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Gli adulti bugiardi, curiosità

Dato che la mia recensione de La vita bugiarda degli adulti di Elena Ferrante la redazione del sito Doppiozero curiosamente l’ha pubblicata nello stesso post in cui c’è un testo di un altro autore senza chiedere il mio parere né avvertirmi della data di pubblicazione del mio testo. Dato che curiosamente la mia recensione è stata pubblicata in ritardo rispetto ai tempi in cui l’ho inviata loro che peraltro me l’hanno espressamente richiesta. Tenendo conto di queste curiosità ho pensato di sentirmi libera di pubblicare la mia recensione anche qua. Se non altro per favorire la comodità di chi desidera leggerla.


Era il 1992. Enzo Siciliano con un articolo sul Corriere della sera datato 28 giugno salutava l’uscita de L’amore molesto, opera di esordio di una certa Elena Ferrante, come “un debutto sul difficile terreno della ricerca interiore” manifestando sorpresa per l’altezza stilistica raggiunta là dove un’originalità “non guidata” sceglie lo scavo entro destini individuali piuttosto che confrontarsi con la storia.

Confronto che in effetti doveva sembrare particolarmente urgente in quei mesi dato che il 1992 in Italia è un anno in cui avvengono degli eventi destinati a cambiare radicalmente il corso degli avvenimenti di natura civile e politica per come si erano configurati fino ad allora. Infatti finalmente ne sapemmo qualcosa di Gladio, ebbero luogo le sentenze del Maxiprocesso di Palermo, irruppe platealmente sulla scena pubblica tangentopoli. Ma soprattutto il 1992 è l’anno in cui saranno assassinati dalla mafia i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.  

Siciliano chiudeva il suo articolo elogiativo proponendo un’immagine estremamente significativa dal punto di vista del linguaggio e indicativa del contesto in cui quella storia di madri e figlie napoletane, per niente addomesticata dal buon senso, non poteva che stupire. Infatti Siciliano concludeva accostando in termini di esiti la “poesia della remissività donnesca (…) e l’idea che il riscatto arriva con la sofferenza del pensiero”.  

L’amore molesto arrivò a fare i conti con tutto quello che si era creduto in merito al ruolo del romanzo in Italia e segnava di fatto il mancato riconoscimento pubblico dell’esistenza di una precisa genealogia del romanzo italiano scritto da donne, proprio quella genealogia cui si riferisce Elena Ferrante a più riprese: “La posta in gioco è più alta: contribuire a rafforzare una nostra genealogia artistica che regga, per intelligenza, per finezza, per competenza, per ricchezza di invenzione e per densità emotiva, il confronto con quella maschile”[1]. Genealogia che tra l’altro nel 1992 la filosofia e la critica letteraria italiana di matrice femminista stavano contribuendo già a delineare.

Per tornare ai giorni nostri il 7 novembre scorso, accompagnato da un grande clamore dei media di tutto il mondo, ma anche italiani stavolta, esce La vita bugiarda degli adulti che ha tutta l’aria di costituirsi come il primo romanzo di una nuova saga. Proprio il clamore mediatico e il successo di pubblico, nel caso di Elena Ferrante, con buona pace dei detrattori, non stanno a smentire il valore di un’opera già tradotta in cinquanta Paesi e con all’attivo dodici milioni di copie vendute in tutto il mondo. Per non parlare delle precise e circostanziate ascendenze letterarie che legano l’opera di Ferrante a quella di Elsa Morante e Anna Maria Ortese. Ma stanno a sottolineare un fenomeno che ha portato l’Italia al centro di un discorso globale che attraverso la letteratura, riguarda finalmente le donne.

Dopo la tetralogia de L’amica geniale infatti Elena Ferrante, inizia il racconto in prima persona della vita di Giovanna Trada nata a Napoli il 3 giugno 1979, colta sul compiersi dei suoi 13 anni fino ad arrivare ai 16. Ma non è un inizio del tutto nuovo, semmai è un ricominciare daccapo a guardare all’Italia attraverso Napoli, ribattendo ostinatamente sugli stessi temi che da quasi trent’anni, si focalizzano sulle madri, le figlie e la famiglia italiana. Per giunta sapendo dire così tanto di quanto non era ancora stato scritto della storia di un Paese in cui il peso dei legami familiari si estende ad agire fin nei meandri più noti e più impensabili delle relazioni sociali con ciò descrivendone conseguenze pubbliche e private che non possono essere escluse dalla storia con la S maiuscola. Altrimenti si rischia di essere davvero troppo lontani dal racconto di chi siamo stati e di conseguenza dalla credibilità di quello che siamo diventati.

In ballo infatti stavolta è proprio un’eredità generazionale, storica, politica, ambivalente che è bene saper guardare da tutte le prospettive se si vuole crescere. E Giovanna lo vuole sicuramente, dato che il romanzo si chiude con un proposito di tutto rispetto, quello di diventare adulta come a nessuno è mai successo. Per non parlare della domanda che campeggia già in quarta di copertina: crescere per diventare cosa, per somigliare a chi? Intendiamoci: fare da sé per Giovanna non è una velleità ma una necessità sancita dalla sofferenza del pensiero, cui forse Siciliano si riferiva senza farne una questione di genere, che pagina dopo pagina renderà il linguaggio e le sue insidie più o meno consapevoli, il vero protagonista del libro e la vera posta in gioco in termini di eredità.   

La cornice di questa eredità è Napoli che per l’occasione è divisa esplicitamente in due. La città di sopra del Rione Alto e del Vomero e di San Giacomo dei Capri in cui, le famiglie ritratte nel libro, ossia quella di Giovanna e quella delle due bambine Ida e Angela sue amiche, pretendono si parli esclusivamente in italiano, pretendono si studi soprattutto per non incorrere nella vergogna di avere una figlia bocciata, cosa che invece accadrà sia a Giovanna che a Ida. Eppure le tre bambine apparentemente così ben accudite saranno lasciate da sole a raccogliere un’eredità che riguarda la distanza incolmabile tra il guardare e il vedere che in tutta evidenza è il problema che ha investito la vita di entrambe le loro famiglie.

Poi c’è la Napoli di sotto immersa nel grigiore di tutto quanto globalmente da Milano a Calcutta significa marginalità. Qui si parla solo in dialetto perché il dialetto è lingua madre e il problema è decidere se governare o meno la ferocia che in ogni posto al di sotto del mondo emerso, è la stessa. Di sopra padri e madri discorrono: “delle solite cose che gli stavano a cuore, parole che orecchiavo da sempre tipo politica, valore, marxismo, crisi, stato”. Di sotto la tremenda zia Vittoria, figura impresentabile cancellata dai genitori e riesumata dalla smania adolescenziale di Giovanna di capire davvero lei di chi ha preso il volto, imperversa imponendo alla figlia dell’odiato fratello, con tutta la sua sgradevolezza, di guardare, guardare davvero e decidere di quale racconto vuole far parte.

Sarà grazie a questa zia che Giovanna scoprirà che l’epica familiare che sta alla base della narrazione della sua venuta al mondo è il più bugiardo dei racconti e che tutto l’alto e tutto il basso da cui proviene costituisce un presupposto che non potrà esserle d’aiuto nel proposito di diventare un’adulta del tutto diversa da quanto sia risaputo essere le migliori qualità degli adulti.

Infatti degli adulti di questa storia nessuno è felice o ha ragione, nessuno ha vinto la sua battaglia, nessuno è depositario di qualcosa di significativo al punto di costituire un’eredità davvero solida e soprattutto nessuno ha agito con giustizia nei confronti degli altri pure avendo ampiamente attinto a un lessico fortemente polarizzato in questo senso. Sono i più giovani quelli che Elena Ferrante incarica attraverso Giovanna, non di evitare di dire bugie ma di trovare una sintesi simbolica che non cristallizzi lo sguardo in una polarità vuota: giusto o sbagliato, bene o male, alto o basso, tradimento o lealtà, perché questo scontro di mondi è talmente connesso con l’eredità di Giovanna Trada che tanto l’individuo socialmente qualificato come migliore o peggiore quanto la madre e il padre alla luce dei fatti, semplicemente non sono più credibili. Almeno rispetto a quanto di risaputo li abbia ricondotti al presente di una adolescente nata in Italia nel 1979, tanto addolorata quanto conscia e decisamente molto promettente: “una contiguità incongrua tra volgarità e finezza, e quell’ulteriore assenza di confini nitidi in un momento in cui stavo perdendo ogni vecchio orientamento, mi smarriva ancora di più.”

Ma niente paura, anche stavolta come è già accaduto in Ferrante, esiste un oggetto magico il quale avrà la funzione determinante che rende al guardare alle cose consuete, uno sguardo capace di andare molto oltre le dicotomie, le ambivalenze, gli equivoci, uno sguardo capace di recare alla menzogna un valore del tutto sorprendente. Questo oggetto magico non mette a posto proprio niente perché nell’economia delle storie narrate da Ferrante nessun luogo è sicuro. E non sarà più una bambola che pure nel libro ancora ricopre un valore simbolico importantissimo. L’oggetto magico dei bugiardi di Ferrante è un monile, un prezioso braccialetto da donna che grazie al suo potere maligno mette in circolo tutte le energie che fanno destino. Il tradimento sopra ogni cosa.

Maschile e femminile, immanente e trascendente, corpo e spirito, lealtà e tradimento sul finire del romanzo irrompono attraverso i personaggi di Roberto e di Ida. Il primo è l’uomo di cui Giovanna si innamorerà davvero e pare rappresentare con il suo legame di natura intellettuale con la religione, proprio quell’aggancio con la trascendenza che l’opera di Elena Ferrante, ha illustrato in altri termini attraverso la tetralogia de L’amica geniale.  La seconda è la giovanissima amica che si fa bocciare per aver troppo letto e scritto per conto suo. Giovanna sceglierà proprio Ida come compagna di un viaggio dal sapore iniziatico alla volta di Venezia, dopo avere indicato all’amica di essere la prescelta dandole senza vergogna un bacio sulla bocca ai giardini della Floridiana nonostante l’andirivieni di madri che sospingono passeggini.

