La ragazza che aggrediva mostri

Appunti su L’adultera di Laudomia Bonanni

Emerson che visse tra il 1803 e il 1882 espresse con una capacità di sintesi fuori dal comune quello che era un avvertimento contro il materialismo emergente: “Le cose stanno in sella e cavalcano l’umanità”. Questo inciso è la frase che Laudomia Bonanni sceglie da mettere in esergo a L’adultera edito nel 1964. Si tratta di una vicenda focalizzata nell’arco di ventiquattro ore. Le ultime ore della vita di Linda, commessa viaggiatrice, moglie, madre e adultera. Si tratta di un viaggio di lavoro che racchiude come scopo il lavoro medesimo e con l’occasione un convegno amoroso clandestino.

Se non facessimo attenzione all’esergo, se da semplici lettrici e lettori ci volessimo concentrare sulla superficie della vicenda, se volessimo tralasciare il lavoro di ricerca letteraria e tematica che ha portato Bonanni a concepire la prosa di questo libro, L’adultera potrebbe sembrare ciò che è solo in parte. Cioè la storia di una donna per niente empatica che cerca e vive il proprio desiderio ponendolo al centro della sua vita. A ben guardare tema già enorme da esprimere così pienamente in un romanzo italiano uscito nel 1964, quando negli Stati Uniti nel 1973, quasi dieci anni dopo, Erica Jong con Paura di volare divenne una scrittrice femminista di fama mondiale mettendo al centro proprio la vicenda dell’insicura Isadora che ricerca la pienezza del proprio desiderio, cozzando contro l’istituzione matrimoniale, e le sue sicurezze concepite secondo i principi patriarcali.   

Ma torniamo in Italia, a Laudomia, a quasi quindici anni prima della pubblicazione de L’adultera. È venerdì 10 febbraio del 1950, il giorno successivo, sabato sera ci sarà l’assegnazione del XIV premio Bagutta. Circolano i nomi di Pavese, Soldati, Civinini, Piovene, Brancati, scartata la candidatura di Papini, e c’è Laudomia Bonanni una maestra elementare dell’Aquila del tutto nuova all’arengo letterario, come scriverà il cronista del Corriere della Sera di quel giorno. Una scrittrice che peraltro era favoritissima. E infatti quell’anno Bonanni vinse il premio Bagutta opera prima mai assegnato a una donna fino a quel momento con Il fosso.

Qui voglio aprire una parentesi sul posizionamento puramente sociale che il linguaggio della stampa e dei media rendono osservabile. Nel Medioevo, era chiamato arengo il luogo dove le cittadinanze insorte contro i feudatari signori delle campagne, si riunivano per deliberare. Perciò l’arengo è da intendersi come una specie di assemblea cittadina antesignana del moderno parlamento. Un luogo in cui la città, si sarebbe fatta Stato unitario e centrale creando così l’idea culturale dell’unicità del proprio potere e perciò della periferia e della marginalità di tutto l’altro da sé. L’arengo letterario nominato in riferimento alla posizione sociale e culturale di Laudomia Bonanni al momento della sua comparsa nel mondo maschile delle lettere nazionali, qui ci sembra essere una scelta lessicale particolarmente rivelatrice.

La notizia più rilevante su Laudomia Bonanni nella ricerca che ho compiuto all’interno dell’archivio digitale del Corriere della Sera si riferisce a qualcosa di noto per chi si occupa di Bonanni. È il 1960 Laudomia vince il premio Viareggio per la narrativa, che consiste nella cifra di un milione di lire che le viene assegnato per il romanzo L’imputata.

