Riorientarsi



Ogni volta che devo riorientarmi faccio due cose: compro alberi e torno alla poesia, qualora fossi stata così scellerata da abbandonarla per un po’. Ora si dà il caso che è autunno, giusto la stagione di piantare alberi e che l’intendimento fusionale del mio approccio alla lettura, vada un minimo riorganizzato se non altro per evitare di girare a vuoto tra un libro e l’altro.

La poesia romantica è universale e progressiva. Il suo fine non è soltanto quello di riunire nuovamente tutti i separati generi poetici, e di porre in contatto la poesia con la filosofia e la retorica (…) Essa vuole, e deve anche, ora mescolare e ora separare poesia e prosa, genialità e critica, poesia d’arte e poesia ingenua, render viva e sociale la poesia, poetica la vita e la società, poetizzare lo spirito. Tutta la storia della poesia moderna è un continuo commento al breve testo della filosofia. Ogni arte deve diventare scienza e ogni scienza arte. Poesia e filosofia devono essere unite.

— Fredrich Schlegel

Come a volte mi accade quando mi perdo in queste fasi un po’ caotiche dei miei procedimenti, anche stavolta mi sono arrivate in soccorso due cose ragguardevoli anche se agli antipodi: l’incontro con il concetto di poesia trascendentale elaborato da Karl Wilhelm Friedrich von Schlegel (1772 -1829) e l’incontro autunnale con il mio vivaista che ha pensato bene di rendere disponibili all’acquisto quest’anno un folto numero di alberi di specie diverse ma tutti molto giovani, perciò non costosissimi, trasportabili e piantabili non troppo disagevolmente.

Confidavo in realtà che l’accrescimento delle querce, provenienti dalle ghiande piantate in vaso durante il lockdown tra aprile marzo di quest’anno (ne parlo qui) fosse sufficiente per interrare le piantine, ma mi è stato fortemente sconsigliato, e stavolta mi tocca obbedire, se non voglio rischiare di farle fuori. Così ho desistito e mi sono messa a leggere un libriccino molto interessante che non c’entra nulla con quello che devo studiare ora, Dialogo sulla poesia di Fredrich Schlegel, ho chiuso per un po’ e per quanto possibile tutti i file aperti, e ho iniziato a fare avanti e indietro dal vivaio indecisa su quale fosse l’albero giusto da comprare questo autunno.

Così leggendo di questa poesia trascendentale e della genealogia duplice dell’albero del gelso mi vedo comparire sotto gli occhi proprio quelle dubbie analogie che dalla tensione tra frammentazione e ricomposizione, portano verso un’apertura che proprio perché di tipo paradossale, alla fine si dimostra imprevedibilmente saggia. Karl Wilhelm Friedrich von Schlegel è stato un filosofo, critico e storico della letteratura, ma più di tutto aveva il pallino della poesia. Avversario letterario di Goethe e Schiller sodale di Novalis e Tieck, fu promotore con il fratello Wilhelm August, che era “solo” un filosofo, di Athenäum (1798-1800) rivista-manifesto del romanticismo di Jena, che si presentò come teoria e prassi letteraria d’avanguardia, opera collettiva di una ristretta cerchia di letterati che avevano posto le basi di una nuova poetica figlia di un’arte incorruttibile ma sempre in grado di adeguarsi ai tempi. Questo dice il risvolto di copertina di Dialogo sulla poesia edito proprio quest’anno da Cicorivolta Edizioni. (E di questo singolare editore bisognerebbe parlare a parte).

Al vivaio frattanto il primo albero che compro è un gelso rosso. Non quello dei bachi, cioè il bianco, che non resistendo tornerò comunque a comprare due giorni dopo, apprendendo così che le due varietà di gelso vivono di scopi e significati totalmente diversi. Diversità che però è definita solo dal colore dei loro frutti, in quanto per il resto sono piante identiche. I due gelsi, il bianco e il rosso, come i fratelli Schlegel, l’uno appassionato di poesia, l’altro più orientato verso la filosofia, vivono nella loro essenza il senso duplice, e soltanto apparentemente contraddittorio, espresso dalla poesia e dalla filosofia trascendentale: cioè quello di una poesia che porta con sé la consapevolezza del proprio intrinseco significato (e questo è sufficiente a se stesso) allo stesso modo in cui la filosofia trascendentale si occupa e illustra le modalità secondo le quali gli oggetti sono conosciuti.

Photo by Quang Nguyen Vinh o

Se non fosse esistito il gelso bianco, non avremmo mai potuto conoscere la seta, e vestircene, tessuto che a voler guardare il suo intrinseco significato è quello di rivestire di vita arborea e animale, più di tutte le altre stoffe, i corpi umani. Cosa bellissima almeno fin quando l’allevamento dei bachi si svolgeva nel rispetto della vita e dei cicli produttivi di quegli animali. Se non fosse esistito il gelso rosso, la mitologia greca sarebbe orfana di uno dei suoi miti più belli e sanguinosi quello di Piramo e Tisbe. Per non dire della storia di Giulietta e Romeo che Shakespeare copiò proprio da quel mito il quale fu raccontato in modo tanto trascendentale da Ovidio da diventare il paradigma dell’amore estremo che si getta nella morte pur di rimanere eterno.

Sara Cardone a conclusione della sua bellissima prefazione a Dialoghi sulla poesia scrive: “Il genio poetico romantico è ancora in fieri: questa è la sua essenza, che può solo eternamente divenire, mai essere compiuto. Esso non può essere esaurito da nessuna teoria e solo una critica divinatoria potrebbe osare caratterizzarne l’ideale. Il genere poetico romantico è infinito, come è anche il solo a essere libero, riconoscendo che l’arbitrio del poeta non ha al di sopra alcuna legge che lo sovrasti”.

I due gelsi li faccio piantare domani, uno di fronte alla finestra del salone, quello rosso, e l’altro di fronte alla finestra della camera da letto, quello bianco. Dimenticavo l’ultima cosa che mi ha convinto in un lampo a comprarli entrambi: il gelso è considerato da Plinio “albero sapientissimo” perché è l’ultimo a sbocciare ed il primo a maturare il frutto, in questo modo evita i dannosi effetti del freddo intempestivo e i frutti restano poi a lungo sui rami. Se non è saggezza trascendentale questa.

Grazie al direttivo SIL!

Martedì 10 novembre la Società Italiana delle Letterate ha ratificato e reso operativo il mio ingresso nell’attuale direttivo.  Ringrazio la presidente Elvira Federici e le altre componenti: Marta Cariello, Maristella Lippolis, Loredana Magazzeni, Gabriella Musetti, Donatella Saroli. L’invito mi inserisce nel momento in cui la carica si è resa vacante per via di un membro dimissionario. Questa ulteriore possibilità di partecipazione mi ha portato a riflettere sulla mia effettiva efficacia nel ricoprire un ruolo attivo in SIL svolgendo un servizio così importante come quello legato alla comunicazione, tuttavia non discostandomi dalle ricerche, dai temi e dai linguaggi che mi appartengono da sempre, come quelli della critica letteraria e della poesia.

È un’identità di orizzonti quella che mi ha spinto a accettare di fare parte del direttivo SIL, la quale si basa su interessi comuni forti come quello legato alla questione problematica e annosa del canone letterario nel mondo dell’istruzione scolastica, allo studio delle genealogie femminili in ambito storico e letterario e all’interesse nelle frontiere di sostenibilità realisticamente raggiungibili per tutte e tutti, attraverso lo studio del pensiero ecofemminista. Sono questi i temi che mi spingono a credere di poter svolgere, insieme a questo direttivo, un lavoro di promozione del femminile davvero condiviso e fertile.

L’incarico oltre che onorarmi mi rende profondamente conscia dell’importanza e della responsabilità di un ruolo, come quello che mi si propone, cioè legato alla rappresentazione e comunicazione di SIL. Perciò fortemente impegnato sull’accuratezza di un linguaggio che rispecchi una pratica e una politica che a partire dalle modalità espressive e relazionali nonché dai temi scelti, renda evidente per contrasto quanto la disparità di genere e sociale si nutra di linguaggi, luoghi comuni e pigrizie culturali che creano mondi e relazioni su presupposti ogni giorno più irrealistici.

Concordemente al direttivo ritengo che in questo momento così difficile per tutte e tutti, la SIL possa e debba avvalersi dei molti contenuti, pratiche relazionali  e energie  che in venticinque anni  le socie hanno saputo mettere in circolo per affrontare e rappresentare la sfida proposta dalla complessità di ogni momento presente. È questa capacità che ha reso la SIL oggi più che mai riconoscibile  in quanto ente accreditato nella produzione creativa femminile in ambito italiano e internazionale, nonché nella cura, studio e promozione delle pratiche femministe. 

Per Carlo Bordini

Il ricordo più vivido che ho di Carlo Bordini è seduti a un tavolo di una trattoria i cui avventori eravamo solo lui ed io, nella cucina poco distante c’era gente che litigava in modo furibondo. Io avevo appena terminato una delle mie tirate tutte di un fiato. Gli raccontavo del perché avessi deciso di costituire autonomamente un fondo librario per dialogare con le scuole in quella provincia un po’ disgraziata. Lui si trovava lì con me perché attraverso Contemporanea Fondo Librario aveva appena partecipato a un incontro con ragazzi e ragazze di un liceo scientifico della zona che era anche il liceo in cui avevo studiato io

Era uno dei primi incontri che organizzavo e sarà stata l’emozione, o la stanchezza, ma dopo la mia tirata in quella trattoria, mi sono messa a piangere nella sala vuota mentre il litigio infuriava nelle cucine. Bordini non disse nulla. Prese la mia copia de “Il costruttore di vulcani” e si mise a disegnare sulla prima pagina del libro

Poi ci sono state molte altre occasioni di sentirci e di vederci. E di confrontarci sulla sua opera. Ci sono state molte occasioni in cui Carlo Bordini non ha esitato un attimo a supportare Contemporanea con la partecipazione della sua poesia e della sua persona alle mie iniziative

Stamattina quando ho acceso il cellulare, alla notizia della sua morte l’ho spento. Ed è rimasto spento quasi tutto il giorno perché mi è sembrato che stare zitti e non sentire nessuno fosse l’unica cosa fattibile. Ma poi mi sono ricordata di una delle sue poesie, quella che amo di più I gesti, di cui abbiamo parlato spesso. Così ho deciso di scrivere questo post perché stavolta non mi va di sbagliare gesto

I GESTI

di Carlo Bordini

Persone i cui gesti sbagliati tremano

un po’

Persone i cui gesti sbagliati. Ci sono persone

per cui

fare gesti è una cosa

difficilissima. Provano e

riprovano i loro

gesti sbagliati, e quando uno riesce sembra che tutti

riescano, ma la fila

più lunga è quella dei gesti

sbagliati, [che

fila interminabile!!

I gesti maldestri ripetuti

dopo tanti anni, i gesti

ripetuti per tanti

anni, i gesti comici,

i gesti un po’ suicidi.

i gesti interlocutori. I gesti

che non si fanno capire, le richieste

di aiuto

non accettate,

le richieste

maldestre,

continuate. le

richieste

suicide. I gesti goffi

un po’ vergognosi, blasfemi. I gesti

altezzosi, I

gesti

che non hanno peso o valore perché

maldestri, i gesti

tranquillamente maldestri, abitudinari,

i gesti

ironici.

I gesti

rassegnati

I gesti consapevolmente

goffi,

consapevoli

di essere

maldestri e goffi,

I gesti che

contengono

un’implicita

scusa

e quelli che fingono

di essere superbi

I gesti che

sanno

che non c’è niente da fare.

I gesti

silenziosi

che si

appartano

I gesti orgogliosamente

ben poco destri

I gesti di chi sa di essere maldestro

e fa dei gesti

per

allontanarsi

per non

figurare

I gesti

rassegnati

I gesti infastiditi

di chi sa di

essere goffo e di essere

considerato maldestro

I gesti straniti

di chi non sa bene

quello che fa

i gesti indispettiti

che chiedono solitudine

Oppure il gesto maldestro

definitivo, quello di non

comunicare più

di partire per la tangente per la propria

solitudine

e non comunicare più

più più

i tic

i piccoli tic

i gesti che cercano di allontanare

qualcuno

immaginato o

immaginario

il sapersi

giudicati

[da tutti]

il sapere che i propri gesti

sono

giudicati

I gesti di chi sente dentro

una debolezza

che gli rende difficile fare

qualsiasi gesto

il gesto silenzioso

come se volesse che gli altri capissero

ciò di cui ha bisogno

senza bisogno di muoversi

il gesto di non fare

nessun gesto

I gesti

immaginari

l’immaginare

di fare

un gesto

i gesti sott’acqua

fare dei gesti sott’acqua

indicando alla gente che passa

ma nessuno scopre il tuo dito

che si muove sott’acqua

I gesti estranei

c’è sempre qualcuno che guarda

i gesti che si fanno

e stabilisce che sono

maldestri folli pazzi goffi gratuiti

ridicoli

osservabili

c’è sempre qualcuno che stabilisce

che sei troppo magro

troppo grasso

un po’ troppo silenzioso

poco coerente,

un po’ strano

un po’ disturbato. [(detto

a voce bassa).],

un tipo poco

pratico

volenteroso ma

troppo solitario,

troppo introverso

troppo poco pratico

troppo poco sociale,

I gesti che evitano

la gente. I gesti che evitano

di esser visti. I gesti

che coprono, che cercano

di coprire.

I gesti che proteggono

istintivamente la faccia,

la testa le mani

la bocca, anche se

inconsapevoli

I tic

i tic un po’ ridicoli

I gesti inutili

La paura dei rumori. Il

desiderio

di non esser visti, il gesto

di coprirsi, il

desiderio di nascondersi, il

gesto di

coprirsi la testa. I gesti

di chi

ha la testa

da un’altra parte, il

gesto di coprirsi

la testa, la faccia,

la bocca, i gesti

illibati. I pensieri

illibati, i pensieri

candidi, virginali, illibati.

i gesti che fanno

il male senza saperlo


Nel 2017 ho avuto occasione di scrivere per “il lavoro culturale” un articolo che avrebbe introdotto un evento a lui dedicato presso la biblioteca consorziale di Viterbo. Di seguito l’introduzione e il link. Il pezzo uscì pochi giorni prima, l’evento andò benissimo, c’era moltissima gente, come capitava tutte le volte in cui Bordini presentava i suoi libri. Quel giorno a Viterbo Carlo vendette un sacco di copie ed era felice come un bambino.   


Con “Memorie di un rivoluzionario timido” (Luca Sossella Editore, 2016) il poeta Carlo Bordini si pone, anche dal punto di vista dello storico quale in effetti è, un interrogativo aperto sugli aspetti meno frequentati di quella rivoluzione che all’inizio degli anni Sessanta, a partire dal boom economico, dilaga in tutti gli aspetti della società civile italiana. Il risultato è un libro che esige un dialogo ulteriore con quanto è ancora rimasto vivo del senso della nostra provenienza collettiva. Qui l’articolo

Una recensione di Sara Marsico su Vitamine Vaganti

Marsico

SARA

Grazie infinite a Sara Marsico e al sito Vitamine Vaganti Toponomastica Femminile per questa lunga e empatica recensione a Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo

Più volte ci è capitato di fermarci a riflettere su certe affermazioni e reazioni delle protagoniste dei romanzi di Ferrante, anche dei primi tre che, come suggerisce Scarinci, si differenziano in parte dagli ultimi. Spesse volte si è avuta la tentazione di approfondire e fissare con lo scritto alcuni spunti e richiami di memoria che affioravano nella nostra mente, a proposito dei comportamenti delle nostre madri, di noi figlie, di alcune figure maschili di volta in volta prepotenti, sleali, oppure dolci e quasi sottomesse. Molti pensieri sono scaturiti in noi come corollari di quelli espressi dall’autrice invisibile, proprio come suggeriscono il titolo e le riflessioni di Viviana Scarinci, il cui saggio è un’indispensabile guida alla lettura consapevole dei romanzi, dei saggi e degli articoli di Ferrante. Leggi tutto
Dall’editoriale del n.87 della rivista online di Giusi Sammartino “La scrittura femminile, femminista e politica di Elena Ferrante, sulla quale troppo si è discusso, offuscandone proprio la sua corporalità, il suo essere anche corpo, è analizzata in un testo scritto con maestria da Viviana Scarinci e che l’autrice dell’articolo ci fa amare e riflettere”. Leggi tutto

Con Titti Marrone 5 novembre ore 18 diretta facebook libreria IoCiSto Napoli

Giovedì 5 novembre alle 18 Viviana Scarinci, autrice di “Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo“, sarà in dialogo con la giornalista e scrittrice Titti Marrone ospiti della Libreria Io Ci Sto.


La presentazione è aperta a tutti e si terrà live sulla pagina Facebook della libreria: https://www.facebook.com/libreriaiocisto

Titti Marrone 15 ottobre sul Mattino:


“Il gioco del rispecchiamento letterario messo in campo da Viviana Scarinci è vario e complesso, ed ha le sue pagine più convincenti dove si riflette sui punti di contatto con l’ottica di Anna Maria Ortese. Per entrambe (Ortese e Ferrante ndr) in ballo c’è sempre il conflitto tra natura e ragione”
  • Iacobelli editore
  • Pagine : 216
  • Data di pubblicazione : ottobre 2020
  • Isbn : 9788862526272
  • Euro 16,00

evento facebook https://www.facebook.com/events/680203455970508/

Vergogna sociale in Elena Ferrante su Il lavoro culturale

Oggi Il lavoro culturale pubblica un estratto da Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo. Sono molto grata e mi sento particolarmente legata alla loro redazione. Nel 2017 fu proprio Il lavoro culturale che pubblicò un mio lungo articolo su Elena Ferrante: Ciò che la realtà non sa essere per noi, che conteneva alcuni temi fondamentali che stavo già sviluppando nel libro ora edito da Iacobelli. Inoltre sempre Il lavoro culturale in seguito postò la traduzione di un articolo di Judith Butler (tradotto da Giuseppe Forino, Giacomo Tagliani e Nicola Perugini) che è stato fondamentale per la mia soggettiva costruzione tematica intorno all’invisibilità del corpo di Elena Ferrante.

Nei dieci anni di interventi pubblici indipendenti sull’opera di questa autrice posso dire come Elena Ferrante, le sue tematiche, la sua assenza simbolica abbiano agito di volta in volta in modo estremamente rivelatore, soprattutto rispetto all’indipendenza reale e alla tutela della libertà di pensiero che certe istituzioni culturali, redazioni, siti, case editrici, librerie sanno ancora veicolare in termini di diffusione mediatica di contenuti non allineati a certi linguaggi correnti. Linguaggi che pur legandosi a tematiche marcatamente culturali e contemporanee, vivono ancora di schematismi relazionali e linguistici desueti, sessisti e classisti.