Il romanzo finisce qui. Lasciamo con disappunto il bel Roberto che sta scrivendo un saggio sulla compunzione: “La chiamò più volte addestramento a pungersi nella coscienza, attraversandola con ago e filo come la stoffa quando bisogna farne un abito”. Oddio, compunzione ha a che fare con il rimorso, con il pentimento, corro a cercare sul vocabolario della lingua italiana Treccani, è un atteggiamento ostinato di umiltà e afflizione, talora ipocrita che nella teologia cristiana sta anche come sinonimo di contrizione… è troppo, quanto bisognerà aspettare per l’uscita del prossimo romanzo?

Ferrante sembra dire che tra il guardare e il vedere c’è un baratro che certi adulti ricolmano abilmente di parole sempre più scollate dal campo in cui accadono le cose della vita vera che è più tremenda e più magica di tutte le menzogne del mondo. Se davvero Elena Ferrante con La vita bugiarda degli adulti ha voluto dire questo, io ci credo.


[1] E. Ferrante, L’invenzione occasionale, Roma, Edizioni e/o, 2019, p. 82

Doppiozero La vita bugiarda degli adulti Elena Ferrante

Doppiozero pubblica il mio punto di vista sul nuovo libro di Ferrante e quello di Stefano Jossa. “Infatti degli adulti di questa storia nessuno è felice o ha ragione, nessuno ha vinto la sua battaglia, nessuno è depositario di qualcosa di significativo al punto di costituire un’eredità davvero solida e soprattutto nessuno ha agito con giustizia nei confronti degli altri pure avendo ampiamente attinto a un lessico fortemente polarizzato in questo senso. Sono i più giovani quelli che Elena Ferrante incarica attraverso Giovanna, non di evitare di dire bugie ma di trovare una sintesi simbolica che non cristallizzi lo sguardo in una polarità vuota.” https://www.doppiozero.com/materiali/elena-ferrante-la-vita-bugiarda-degli-adulti

23 novembre aneliti dal castello

Sabato 23 novembre alle 18 presso la sala cerimonie di Palazzetto Borghese a Morlupo avrò il piacere di leggere un mio testo Una voce dal castello, cronaca da un anelito con musiche originali elaborate in modalità live elettronics dal percussionista Alessandro De Iulis.

L’occasione è quella della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne che il Comune di Morlupo celebra con una serie di eventi volti alla sensibilizzazione rispetto a un tema che è di fondamentale importanza mantenere vivo nell’ambito del discorso pubblico.

Questa occasione mi ha consentito, grazie all’espressione orale del monologo, di esplorare una piccola parte di un mio lavoro più ampio che si sta cristallizzando nella forma del romanzo storico. Questa ricerca è iniziata diversi anni fa con alcune letture intorno alla figura medievale delle sante vive e poi è proseguita con la ricerca entro la scrittura femminile di tipo cronachistico nei conventi di clausura dell’epoca post tridentina. La possibilità di un dialogo sperimentale condotto dal vivo tra il testo e la produzione e manipolazione elettroacustica dei suoni in tempo reale, finisce per produrre a ogni performance una formulazione del tutto nuova dei contenuti di cui, chi scrive soltanto parole come me, non può che cogliere tutta l’opportunità vitalistica che offre questo tipo di lavoro non ‘cristallizzabile’ e del tutto provvisorio.

Mi fa piacere condividere di seguito un estratto dal monologo.


Fin dal 1578 ossia quando avevo anni cinque, e successivamente per molti anni, i fratelli Orsini, tutti giovanissimi, forti del diritto di portare le armi per via di essere signori del posto, insolentivano la popolazione e tentavano di sedurre le donne e quando non vi riuscivano se le prendevano con la forza. Nel senso proprio che capitavano queste scene turpi in istrada ogni volta che uno di loro prendeva di mira una che gli piacesse.

Prima cercava, l’Orsini, di convincerla con modi rustici e capitava che qualche fanciulla si recasse di propria sponte al luogo del convegno, magari speranzosa di piacergli teneramente. Ma anche capitava quella che si negava, alla quale con il favore di qualche momento in cui si trovasse in loco meno esposto, l’Orsini le sollevava le gonne con la forza e facesse il suo subitaneo comodo. Tanto che io dissi a Settimia e a l’altra mia sorella Lauretta che mai più dovessero andare da sole per commissioni, senza essere accompagnate dai nostri fratelli addestrati a gridare alla bisogna.

Avevo saputo che pure questo accadeva dopo che fu accaduto a una fanciulla di tredici anni che veniva a pulire la canapa in casa mia e da quell’episodio non fu mai più la stessa. Inoltre sapendo tutti che era successo, nessuno se la volle più prendere perché rosa già odorata, come si soleva dire a mezza bocca.

A me, neanche mi guardavano, anzi mi guardavano male, primo per la mia veste di terziaria di San Domenico poi per il mio aspetto che cercavo in tutti i modi di sbiadire e di incrementare in severità, per evitare di attirare su di me qualsiasi genere di attenzione. Il castello in una manciata di anni era diventato la signoria dei soprusi mentre l’ordine e la giustizia restavano soffocati dalla violenza, così ogni possibile forma di progresso languiva nel terrore e nell’assoggettamento delle menti e dei corpi che non conoscendo altro che terrore, finivano per essere capaci di desiderare solo la loro stessa soggezione. E ciò avveniva davvero a pochi chilometri da quella Roma che proprio in quegli anni meditava la più ardita controriforma di tutti i tempi, quella che, nonostante l’orribile Lutero, avrebbe restituito il primato e l’intangibilità al cristianesimo delle origini.

Antimo Orsini forse il fratello meno efferato, cui era stato affidato per diritto di primogenitura la guida del castello, non sapeva o non voleva riprendere i fratelli se non blandamente. Del resto le sale del castello prima deserte ora erano gremite su suo invito, di meretrici forestiere e concubine locali che spesso litigavano tra loro per avere le attenzioni di questo o di quel fratello.

Ce n’era una che si chiamava Chantal, me la ricordo perché aveva i capelli di un rosso che lei chiamava tiziano, evocandomi a me, non i capelli ma il colore, alcune immagini irriferibili che speravo con tutto il cuore non fossero visioni che l’avessero riguardata in futuro. Era arrivata al castello insieme a uno che diceva di essere il marito. E questi si tiravano dietro una sorta di baule con ruote e dicevano di essere degli attori venuti a mettere in scena da noi il teatro che si vedeva in Parigi. Una che stava a servizio al castello mi disse che dentro quel baule c’erano certi abiti incredibili, aperti sul petto che un’attrice che potesse comprarsi sete e damaschi in quel di Parigi mai li avrebbe indossati, che quella sicuro non attrice ma puttana era.

Attrice o no anche Chantal rimase finché non si stancarono di lei mentre il marito sparì quasi subito, poi sparì anche Chantal.

C’erano anche quelle femmine nostre che cugine, sorelle e spose dei compaesani che stavano al servizio dagli Orsini, veniva da sé che per quanto fossero mal pagati dovessero condividere con quel numero impressionante di padroni le loro donne.  Quando esse inevitabilmente rimanevano gravide, il marito o il parente che non voleva saperne di prole che tutti sapevano che poteva essere bastarda, le spedivano a Roma all’ospizio del Santo Spirito a sgravare e a lasciare lì un infante che sarebbe andato quasi sicuramente a ingrossare la schiera di orfani cenciosi e meretrici bambine di cui le strade di Roma pullulavano.

Ma c’erano anche quelle di noi che dagli Orsini ci andavano apposta, certe perché avevano fame in quanto in casa loro non bastava il mangiare e i parenti erano felici che non ci fosse, per il tempo che durava, la loro bocca a togliere cibo alla famiglia, per poi non riprendersele quando fossero tornate disonorate. E c’erano pure quelle che così affamate non erano, ma che si erano fatte fare dei filtri perché uno di quei brutali signori cadesse tanto innamorato da sposarle.

Una certa Erminia che si era invaghita di Perdanello, il quale manco la guardava, aveva fatto lo scongiuro notturno delle stelle e trecce, sciogliendosi i capelli alla luce delle stelle per togliere il sonno a quella bestia e nella veglia fargli indirizzare i pensieri notturni, che si sa essere i più perniciosi, verso di lei. Che Erminia aveva imparato questo scongiuro da una certa Virginia che frequentava la sua casa per impararle a ricamare. Un giorno infatti tra le due avvenne questo ragionamento di farsi voler bene dal signor Perdanello e Erminia disse a Virginia, sapendola figlia di una femmina nota per essere pratica di certe procedure, se di grazia potesse insegnarle anche a lei. E Virginia le insegnò facendo cambio di questo sapere con una pezza di stoffa ruvida.

Quando lo venne a sapere don Luigi si adirò moltissimo che in confessione glielo disse la stessa Erminia la quale pensava di aver fatto piccolo peccato da massimo tre Pater ave gloria. Don Luigi disse che per una cosa come quella si poteva essere denunziate per stregoneria anche da chi solo pensava che lei potesse averlo fatto, dato che oltre tutto lo andava dicendo in giro. E che la l’Inquisizione non stava nel suo confessionale a dispensare qualche Pater ave gloria ma in Roma a bruciare femmine scellerate e femmine idiote come se entrambe allo stesso modo fossero andate a braccetto con satana. 

….

