Gli adulti bugiardi, curiosità

Dato che la mia recensione de La vita bugiarda degli adulti di Elena Ferrante la redazione del sito Doppiozero curiosamente l’ha pubblicata nello stesso post in cui c’è un testo di un altro autore senza chiedere il mio parere né avvertirmi della data di pubblicazione del mio testo. Dato che curiosamente la mia recensione è stata pubblicata in ritardo rispetto ai tempi in cui l’ho inviata loro che peraltro me l’hanno espressamente richiesta. Tenendo conto di queste curiosità ho pensato di sentirmi libera di pubblicare la mia recensione anche qua. Se non altro per favorire la comodità di chi desidera leggerla.


Era il 1992. Enzo Siciliano con un articolo sul Corriere della sera datato 28 giugno salutava l’uscita de L’amore molesto, opera di esordio di una certa Elena Ferrante, come “un debutto sul difficile terreno della ricerca interiore” manifestando sorpresa per l’altezza stilistica raggiunta là dove un’originalità “non guidata” sceglie lo scavo entro destini individuali piuttosto che confrontarsi con la storia.

Confronto che in effetti doveva sembrare particolarmente urgente in quei mesi dato che il 1992 in Italia è un anno in cui avvengono degli eventi destinati a cambiare radicalmente il corso degli avvenimenti di natura civile e politica per come si erano configurati fino ad allora. Infatti finalmente ne sapemmo qualcosa di Gladio, ebbero luogo le sentenze del Maxiprocesso di Palermo, irruppe platealmente sulla scena pubblica tangentopoli. Ma soprattutto il 1992 è l’anno in cui saranno assassinati dalla mafia i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.  

Siciliano chiudeva il suo articolo elogiativo proponendo un’immagine estremamente significativa dal punto di vista del linguaggio e indicativa del contesto in cui quella storia di madri e figlie napoletane, per niente addomesticata dal buon senso, non poteva che stupire. Infatti Siciliano concludeva accostando in termini di esiti la “poesia della remissività donnesca (…) e l’idea che il riscatto arriva con la sofferenza del pensiero”.  

L’amore molesto arrivò a fare i conti con tutto quello che si era creduto in merito al ruolo del romanzo in Italia e segnava di fatto il mancato riconoscimento pubblico dell’esistenza di una precisa genealogia del romanzo italiano scritto da donne, proprio quella genealogia cui si riferisce Elena Ferrante a più riprese: “La posta in gioco è più alta: contribuire a rafforzare una nostra genealogia artistica che regga, per intelligenza, per finezza, per competenza, per ricchezza di invenzione e per densità emotiva, il confronto con quella maschile”[1]. Genealogia che tra l’altro nel 1992 la filosofia e la critica letteraria italiana di matrice femminista stavano contribuendo già a delineare.

Per tornare ai giorni nostri il 7 novembre scorso, accompagnato da un grande clamore dei media di tutto il mondo, ma anche italiani stavolta, esce La vita bugiarda degli adulti che ha tutta l’aria di costituirsi come il primo romanzo di una nuova saga. Proprio il clamore mediatico e il successo di pubblico, nel caso di Elena Ferrante, con buona pace dei detrattori, non stanno a smentire il valore di un’opera già tradotta in cinquanta Paesi e con all’attivo dodici milioni di copie vendute in tutto il mondo. Per non parlare delle precise e circostanziate ascendenze letterarie che legano l’opera di Ferrante a quella di Elsa Morante e Anna Maria Ortese. Ma stanno a sottolineare un fenomeno che ha portato l’Italia al centro di un discorso globale che attraverso la letteratura, riguarda finalmente le donne.