Società Italiana delle letterate e Letterate Magazine, Leggendaria, Il lavoro culturale, Nazione Indiana, gli Istituti italiani di cultura tedeschi, le case editrici Iacobelli e Launenweber sono stati tra quei veicoli mediatici originariamente strutturati perché l’ostacolo prefigurato come sopra semplicemente non si ponesse. Ne sono dimostrazione la non scontata emersione del mio lavoro indipendente e non sponsorizzato in due libri: Neapolitanische PuppenEin Essay über die Welt von Elena Ferrante (2018) e Il libro di tutti e di Nessuno. Elena Ferrante (2020).

Su Il Mattino una recensione di Titti Marrone

La Ferrante ha dato voce alle donne e a Napoli

Un saggio della Scarinci descrive il ribaltamento letterario realizzato dalla misteriosa scrittrice fin dai tempi di “L’amore molesto” “I suoi sono romanzi politici che mettono al centro della narrazione l’universo femminile e guardano l’Italia attraverso la città”

Una rivoluzione letteraria con un cambiamento di prospettiva dai riflessi internazionali: ecco di che cosa è stata capace la persona celata dietro il nom de plume “Elena Ferrante”. Lo sostiene Viviana Scarinci in “Il libro di tutti e di nessuno – Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo” (Iacobelli, pagg. 213, euro 16). Vi si percorre l’universo ferrantiano dal 1992, anno d’uscita de “L’amore molesto”, fino al successo avviato nel 2011 dall’apparizione italiana del primo volume della tetralogia de “L’amica geniale”, consacrata a notorietà mondiale dal critico James Wood sul New Yorker nel 2013. Il fil rouge della rivoluzione letteraria viene qui seguito nell’intera opera, comprese le raccolte come “La frantumaglia”. E in questo saggio non si trascurano nemmeno le ipotesi sull’identità di Elena Ferrante, seguendone le tracce vere o fuorvianti disseminate nelle varie interviste.

Il perno del cambiamento ferrantiano consiste nell’aver portato al centro della ribalta letteraria il femminile, capovolgendo il paradigma dominante strutturato sul maschile. Per questo, secondo Viviana Scarinci, “il romanzo di Elena Ferrante è politico”. Il rovesciamento rivoluzionario sta nell’assunto denunciato da una filosofa come Luisa Muraro per cui “tutto ciò che è donna da sempre non è risultato memorabile e quindi degno di esser tramandato alle nuove generazioni”. Altro punto di contatto tra lo sguardo di Elena Ferrante e quello della capofila del pensiero della differenza è la centralità del materno: lo vediamo nel rapporto tra Delia e sua madre ne “L’amore molesto”, ne “La figlia oscura” ma più di tutto nel riconoscimento-rinnegamento della figura materna operato da Lenuccia de “L’amica geniale”.

Ma poi Ferrante ha un altro merito: aver portato al centro della scena narrativa una città scoperta come paradigma non solo dell’Italia: fin ne “La vita bugiarda degli adulti”, c’è un rovesciamento della prospettiva letteraria che induce a “ricominciare a guardare l’Italia attraverso Napoli”. Le storie con cui è sempre stata rappresentata letterariamente la vita italiana- di madri, figlie, famiglie, mariti, fidanzati, rancori, dispiaceri, gioie – si rispecchiano e confluiscono nell’opera di Elena Ferrante, ma in un’ottica nuova. Così, la diade di “Menzogna e sortilegio” indicata da Elsa Morante torna nelle falsità scoperte da Giovanna ne “La vita bugiarda degli adulti”, con la fascinazione esercitata su di lei dalla zia Vittoria, un po’ strega un po’ fata che smaschera le ipocrisie paterne e materne.

Anche i sentimenti sempre percorsi in forma di romanzo sono da Ferrante illuminati di luce nuova, e in una chiave napoletana universalizzante. Per esempio la vergogna sociale raccontato da Annie Ernaux torna come forte elemento narrativo nell’incontro di Lenuccia con la famiglia Airota, o nel sentimento provato da Nino durante la convivenza con Lila e tutte le volte che, descrivendo la Napoli “alta” del Vomero e quella “bassa” del Pascone, “La vita bugiarda” inscena le differenze sociali.

Il gioco del rispecchiamento letterario messo in campo da Viviana Scarinci è vario e complesso, ed ha le sue pagine più convincenti dove si riflette sui punti di contatto con l’ottica di Anna Maria Ortese. Per entrambe, in ballo c’è sempre il conflitto tra natura e ragione. “Infatti, i figli della città, e la città loro madre, vivono di una connivenza che vota il luogo a quell’apparente immobilità di Napoli sotto la quale cova un sempiterno bradisismo. Questo perché Napoli, le sue figlie e i suoi figli sono l’incarnazione di un nefasto genio bifronte”. Così definito dalla somma Ortese: “Un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni”. Ed Elena Ferrante sottoscrive.

sul Manifesto un articolo di Laura Fortini

Oggi Laura Fortini sul Manifesto scrive di Elena Ferrante, di “Invisibili?” Femminism3 (domani a cura di SIL, LM e Leggendaria a partire dalle 10,30 alla Casa Internazionale delle Donne di Roma) e de “Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo” (Iacobelli 2020). Grazie infinite a Laura Fortini, sono onorata e emozionata. Qui la versione digitale dell’articolo https://ilmanifesto.it/elena-ferrante-tra-le-pieghe…/ https://ilmanifesto.it/elena-ferrante-tra-le-pieghe…/

Invisibilità e autorialità di Elena Ferrante su Nazione Indiana

Oggi su Nazione Indiana un mio articolo che parla dell’invisibilità e dell’autorialità di Elena Ferrante e dei media italiani. Grazie infinite a Andrea Raos per la condivisione.

“La questione della ricezione dell’opera di Elena Ferrante presso i suoi connazionali mette in luce alcuni problemi rispetto alla gerarchia di valori applicata da alcuni recensori all’analisi dei libri scritti da donne e nella loro valutazione giornalistica oltre che critica. L’evidenza di questa questione non è affatto materia nuova di cimento accademico, oltre che di curiosità, per chi guarda al panorama letterario italiano dal di fuori”.

3 ottobre: come partecipare

Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo

SAGGISTICA

di Viviana Scarinci

nelle librerie da ottobre 2020

COMUNICATO STAMPA

L’editore Iacobelli pubblica un saggio monografico imprescindibile per comprendere l’opera di Elena Ferrante, dai romanzi alla serie TV con un ricco apparato bibliografico.

Il libro di tutti e di nessuno” Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo” sarà presentato a cura di Tiziana de Rogatis sabato 3 ottobre alle 10,30 con il libro di Isabella PintoElena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività (Mimesis 2020) nel corso di Invisibili? Un evento di femminism3 organizzato da Società Italiana delle letterate, Leggendarie e Letterate Magazine. All’evento si potrà partecipare dal vivo prenotandosi via email: silcomunicazione@gmail.com o potrà essere seguito in streaming collegandosi con la pagina facebook della Casa Internazionale delle Donne di Roma.

L’ottica del saggio di Viviana Scarinci offre una pluralità di spunti  utili alla comprensione dei motivi dell’ascesa  di un fenomeno senza precedenti riguardo a un’autrice italiana, come recita la quarta di copertina del libro: ‘Questa appassionante monografia – un lavoro critico che appare come imprescindibile per studiosi e appassionati, ma anche per semplici lettori e lettrici – segue i temi, le trame e il linguaggio dei romanzi, dall’Amore molesto alla quadrilogia dell’Amica geniale – anche in versione serial TV – e ancora fino al recentissimo La vita bugiarda degli adulti.’

È l’autrice stessa a chiarire il punto di partenza della sua ricerca nel capitolo introduttivo: ‘È stato l’approccio dubitativo nei confronti della verità come dogma che probabilmente, oltre al coinvolgimento di milioni di lettrici e lettori, decine e decine di studiose e studiosi in tutto il mondo, si sono fatti portavoce di un vero bisogno di cercare “oltre”. Ossia quello di seguire il tracciato ferrantiano ognuno nel proprio ambito disciplinare, esprimendo la necessità creata da un vuoto speculativo: la ricostruzione di una genealogia femminile, la ricostruzione del rione come contesto di prossimità esclusivamente fisica, la ricostruzione di un concetto di periferia che si avvalga di un’inaspettata forza centripeta, la riconsiderazione del ruolo storico delle classi subalterne e soprattutto la marginalità scagionata dalla vergogna di non trovarsi al centro.’

Iacobelli editore inoltre sarà presente dal vivo con questa ultima pubblicazione e con i suoi libri a “Insieme festival lettori autori editoriAuditorium Parco della Musica di Roma allo stand 139 dal 1° al 4 ottobre, come indicato dagli organizzatori, nel completo rispetto delle norme anti-covid: “approdano a Roma i libri, gli scrittori, gli scienziati, i filosofi, gli artisti, i musicisti e i lettori, in una grande manifestazione dal vivo. Non una versione adattata dei tre festival, ma un nuovo format, adeguato alle esigenze dettate dalla situazione sanitaria’. Tutto quello che c’è da sapere qui https://insiemefestival.it/

L’autrice

Poeta e saggista, Viviana Scarinci ha pubblicato Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante, ritratto letterario di Elena Ferrante tradotto da Ingrid Ickler (Launenweber, 2018) e l’e-book monografico Elena Ferrante (Doppiozero, 2014). Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Doppiozero, Il lavoro culturale, Nazione Indiana. Si occupa di Contemporanea fondo librario.


Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo

Pagine: 216

Data di pubblicazione: ottobre 2020

Isbn: 9788862526272

Euro 16,00

https://www.iacobellieditore.it/


UFFICIO STAMPA: Contemporanea fondo librario – cell. 333.2045759 

https://fondopoesiacontemporanea.wordpress.com/

Elena Ferrante. Il libro di tutti e di nessuno

  • Altezza : 20,5cm
  • Larghezza : 12
  • Pagine : 216
  • Data di pubblicazione : ottobre 2020
  • Isbn : 9788862526272
  • Euro 16,00

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ordini@iacobellieditore.it

Dalla quarta di copertina. Fenomeno tutto italiano ma diventato presto mondiale, l’opera di Elena Ferrante – autrice “invisibile” eppure sempre più presente nel dibattito culturale e letterario – rivela un universo complesso che mescola tradizione ed ipermodernità, realismo e immaginazione. Lavorando sulle relazioni e sulle sfumature, sul dicibile e l’indicibile delle vite dei suoi personaggi – soprattutto quelli femminili – sulla lingua e le architetture concrete e simboliche dei suoi romanzi, Ferrante ha trascinato la produzione letteraria italiana a firma femminile fuori da un cono d’ombra mettendola al centro della scena. Questa appassionante monografia – un lavoro critico che appare come imprescindibile per studiosi e appassionati, ma anche per semplici lettori e lettrici – segue i temi, le trame e il linguaggio dei romanzi, dall’Amore molesto alla quadrilogia dell’Amica geniale – anche in versione serial TV – e ancora fino al recentissimo La vita bugiarda degli adulti. Basato su un ricchissimo apparato bibliografico italiano e internazionale, e senza trascurare anche interviste e testi non narrativi di Ferrante, il volume ha il respiro e lo spessore sia di una accurata messa a punto del dibattito critico su un’autrice e i suoi testi, sia delle ragioni di un successo senza precedenti.

La copertina

Recensioni e segnalazioni

Titti Marrone su il Mattino del 15 ottobre 2020
La Ferrante ha dato voce alle donne e a Napoli. Un saggio della Scarinci descrive il ribaltamento letterario realizzato dalla misteriosa scrittrice fin dai tempi di “L’amore molesto” “I suoi sono romanzi politici che mettono al centro della narrazione l’universo femminile e guardano l’Italia attraverso la città.

Una rivoluzione letteraria con un cambiamento di prospettiva dai riflessi internazionali: ecco di che cosa è stata capace la persona celata dietro il nom de plume “Elena Ferrante”. Lo sostiene Viviana Scarinci in “Il libro di tutti e di nessuno – Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo” (Iacobelli, pagg. 213, euro 16). Vi si percorre l’universo ferrantiano dal 1992, anno d’uscita de “L’amore molesto”, fino al successo avviato nel 2011 dall’apparizione italiana del primo volume della tetralogia de “L’amica geniale”, consacrata a notorietà mondiale dal critico James Wood sul New Yorker nel 2013. Il fil rouge della rivoluzione letteraria viene qui seguito nell’intera opera, comprese le raccolte come “La frantumaglia”. E in questo saggio non si trascurano nemmeno le ipotesi sull’identità di Elena Ferrante, seguendone le tracce vere o fuorvianti disseminate nelle varie interviste.

Il perno del cambiamento ferrantiano consiste nell’aver portato al centro della ribalta letteraria il femminile, capovolgendo il paradigma dominante strutturato sul maschile. Per questo, secondo Viviana Scarinci, “il romanzo di Elena Ferrante è politico”. Il rovesciamento rivoluzionario sta nell’assunto denunciato da una filosofa come Luisa Muraro per cui “tutto ciò che è donna da sempre non è risultato memorabile e quindi degno di esser tramandato alle nuove generazioni”. Altro punto di contatto tra lo sguardo di Elena Ferrante e quello della capofila del pensiero della differenza è la centralità del materno: lo vediamo nel rapporto tra Delia e sua madre ne “L’amore molesto”, ne “La figlia oscura” ma più di tutto nel riconoscimento-rinnegamento della figura materna operato da Lenuccia de “L’amica geniale”.

Ma poi Ferrante ha un altro merito: aver portato al centro della scena narrativa una città scoperta come paradigma non solo dell’Italia: fin ne “La vita bugiarda degli adulti”, c’è un rovesciamento della prospettiva letteraria che induce a “ricominciare a guardare l’Italia attraverso Napoli”. Le storie con cui è sempre stata rappresentata letterariamente la vita italiana- di madri, figlie, famiglie, mariti, fidanzati, rancori, dispiaceri, gioie – si rispecchiano e confluiscono nell’opera di Elena Ferrante, ma in un’ottica nuova. Così, la diade di “Menzogna e sortilegio” indicata da Elsa Morante torna nelle falsità scoperte da Giovanna ne “La vita bugiarda degli adulti”, con la fascinazione esercitata su di lei dalla zia Vittoria, un po’ strega un po’ fata che smaschera le ipocrisie paterne e materne.

Anche i sentimenti sempre percorsi in forma di romanzo sono da Ferrante illuminati di luce nuova, e in una chiave napoletana universalizzante. Per esempio la vergogna sociale raccontato da Annie Ernaux torna come forte elemento narrativo nell’incontro di Lenuccia con la famiglia Airota, o nel sentimento provato da Nino durante la convivenza con Lila e tutte le volte che, descrivendo la Napoli “alta” del Vomero e quella “bassa” del Pascone, “La vita bugiarda” inscena le differenze sociali.

Il gioco del rispecchiamento letterario messo in campo da Viviana Scarinci è vario e complesso, ed ha le sue pagine più convincenti dove si riflette sui punti di contatto con l’ottica di Anna Maria Ortese. Per entrambe, in ballo c’è sempre il conflitto tra natura e ragione. “Infatti, i figli della città, e la città loro madre, vivono di una connivenza che vota il luogo a quell’apparente immobilità di Napoli sotto la quale cova un sempiterno bradisismo. Questo perché Napoli, le sue figlie e i suoi figli sono l’incarnazione di un nefasto genio bifronte”. Così definito dalla somma Ortese: “Un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni”. Ed Elena Ferrante sottoscrive.

Laura Fortini su il manifesto del 2 ottobre 2020

PERCORSI. Due recenti volumi sull’opera dell’autrice de «L’amore molesto». Isabella Pinto firma per Mimesis un articolato saggio filosofico sulle «Poetiche e politiche della soggettività». Viviana Scarinci, per Iacobelli editore, pubblica «Il libro di tutti e di nessuno», un ritratto storico-politico. La ricezione che accoglie in modo più o meno ideologico un’opera letteraria diviene anch’essa parte della storia che la accompagna, come accadde a Elsa Morante. Le sue personagge, come per esempio Lila e Lenù, sono nomadi in cerca di «heimat», perciò protagoniste di furti l’una all’altra. E continuano ad affascinarci. Domani se ne discuterà alla Casa internazionale delle Donne di Roma con la Società Italiana delle Letterate

Al fenomeno Elena Ferrante, divenuto ormai un Global Novel sia nella veste autoriale che nell’insieme delle sue opere, si accompagna un altrettanto fenomenico proliferare di studi critici variamente appassionati ad essa, alla sua identità, alla sua opera in tutti i suoi vari aspetti, con buona pace di detrattori e detrattrici che comunque costituiscono anch’essi parte del dispositivo Ferrante.
Si può infatti notare, come nel caso del dibattito che nel 1974 ebbe inizio proprio sulle pagine del manifesto su La Storia di Elsa Morante, che la ricezione che accoglie in modo più o meno ideologico un’opera letteraria diviene anch’essa parte della storia che la accompagna, non sempre nel migliore dei modi come Morante e La Storia mostrano. A riprova però della vitalità delle opere delle scrittrici in lingua italiana, il cui straordinario successo mostra una capacità di narrazione che non sembra avere uguali e lo dirò chiaramente: lo scrivo con una certa soddisfazione, perché si tratta di fenomeno che va sotto il nome Ferrante ma al quale hanno contribuito molte, moltissime scrittrici, per altro sovente evocate a volte in forma esplicita a volte in modo implicito dalla stessa Ferrante nei suoi scritti di poetica raccolti nella Frantumaglia (e/o 2003, 2016 nuova edizione ampliata).

I LIBRI di Isabella Pinto e Viviana Scarinci, il primo dedicato a Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività (Mimesis, pp. 254, euro 22), il secondo intitolato Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo (Iacobelli editore, pp. 216, euro 16), si collocano nel dibattito intorno al contributo che l’opera della scrittrice nel suo insieme dà al costituirsi di soggettività differenti nel vario scandirsi delle ondate femministe che la stessa Ferrante – qualunque sia la soggettività che abita questo nome – attraversa a più riprese nel corso del tempo, da L’amore molesto a I giorni dell’abbandono per arrivare alla tetralogia de L’amica geniale e all’ultimo romanzo in ordine cronologico La vita bugiarda degli adulti, del 2019, anch’esso oggetto d’analisi.
Entrambi i libri indagano in modi diversi eppur complementari l’opera complessa che va sotto il nome di Ferrante e costituiscono tappa di un fenomeno che bene si colloca sotto il nome di Ferrante Fever, titolo del documentario del 2017: le autrici si soffermano sul tremendo delle donne così ben raffigurato nelle sue opere, le collocano in un contesto filosofico l’uno (Pinto) e storico-politico l’altro (Scarinci), a dimostrazione di quanto e come la letteratura – soprattutto quella a firma di donne – abbia una capacità di narrazione collettiva che diviene narrazione politica quasi nonostante se stessa e che molto ci interroga sulle modalità di narrazione del nostro presente.