Dieci gigli che non si sapeva da dove venissero, così freschi e uguali che noi non ce li abbiamo negli orti. Schierati uno dopo l’altro, un plotone stilante e candido. Uno per ciascuna come mai nessuno ne avesse dati a noi. E perdonate il peccato di orgoglio. Mi figuravo che fossi io ad averne dati loro. Uno scettro che nessun mortale poteva darci per renderci spose senza marito. Ortensia, Lucrezia, Lauretta, Settimia, Bernardina, Chantal, Doralice, Anastasia, Ludovica, Caterina …

       È qui che finalmente ha inizio la mia vita, in questo primo giorno in cui il vento scuote carni e coscienze come se il caos volesse di nuovo inghiottire i frammenti di una storia precedente al vivere, senza diritto né speranza, altrimenti che se venisse raccontata.

scambi iniqui

Prosegue con oggi la pubblicazione di alcuni estratti da La favola di Lilith sul sito Il cucchiaio nell’orecchio.


Sto nelle cose, all’inizio della traccia 11 del primo atto, è uno dei frammenti chiave dell’opera, è stato scritto nell’aprile del 2008, a pochi giorni dalla morte improvvisa di mio padre. Questi nell’ambito dell’opera sono i versi scritti anni dopo che precedono Sto nelle cose e introducono narrativamente il tema della morte del padre: “Una deflagrazione erompe nel corpo dell’amore. Le persone diventano storia come se nella normalità non lo si fosse, che troppo contenuti da un’evidenza, come se l’amore recasse un corpo espanso, percettivo e rendesse atti al farsi“. Ancora mi pare incredibile, ascoltando il CD di Lilith oggi, quanto la composizione musicale di Edo Notarloberti abbia potuto realizzare un quadro narrativo autonomo e credibilissimo da quelli che erano frammenti.

Sto nelle cose nella traduzione di Natalia Nebel

I am within things like an extension of yours I continue them and fight you and it does not appear in this hole but a flooding passing through narrow straights clotted to a center so pure that it does not exist as there does not exist a word for which one searches more than a muted need the deeper imprint of a limp, the step that doesn’t sustain and diminishes prolonging nothing else but this unjust exchange of weights and winds that the earth lifts up without supporting

Piera Oppezzo a Milano

Scrivevo qualche tempo fa qui: “L’elemento che mi ha colpito immediatamente è stato come la poesia di Oppezzo potesse valere da indicatore di una disparità per nulla astrusa. Una sorta di realistica disparità, in cui ogni elemento additivo di molta poesia che avevo letto fino ad allora, i versi di Oppezzo finivano per rivelarla un esercizio di puro volontarismo, la rendevano cioè superflua in termini di comunicazione di un contenuto profondamente cosciente e perciò puntualmente connotato e evidentemente autonomo da formule già ampiamente praticate”. Mi dispiace davvero di non essere a Milano in questa occasiona di grande interesse per me.  

Nascita della madre

è inesplicabile che il destino abbia scelto un epicureo per ripetere questa favola pia ed empia, intessuta di poesia, di ignoranza, di acutezza temeraria, e della tristezza non medicabile che cresce sulle rovine delle civiltà perdute. Primo Levi, LILÍT


Inizia con oggi la pubblicazione di alcuni estratti da La favola di Lilith sul sito Il cucchiaio nell’orecchio. Si tratta di un poema suddiviso in due atti per cui il compositore Edo Notarloberti ha scritto le musiche originali. Il Cd con il libretto dei testi tradotto in inglese da Natalia Nebel è stato registrato a Napoli nel 2014 per l’etichetta discografica Ark Records. L’opera è stata rappresentata tra l’altro nello stesso anno presso il Schauspielhaus centraltheater di Lipsia. La storia del mio personale attraversamento della figura di Lilith ha inizio con una prosa di tipo saggistico Nascita della madre che scrissi nei primi mesi del 2004 mentre ero alla mia seconda gravidanza. Allora erano i primordi del blogging e il saggio fu pubblicato su uno dei primi blog di poesia che si chiamava Liberi in versi. A seguito del saggio, scrissi sempre nel 2004, un piccolo nucleo di poesie senza forma, ispirate alla figura di Lilith e al mito platonico di Er che allora mi sentii di mettere in dialogo tra loro sia attraverso la prosa saggistica che attraverso la poesia. Alcuni anni dopo, quelle poesie inedite riscossero l’interesse del compositore violinista Edo Notarloberti con il quale ci impegnammo a costruire quel CD, lui con la scrittura della musica e io con la scrittura di altri testi dedicati a quella composizione. Mi fa piacere la pubblicazione su Il cucchiaio nell’orecchio di alcuni estratti da La favola di Lilith e pubblicare di seguito il testo di quel saggio che ha segnato l’inizio per me di una lunga fase creativa intorno all’identità di genere.



Nascita della madre

Lilith

Una nascita è un evento oscuro cui si fatica a riconoscere carattere di oscurità. È noto come Eva, la prima donna, sia stata creata secondo la Bibbia da una costola di Adamo (1), e sia stata condannata a soffrire l’oscura sofferenza del parto, per avere ceduto alla tentazione di andare oltre la forma di una mela, toccandone la buccia, assaporandone il gusto, preferendo una mela a tutto il creato, grazie alla seduzione demoniaca di un serpente, che le deve aver fatto balenare il piacere violento che dà la curiosità soddisfatta. A questa figura evocata dall’Antico Testamento si affianca, come l’altra faccia di una stessa medaglia, la figura di Lilith, la prima sposa di Adamo, figura rimossa dalla cristianità poiché compare soltanto nella grande tradizione della testimonianza orale precedente alla Bibbia cristiana e un’unica volta nella Sacra Scrittura (2). Eva senza Lilith risulta immancabilmente una figura bidimensionale, svuotata della sua personalità dall’aver accettato che la propria natura fosse condannata e punita. Lilith, la prima moglie di Adamo non viene come Eva creata dalla stessa sostanza del compagno, ma da polvere, forse da escrementi. É una donna dall’aspetto molto diverso di quello che offrirà successivamente l’immagine di Eva. Lilith dimostra immediatamente caratteristiche non “domestiche”, una lunga chioma indocile, il corpo impudicamente cosparso di saliva e di sangue, residui di mestruo, di aborti, di altre promiscuità. Lilith la creatura notturna colei che è, senza il pensiero di nascondere, la distruttrice di ogni ordine prestabilito, la madre dell’invisibile fertilità della morte, il motore vitale dell’unicità non dissimulata, la fame e la profonda solitudine che l’imperativo della fame impone. Lilith è tutto quanto Eva profondamente conserva ma nasconde: Eva nasconde alla società, lo sperdimento della gestazione, tempo in cui una donna si trova collusa irrevocabilmente col mistero dell’occupazione del proprio corpo da parte di un altro individuo. E poi, all’improvviso, si costringe ad accettare il dissolvimento di quel fardello in una mistura di liquidi che recano il piccolo corpo di uno sconosciuto. Eva nasconde la dolenza di rimanere madre quando si assiste sia alla nascita che alla morte del figlio. E quando il figlio cercato con la pervicacia di un’ingiunzione al destino non arriva, nasconde quell’identità di madre infeconda. Eva è la donna diurna, colei che pensa e sceglie, colei che accetta la caduta giocando secondo regole date; la madre pudica è il risultato di ciò che di Lilith, Eva ha rimosso. Lilith che in seguito venne rappresentata come metà donna e metà animale a sottolineare l’attrattiva e la repulsa che la ferinità femminile ha sempre rappresentato per l’uomo, da Adamo viene scacciata, perché nel coito chiede espressamente al compagno di essere sua pari, assumendo la posizione dello stare sopra. La scena dovette svolgersi in un notturno di quiete, la quiete inimmaginabile dell’innocenza del creato, nell’assoluta integrità degli spiriti naturali che non avevano ancora conosciuto il terribile bisogno dell’assassino reciproco per nutrirsi; e nel silenzio di Adamo e Lilith che senza il rovello di alcuna parola, lasciavano i gesti alla loro esattezza primigenia. Deve averla mimata Lilith la sua richiesta, in quella prima notte cosmica del loro incontro, ma non per questo fu lei la prima a perdere l’innocenza perché fu Adamo a perderla, ben prima della disubbidienza di Eva, per non aver compreso quel gesto, per aver vissuto l’assoluto candore della verità che rendeva la sua compagna più forte di lui, come una calamità. Trincerato nel suo privilegio di primo uomo, conobbe la paura e trovò in fondo a questo sentimento in risposta la violenza, il primo rifiuto per l’altro. A seguito del rifiuto di Adamo, Lilith fugge in una zona del Mar Rosso nota per essere il rifugio dei demoni. Tra i fumi di un paesaggio spettrale si perde definitivamente quando non obbedisce all’ordine di Dio che per bocca di tre angeli le ingiunge di tornare al marito. Lilith guardò bene i tre angeli che aveva di fronte. Il candore del loro piumaggio, la loro nobiltà di creature incorporee, la deve aver fatta sentire ancora più umana, se disse loro “Come posso tornare presso il mio uomo e vivere come una moglie, dopo questo mio gesto e questo vivere qui?”(3). Poi l’ingiustizia subita da colui che le avrebbe dovuto essere compagno, agì come una pietra che dilaniò definitivamente la sua umanità. C’è tutta la solitudine della notte femminile in queste parole e i motivi della scelta dell’oscurità per tutto quello che concerne la sua natura animale. Lilith è il contrario di Eva, dove Eva è bella, l’altra è brutta ma inesorabilmente attraente, dove Eva è curata l’atra è sporca ma nasconde il barlume del rinnovamento che Eva nel suo attaccamento all’estetica del femminile non può avere, dove Eva è nella famiglia l’altra è sola e perciò perennemente in cerca; ciò che è inaccettabile per la madre, Lilith è: predatrice della sua stessa prole, assassina di figli altrui, colei che preferisce non tacere la sua individualità in favore di alcuno; Lilith non sa più amare e versando in una simile condizione di aridità non fa che create continuamente condizioni per qualsiasi fioritura. A seguito del rifiuto dell’autorità di Dio, a Lilith succede quanto è accaduto a Lucifero, Dio le accorda di essergli contro, le accorda ed insieme la condanna ad essere la luna nera, il polo notturno della femminilità, eterna madre di parti oscuri che tuttavia mostra di avere uno strano rispetto per gli angeli che sono venuti a cercarla in capo al mondo “Se vedrò i vostri tre nomi o le vostre sembianze sopra un neonato come un talismano, prometto di risparmiarlo” (4). É la struggente promessa che l’angelo nero fa ai suoi fratelli di volo, la donna non-madre, e perciò ritenuta distruttiva, che trascinando se stessa negli inferi permette ad Eva di volgere lo sguardo verso l’alto a patto che Eva la riconosca oscura gemella del suo essere madre. Tra gli incontri che nei secoli vengono attribuiti a Lilith con angeli, spicca l’ammissione della sua natura più che diabolica e assolutamente centrale nel disegno divino “Io sono Lilith-Isis, l’anima nera del mondo./ Trema, l’essere ignoto, funesto, illimitato/ Che l’uomo, rabbrividendo, chiama Fatalità/ Son io. Trema! Ananke, son io. Il velo/ Son io. Sono la nebbia, tu non sei che la stella;/ Non sei che una delle fiamme possibili; ma io, /Io sono l’eterno e selvaggio buio della notte” (5). Lilith dice all’angelo che egli è solo una delle fiamme possibili, un araldo che per quanto nobile, rimane un esecutore, effimero come l’ordine che una volta eseguito esaurisce il ruolo del sottoposto, mentre lei è; Lilith è quindi molto di più di un angelo nero, Lilith è Ananke colei che dipana il fuso del destino dell’uomo, la dea che Er incontrò quando gli fu permesso di morire per dodici giorni per poi tornare in vita con il compito di annunciare a donne e uomini l’immortalità della loro anima.

