Sognando vere isole

SECONDA PARTE. La prima parte è qui

Un paio di anni fa, in questo stesso periodo dell’anno, ho avuto occasione di andare per qualche giorno a Ventotene. Occasione presa al volo per molti motivi. Avevo letto, da poco ristampato, L’isola riflessa di Fabrizia Ramondino, mi incuriosiva la figura di Altiero Spinelli e altro che non sto a dire qui. Poi l’invito veniva da un’amica originaria dell’isola e io ho sempre avuto la passione delle isole.

Qualche anno prima mi era capitata l’occasione di andare a Ustica d’estate, per lavoro. Bisognava gestire la premiazione di un concorso letterario patrocinato dal Comune di Palermo che la mia associazione aveva organizzato in collaborazione con altri. Della premiazione non mi ricordo niente ma mi ricordo di aver vissuto quei giorni come in una sorta di abbacinamento da colore. A Ustica i colori d’estate possiedono una vera violenza, incidono sulla memoria, per lo meno sulla mia, più dei fatti e delle parole.

Su quei giorni di Ustica scrissi nel tempo diversi bruttissimi racconti senza riuscire a significare quello che l’isola, a una non isolana quale sono, rendeva evidente su tutto attraverso la forte interferenza del colore. Stando sulle isole si verifica come una specie di allineamento temporale. Si aprono porte che normalmente restano chiuse. Eventualità che poi il libro di Ramondino aveva reso evidente nel suo efficacissimo allineamento di profili descritti di persone del passato, o veramente incontrate mentre scriveva, e altre solo sognate.

Tutte però legate per analogia all’isolamento del corpo che come scrive Ramondino, è sempre prigioniero dell’anima che lo condiziona, ma che pure allineato idealmente a altri isolamenti può generare una dicibilità altrimenti impossibile.

L’anima per la Ramondino di queste pagine è un’entità, un’astrazione che con invisibili giochi di potere subiti o esercitati, falsi saperi, rispecchiamenti deformanti e coatti, usa il corpo a suo piacimento fin quasi a farselo schiavo.

Ramondino aveva scelto Ventotene in un momento in cui non riusciva, pur volendolo, a uscire dall’isolamento cui l’aveva condotta quell’anima da lei descritta come sopra, perciò aveva pericolosamente immaginato di allineare al suo senso di personale isolamento, quello della reale condizione dell’abitante temporaneo dell’isola. A questo aggiungendo gli isolamenti coatti che nella storia Ventotene aveva ospitato con il suo carcere borbonico di Santo Stefano e poi con i suoi prigionieri politici al confino, oltre che quello tremendo di otto donne della romanità mandate in esilio presso l’augustea Villa Giulia. Per non parlare dell’isolamento tutto loro degli autoctoni di un’isola molto particolare come Ventotene. 

Aveva ragione Ramondino, quel pericoloso allineamento di solitudini ha reso la sua scrittura, già straordinaria, un potente dispositivo temporale che poi l’ha portata  a scrivere un libro speciale come L’isola riflessa.

Ci ho pensato quando per contrastare l’epidemia da covid-19, con il protrarsi della chiusura dell’Italia e di noi in casa, e l’estendersi della stessa disposizione in molti Paesi del mondo, mi è venuto in mente che dal punto di vista epocale un isolamento contemporaneamente condiviso in modo così reale da una porzione tanto vasta di umanità, è probabile che davvero non si sia mai verificato salvo che in un onirico primordio in cui forse non esisteva neanche il linguaggio. E questo allineamento di isolamenti non potrà che avere un effetto che andrà molto oltre l’auspicato contenimento del virus o la prova del nove rispetto alla tenuta dell’Unione Europea

La materialità del corpo e del suo destino, l’immaterialità dell’anima che lo domina, i piani si intersecano inscritti una panoramica che Ventotene rende davvero vivida con la sua strana e poco amabile bellezza che si basa tutta sull’altrimenti. Ventotene è davvero un ibrido in cui napoletanità e romanità non si riesce a districarle nella latitanza estetica che è il fulcro dell’appartenenza dell’isola all’anima meno desiderabile dell’una e dell’altra città. Almeno in termini identitari Ventotene è un altrimenti e anche questo è decisivo nel riflettersi di quell’isola asprissima, e dai colori non così netti come si vorrebbe, nel destino civile dell’Italia. Ventotene torna in mente a chi c’è stato, quando ci si sente senza volto e ci si chiede allo specchio se è vero che abbiamo perso la faccia e se la possiamo ritrovare altrimenti.

Il Manifesto di Ventotene redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi ha per titolo Per un’Europa libera e unita. Il progetto nasce nel 1941, quando per motivi politici un gruppo di persone furono confinate a Ventotene, già storicamente colonia penale, come oppositori del regime fascista. Altri confinati antifascisti sull’isola contribuirono alle discussioni che portarono alla definizione del testo. All’epoca della stesura del testo erano confinate sull’isola circa 800 persone, 500 classificate come comunisti, 200 come anarchici ed i restanti prevalentemente giellini e socialisti. Ramondino nel libro indica l’ubicazione del campo di patate, posto tra il cimitero e villa Giulia, che Spinelli poté coltivare solo sul finire del confino quando ormai la fame patita dai prigionieri aveva reso il procurarsi il cibo da soli qualcosa che evidentemente non poteva essere negato. Ci devo essere passata su quel campo, dopo aver visitato il cimitero, quasi nei pressi di Punta Eolo, quando sono stata accompagnata a vedere l’altro luogo di pena che in epoca altra era stato deputato alle donne invise al potere di Roma.

Cosa c’è da imparare da L’isola riflessa? Moltissimo e tutto non può essere detto. Ma la prima cosa che mi viene in mente, forse la suggestione più preziosa, è l’atmosfera vivissima di condivisione che le pagine creano grazie al fatto che chi le scrive ha un legame fortissimo con il modo in cui la poesia crea immagini, e per questo non bisogna essere necessariamente poeti. Si tratta di un istinto del linguaggio che con una naturalezza estrema, delineando fatti reali fa cogliere distintamente a lettrici e lettori più le immagini defilate, quelle meno dicibili, piuttosto che quelle costruite dalla sintassi. In questo Ramondino è una capofila. Ci sono in particolare alcune righe con cui voglio concludere, riguardano l’amore, o come lo chiama l’autrice, più pietosamente che aspramente, l’amore distorto. Non serve che aggiunga altro, basta leggere di seguito, vi abbraccio virtualmente, cari, alla prossima.

Accudimento e adeguamento

prima parte

In queste settimane di domiciliari avrei voluto leggere moltissimo, e un po’ ho letto ma di questo vi parlerò nel prossimo post. Avrei voluto portare avanti tutti i risvolti possibili dei progetti di lavoro e di scrittura che sono stati inevitabilmente congelati dal lockdown, ma non ce l’ho fatta. A dire il vero non per questioni psicologiche legate al nuovo stile di vita ma perché il mio impegno è stato profuso soprattutto in termini di adeguamento materiale a una circostanza del tutto nuova.

Vivo in campagna. Ho la fortuna che quando la porta di casa si chiude ho di fronte a me diverse migliaia di metri di terra che è casa mia.  Mai come in questo frangente estremo legato a un’epidemia globale, ho potuto riflettere su aspetti nuovi relativi a questa eredità che mi lega da sempre prima ai miei animali e alla natura e poi alle mie origini.

Perciò l’impegno è stato soprattutto quello dell’accudimento transgenerazionale e del caregiving, poiché da buona contadina per scelta, vivo quotidianamente le vicende legate alla mia genealogia in una famiglia imperniata al matriarcato.  

Oltre all’accudimento l’impegno massimo è stato quello relativo all’adeguamento, cioè come rendere possibile in un luogo in cui non arriva il WiFi dei principali gestori, la possibilità quotidiana di connettere contemporaneamente in tre stanze diverse due video lezioni che la scuola pubblica italiana già da due settimane ha garantito ai miei figli, e una postazione smart working, la mia.

Quindi più che adattarmi a un affollatissimo isolamento, in questi giorni ho vissuto il problema dell’adeguamento, tipo quando il responsabile del minuscolo provider alternativo cui ho raccontato da essere umano a essere umano il mio problema, ha inviato un tecnico che con mascherina e guanti è salito sul tetto di casa in una giornata che pioveva, per installare una nuova antenna che rendesse possibile alla scuola e al lavoro di entrare in casa non potendo uscirne noi.

