Elena Ferrante una genealogia plurale femminile per le italiane

Quando i libri sono di tutti e di nessuno. Un quaderno di lavoro condiviso su Elena Ferranteecologia e femminismo

TERZO

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Il 24 settembre scorso il sito dell’Accademia della Crusca pubblica un articolo intitolato Un asterisco sul genere che avrà una notevole risonanza mediatica al punto che verrà ripreso da molti quotidiani. La maggior parte dei quali, come La Repubblica, sintetizzeranno il lungo articolo come un consiglio da parte della Crusca in questi termini: schwa e asterisco? Meglio il maschile plurale (vedi qui una buona spiegazione su tutto ciò che riguarda la genesi e l’utilizzo del simbolo della schwa).

Paolo D’Achille che scrive per il sito della prestigiosa Accademia, indica quanto sia confortante che i molti quesiti che hanno motivato la presa di posizione della Crusca fossero stati formulati secondo gli scopi più nobili, sdoganando la questione e inserendola in un’universalità per così dire finalmente comprensiva e umanamente disponibile. A patto però che certe  ideologie non pretendano di forzare gli usi istituzionali e standardizzati che si insegnano e si apprendono a scuola:

come sono stati formulati i quesiti, documenta una larga diffusione di atteggiamenti di civiltà, di comprensione, di disponibilità. È senz’altro giusto, e anzi lodevole, quando parliamo o scriviamo, prestare attenzione alle scelte linguistiche relative al genere, evitando ogni forma di sessismo linguistico. Ma non dobbiamo cercare o pretendere di forzare la lingua – almeno nei suoi usi istituzionali, quelli propri dello standard che si insegna e si apprende a scuola – al servizio di un’ideologia, per quanto buona questa ci possa apparire.

Colpisce che praticamente nello stesso periodo in cui la Crusca promulga il suo consiglio, cioè meno di un mese fa, imperversava e imperversa nell’ambito del  panorama internazionale la scrittura sessuata (ma senza corpo) dell’italiana Elena Ferrante, attraverso discorsi per il ritiro di premi, dialoghi via email con importanti artiste di fama mondiale, film e serie tv di respiro internazionale. Al centro di ognuna di queste recentissime relazioni che Ferrante stabilisce tra la sua invisibilità e il mondo, come abbiamo visto, la mancanza del corpo femminile che si registra come autrice/marchio di produzione, è un fattore simbolico e mediatico determinante per il funzionamento in termini di comunicazione di ogni operazione creativa e commerciale collegata al dispositivo Ferrante.

L’addensarsi dell’attenzione intorno all’utilizzo non sessista della lingua italiana colpisce anche per come la Crusca articola le sue motivazioni, rendendole con ciò di largo consumo mediatico. L’Accademia privilegia cioè, come è di sua competenza, l’ortodossia grammaticale dell’italiano standard, ponendosi però in relazione a quesiti che testimoniano istanze contemporanee tra le più cocenti e lo fa riferendosi esplicitamente a un posizionamento consigliato a istituzioni come la scuola.

In un contesto in ogni caso così densamente orientato a porsi il problema dell’utilizzo non sessista della lingua italiana, praticamente negli stessi giorni, viene pubblicato da Iacobelli in versione  eBook Il primo Quaderno del Centro di documentazione internazionale Alma Sabatini (autrici: Edda Billi, fondatrice e prima presidente del Centro, Maria Rosa Cutrufelli, attuale presidente del Centro, Alessandra Pigliaru, Bianca Pomeranzi, Giulia Caminito, Laura Fortini e Sara De Simone) che ha come filo conduttore la domanda Dove batte la lingua oggi? L’ebook racconta una storia anche per così dire istituzionale più specifica e puntuale relativa all’Italia e all’italiano in cui la figura di Alma Sabatini viene analizzata a partire, come scrive Alessandra Pigliaru, dalla  “sua impresa più nota ovvero Il sessismo della lingua italiana. Edito per iniziativa della presidenza del Consiglio dei ministri e della Commissione nazionale della parità tra uomo e donna, è il 1987 quando fa la sua comparsa sulla scena pubblica”. Si veda tra l’altro l’articolo di Laura Fortini in cui viene riportato il saggio incluso nel primo Quaderno del Centro di documentazione internazionale Alma Sabatini di cui è autrice la stessa, che spiega come siano molte le accademie che in questi ultimi anni hanno varato o stanno discutendo su regolamenti e indicazioni di comportamento linguistico.