Il mito di Er

Ad Er accadde di cadere in battaglia ed insieme a lui, quasi contemporaneamente morirono molti altri uomini tra nemici e suoi commilitoni. Ai piedi di quelli per cui la battaglia continuava i corpi calpestati giacevano, ma per ognuno di quei cadaveri che tenevano l’anima ancora serrata nella segreta del corpo come per Er, la vita non era finita. Un urto forse, qualcosa di roboante di cui però non conservò memoria, come dopo un brusco risveglio non ci si ricorda se un rumore interiore lo abbia provocato o un movimento della notte, fece destare Er dall’effettiva profondità in cui si trovava raccolto, si riconobbe per un istante dislocato in una precisa latitudine del suo corpo, prima di essere nuovamente vinto da un’ampiezza che di colpo lo portò a coprire tutto il campo di battaglia; e levandosi insieme ad altri simulacri d’uomo, fu attratto sempre più in alto. Tuttavia lo stupore che sentì non era rivolto a quella migrazione. Non era affatto stupito di fare parte di quello stormo che puntava univocamente al luogo che fu presto raggiunto. Un luogo pieno, in cui anche il cielo prometteva varchi oltre che la terra, e a presiedere quei varchi degli uomini della stessa sembianza di Er e dei suoi compagni di viaggio. Chi fossero quegli uomini e perché fossero chiamati a scegliere quali tra i loro simili dovessero discendere nel cuore infero del mondo e quali essere risucchiati dalla grazia, Er non lo seppe mai, per quanto quel rovello lo accompagnò per tutti gli anni di vita che dopo il ritorno, gli furono restituiti. Vide, perché chi l’aveva chiamato volle che egli vedesse, incomprensibilmente e con dolore, discendere alcuni suoi compagni marchiati alla schiena dall’evidenza di quanto in vita s’erano impegnati a celare e vide salire indegnamente alcuni nemici col distintivo lucente della grazia divina, conferita da quei giudici che per qualche oscuro editto, avevano prestato ad Er soltanto per quel viaggio, la loro chiaroveggenza, tralasciando di concedergli il dono dell’imparzialità, prerogativa riservata agli angeli e a quelle anime per cui il ritorno sarebbe stato lontano. Terminata l’affluenza ai cieli e a gli inferi della schiera che accompagnava Er, i giudici si dileguarono ma egli non rimase solo a lungo. Da una nuvola leggera ed immateriale che posava come un tendaggio diafano a celare un pertugio nel cielo, discesero creature purissime, somiglianti a certe brezze che spirano appena al disopra delle profondità marine più remote all’uomo e quasi di quelle avevano il sentore salino e disinfetto. In quel mentre con un rombo, un macigno livido e pesante rotolò quasi a travolgere Er che rapito dalla danza odorosa delle anime con un passato di mille anni in cielo, s’era seduto a terra per poterle meglio ammirare. Prima che potesse riaversi dallo spavento, dal pozzo che quel macigno serrava fuoriuscirono come tracimando delle anime incandescenti lente e lamentose, infiammate di pena come un ululato. Schizzarono al disopra di queste velocissime e contundenti, altre anime piccolissime come lapilli e nere, quasi morte del tutto: era i viaggiatori di mille anni d’inferno. Un’anima celeste e purissima ed un’altra tetra e rovente per un istante si abbracciarono tra le mani di Er perdendosi l’una nell’altra e facendo una cosa sola di due. Ma Er non comprese il prodigio, perché quell’uno perse velocemente la perfezione o la perfezione sfuggì velocemente ad Er, ed egli pensò di aver sognato. Poi spinto dalla stessa intenzione involontaria per cui l’anima gli si era levata dal corpo, grandeggiando sopra il campo di battaglia, Er s’incolonno a quelle anime multiformi d’odori appena fuoriuscite dalle due regioni, fino a giungere al cospetto d’un araldo riccamente vestito che con una grande aria di importanza dalla cima di un piccolo rialzamento pronunciò il seguente discorso: “Proclama della vergine Lachesi, figlia di Ananke! Anime effimere ecco l’inizio di un altro ciclo di vita mortale, preludio di nuova morte. Non sarà un demone a scegliere voi, ma sarete voi a scegliere il vostro demone. Chi è stato sorteggiato per primo, per primo scelga la vita alla quale sarà necessariamente congiunto. La virtù non ha padrone, e ognuno ne avrà in misura maggiore o minore a seconda che la onori o la disprezzi. La responsabilità è di chi ha fatto la scelta; la divinità è incolpevole” (6). Ma queste parole non trovarono forma nella mente di Er che sembrava non possedere più nulla degli oggetti terreni che il suo passato umano aveva accumulato, e vuota si faceva ascolto, lasciando sul fondo come in crogiolo serpeggiare, gelida la paura di non essere più, così dimentico e non poter essere mai più, confuso nell’informe sua mente. Da quel cielo, che Er nella sua vita terrena aveva più volte interrogato senza risposta e che da aruspice aveva scrutato invano dentro le viscere di animali sacri, nelle notti amarissime del non sapere, comparve Lachesi, il passato, leggiadra, annunciata e discolpata dall’araldo, figlia di quel firmamento finalmente assertivo. Fu il gesto della più vergine delle vergini, la bianca signora del tempo passato a denudarlo completamente; caddero panni e ancora armi sottopanni, inimmaginate anche al possessore, caddero anni, come scartocciati dall’abito più sottile della pelle, cadde il suo nome, fino a rivelarlo, afferrandolo al centro della sua anima e conducendolo a una virilità pura, che manteneva soltanto il suo seme, preciso, come la punta d’una freccia scagliata, segue una traiettoria sconosciuta eppure data, intenzionata a trafiggere un bersaglio lontanissimo ma evidente all’arciere. E in quella nudità estatica di primo uomo, fu trasportato ancora più in alto nell’aria, trattenuto da strani velami bruni che infine riconobbe per capelli. Era la chioma di Atropo, il tempo futuro, la chioma lunghissima ma non interminabile, di una delle sorelle di Lachesi, e figlia di Lilith-Ananke. Atropo doveva trattenerlo tra la sua chioma, ed impedirgli di oltrepassare il suo futuro terreno nei panni di Er, preparandolo così all’incontro con la divina Lilith, il destino, la prima donna, che di lì a poco si sarebbe palesata. Trattenuto dai capelli di Atropo, Er vide le anime cui il banditore s’era rivolto esortandole a scegliere un demone che le contraddistinguesse in vita e che le aiutasse a compiere il destino che quel demone portava in dote. Le anime esultavano per quell’insperata libertà di scelta, che alle meno acute parve dipendesse solo dall’essere sorteggiate per prime e perciò scegliere per prime il demone più potente, il destino più evidentemente brillante. E dal cielo piovvero i demoni ognuno col sembiante del destino che rappresentava. Cani, coccodrilli, gatti, maiali, angeli, diavoli, ma anche occhi, bocche, sessi, mani, dita, unghie, denaro, spade, tutto pareva cadere dal quel cielo gravido di simboli, destini contrassegnati dal solo demone di una cosa, di un senso, di un animale. Ma caddero anche simulacri di donne e uomini, enigmatici perché mostravano solo il loro volto. Molte anime ai piedi di quella strana pioggia, subito s’invaghirono di un occhio che pareva guardare proprio loro o di una mano che prometteva carezze ed indicazioni, e giunti al loro turno correvano a ghermirli, come predatori con la vista ingannata dall’idea che li guidava, e che conservavano da chissà quante vite passate, senza ancora essere riusciti a infrangerla per poter finalmente vedere oltre. Tutti sceglievano col discernimento e senza discernimento, proprio del passato terreno, che evidentemente non avevano dimenticato del tutto, condizionando ancora una volta la vita futura a quella passata. Fu allora che comparve la terza figlia di Lilith-Ananke, la più dimessa Cloto, il tempo presente. La sua apparenza, diversamente da quella delle sue due sorelle, non era di dea, ma di donna, che portava sul volto il solco delle ventiquattro ore della giornata. Non denudava gli uomini di ciò che si credevano essere come Lachesi, né segnava a misura di chioma quanto tempo avrebbero avuto per nuovamente cercarsi come Atropo; Cloto si limitava a fissare la scena della distribuzione dei destini con la neutralità di un arbitro; ma fu dietro alle sue spalle e non dietro quelle delle sorelle che d’un tratto si materializzò colei che sopra a tutte si attendeva, il destino riottoso ed imprevedibile che la prima vera donna era stata chiama a disvolgere da un fuso. Lilith comparve davanti ad Er così come doveva essere apparsa ad Adamo, vestita soltanto di una bestialità schiacciante. Intorno non c’era però più traccia dell’innocenza edenica; alla danza paradisiaca di un anima ad esempio, si sostituì presto il lamento, di sentirsi già divorata da un destino coccodrillo, scelto affrettatamente per ignoranza di brutalità o la risata amara di un’altra che vedeva paralizzate, per l’intera sua vita futura, le sue ali di farfalla dalla manata senza corpo di un destino verso cui s’era spinta con la stessa leggerezza che i multiformi fiori paradisiaci le ispiravano. Tutto intorno a loro era adesso retto dal campo gravitazionale della fatica, che rendeva livida e lentissima ogni cosa, persino la gioia appariva un po’ pallida, come quella delle anime per cui l’inferno era stato maestro di pazienza e che per questo s’erano date il tempo di ben guardare alla pioggia magica dei destini possibili che ora si aggiravano tra loro, persino quelle avevano i gesti segnati dalla vaga rassegnazione della fatica. Immersi nella fatica che pareva da sola regolare l’universo nel momento della distribuzione più importante, tra il destino ed Er si ripeté quanto accadde quella prima notte cosmica tra Lilith e Adamo; un incontro ingenerato dalla misteriosa coazione a ripetere che Lilith- Ananke, nella sua assoluta fiducia nell’uomo, impone agli eventi affinché tramite ogni vita, l’uomo possa continuamente affrontarsi e oltrepassarsi. Non sappiamo cosa scelse Er. Se scelse di non avere paura di ascoltare le inflessioni della verità nei gesti del destino. O se anche quella volta Lilith fu fraintesa. Ma sappiamo che Lilith è tuttora impegnata a presentare ad oltranza, al primo uomo il vero volto di sua madre, che gli rimandi come uno specchio ben lustrato un’immagine di se stesso spuria, scomoda, un ponte da attraversare, come forse fece Er amando Lilith per l’incognita che essa rappresenta, sottoforma di donna stravolta dalle doglie del parto, di strega impegnata in sortilegi inimmaginabili, di femmina fatale che dipana col suo incedere i fili notturni dell’eros, di assassina di bambini per cui il parto è negazione della sua solitudine cosmica.