Dopo la tetralogia de L’amica geniale infatti Elena Ferrante, inizia il racconto in prima persona della vita di Giovanna Trada nata a Napoli il 3 giugno 1979, colta sul compiersi dei suoi 13 anni fino ad arrivare ai 16. Ma non è un inizio del tutto nuovo, semmai è un ricominciare daccapo a guardare all’Italia attraverso Napoli, ribattendo ostinatamente sugli stessi temi che da quasi trent’anni, si focalizzano sulle madri, le figlie e la famiglia italiana. Per giunta sapendo dire così tanto di quanto non era ancora stato scritto della storia di un Paese in cui il peso dei legami familiari si estende ad agire fin nei meandri più noti e più impensabili delle relazioni sociali con ciò descrivendone conseguenze pubbliche e private che non possono essere escluse dalla storia con la S maiuscola. Altrimenti si rischia di essere davvero troppo lontani dal racconto di chi siamo stati e di conseguenza dalla credibilità di quello che siamo diventati.

In ballo infatti stavolta è proprio un’eredità generazionale, storica, politica, ambivalente che è bene saper guardare da tutte le prospettive se si vuole crescere. E Giovanna lo vuole sicuramente, dato che il romanzo si chiude con un proposito di tutto rispetto, quello di diventare adulta come a nessuno è mai successo. Per non parlare della domanda che campeggia già in quarta di copertina: crescere per diventare cosa, per somigliare a chi? Intendiamoci: fare da sé per Giovanna non è una velleità ma una necessità sancita dalla sofferenza del pensiero, cui forse Siciliano si riferiva senza farne una questione di genere, che pagina dopo pagina renderà il linguaggio e le sue insidie più o meno consapevoli, il vero protagonista del libro e la vera posta in gioco in termini di eredità.   

La cornice di questa eredità è Napoli che per l’occasione è divisa esplicitamente in due. La città di sopra del Rione Alto e del Vomero e di San Giacomo dei Capri in cui, le famiglie ritratte nel libro, ossia quella di Giovanna e quella delle due bambine Ida e Angela sue amiche, pretendono si parli esclusivamente in italiano, pretendono si studi soprattutto per non incorrere nella vergogna di avere una figlia bocciata, cosa che invece accadrà sia a Giovanna che a Ida. Eppure le tre bambine apparentemente così ben accudite saranno lasciate da sole a raccogliere un’eredità che riguarda la distanza incolmabile tra il guardare e il vedere che in tutta evidenza è il problema che ha investito la vita di entrambe le loro famiglie.

Poi c’è la Napoli di sotto immersa nel grigiore di tutto quanto globalmente da Milano a Calcutta significa marginalità. Qui si parla solo in dialetto perché il dialetto è lingua madre e il problema è decidere se governare o meno la ferocia che in ogni posto al di sotto del mondo emerso, è la stessa. Di sopra padri e madri discorrono: “delle solite cose che gli stavano a cuore, parole che orecchiavo da sempre tipo politica, valore, marxismo, crisi, stato”. Di sotto la tremenda zia Vittoria, figura impresentabile cancellata dai genitori e riesumata dalla smania adolescenziale di Giovanna di capire davvero lei di chi ha preso il volto, imperversa imponendo alla figlia dell’odiato fratello, con tutta la sua sgradevolezza, di guardare, guardare davvero e decidere di quale racconto vuole far parte.

Sarà grazie a questa zia che Giovanna scoprirà che l’epica familiare che sta alla base della narrazione della sua venuta al mondo è il più bugiardo dei racconti e che tutto l’alto e tutto il basso da cui proviene costituisce un presupposto che non potrà esserle d’aiuto nel proposito di diventare un’adulta del tutto diversa da quanto sia risaputo essere le migliori qualità degli adulti.

Infatti degli adulti di questa storia nessuno è felice o ha ragione, nessuno ha vinto la sua battaglia, nessuno è depositario di qualcosa di significativo al punto di costituire un’eredità davvero solida e soprattutto nessuno ha agito con giustizia nei confronti degli altri pure avendo ampiamente attinto a un lessico fortemente polarizzato in questo senso. Sono i più giovani quelli che Elena Ferrante incarica attraverso Giovanna, non di evitare di dire bugie ma di trovare una sintesi simbolica che non cristallizzi lo sguardo in una polarità vuota: giusto o sbagliato, bene o male, alto o basso, tradimento o lealtà, perché questo scontro di mondi è talmente connesso con l’eredità di Giovanna Trada che tanto l’individuo socialmente qualificato come migliore o peggiore quanto la madre e il padre alla luce dei fatti, semplicemente non sono più credibili. Almeno rispetto a quanto di risaputo li abbia ricondotti al presente di una adolescente nata in Italia nel 1979, tanto addolorata quanto conscia e decisamente molto promettente: “una contiguità incongrua tra volgarità e finezza, e quell’ulteriore assenza di confini nitidi in un momento in cui stavo perdendo ogni vecchio orientamento, mi smarriva ancora di più.”