A indicare anche la risonanza mediatica oltre che politica di istanze linguistiche legate alla discriminazione di genere e al sessismo insito nella lingua scritta e parlata c’è anche la felice notizia del mese di maggio di quest’anno che riguarda la modifica da parte dell’Enciclopedia Treccani della voce relativa alla definizione della parola donna. La modifica è stata resa effettiva in risposta a una lettera aperta pubblicata il marzo precedente da La Repubblica che vedeva tra le firmatarie anche Elvira Federici per il direttivo della Società Italiana delle Letterate, in cui si chiedeva di eliminare i riferimenti sessisti che compaiono nel sinonimo della parola “donna” della versione online del vocabolario Treccani.

Un libro che per me è stato particolarmente significativo quando decisi di organizzare i materiali che desideravo includere nell’edizione italiana de Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo fu sicuramente  Il mondo è sessuato di Geneviève Fraisse (Nottetempo, 2019  edito in Francia nel 2016 con il titolo La sexuation du monde: Réflexions sur l’émancipation) che mi ritrovai in mano in modo del tutto fortuito una mattina che curiosavo tra i molto politicamente eterogenei volumi che la storica libreria Minerva di Piazza Fiume a Roma mette in vetrina.

Mi è stato subito chiaro perché Geneviève Fraisse poteva interessarmi per articolare un punto di vista prettamente civile e italiano su Elena Ferrante e sul linguaggio da lei usato. La lettura di Fraisse infatti mi ha offerto parallelamente un punto di vista molto ben articolato, rispetto al possibile legame che sussiste tra la fondazione di una democrazia e il percorso di inclusione delle donne nella vita pubblica  del loro Paese.

Già nell’ambito del convegno che ha avuto luogo presso l’Università di Lipsia nel mese di novembre del 2019, intitolato Elena Ferrante: genealogia e archeologia del XX secolo mi ero trovata a lavorare, nella relazione che mi competeva, su una domanda credo tra le più importanti rispetto a quelle che si debba porre una studiosa di Elena Ferrante: in che modo l’opera di Ferrante è connaturata all’archeologia e alla genealogia del XX secolo? E più precisamente secondo il mio sentire: avvalendosi di quale linguaggio, di quali temi, di quali storie quella scrittura osata da Ferrante è di fatto riuscita a rendersi interprete di una genealogia e di una archeologia mancante quando si tratta di raccontare la storia delle italiane non illustri? Quale linguaggio, quali i tempi, quali sono i riferimenti di Elena Ferrante che hanno potuto rendere il particolare della marginalità femminile e sociale Italiana, così profondamente dialogante con tutto l’altro da sé, cioè tutto quel pubblico universale che si è raccolto con la sua attenzione intorno all’opera di Ferrante?

È continuando a ragionare su questo che mi è parso di rintracciare un legame tra ciò che Fraisse coglie in alcuni aspetti della storia del suo Paese, la Francia, (in cui la rivoluzione ha giocato un ruolo tanto importante quanto controverso) tra l’istituzione della repubblica e l’inclusione delle donne nel concetto di cittadinanza, e quello che diversamente potesse essere stato lo stesso processo che con esiti diseguali, e in tempi diversi, avevano intrapreso le italiane. Quanto l’opera di Ferrante ha attinto dalle politiche dei movimenti femministi italiani? Quanto costituisce una denuncia volta all’irresponsabilità che per lungo tempo il canone letterario vigente ha agito verso la possibile emersione, e perciò verso la compilazione di studi adeguati, rivolti al riconoscimento del lavoro di scrittura delle italiane?