(1) Gen. 2,22

(2) Isaia 34,14

(3) R. Graves, – R. Patai, I miti ebraici, tratto da R. Sicuteri, Lilith la luna nera.

(4) R. Sicuteri, Lilith la luna nera, Ubaldini. (5) V. Hugo, Fuori dalla terra L’angelo Libertà, da AA.VV., In forma di parole. Variazioni su Lilith. (6) Platone, Repubblica.

Tutti i poteri

da Tutti i poteri. Cinque presentimenti di Edoardo Cacciatore.

IX da Presentimento secondo. Il giuoco si scatena

(…)

Suffragio d’onde ha luogo dove fu il dire e il fare
Costeggiano strenue un greppo ieri leggende
V’ebbero un porto ma oggi chi più diffida
D’andarsene tra estranei le braccia tende
Vengo anch’io e arteria e lume aperto è il mare.
Pulsa affluendo pulsa s’increspano gli attimi
Ma esauste le risorse in siero in sedimenti
Chi insegue e caccia gli occhi ha immensi del suicida
Pigliò in sé tutto il chiaro e fa Tu mi frequenti
Non l’avrà il tempo di dire Ho sbagliato abbàttimi
 

Si conclude con oggi la pubblicazione di alcuni frammenti da Annina tragicomica sul sito Il cucchiaio nell’orecchio. Il frammento conclusivo è il numero 34 tratto dalla seconda parte del libro. Mentre descrivevo, o meglio cercavo di descrivere l’inconcludente tragicommedia di Annina, c’è stato un poeta importantissimo, incomprensibilmente tralasciato, la cui lettura in quel periodo mi ha influenzato oltre il lecito, come sempre accade, Edoardo Cacciatore (1912-1996). Questo pubblicato oggi, tra gli ultimi brani di Annina, nel suo piccolo, tentava [tra-gi-co-mi-ca-mén-te] il dialogo con quel suo linguaggio altissimo. Grazie ancora a Gaetano Altopiano che mi invita ora a proseguire con l’invio di altri materiali. Magari sì ma non da Annina. Annina finisce qui, grazie davvero.

Elena Ferrante. Lipsia 4 e 5 novembre

Secondo Suhrkamp (casa editrice tedesca di Elena Ferrante) ​​incluso l’e-book e i tre volumi pubblicati finora in Germania del libro in brossura, la sola edizione tedesca de L’amica geniale ha venduto 1,8 milioni di copie. Nell’ottobre 2016, il giornalista investigativo italiano Claudio Gatti ha indicato chi si nasconde, a suo parere, dietro Elena Ferrante. I nomi di questi non sono mai stati confermati né questa presunta rivelazione ha cambiato in nessun modo le cose. Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante parte dall’inizio, tracciando un excursus all’interno dei temi ferrantiani e del fenomeno Elena Ferrante, raccontando avvenimenti, riportando le voci più accreditate della critica letteraria internazionale, citando interviste e dichiarazioni tra le più significative. Quello che viene ritratto attraverso questo libro su Elena Ferrante è l’entrata sullo scenario globale, di un vero e proprio portento i cui presupposti iniziali negavano tutte le ricette conosciute fino ad allora per il raggiungimento del successo di un’autrice. Tuttavia il successo di Elena Ferrante non è un mistero. Per parafrasare la stessa autrice, si è trattato non solo di un portento notturno ma anche di un portento diurno che dall’anno 1992, un anno cruciale per la storia contemporanea italiana, con la pubblicazione de L’amore molesto, arriva al futuro, cioè all’attesissima data del 7 novembre prossimo, giorno dell’uscita del nuovo romanzo di Elena Ferrante, conservando intatto tutto il suo significato letterario, sociale e civile. L’ottica con cui è stato scritto Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante è quella di una lettrice della prima ora che non ha mai smesso di leggere Elena Ferrante e ciò che anno dopo anno, secondo un crescendo davvero strabiliante è stato scritto su questa autrice. Sono davvero lieta che questo mio lavoro abbia incontrato nel 2017 l’interesse della casa editrice tedesca Launenweber nelle persone di Christian Berglar e Salvatore Tufano fino alla pubblicazione del libro nel 2018 nella collana LW italica attraverso i cui libri, Launenwebwer svolge una ricerca encomiabile rispetto a tutto quanto di contemporaneo, e non scontato, anima il panorama culturale italiano. In ultimo sono doppiamente grata alla professoressa Franziska Andraschik del Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana (CiCi) dell’Università di Lipsia su indicazione della quale il mio lavoro su Elena Ferrante ora prenderà parte, insieme ad altre importanti iniziative correlate, al convegno annuale del CiCi “Elena Ferrante –Genealogie e Archeologie del 20° secolo” il quale si terrà a Lipsia il 4 e 5 novembre 2019. Di seguito il programma e il primo capitolo di Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante.

Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante.

di Viviana Scarinci

Il libro di tutti e di nessuno. Capitolo I

“Tra il libro che va in stampa e il libro che i lettori acquistano c’è sempre un terzo libro, un libro dove accanto alle frasi scritte ci sono quelle che abbiamo immaginato di scrivere, accanto alle frasi che i lettori leggono ci sono le frasi che hanno immaginato di leggere”[1] scrive Elena Ferrante in un breve saggio, intitolato Il libro di nessuno datato 10 ottobre 2005[2]. Di tutte le memorabili sentenze proferite nell’ambito degli scritti e delle interviste rilasciate da questa autrice invisibile, questa è una di quelle dichiarazioni che si è dimostrata profetica oltre l’immaginabile. Già nel 2005, quindi, Ferrante prefigurava l’importanza strategica e letteraria di quel terzo libro scritto tanto dall’autrice quanto dalle sue lettrici e dai suoi lettori.  

Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre 2016, la casa editrice e/o pubblica una nuova edizione ampliata de La frantumaglia. La prima edizione del libro usciva nel 2003. Quello che da qui in poi chiameremo la nuova frantumaglia, è un libro di quasi quattrocento pagine che integra materiali inediti e materiali circolati attraverso la stampa internazionale, fino ad aprile 2016. In queste pagine lettrici e lettori apprendono che la scrittrice ha tre sorelle, che la madre era una sarta napoletana e che ha vissuto a Napoli per la prima parte della sua vita.

Nello stesso periodo, nell’ambito di un’importante e lunga intervista rilasciata da Elena Ferrante a Der Spiegel[3], cui avremo modo di riferirci in seguito, abbiamo un’altra rivelazione sulla sua vita privata, rilasciata con l’usuale reticenza cui Ferrante ci ha abituato. Nell’occasione dell’imminente uscita del primo libro della saga de L’amica geniale in lingua tedesca infatti, Elena Ferrante dichiara di avere dei figli e che mantenere un equilibrio tra i due amori, quello per la scrittura e quello per loro, è stato un compito molto difficile.

Tra fine agosto e settembre 2016 alcune recensioni e segnalazioni si occupano delle novità e delle curiosità biografiche che via via emergono dalla pubblicazione della nuova frantumaglia. Insomma, tutto nella norma. Tutto come da copione, fino a una fatidica domenica di inizio ottobre 2016, giorno in cui il Sole24ore, pubblica un’inchiesta di Claudio Gatti[4] che svelerebbe una volta per tutte l’identità di Elena Ferrante. Non si tratta di una rivelazione come le tante che negli anni, si sono avvicendate in merito all’identità di questa autrice. Gatti circostanzia in modo per lui plausibile la sua scoperta e aggiunge nuove informazioni sul caso. La signora incriminata di essere Elena Ferrante non reagisce. Gli editori dell’autrice insorgono. L’inchiesta pubblicata contemporaneamente sul quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, dal sito di giornalismo investigativo francese Mediapart e da quello della rivista americana The New York Review of Books, a giudicare da tutto ciò che ne è conseguito, parrebbe destinata a mettere in luce alcuni aspetti che vanno oltre gli intenti giornalistici del caso.