Così come ho visto il sindaco e il medico di un paese tutto sommato piccolo, senza alcuna retorica o narrazione superflua, fare molto più del loro dovere assistendo le persone capillarmente senza andare al telegiornale, e tenendo informato il territorio in tempo reale di tutte le notizie che riguardassero soprattutto la sicurezza sanitaria e l’economia reale di un’area di cui sentivano di avere evidentemente la piena responsabilità civile.

Poi ho anche visto degli insegnanti di una scuoletta di provincia garantire, senza metterlo su facebook, un numero di video lezioni impensabile fino al mese prima, che fossero inoltre fruibili anche attraverso i cellulari, per quelli, moltissimi qui, che non hanno il computer a casa. E impiantare su due piedi un’assistenza psicologica agli studenti davvero disorientati e spaventati assicurata da alcune docenti, anche durante gli interminabili pomeriggi e le domeniche. Tutto questo è un lavoro extra rispetto a un effettivo e constante proseguimento della didattica a distanza. Scuoletta che senza mettere i manifesti ha fatto la differenza rispetto a un lacunoso e zoppicante procedere che in un mese di emergenza, il più rinomato liceo classico di Roma, è riuscito a mettere in campo, adeguando la propria didattica solo parzialmente.

Dunque già pensavo prima dell’irruzione del covid-19 che la retorica dell’eroismo mi annoiava a morte, almeno quanto i selfie con la mascherina e la pubblicazione delle proprie video lezioni su web come se fossero tutte lectio magistralis. Noia è peggio che disturbo per me, i social ci hanno abituato a questo e altro. Ma mi ha rattristato più di quanto non dovesse incoraggiarmi la retorica del farsi carico in ambito culturale. Mi ha comunicato un senso di disfatta non sociale, perché da quello che ho visto la società reale sembra tenere, ma appunto culturale. Mi ha turbato la mancanza di responsabilità, non tanto di chiunque, quanto di chi si sente in prima linea nel fare cultura che in un momento delicatissimo per le persone e per lo Stato italiano, ha proseguito come se niente fosse dal pulpito dei social, come capendone qualcosa di una situazione senza precedenti, e in primo luogo essenzialmente tragica e rischiosa per moltissime persone.

Tutto questo solo per non riuscire a smettere di partecipare a una narrazione parossistica che di fronte a una situazione del tutto nuova, continuando con il linguaggio e le modalità di sempre, è in grado di connettersi poco o niente con quello che c’è davvero dietro le foto postate dei dolci fatti in casa con relativa ricetta.

La narrazione per non ripetersi in formule vuote dovrebbe saper guardare l’altro e per farlo dovrebbe non obedire al potere. Ma a me sembra che il potere cui si soggiace più spesso in questi tempi così opachi, più che costituirsi come una frizione esterna (vedi le indicazioni governative mai così restrittive e assolute rispetto alle prerogative di ciascuna cittadina e cittadino) corrisponda a un lasciarsi andare molto più grave visto che è in tutta evidenza fuori dal controllo anche di chi vi si abbandona. Dico un lasciarsi andare a quella forza maggiore che è la compulsione alla visibilità soprattutto in chi dovrebbe saperne qualcosa di cosa significa la responsabilità di raccontare in un momento davvero emergenziale, fosse anche a una sola persona. Questo disorientamento che tenta in tutti i modi di avere l’aria di saperne, mai come ora sembra un fenomeno del tutto orizzontale e coscienziosamente autogestito.

Di fronte a quello che è stata la mia esperienza di questi giorni di difficoltà, e di fronte alle molte narrazioni emotive che precocemente ho visto azzardare, mi sono detta che l’unica narrazione a cui mi sento di poter aderire oggi non può e non deve appartenere all’immediatezza, non può appartenere soltanto al terrore della scomparsa sociale se debbiamo stare per un periodo costretti a casa come tutti, né all’ansia di salire sul carro di tutte quelle meravigliose idee, di cui il mondo di prima del coronavirus non si era reso conto di avere così tanto bisogno e che, quando ci libereranno, ci troveranno sicuramente tutti pronti a cambiarlo, questo mondo.

In questi giorni in cui ho parlato a distanza con persone che non avrei mai immaginato così vicine, è stato chiaro per loro, come per me, che la paura rispetto all’enorme lavoro fatto fino adesso che si è nutrito di continuità, silenzio e fatica, quando scongelato dall’allentare dell’emergenza, possa non trovare più il contatto con l’inevitabile incognita costituita dal dopo. Ma credo anche che nell’entrare in un rapporto vitale con l’angoscia adulta di non sapere il dopo, si giochi molto della nostra efficacia di poi.

Condivido con molte e molti l’umanissima paura che il nostro valore, il nostro lavoro, quello che possediamo, quello che amiamo, quello che abbiamo costruito quando potremo di nuovo uscire di casa fisicamente potrebbe impattare, smarrirsi in un tempo che a differenza di noi che siamo stati obbligati a stare fermi, invece è trascorso. Ma resto dell’idea che una narrazione del presente in grado di riuscire a dire qualcosa a chi verrà dopo, non è mai stata figlia di una qualsiasi retorica e perciò non dipende da nessun potere. E che il pericolo più grande in cui incorre in questi tempi, anche una narrazione che vuole essere intellettualmente onesta, non lo corre confrontandosi con un fantomatico potere esterno ma con la propria compulsiva incapacità di guardare chi sono e che fanno davvero le persone che non sono il narratore o la narratrice medesima.

Così mi è venuto in mente un libro bellissimo e me lo sono riletto. È di Fabrizia Ramondino, L’isola reflessa, in cui l’autrice scrive una cosa importantissima che mi sono stampata a lettere di fuoco in cima a ogni file che apro in questi giorni

Del libro di Ramondino e di altri libri parlerò nella seconda parte di questo articolo che conto di pubblicare appena posso.

limiti

1

No.
Era l’età in cui viaggiava la rondine
senza le nostre iniziali nel becco.
Rafael Alberti trad. Vittorio Bodini


Oggi per la giornata mondiale della poesia voglio postare qui una poesia che Rafael Alberti scrisse in un momento molto delicato della sua vita. Per la verità tutto il libro Degli angeli Alberti lo scrisse in un frammento della sua esistenza in cui scriveva di sentirsi così: “Contro di me, mondi interi/contro di me, addormentato, /ammanettato, indifeso“. Questo stato ora come ora non può non ricordare quello della malattia o del timore paralizzante di essa. Che Alberti fosse a contatto con limiti tutti suoi o oggettivi, o magari con il limite costituito dalle sue personali paranoie e nevrosi, non è dato sapere. Quello che è certo che Degli angeli esplora l’impotenza, il limite e anche l’umiltà di ammettere di non poter capire o di non poter fare, pur restando ben presenti dentro uno stato di impossibilità. Per tutte le amiche e gli amici che mi leggono e che, come tutti, stanno facendo un’esperienza soggettiva di ciò che vuol dire la parola limite per ciascuno di loro, penso che Rafael Alberti sia proprio il poeta giusto. Senza tirarla troppo per le lunghe penso che c’è qualcosa di sano e coraggioso nel trovarsi a non scappare per le vie traverse di quello che immaginiamo di sapere, e perciò immaginiamo di poter giudicare e dire, soprattutto adesso in considerazione e nel rispetto del dolore e del lutto altrui. Buona giornata mondiale della poesia, carissime e carissimi miei.

Vita con le parole

Il testo per Il Segnale 115 è stato scritto a dicembre scorso nel momento in cui stavo preparando i laboratori scolastici per il progetto L’albero capovolto. Nel testo ho illustrato quello che poi è stato il punto di partenza per la creazione dei materiali di lavoro proposti a studentesse e studenti della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto Falcone e Borsellino. Nel corso dei laboratori abbiamo lavorato infatti anche sul significato etimologico delle parole e sul loro significato immaginario. Soprattutto il significato immaginario è quello che spesso coinvolge in modo molto interessante l’immaginazione dei più giovani quando orecchiano certe parole entro i vari registri del linguaggio cui vengono a contatto nel loro quotidiano. I risultati dei laboratori così organizzati hanno confermato la fecondità dell’ipotesi che il significato immaginario di certe parole, legate alla prima infanzia, costituisce un affaccio prezioso su quel giacimento inestimabile che consente di non perdere creatività nella comunicazione e nel vero contatto con l’altro.