Ma niente paura, anche stavolta come è già accaduto in Ferrante, esiste un oggetto magico il quale avrà la funzione determinante che rende al guardare alle cose consuete, uno sguardo capace di andare molto oltre le dicotomie, le ambivalenze, gli equivoci, uno sguardo capace di recare alla menzogna un valore del tutto sorprendente. Questo oggetto magico non mette a posto proprio niente perché nell’economia delle storie narrate da Ferrante nessun luogo è sicuro. E non sarà più una bambola che pure nel libro ancora ricopre un valore simbolico importantissimo. L’oggetto magico dei bugiardi di Ferrante è un monile, un prezioso braccialetto da donna che grazie al suo potere maligno mette in circolo tutte le energie che fanno destino. Il tradimento sopra ogni cosa.

Maschile e femminile, immanente e trascendente, corpo e spirito, lealtà e tradimento sul finire del romanzo irrompono attraverso i personaggi di Roberto e di Ida. Il primo è l’uomo di cui Giovanna si innamorerà davvero e pare rappresentare con il suo legame di natura intellettuale con la religione, proprio quell’aggancio con la trascendenza che l’opera di Elena Ferrante, ha illustrato in altri termini attraverso la tetralogia de L’amica geniale.  La seconda è la giovanissima amica che si fa bocciare per aver troppo letto e scritto per conto suo. Giovanna sceglierà proprio Ida come compagna di un viaggio dal sapore iniziatico alla volta di Venezia, dopo avere indicato all’amica di essere la prescelta dandole senza vergogna un bacio sulla bocca ai giardini della Floridiana nonostante l’andirivieni di madri che sospingono passeggini.

Il romanzo finisce qui. Lasciamo con disappunto il bel Roberto che sta scrivendo un saggio sulla compunzione: “La chiamò più volte addestramento a pungersi nella coscienza, attraversandola con ago e filo come la stoffa quando bisogna farne un abito”. Oddio, compunzione ha a che fare con il rimorso, con il pentimento, corro a cercare sul vocabolario della lingua italiana Treccani, è un atteggiamento ostinato di umiltà e afflizione, talora ipocrita che nella teologia cristiana sta anche come sinonimo di contrizione… è troppo, quanto bisognerà aspettare per l’uscita del prossimo romanzo?

Ferrante sembra dire che tra il guardare e il vedere c’è un baratro che certi adulti ricolmano abilmente di parole sempre più scollate dal campo in cui accadono le cose della vita vera che è più tremenda e più magica di tutte le menzogne del mondo. Se davvero Elena Ferrante con La vita bugiarda degli adulti ha voluto dire questo, io ci credo.


[1] E. Ferrante, L’invenzione occasionale, Roma, Edizioni e/o, 2019, p. 82

Doppiozero La vita bugiarda degli adulti Elena Ferrante

Doppiozero pubblica il mio punto di vista sul nuovo libro di Ferrante e quello di Stefano Jossa. “Infatti degli adulti di questa storia nessuno è felice o ha ragione, nessuno ha vinto la sua battaglia, nessuno è depositario di qualcosa di significativo al punto di costituire un’eredità davvero solida e soprattutto nessuno ha agito con giustizia nei confronti degli altri pure avendo ampiamente attinto a un lessico fortemente polarizzato in questo senso. Sono i più giovani quelli che Elena Ferrante incarica attraverso Giovanna, non di evitare di dire bugie ma di trovare una sintesi simbolica che non cristallizzi lo sguardo in una polarità vuota.” https://www.doppiozero.com/materiali/elena-ferrante-la-vita-bugiarda-degli-adulti