Come riporta sinteticamente Annarosa Buttarelli nella prefazione del libro di Fraisse (p. 7- 12) il risultato dell’analisi che l’autrice compie mette in luce un aspetto su cui a monte bisognerebbe riflettere di più parlando dell’importanza storica e sociale del movimento #MeToo come movimento globale: attraverso la protesta di un corpo femminile individuale si è attuata per la prima volta da quando si parla di globalizzazione, la rivolta di un corpo femminile collettivo. E questo non è avvenuto in un contesto di nicchia, non riguarda una qualche questione che può essere liquidata come ideologica ma risulta come un fenomeno illustrato dalla realtà dei fatti. A proposito del corpo femminile collettivo come vittima materiale e simbolica in un capitolo intitolato La scrittura di Ferrante e #MeToo Tiziana de Rogatis scrive

In questo scenario, la scrittura di Ferrante ha proposto all’immaginario internazionale un’etica femminile della sopravvivenza, che è anche una risposta indiretta al tentativo di ridurre #MeToo a un movimento vittimista. Nella quadrilogia, sopravvivere significa includere l’eredità subalterna delle antenate nel presente emancipato delle figlie, far convergere la corrente violenta del matricidio nel riconoscimento della madre e della sua genealogia, rielaborare il retaggio del dominio sulle donne attraverso un modello controverso ma solido di amicizia, fondare una nuova capacità assertiva e creativa proprio sulle inevitabili fragilità e contraddizioni della vittima (T. de Rogatis, Elena Ferrante. Parole chiave, Roma, edizioni e/o, 2018 p.17-18) 

È una rivolta, quella del corpo femminile globale, che ha determinato una fuoriuscita dal margine di quei saperi raccolti dall’esperienza del corpo femminile e con ciò ha reso possibile il profilarsi di un’azione di protesta diffusa e socialmente accettata che però è partita da una rottura. Ovvero da una presa di posizione che ha potuto avere luogo solo da una scelta consapevole in merito alla necessità politica di una mancanza di ortodossia rispetto alla conformità nell’ambito di pratiche accettate, per quella che è una percezione del corpo della donna avallata anche in contesti geografici e socio economici insospettabili e molto diversi tra loro.

Personalmente quello che del pensiero di Fraisse mi è soprattutto interessato è la descrizione di una origine storica del baratro che separa il corpo femminile individuale con la sua singolarità e la sua condizione precipua e irripetibile e il corpo femminile collettivo che risiede nell’immaginario di donne e uomini, nelle politiche di alcune ideologie, ma anche e soprattutto nella lingua parlata e nella lingua scritta, di cui organi illustri come l’Accademia della Crusca e l’Istituto Treccani sono riconosciuti tra i principali custodi in Italia.

Fraisse illustra già a partire dalle prime pagine del suo libro il percorso culturale di un corpo femminile in un contesto che inizia a considerarlo nella parzialità di ruoli attribuiti alle singole individualità, come quello di donna artista, scrittrice, giornalista, donna alto borghese, riconosciuti nel corso della storia francese. Questo riconoscimento appannaggio solo di alcune condizioni femminili crea un’ulteriore disparità, che in Francia ad esempio ha preso un corpo evidente con la rivoluzione. Ma non ha un motivo solo storico, un motivo che riguardi l’economia, la politica e la cultura dei singoli Paesi, è qualcosa che nasce da una condizione femminile globale subalterna molto prima che la globalità potesse essere concepita e essere definita da linguaggi totalmente all’oscuro di quella condizione, proprio perché è una condizione materiale estranea al modo in cui si sono composte e studiate le categorie del pensiero e del linguaggio universale.