QUELLE DI PINTO E SCARINCI sono monografie che ambiscono a riattraversare l’opera tutta ferrantiana, riletta e chiosata attraverso parole chiave a volte simili a volte dissimili, e una bibliografia critica ormai amplissima difficile da contenere e rappresentare, a partire dalle stesse recensioni stratificate nel tempo. Tra tema della cancellazione e capacità stregonesca, tra soggetto emancipato, subalterno e diasporico arrivando al postumano, le personagge di Ferrante sono nomadi in cerca di heimat e perciò protagoniste di furti l’una all’altra, che continuano ad affascinarci nelle loro antecedenti – sia nelle opere di Ferrante che di molte altre – che nelle loro contemporanee. Così come diversamente epica è la vicenda di Lila e Lenù, entrambe strenuamente impegnate nel vivere una vita diversa da quella che la storia e il sistema patriarcale assegnerebbe loro, pure con tutte le ambivalenze che ciò comporta.

Utile a questo proposito la categoria critica focalizzata dalla Società Italiana delle Letterate in un volume del 2014 a cura di Paola Bono e Bia Sarasini (Epiche. Altre imprese, altre narrazioni, Iacobelli editore) che riprende la motivazione del premio Nobel per la letteratura a Doris Lessing nel 2007, «epica cantatrice dell’esperienza femminile, che con scetticismo, ardore e potenza visionaria ha sottoposto a esame una civiltà divisa». Bene si colloca accanto a epiche cantatrici di strambe epopee come Elsa Morante, epiche invettive come quelle di Paola Masino e all’epica della gioia di Goliarda Sapienza l’epica della differenza cantata da Elena Ferrante.
In entrambi i volumi, quello di Pinto e quello di Scarinci, molte pagine sono dedicate alla questione dell’autorialità di Elena Ferrante, indubbiamente uno degli elementi che ha contato nel fenomeno global novel così ben descritto da Tiziana de Rogatis nel 2018 in Elena Ferrante. Parole chiave (e/o, recensito sul manifesto il 4.10.2018).

SI TRATTA DI QUESTIONE su cui Ferrante è tornata più e più volte nel corso delle numerose interviste rilasciate nel corso di questi anni, sottolineando – e come non condividere? – che quello che conta è la letteratura, non l’autorialità. Eppure il mondo intero e anche la critica recente continua a interrogarsi su possibili attribuzioni e molto tempo e molta acribia sono stati e continuano a essere dedicati a cercare elementi di coincidenza o meno di altre autorialità con la scrittura di Elena Ferrante.

ANDREBBE INDAGATO a fondo il meccanismo a volte morboso nei confronti dell’autorialità esplicita, là dove essa sembrava tramontata nel periodo della critica strutturalista in favore dell’opera iuxta propria principia. Fin dai tempi dell’Amore molesto – e quindi dal 1992 – era chiara infatti la sottrazione a quello che nel confronto con Nicola Lagioia a conclusione della nuova edizione della Frantumaglia viene definito «il pettegolezzo letterario che di letterario non ha niente»: nelle note diffuse sull’autrice dell’allora prima romanzo si dichiarava che essa viveva appartata in un’isola del mar Egeo, in solitudine.

DISTANTE almeno quanto il mar Egeo è ancora la sua identità ma quanto di meno identitario è il nome pubblico Ferrante, all’insegna di una solitudine assai ricca di però parole scritte, le uniche alle quali giustamente consegnare il proprio profilo pubblico, lasciando a sé la vita privata. Si potrebbe così collocare Elena Ferrante in un ideale prosieguo del ciclo dedicato al genio femminile da Julia Kristeva: geniali le amiche Lila e Lenù, geniale Ferrante stessa nel rappresentarsi in modo non identitario in un tempo affamato di pulsioni identitarie e sovraniste e questo sì, ha molto della politica nel senso proprio della parola.

da cartaceo e su web https://ilmanifesto.it/elena-ferrante-tra-le-pieghe-epiche-di-una-storia-geniale/

Su Vitamine Vaganti una recensione di Sara Marsico 7 novembre

«Il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell’una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell’altra.»
Elena Ferrante (da Storia del nuovo cognome)

Il libro di tutti e di nessuno – Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo di Viviana Scarinci è un testo «ad alta densità di conoscenza ma di forte leggibilità», come recita l’apertura della collana Workshop diretta da Anna Maria Crispino ed edita da Jacobelli. L’autrice ci accompagna in un percorso, ricco di citazioni, collegamenti letterari e filosofici, spunti di riflessione e recensioni e ci avvicina alla scrittrice che ha fatto dell’invisibilità la sua caratteristica principale. Credo che, dopo aver letto questo libro, ne capiranno le ragioni anche le persone più scettiche di fronte ad un successo tanto grande, avvenuto, come spesso accade, prima all’estero e poi in Italia. Checché se ne pensi, l’opera dell’autrice invisibile è già stata tradotta in cinquanta Paesi ed ha venduto dodici milioni di copie in tutto il mondo, contribuendo a portare l’Italia all’interno di un discorso globale sulla centralità delle donne.
La fama di Ferrante arriva con l’uscita della prima parte della saga L’amica geniale, nel 2011. Il ” Time” la inserisce tra i 100 personaggi più influenti dell’anno 2016. L’“effetto Ferrante” sarà tale da far schizzare i libri scritti da donne tra la metà dei venti migliori best seller italiani nella narrativa. Chi recensisce questo libro di Scarinci è un’appassionata lettrice dell’autrice napoletana, e vi ha trovato spunti interessanti anche per i/le non addette ai lavori come lei. «Il romanzo di Ferrante è politico» ha dichiarato il regista Saverio Costanzo in occasione della presentazione della fiction di L’amica geniale, alla cui sceneggiatura ha partecipato la stessa autrice, e politica la scrittura di Ferrante indubbiamente la è, perché in grado di trasmettere contenuti politici molto più di un’ideologia. Il romanzo dell’autrice è politico «soprattutto perché segna un approdo a un modo di raccontare il femminile in una totalità che esiste da sempre, senza prevedere la centralità del femminile» (G. Fraisse, Il mondo è sessuato. Femminismo e altre sovversioni).
Nella tetralogia di L’amica geniale temi come, tra i tanti, il potere dell’istruzione e della scuola negli anni Cinquanta o il matrimonio come mezzo per compiere una scalata sociale o professionale sono trattati attraverso il racconto della vita delle due amiche, Lila e Lenuccia, che si rispecchiano una nell’altra, e di quelle dei tanti personaggi di contorno, che vivono nel “Rione” di Napoli.
In questi libri si racconta una genealogia femminile, partendo da un periodo, il secondo dopoguerra, in cui le vicende femminili non erano degne di essere tramandate alle nuove generazioni. Il romanzo di Ferrante è politico e contemporaneo anche perché «qui più che altrove, il margine è inteso come il luogo più popoloso e interessante del mondo». Insieme all’autenticità e all’invisibilità, la cifra che accompagna i romanzi ferrantiani è certamente l’ambivalenza: «Ma è pur vero che nell’ammirazione tra donne, l’ammirazione per l’altra può diventare affetto e amore, ma anche generare invidia e competizione […] in quella ricerca di identità che ha contrassegnato il Novecento, il rapporto a due (o a molte), tra donne, ci pare si giochi spesso in un rimbalzo continuo di rispecchiamenti e prese di distanza che investe le diverse forme di amicizia, le relazioni amorose e sessuali, le pratiche condivise dell’agire politico».
Scarinci, grande conoscitrice di Ferrante, ne esamina l’intera produzione letteraria e saggistica, da L’amore molesto, La figlia oscura, I giorni dell’abbandono fino a La vita bugiarda degli adulti, sviscerandone le tematiche più importanti e i collegamenti con le madri letterarie e filosofiche, oltre alla sua conoscenza profonda del femminismo e della storia delle donne. Poche sono le informazioni in nostro possesso su Ferrante e molte discendono da quella che Scarinci chiama La nuova frantumaglia, unlibro di quasi quattrocento pagine che ripubblica ed amplia il numero di materiali inediti e materiali diffusi dalla stampa internazionale fino ad aprile 2016.
Non importa in questa sede raccontare su chi si siano focalizzati i sospetti sull’identità di Ferrante dopo un articolo di “Il Sole 24 ore” che ne svelava l’identità. È indubbio che, nel dibattito che ne è seguito, con toni e parole spesso misogine e sessiste, il grande assente è stato il corpo della scrittrice, con una scelta voluta da lei stessa, quasi a confermare l’invisibilità del femminile sia nella società che nel romanzo. L’autrice del libro lo dice in modo superlativo: «Elena Ferrante ci parla di donne come nessuno ha saputo fare prima. Attraverso la propria immagine mancante ha infatti acceso i riflettori su un vuoto che urlava da tempo il bisogno di essere colmato. L’assenza dell’autrice come corpo e come identità femminile non è da considerarsi un elemento esterno al romanzo di Elena Ferrante ma è posto nell’ambito del dispositivo rappresentato da tutto ciò che concerne questa autrice, a segnalare una mancanza che investe in larga misura sia la società che lo statuto del romanzo».
In un’intervista riportata dalla saggista blogger la scrittrice, che ha scelto Napoli come ambientazione dei suoi libri e Anna Maria Ortese come riferimento culturale importante, confessa che quello che ha scritto ha avuto su di lei una portata emotiva talmente forte da spingerla a ritrovare l’integrità perduta solo attraverso il rifiuto radicale nei confronti delle manifestazioni e degli incontri pubblici in cui si presentavano i suoi romanzi.
Ferrante, attraverso le storie che racconta e significativamente attraverso L’amica geniale, riesce a far percepire ai lettori e alle lettrici contemporanee le violenze, non solo psicologiche, inflitte alle donne negli anni in cui le trame dei libri si svolgono, i forti condizionamenti sociali e culturali, la difficoltà di scegliere il loro destino, un rapporto con gli uomini complesso e difficile, l’emergere del femminismo e delle riflessioni tra donne che l’unica rivoluzione nonviolenta del Novecento, il femminismo appunto, ha provocato. Imprescindibile, per chi si accosta alla saga del Rione, la citazione di una pensatrice femminista visionaria, fondamentale per capire che cosa sono il patriarcato e il potere maschile nella descrizione della realtà e nel nominare il mondo. Mi piace ricordarle, insieme alla riflessione di una Elena Greco, ormai diventata donna.
«Sputare su Hegel. Sputare sulla cultura degli uomini, sputare su Marx, su Engels, su Lenin. E sul materialismo storico. E su Freud. E sulla psicanalisi e l’invidia del pene. E sul matrimonio e la famiglia. E sul nazismo, sullo stalinismo, sul terrorismo. E sulla guerra. E sulla lotta di classe. E sulla dittatura del proletariato. E sul socialismo. E sul comunismo. E sulla trappola dell’uguaglianza. E su tutte le manifestazioni della cultura patriarcale. E su tutte le forme organizzative. Opporsi alla dispersione delle intelligenze femminili. Deculturalizzarsi. Disacculturarsi a partire dalla maternità, non dare figli a nessuno. Sbarazzarsi della dialettica servo-padrone. Strapparsi dal cervello l’inferiorità. Restituirsi a sé stesse. Non avere antitesi. Muoversi su un altro piano in nome della propria differenza. L’universalità non libera le donne ma perfeziona la loro repressione. Contro la saggezza. Mentre i maschi si danno a imprese spaziali, la vita per le femmine su questo pianeta deve ancora cominciare. La donna è l’altra faccia della terra. La donna è il Soggetto Imprevisto. Liberarsi dalla sottomissione, qui, ora, in questo presente. L’autrice di quelle pagine si chiamava Carla Lonzi. Com’è possibile, mi dissi, che una donna sappia pensare così? Ho faticato così tanto sui libri.»
Oltre a Lonzi, Scarinci ci ricorda i riferimenti filosofici di Ferrante: Shulamith Firestone, Luce Irigaray, Adriana Cavarero, Elena Gagliasso, Donna Haraway, Judith Butler, Rosi Braidotti, Luisa Muraro. Tra quelli letterari, Morante di Menzogna e sortilegio, oltre a Ortese di Il mare non bagna Napoli. Quelli della scrittrice invisibile sono romanzi di genere che, attraverso la conoscenza approfondita della cultura, della filosofia e della storia delle donne del suo tempo, la portano a veicolare saperi filosofici, psicologici e sociali relativi al femminile ancora non metabolizzati socialmente, che però hanno saputo catturare lettrici e lettori in tutto il mondo. Soprattutto le lettrici hanno potuto trovare nei suoi testi gli strumenti per acquisire una maggiore consapevolezza dei loro ruoli di mogli, figlie, madri e ad «addentrarsi in un percorso difficoltoso ma necessario verso l’individuazione della loro soggettività in senso civico». Il denso e ricco testo su Ferrante scandaglia tutti i suoi scritti e ci introduce ad alcuni termini, come la Frantumaglia o la Smarginatura di Lila e non solo, che sono di un interesse estremo per comprendere la sensazione di incompletezza provata dalle donne in un mondo in cui sono a disagio perché fanno fatica a riconoscervisi, un mondo che non è stato pensato da loro e per loro, in cui si percepiscono come soggetti mancanti nella cerchia familiare, professionale, affettiva, sociale. Anche la parte sulla trascendenza merita una lettura approfondita, come quella che ci illustra il suo interesse per la figura di Didone, che ci richiama Una donna spezzata di Simone di Beauvoir. «Sembra un tema abbastanza screditato, ma in realtà è la tematica più crudelmente posta dalle esistenze femminili. – scriverà” la scrittrice nascosta” in una lettera a Goffredo Fofi – La perdita dell’amore è una falla, causa un vuoto di senso. La città senza amore è una città ingiusta e crudele.»
Il saggio di Scarinci, poeta e saggista, è accurato e profondo e costituisce una lettura fondamentale per comprendere appieno i testi della scrittrice invisibile, che ha saputo affascinare cittadine e cittadini globali iperconnessi di tutto il mondo, raccontando molto dell’identità di ciascuno di loro. Estremamente interessanti, anche se più complessi, sono i capitoli intitolati al concetto di trascendenza e alla sospensione dell’incredulità, utilissimo, quest’ultimo, per capire il presente della società della spettacolarizzazione. Anche il capitolo sulla questione del potere è ricco di spunti preziosi di discussione.
Il titolo del numero 30 della collana Workshop prende spunto da una dichiarazione della scrittrice invisibile: «Tra il libro che va in stampa e il libro che i lettori acquistano c’è sempre un terzo libro, un libro dove accanto alle frasi scritte ci sono quelle che abbiamo immaginato di scrivere, accanto alle frasi che i lettori leggono ci sono le frasi che hanno immaginato di leggere» (Elena Ferrante Il libro di nessuno, 2005). Il saggio di Scarinci finisce infatti così, con queste parole: «Qui finisce il libro, ma non finisce qui…» lasciando una riga tratteggiata a disposizione di chi lo ha letto e vuole continuare a scrivere le sue riflessioni.
Tra i romanzi di Ferrante la saga di L’amica geniale, in particolare, è stato per noi che l’abbiamo incontrato trasmissione diffusa della cultura di genere, attraverso la narrazione dell’amicizia tra due persone che raccontano e interpretano finalmente con voce e sguardo di donna la loro vita e le loro scelte, innamorate l’una del cervello dell’altra, condizionate dalla situazione sociale di provenienza e dall’accesso all’istruzione e alla cultura. Ad una, l’omonima dell’autrice, Elena, in perenne crisi identitaria, scuola e cultura saranno consentite, all’altra, ribelle alle convenzioni sociali e al potere maschile, vietate. È indubbio che «Il rapporto più intenso, più duraturo, più felice e più devastante risulti essere quello tra Lila e Lena. Quel rapporto dura, mentre i rapporti con gli uomini nascono, crescono e deperiscono».
Più volte ci è capitato di fermarci a riflettere su certe affermazioni e reazioni delle protagoniste dei romanzi di Ferrante, anche dei primi tre che, come suggerisce Scarinci, si differenziano in parte dagli ultimi. Spesse volte si è avuta la tentazione di approfondire e fissare con lo scritto alcuni spunti e richiami di memoria che affioravano nella nostra mente, a proposito dei comportamenti delle nostre madri, di noi figlie, di alcune figure maschili di volta in volta prepotenti, sleali, oppure dolci e quasi sottomesse. Molti pensieri sono scaturiti in noi come corollari di quelli espressi dall’autrice invisibile, proprio come suggeriscono il titolo e le riflessioni di Viviana Scarinci, il cui saggio è un’indispensabile guida alla lettura consapevole dei romanzi, dei saggi e degli articoli di Ferrante.

Libreria IoCiSto presentazione di Titti Marrone 5 novembre
RSI Radio Due Svizzera 22 ottobre con Marco Pagani

Il lavoro culturale pubblica Vergogna sociale in Elena Ferrante un estratto de Il libro di tutti 20 ottobre 2020


Leggendaria pubblica un’anticipazione de Il libro di tutti agosto 2020

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3 ottobre INVISIBILI? Società Italiana delle Letterate

il nuovo libro su Elena Ferrante

prima presentazione

Il libro di tutti e di nessuno

Un ritratto delle italiane del XX secolo

Casa Internazionale delle Donne di Roma

Sala Lonzi sabato 3 ottobre a partire dalle 10,30

Organizzato da Società Italiana delle Letterate con Leggendaria e Letterate Magazine

INVISIBILI autorialità. Cos’è? A proposito di Elena Ferrante
Viviana Scarinci. Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante Un ritratto delle italiane del XX secolo, Iacobelli editore 2020
Isabella Pinto. Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività, Mimesis, 2020
Coordina Tiziana de Rogatis. Elena Ferrante. Parole chiave, edizioni e/o 2018

“Volontaria in chi ascolta o indotta dall’abilità di chi affabula è comunque quella sospensione dell’incredulità accordata a un racconto ciò che si fa garante dell’autorevolezza di una storia che ci restituisce il piacere intenso con il quale soprattutto le favole ci fanno partecipare al gioco delle possibilità messo in campo dal destinoIl libro di tutti e di nessuno. Viviana Scarinci

“Forse è per questo che le divergenze nel caso di Elena Ferrante risultano tutte estremamente significative: riformulando all’infinito la propria versione, non approdano mai a nulla di definitivo. Perché alla fine dei conti c’è sempre qualche cosa che manca cioè il corpo della donna che si chiama Elena Ferrante”.

La giornata del 3 ottobre si apre con il tema INVISIBILI? che introdurrà l’assemblea nazionale della SIL, Società Italiana delle Letterate.

Come sottolinea Elvira Federici, presidente della SIL: “Questo appuntamento è stato promosso anche come gesto apotropaico rispetto alla situazione covid 19, è in realtà il primo che quest’anno la SIL promuove in presenza, dopo che abbiamo dovuto sospendere la nostra partecipazione a Feminism3 e rimandare a data da destinarsi il seminario residenziale estivo di Viterbo. È un appuntamento costruito con l’apporto delle riviste Leggendaria e Letterate Magazine e riepilogativo di alcuni temi e linee di lavoro cari alla Società delle Letterate e alle riviste citate.