Grazie alla redazione de Il segnale, per me è sempre un onore scrivere per voi!



Escluse le donne

Così dissi io a la pia Madre antica
Per gran desio ch'io ho di pianger sempre;
E Lei, che par che gli occhi mai non tempre,
Col viso chino e l'anima pudica
La man mi prese ed a la soa mendica
Spelonca mi condusse lacrimando;
E quivi disse: - Quando
Io vidi a Roma intrar quella superba,
Che va tra' fiori e l'erba
Securamente, mi ristrinsi alquanto
Ove io conduco la mia vita in pianto. -
Girolamo Savonarola (1475) 

Questo tra l’altro scriveva Girolamo Savonarola, futuro frate domenicano, negli anni del noviziato in “De ruina Ecclesiae”, testo poetico scritto contro la “fallace / superba meretrice, Babilonia” in cui contrappone la prima chiesa alla curia romana di allora. Girolamo nel testo si figura in modo contrapposto il cristianesimo delle origini, come una donna madre e casta, e quello della sua contemporaneità, peraltro quasi tutto composto da uomini, paragonandolo a una donna lasciva e meretrice. Paragone fortunatissimo che per secoli mise i due presunti e diametrali attributi del femminile, cioè quelli della santa e della puttana, in relazione al degrado non soltanto della Chiesa. La figura di Savonarola non mi è mai particolarmente interessata, figuriamoci le sue poesie, finché, leggendo alcuni materiali che ho selezionato per il mio romanzo, mi sono imbattuta in un collegamento molto interessante che mi ha riportato ai famosissimi discorsi che Girolamo avrebbe tenuto poi in quel di Firenze. 

Filippo Neri, fiorentino, è uno dei santi di adozione romana, considerati tra gli alfieri della Controriforma. Filippo, detto da bambino Pippo bono per la famosa giovialità che fin da subito avrebbe manifestato, aveva un padre ex notaio e alchimista dilettante che in gioventù aveva fatto parte con molta probabilità, di quelle bande di seguaci di Savonarola che, con modi un poco spiccioli, si erano dati alla forzata epurazione del vizio a partire da Firenze. La figura di Filippo Neri, la sua importanza nell’ambito delle politiche della Controriforma, come la storia dell’ordine monastico domenicano, prima del momento di questa intersezione, mi avevano generato già dei sogni inquieti, diciamo delle immaginazioni che fuoriuscivano dalle parole riportate dai libri e dai documenti dell’epoca, quindi delle falsificazioni oniriche rispetto anche alla struttura sintattica di quello che leggevo, come immagini in sovrappiù fuoriuscite da universi esistenti ma paralleli e isolati dalle parole riportate in alcuni documenti  del tempo che avevo per le mani. 

Quando si è verificato il necessario balzo dentro i discorsi di Savonarola che tanto avevano infiammato il padre amatissimo di Filippo Neri, questa proliferazione immaginosa si è accentuata. Queste falsificazioni oniriche, sono diventate un carico insostenibile al punto che ho dovuto inserirle, come fossero essenziali pur essendo incongrue ai fini della mia trama, nel tessuto di un romanzo che parla in effetti apparentemente d’altro.  Ossia di una donna di nome Costanza nata cento anni dopo quel giorno in cui il giovane Girolamo vergava la poesia “De ruina Ecclesiae”. Questo perché tra gli altri, proprio Filippo Neri e il suo vivere in Roma, sono stati elementi fondamentali nella biografia che ho inventato per la mia amatissima santa viva Costanza. Resta che la poesia (anche quella di Girolamo Savonarola) più di tutto dice agli altri ciò che le donne e gli uomini che la scrivono, non sanno fino in fondo di avere negli occhi e nel cuore.


Per gli amici che mi leggono, dato che in questo periodo dobbiamo dare un valore altro a tutto il tempo che abbiamo a disposizione restando a casa, un capitolo abbozzato del mio romanzo in cui, liberando l’ennesima digressione, riporto quelle falsificazioni incongrue di cui sopra. 


Escluse le donne

Dovendo tu, popolo fiorentino, egli ricordo bene disse, indicandoci a uno a uno noi che eravamo lì a Palazzo Vecchio, io con il Nicotera, te lo ricordi? No, non te lo ricordi, che egli morì quando tua mamma era gravida. Noi che gli eravamo corsi dietro fin là da subito eravamo tra i primi della fila dattorno” 

A quel punto il babbo deglutì e Pippo vide il pomo che egli aveva pronunciatissimo, spostarsi da sotto il mento a un secondo posto, più giù lungo la gola, lo vide benissimo stavolta perché si trovava sulle ginocchia del padre. Gli osservava spesso questa sua enormità che spuntava vistosamente dal collo esile d’uccello e che faceva il paio, nel conferirgli l’aspetto da volatile con un naso a becco e con il capo quasi glabro, non fosse per qualche ciuffetto rado di pelo canuto. Sul qual capo del babbo, quei ciuffi davano l’idea inoltre che l’avessero spennato malamente.

Anche quando il babbo parlava senza badare al figlio che sempre lo guardava da sotto a sopra, di lontano, da vicino che suo padre era tutto il mondo per lui, mai perdendolo di vista che avrebbe perso dalla sua portata l’intiero creato. E poi quelle poche volte che si trovava sulle ginocchia di quell’uomo secco e di gamba corta, Pippo era proprio felice per quel giuoco cui il pomo di suo padre lo invitava nonostante le parole spesso severe, o che spesso il bambino non capiva, essendo stato trattato da omo fatto più o meno da che aveva anni tre. Ossia dal tristo giorno che mamma si spense.

“Ma c’erano quasi tutti i fiorentini pronti al suo ordine a sentirsi esclusivamente chiamati dal quel dito che diceva, Tu, Tu sei il soldato che brandisce la spada di Dio. Anche se il dito pareva indicare me medesimo e soltanto, tanto mi significava quel Tu essere rivolto esclusivamente a me: Tu, devi formare un nuovo governo, ti convocai qui, escluse le donne. Ti proposi quattro cose da fare: temere Dio, amare il bene comune, fare tutto un bene generale e riformare la nuova costituzione. Firenze, la tua patria, ha una missione divina, a essere la nuova Gerusalemme, tu la devi condurre a faro del mondo”.

A quel punto il babbo taceva commosso, si alzava senza badare che Pippo gli fosse sulle ginocchia, lo mollava, lasciandolo cadere di peso senza più ricordarsi di lui. Quasi sempre a quel punto di un racconto narrato decine di volte si avviava verso la botola che c’era di lato alla bocca del camino, la sollevava e discendeva come inghiottito dal pavimento giù per una scala scricchiolante che lo portava in un posto che Pippo non poté visitare prima del suo tredicesimo compleanno, giorno in cui, come fosse un rito lungamente propiziato e programmato per il compimento del genetliaco dell’erede, il padre ve lo introdusse. E poi ve lo chiamò ogni qual volta, avvinazzato a sufficienza per contenersi ancor meno del normale, fosse in vena di rivangare il passato. 