In tempi non sospetti, alla fine di agosto 2016, cioè poco prima che si scatenasse lo psicodramma globale provocato dalla pubblicazione dell’inchiesta di Claudio Gatti, su La Repubblica, Stefano Bartezzaghi[5], in un articolo dedicato all’uscita della nuova frantumaglia scrive “tra la dimensione piena e incarnata dell’autore e quella vuota della pura voce letteraria, la Frantumaglia[6] insinua una dimensione frattale, frammentata”. Una dimensione intermedia, dichiaratamente incoerente che proprio per questo motivo apre la prima pagina di quel terzo libro, di cui Elena Ferrante scriveva molti anni prima. Ossia quello che tutti noi lettrici e lettori stiamo inscenando ora intorno a Elena Ferrante. Proprio quella dimensione interstiziale che mette insieme ambivalenze, racconti, bugie, verità letterarie lapidarie, passioni cocenti e passioni cialtronesche, ponendo l’autrice e i suoi lettori sullo stesso piano e di fronte alla madre di tutti i paradossi letterari e non: la propria autenticità.

L’indagine giornalistica è tutt’altra cosa dalla letteratura ma l’autenticità è qualcosa che riguarda sia l’ambito giornalistico che quello letterario, pur partendo da presupposti che possono apparire inconciliabili e perciò suscettibili di divergenze sostanziali. Tra i due ambiti, a divergere è essenzialmente ciò che si intende quando si parla di verità. Nel giornalismo la verità si lega ai cosiddetti fatti, mentre in letteratura questa si lega a ciò che il poeta Samuel Taylor Coleridge teorizzò per la prima volta in un suo scritto del 1817: la sospensione dell’incredulità.

Coleridge, in quel remoto scritto, indica che gli sforzi di chi scrive devono per lo più essere indirizzati verso l’invenzione di personaggi romanzati in modo tale da mettere in comunicazione l’intima natura umana a una parvenza di verità. Una forma di verità sufficiente a procurare il desiderio che queste rappresentazioni, create da chi scrive, possano essere vere, procurando così nell’immaginario di chi legge quel desiderio di sospensione del dubbio che costituisce la fede poetica. Ne la nuova frantumaglia viene riportato, con qualche correzione, un racconto scritto da Ferrante apparso su Sette, supplemento del Corriere della Sera, il 3 maggio 2002[7]. In quel capitolo che si intitola proprio Sospensione dell’incredulità, oltre al racconto di fantasia ospitato dal supplemento del Corriere e ispirato alla figura dell’allora premier Silvio Berlusconi, viene riportata una lettera di accompagnamento indirizzata al suo editore Sandro Ferri in cui l’autrice fa un’interessante premessa. Ferrante, infatti, con straordinario anticipo sui tempi, nota quella che diversi anni dopo sarebbe stata un’evidenza globale, ossia come un certo tipo di narrazione “politica” alla pari di quella “letteraria” possa beneficiare, avvalendosi della sospensione dell’incredulità, di una diffusa credulità “non di cittadini ma di pubblico” facendo balenare lo spettro di una società civile sempre più predisposta alla spettatorialità.

Volontaria in chi ascolta o indotta dall’abilità di chi affabula, è comunque quella sospensione dell’incredulità, accordata a un racconto, ciò che garantisce a torto o a ragione sull’autorevolezza di una storia che ci viene raccontata ma anche ci restituisce a quel piacere intenso e liberatorio con il quale soprattutto le favole, ci fanno partecipare al gioco delle possibilità messo in campo dal destino.

Forse è per questo che le divergenze, nel caso di ciò che riguarda Elena Ferrante, risultano tutte estremamente significative: riformulando all’infinito la propria versione, non approdano mai a nulla di definitivo. Ciò perché alla fine dei conti c’è sempre qualche cosa che manca, cioè il corpo della donna che si chiama Elena Ferrante.

Violazione della privacy di una persona che forse è l’autrice dei romanzi napoletani o legittima inchiesta giornalistica intorno a una notizia che comunque c’è, e a quanto pare interessa moltissimo. E perciò vende e fa vendere. Linguaggio sessista, invidie autoriali, misoginie, finti malumori, difese passionali, scetticismi, amore vero o presunto tale, appelli al diritto di non sapere, accorate dichiarazioni di menefreghismo: leggendo le decine e decine di articoli prodotti in mezzo mondo dopo l’inchiesta di Gatti, appariva chiaro che in questa storia così magica, è tutto vero, anche quello che non lo è.  

Nella nuova frantumaglia, Elena Ferrante ha mentito, dice qualcuno, e questo potrebbe togliere credibilità alla sua parola scritta. Ma assecondando proprio quella sospensione dell’incredulità di cui sopra, La frantumaglia può essere letta anche come un racconto su una scrittrice che ha scritto dei romanzi, un fascinoso libro nel libro, come ne sono stati scritti molti, in cui non c’è nessuna disonestà nel mentire se a scrivere è la regina dell’autofiction. In fondo Elena Ferrante a voler assecondare l’immaginazione che la parziale omonimia con la Elena Greco protagonista della tetralogia suscita facilmente, si chiama Elena Ferrante, come tutti noi. Walter Siti[8] docet.  

Nella filosofia esistenzialista, secondo il vocabolario della lingua italiana Treccani, l’autenticità dell’esistenza coincide con quell’esistenza in cui il singolo ritrova il proprio più profondo se stesso, lontano dal modo d’essere quotidiano, superficiale e impersonale, in cui l’uomo vive abitualmente[9]. Ma se la donna e l’uomo contemporanei faticassero, più che in altre epoche, a reperire quel lontano essere i veri se stessi? Se non riuscissero più di tanto a prendere le distanze da quello che è il modo d’essere quotidiano, la portata di quanto può affermare socialmente l’opera di Elena Ferrante rasenta la dismisura, soprattutto se guardata dal punto di vista degli effetti di cui, questa firma, è causa da più di vent’anni.

Più di chi sia Elena Ferrante, ciò che interessa qui è un’indagine su cosa di fondamentale abbia messo in atto il dispositivo Ferrante, volente o nolente chiunque lo abbia ideato. Se il meccanismo di identificazione che l’opera di Ferrante consente a lettrici e lettori è indiscutibile, le passioni che questa enigmatica autrice sa suscitare non riguardano soltanto la meravigliosa identificazione che ha consentito a tutti noi.

Autenticità, ambivalenza e invisibilità sono tre capisaldi inscindibili come principi radicati, mediati e lungamente meditati nell’opera complessiva di Elena Ferrante, fino dentro risvolti insospettati e forse incontrollabili.

In una raccolta di saggi edita in Italia nel giugno del 2016 e intitolata proprio Dell’ambivalenza[10] sul filo di un serrato confronto tra tre romanzi contemporanei scritti da donne, tra cui L’amica geniale, viene analizzato il potere dinamico dell’ambivalenza. Ossia tutte quelle detonazioni innescate da questo atteggiamento così bistrattato. Finalmente liberato dall’annoso pregiudizio dell’incoerenza, affibbiato per tradizione al femminile, questo modo di intendersi ambivalenti sul piano letterario di cui il romanzo di Elena Ferrante è un esempio tra i più fulgidi, sembra dare il meglio di sé proprio attraverso i romanzi napoletani. Scrivono a questo proposito Anna Maria Crispino e Marina Vitale: “L’ambivalenza, fuori dal suo ambito psico(pato)logico, ci appare sempre più come ciò che consente di tenere insieme le parti diverse e a volte conflittuali del proprio sé. Ma è pur vero che nell’ammirazione tra donne, l’ammirazione per l’altra può diventare affetto e amore, ma anche generare invidia e competizione […] in quella ricerca di identità che ha contrassegnato il Novecento, il rapporto a due (o a molte), tra donne, ci pare si giochi spesso in un rimbalzo continuo di rispecchiamenti e prese di distanza che investe le diverse forme di amicizia, le relazioni amorose e sessuali, le pratiche condivise dell’agire politico”

Elena Ferrante, ci parla di donne come nessuno ha saputo fare prima. Attraverso la propria immagine mancante ha infatti acceso i riflettori su un vuoto che urlava da tempo il bisogno di essere colmato. L’assenza dell’autrice come corpo e come identità femminile non è da considerarsi un elemento esterno al romanzo di Elena Ferrante ma è posto nell’ambito del dispositivo rappresentato da tutto ciò che concerne questa autrice, a segnalare una mancanza che investe in larga misura sia la società che lo statuto del romanzo. Evocare le molteplici possibilità conoscitive suggerite da un congegno in qualche modo agito da un’autorialità ed insieme alimentato da centinaia di migliaia di lettrici e lettori di tutto il mondo, è quanto tenteremo di fare nelle pagine successive. Vittima, anche chi scrive, del fascino esercitato da quel terzo libro partorito da una sorta di immaginario collettivo di cui sono alimento tanto i libri di Elena Ferrante che l’immaginazione di tutte le sue lettrici e lettori.

Le donne: amiche, madri, amanti, mogli, sorelle e per di più napoletane, in fuga ma anche donne decise a restare: sono loro le protagoniste indiscusse. Il culto dei figli, della famiglia, l’evanescenza della linea di demarcazione tra l’immanente e il trascendente, il territorio flegreo, il mitico vulcano, il mitologico Averno, sono soltanto alcuni degli elementi che hanno consentito a Elena Ferrante, come ad altre scrittrici italiane di provenienza meridionale, un’interessante rivisitazione delle proprie origini senza che queste fossero intese necessariamente in modo localistico ma anzi, passando per Napoli, si rivolgessero oltre ciò che Napoli significa geograficamente.