Nell’arco di 25 anni la Società Italiana delle Letterate ha elaborato e prodotto, attraverso i convegni, i seminari, i focus delle riviste. Ciò è testimoniato da un ricco bagaglio di studi e pubblicazioni. Dalla collana Workshop di Iacobelli, in cui troviamo, ad esempio, Epiche o L’invenzione delle personagge o Morante la luminosa o Il romanzo del divenire o l’ormai leggendario Oltrecanone o Dell’ambivalenza, tra l’altro a proposito di Elena Ferrante o Terra e parole, da cui addipaniamo il filo che porta a Laudomia Bonanni.

Le pubblicazioni curate da socie come tra le altre Laura Fortini, Serena Guarracino, Anna Maria Crispino, Adriana Chemello, Luisa Ricaldone, Bia Sarasini, Paola Bono, Silvia Neonato rappresentano, per la SIL un punto di partenza ma anche anelli di più vaste genealogie da costruire, grazie a nuovi apporti.”

Con l’importante giornata del 3 ottobre continua Federici: “Riprendiamo dai temi che non si archiviano mai, perché sono tra i moventi della nostra ricerca e del nostro agire politico, ma non cominciamo daccapo. E che l’anno che in qualche modo, ostinatamente, ci accingiamo ad aprire, sia pieno di occasioni, di pensiero, di relazione, di ricerca, di politica!”

Femminismo multispecie e poesia

In un’appassionata nota introduttiva a Manifesto cyborg di Donna Haraway intitolata La molteplicità: un’etica per la nostra epoca, oppure meglio cyborg che dea (per la maternità di questo titolo si veda anche Leggendaria di luglio 1991 su donne e nuove tecnologie) Rosi Braidotti associa il concetto di biopotere a un paradosso quanto mai lungimirante, esprimendo la questione in questi termini: “Il biopotere è anche e soprattutto questo paradosso di carne, viva e vulnerabile, che si trova presa e ri-presa nello sguardo disumano di una telecamera che viola tutti i limiti e non lascia neanche più spazio, o necessità, alla memoria”.

Da Manifesto cyborg a Chthulucene (dell’importanza di questi due testi di Haraway sommariamente ne parlo qui) e anche a attraverso il bellissimo e ancora tutto da studiare Bestiario Haraway. Per un femminismo multispecie di Federica Timeo, uno dei punti nevralgici di questi lavori così importanti, per me come poeta, riguarda la confutazione del concetto di specismo, ossia la convinzione secondo cui gli esseri umani siano superiori per status e valore agli animali, o alle altre forme viventi non umane, e pertanto giustificati nel godere di diritti assolutisti su tutto il vivente.

Il concetto di biopotere così lucidamente sintetizzato dalle parole di Braidotti è in grado da solo di varcare una soglia importantissima che tanto il linguaggio della poesia di per sé che quello strettamente legato al femminismo speculativo, hanno praticato con largo anticipo. Infatti entrambi i linguaggi si sono resi capaci di una lettura, avvertita più di altri, dei paradossi intrinseci al complesso sentimento di questa contemporaneità. E uso la parola sentimento non a caso.  

La soglia a cui mi riferisco è quella in grado di connettere i corpi (tutti i corpi umani, animali, vegetali, minerali) alla umanità-disumanità di uno sguardo e di un dettato assolutisti e colonizzatori come sono quelli imposti alle soggettività di ciascuno dall’imperativo macchinico di una riproduzione compulsiva dell’immagini proprie e altrui. La poesia, almeno quella che piace a me, vive di questa idiosincrasia endemica rispetto a ogni forma di linguaggio che si esprima attraverso una postura egemonica e assertiva, proprio perché questo linguaggio determina un congelamento della memoria soggettiva, cioè del sentimento di continuità che consente l’unità espressiva di un dettato originale.         

Allo stesso modo gli strumenti linguistici offerti dai moltissimi femminismi che si sono assunti la responsabilità di una lettura situata e non definitiva del presente, si sono avvalsi della stessa idiosincrasia in cui carne, viva e vulnerabile (e qui si intendono comprese tutte le vulnerabilità colonizzate e colonizzabili) trovino lo spazio e il riconoscimento di una propria memoria genealogica che prima deve passare per un linguaggio che sappia nominarle in un modo quanto più prossimo alla loro essenza precipua.

Anna Maria Ortese a questo proposito scriveva che per sottrarre a qualcuno la percezione di essere in diritto di praticare la propria identità, è sufficiente privarlo del suo linguaggio originario. Questo significa privarlo del diritto di esprimere la propria soggettività e di sentire propria e ben addentra alla Storia collettiva, la sua personale vicenda. Avvezzare qualcuno a non porsi la questione in questi termini è un atto colonizzatore a prescindere se a compierlo sia un uomo o una donna, uno Stato, un padre, una madre, una religione, un partito politico, una comunità, una razza, un’ideologia.

Giusto per aprire una parentesi sul mio lavoro relativo alla poetica di Elena Ferrante di prossima pubblicazione, personalmente ritengo che una parte del successo riscosso dall’opera di questa autrice arrivi dal fatto che la sua immagine esista perché è invisibile. Di un’invisibilità che assume contorni molto simili a quelli espressi da Braidotti quando parla dell’invadenza di una telecamera che viola tutti i limiti e non lascia neanche più spazio, o necessità, alla memoria. La mancanza dell’immagine di una donna che scrive, così acutamente connotata soltanto dal linguaggio che essa produce, ha creato lo spazio di esistenza per una moltitudine di argomenti che stava lì da sempre, ma che prima era continuamente smorzata in virtù del suo carattere endemico posto agli antipodi rispetto all’imperio dell’assolutismo, della violenza colonizzatrice, del sessismo.

Questo è un discorso che ho ricostruito a posteriori. Quando ho scritto le poesie di Annina tragicomica nel 2016, sono partita da un sentimento della natura e da una necessità di convivenza con il mondo animale tutti miei e da un amore totale che non saprei come collocare e neanche voglio. Tuttavia dalla poesia intesa per come l’ho sommariamente spiegata e da molte letture di allora (fondamentali per una maggiore comprensione dell’opera di Elena Ferrante negli anni) andavo a chiudere un cerchio fondativo per me, me ne accorgo adesso più che mai. C’è una poesia tra le settanta contenute in  Annina tragicomica che per me rappresenta a posteriori una specie di serpente che si morde la coda, cioè testa e coda, inizio e fine situati nello stesso punto soltanto per esprimere una qualche inoppugnabile continuità. La poesia si intitola Città e va a inaugurare la sezione audio che ho creato sulla homepage di questo sito.

Città, Annina tragicomica, Formebrevi 2017

Alberi e poesia


Ecofemminismo per me come poeta significa molte cose. Che gli alberi poi abbiano una voce e che questa sia accostata al linguaggio della poesia in una installazione come Voice of tree è qualcosa che ha un sapore buono e pertinente ai discorsi che mi appartengono come poeta e come donna. Perciò grazie infinite a Giovanna Iorio, ideatrice e promotrice dell’installazione (e Anna Maria Curci per aver ancora una volta pensato alla mia poesia). Grazie per questo piccolo spazio sonoro tra gli alberi di Roma riservato a una delle poesie di Annina tragicomica: “Quasi tutte le notti”. Scegliendo questo testo per un luogo come Villa Borghese ho immaginato che almeno per un attimo natura, storia e memoria potessero toccarsi nel sentimento della pietà.


La Voce degli Alberi” è una installazione sonora internazionale ideata e realizzata da Giovanna Iorio, artista italiana residente a Londra.
L’artista semina nell’aria la voce dei poeti del passato e contemporanei, creando un nuovo paesaggio sonoro in cui la memoria e la letteratura si fondono alla Natura.
Le voci dei poeti, disseminate nel paesaggio con un sistema di geo localizzazione, appaiono lungo un percorso segnalato su una mappa, e si attivano grazie ad un QRCode camminando tra gli alberi. In questo modo una semplice passeggiata in un parco urbano o nel bosco si trasforma in un’esperienza emozionante e intima.

Quasi tutte le notti

da Annina tragicomica, formebrevi 2017

Dove è possibile fare questa esperienza ?

A Roma, per l’installazione “La Voce degli alberi” l’artista ha scelto gli alberi di Villa Borghese. Le poesie si accendono negli splendidi viali alberati dove torna la voce dei più importanti poeti italiani del Novecento dall’Archivio sonoro Poetry Sound Library: Fortini, Pasolini, Rosselli, Luzi, Ungaretti, Montale e tanti altri da scoprire passeggiando.
https://poetrysoundlibrary.weebly.com/
L’installazione è permanente e cresce, proprio come un albero, con l’aggiunta di nuove voci di poeti italiani contemporanei e internazionali. “La voce degli alberi” è presente anche nel Regno Unito (Hyde Park, Epping Forest), in Irlanda, in Francia (Nizza, Sète, Parigi, Marsiglia), in Italia (Parco Caffarella a Roma, Bologna, Ravenna, Giardino Comunale di Tolfa, Poesia nell’Aria a Narni ecc.), a New York (Central Park), in Nuova Zelanda e Groenlandia.

Viviana Scarinci dove

Roma, Villa Borghese

Per partecipare al progetto o richiedere l’installazione nella propria città accanto ad alberi monumentali giovannaiorio96@gmail.com
Sito Web: https://thevoiceoftrees.weebly.com/

Il codice

Sotto una buona stella

Di seguito troverete qualche pagina del romanzo della Costanza, la mia santa viva vissuta tra il Cinquecento e il Seicento. E’ probabile che impiegherò il mese di agosto in altro lavoro, perciò chiudo questa fase di scritture condivise iniziata con lockdown con un capitolo di questo romanzo infinito, cui tornerò quando possibile. Mi piace l’idea di entrare nella pausa estiva attraverso le parole appassionate di Costanza. Grazie infinite e di cuore a tutti quelle/i che mi hanno letto fin qui e che continueranno a leggermi. Chi scrive si “forma” attraverso gli occhi delle sue lettrici e dei suoi lettori, guai se non fosse così.   


Dopo la malattia che fu portatrice di quei fatti tremendi che vi dissi, compresi che quelli avrebbero costituito il precoce passaggio da una mia fanciullezza quasi inesistente a una prematura vita adulta.

Il castello nostro era isolato dalla strada che conduceva dritta a Roma e si doveva seguitare un sentiero che distoglieva il cammino del pellegrino per circa mezz’ora. Ma trovandoci comunque vicini a Roma, il nostro luogo era spesso raggiunto da viandanti. Pezzenti, predicatori cenciosi non si riusciva a distinguerli dai pellegrini diretti nei luoghi santi dell’urbe. Gente che sulla via per Roma, o proveniente da Roma, deviava quel poco dalla strada maestra per i motivi suoi più disparati e giungeva al castello nostro.

Ma anche gente nostra che per la vicinanza a Roma si allontanava e tornava con una certa dimestichezza per commercio o religione. C’era pure gente che partiva e che io vedevo e gente che tornava e io non avevo mai visto perché partita prima che iniziassi a ricordarmi di loro.

Uno di questi, un giorno, tornò da Siena che seppi fosse anch’essa città italica in quell’occasione. Lo vidi presso le scale della chiesa di San Giovanni ragionare con persone di certa Caterina. Era un uomo tozzo, con peli in abbondanza e dall’eloquio sciolto. Mi fermai a sentire e appresi che detta Caterina era zitella e santa. Ma quando chiesi, interrompendo il discorso di colui, di apprendere meglio, fui ignorata, come non avessi proferito motto.  E questo mi provocò un dispetto profondo poiché sentendo di questa femmina mi pareva di ascoltare cose nuove e quando mi accadeva di udire l’inaudito io ero pienissima di curiosità e entusiasmo.


Santa Caterina da Siena Vergine e dottore della Chiesa, patrona d’Italia. (Andrea Vanni, Basilica di San Domenico – Siena)


Io di femmine zitelle e così sante non avevo mai sentito parlare. Prima, quando ero all’età dei quattordici anni, non era come ora che nella chiesa sempre si sente qualcosa di spirituale e chi non impara è solo chi non vuole imparare.

Dopo aver sentito di quella Caterina mi ripresi d’animo che sicuramente lei mi poteva aiutare perché avendo sentito a metà i discorsi di quelli che mi avevano ignorato, pensavo che fosse ancora viva e presi ad aspettarla che se fosse passata per il castello, dove certi pellegrini passavano per andare a Roma, le avrei parlato e lei mi avrebbe insegnato. Perciò da lì in poi, all’apparire di femmine forestiere io subito pensavo che fosse lei e amarissima era la delusione quando le sentivo chiamarsi con altro nome da Caterina.

Il morire di qualcuno, a volte, segna per qualcun altro l’evento senza il quale la sua vita non sarebbe mutata mai da quella che l’avo suo gli aveva dato in consegna nascendo. Così certe vite si mantengono ferme nei pensieri e nelle strade che qualcuno ha pensato per loro, mentre i tempi sopravanzano i fatti dei viventi, lasciando certa gente così abbandonata all’effettivo morire loro e della loro canaglia, tanto sono già dimenticati dal mondo, che neanche si fa in tempo a scoprire che la vita li aveva obliati ancor prima del nascimento.

Così obliati vivevano quasi tutti al castello, luogo refrattario a quel sopravanzare sordo che il mondo mai cessa sebbene certi disgraziati sono agli arresti dalla sfavorevole circostanza del nascere loro. Così obliata nella mia ignoranza potevo restare io se non moriva l’arciprete che era nella nostra chiesa anche confessore mio, con mia scarsissima soddisfazione e pure di lui credo, pace all’anima sua. In quanto colui di me riteneva che ero esaltata e che le visioni mie neanche il demonio me le mandava ma la pazzia, perciò in breve avevo appreso a tacergli quasi tutto.

Lo sostituì alla guida della nostra chiesa e dello spirito mio, colui che fu per me la stella da cui nonostante la sua morte sia già molto antica, stanotte che sono priora da meno di un giorno mi sento tuttora guidata. Quando alzo gli occhi alla volta celeste o quando li ripongo nella regione di me più interiore, con la serena certezza di rivolgerli a Dio in entrambi i luoghi, è per via di lui che mi ci ha fatto credere. 

L’anima di don Luigi era di una tale bellezza la quale mi faceva gioire che la pianta maschile potesse crescere anche da un seme di una si cospicua dolcezza, che era tale quella connaturata nei gesti, nelle parole, negli sguardi suoi. Dolcezza e non contraddittoria fermezza che mai vennero meno con me e pure con altri. Mi diede il santissimo sacramento che l’arciprete, fortunatamente morto, sempre mi negava. E lui facendolo aggiunse alcuni avvertimenti che non avevo mai udito. Sebbene indegnamente lui me lo diede, il sacramento, la prima volta che ci incontrammo e molte altre volte ancora. E quando io feci risoluzione di abbandonarmi tutta alla sua volontà, e tutto quello che lui mi avesse detto pigliarlo per detto dallo Spirito Santo, lui mi rispose che suo non era il fine che mi comandasse. Né lo Spirito Santo ha mai per fine il comando.

Da don Luigi Baldassarre intesi che quella Caterina che popolava i miei sogni ormai giorno e notte, non poteva venire a me con sue sembianze umane perché era morta da tanto tempo. Così persa la speranza di poterle parlare, mi venne voglia di imparare a leggere al solo fine di apprendere la sua vita. Perché almeno lei mi insegnasse ad avere rimedio per i miei peccati in quanto don Luigi era allora al castello una presenza saltuaria. Ma come facevo a imparare a leggere se alle fanciulle non era d’uso insegnarlo? Pensai bene perciò di andarmi a cercare maschi che sapessero per chiedere loro di impararmi a leggere.     

Tragedia e idillio

Il segreto per stare con la poesia senza farsi prendere dal panico della non comprensibilità è lasciare la parola al suo mondo aperto, al suo tempo non conclusivo

Mentre lavoro su un articolo che riguarda il romanzo storico di Felicitas Hoppe in stretto dialogo con la traduttrice italiana di Hoppe, e amica, Anna Maria Curci, ricevo nel flusso vitale di contenuti che ci scambiamo, le tre poesie che seguono. Qualche tempo fa, quando ci siamo sentite a voce, nel torrente di condivisioni reali e fertilissime che per fortuna hanno ancora luogo con qualcuna/o abbiamo ragionato insieme sull’abuso della parola distopìa. Le tre poesie tratte da Tragedia e idillio mi hanno riportato a quella conversazione.

Se prendessimo come chiave di lettura la parola distopìa credo che avremmo una possibilità in più di cogliere la poeta Anna Maria Curci nel suo approccio con il tempo presente tuttavia mediato attraverso figure della classicità (Psyche e Creonte ) e della natura (Elce). Il segreto per stare con la poesia senza farsi prendere dal panico della non comprensibilità è lasciare la parola al suo mondo aperto, al suo tempo non conclusivo. Del resto personalmente credo che non sia solo la poesia a chiedere di essere letta in questo modo.

Secondo una definizione comune la parola distopìa descrive la formulazione di una realtà immaginaria del futuro. Il romanzo distopico, ad esempio, è frutto di una previsione futura che si articola su elementi del presente i cui possibili sviluppi si prospettano nel senso di una pericolosa distorsione degli equilibri che non consentono all’umano una prospettiva di sviluppo auspicabile e positiva.

Ma quale può essere un metodo attraverso il quale l’immaginazione di una narratrice, o in questo caso di una poeta e traduttrice, formula una realtà fittizia del passato secondo la logica di una previsione in merito a figure mitologiche che sappiamo avere già avuto il proprio scenario in un altrove tutt’altro che presente? Una realtà postuma di cui in senso lato siamo comunque gli eredi culturali ma di cui la poeta ci fa pervenire notizia attraverso un’indagine che rende il perpetrarsi dell’umano in uno spazio tempo molto ridotto.

Non credo sia un caso che la terza poesia Elce prospetti l’immagine di un rifugio/riparo dalle temperie di un viaggio spazio/temporale in un’altra lingua non-madre rappresentata da un albero. Come se la lingua altra, la lingua dell’altra, fosse tutta nell’incubazione di quelle stanze secondarie, naturali, in cui cova un’alterità nativa, potente e anti-familiare, cui parlando dall’altrove pressoché murato della soggettività la poeta legge per tutte/i  una rivelazione che non può non riguardare il qui e ora.


Tragedia e idillio è un binomio che traggo dalle considerazioni che György Lukács formulava per indicare i due poli tra i quali si muovono le opere – le poesie così come le novelle –  di Theodor Storm.

Come in situazioni, personaggi e contesti nell’opera di Storm, così nelle espressioni del pensiero di ogni epoca è presente una parte irriducibile di scontro, di attrito, di resistenza a soluzioni imposte, a versioni di comodo, solo apparentemente pacificatorie. È una parte che si accompagna alla solitudine, alla messa al bando, all’esclusione. È una parte che percorre gli abissi e le vertigini del tragico e che, d’altro canto, sa distinguere tra ciò che è materia tragica e l’osceno.