L’amica geniale in TV su Doppiozero

Lamica-Geniale-1Il rione che vedremo stasera può essere dislocato ovunque, le due bambine potrebbero essere chiunque in un contesto che però è esistito prima e perciò illustra, attraverso le immagini di un agglomerato urbano circondato dal nulla, il suo carattere primigenio. Il rione ricostruito nella fiction de L’amica geniale è riconducibile all’apparizione di un prima universale in cui forze naturali e soprannaturali sfuggono al controllo umano: l’ira su tutte. La vera posta in gioco di questa chimerica identità tanto cittadina quanto femminile è la padronanza della strategia delle apparenze contro la violenza della realtà, o contro il potere che alla realtà noi tutti attribuiamo per default.  Leggi tutto l’articolo su Doppiozero

Su Elena Ferrante


Articoli

Elena Ferrante e il genio di Napoli (settembre 2018)
Ciò che la realtà non sa essere per noi (dicembre 2017)
Chi sono i contemporanei di Elena Ferrante? (maggio 2017)
Storia della bambina perduta (novembre 2014)
L’amore o è molesto o non è (dicembre 2012)

Libri

in lingua tedesca (trad. di Ingrid Ickler)

le bambole napoletaneQuando il romanzo d’esordio L’amore molesto di Elena Ferrante appare in Italia nel 1992, nessuna delle prime recensioni né delle prime interviste diedero un’idea della dimensione internazionale che il fenomeno letterario avrebbe acquistato in seguito. Da lì in poi e per oltre vent’anni, Elena Ferrante illuminerà gli aspetti meno frequentati di molti destini femminili inquadrati nel contesto storico e sociale nel suo Paese ma non solo.  Questo ritratto letterario di Elena Ferrante edito dalla Casa Editrice tedesca Launenweber nel mese di marzo 2018 illustra tra l’altro come Elena Ferrante sia stata accolta in Italia prima e diversamente dal resto del mondo. Un punto di partenza legato all’origine italiana del fenomeno, quindi, ma con lo sguardo già rivolto alle motivazioni della consacrazione internazionale di Elena Ferrante come una delle maggiori scrittrici italiane di sempre.


 in lingua italiana

saggistica

Elena Ferrante eBook. Chi è Elena Ferrante? Una donna? Un uomo? Un gruppo di scrittori che da oltre un ventennio pubblicano a turno, o collaborando insieme , con questo pseudonimo? O una scrittrice capace di rovesciare come un guanto i propri temi per renderli attualissimi, nel metodo e nel merito?

Un caso non solo letterario che da italiano è ora diventato, con clamore e consensi, internazionale. Doppiozero presenta la prima monografia sulla sua opera, scritta in modo insieme leggibilissimo e approfondito da Viviana Scarinci

Idee esiliate e supporti materiali

Ostrakon, è stata allestita dal 24 marzo al 5 maggio 2018 negli spazi della galleria Cardelli e Fontana di Sarzana.  In occasione della mostra la rivista d’arte antica e contemporanea “Finestre sull’arte” ha pubblicato un articolo (firmato Federico Giannini e Ilaria Baratta) di estremo interesse che riguarda l’opera complessiva di Simone Pellegrini. Parte dell’articolo si riferisce ai libri istoriati che costituiscono un aspetto separato e distinto della produzione di Pellegrini. Poiché la questione del supporto di trasmissione e rielaborazione di un certo tipo di contenuti, è di mio particolare interesse in primo luogo come poeta,  di seguito propongo un estratto dell’articolo di Giannini Baratta che riporta un mio intervento scritto in occasione della mostra dei libri istoriati che si è tenuta nel 2011 presso il Fondo Librario di Poesia di Morlupo. In quell’ambito Pellegrini ha avuto modo di introdurre i presenti alla fruizione dei libri istoriati ed io ho avuto l’occasione di scrivere di questo aspetto peculiare della sua opera.