Filippo, anni dopo, giovanotto vagabondo e ilare, prima di addormentarsi su qualche giaciglio di fortuna nei pressi del ancor quasi servaggio rione Trastevere, spesso lo ricordava quel suo padre. Ricordava specie la notte di Natale del 1527. Qualche mese prima di quella notte, a maggio di quello stesso anno, la bellissima e fetida Roma si vide diminuita di oltre un terzo dei suoi abitanti da uno dei flagelli più inimmaginabili che mai dalla fondazione ne capitarono di uguali alla città eterna. Savonarola l’aveva vaticinato. Tra alambicchi opachi di calcare e stranezze da fattucchiera più che da alchimista, il babbo invece che procurargli una mensa natalizia, quella notte aveva fatto sedere il figliolo di tredici anni che era allora, su una sedia sfondata di fronte a lui, il quale padre intanto accendeva ben sette candele, lui avarissimo, disposte geometricamente sul suo sbilenco tavolo da lavoro



 “Sai cos’è la lesa maestà? La lesa maestà umana e divina è un reato che riguarda la sfera dell’eresia. Uno di quei reati per cui si applica la tortura senza limiti. Con strappi con la corda fino a dilacerargli i legamenti degli arti, fu spinto a confessare il domenicano nostro. Confessare che i suoi dialoghi con Dio che gli narrava della corruzione di Roma, la quale, figlio, ora a anni dalla morte di Girolamo, è distrutta finalmente dai Lanzichenecchi, egli, il domenicano eccellentissimo, lo disse molto prima che accadesse davvero perché era veggente. Disse che l’immonda città che Papa Borgia aveva reso ancora più empia, sarebbe stata definitivamente devastata, arsa e giustamente violentata dai germani. La tortura solo lo costrinse a ammettere un inganno che non aveva compiuto in modo che lo si potesse condannare. Alla suo ultima ora, con il fiato dei carnefici sulle sue carni dilacerate, Savonarola confessò che nelle sue predicazioni era stato spinto dalla vanagloria. Capisci, figlio? Egli che tanto l’ebbe contro la vanità di fiorentini sodomiti, ubriaconi, giocatori e pure contro le femmine tutte che odiava, che pure le costumate certo non le avrebbe chiamate mai a rifondare la repubblica, ma sicuro neanche l’altre, quelle che con abiti e capigliature attiravano peggio che il miele le api. Quelle erano cercate da quei ragazzi suoi che eravamo noi. Tu figlio ora mi vedi vecchio ma ero il più gagliardo specie con quelle femmine. E come gli ubriaconi e i giocatori nelle bische e nelle osterie, dentro i bordelli le cercavamo per strappargliele quelle vesti e lasciarle ignude e immonde che Dio voleva qualsiasi agire che noi facessimo loro per punirle”.

Per la verità non la scomunica della città convinse i fiorentini più puri di spirito, a recedere dal loro favore per Girolamo Savonarola ma una brillante trovata che ebbe Papa Borgia per dissuaderli nel giro di qualche giorno e far loro impiccare Girolamo, bruciarlo e disperdere le sue ceneri in Arno. Bastò che si minacciasse la confisca di tutti i beni che i mercanti fiorentini avessero in Roma. Che certo non significava solo fiumi di denaro toscano indirizzarsi nelle casse dello Stato Pontificio ma anche il decadimento del potere dei fiorentini più ricchi, che erano da anni ben inseriti nel cuore strategico dell’urbe altrimenti noto come curia. 

La vanità delle cose quanta energia toglie al compito che indubbiamente ha ciascuno di noi? E quale sarà il compito di Pippo, orfano di madre e figlio di un ex notaio, alchimista dilettante, infiammato e incenerito dalla predicazione di Girolamo? Cosa sarà significato amare incondizionatamente un padre tutto concentrato sull’inarrivabilità dello spirito del monaco suo, come appariva a Filippo suo padre. Non musiche, non libri, non femminei e allettanti spasmi da cui mai si è sempiternamente compresi e che per questo bisogna punirli e offenderli. Non cibi, non canti, non amicali bischerate. L’ex notaio aveva scelto di praticare, con qualche umana lacuna, questo non godere. 

In quanti si perdono la gioia più verace di questo non godere? Pochi ma l’ex notaio, egli non sarebbe stato tra questi, sebbene nelle multiple amarezze della vecchiaia finì per bere assai. La gioia di cui per la verità il babbo, sembrava insospettabile latore, sebbene avesse scelto la privazione già dalla prima gioventù per seguire le politiche del monaco suo, era un’invenzione di Pippo, in quanto il babbo mai di gioia parlava ad imitazione di Girolamo che solo distruzione sapeva vaticinare. 

Perdersi nei labirinti terreni in cui pochissime e essenziali cose giacciono come morte per l’uomo retto che non vede più la loro ineffabile somiglianza al creato? Mai! Urlava il babbo al figliolo che un po’ si spaventava, un po’ rideva per sdrammatizzare una furia paterna che lo esaltava ma anche lo terrorizzava.  Quanto questa vanità fatta di sensi di colpa, inutili desideri, bramosia di possesso che toglie spirito a ciò che davvero si ama, stornando soprattutto all’oggetto del desiderio la sua identità soprannaturale di creatura di Dio. Scuoteva la testa l’implacabile ex notaio.  Quanti tra gli uomini sanno fare di ciò che bramano l’oggetto che li conchiude al vero guardare gli orizzonti della propria anima? Che li trasla dalla strada in cui i sandali si mischiano con la polvere del cammino e il sentiero pedestre diventa destino che si frappone tra le cattive volontà nostre e i disegni superni cui l’anima sempre partecipa malgrado noi.

Pippo ascoltava e reinventava le parole del babbo che ripeteva stralci di certi discorsi uditi in gioventù, mimando il fervore predicatorio del domenicano Savonarola a più riprese, non appena ci fossero più di due persone nei paraggi. E che fece anche mentre la mamma spirava quasi inavvertitamente nel suo letto di cenci, sfiancata da tutto il lavorare che le era toccato da quando il marito aveva scelto per mestiere di fare il seguace di Savonarola. 

Quella mattina che finalmente il suo corpo disfatto di donna meno che trentenne, dopo aver partorito il quarto figliolo se ne andava dalla vita terrena con un sollievo irriferibile, vi lasciò Pippo che quasi non se ne accorse, tanto ascoltava a bocca aperta le fascinose e inquietanti predicazioni dell’amico di Girolamo. 

A una certa ora di un preciso giorno del 1515 Leone X, figlio del Magnifico, entrava in Firenze con tutto il clamore da cui un corteo papale non può astenersi quando si tratta di restaurare un certo potere. Il corteo entrò in Firenze da Porta Romana e attraversò la costa di San Giorgio e lo si sarebbe potuto scorgere in effetti  dalla finestra di quella casa in cui Pippo in quel momento neonato di pochi mesi giaceva dimenticato.  Pacifico e sorridente tra i cenci del giaciglio in cui di recente la madre lo aveva sgravato, solo, mentre il padre armeggiava nel sottosuolo, in quella tana in cui si sapeva fosse più o meno sempre, ancora inconsolabile dell’ormai antico rogo del suo monaco. E la madre che sarebbe morta solo qualche anno dopo, girava tra le case della costa di San Giorgio, e raccogliendo i panni che forse qualcuno avesse avuto da darle per farsi rammendare, andava chiedendosi tra sé che fosse tutto quel clamore e pompa al passaggio di un’altra inutile processione. 

VentiVenti 17 aprile La Sapienza spostato

Purtroppo il convegno VentiVenti per un’interpretazione della poesia di inizio secolo organizzato dalla rivista di poesia Polisemie presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” è stato spostato a data da destinarsi.


Pertanto la mia partecipazione ai lavori del convegno riguardante l’ambito:

Testo e società, azione e reazione – Rapporto tra testo poetico e realtà sociale: come la poesia possa farsi interprete del contesto attuale e quanto l’atto poetico riesca a incidere nella trama sociale

E’ rimandata.

In questi giorni sto comunque lavorando alla composizione e all’illustrazione dei dieci anni di attività di Contemporanea Fondo Librario di Poesia e a tutte le azioni sociali poste in essere attraverso l’organizzazione di progetti legati in vario modo alla poesia nel suo ruolo di agente e reagente sociale necessario a cogliere le criticità e le possibilità entro un discorso strettamente contemporaneo. Nello specifico avrò senz’altro modo di illustrare nella sede della nuova data che sarà designata per il convegno Ventiventi, e in altra sede, il progetto di laboratori scolastici L’albero capovolto 2020 che si è tenuto con la collaborazione organizzativa della professoressa Antonella Palummieri per tutto il mese di febbraio 2020 presso l’Istituto comprensivo Falcone e Borsellino.

Contemporanea Fondo Librario

Contemporanea Fondo Librario

Finalmente la nuova definizione del fondo librario è stata attivata. Nuovo il sito, nuove le iniziative, immutato l’impegno culturale. Contemporanea fondo librario c’è e continua il suo lavoro, ora e per l’avvenire da remoto. Conclusa la prima parte del progetto L’albero capovolto riguardante i laboratori scolastici si procederà a darne opportuno conto.