Quelli che attraversiamo, e che ci attraversano, devastando e scarnificando a piccoli e grandi passi, sono i tempi dell’osceno. Per quanto tranquillizzante possa apparire, per quanto impomatate siano le sue chiome e curata la sua dizione, l’osceno – la devastazione, lo squartamento, il crimine perpetrato con la menzogna – preme sulle suture. Il liquido fetido che ne fuoriesce è percepito, tuttavia, da chi sarà murato vivo per aver raccolto le spoglie dell’umano, per aver dato voce al lutto rimosso dalla tracotanza, faraonica o meschina, faraonica e meschina.

Eppure, avvertire anche dolorosamente il conflitto, l’agone, non sopprime il desiderio. Tutt’altro: «Un desiderio non esaudito non è una perdita, è un valore aggiunto», ha affermato in più occasioni la scrittrice Felicitas Hoppe. Di questo valore aggiunto del desiderio si nutrono i sensi desti alla parola, sguardo e ascolto attenti a cogliere tracce dell’ideale agognato nel fenomeno, assorti e tenaci nel perseguire «serena irrequietezza».

Per il nucleo iniziale di Tragedia e idillio devo un grazie a Fiammetta Bardelli, per il nostro comune progetto Mai innocua parola e per le conversazioni sul sacro e sul tragico, su hybris e rimozioni; un grazie a Fabio Michieli, per il guizzo della poesia e il dono dello studio, nel lavoro comune, ogni giorno; un grazie a Viviana Scarinci per la sua scrittura (il mio pensiero va immediatamente alla sua Annina tragicomica) e il suo lavoro instancabile su dinamiche e rappresentazioni, su stereotipi e svelamenti.

Anna Maria Curci, 15 luglio 2020



Psyche, 10 luglio 2020

Sussurra la sua voce tra i nastri

– scampati nudi alle quinte di bufera  –

folle d’Amore per un’eco celata

nel sogno di fondali inesistenti.

S’immerge per lei ch’è inabissata

chi esplora le anse e i fondi del volere

– brama coatta deriva di corrente  –

e recupera il filo e la parola.


Creonte, 11 luglio 2020

trapela il ghigno sotto l’arco del ciglio

massaggiato dal belletto di scena

gonfia di cifre nascoste la dizione

tira sui fianchi preme sotto i punti

è livida la piena di potere

mentre s’azzuffa la ciancia della brama

con altra ciancia

stridulo lo squittio dell’ombelico

diventa diceria addomesticata

sotto la calce viva

voce smorzata

di chi raccolse spoglie


Elce, 12  luglio 2020

Hanno attaccato al tronco una striscia

con l’altro nome tuo, quello maschile,

e “quercus ilex”, la doppia firma:

rifugio saldo, ramo sporgente,

appiglio a chi accede in altre stanze.

“Quercia di pietra”  ti chiama un’altra lingua.

Una pena? Un passaggio? Un cambiamento?

Su squarcio di domande e all’erba secca

in silenzio offri ombra e riparo.


Politiche dell’inadeguamento

Per quasi dieci anni ho gestito il fondo librario di poesia contemporanea che è stata un’attività di tipo associativo supportata dalle istituzioni (scuola e comune) e anche da un forte consenso della comunità locale in cui sono nata e vivo.  La pandemia come per tutti è stata uno spartiacque anche per me. Questa necessità che ci ha colpito, di cercare di riorientarsi alla luce di un evento così imperscrutabile, si è confrontata nel mio caso di intellettuale con tutti i ruoli che come donna, mi si richiede di incarnare. Ma anche e inevitabilmente con il lavoro, le scritture e le esperienze relazionali che hanno contraddistinto il periodo in cui il massimo impegno che ho profuso, figli a parte, è stato quello della gestione del fondo librario di poesia e delle sue attività. La mia personale collusione con la poesia, insomma, mi ha condizionato non poco in termini di responsabilità.

Questo potrebbe sembrare una contraddizione per coloro che pensano la poesia allocata in un ipotetico altrove. Cioè non strettamente connessa a un modo di intendere la realtà che comprende i linguaggi che competono la società, l’ecologia, l’economia, l’oppressione di tutte le minorità. E soprattutto per coloro che disdegnano il linguaggio diciamo ‘basso’ non capacitandosi della stringente necessità di ammetterlo in un discorso condiviso tanto letterario quanto sociale che sia intragenerazionale, interclassista e interraziale.

Diversamente non si avrà difficoltà a seguirmi se si pensa la poesia come io la penso, e come la pensava Nadia Campana cioè come qualcosa che consente di vedere quanto si rende ammesso al dicibile, e mutare tutte le volte di conseguenza i registri del linguaggio entro i temi e gli agenti incontrollabili più o meno conclamati che ci investono.

Nadia Campana (1954-1985) è stata una figura importante nel panorama della poesia e della traduzione italiana ma come molte intellettuali donne, messa al margine dalle non alternative imposte dal tempo in cui è vissuta.  Campana professava attraverso i suoi saggi e le sue traduzioni di Dickinson, Brontë, Cvetaeva il modo precipuo in cui la poesia e la letteratura si configurano attraverso il corpo e la condizione femminile. Ma anche l’impossibilità per la poesia e la letteratura femminile di essere apertamente e direttamente gravate della responsabilità politica e sociale pretese dalle ideologie del suo tempo. Campana ascriveva fiduciosamente alla bellezza, che secondo la poeta ha un rilascio lento, il compito di sortire i suoi effetti, all’interno di quel continuo mutare di cui sopra.

Mutamento che però ai giorni nostri, i fatti del presente mostrano come l’estensione di una complessità di cui i corpi contemporanei subiscono conseguenze dirette che sfumano nell’ignoto e nel paradossale. Vedi gli effetti della profondissima crisi economica che non molla la sua presa, della recente pandemia e dei cambiamenti climatici sul particolare della vita di ciascuna/o.


“Anche il discorso sulla letteratura femminile, che prima abbiamo sfiorato, ci pare ora viva su fondamenti eccessivamente rigidi e contrappositivi. Se fosse vero che il linguaggio delle scrittrici è solo orizzontale e troppo legato al corpo non avremmo altre artiste eccellenti seppur passionali come Gaspara Stampa, Marina Cvetaeva, le sorelle Brontë. La poesia autentica è più forte dell’ideologia e la violenza dispotica di ogni interpretazione, politica o psicanalitica che sia, spesso è incapace del principio di individuazione, di scorgere il particolare nel generale, riducendo tutto a un deja vu senza appello. Inoltre resta da chiedersi se è giusto sovrastare la figura di una poeta-donna con forme di responsabilità sociologiche e politiche così gravi. Pretendere insomma che cambiasse un orizzonte di pensiero, e se non sia più giusto puntare lo sguardo sulla poesia e sul coraggio che questo lavoro imponeva a quei tempi come in tutti i tempi. La bellezza è di per sé rivoluzionaria e suoi semi portano frutti, anche se non nell’immediato, perché i modi della sua trasmissione non sono così semplici come avviene per i sistemi di pensiero più innocui. Del resto questo racchiudere la poesia in griglie ideologiche ha sempre significato rimozione”

Campana viveva con piena coscienza la necessità di un principio di individuazione estraneo all’ideologie di segno diverso tra loro, ma custodi tutte di un carattere esclusivista che nessuna poetica culturale, a mio avviso, dovrebbe più consentirsi. Scrive Campana in merito a una delle possibili definizioni dell’agire poetico: fa parte di un gioco tragico quello di non lasciare che le immagini vengano strutturate dal pensiero o dal credo politico gettandosi invece contro le cose fuori dall’adeguamento e dalla registrazione.

Era soprattutto questo ciò che scandiva a chiare lettere Campana anche attraverso il suo destino personale, situandosi come corpo scrivente in questo gioco tragico con lucidità e sacrificio. E a mio parere anche segnando una possibilità di individuazione ancora più precisa per il corpo femminile scrivente articolato entro quel rilevamento linguistico che pure non si adeguava.

Molto interessante e a mio avviso assonante in questo senso è il contributo di Elvira Federici, presidente della Società Italiana delle Letterate che attraverso un articolo pubblicato per Letterate Magazine l’11 luglio scorso, analizza il celebre grafico della ciambella dell’economista inglese Kate Raworth. La studiosa è conosciuta per il suo lavoro che descrive come un modello economico in equilibrio, i bisogni umani essenziali e i confini planetari conosciuti dalle scienze umane, sociali e naturali. Federici nella descrizione del fondamentale contributo di Raworth conclude che un modello come quello dell’economista inglese, una rappresentazione cioè in grado di rilevare un numero più alto possibile di variabili e interazioni, costituisce quanto di più auspicabile in termini necessariamente cooperativi tra persone e specie.

Questa rubricazione dei vari piani del linguaggio specifico all’interno di una visione estesa e multidisciplinare non può non essere tenuta in considerazione da chi si occupa di poesia, là dove poesia è da intendersi come mutuabilità del proprio linguaggio entro una visione esterna di tutti i linguaggi per mezzo dei quali agisce il reale. Allo stesso modo non si può non tener conto della società in termini di diseguaglianze di genere, razziali, economiche e dei gruppi che costituiscono il tramutarsi di queste disuguaglianze in risultanti culturali non pervenute a ciò che intende se stessa come cultura universale.

L’emergenza climatica è rilevabile all’interno degli agenti che condizionano l’equilibrio naturale immediatamente fuori dalle grandi città. L’esperienza precipua che il corpo femminile scrivente, e non scrivente, quotidianamente compie entro tutti i ruoli che competono al suo agire configura una consapevolezza la cui precisazione oltranzistica è doverosa, soprattutto ai fini di una responsabilità generazionale che riguarda donne e uomini i quali consentono al proprio agire una posizione situata e fluida.

Perciò nel mio piccolo sto immaginando daccapo un lavoro redazionale e organizzativo per Contemporanea – fondo librario, con tempi diversi da quelli frenetici imposti dal blogging ma con una cura d’eccezione ai contenuti e alla loro presentazione grafica. In quest’ottica mi pare un’opportunità del tutto connessa alle necessità nuove di questo presente, quella della pubblicazione di testi di interesse al discorso di cui sopra, quella dei rapporti con le scuole e le università, ma anche l’organizzazione di eventi e promozioni di materiali connessi a tutto questo.

Ciò perché ancora credo che siano scelte indispensabili a una poetica, e quindi in questo senso diversamente politiche, tutte quelle relative al non adeguarsi dei linguaggi per mezzo dei quali ci si relaziona comunemente con il mondo di fuori. Non adeguarsi alla frenesia e alla sovraesposizione del corpo scrivente secondo le modalità prevalenti, non adeguarsi alla necessità di consenso che inevitabilmente agisce e tradisce l’eventuale originalità dei contenuti.

Penso che a questo punto sia più importante che mai la partecipazione ragionata come intellettuali su web e ciò che potrà ancora significare la partecipazione dei nostri corpi alla vita pubblica. Partecipazione reale che non potrà esimersi dal costituirsi come presenza agita attraverso la consapevolezza del percorso fatto da altre e altri in quello che possiamo considerare ormai passato. Ma allo stesso tempo aderendo quanto più consapevolmente possibile alle contingenze del presente, qualsiasi sia l’azione poetica, sociale e lavorativa all’interno della quale si abbia un ruolo.

Come se ci fosse un domani. Il lavoro culturale

“È importante a questo punto porre ancora una volta l’accento sulla parola “disturbo” anche nei termini di interferenza linguistica con la quale uno stile di analisi e un testo narrativo possono essere consapevolmente condotti”. Esce oggi su Il lavoro culturale il secondo articolo per il tema Ecologia Femminismi e Futuro. In questo contributo offro una delle letture possibili di Femminismi futuri edito da Iacobelli editore. Grazie mille a tutte le molte persone che negli ultimi mesi si sono sentite coinvolte con me in un discorso comune e necessario. Grazie alla redazione de Il lavoro culturale per i loro orientamenti sempre opportunamente scanditi, l‘accoglienza e la serietà. Leggi l’articolo.

Qui l’articolo precedente da intendersi come prima parte di quello in uscita oggi.

Ecofemminismi. Il lavoro culturale

ARTICOLO 1. Ecofemminismi

Qual è stato il peso di questi stereotipi legati al carattere universale della scienza? E quanto hanno potuto agire entro il senso comune, spingendosi fin dove il pregiudizio, legato a ciò che è scientifico e a ciò che non lo è, è stato inteso come oggettivamente valido in molti ambiti dell’esistenza? Una considerazione di questo tipo oggi più che mai si staglia come un elemento di riflessione che va considerato prioritario, in quanto non riguarda solo i movimenti ecofemministi nella loro pluralità, né un punto di vista che interessi una qualche distinzione di genere, specie, razza, orientamento sessuale e/o politico e così via.


Oggi su Il lavoro culturale esce il primo di due articoli che ho pensato e proposto come condivisione di una mia riflessione sul presente. Storie che creano mondi e mondi che creano storie. Disinnescare il rapporto tra scienza e mascolinità per rendere pensabile il futuro è il primo dei due articoli. Grazie infinite alle autrici di Femminismi futuri e alle organizzatrici del circolo di lettura Aperitivo con libro per aver creato quell’occasione così fervida di dialogo e di attenzione reciproca che è stato l’incontro su Zoom del 14 giugno scorso. Grazie infinite alla redazione de Il lavoro culturale per aver permesso che alcune mie riflessioni intorno all’ecofemminismo e al libro Femminismi futuri avessero seguito.


Anteprima Ferrante su Leggendaria #141-142

Il numero doppio #141-142 di Leggendaria a tema Scuola, torna a settembre pubblica in anteprima il primo capitolo del mio libro di prossima uscita da Iacobelli editore, Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo. Nell’ambito di questo numero di Leggendaria sono stati infatti realizzati tre interessantissimi focus: Democrazia, Eterossessualità, e Elena Ferrante. Ben 100 pagine con la versione in Pdf a colori!

Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo sarà pubblicato a settembre 2020 a cura di Anna Maria Crispino, direttore di Leggendaria e socia fondatrice della SIL-Società Italiana delle Letterate, e comprende l’illustrazione ragionata di tutto il mio lavoro di ricerca e rielaborazione sull’opera e sulla figura pubblica di Elena Ferrante a partire dal mio primo intervento per SIL – Società Italiana delle Letterate nel 2012, e i successivi lavori per Doppiozero e Il lavoro culturale, passando per la pubblicazione in Germania di Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante da LAUNENWEBER Verlag e per la relazione al convegno internazionale Elena Ferrante Genealogie e archeologie del XX secolo Università di Lipsia novembre 2019, fino all’analisi dell’ultimo libro di Elena Ferrante La vita bugiarda degli adulti.


14 giugno ore 19 Femminismi futuri

Sono davvero lieta di poter raccontare perché a mio avviso sia importante leggere un libro come Femminismi futuri edito da Iacobelli editore per meglio comprendere il delicato momento che stiamo attraversando ma non solo. I saggi presenti in questo libro sono di particolare interesse anche per tutti coloro che si occupano di narrativa, poesia, filosofia, arte e ecologia e fossero interessati a comprendere quali direzioni altre poter intraprendere alla luce di questo presente nuovo di zecca. L’incontro sarà inoltre arricchito dalla presenza di alcune autrici del libro in dialogo con noi. Anna Maria Curci, Patrizia Sardisco, Cristina Polli e Contemporanea fondo librario vi aspettano!

Per partecipare all’evento gratuito scrivere a annamaria.curci@tiscali.it

Per leggere l’articolo in cui tra l’altro mi riferisco al libro

Per acquistare Femminismi futuri in formato digitale o cartaceo

Modi seri di stare in contatto con il problema

“cosa facciamo nel presente, ma, soprattutto, quanto oltre si può andare nel ricostruire il passato di una nazione, di una comunità, per avvicinare un futuro che sembra impensabile” Femminismi futuri, Iacobelli editrice 

Da lettrice accanita in questa fase 3 così satura di incognite sono ricorsa ancora di più ai libri. Così ho trovato particolarmente interessante e per certi versi confortante, incrociare la lettura di due testi che nella loro connessione, amplificano l’attualità di alcuni temi a partire da un’analogia vitalistica relativa all’esigenza di pensare a un modo di narrare storie più confacente agli orizzonti complessi che si vanno delineando.

Pensare, pensare dobbiamo, prescrive Donna Haraway l’autrice di uno dei due libri di cui sto parlando. Not Nero Edizioni nel settembre 2019 pubblica in Italia Chtulucene, sopravvivere su un pianeta infetto traduttrici Claudia Durastanti e Clara Ciccioni. Un libro fondamentale, da leggere ora più che mai ma la cui lettura va preceduta o accompagnata a mio avviso necessariamente da Femminismi futuri. Teorie, pratiche e fabulazioni, edito da Iacobelli nel 2019 a cura di Lidia Curti con Antonia Anna Ferrante e Marina Vitale.




Dalle avvincenti complessità che nascono dall’incrocio di queste due letture mi piacerebbe sviluppare un discorso più ampio tuttavia al momento mi limiterò alla descrizione di un evento importante che in parte mi ha aiutata a comprendere meglio alcuni dei molteplici risvolti di qualcosa di cui sarebbe respons-abile (utilizzo una delle traduzioni possibili di una parola inventata da Haraway) da parte di ciascuna/o essere informate/i.

Il salone internazionale del libro di Torino 2020 quest’anno in versione Extra ossia in versione distanza sociale, ha ospitato un intervento a distanza di Donna Haraway che con un’intervista rilasciata a una delle sue traduttrici Claudia Durastanti e a Loredana Lipperini illustra i contenuti di Chthulucene pubblicato negli Stati Uniti nel 2016 con il titolo Staying with the Trouble: Making Kin in the Chthulucene. Il libro è risultato una delle letture più popolari in Italia durante la fase del lockdown ed è definito, a volte, come la svolta ecologista dell’autrice di Manifesto cyborg.  

Nell’intervista Haraway innesta i contenuti di Chtulucene alla realtà odierna della pandemia, stimolando ancora una volta in chi ascolta e legge Haraway la necessità di un ribaltamento del pensiero su cui poggiano i capisaldi del nostro presente biologico e culturale di individui. Infatti dalla preziosa intervista si evince veracemente la capacità di Haraway di stimolare una revisione dei fondamentali di una logica della sopravvivenza da lungo tempo nutrita da automatismi culturali, pratiche e sistemi spesso inconsapevoli e inevitabili per chi li subisce, e ormai in tutta evidenza da intendersi dannosi.

Come praticare davvero la possibilità di incontrare qualcosa che non siamo noi stessi nell’approccio con il mondo al di fuori del nostro pensiero? Come praticare un intendimento di solidarietà inter-specie per fare in modo che l’eccezionalismo umano esca fuori dal quadro generale e non si presenti come fenomeno sempiternamente prevalente? Come non consentire più a questa prevalenza di eclissare la totalità dell’orizzonte, da qualsiasi prospettiva lo si stia guardando? Come stare a contatto con il problema costituito da un mondo tanto artificiale quanto ereditato sia in termini biologici che culturali, il quale mai come in questo momento mostra limiti a ogni prospettiva futura di fattibilità?