Sorrido pensando come tutto torna.  


Ostrakon, dunque, anche come “esilio” dell’idea sul supporto materiale.

“In mostra sono esposti anche i libri sui quali Simone Pellegrini traccia i suoi disegni. Quella del disegno sulle pagine dei libri è una pratica che l’artista da sempre frequenta, e gli permette di fissare su carta le prime idee per le sue composizioni di più grande respiro. I libri (Simone Pellegrini dimostra una particolare predilezione per la mistica, la religione, la poesia, la filosofia) generano idee, e le idee vengono subito fissate sulle loro stesse pagine, anche senza che ci sia un rimando diretto a quanto emerso dalla lettura: l’arte di Simone Pellegrini, sottolineava Viviana Scarinci, non ha debiti di riconoscenza nei confronti del libro, dacché l’artista “difende la purezza della sua visione” anche da quelle stesse pagine che spesso costituiscono le scaturigini del suo universo figurativo. Tuttavia non si potrebbe comprendere del tutto l’arte di Simone Pellegrini senza conoscere questi disegni che ci appaiono quasi istintivi, ma che in realtà sono frutto di meditate elaborazioni: perché l’immaginazione dell’artista è spesso stimolata dalle parole. Che altro non sono, se non segni loro stesse (un linguaggio, in tutto e per tutto simile a quello che l’artista cerca di creare per mezzo delle figure). Si tratta, peraltro, di prodotti profondamente diversi rispetto alle opere destinate a essere appese alle pareti. Perché in quei libri l’artista entra a contatto diretto col supporto”. Leggi tutto

 

Simone Pellegrini è nato ad Ancona nel 1972, attualmente vive e lavora a Bologna. Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Urbino nel 2000, ma espone le sue opere dal 1996. Dal 2003 collabora con la Galleria Cardelli e Fontana di Sarzana e, dal 2006, con la Galerie Hachmeister di Münster in Germania. Ha esposto in diverse mostre in contesti internazionali (tra questi, tre edizioni della Biennale di Venezia, nel 2015, nel 2013 e nel 2011, oltre a fiere di rilevanza mondiale e importanti mostre collettive) e ha tenuto personali in Italia e all’estero. Sue opere si trovano al MAMBo di Bologna, nella collezione permanente di Bologna Fiere, presso la Collezione Volker Feierabend di Francoforte sul Meno, nei Musei Civici di Monza, nelle raccolte di Palazzo Forti a Verona e in molte altre collezioni. È inoltre insegnante di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna.

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*Immagine in  primo piano: Simone Pellegrini, L’ordo degli incomparabili, dettaglio

Foejetong bambole napoletane

Le bambole napoletane iniziano a camminare sulle loro gambe. Lunga vita ai romanzi di Elena Ferrante


“Es sind noch viele weitere Aspekte die Scarincis Essay enorm spannend und lehrreich machen. Schade ist natürlich, dass uns (die, die wir kein italienisch sprechen) Scarinci weit voraus ist, was die Lektüre der Ferrante-Romane betrifft. Einige Aspekte und Details werden dadurch schwerer nachvollziehbar. Dennoch bietet „Neapolitanische Puppen“ eine wahnsinnig interessante Lektüre, die definitiv noch mehr Lust und Vorfreude auf die folgenden Übersetzungen der Ferrante-Romane macht, wovon letztendlich auch Suhrkamp profitieren wird.” https://foejetong.com/2018/05/07/affidamento-im-dialekt/

Emily Dickinson Il lavoro culturale

La faida familiare per i diritti sull’opera alla morte della poetessa. Il modo distorto con il quale fu orientata inizialmente la sua immagine pubblica. Una consapevolezza autoriale incrollabile. Esce oggi per “Il lavoro culturale” un mio articolo che vuole sottolineare l’attualità della figura di Emily Dickinson. Grazie alla redazione  per l’accuratezza e il rispetto dei miei contenuti.