Ripensiamoci

L'8 marzo, la Ferrante Fever e il covid-19

Oggi è l’8 marzo e adesso come adesso non so più come pensare l’importanza di questa data. C’è da dire che la normalità non è mai stata il mio forte. Ma oggi soprattutto sento un’empatia profonda e una viva solidarietà con le persone “divise” negli affetti, dal decreto emanato dal Governo Italiano stanotte. In questo momento il legame con figli, genitori, nonni e amici veri, a mio avviso è qualcosa da riconsiderare in termini fondativi. Qualcosa che le donne più di tutti sono portate a considerare non solo culturalmente ma anche affettivamente, al di là delle questioni strettamente individuali, come il punto di contatto con una vulnerabilità personale e altrui che più che spaventare, deve essere accettata, rispettata e sorvegliata.  

Gli eventi pubblici programmati nei prossimi mesi, tutti in forse, non tolgono niente al mio entusiasmo di lavorare su quello che c’è in questo momento di veramente nuovo e a quello che c’è sempre stato. Perciò il rimpianto relativo alla perdita della normalità non ce l’ho. Senza nulla togliere al senso di responsabilità verso me stessa e verso gli altri, il rimpianto per la perduta normalità non mi riguarda. Anche perché prima di questi strani giorni la normalità mi è sempre sembrata qualcosa di deformante e posticcio, insomma una specie di diversivo che ho eluso più di quanto ora stia cercando di evitare a me e al prossimo mio il covid-19.  

In queste ore di riflessione, studi e cura dei miei cari, in qualche modo tutto si integra. Tutto trova una prossimità nella non esclusione: l’oggettiva preoccupazione, l’affacciarsi di idee davvero contemporanee e interessanti che il cappello della normalità collettiva è altrimenti teso a nascondersi, lo straniamento che le distanze di sicurezza imposte, arrecano entro gli spazi della topografia suburbana.

Inoltre, molto importante per me e per altre e altri, in questi giorni in Italia di pari passo con il crescere della conta dei contagiati, si è avuta una rinnovata diffusione della Ferrante Fever, attraverso la trasmissione della seconda stagione della fiction de L’amica geniale che riguarda il secondo libro della saga, Storia del nuovo cognome.

Ho seguito le puntate come molte e molti per amore, riflettendo anche che quello per Elena Ferrante è l’amore più longevo della mia vita. Avevo poco più di vent’anni e mi ricordo come se fosse ieri il colpo di fulmine così determinante per il mio destino, quel giorno in cui sono andata al cinema a vedere L’amore molesto. Però è un amore che nel mio caso non si è mai potuto permettere di essere acritico e che a ogni passo mi ha costretta a fare i conti con un imperativo tutto mio, di dovermelo circostanziare e ridiscutere sempre, di doverlo giustificare a me stessa, come se da ciò dipendesse tantissimo, quasi tutto quello che negli anni mi ha riguardato come fidanzata, amante, moglie (due volte), madre (tre volte), figlia, nipote, amica, italiana.

Negli ultimi otto anni e dopo la pubblicazione del mio libro in Germania nel 2018, e ancora di più negli ultimi sei mesi, mi sono dedicata, al mio libro su Ferrante a breve in uscita in Italia. Quello su questa autrice è stato il lavoro che più di tutti gli altri ha impegnata disciplinandola, la mia capacità di studio, traduzione, lettura, scrittura, riflessione fino dal mio primo intervento pubblico su questa autrice nel mese di dicembre 2012 per la Società Italiana delle Letterate attraverso Letterate Magazine.

In questo 8 marzo di calamitosa semiclausura, è proprio alla luce del lavoro su Ferrante che non posso fare a meno di ripensare al concetto di normalità e a come questa abbia un significato alternativo e fondamentale nell’opera di questa autrice, e secondo me anche nelle motivazioni più silenziose e profonde che hanno scatenato la diffusione della Ferrante Fever.

In  Storia della bambina perduta, ultimo libro della tetralogia  a partire da pagina  158 Ferrante inserisce  l’episodio del terremoto del 23 novembre del 1980 che, come tutti sanno, è stato un evento violentissimo che colpì Napoli, la Campania e la Basilicata in modo devastante. Questo avvenimento nell’economia della storia delle due amiche Lila e Lenuccia è un fatto decisivo, poiché è l’unico momento de L’amica geniale in cui Lila parla della sua visione della vita come qualcosa in ogni momento passibile di cedimento rispetto agli apparecchiamenti posticci che mette in campo il desiderio di normalità. Questo sentimento Elena Ferrante lo ha colto perfettamente e nominato con una sola parola: smarginarsi che è una parola su cui ora più che mai bisognerebbe riflettere in termini di genere e anche a prescindere dal genere, per sdoganare molte, troppe credenze e pretese in merito al pensare la pur necessaria normalità, come un diritto esclusivo di tutto quello che non è normale.

Ferrante scrive

Borbottò che non doveva mai distrarsi, se si distraeva le cose vere, che con le loro contorsioni violente, dolorose, la terrorizzavano, prendevano il sopravvento su quelle finte che con la loro compostezza fisica e morale la calmavano, e lei sprofondava in una realtà pasticciata, collacea, senza riuscire più a dare contorni nitidi alle sensazioni. Un’emozione tattile si scioglieva in visiva, una visiva si scioglieva in olfattiva, ah che cos’è il mondo vero, Lenù, l’abbiamo visto adesso, niente niente niente di cui si possa dire definitivamente: è così (p.162)


Buon 8 marzo allora a tutte e tutti, un abbraccio a distanza con la vicinanza di sempre e a presto! 

Domenica alla Odradek noi ci saremo!

Qualcuno mi ha detto che la poesia rivendica il diritto di ogni persona ad ascoltare parole diverse da quelle che si aspetta. Diverse da quelle dette anche in circostanze che poco hanno a che fare con la poesia. Mi piace pensare che un certo modo di scrivere esista soltanto per cogliere la rivendicazione muta che si trova ovunque, in febbrile attesa di tutte le parole che non sono state ancora pensate. Parole che vengono dal basso, dall’esperienza che di primo acchito è sempre muta, piuttosto che dall’alto, di uno scopo o da un sapere che sa già il fatto suo perché codificato in un modo ineludibile. Scrivendo da parecchi anni poesia, so quanto ci sia da perdere quando la propria scrittura non riesce a agganciare le anomalie della contemporaneità, insinuate nelle maglie dei vissuti passati e presenti. E quando dico “vissuti” penso sempre a qualcosa di empirico. Da donna so anche come un certo modo di scrivere, esattamente come la nascita e la morte, ha a che fare con un dato inesatto e spesso illeggibile con il quale anche senza scrivere, qualcuno si sente ancora chiamato a fare i conti. Forse per questo, a un certo punto, mi è capitato di ritrattare la parola verso anche dal suo etimo, in favore di una scrittura senza quell’argine, cercando qualcosa che si adattasse meglio alle complessità in perenne transito sotto le evidenze più ripetitive. Con ciò ho provato a rendere permeabili due complessità: quella che galleggia in superficie, legata a nuovi e vecchi linguaggi e quella di un quotidiano sempre più liquido. Questa rottura dell’argine che il verso rappresenta senza sconfinare nella prosa, né seguire strade già battute da altri poeti, nel mio caso spero abbia coinciso con una ricerca nell’ambito di quella rivendicazione di cui sopra. Dalla postfazione di Annina Tragicomica, Formebrevi, 2017.

Aspetto con ansia il piacere di incontrare gli amici di Roma alla presentazione di Annina Tragicomica che si terrà domenica prossima alle 10,30 presso la bellissima libreria Odradek. Grazie infinite a Fiammetta Bardelli e Anna Maria Curci con le quali non vedo l’ora di passare qualche ora nell’ambito di un incontro in cui la relazione tra persone dà il meglio di sé e inevitabilmente semina futuro. Il mio pensiero domenica è con Giovanni Duminuco, editore di Annina che ha creduto già nel 2016 quando gliel’ho proposto, in un libro così evidentemente non spendibile.