Nell’intervista tra l’altro Haraway illustra in modo diretto una solidarietà non concettuale del vivere insieme all’altro-che-non-è-umano (inteso come animali/ambiente/natura) che va molto oltre una visione semplicistica dell’ecosostenibilità: “riguardo al virus c’è tutto un approccio orientato al nemico invece di dire: aspettiamo un attimo, questo è un segno e forse non soltanto un segno di ecologie socio naturali completamente sballate, il nostro modo di stare con la multispecie è sballato”.

L’altro punto fondamentale sollevato da Haraway è il tema della giustizia riproduttiva come di assoluta pertinenza al discorso femminista declinato nel motto spiazzante e controverso: “generate parentele e non bambini”. Nell’intervento al Salone il significato di questo motto è spiegato da colei che lo ha elaborato in termini speculativi, con una limpidezza inarrivabile.  Di qui si definisce come necessaria la precisazione dell’autrice rispetto al passaggio simbolico dall’apertura del Manifesto Cyborg come testo non solo femminista, all’approdo e poi all’illustrazione attraverso Chtulucene di una pratica eco-femminista del tutto contemporanea e liberata dai fraintendimenti e dalle critiche mosse all’autrice in passato e nel presente.

A questo proposito trascrivo letteralmente un aneddoto significativo tratto dall’intervento di Haraway al Salone in merito alle differenze tra femminismi, e quanto, questa insistente intransigenza rispetto alla differenza costituita dall’altra, possa essere stata nociva e controproducente per tutte in termini relazionali, intellettuali e speculativi. Trovo particolarmente significativa la lettura di questo brano ora che il pensare insieme, il pensiero (intra)specie, (intra)specifico, dentro e fuori il genere e i generi è più o meno riconosciuto, non soltanto grazie a Haraway, come un aspetto necessario per stabilire un contatto con la problematicità del presente a prescindere da ogni altra considerazione specifica.

“Ero in contatto con le femministe marxiste italiane della sinistra italiana che si occupavano del lavoro, ricevevo notizie dalle femministe tedesche. Non conosco abbastanza i nostri reciproci movimenti, forse è questo. Credo anche che ci siano straordinarie differenze. Per esempio molte amiche femministe europee, nutrivano un disprezzo per l’eco-femminismo, come se l’eco-femminismo fosse un movimento retrogrado, naturalista fatto da donne che venerano la dea. Se fossi una persona religiosa adorerei una dea. Come se l’eco-femminismo fosse una cosa semplicistica e non lo è mai stato. È sempre stato un movimento ricco e complesso. Credo che per alcune femministe europee è stato difficile comprenderlo, almeno tra le persone delle mie cerchie. Ricordo di aver tenuto una lecture a Firenze. Un gruppo di femministe romane ha preso il treno per venirmi a sentire. Era un periodo in cui stavo lavorando a The companion species manifesto [ndr :Dogs, People, and Significant Otherness poi edito da University of Chicago Press nel 2003] in cui parlavo di cani. Le femministe romane amavano il Manifesto cyborg, quello era il vero marxismo femminista, teoricamente robusto, un pensiero strutturato che io avevo completamente distrutto buttandomi su un pensiero naturalista tra le nuvole e fissato con i cani: potevo essere considerata ancora femminista? Non c’era niente nei cani a cui le femministe potessero essere interessate. Erano molto accigliate, molto sofisticate, io mi sono sempre sentita in soggezione tra le femministe romane, erano vestite sempre molto meglio di me, avevano un aspetto molto sofisticato erano in grado di parlare della teoria in modi in cui io non sono mai stata capace, ero spaventata a morte da queste femministe romane, che erano venute a posta a sentirmi e erano molto molto turbate da una femminista americana in comunione con la natura che ama le dee e porta a spasso i cani. Esagero ma sto esagerando solo un po’, più che un ritardo direi che c’era una distanza. Vivevamo nello stesso periodo di tempo ma c’erano fortissime differenze di stile, nell’uso delle metafore, nei modi di pensiero, nell’imparare ad ascoltarci a vicenda. La verità è che avevamo paura l’una dell’altra. Io so che ne avevo di loro. Loro erano sulla difensiva rispetto a me. C’è voluto tempo e un po’ di senso dell’umorismo per imparare i reciproci femminismi senza essere giudicanti.”

Il pensiero di Donna Haraway in Chtulucene liberandosi da molti legacci ideologici,  è una specie di grèdiente che in poesia illustrerebbe  ciò che è necessario  sottacere in termini di metodo, là dove il metodo si legasse a una procedura e non al contatto con lo stato delle cose e alla percezione della loro instabilità nella possibilità di essere riferite. Per questo trovo fondamentale al fine di colmare quel gap di conoscenza/convivenza intraspecifica cui Haraway si riferisce, un libro come Femminismi futuri. Il libro consiste in una raccolta di saggi di Silvana Carotenuto, Roberta Colavecchio, Lidia CurtiAlessandra FerlitoAntonia Anna Ferrante, Anna GreenspanSuzanne LivingstonLuciana Parisi, Stamatia PortanovaOlga Solombrino,  Tiziana TerranovaMarina Vitale, nell’introduzione una delle curatrici, Lidia Curti, scrive: “L’apertura a nuovi orizzonti analitici ed epistemologici arricchisce l’ambito politico e filosofico di un insieme di differenze molteplici e non di istanze singole e separate nella lotta alle disparità sociali. L’intersezionalità, termine coniato dalla giurista africana americana Kimberlé Cranshaw all’inizio degli anni Ottanta e ripresa da Angela Davis in tutta la sua opera e militanza, era stata ancor prima sottolineata da bell hooks e Audre Lorde, che avevano descritto il nodo complesso tra diverse identità e oppressioni. Il recente Manifesto Xenofemminista (Laboria Cuboniks, 2016) ricorda che l’attuazione dell’intersezionalità è una modifica dell’universale che non può essere imposta dall’alto ma costruita dal basso, seguendo itinerari laterali e talvolta disagevoli”. Femminismi futuri è di particolare interesse anche perché il riferimento alla fiction e alla produzione artistica informata di un approccio al reale suggerito da pensatrici come Haraway, ma non solo da Haraway, schiude scenari formidabili per tutti i generi e le scritture contemporanee. Il testo nasce dal lavoro di un gruppo di lettura e di ricerca nell’ambito del Centro di studi postcoloniali e di genere dell’Università Orientale di Napoli, che ha affrontato testi teorici e critici del femminismo recente, dal cyber- e xeno-femminismo alla nuova ecologia di Donna Haraway. L’indagine parte dalle svolte antropologiche e biologiche degli ultimi decenni. L’analisi dei testi riguarda perciò romanzi fantastici e di fantascienza speculativa femminile: Joanna Russ e Angela Carter, Ursula Le Guin, Octavia Butler e Nnedi Okorafor, fino all’arte afrofemminista. Bellissimo tra gli altri saggi bellissimi La scrittura vegetariana di Han Kang di Silvana Carotenuto. Insisto: sono assolutamente da leggere sia il libro di Han Kang La vegetariana sia ciò che mirabilmente ne scrive Silvana Carotenuto.


Peraltro domenica 14 giugno alle 19 avrò il piacere di introdurre Femminismi futuri  nell’ambito di  un  ciclo di incontri “Un aperitivo con libro” organizzato da Anna Maria Curci, Cristina Polli e Patrizia Sardisco sulla piattaforma Zoom (info per partecipare annamaria.curci@tiscali.it ).


Il mio lavoro sui due libri continua saturo di svolte e rimandi pressoché infiniti tanto da chiedermi se riuscirò a concretizzarlo in una scrittura terza. Ma questo importa di meno, ciò che conta, sia detto in termini soggettivi e personali, è aver rinvenuto le coordinate e di stare assistendo all’emersione, di un’intersezione di linguaggi non nuovi né futuri perché la scrittura e il pensiero delle donne li portano da sempre strutturalmente incisi nelle modalità di orientamento che richiede il presente per essere letto e il futuro per essere concepito. Non per niente quella che venne chiamata, fraintendendola, la svolta animalista e ecologista dell’ultima Ortese, salvo felici eccezioni, non venne mai considerata nella prospettiva di un esorbitante anticipo che la scrittura di quella grandissima autrice italiana aveva già iniziato a delineare in termini di lettura storico politica della società del suo paese con Il mare non bagna Napoli. I tempi non erano maturi, fenomeni storici e politici forti del loro eccezionalismo umano e centralità mai avrebbero considerato un’interlocuzione che sollevandosi e prendendo la parola dal margine non mentiva se stessa, riguardo l’origine e il valore della propria marginalità. Del resto una donna che scrive è una bestia che parla, sosteneva molto tempo fa Anna Maria Ortese.


L’intervento integrale di Donna Haraway al Salone del libro extra 2020

Costanza

Visto che non si vive né si muore di solo covid, oggi cambio argomento e pubblico per le amiche e gli amici che mi seguono e non si spaventano di leggere un po’ più a lungo, due capitoli del mio romanzo. Costanza è il nome di battesimo della mia protagonista ma è anche la sua principale virtù. Le ho dato questo nome perché a mio parere due sono le virtù dei forti: l’attenzione e la costanza per l’appunto. Per la mia protagonista ho cercato di declinarle entrambe al femminile a partire dal nome. Un po’ perché mi piacerebbe credere nell’onomanzia che è una pratica magica antichissima basata sull’interpretazione etimologica, simbolica e numerica del nome di una persona. Mi interessa come l’onomanzia abbia sempre avuto una doppia funzione, una per individuare presagi legati a un nome già imposto da parenti ignari e l’altra per la scelta di parenti magicamente consapevoli, di un nome per una nascitura o un nascituro che non le/gli fosse nemico.


Nemesi

Esistono momenti in cui si deve fare qualcosa di tremendo per ristabilire una giustizia che induca il cosmo a cambiarti il destino che ingiustamente ti aveva assegnato alla nascita. Ed io compresi di doverlo fare, di fare ciò che mi parve tremendo, quel giorno di tanti anni or sono in cui mi trovai al cospetto dell’eccellentissimo Cardinale Giulio S. che chiedeva a me, povera Costanza, qualcosa che io sapevo di non poter rifiutare a lui e neanche a me stessa, se volevo cambiarmi la sorte dal punto in cui Iddio o il Maligno mi avevano incagliato nascendo dove dissi, e tra la gente descritta come parenti miei.

Stanotte lo ricordo vividamente come fosse accaduto da poco ma in effetti sono passati molti anni, sebbene già fossi in quell’età in cui se non maritata, si era meretrice o bizzoca. Ed io ero già bizzoca da parecchi anni, con l’abito da terziaria domenicana, la casa condivisa con altre consorelle, oltre che con gli orfani fratelli miei ormai quasi grandi.

Quella notte che avevo sprangato la porta già da tempo, udii un bussare leggero che non era consono a nessuno che conoscevo, né in quell’ora, né a circostanze legate alla visita di conoscenti abituali. I fratelli dormivano, le consorelle forse fingevano di dormire nei giacigli che tutte le sere approntavamo nella stanza grande che salvo quella piccola in cui era allocato il telaio, era l’unica di casa.  Mi ero già sciolta i capelli senza avere avuto però il tempo di intrecciarli per la notte. Ero al mio ventisettesimo anno e per via di certi sogni che facevo, sapevo che quello sarebbe stato l’anno in cui Iddio intendeva trasformare la mia esistenza.

Mi avvicinai alla porta, poggiai l’orecchio e quale colpo al cuore violentissimo ebbi quando udii la voce di don Luigi che sommessamente mi indicava di farlo entrare alla svelta prima che qualcuno potesse sparlare di quella visita notturna.

Nella frazione di secondo che impegnai a togliere il paletto dall’uscio il mio amore per don Luigi era riuscito a ingannare anche la veracità delle mie visioni. Da tempo sapevo che sarebbe accaduto qualcosa di irreversibile, lo avevo sognato e ci credevo perché a me i sogni solevano parlare di fatti futuri che si avveravano. Ma ormai il mio corpo, i miei pensieri terreni si erano presi in modo così violento di quel sacerdote che nell’attimo che ci volle a che io aprissi e a che lui entrasse, sapevo che se mi avesse voluto, io mi sarei data e che questo avrebbe cambiato tutto.

Perciò la visione avuta in sogno di questo cambiamento della mia esistenza che mi si presentava come vortice che strappandomi dalla terra mi traslava altrove di dove ero nata, era plausibile che potesse significare fare finalmente all’amore con colui che mi aveva fatto entrare in rapporti col Dio degli uomini.

Don Luigi entrò subito constatando che i miei fratelli e le consorelle forse dormivano, mi indicò di spostarci nella stanzetta che ospitava il telaio per non svegliarli.

“Costanza” disse a bassissima voce “ho ricevuto l’ordine da Roma che tu vada per alcuni giorni presso il monastero di Santa Cecilia in Trastevere in quanto un prelato eccellentissimo che era in rapporti stretti con Messere Padre Filippo quando egli ancora viveva, vuole conferire con te”.

Lo disse con semplicità, benigno come al solito, eliminato tutto quel sentire soverchio che in più di dieci anni passati in rapporti stretti con me che ero pur sempre una donna, mi sembrava mi avesse segnalato un suo coinvolgimento nei fatti legati alla mia persona.

Proseguì del tutto ignaro dell’atroce delusione che mi infliggeva ma anzi convinto della meravigliosa opportunità che ciò potesse rappresentare per me. Era lui che aveva descritto per lettera in tutti quegli anni le mie doti, era niente meno Messere Padre Filippo Neri che in questa descrizione aveva riconosciuto i doni che Iddio aveva elargito anche a lui oltre che ad alcune femmine amiche di Cristo che venivano chiamate Sante Vive. Cos’era una Santa Viva io non sapevo ma don Luigi me lo avrebbe spiegato il giorno successivo quando fossi andata come al solito presso la canonica a sbrigare certe mansioni che io facevo volentieri come lavare i poveri paramenti suoi e dell’altare e lustrare i pavimenti della chiesa.

“Sei contenta?” mi chiese. Gli dissi di sì, ma riuscivo solo a pensare a quanto lo sarei stata di più se invece di andarsene come già faceva, quella notte fosse rimasto.

Essere una Santa Viva

Se Costanza fosse nata come l’illustrissima Teresa d’Ávila  da una nobile famiglia che rinchiudendola in un monastero intendeva in qualche modo darle un’opportunità di ricoprire un ruolo pubblico che mai altrimenti sarebbe toccato a una femmina, avrebbe compreso di dover preferire in ogni caso la spedizione romana, piuttosto che diventare col tempo la sbeffeggiata falsa moglie del prete, facendogli da perpetua e da puttana fino a che fosse diventata vecchia. Come capitava a certe femmine che pure non se la passavano male.  Avrebbe compreso altresì quanto don Luigi avesse agito, da uomo onesto qual era, obbedendo a quell’amore superno che il Neri prescriveva ai suoi.

Filippo predicava infatti che era bene tacere i propositi buoni che si fanno e di non manifestare i pensieri, tanto i perniciosi quanto i casti, con le parole, ma dissimularli sempre si doveva. E don Luigi bisogna riconoscere che fu un campione di dissimulazione fino al punto che con gli anni finì per non sapere più quali fossero i sentimenti e i bisogni dell’homo che inevitabilmente comunque era.

Celare i pensieri al demonio, come celare si dovessero finanche a se stessi le tentazioni che certo non risparmiavano prelati più o meno giovani che fossero. I pensieri così non venivano manifestati ai demoni e il Maligno non andava macchinando nuove insidie per distruggere l’armonia tra gli esseri di comprovata fede come indubbiamente erano Luigi e Costanza.

Gli aveva scritto don Biagio fratello suo, su suggerimento del Neri proprio a questo proposito: “Per vincere più facilmente le pugne delle tentazioni ti consiglio uno speciale difetto di attenzione alla creatura femminile, in questo modo se ravvisi grazia in qualche forma sua o nel volto che dici così capace di espressione, questo non ti dia che noie, in ispecie se, come dici, il suo femminile fervore nell’onorare Cristo ti si prospetta di continuo nella confessione di lei. Ricordati fratello che tanto è maggiore la diligente distanza che a forza di dissimulare essa attenzione, tu la deradichi. E pure confessando a te stesso la tua visione sublimata di lei non è necessario di raccontarmi tutto quanto è elemento di attrazione, si come tu fai per lettera a me, a una a una quelle prerogative che è bene accantonare invece. Cioè quegli elementi spiccatamente donneschi che anche quando non sono colpe morali, ugualmente ti conviene non haverne troppa cognitione”.

Se Costanza fosse stata scaltra avrebbe già saputo da molto prima del suo ventisettesimo anno che l’essere chiamata in quel di Roma per via di volere verificare l’effettività dei doni suoi, poteva essere usato da lei in futuro per prendere parola in uno spazio più vasto della miserabile casa comune che andava favoleggiando la sua immaginazione visionaria. Avrebbe saputo che se quella sconosciuta eccellenza di Roma l’avesse riconosciuta Santa Viva, lei attraverso la enfatizzazione delle sue caratteristiche, sarebbe potuta arrivare dopo morta addirittura alla santità ultramondana, soltanto proponendosi in vita come modello non solo per le monache ma anche per le altre femmine.

Soprattutto proteggendosi con ciò da quel Sant’Uffizio che Costanza non immaginava esserle così da presso nella constatazione dei suoi doni, i quali potevano invece che farla santa quando era ancora in vita, condurla a morire arsa sul rogo proprio per comando di sua eccellenza Giulio S. che così misteriosamente l’aveva chiamata in quel di Roma. Essendo quell’eccellenza inquisitore del Sant’Uffizio tra i più noti per il discernimento necessario a ricoprire con umiltà e efficacia quel compito.

Le Sante Vive proclamate tali dal Sant’Uffizio romano furono in tutto 95 tra il 1581 e il 1791. Lo stesso Cardinale Giulio S. fu un campione nel riconoscere o smentire quelle caratteristiche che erano uguali per tutte, sempre le stesse. E il Borromeo Federigo ancora più di Giulio le fece quelle femmine, oggetto di personalissimo interesse per tutta la sua esistenza.

Fin dalle prime lettere che Luigi aveva inviato a don Biagio e che costui non tardava di mostrare al Neri, alcune di queste caratteristiche erano riscontrabili in quella fanciulla plebea nata Costanza Giorgi. Perciò ben presto da Roma fu chiesto a don Luigi di accertare se le visioni di cui parlava la fanciulla potessero essere definite estasi o rapimenti e se all’improvviso le si illuminasse il capo, quasi a voler prefigurare l’aureola futura.

