittadina, e anche non cittadina della kultura, quella desertica e disertata, a volte inevitabilmente condizionata da un fare cultura così dipendente dalla necessità di consenso, ecco tutto questo non sarebbe esistito mai più. Ormai tutto, tutte, tutti eravamo realmente connesse e contente di partecipare nell’unico luogo in cui era permesso l’assembramento. Collegate all’altra dimensione, quella virtuale che aveva smesso di chiamarsi virtuale allora diventammo tutte reali, anche noi assillate dalla nascita dal dubbio che la poesia ci avesse reso inesistenti, e non dico socialmente (vi ricordate Emily che diceva di essere nessuno? Ecco, dico quello). Dunque fu allora che iniziammo ad andarci piano con l’aggettivo “virtuale” perché ci accorgemmo che questo non sminuiva più l’effettività di ciò che accadeva nei contesti lavorativi, culturali, relazionali, sociali dato che per il momento quelli ci toccavano solo virtualmente, pardon, interagendo ‘realmente’ online.

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Un reading di poesia con SIL il 3 aprile

Perché abbiamo scelto Piera Oppezzo come madrina ideale di questo reading? E perché ci è sembrato così importante che SIL organizzasse un reading di poesia rivolto alle poete ma anche a tutte/i coloro che vogliono prestare ascolto e voce alla poesia dell’altra? Intorno alla metà degli anni Sessanta Piera Oppezzo abbracciò i temi politici di allora  e fu una femminista senza recedere di un passo dall’integrità del suo intendimento poetico: “per sua stessa ammissione, il decennio 1968-1978 fu il periodo più intenso della sua vita, quando il fervore delle speranze e la passione di tutta una generazione le fecero intravedere la possibilità di conciliare vita e scrittura” (L. Martinengo http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/piera-oppezzo/). È da ricercarsi nella speranza, nella conquista e nella riconquista  di quella conciliazione: vita con scrittura, il nostro intendimento e il nostro auspicio espresso attraverso le voci che si alterneranno il 3 aprile. Un invito rivolto a poete, lettrici, scrittrici, artiste, cineaste, giornaliste, performer, letterate, studentesse, studiose, traduttrici, editrici, docenti, amanti della cultura, amiche di cui ascoltare la voce poetica, o che prestano la voce alla poesia dell’altra. Ci sembra che ora  in un momento complesso come questo la poesia serva più che mai perché appunto, come scriveva Oppezzo, nell’apprensione si perde la memoria, e almeno in questa occasione potremo fare in modo che questo non accada. 


Cosa: si tratta di un reading online di poesia su piattaforma Zoom organizzato dalla Società Italiana delle Letterate 

Quando: sabato 3 aprile ore 17  

Chi: possono partecipare tutte le poete (socie SIL e non) che desiderino leggere una propria poesia (max 25 versi), chi voglia proporre all’ascolto una poesia di altra poeta, chi voglia semplicemente ascoltare il reading

Come: inviare entro il 28 marzo una email a societaletterate@gmail.com specificando il proprio nome e cognome. Per chi voglia partecipare da poeta o da lettrice occorre specificare comunque il titolo e l’eventuale autrice della poesia che si leggerà  se si tratta di un inedito o da quale libro sono tratti i versi

Perché: con questo focus sulla poesia contemporanea la SIL inaugura la campagna associativa 2021 ritenendo la promozione della poesia delle donne un’azione politica e culturale di grande importanza.  A questo scopo la registrazione del reading verrà inserita su questo sito con la lista delle poete e delle letture eseguite