1 marzo Annina a Roma

Domenica 1 marzo ore 10,30 a Roma avrò il piacere di parlare del mio libro di poesia edito da Formebrevi (2017), Annina tragicomica. L’incontro avrà luogo presso la libreria Odradek via dei Banchi Vecchi, 57. L’occasione è di particolare rilievo perché avviene nell’ambito di un progetto di promozione culturale di singolare valore: “Mai innocua parola” ideato da Fiammenta Bardelli e Anna Maria Curci. Si tratta di un ciclo di incontri dedicati a libri scelti in cui il reading e l’intervento critico disegnano una prospettiva di lettura stimolante e fuori dall’ordinario.


Sono davvero felice dell’occasione di parlare di Annina Tragicomica con Anna Maria Curci che è anche curatrice del libro.  In questi anni il libro di poesia Annina tragicomica è stato presentato a Palazzo Fibbioni nel corso del Festival letterario de L’Aquila Week-end d’autore dall’associazione Le muse ritrovate, a Caltanissetta nell’occasione del conferimento del premio Le forme del dire indetto dalla casa editrice Formebrevi, a Campagnano a cura dell’amministrazione Comunale presso la Sala Conferenze del Polo Culturale Comunale di Palazzo Venturi e a Bracciano dall’associazione Laputa presso il Museo Civico Chiostro degli agostiniani nell’ambito della manifestazione Letti di Notte. Qui alcune note critiche sul libro.

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info evento

Il mondo è sessuato. Geneviève Fraisse

“Perché non si sfugge facilmente al gioco di prestigio che mostra e poi nasconde ciò che il sesso e il genere producono nella vita umana”

Sono arrivata a Geneviève Fraisse perché mi interessava un punto di vista non italiano, nel senso di non connotato dalla storia del nostro Paese, rispetto al possibile legame che sussiste tra la fondazione di una democrazia e il percorso di inclusione delle donne nella vita civica del loro Paese.

Fraisse è una filosofa francese e storica del pensiero femminista, parlamentare europea dal 1999 al 2004. Devo dire che inizialmente la cosa che più di tutte mi ha colpito del suo pensiero è il modo in cui approccia il concetto di storicità dei sessi e la sua posizione in merito al movimento #MeToo. Questi sono i motivi per cui ho deciso di comprare e leggere il suo libro Il mondo è sessuato. Femminismo e altre sovversioni uscito in Italia per nottetempo, pochi mesi fa, alla fine del 2019 ma edito in Francia nel 2016 con il titolo La sexuation du monde: Réflexions sur l’émancipation.

Non sono una storica, non sono una filosofa ma da donna che scrive mi sono interessata di questi argomenti perché il possibile legame fondativo che Fraisse rintraccia entro la genealogia storiografica della Francia (in cui la rivoluzione ha giocato un ruolo tanto importante quanto controverso) tra l’istituzione della repubblica e l’inclusione delle donne nel concetto di cittadinanza, mi risuona molto con alcuni temi dell’ultimo libro che ho scritto e in quelli del libro che sto scrivendo ora.

Come riporta sinteticamente Annarosa Buttarelli nella prefazione del libro, il risultato dell’analisi che Fraisse compie mette in luce un aspetto su cui a monte bisognerebbe riflettere di più parlando dell’importanza storica e sociale del movimento #MeToo come movimento globale: attraverso la protesta di un corpo femminile individuale si è attuata per la prima volta da quando si parla di globalizzazione, la rivolta di un corpo femminile collettivo. Una rivolta senza prevalente segno ideologico. La fuoriuscita dai saperi costituiti in merito al corpo femminile ha reso possibile il profilarsi di un’azione di protesta diffusa e accettata che però è partita come una rottura, ovvero da una mancanza di ortodossia rispetto alla conformità nell’ambito di pratiche accettate per quella che è una percezione del corpo della donna avallata, anche in contesti geografici e socio economici molto diversi tra loro.

Personalmente quello che del pensiero di Fraisse  mi è soprattutto interessato è la descrizione di una possibile origine storica che l’autrice illustra già a partire dalle prime pagine del suo libro, tra il percorso culturale  di un corpo individuale femminile in un contesto che inizia a considerarlo nella parzialità di ruoli attribuiti alle singole individualità, come quello di donna artista o donna alto borghese, riconosciuti nel corso della storia francese, e la distanza  sempre più marcata di questo riconoscimento appannaggio solo di alcune condizioni,  con quel che inizia a intendersi in termini globali come corpo collettivo femminile di cui sopra.

Dal punto di vista storico l’idea che il percorso di una sola persona fuori dal comune, scrive Fraisse, testimoniasse il riconoscimento del progresso per tutte, ha prevalso. Del resto sta nel concetto stesso di democrazia una possibile trappola che fa incorrere in questo fraintendimento: “In democrazia, l’eccezione può diventare la regola; in democrazia si sottolinea la similitudine di tutti piuttosto che le differenze categoriali; in democrazia la totalità degli esseri è teoricamente implicita (…) Ma “ognuna” è anche la persona che è solo l’”uno” singolare, senza l’obbligo di riconoscersi nella molteplicità del collettivo, mentre attinge allo stesso tempo, all’interno di questo collettivo, la possibilità di essere quell”uno” singolare”.

In parole povere l’assunto del libro di Fraisse è che la storia è sessuata perché la sessuazione è un fatto: “Non il fatto di una definizione della differenza sessuale, non il fatto di una categoria antropologica come la differenza dei sessi ma il fatto di una realtà politica semplice: i sessi fanno la storia.”

Al di là degli esigui appunti che riporto qui, i quali si riferiscono solo alle premesse del libro, quanto illustra Fraisse ricostruendo alcuni aspetti non sufficientemente considerati, rintracciabili tra le pieghe della storia e della filosofia europea, è davvero prezioso se si vuole comprendere meglio la difficoltà di passaggi decisivi in cui la storia delle donne ha spesso subito narrazioni molto distanti da quello che sarebbe oggi una  ricostruzione  accettabile, al di fuori delle importanti ricerche specifiche attuali, anche in termini di senso comune.

Chiude il libro di Fraisse una postfazione di Luisa Muraro in cui la studiosa italiana sottolinea in modo diretto e esplicito che nei moltissimi contesti storici in cui le donne compaiono eccezionalmente o marginalmente, ciò si deve alla selezione e alla lettura dei documenti storici: “selezione e lettura che sono fatte in vista di quello che risulta memorabile e degno di essere trasmesso alle nuove generazioni”.

Nella selezione di questi documenti, quanti sono rimasti muti, sono scomparsi, o sarebbero potuti essere e non sono stati? C’è sempre entrato in un modo o in un altro, il potere politico e culturale perlopiù patriarcale in questa cernita. Perciò, come prescrive Muraro è necessario ripensare molto di quanto è stato scritto dalla storia “la storia delle donne esige per essere tale un effetto di retroazione simbolica che consenta una ripresa della narrazione storica (…) Pena una storiografia scientifica fine a se stessa”. Questa evenienza penosa, a me personalmente, più approfondisco quello che mi interessa, più mi appare tutt’altro che remota.  

Perché la poesia contemporanea a scuola?

Con il mese di febbraio inizieranno presso l’Istituto Comprensivo Falcone e Borsellino i laboratori scolastici di poesia del progetto L’albero capovolto che quest’anno, più che negli anni precedenti, si dimostrano un’occasione importante per gli studenti e le studentesse che vogliano condividere la loro scrittura anche al di fuori delle pareti delle aule scolastiche.

Infatti una selezione degli elaborati prodotti nell’ambito dei laboratori sarà illustrata e introdotta il 17 aprile in una delle giornate del convegno VentiVenti, che l’Università La Sapienza dedica alla poesia contemporanea e andrà a fare parte, in un secondo tempo, del fascicolo della rivista Polisemie dedicato al convegno.

Perché fare un laboratorio di poesia contemporanea alle scuole medie? Si potrebbe rispondere genericamente che grazie alla lettura e alla scrittura di poesia, se liberata dai numerosi pregiudizi che la snaturano, ciascuno può conoscere meglio se stesso e in questo modo è portato a meglio definire la propria visione del mondo. Un testo poetico mostra gli oggetti, le persone, i sentimenti e le sensazioni più immateriali secondo un’angolazione imprevista che permette di considerare la realtà in modo nuovo.