Poi anno dopo anno, il fratello di Luigi che era nel frattempo diventato una specie di segretario del Neri, con lettere dai contenuti sempre più precisi, aveva indicato a don Luigi di insegnare alla fanciulla le pratiche di mortificazione del proprio corpo ad esempio il cilicio, e la disciplina, che è una frusta con cui i credenti si colpiscono a sangue mentre si concentrano nella preghiera. Tra le mortificazioni del corpo fu indicato a Luigi di indagare la disponibilità della fanciulla a dormire per terra, che già vi dormiva senza problemi, dato l’angusto e sovraffollato spazio in cui viveva.  Di dormire poco o niente ponendosi in veglia penitenziale, che comunque la fanciulla era insonne di suo. Di mangiare poco, che comunque poco da mangiare aveva. Di preferire pane e acqua, aggiungere cenere al cibo insomma una serie di cose che avrebbero teso a non far esercitare alla promettente e ignara giovane i cinque sensi suoi che erano le cinque porte attraverso cui il Maligno avrebbe potuto introdurle nel corpo il peccato.

Per la verità il buon Luigi riconosceva che i cinque vivissimi sensi della sua protetta, non dovessero essere mortificati fino all’umiliazione, perché la sua condizione di vita la mortificava già verso un abbassamento dell’io in tutte le sue manifestazioni. Ma tutto ciò che Don Luigi spiegò di fare su indicazione di prelati molto più alti di lui, Costanza negli anni diligentemente lo fece perché con la mortificazione dell’io le parve emergere una supremazia del principio spirituale che la faceva sentire molto più forte di quando l’imperativo dei desideri faceva da padrone e lei avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di essere per un attimo guardata di altro sguardo da quello consueto con cui don Luigi, ostentatamente la oltrepassava.

Così di giorno in giorno fu pienamente comprovato dai due, ognuno per proprio segreto conto, che lo spirito deve mortificare la carne perchè così si emancipa dall’attrazione delle cose mondane a cui la materialità del corpo continuamente vira. O così può sembrare che avvenga a certe di queste Sante Vive quando dimostrano un atteggiamento repressivo nei confronti del corpo, e associano a questo, una regressione ad uno stato infantile. Molte di queste sante venivano infatti descritte come bambine da chi le conosceva, cioè innocenti, fanciulle.

Ma noi qua per onestà di narrazione dobbiamo riportare come unica smentita di tanta conclamata e precoce santità vivente che né prima né poi la fiera Costanza da alcuno poté essere descritta così. Né il cardinale Giulio S. vide una bambina nella figura che gli si parò davanti quando Messere Padre Filippo Neri, qualche anno prima di morire, gli aveva fatto il nome di una terziaria domenicana che viveva quasi in miseria poco fuori Roma, a che chiamasse proprio colei, quando i tempi fossero stati maturi per l’impresa.


Altri estratti dal romanzo della Costanza

Sette ghiande

SECONDA PARTE. La prima parte qui

“La caparbia, inesausta lezione delle fiabe” scriveva Cristina Campo ne Il flauto e il tappeto pubblicato nel 1971 “è dunque la vittoria sulla legge di necessità, il passaggio costante a un nuovo ordine di rapporti e assolutamente niente altro, perché assolutamente niente altro c’è da imparare su questa terra”. E sempre nello stesso contesto Campo si rivolgeva al poeta “È certo una parabola del poeta, questo nemico involontario della legge di necessità. Che può fare il poeta ingiustamente punito se non mutare le notti in giorni, le tenebre in luce?”

Se a questi giorni si potesse dare un piccolo merito o demerito, a seconda dei punti di vista, sarebbe nell’avere evidenziato quello che è necessario e quello che non lo è.  Il necessario Campo lo individua in un punto ridottissimo, direi uno snodo, non tra il prima e il dopo, piuttosto entro un passaggio da un ordine di cose all’altro, noi volenti o nolenti. Questo passaggio riguarda tutto, anche il/la poeta che sebbene, secondo Campo, siano entrambi svantaggiati nel maneggiare il servibile, proprio in virtù della loro inimicizia con il principio ineludibile di necessità, nel cambiamento vedono meglio l’avvisaglia, la definizione, e una possibilità raminga, da provare a accordare a quanto sta mutando.

Viviamo la primavera più secca degli ultimi settant’anni e se ne parla poco.  A di là di qualche giorno di pioggia blanda, il suolo è già arido come in luglio. Proprio per via di questa aridità che in alcuni punti non fa crescere l’erba, qualche giorno fa, sotto la quercia del mio giardino ho trovato sette piccole piante spuntate da altrettante ghiande neanche del tutto interrate. Mi è tornato alla mente che l’albero da cui venivano quelle ghiande così coriacee e pronte a essere qualcosa altrimenti dal loro essere ghianda, lo aveva piantato mio nonno. Mio nonno è sempre stato un originale. Un giorno è partito da casa a piedi con un badile, convinto che avrebbe trovato in qualche terreno incolto della campagna intorno, una ghianda germinata che avrebbe potuto diventare un albero. Ma se vuoi un albero vai al vivaio e te lo compri, mi ricordo di avergli detto con il cinismo dell’adolescente consumista dei tardi anni Ottanta. Mio Nonno tornò dalla spedizione con una piantina esile infilata nel taschino della camicia e la piantò, recintandola alla meglio, per difenderla dall’essere calpestata o falciata quando si rasava il prato.

Sette ghiande pronte a diventare altrettanti alberi non sono poca cosa di questi tempi, specie se l’albero da cui vengono non l’hai comprato al vivaio. Perciò ho preso una paletta da spiaggia dei miei figli di quando erano piccoli e carpendo la poca terra intorno alle ghiande, le ho piantate in sette vasetti di plastica. Perché, mi sbaglierò, ma se la legge di necessità si impone, Cristina Campo e mio nonno mi hanno insegnato a credere che comunque possiamo stringere accordi tutti nostri con il mutamento.

Il lockdown dovrebbe ancora durare dei giorni, stando alle notizie che vengono diffuse dai principali media. Avevo iniziato nell’articolo precedente a fare un po’ il punto, senza pretese di esaustività, su l’aria che tira riguardo alla poesia in questo momento, nella parzialità in cui l’ho seguita finora e cerco, in questi giorni di continuare a seguirla. Osservo che da questa maggiore attenzione prodotta soprattutto dall’accresciuto aumentare del tempo da dedicare alla cosa, ne risulta una strana effervescenza nel parlare di poesia attraverso canali mediatici alternativi che si pongono al lato di realtà solide e di lungo corso.

UNO, WEB TV. Nasce ad esempio KatÀstrofi Stati di eccezione televisibili che è una trasmissione di WebTV dedicata alla poesia, alla letteratura e alle arti in genere presentata dal progetto Argo TV e da Autoanalfabeta University of Utopia e ideata da Lello Voce e Valerio Cuccaroni. Ho avuto modo di seguire la prima puntata il 15 aprile che può essere vista qui.  Il motivo per cui l’ho seguita è stata l’annunciata presenza tra gli altri di Gabriele Frasca ma al termine della lunghissima trasmissione ho trovato più convincente l’intervento di Franca Mancinelli, la quale ha inteso più degli altri  la necessità di non essere  riepilogativa di uno stato di cose evidenti, optando per lo svantaggio  di restituire dal proprio punto di vista, lo stato di sospensione che stiamo condividendo poeti e no, il quale non è ancora affrontabile con gli strumenti della poesia.

Ecco mi ha colto di sorpresa, e mi è piaciuto dato il contesto, e mi ha detto molto, questa bella laconicità dell’intervento di Mancinelli arricchito da immagini semplici, piuttosto che visioni e ricette politiche, che mi interessano ma che forse ora come ora alla poesia servono ancora meno di quanto anche prima, tutto ciò servisse poco e niente. Ieri mercoledì 22 è andata in onda la puntata intitolata ‘Il virus è un linguaggio‘, a dialogare nell’agorà multimediale di KatÀstrofi sei poeti (alcuni dei quali anche traduttori) che fanno ben sperare: Maria Grazia Calandrone, Marco Giovenale, Rosaria Rosi Lo Russo, Adriano Padua e Fabrizio Venerandi. Appena potrò, questa puntata la guarderò con piacere.

DUE, WEB RADIO. FangoRadio trasmette dal lunedì al venerdì, qualche volta anche il sabato o la domenica. Per ascoltarla ci si può direttamente collegare a questo link. Nell’ambito del palinsesto di Fango la scrittrice e poeta Francesca Matteoni ogni martedì alle 21,30 conduce Sàivu – Survival Kit una trasmissione in cui a parlare è la poesia.  Il programma si basa su una breve e puntuale introduzione della conduttrice e una lettura dei propri versi eseguita dall’autore ospitato, intercalata da una playlist proposta dallo stesso. Grazie alla sensibilità della conduttrice, poesia e radio qui vengono proposti come un connubio che si rivela ancora molto interessante. 

TRE, UNIVERSITA’. In questi giorni si sarebbe dovuto tenere il convegno internazionale VentiVenti organizzato dalla rivista Polisemie che nasce dall’iniziativa   di   giovani   ricercatori   e   studenti dell’Università di Roma Sapienza, dell’Università degli  Studi di  Siena,  dell’Alma Mater  Studiorum  di Bologna  e dell’Università  di  Warwick,  per  approfondire  lo studio della poesia contemporanea in Italia e fuori. Il convegno nello specifico si proponeva di favorire un’interpretazione della poesia d’inizio secolo. Qui avrei dovuto partecipare intendendolo come un momento riepilogativo collaterale alla mia scrittura, in relazione alle attività di Contemporanea Fondo Librario. Inoltre la mia presenza in quel contesto ho reputato che avrebbe costituito una buona possibilità di illustrazione dei laboratori scolastici di poesia che quest’anno hanno fatto giusto in tempo ad avere luogo prima del lockdown.

Il Convegno avrebbe accolto alla Sapienza per tre giornate intere studiosi provenienti da tutto il mondo. Il primo numero di Polisemie sarebbe uscito in seguito invece che ora, come in effetti è uscito e disponibile online qui. Questo fascicolo propone approfondimenti su Robert Viscusi, Valerio Magrelli, Franca Mancinelli, Luigi Di Ruscio, Domenico Brancale, Maxime Cella e Giulia Martini, insieme ad un’intervista ad Antonella Anedda. Tutti gli articoli sono consultabili sul sito della University of Warwick Press.

QUATTRO, DIGITALE.  Anche l’editoriale di Polisemie promette bene: si vorrebbe  capire  “il  presente,  nelle  sue  forme  che a priori non possono che apparire irriducibilmente caotiche” si punta all’obiettivo “di tracciare i contorni del fenomeno della scrittura poetica in un sistema ordinato –anche se provvisorio e parziale” si vuole “leggere con la stessa attenzione gli autori di quello che  si  delinea  come  un  canone  degli  anni Duemila  e  quelli  il  cui  nome  è  ancora sconosciuto, allo scopo di farne materia di studio accademico”. Si parla della riaffermazione della dignità letteraria della scrittura in versi e si profila per la ricerca letteraria la capacità “di avere un contatto e un impatto sulla società e sulla realtà attuale”. Quest’ultima cosa mi pare grandemente auspicabile, per come la vedo io, ammesso che si riesca a non far passare la ricerca letteraria in ambito poetico come socialmente efficace quando utilizza lo stesso linguaggio di narrazioni politiche e intelletualistiche che imitano quei linguaggi senza dire granché.

CINQUE, CARTA. Il Segnale è una rivista di ricerca letteraria che amo particolarmente. Nasce nel 1981 a Milano con la fondazione di una cooperativa di poeti, I Dispari. A conclusione di un lungo lavoro teorico (nella rubrica Poesia & Scuola) e sul campo, nel 1983 la rivista promuove, in collaborazione con il Comune di Milano, l’importante Convegno Scuola e Poesia, introdotto da una relazione di Mario Spinella. Qui tutte le tappe compiute dalla rivista fino ad oggi.

L’ultimo numero in ordine di tempo il 115 viene pubblicato prima dell’irruzione del covid-19 e ospita un mio intervento L’equivoco che diventa linguaggio, nella sezione Soggettività e scrittura che viene descritta in questo modo dalla redazione: “questa rubrica può essere equiparata ad una vera e propria dichiarazione di intenti programmatici della rivista. Una procedura sistematica per proporre l’accostamento di pensieri che, nell’atto stesso dello scrivere, ricercano il piacere dello scandaglio in territori di riflessione inesplorati, singolari e comparabili a generi letterari diversi.”

Di particolare interesse in questo numero i due articoli dell’attuale direttore, Gianluca Bocchinfuso Se il futuro ha radici negli alberi” la lettura del quale mi ha aiutato nell’immaginare una formulazione iniziale per questa seconda parte del mio excursus. E un altro articolo a mio avviso molto importante “Dalla letteratura che resiste alla letteratura che si rinnova” che informa relativamente alla letteratura contemporanea scritta da autori translingue sottolineando tra l’altro la scarsa conoscenza del fenomeno da parte dei lettori italiani. Come fondo librario su l’argomenti bilinguismo, dialetti e lingua madre ho avuto il piacere di ospitare e di interloquire fattivamente nell’ambito dei laboratori scolastici degli anni scorsi, con gli interventi che Paola Del Zoppo ( 1 e 2) e Anna Maria Curci (qui e qui) hanno pensato di condividere entro la nostra progettazione.

SEI, CARTA E/O DIGITALE. Quando si parla di poesia è importante ricordare la voce di Maria Clelia Cardona che nelle pagine di Leggendaria (il cui abbonamento è disponibile sia in formato cartaceo che in formato digitale) attraverso la sua rubrica dedicata alla poesia, si è occupata diffusamente e con acume, negli ultimi due numeri pubblicati, il 139 e il 140, rispettivamente della poesia di Mariangela Gualtieri e di Annelisa Alleva.

L’ultima ghianda, la SETTIMA, riguarda l’EDITORIA di POESIA nella veste dell’editore Arcipelago Itaca che nell’ultimo periodo ha pubblicato tre libri a mio avviso tra i più importanti di quelli arrivati al fondo librario: Anna Maria Curci, Nei giorni per versi, Andrea Raos Le avventure dell’Allegro Leprotto e altre storie inospitali, Patrizia Sardisco, Autism Spectrum.

Mi fermo qui con le segnalazioni perché la poesia non è un excursus anche se a volte le liste servono a cercare di non dimenticare. Questo articolo come il precedente nasce dal desiderio di dare a Contemporanea Fondo Librario uno spunto iniziale volto a una visione quanto più aperta possibile entro un discorso sull’attualità della poesia che accomuna un discreto numero di persone. Spero che i link riportati nonostante la soggettività dei miei gusti e l’inevitabile parzialità della mia visione, possano essere di una qualche utilità a chi desideri soprattutto farsi un’idea propria ma informata, sul lavoro approfondito e stratificato di molte e molti quando si scrive e si parla di poesia italiana contemporanea.

La poesia è una persona

PRIMA PARTE

Nel 1998 avevo 25 anni e Poesia pubblicata da Crocetti  la trovai per la prima volta all’edicola del mio paese. Una sorpresa, la poesia non mi arrivava in quel caso come Anterem, per posta sotto forma di un prestigioso fascicolo, ma un giorno per caso l’ho trovata che mi guardava dall’edicola della piazza attraverso la foto di un volto di una persona che non era detto che fosse morta, anzi. Come per Anterem quelle persone agivano da vive, nei versi che scrivevano, evidentemente anche dentro la mia vita. Ricordo benissimo l’impressione che suscitò in me la lettura de L’infanzia dei nomi di Giorgio Bonacini trovata su un numero di Anterem quando quel poema era ancora in uno stato germinale, e quanto quel precedente che ha legato la mia formazione di poeta a quella rivista, abbia reso il mio lavoro di scrittura potenzialmente foriero di tutto il nuovo che ha più o meno potuto esprimere poi.

Il numero 358 di Poesia non è che ci sono partita da casa per comprarlo perché in quel caso avrei dovuto giustificare l’uscita come di stringente necessità. E a dirvela tutta in tempi di lockdown dire alla Municipale che una rivista di poesia può rientrare in quella casistica, mi è sembrato rischioso. L’ho invece comprato in quella stessa edicola di fronte alla farmacia, in cui comprai il primo numero dei tantissimi acquistati poi, uno o due giorni prima di Pasqua quando ho avuto la giustificazione di andare in paese in quanto le preziose mascherine erano finalmente arrivate.

Perciò in maschera e con la mano guantata in lattice, ho finalmente potuto procedere all’acquisto rituale dell’ultimo storico numero in cui Poesia esce in quella che ormai era la veste editoriale di sempre. Poi da maggio 2020 non sarà più un mensile disponibile in edicola ma un bimestrale con il doppio delle pagine, da comprare in libreria: “Lo sforzo del cambiamento, la solidità e il prestigio di un editore storico come Feltrinelli, il lavoro di vecchi e nuovi collaboratori ci consentiranno di ampliare l’offerta di proposte, di articoli e di traduzioni dei maggiori poeti di tutto il mondo” leggo, e non mi consola, sull’editoriale dell’ultimo numero di un giornale che non troverò mai più all’edicola in piazza. In copertina il volto gentile ma per niente rassicurante di Nelly Sachs e all’interno tra l’altro Rimbaud, che recita il titolo dell’articolo in modo assai indicativo dati i tempi, fu un poeta che superò se stesso fino ad annientarsi.

Lo sappiamo, lo abbiamo detto, lo abbiamo ascoltato fino allo sfinimento, questa fase così densa e straniante data dall’immobilità da lockdown, al di là della retorica dell’#andratuttobene e dei soliti catastrofisti, riguarda tutto: l’amplificazione delle cose per quelle che sono, la metabolizzazione di un recentissimo a posteriori di ciò che era contemporaneo solo meno di due mesi fa, per non parlare della lotta di certe cose per restare tali mentre quelle che si vogliono nuove di zecca nascono alla luce perturbata di un oggi che arriverà a breve ma di cui sappiamo ancora pochissimo.

Comunque chi può si impegna in un adeguamento a una complessità ulteriore, che se non fosse così spaventosa sarebbe avvincente. Questo adeguamento lo sta mettendo in campo anche il mondo della poesia o per lo meno quello che concerne alcune scritture definite come tali o movimenti performativi che emergono sotto questo nome insieme alla loro analisi e diffusione.

Anterem che quest’anno bandisce la trentaquattresima edizione del Premio Lorenzo Montano (qui il bando a scadenza 30 aprile) include la possibilità dell’invio in formato pdf anche relativamente ai libri editi partecipanti. E con l’occasione la redazione mette in consultazione gratuita online attraverso il suo sito, il consueto Carte nel Vento, (disponibile qui) periodico del premio che propone la presentazione delle opere segnalate e finaliste dell’edizione 2018: “Tutte le opere sono introdotte dalle note della redazione di “Anterem”: senza definizioni generiche, abbiamo cercato anche questa volta di accompagnare le poesie e le prose qui contenute con spunti di lettura originali”.