In questo senso i romanzi di Elena Ferrante riescono a offrire coordinate molto interessanti da considerare soprattutto perché capaci in qualche modo di rispondere alle esigenze di lettrici e lettori postmoderni e globalizzati.


[1] E. Ferrante, La frantumaglia. Nuova edizione ampliata, Roma, edizioni e/o, 2016, p. 185

[2] Op. cit., p. 186

[3] Der Spiegel, Nr. 34 / 20.08.2016, pp. 108-117

[4] http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2016-10-02/elena-ferrante-tracce-dell-autrice-ritrovata-105611.shtml?uuid=ADEqsgUB

[5] http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/08/31/indizi-e-paradossi-del-rebus-ferrante31.html

[6] Così nell’articolo

[7] Op. cit, pp. 86-92

[8] Qui è parafrasato l’incipit del romanzo “Troppi paradisi” (Einaudi 2006) in cui l’autore, Walter Siti inscena se stesso in un’opera di fantasia, esordendo nell’ambito del romanzo “Mi chiamo Walter Siti, come tutti. Campione di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è di massa. Più intelligente della media, ma di un’intelligenza che serve per evadere”. 

[9] http://www.treccani.it/vocabolario/autenticita/

[10] A. M. Crispino e M. Vitale (a cura di), Dell’ambivalenza. Dinamiche della narrazione in Elena Ferrante, Julie Otsuka e Goliarda Sapienza, Roma, Iacobelli editore, 2016, p. 10

figure deprivate

Prosegue la pubblicazione di alcuni frammenti da Annina tragicomica sul sito Il cucchiaio nell’orecchio. Oggi si tratta del frammento numero 3 tratto dalla seconda parte del libro. Annina è un libro strano, a posteriori, non fa che testimoniare una specie di fine che non vuole finire reiterandosi in figure deprivate. L’immagine del naufragio qui è associata all’azione del l’accumulo e alla pratica del sondaggio (carotaggio se il sondaggio avviene su una stratificazione solida di materia inerte). Grazie ancora a Gaetano Altopiano e soprattutto a Giovanni Duminuco, coraggioso editore e scrittore.

Elena Ferrante. Genealogie e Archeologie del XX secolo, Lipsia 5 novembre

Sono particolarmente lieta di annunciare, in coincidenza della prossima uscita del nuovo romanzo di Elena Ferrante il 7 novembre, la mia partecipazione presso l’Università di Lipsia al Convegno annuale del Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana quest’anno intitolato Elena Ferrante – Genealogie e Archeologie del XX secolo 4 e 5 novembre 2019. Il mio intervento Elena Ferrante, il libro delle madri e delle figlie si basa sui contenuti di Neapolitanische Puppen Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante (Launenweber) pubblicato in Germania nel 2018 e sul mio ulteriore lavoro di ricerca entro l’opera dell’autrice che ha avuto inizio in Italia attraverso la pubblicazione di contenuti legati alla Società italiana delle letterate prima e a Doppiozero poi.

Università di Lipsia Convegno annuale del Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana

Elena Ferrante – Genealogie e Archeologie del XX secolo 4 e 5 novembre 2019

Martedì 5 novembre workshop biblioteca Albertina, Viviana Scarinci Elena Ferrante, il libro delle madri e delle figlie

Il tema del convegno

La saga napoletana di Elena Ferrante può essere letta come una genealogia ed archeologia dell’Italia e dell’Europa nel 20° secolo narrata dal punto di vista di due amiche diversissime tra loro. Nel corso di quattro volumi seguiamo la narratrice Elena e la sua amica Lila attraverso l’ infanzia, l’adolescenza, l’età adulta fino alla vecchiaia, diventando testimoni non solo dei loro conflitti interiori e dei loro rapporti con il mondo esterno durante gli anni della a scuola, dell’università, nel mondo del lavoro, nelle relazioni sociali, all’interno del matrimonio e della famiglia, ma anche delle trasformazioni della società nel precario microcosmo del rione di Napoli in cui crescono le due amiche. In questa narrazione confluiscono in modo quasi casuale i dibattiti intellettuali e le dinamiche politiche che hanno luogo in Italia dagli anni ‘50 fino ad oggi. La terza segreta protagonista della storia è Napoli, come luogo in cui nasce questa amicizia al femminile, ma anche come depositaria di tracce sepolte di latenti conflitti e non espresse tensioni. Il convegno internazionale si propone di indagare il fenomeno Elena Ferrante in prospettiva letteraria. Al centro degli interventi saranno questioni come il rapporto tra testo e contesto, la mediazione letteraria, la scrittura anonima attraverso l’uso dello pseudonimo, al di là di inutili speculazioni circa la vera identità dell’autrice, nonché riflessioni su genealogie, relazioni e relazionalità (al femminile). Verranno trattate anche le precedenti opere dell’autrice, riscoperte grazie alla dilagante Ferrante fever.


Sorelle & Fratelli. Fili d’aquilone 52

 

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Solo tempo dopo quei poveri cinque anni miei in cui non avevo parole per definire le cause di tutto quello sgomento, un Santo, tra quei santi veri e falsi che incontrai prima di nascere in religione Teresa di Maria e Gesù, mi disse che l’eccezione, a tutta quella incomprensibile e spaventosa regolarità che sembra pascere indisturbata dentro le forme visibili, è fatta di un silenzio inumano che non tutti chiamano Dio. E solo un certo rarissimo intento nostro può farsi carico di quell’eccezione, potendo brevemente spezzare il tacere, con scarse parole e scarsissime opere. Perché è quello che viene dopo il molto inumano silenzio, a far nascere, come per caso, il non ancora nato dentro e fuori di noi, poverelli di ogni censo che tutto pare costringere a ingannevoli forme definitive.  leggi tutto


Ringrazio infinitamente Viviane CiampiMarco Furia per  aver pensato a me per questo ricchissimo numero 52 di Fili d’aquilone dal tema così coinvolgente. Diversi mesi fa avevo inviato su richiesta della redazione, quelle che credevo essere delle prose preparatorie per un romanzo in versi che poi in corso d’opera è diventato un’altra cosa, e poi ancora un’altra cosa. Ora pare che quella cosa si sia cristallizzata nella forma di romanzo storico ambientato nella Roma della controriforma. 


Il numero 52 di Fili d’aquilone ha inizio con la silloge poetica inedita “Sororanze” di Viviana Scarinci, alla quale si affianca quella di Viviane Ciampi intitolata “L’albero della sorellanza”, accompagnata da lavori artistici della stessa autrice. Restando nella poesia italiana, Roberta Truscia propone la silloge in tema “Sorelle & Fratelli” e Iluliana Olariu (rumena che scrive anche in italiano) presenta “Fratelli diversi”.

PER LA POESIA STRANIERA
Ricca la sezione della poesia straniera. In “Come sorelle a Itaca” Roberta Truscia ci introduce alla poesia della spagnola Francisca Aguirre, morta nell’aprile del 2019. Sempre dalla Spagna arriva la poesia della giovane Virginia Navalón con il suo Bestiario, presentata e tradotta da Alessandro Mistrorigo. Jolka Milič presenta la poesia della sua connazionale slovena Maja Vidmar.
Passando al Sudamerica, Alessio Brandolini in “Quanto tempo un giorno” propone un lavoro sulla poesia dell’argentina Mori Ponsowy; Giovanni Gemito in “Luce dell’ultima ora” sull’uruguayano Horacio Cavallo. Dal Messico giungono le voci poetiche di Leticia Luna (“Fuoco azzurro”) analizzata e tradotta da Federica Silvino, di Jorge Ortega (“Quanta luce sotto le pietre) e di Maria Baranda (“Teoria delle bambine”) presentate da Alessio Brandolini.

PER LA PROSA
Abbiamo i racconti in tema di Stefano Cardinali “Giochi gemelli. (The Musical Box – Genesis 1971); di Armando Santarelli “Comunque fratelli” e di Matteo Moscarda, intitolato “Tre croci”. Per i più giovani Annarita Verzola propone un brano (“Fratello e sorella”) tratto dal suo romanzo Quando l’usignolo pubblicato nel 2012 e Jolka Milič “Il cappello del signor Costantino” dello sloveno Peter Svetina (con illustrazioni di Peter Škerl).

PER LA CRITICA
Marco Testi in “Essere senza testa” recensisce l’ultimo libro di Maria Grazia Di Mario e in “Senza mai arrivare in cima” la storia pubblicata recentemente da Paolo Cognetti. Marco Benacci in “La pelle dell’anima” ci parla dell’omonimo romanzo uscito in Italia dell’uruguayana Teresa Porzecanski. Federica Silvino analizza il libro di poesia di Adalber Salas Hernández (Ai margini di un mondo sconosciuto) pubblicato recentemente da Edizioni Fili d’Aquilone. Per la critica d’arte, in “Il pittore e lo spirito del tempo”, Marco Testi propone alcune riflessioni sulla mostra romana di Ennio Calabria.

PER LE RUBRICHE
Gabriele Nicosia ha realizzato per la sua rubrica la vignetta … in arrivo. Verónica Becerril per il sua consueto intervento dedicato al “Cinema a parole” ha selezionato il film italiano Euforia di Valeria Golino, storia di due fratelli molto diversi. Infine, per l’Angolo di ED, Giuseppe Ierolli ha messo a punto la breve silloge (con traduzioni e commenti) “Fratello mio, vieni nel mio giardino!”, con testi poetici di Emily Dickinson e due lettere, una al fratello Austin e l’altra alla sorella Lavinia.

Disparità. Piera Oppezzo

Ho avuto la possibilità di conoscere l’opera di Piera Oppezzo nel 2016, in occasione del conferimento del premio Lorenzo Montano. Quell’anno la mia poesia amanda fiore o tartaruga, risultò vincitrice della sezione una poesia inedita e Una lucida disperazione di Piera Oppezzo, a cura di Luciano Martinengo, edito da Interlinea (2016), era risultato il libro vincitore della sezione opera edita.