Inserendo nel motore di ricerca dell’archivio storico che contiene tutte le edizioni pubblicate fin dal primo numero del Corriere al 2017 il nome di Laudomia Bonanni ricorre 56 volte. La prima volta che Bonanni appare sul quotidiano nazionale tuttavia risale al 22 dicembre del 1939 in un articolo dal titolo significativo L’arte di regalare libri per ragazzi che si proponeva di illustrare una carrellata di romanzi di avventura. Laudomia Bonanni Caione viene citata per Men. Avventura al nuovo fiore romanzo coloniale per ragazzi ( altre informazioni sul romanzo qui )

È invece dell’edizione del 6 e 7 dicembre del 1949 il famoso articolo intitolato Aggredisce mostri la ragazza di Aquila in cui Eugenio Montale illustrando il tipo di neorealismo regionale e perciò per Montale esclusivamente verghiano, indica Bonanni tra quegli scrittori (uso il maschile non a caso). L’autrice come un’eccellenza capace di tagliare corto quando la verità si fa troppo vera. Cioè Montale riconosce a Bonanni le caratteristiche della meglio vocazione neorealista e l’originalità di una scrittura di ricerca davvero forte. Salvo prescrivere: “Se riuscirà a diventare più asettica e cederà meno alla tentazione (oggi così femminile) di una scrittura intensamente artistica, pregnante, densa, troppo insistita nei particolari, questa Laudomia farà certo strada”.

Ma già il 6 settembre 1964 nell’articolo che annunciava l’assegnazione del premio Campiello a Giuseppe Berto, sulle pagine del Corriere Carlo Laurenzi informava laconicamente: “Laudomia Bonanni, scrittrice abruzzese di non larga fama ma di probo impegno, è stata premiata per il romanzo L’adultera” che usciva quell’anno.

Sarebbero davvero molti gli elementi, oltre quelli puramente letterari, di tipo sociale, storico, ideologico e culturale da analizzare nella figura di Laudomia Bonanni e nell’estensione tematica della sua opera, partendo anche da particolari importanti come quella citazione da Emerson posta in esergo del romanzo L’adultera i cui temi come la corsa al consumo, l’impronta edonistica che la società stava prendendo, sono intesi come una questione non solo maschile ma anche femminile. E sono trattate le diverse conseguenze di ciò determinate dal genere, ossia quelle subite dalle donne come Linda, partite per la stessa corsa di tutti nell’arricchirsi al fine di finanziare finalmente il proprio piacere dopo tutti i bisogni che i conflitti e la povertà avevano reso endemici. Eppure allora era considerato un reato soltanto l’adulterio della moglie, punito con la reclusione fino a un anno (dall’art. 559 del Codice Penale del 1930). Solo nel 1968 la Corte Costituzionale con la sentenza n.126 ne dichiarò l’illegittimità costituzionale, cioè quattro anni dopo la pubblicazione de L’adultera.

L’adultera racconta, con un anticipo esorbitante e un linguaggio letterario davvero anomalo per il suo tempo, delle conseguenze psicologiche del trauma subito dalle donne italiane durante i due conflitti mondiali, degli stupri e dei numerosissimi e pericolosi aborti clandestini, del boom economico, della liberazione sessuale e del diritto al piacere femminile, di tutte le ambivalenze legate alla maternità, dell’irruzione della vulgata della psicanalisi di stampo freudiano nella società italiana e nel romanzo, dell’invisibilità di genealogie letterarie femminili di riferimento e della mancanza di questa cultura in chi era preposto a leggere e spiegare davvero la letteratura per tutto ciò che dovrebbe rappresentare per un Paese che si vuole unito dalla stessa lingua.

Ma L’adultera ci parla anche indirettamente dell’invisibilità, della ricchezza e della pluralità delle origini culturali regionali italiane. E soprattutto dell’intelligenza e del talento femminile nell’emersione attraverso la scrittura di quella poetica del vivere, e del vivente, che finisce sempre per sapere molte più cose di quanto si creda in merito alla sua contemporaneità. Doti come quelle di Laudomia, valide per se stesse, per cui il giudizio dell’arengo cittadino e letterario è da considerare solo una clausola, per quanto tremenda.



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