Prima di addentrarci nella descrizione del nostro progetto però è bene ricordare che il termine poesia include modalità e significati che vanno oltre il canone utilizzato per l’insegnamento a scuola ed è dall’esplorazione di questa pluralità che partiremo.

Il pregiudizio relativo al fatto che la scrittura e la lettura di poesie suggellino una sorta di elevazione sociale, non è recente. Si tratta di un pregiudizio che fa parte prima della nostra storia di italiani e poi della nostra letteratura. Comporre versi infatti nell’Italia del Cinquecento era non soltanto una moda, ma anche un modo per definire la propria autorevolezza sociale in una cultura che anche quando popolare, risultava largamente intrisa del modello espressivo petrarchista. Perciò ogni non poeta al fine di apparire potenzialmente dotato di un certo livello intellettuale, riteneva di dover comporre qualche poesia, che veniva utilizzata oltre che negli scambi epistolari, amorosi e amicali anche in frangenti come il dileggio, l’accusa di qualche malefatta, la denuncia di circostanze equivoche ecc. Questa modalità bifronte della poesia, intesa in un certo senso come elettiva e nell’altro come una specie di canone espressivo legato a un’utilità propriamente assertiva in frangenti più quotidiani e bisognosi di una comunicazione diretta, ci aiuterà a attenuare il timore reverenziale verso la poesia iniziandola ad immaginare come uno strumento praticabile a tutti gli effetti.

Perché approcciare in questo modo la poesia attraverso i laboratori scolastici di Contemporanea – Fondo Librario? Il fondo librario quest’anno propone un progetto completamente nuovo che tuttavia esprime e sintetizza i temi che sono stati nostri fin dal principio. Infatti l’idea di raccogliere un fondo librario di poesia nasce nel 2011 allo scopo di lavorare alla costituzione di una piccola ma ultraspecializzata biblioteca capace di un valore testimoniale di stringente attualità. Questa attitudine si è andata via via coniugando con il nostro modo quotidiano di intendere la cultura in senso inclusivo che ci ha portato a sfatare anno dopo anno, quel pregiudizio di cui s’è detto, quello per cui la cultura in genere e la poesia nello specifico fossero qualcosa di distante, irraggiungibile, difficile, in qualche modo elitario. Non è così. Lo abbiamo dimostrato di fatto in questi anni attraverso progetti, iniziative, eventi che hanno saputo coinvolgere in modo transgenerazionale moltissime persone.

Quest’anno dunque la nostra proposta riguarda un laboratorio espressamente rivolto a coniugare la creatività dei più giovani con un concetto di poesia che per quanto spesso inconsapevolmente, li coinvolge quotidianamente attraverso le loro scelte linguistiche e estetiche. Il lavoro condiviso in classe sarà volto a infondere in questo senso una maggiore consapevolezza delle proprie modalità espressive.

In classe la poesia infatti quest’anno la intenderemo ponendola entro tre dimensioni temporali:

  • La presente, come sguardo sulla materialità delle cose e dei sentimenti più comuni, la cui lettura e dicibilità più sensibile rischia drammaticamente di essere sopraffatta dall’eccessiva immersione nei dispositivi tecnologici, dalla fretta e dalla poca cura nelle relazioni interpersonali.
  • Una dimensione rivolta al futuro analizzando il linguaggio attraverso cui la scrittura può essere condivisa in modo costruttivo e consapevole sui social e in rete. Si veda a questo proposito l’articolo che abbiamo pubblicato recentemente sul sito del fondo librario sulle piattaforme social utili a chi ama condividere la propria scrittura e le proprie letture.
  • Infine la dimensione del passato ossia rivolta alla prima memoria che ciascuno custodisce in merito al suono e al significato delle parole di un’infanzia che nel caso dei ragazzi della scuola secondaria di primo grado è ancora un giacimento cui si può attingere per ritrovare un rapporto emotivo vivido con il proprio linguaggio originario.

A chi si rivolge il laboratorio, secondo quale modalità? La fascia di età coinvolta va dagli undici ai tredici anni. Il laboratorio prevede 32 ore, 4 ore suddivise in 2 lezioni da 2 ore ciascuna per ogni sezione del primo, secondo e terzo anno della scuola secondaria di primo grado. Nelle prime lezioni di 2 ore avverrà un dialogo con gli studenti in cui verranno messi a fuoco in modo interattivo, le diversità del leggere e dello scrivere, come forma di comunicazione, al di fuori della scuola. Tra questi verrà annoverata la poesia e descritte le sue diverse funzioni e possibilità espressive nell’ambito soggettivo di ciascuno. Tramite la similitudine inoltre, rilevata nella poesia di autori più e meno noti i cui testi sono custoditi nel fondo librario e poi attraverso il linguaggio quotidiano, si formeranno le premesse per la lezione successiva dedicata alla rielaborazione personale. Infatti nella seconda lezione verranno suggeriti spunti (tenendo conto per ciascuna classe le diverse età coinvolte) per la messa in pratica in modo autonomo e personale delle conoscenze ottenute durante il percorso.

Qual è la spesa a carico delle famiglie? Nessuna. Il fondo librario svolge le attività suddette a carattere di volontariato al fine di diffondere la fruizione della poesia a partire dai più giovani.

La parola professione

Oggi sul sito del fondo librario parlo di poesia. E del significato della parola professione.

Cos’è che consente a una scrittura poetica un’uscita dalla conformità che non ripieghi nella retorica anticonformista? Legarsi a una griglia classica e esattamente definita come quella dell’endecasillabo necessita di accuratezza, nel senso che l’accuratezza sarebbe comunemente da intendersi come l’uso delle accortezze necessarie per il compimento della propria professione. Dove per professione è da intendersi il significato etimologico della parola.

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extra moenia

Cari che mi leggete, vi auguro un 2020 pieno di favole in cui credere.

Dicono che prima di noi c’era una gente molto selvatica che popolava i boschi delle colline e i roveti del fondo valle ai piedi del castello, lasciando a una popolazione più costumata, la coltivazione della valle che si spinge fino alle sponde del Tevere. Dicono che questi selvaggi vivessero assieme ai lupi, nella ferina convivenza prima e poi nell’eccidio che ne fecero quando accadde che le pelli di quegli animali potessero essere non solo tenute addosso per superare gli inverni ma anche scambiate e poi vendute a certa gente che si avventurava fuori dalle mura della città per cercare chi potesse uccidere il lupo per loro conto. Poi questi selvaggi amanti e assassini del lupo, furono sterminati pare da un terribile morbo contratto durante un rito magico allorché il lupo era già sparito da un pezzo dalle colline nostre per via del loro vigoroso debello. 

       Sempre che il morbo non si trattò di una vendetta del non del tutto morto spirito del lupo che prima fratello poi macellato da coloro che forse ben gli sta che sono tutti morti. Costanza, Costanza hai da essere più bona se un giorno ti vuoi maritare, se no chi ti piglia? Diceva nonna Cleofe la quale sempre fingeva mitezza per poter marranamente imperversare a suo piacimento. 

Lupo italiano

Ma che storie sapeva. Di lupi e di orsi eravamo il conclamato prodotto, diceva. Il castello nostro, a volerlo chiamare così, appena mezzo secolo prima che io nascessi, nell’anno 1573 un giorno che la povera Ortensia per fortuna non si avventurò in campagna, era di diretta proprietà del monastero benedettino di San Paolo fuori le mura che poi cedette le quattro pietre nostre e tutti noi miserabili a certa gente di recente nobiltà.

       Dentro e fuori le mura erano per me espressioni fiabesche che mi inserivano e disinserivano dall’essere partecipe delle cose vere, misteriosissime e magnifiche che appunto succedevano al di là del muro dietro cui c’era Roma tutta gremita di Santi e luoghi nominati coi nomi dei Santi medesimi che mai in ispirito li lasciavano. Fuori dalle mura, dove stentavamo a vivere noi, nulla esisteva e neanche noi esistevamo, nulla accadeva salvo il dibattito che le favole sollevano per essere credute vere dagli ingenui. E nel sollecitare credulità con affabulazione, mia nonna era una piccola autorità locale.  