Una visione inedita di Emily Dickinson


 

su Doppiozero chi sono i contemporanei di Ferrante

Elena FerranteTutte le protagoniste di Ferrante fanno riferimento alle molte possibili interpretazioni di un femminile singolarmente vissuto nell’ambito di un tempo storico collettivo. Scrive la stessa Ferrante a questo proposito su Delia e Olga, protagoniste rispettivamente de L’amore molesto (1992) e de I giorni dell’abbandono (2002): “Sono donne che dicono la loro storia dal centro di una vertigine. Quindi non soffrono per il conflitto tra ciò che vorrebbero essere loro e ciò che sono state le loro madri, non sono il punto d’approdo sofferto di una genealogia femminile cronologicamente ordinata che muove dal mondo arcaico, dai grandi miti dell’area mediterranea, per arrivare a loro in quanto picco visibile di progresso. Il dolore deriva invece dal fatto che intorno a loro, simultaneamente, in una sorta di acronia, si affolla il passato delle loro antenate e il futuro di ciò che cercano di essere”

⇒ http://www.doppiozero.com/materiali/chi-sono-i-contemporanei-di-elena-ferrante

ESSA su Il segnale 104

Un mio testo dal titolo che è tutto un programma ‘Essa’ sull’ultimo numero della rivista milanese Il Segnale 104, tema: L’ Esserci e il Sentirci. Si tratta di un gioco. Ho deciso di approcciare il tema che il direttore mi ha invitato a trattare attraverso una finta prosa filosofica tendente al surreale…ma a pensarci bene, surreale neanche tanto.


Estratto

segnale 104(…) Infatti l’utente che appartiene a gruppi minoritari percepisce come unicamente pervasiva, quell’ossimorica esistenza di ogni invisibilità che si concretizzi attraverso un’entità la quale si autonomina, Essa stessa, come prototipo di ciò che meglio di altro esiste in una zona franca di irriducibilità che non è vita né pubblica né privata … (…)

Marosia Castaldi su Nazione Indiana

L’immagine è un’opera di Marosia Castaldi

27-castaldi.jpgCredevi davvero che la mia vita si svolgesse tutta sopra quella sedia insieme a mia madre alla sua amica e alle due vecchiette? Io sono quello che sono per tutte le battaglie che ho combattuto e per tutti i risultati che ho ottenuto. Sono a fiori. Anche mia madre recita nei pomeriggi del tè lei è molto più pazza di me si innamora di moltissimi uomini ma lì fa solo la parte della madre e Dora quella dell’amica e le due vecchie la parte delle vecchiette pazze. Fuori della stanza siamo anche altre cose ma questa piccola cerimonia ci serve forse per “fare famiglia”. (CASTALDI, Marosia, Il dio dei corpi, Sironi Editore, Milano, 2006, cit., p. 86)


Dopo Elena Ferrante e Valeria Parrella ringrazio Nazione Indiana di aver condiviso questo mio ulteriore passo su Marosia Castaldi e la narrativa italiana contemporanea scritta da donne


Il culto dei morti, dei figli, della famiglia, del cibo, l’evanescenza della linea di demarcazione tra l’al di qua e l’al di là cui il territorio flegreo, il mitico vulcano, il mitologico Averno hanno abituato i napoletani, sono soltanto alcuni degli elementi che hanno consentito a certe scrittrici contemporanee di provenienza meridionale un’interessante rivisitazione della propria origine senza che la loro narrativa fosse di stampo necessariamente localistico ma anzi, passando per Napoli, si rivolgesse ben oltre ciò che Napoli significa geograficamente (…) Marosia Castaldi è una scrittrice e scultrice nata a Napoli ma residente da molti anni altrove. La tensione conoscitiva intrinseca ai suoi racconti, fiabe e romanzi di primo acchito pare compiersi in modo diverso rispetto a quello del racconto che ha intenzione di estendere oltre il luogo dello svolgimento dei fatti, la riconoscibilità delle circostanze narrate.”

Su doppiozero: Se il danno della famiglia si fa paese

Dopo Elena Ferrante, Letizia Muratori e Caterina Bonvicini, su doppiozero continuo il mio viaggio entro il romanzo italiano contemporaneo scritto da donne.