L’elemento che mi ha colpito immediatamente è stato come la poesia di Oppezzo potesse valere da indicatore di una disparità per nulla astrusa. Una sorta di realistica disparità, in cui ogni elemento additivo di molta poesia che avevo letto fino ad allora, i versi di Oppezzo finivano per rivelarla un esercizio di puro volontarismo, la rendevano cioè superflua in termini di comunicazione di un contenuto profondamente cosciente e perciò puntualmente connotato e evidentemente autonomo da formule già ampiamente praticate.

Raramente lo spessore non mistificato di una coscienza puramente soggettiva fa la differenza in termini sostanziali, entro un genere come quello della poesia per come la si intende nella contemporaneità, culturalmente refrattario ad essere il luogo di una ricerca che somma ‘semplicemente’ la soggettività a un posizionamento temporale e logistico precipuo. In questi termini la poesia di Oppezzo è femminile e rivoluzionaria nel vero senso, perché il principio è quello dell’individuazione di una soggettività scevra che neanche si auto rappresenta ma si rivela per assenza di riconoscibilità, emergendo con una nitidezza senza precedenti. Per inciso, questo è anche uno dei motivi per cui il titolo che lega questa raccolta alla disperazione, appare dopo molte letture, piuttosto forviante e riduttivo.

La coloritura dei versi è spesso quella di uno stato di sé che non prevede approcci o variabili perché ridiscende a un precedente originario, che Oppezzo chiama ‘Vivente’. Vivente diventa un soggetto incluso di volta in volta in un palcoscenico, che lo chiama direttamente o indirettamente in causa come elemento presente ma irraggiungibile, perché a Vivente è precluso l’iter di qualsiasi svolgimento che comporti un posizionamento mediano, un compromesso qualsivoglia che lo distolga dalla sericità della propria mandorla.

Ho scelto di riportare qui una delle poesie, a mio avviso, indicativa dell’intera raccolta, anche se possiede un tono differente dal distacco raggiunto in gran parte di questa opera. Qui Oppezzo incarica inconsuetamente e direttamente i versi di definire la disparità tra un’entità definita dalla prima persona femminile, in ogni caso collusa, ma che si dibatte in un posizionamento impossibile entro il luogo di una collettività, nella quale non esiste la taratura che definisca la sua partecipazione.


Attorno mi circondano (1976)

Tengo la porta chiusa con tutto il corpo
perché almeno oggi nessuno entri.
Ho qui tutti questi conti da regolare
con l’orgoglio il tono di voce
la lucidità il razionale e l’irrazionale.

Non posso farlo se attorno mi circondano
qualche volta magari indifferenti
la loro vita completamente da un’altra parte.

Se capitano
cerco subito di raggiungere il loro posto
senza allontanarmi dal mio
perché il mio è una sedia con lo schienale
che almeno mi tiene le spalle.
Così li raggiungo sempre in bilico
illudendomi per un po’
di non avere problemi di equilibrio.

Continuo a fantasticarci su
anche quando sono ormai distesa dalla loro parte
e mi dico che questo che volevo.
Ma quando sono li distesa
e mi sento chiedere sempre di più
e sorrido e regalo con entusiasmo
scopro che quelli si stanno gustando il superfluo
mentre io mi svuoto dell’essenziale.



«Invece, sto solo tentando la lotta / per dare alla mia vita… / che so, un gusto di pesca / e un suono umano, / come si ode spesso per strada» (Piera Oppezzo in Una lucida disperazione, Interlinea 2016, collana “Lyra”)


una-lucida-disperazione

Intanto su Ferrante

Intanto di recente in Germania esce la traduzione de La frantumaglia di Elena Ferrante. Ne dà notizia con un articolo, tra gli altri, il quotidiano Neues Deutschland che nomina a questo proposito Neapolitanische Puppen, proprio quelle bambole napoletane con le quali l’editore Launenweber ha sagacemente deciso di intitolare un mio libro su Ferrante, su Napoli e sulle bambole e bambine italiane.

RECE

Pratiche dell’ora madre Biblioteca della Camera 21 maggio

Biblioteca della Camera dei Deputati martedì 21 maggio dalle ore 15 alle 19
Roma, via del Seminario, 76 (Pantheon)

FUIS  reading LA MADRE

Lieta di  prendere parte con una breve silloge inedita da
Pratiche dell’ora madre, poesie dimenticate 


liz

 

 

sei figlia di questa morte scolorata
feroce lucertola che si sogna geco
nel buio che le assidera i colori
nel freddo che le morde la virtù
di perdere in coda la vita che non serve

sei figlia come fossi sempre da venire
da un coagulo bruno, gli occhi mai
sperduti alla tua rotta sconosciuta, le labbra
arrossate dal rilievo minuto di una parola
esatta erede del bacio che io sono

 

21 febbraio. Poesia e Plurilinguismo

Poesia e Plurilinguismo

Percorsi per un ampliamento dell’orizzonte formativo e letterario

Cosa: Prima giornata di formazione in presenza
Quando: Giovedì 21 febbraio 2019 – ore 8,30 – 13,30
Dove: I.T.C. Vincenzo Arangio Ruiz -Viale Africa, 109, Roma
Chi: Lend, lingua e nuova didattica, gruppo Roma. 
Organizzazione: Cristina Polli  

In sintesi: corso di formazione di 25 ore rivolto a docenti della scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado, studenti universitari delle discipline interessate, dirigenti scolastici, personale della scuola.

Titolo dell’intervento: Il giornale cittadino Zer0Magazine: un’esperienza di accoglienza di più realtà culturali e linguistiche attraverso la poesia.

Presentazione: L’intervento illustrerà il percorso culturale e etico attraverso il quale il fondo librario di poesia contemporanea di Morlupo, raccolto dall’associazione Libellula, abbia potuto instaurare una sinergia fattiva tra associazionismo, istituzioni e società civile, con il fine di compilare una pubblicazione che sia l’espressione autentica delle pluralità linguistiche e culturali tanto della comunità locale quanto della comunità extra territoriale legata alle attività di scrittura e di ricerca del fondo librario di poesia di Morlupo. L’intento è quello di trasferire ai corsisti tutte le indicazioni relative a un preciso modus operandi, che possa ispirare pratiche consimili, adattandole a esigenze precipue e differenti ambiti di appartenenza. Quanto detto sarà supportato dall’illustrazione delle varie sezioni e modalità di compilazione, attraverso gli esemplari cartacei del giornale Zer0Magazine, precedentemente editi.

Relatrice: Viviana Scarinci è fondatrice dell’associazione Culturale Libellula dove attualmente ricopre, su incarico diretto del presidente dell’associazione Giovanni Roncacci, la funzione di direttrice del Centro Culturale Libellula e del Fondo Librario di Poesia Contemporanea di Morlupo. In queste vesti è ideatrice e organizzatrice del progetto Zer0Magazine giunto quest’anno alla terza edizione. Il progetto si avvale della partnership del Comune di Morlupo, dell’istituto Comprensivo Falcone e Borsellino e per i primi due anni del CSM della ASL Rm4 per gli utenti del quale l’associazione Libellula ha organizzato corsi di scrittura finalizzati all’inclusione dei materiali prodotti all’interno del giornale cittadino Zer0Magazine 2017 e 2018. Viviana Scarinci è inoltre autrice di saggistica con Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante Un ritratto letterario di Elena Ferrante tradotto da Ingrid Ickler (Launenweber, 2018) presentato dagli Istituti Italiani di Cultura di Berlino e Colonia alla Fiera di Francoforte 2018. È autrice dell’ebook monografico Elena Ferrante (Doppiozero, 2014) presentato a Milano nel 2015 nell’ambito della rassegna Writers #2. Per la poesia è autrice con Annina tragicomica (Formebrevi, 2017) presentato nel 2018 al Festival letterario de L’Aquila Week-end d’autore, e de La favola di Lilith (Libro e CD con musiche originali di Edo Notarloberti per l’etichetta discografica ARK Records) opera selezionata per la partecipazione al Wave-Gotik-Treffen di Lipsia e a questo proposito rappresentata in anteprima europea presso Schauspielhaus centraltheater di Lipsia nel 2014. È autrice di Piccole estensioni (Anterem, 2014) con cui si è aggiudicato Premio Lorenzo Montano per la raccolta poetica inedita, sezione promossa dalla Biblioteca civica di Verona. È curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte della poetessa finlandese Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Doppiozero, Il lavoro culturale, Nazione Indiana, Leggendaria, Il Segnale, L’Ulisse. È co-redattrice del progetto editoriale Formebrevi.


Programma della giornata

8,30 – Accoglienza
9,15 – Saluti e introduzione ai lavori.
Interventi :
9, 40– Anna Maria Curci – Lend Roma: “La parola terra materna”: lingua e poesia come dimora e come ricerca.
10, 20– Manuel Cohen. Essere tra le lingue: la geocritica e la poesia dialettale
11,00– Paola Del Zoppo. Poesia come traduzione continua
11,40 – pausa caffè
12,00– Viviana Scarinci– Direttrice del Fondo librario di Poesia Contemporanea di Morlupo. Il giornale cittadino Zer0magazine: un’esperienza di accoglienza di più realtà culturali e linguistiche attraverso la poesia
12,40 – Tavola rotonda con: Germain Droogenbroodt, Rosangela Zoppi: poeti; Luca Benassi, Manuel Cohen, Anna Maria Curci, Paola Del Zoppo: traduttori e critici; Vincenzo Luciani.: editore. Modera: Cristina Polli – Lend Roma.
13,20 – Conclusione dei lavori
13,30 – consegna degli attestati di frequenza della giornata

In collaborazione con:
Associazione Culturale e Rivista di poesia “Periferie”
Centro di documentazione della poesia dialettale “Vincenzo Scarpellino”