In altre parole questa rassicurazione è ciò che il linguaggio vigente, cioè plurale e maschile, ci ha da sempre rifilato in merito all’esperienza di quelle singole, come riconoscimento del fatto generale che la loro scrittura, la loro arte, la loro industria, le loro politiche, le loro bellezze, la loro indipendenza potessero soddisfare l’idea dell’emancipazione di un intero genere. Questa credenza è potuta entrare nel senso comune perché non è accaduto quasi mai che diverse definizioni e analisi avessero impegnato il genio linguistico e tutelare di chi poteva essere interessato nei secoli da questa responsabilità.

Sono stati certamente tanti ma non ce ne sono stati tramandati molti, i lavori di donne impegnate nell’atto di guardare realmente alla condizione senza linguaggio in cui i corpi femminili, e tutti i corpi mancanti all’appello della realtà di un linguaggio condiviso, risultano come vittime di una subalternità invincibile. 

Oggi alcuni di questi lavori sono stati tratti in salvo dall’indifferenza, dalla furia censoria, dalla derisione, dall’albagia di alcune analisi totalmente estranee alla materia cui si riferiscono, e stanno a indicare come siano soprattutto i corpi mancanti all’appello del catalogatore volto all’ortodossia, e perciò al controllo, quelle e quelli che hanno visto il loro destino determinarsi nel bene e nel male per via, a causa e in conseguenza del loro essere solo corpi senza lingua, spesso in odore di vittimismo per via delle loro lacrime, dei loro silenzi, dei loro balbettii.       

immagine di Christine Wang

Dal punto di vista storico l’idea che il percorso di una sola persona fuori dal comune, scrive Fraisse, testimoniasse il riconoscimento del progresso per tutte, ha prevalso. Del resto sta nel concetto stesso di democrazia una possibile trappola che fa incorrere in questo fraintendimento: “In democrazia, l’eccezione può diventare la regola; in democrazia si sottolinea la similitudine di tutti piuttosto che le differenze categoriali; in democrazia la totalità degli esseri è teoricamente implicita (…) Ma “ognuna” è anche la persona che è solo l’”uno” singolare, senza l’obbligo di riconoscersi nella molteplicità del collettivo, mentre attinge allo stesso tempo, all’interno di questo collettivo, la possibilità di essere quell”uno” singolare” (p. 15-22).

L’assunto del libro di Fraisse è che la storia è sessuata perché la sessuazione di tutto è un fatto: “Non il fatto di una definizione della differenza sessuale, non il fatto di una categoria antropologica come la differenza dei sessi ma il fatto di una realtà politica semplice: i sessi fanno la storia.”

A chiusura del libro di Fraisse, non a caso c’è una postfazione di Luisa Muraro in cui la studiosa italiana sottolinea in modo diretto e esplicito che nei moltissimi contesti storici in cui le donne compaiono eccezionalmente o marginalmente, ciò si deve alla selezione e alla lettura dei documenti storici: “selezione e lettura che sono fatte in vista di quello che risulta memorabile e degno di essere trasmesso alle nuove generazioni”.

È con questa considerazione in riferimento a Fraisse e Muraro che o scelto di aprire Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo con il capitolo Perché il romanzo di Ferrante è politico? Infatti ho voluto ricalcare il tracciato disegnato da queste due studiose per indicare quanto sia prezioso il desiderio che l’opera di Elena Ferrante ha universalmente suscitato. Cioè quello di ricostruire tutti quegli aspetti non sufficientemente considerati, rintracciabili tra le pieghe della storia universale e della filosofia classica europea e di quella contemporanea femminista. Solo così si può comprendere meglio la difficoltà di passaggi decisivi in cui la storia delle donne ha spesso subito narrazioni molto distanti da quello che sarebbe oggi una ricostruzione accettabile, al di fuori delle importanti ricerche specifiche attuali.

Nella selezione di questi documenti che sarebbe stato così necessario conservare, quanti sono rimasti muti, sono scomparsi o sarebbero potuti essere e non sono stati? In questa cernita così decisiva quanto è stato determinante un consiglio linguistico più o meno accettato dal senso comune, come l’unica competenza accreditata a legiferare in materia di linguaggio?

Continua


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Categorie:articoli e link, Ecofemminismi, ecologia, Elena Ferrante

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