Stavolta con Se il danno della famiglia si fa paese propongo una lettura de Lo spazio bianco di Valeria Parrella


Lo spazio bianco è però anche un romanzo che sottolinea soprattutto come certe prese di coscienza che sembrano personali comportino invece un passaggio molto complesso nell’ambito tanto di una maturazione individuale quanto di una maturazione collettiva. E non è ancora tutto: oltre alla storia di una nascita avventurosa, in questo romanzo Parrella racconta quel passaggio simbolico attraverso il quale una figlia diventa una madre. Una madre di oggi però, che non sia soltanto frutto di un passaggio di testimone generazionale, né il cui essere madre denunci sconfitte o vittorie nei confronti della società attuale o precedente.

su Doppiozero gli animali di Letizia Muratori e Caterina Bonvicini

Doppiozero pubblica un mio articolo su due romanzi di due autrici tanto diverse ma con qualcosa di importante che le accomuna, si tratta di

Animali Domestici di Letizia Muratoridom L’equilibrio degli squali di Caterina Bonvicini sq

“Un luogo comune è soprattutto un posto accessibile a tutti. Sarà forse un desiderio banale, ma è un posto in cui quasi tutti vogliono andare. Un luogo di cui quasi tutti parlano, e la cosa si arresta a quel chiacchiericcio senza figure che lascia tutte le investigazioni possibili fuori dalla porta di coloro che proprio in questo posto hanno messo su famiglia o vita randagia. Perché come sembra asserire Muratori, tutti noi, come i cani, alla fine siamo domestici o randagi. Almeno questo è ciò che della nostra animalità possono raccontare i luoghi comuni. Luoghi di terra o di mare che indistintamente celano insidie quotidiane di una ferocia tanto sibillina quanto irriferibile, come testimonia il romanzo di Bonvicini” Leggi l’articolo QUI

Sabato 7 febbraio alle 16 ELENA FERRANTE ebook a Milano presso Writers #2

Sabato 7 febbraio alle 16 presenteremo con Luigi Grazioli ELENA FERRANTE ebook a Milano presso Writers #2. “Writers non è un festival né una fiera, né un triste convegno sulla crisi dell’editoria e della cultura, ma un circo letterario narrativo, nel senso più serio e divertente del termine. L’occasione per ritrovarsi assieme in due giorni di incontri e racconti”. Tutte le info qui http://www.writersfestival.it/

Writers

Su NI Principi principesse e ragazze virili (II parte de La regina della neve)

Su Nazione Indiana la seconda e ultima parte di una lunga meditazione su La regina della neve di H. C. Andersen http://www.nazioneindiana.com/2014/12/08/la-regina-della-neve-seconda-parte/

Uno degli aspetti più avvincenti di questa bambina animale, figlia di brigante, è una forma di rapacità totalmente innata che trapela dal suo essere, che se da una parte la rende un personaggio non spendibile in termini di civiltà e decenza, dall’altra la partecipa di un istinto acuminato rivolto egualmente a cose, animali e persone che, insieme a una sincera sfrenatezza, la fa apparire un personaggio davvero portentoso, quanto regine seppur della neve e principesse, non si sognerebbero neppure.

Su Nazione Indiana La regina della neve (parte I)

vivianaSu Nazione Indiana, a cura di Francesca Matteoni,  la prima parte di una lunga storia, nella mia versione quasi fedele de “La regina della neve” http://www.nazioneindiana.com/2014/12/03/la-regina-della-neve-prima-parte/

Ne La regina della neve è un bambino a perdersi e non sono un papà o una mamma che lo stanno cercando ma una bambina come lui che è l’unico essere umano ad avere qualche speranza di poterlo recuperare. Nel caso de Il brutto anatroccolo anche il destino per un lungo periodo sembra ignorare l’identità del pulcino. Non sembra curarsi di lui, come se lo stesso destino potesse agire efficacemente solo su quelle vite che abbiano avuto modo di rinvenire al di là delle numerose falsificazioni, il loro vero atto di nascita.

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