       Aspetta figlia che il brutto deve ancora venire, mio nonno sempre raccontava, di quel giorno in cui si videro intorno l’assedio del nostro povero castello voluto da papa Martino per rimediare ai soprusi dei signori locali in favore dell’avvicendamento dei soprusi di altri signori. Ma lo scambio di padrone poi in vero non vi fu.

       Nonna, tu come fai a sapere? Io sapevo come lei sapeva più di quanto dicesse. Era altri, da quelli che noi sapevamo lei incontrasse, che in gioventù avevano narrato a lei in certi segreti momenti. Io questo lo sapevo, come a volte mi accadeva di sapere le cose senza aver visto o udito. Cleofe non rispondeva, né abbassava lo sguardo, e io sentivo che era hipocrita perché sua vita era anche altra da quella che noi sapevamo. 

       Ma la odiavo non per questo. Non so come già sapevo che il conoscere per me  non significava che qualcuno me lo avrebbe trasferito ma sarebbe stata una grazia che mi poteva accadere perlopiù imboccando vicoli ciechi. Punti in cui ciò che è visibile e piano è più menzogna di quello che non lo è. E io tanto volevo sapere, che senza perdonare Cleofe che vedeva solo il suo e mai il terribile che toccasse a me per via di quel bestiale zio che come mio padre era figlio suo, io sempre l’ascoltavo.    

       Mai più fui così severa nel giudicare i miei, come lo fui da bambina nei confronti di Cleofe, mia nonna. Allora non immaginavo certo che scaltrezze e cecità dei semplici, una volta svelate, erano colpe minori se confrontate, a certo reiterato peccare che vidi ammantato di fogge impensabili. Fogge mistificatorie di cui quel mio zio così pio, fu solo il primo e più rozzo usufruttuario. 

       Ora e sempre il peccato mio confronto, con quelle fogge che celavano sotto panni certo la presenza del Maligno in persona. Anche oggi, quando mi voltai verso la povera gente che mi acclamava priora, mentre entravo in questa mia agognata clausura, non cessavo di pensare a quel peccato mio. Ed infatti tra lo sconcerto generale, del peccato di cui mai oso proferire il nome, volli chiedere perdono a tutti, a voce ben udibile, prima di chiudermi la porta del monastero alle spalle, senza che quei semplici potessero immaginare di cosa chiedesse loro perdono quella ormai illustrissima madre. 

Questo brano è tratto dal romanzo che sto scrivendo. Un altro brano del romanzo può essere letto qui (di questo frammento è stata data lettura in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne). Una prima versione dell’incipit è stata ospitata qui dal numero 52 della rivista digitale Fili d’aquilone 

Alcune novità

Il 2020 porta con sé alcune novità importanti. Quest’anno ho riconfermato la mia adesione in qualità di socia alla SIL – Società Italiana delle Letterate il cui lavoro critico sulla scrittura delle donne insieme ai contenuti della rivista Leggendaria  si sono dimostrati fondamentali per il mio lavoro su Elena Ferrante. Si è trattato di una conferma in quanto sono stata socia in passato avendo modo di riscontrare la capillarità, profondità e validità dello studio che la SIL ha compiuto da moltissimi anni sul lavoro culturale delle donne, iniziando in tempi in cui era ancora più difficile di adesso trovare materiali critici adeguati a uno studio dedicato.

Il 2020 inoltre porterà un ulteriore ampliamento degli orizzonti del Fondo librario di poesia che coinciderà con una precisazione dell’operato nell’ambito della poesia contemporanea in vista di una costituzione in termini associativi del tutto nuova che riguardi esclusivamente l’aspetto di raccolta e analisi dei testi oltre le azioni che hanno sempre contraddistinto i nostri progetti in ambito sociale.

Questo cambiamento nasce dall’aver avuto modo di comprendere negli anni che il significato civile dell’operato del fondo librario rientra in un modo di concepire la politica attraverso pratiche di incontro e confronto fisico su campi come quello della scuola, degli eventi pubblici cittadini e del disagio mentale considerandoli luoghi per eccellenza in cui si possa e si debba esprimere il significato migliore del termine politica attraverso un lavoro culturale che parta dalla poesia. Il nuovo progetto del fondo librario ha inizio dal dato empirico che proviene da questa esperienza: L’albero capovolto è un progetto ideato per l’Istituto Comprensivo Falcone e Borsellino che vuole indicare sia una continuità della collaborazione che si è stabilita con i docenti e la dirigente di quell’Istituto ma che partendo da questa continuità si ponga in dialogo oltre l’aspetto volutamente locale dei progetti ideati fin qui.

In questo senso i laboratori che avranno luogo tra gennaio e febbraio, l’illustrazione delle modalità di svolgimento, delle tematiche e degli stessi materiali testuali e grafici verranno illustrati nell’ambito del convegno VentiVenti, organizzato a fine aprile dalla rivista Polisemie presso l’Università degli studi La Sapienza e da quella rivista successivamente pubblicati tra gli atti del convegno. La sede per questi contenuti ci pare ottimale oltre che lusinghiera in quanto il convegno si propone come un’occasione di confronto e di riflessione sui vent’anni di poesia che hanno segnato l’inizio di questo millennio.

Inoltre mi ha fatto molto piacere l’invito a scrivere un articolo che sarà pubblicato nel corso del 2020 per la rivista milanese Il Segnale. Percorsi di ricerca letteraria nella rubrica Soggettività-scritture. Il Segnale è una rivista molto sensibile alle tematiche più attuali legate alla poesia. Il mio testo perciò illustrerà in forma discorsiva le tematiche e la forte spinta ideale di questo nuovo progetto come il compimento di un percorso di crescita e consapevolezza che ha riguardato le classi di studenti e docenti che abbiamo incontrato e inevitabilmente ha riguardato me come poeta.

VentiVenti 16/18 aprile La Sapienza

Sono molto lieta di annunciare la partecipazione del Fondo Librario di Poesia Contemporanea di Morlupo al convegno VentiVenti 16/18 aprile 2020 organizzato dalla rivista di poesia Polisemie presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza“. L’ambito di partecipazione è quello sociale e prevede le seguenti tematiche:

Editoria e poesia oggi – Analisi della produzione poetica iper-contemporanea in rapporto alla realtà editoriale italiana ed estera. Nuove tecnologie e scrittura poetica – Incidenza dei nuovi strumenti tecnologici nella composizione e ricezione del testo e nella comunicazione dell’informazione poetica oggi. Testo e società, azione e reazione – Rapporto tra testo poetico e realtà sociale: come la poesia possa farsi interprete del contesto attuale e quanto l’atto poetico riesca a incidere nella trama sociale.


Qualche giorno fa è stato presentato il Rapporto di OCSE e della Commissione Europea (CE) “Supporting Entrepreneurship and Innovation in Higher Education in Italy” sulla capacità innovativa e imprenditoriale del sistema italiano di istruzione superiore.

L’indagine certifica un pesante declino culturale e il fallimento dei processi di inclusione scolastica degli ultimi 20 anni. Ciò che viene evidenziato è che oltre ai fondi da assegnare alla scuola e ai progetti culturali ad essa dedicati, siano indispensabili una certa continuità e una capacità di superare gli stereotipi educativi e culturali più dannosi e inefficaci ai fini del coinvolgimento reale degli studenti entro il processo educativo.

La mia partecipazione ai lavori del convegno VentiVenti sarà finalizzata a descrivere gli obiettivi e gli esiti che in quasi dieci anni di attività il Fondo Librario di Poesia di Morlupo ha posto in essere attraverso l’organizzazione di progetti legati in vario modo alla poesia nel suo ruolo di agente e reagente sociale necessario a cogliere le criticità e le possibilità entro un discorso strettamente contemporaneo. Nello specifico avrò modo di illustrare il progetto del tutto nuovo che da gennaio 2020 il Fondo Librario di Poesia Contemporanea attuerà in collaborazione con l’Istituto Comprensivo Falcone e Borsellino.

Le novità che si stanno prefigurando per quanto riguarda l’anno prossimo, sono al momento incoraggianti. Una su tutte riguarda appunto la maggiore precisazione del mio lavoro nell’ambito del Fondo Librario di Poesia che nei prossimi mesi attuerà attraverso ulteriori cambiamenti una più mirata politica di studio, ricerca e azione sociale.