Anterem è una rivista letteraria fondata nel 1976 e nasce come un laboratorio fortemente orientato alla ricerca nell’ambito della poesia della contemporaneità. L’impegno, come scrive la redazione “riguarda la natura stessa del pensiero poetico. Concretamente, “Anterem” è il risultato del confronto tra ricerca poetica individuale ed elaborazione teorica collettiva”. Dunque un dialogo niente affatto scontato che è avvenuto entro un arco di tempo molto esteso tra uno dei modi in cui si può intendere la specificità della poesia e il mondo di fuori. Il Premio Lorenzo Montano venne costituito per arrivare a questo, oltre che allo stesso fine è stato fondato un Centro di Documentazione sempre intitolato a questo poeta. Una continuità definita dall’appuntamento mai mancato con adeguamenti costanti, che hanno garantito anno dopo anno la pubblicazione delle sillogi inedite vincitrici in versione cartacea, e il lavoro di critica letteraria sui materiali tra editi e inediti pervenuti al premio, condivisi liberamente in rete attraverso pubblicazioni digitali. Anterem ha di fatto costruito, senza pregiudizi, una mappa spazio temporale di quello che è connaturato al variegato tessuto umano della produzione poetica italiana.

Non per fare l’ottimista che non sono ma a me pare che farsi pervadere da una necessità di adeguamento attraverso una mobilitazione e un’espansione delle possibilità fornite dalle risorse cui potenzialmente si ha accesso, sia un fatto che nella difficoltà dell’andamento passato e attuale è annoverabile tra quelli positivi, specie se parliamo di un frangente così specifico e di nicchia come quello della poesia.

Ad esempio l’adesione de il verri alla solidarietà digitale attraverso la possibilità di scaricare gratuitamente il numero 72 “La poesia fa male”  è un buon segno che fa pensare a un desiderio/bisogno di maggiore diffusione relativa alla complessità di certe forme e modalità inerenti, inamovibili e chiuse in quanto tali. La rivista a lungo considerata tra le più importanti in Italia è stata fondata nel 1956 da Luciano Anceschi e ininterrottamente uscita nella sua versione storica fino al 1995 cambiando diversi editori e qualche volta autogestendosi, per poi riprendere l’uscita in una seconda fase dal 1996. Milli Graffi, attuale direttrice, attraverso l’editoriale del numero in questione descrive così il motivo del titolo nato intorno ad alcuni eventi riguardanti lo studio e la commemorazione della poesia di Nanni Balestrini: “La poesia fa male e La poesia fa bene […] estremi assolutamente compatibili e contemporaneamente presenti del linguaggio poetico. Può capitare che nel fare il male, si susciti il bene. E viceversa nel fare il bene (tema che Balestrini ha in seguito ampiamente sviluppato in tutte le sue poesie sul pubblico della poesia) capita che si finisca col produrre una ragguardevole quantità di ipocrisia”.

Di questo numero 72 mi ha molto colpito l’intervento di Chiara Portesine nell’articolo «Bien recueilli, débouté de chacun»*:la missione del critico (accademico). Portesine inquadra per altri versi un aspetto della specificità, stavolta relativa alla critica letteraria che riguarda la poesia, di cui ho avuto modo di parlare attraverso una citazione dal Dopo il covid-19 di Leonardo Caffo (qui) che invece si riferiva alla specificità della filosofia. Scrive Portesine:

“Prendere la parola a proposito di uno ‘stato attuale della critica’ significa accettare preliminarmente una divisione schizofrenica tra due settori di produzione del sapere (l’Accademia e la ‘militanza digitale’) che si esplicitano, nella prassi, in due piattaforme di riproduzione e divulgazione dei contenuti rigidamente perimetrate (le riviste di settore e i blog). A ogni settore la sua narrazione irrelata, un’autofiction della letteratura e dei suoi ‘operatori’ che racconta due campi d’applicazione e due ‘tipi’ umani diversi”.

Non per fare la pessimista che non sono ma se ho capito bene la questione della specificità impegnata nell’esclusivo sondaggio delle proprie complessità così come l’autofiction degli operatori dei diversi settori culturali impegnati nella militanza digitale, produce narrazioni irrelate. Ma che cos’è una narrazione irrelata quando parliamo di poesia o di romanzo? Non che io conosca la risposta. Detto tra noi una cosa che mi solleva è quella di non sapere rispondere a una domanda come questa, da cui può nascere un allettante ginepraio di indagini alla volta di mete pressoché impensabili, questo sia scrivendo romanzi e poesie in proprio, sia ragionando su quelli di altri. Ma il fatto che proprio “ora” l’open sources di molte pubblicazioni diverse tra loro, inizi a inquadrare il problema in termini di “tipi umani” ossia di persone e di comportamenti precipui che definiscono nel bene e nel male l’applicazione delle loro discipline nel contesto social(e), è bello, almeno io lo trovo bello e liberatorio.

L’applicazione e esclusiva dedizione alla propria disciplina e il consenso diffuso alla autonarrazione come velleità, è possibile che, al di là del contesto e del linguaggio in cui avvengono, spesso sembrino un’operazione dello stesso segno? Ci fa male vederli entrambi come limiti appartenenti a un passato pericoloso in cui il mostro è stato soprattutto l’avvento di internet venuto a nuocere a certe accreditate ma rigide integrità cartacee e accademiche? O di contro che sia un bene che quello stesso mostro sia arrivato a promuovere e diffondere disordinatamente, e senza badare troppo a gerarchie e sfumature, contenuti prodotti da tipi umani che, con buona pace di chi vorrebbe diversamente, non sono poi così differenti tra loro e da chi li ha preceduti? Bisognerà che quelli che scrivono se lo chiedano specie ora che più di prima si può non riuscire a cogliere una realtà che quanto a irrealtà, è foriera di sorprese peggio della fantascienza.

A breve la seconda parte.

La noia del lockdown è un camaleonte

SECONDA PARTE. La prima qui

Ci sono poche cose camaleontiche come la noia cioè in grado di diventare a secondo della circostanza, un agente rivelatore di quanto in effetti la libera circolazione, il pudore, qualche bugia normalmente sono sufficienti se non proprio a mascherare, quanto meno a sviare, distraendo dalle cose per quelle che sono.

Qui ci interessa la noia perché sembrerebbe l’argomento principale di molte conversazioni di questi giorni. Leggo su Internazionale di uno studio molto interessante che proprio riguarda la noia. Se a questo punto della nostra evoluzione ancora ci annoiamo sembra ci sia un perché e questo motivo pare essere stato provato da un esperimento in cui di due gruppi di persone, uno cui è stata imposta un’attività noiosa e l’altro un’attività creativa, quando in seconda battuta a entrambi i gruppi viene dato da eseguire un compito creativo, quelli del gruppo che prima si annoiavano risultano essere più brillanti di quelli a cui era toccato il compito creativo sia in prima che in seconda battuta. 

Il lockdown sembra avere il merito di denunciare quello che accade in certe pieghe di fatti pubblici e privati, per una volta amplificato e non silenziato, dal fatto che la noia e l’angoscia sono sentimenti profondamente condivisi, che per certi versi, leggendo qua e là, appaiono dei veri e propri conduttori di tutta l’elettricità emotiva che ci ha investiti. In queste settimane la convivenza o la solitudine forzate tendono, sia in senso collettivo che individuale, a estremizzare quanto c’è, e comunque c’era anche prima, quando si potevano praticare più strade di quelle che dalla cucina portano al divano e dalla camera da letto al bagno. Questa condizione di falsa “normalità” uguale per tutti genera qualcosa di simile proprio alla noia, mentre la precipua “normalità” di ciascuna vita può esacerbarsi in modo contundente ma può anche porsi in ascolto con una soglia di attenzione amplificata.

Nel libro Dopo il covid-19 di Leonardo Caffo uno degli elementi che avviano un’analisi piuttosto estesa parte dall’osservazione che la società contemporanea ha per la maggior parte ignorato la fragilità. Una patina infida quella che scende sulle cose ignorate perché parte dall’altrui per finire inavvertitamente sulle proprie. Questo l’autore lo suggerisce in modo evocativo e convincente nel momento in cui esordendo si chiede, più che del lockdown, quando sarà la fine del consumo del tempo, per arrivare invece che a una ripartenza, all’inizio dell’uso della vita

Per quanto il punto di vista di Caffo sia legato a un concetto di fragilità che rientra nella visione teorica relativa alla sua materia, il suo saggio in questo modo inquadra in una dimensione inedita e tangibile il concetto di fragilità sociale a partire da una critica che inizia con l’ambito filosofico ma che può tranquillamente essere estesa a diversi campi e non soltanto a questioni dell’ordine delle competenze specifiche:


 Decenni trascorsi a chiudere la filosofia entro la dinamica accademica di pubblicazioni astruse e illeggibili, o di una pubblicistica dalla semplificazione estrema, hanno causato il danno attuale di alcuni teorici poco adatti a comprendere cosa è significato non prendersi cura di sé, aver lasciato nelle mani della psicologia o della teologia la terapia dell’anima, conducendoci oggi all’evidenza della superiorità degli approcci cosiddetti “orientali”, in cui pratiche come la meditazione hanno per esempio garantito la possibilità di un movimento metaforico anche in assenza di spazio esterno.”


Quello che il saggio di Caffo indica più chiaramente di altre letture, è proprio il modo in cui si è costituito come danno, l’esercizio di una specificità dedita esclusivamente a attenere a se stessa dentro la propria sfera, che al confronto lo stato di isolamento materiale di questi giorni è solo una blanda metafora. Caffo sembra significare che entro l’isolamento dato da questa dedizione estrema a una porzione molto ridotta di realtà, il danno risulta anche solo dalla dimenticanza di cosa significhi prendersi cura. Specialmente quando la cura riguarda un sé che, se vuole mantenere le sue prerogative di vivibilità anche solo nei confronti della convivenza con se stesso, non può non stabilire una relazione di cura con lo spazio esterno. Questo spazio esterno è tutto l’altro da sé ossia qualcosa di esistente che tuttavia non si compra, non si sfrutta, non si egemonizza, può non essere posto in una relazione di immediata utilità. Ma può tuttavia essere ugualmente partecipato proprio perché è fuori dalle categorie note e prevalenti, da un rapporto qualsiasi con il gradimento o dall’ancor più stringente rapporto con una qualche nevrosi.

Nulla di nuovo ma credo che queste considerazioni siano pertinenti con il chiedersi cosa accade (e non a partire da marzo 2020) alle persone in questa forma di prossimità coatta e tuttavia marcata da una solitudine in cui l’intimità con l’altro da sé è assente in modo tanto pregnante. E cosa accade, nella costrizione all’isolamento di questi giorni a quelle infinità di relazioni disfunzionali presenti all’interno delle case, in cui la violenza è uno dei membri riconosciuti della famiglia, o in cui la malattia e la disabilità sono la normalità con cui si convive da sempre. A questo va aggiunto che tanto l’equilibrio che la gestione materiale del contesto domestico nel suo rapporto con il mondo di fuori, costituisce ancora molto lavoro gratis a carico delle donne. 

Da persona che si occupa di poesia il rapporto più intenso che vivo dentro questa mia materia  riguarda i doni imponderabili della non-utilità, cosa assolutamente da non confondere con la gratuità o con il superfluo, perché  in questi tempi che alcuni chiamano capitalocene, il guadagno,  ma anche una delle confusioni più tragiche, si generano entrambi da un fraintendimento puramente linguistico  in merito alla differenza di due termini che a loro volta ammettono molte sfumature di significato: l’in-utile e il superfluo, appunto.

La poesia della non-utilità personalmente l’ho sempre vissuta come quella più incistata nella vita, perché è ciò in cui poesia e umanità si specchiano e superano l’ostacolo delle specificità, dei tecnicismi, dei narcisismi. Ma l’opportunità enorme costituita dalla poesia della non-utilità a ben guardare non è stata dissipata solo dal capitalocene. Frugando nella nostra scarsa memoria di italiani per quanto riguarda gli albori di una civiltà prevalentemente contadina (o comunque umile ma di un’umiltà non idealizzata) in cui risiede l’origine culturale rimossa della maggior parte di noi, ciò che materialmente era inutile o privo di un rendimento immediato e tangibile, rientrava in una categoria cadetta della realtà e veniva ignorato, cancellandolo da una visione condivisa del mondo. La fragilità reale delle persone, come la loro alterità (anche di donne, bambini e anziani) era, ed è l’attualissima vittima di questa rimozione esponenziale che si perpetra nei tempi, al di là della geografia e al di là del mondo delle idee.

Quanti saranno in grado di non perdere il filo della propria vita dopo quella che a seconda delle circostanze, può essere tanto un’opportunità di cambiamento che una pericolosa stagnazione? Questa domanda ad esempio se la pongono con forza quelli della Fondazione Carolina che nel mese di marzo si sono visti piovere addosso un numero esorbitante di segnalazioni in merito a fenomeni, riguardanti adulti e ragazzi, di cyberbullismo, sexting ed intrusione nefasta e incontrollata nelle classi della didattica a distanza a danno di docenti e studenti. Il mese di marzo è stato caratterizzato da un prorompere di pratiche digitali violente e lesive della dignità di persone di ogni età, tanto da spingere la Fondazione, nata in memoria di una delle prime vittime del cyberbullismo, a fornire online una guida per conoscere gli strumenti più usati e spiegare i rischi e le responsabilità di questa situazione a insegnanti e genitori. Qui è possibile scaricare gratuitamente la guida.

Quante persone avranno bisogno di supporto di ogni genere alla ripartenza da una situazione che più che essere attualmente lontana dalla normalità, sembra la concretizzazione distopica delle anomalie di cui ci siamo consapevolmente nutriti dal secondo dopoguerra a oggi? Nel caso ad esempio del cattivo utilizzo di internet il problema è serissimo: «Gli episodi riportati dalle cronache sono solo la punta di un iceberg che, a differenza di ciò che accade in natura, continua a crescere e ad avanzare indisturbato. Quando la noia si appiccica addosso, a dispetto dell’ambiente protetto, molti cercano di scacciarla con la trasgressione, la ribellione e la violenza», scrive Paolo Picchio padre di Carolina in memoria della quale la Fondazione prende il nome.

Alla vigilia di Pasqua Ilaria Capua dal Corriere della Sera ha accennato di nuovo a una ripartenza che deve radicalmente riformulare il ruolo delle donne nella società italiana non soltanto per via che il virus sembrerebbe colpisca il genere femminile in modo meno violento. Inoltre Capua avverte che dobbiamo essere pronti ad accogliere il cambiamento delle nostre abitudini con una mentalità nuova, diversa : «Il vuoto delle strade e delle piazze che ci separa dalle nostre abitudini del passato fiorirà di nuove sfide e opportunità che dovremo cogliere nella assoluta certezza che saremo noi che dovremo adattarci al coronavirus e non il contrario». Questo movimento adattivo presuppone come esigenza di specie, un esame di coscienza cui secondo me la lettura del libro di Caffo può accompagnare stimolando impensabili autonomie e inauditi sprazzi di pensiero adulto. E il saggio va letto tutto perché dice anche dell’altro su cui varrebbe la pena di riflettere.

Oggi in alcune regioni italiane le librerie hanno il permesso di riaprire ma i problemi sono molti: gli avventori ancora bloccati a casa come potranno raggiungerle dato che non sono molte quelle sopravvissute a tutta la meravigliosa normalità che ha preceduto il coronavirus? Le modalità di sanificazione dei locali come potranno essere compatibili con l’oggetto libro? La dignità restituita al settore del libro come elemento fondamentale per la società, viene accordata alle librerie facendole riaprire in anticipo rispetto alla maggior parte delle altre attività, va bene, ma questa promozione quanto ancora peserà sull’economia reale del settore? Comunque fa piacere che si pensi ai libri come elementi superiori e salvifici tanto da elevarli al di sopra delle necessità elementari, fa piacere che molti editori e autori nonostante tutto si siano sentiti e si sentano in questa responsabilità in un momento che è molto difficile e che è anche socialmente pericoloso a meno che non si trovi modo di non morire di noia nell’attesa del ritorno di una normalità che spaventa più del coronavirus.

lockdown. Non siamo figli dei nostri figli

PRIMA PARTE

Tra i colpi più tremendi assestati non tanto dal coronavirus di per sé ma dal protrarsi del congelamento emotivo, sociale, economico e materiale imposto dal lockdown, c’è quello inferto all’editoria e al libro in genere, settore comunque in perenne crisi.

Diciamo che sono una lettrice forte, lettrice appunto. Cioè io i libri li compro e quello che mi interessa del libro che ho per le mani, o sullo schermo, è solo ciò che c’è scritto. Compro, ricevo e leggo libri da sempre: cartacei, eBook, pdf di straforo, in formato word da amici che stanno per pubblicare o non pubblicheranno mai, perciò per me è inconcepibile solo immaginare che l’esistenza del libro che mi interessa possa essere minacciata da un sistema produttivo e distributivo che viene definito mortificante se non proprio mortifero da editori e autori.

Ad esempio il conforto più importante che sto avendo in questi giorni in termini di allentamento di quella brutta sensazione di sospensione che credo tutti conosciate (almeno quelli di voi che hanno inteso bene la responsabilità di uscire da casa solo se davvero indispensabile) mi è arrivata dal mondo dell’editoria che nonostante tutto, ancora una volta si è mobilitato in un modo che, almeno per me come lettrice,  ha costituito un’azione efficace e congrua di riorientamento in questi giorni così difficili da attraversare e comprendere.



Tra molte iniziative editoriali che in tempi di lockdown hanno cercato di stimolare l’interesse alla lettura come strumento di possibile comprensione dell’immediato, devo dire che il maggiore conforto l’ho avuto da Il saggiatore, Iacobelli e Nottetempo.

Il saggiatore con un’iniziativa veramente solidale ha consentito di scaricare, e tuttora lo consente gratuitamente ogni due giorni, un eBook preso dai suoi titoli di punta. Ad oggi ne ho scaricati 15, contando anche il bellissimo Acqua nera di Joyce Carol Oates che hanno regalato solo ai loro fedelissimi (tra i quali modestamente mi annovero). E sarebbero stati uno in più se avessi preso L’anno del pensiero magico di Joan Didion che però mi sono vergognata di scaricare solo perché ce l’ho già in cartaceo.

L’inizio di questa meravigliosa sequela è stato sancito simbolicamente da un titolo straordinario Città sola di Olivia Laing di cui bisognerà parlarne meglio perché è di quei libri rari che dopo che li hai letti, ti tornano in mente nelle occasioni più disparate, stimolando associazioni fondamentali e inedite oltre che estremamente pertinenti con quello che viviamo oggi e con quello che, non da ora, ci tocca rispetto all’isolamento imposto da questa vacillante contemporaneità.

Il secondo editore è Iacobelli casa editrice piccola e indipendente da anni impegnata nella trasmissione di studi fondamentali in ambito femminista accademico e non, la cui politica era già improntata a garantire a lettrici e lettori la possibilità di ricevere nell’immediato attraverso il loro sito la versione digitale dei i libri pubblicati in cartaceo. Iacobelli un paio di giorni fa ha potenziato questo aspetto mettendo, come alcuni altri editori, in prima battuta online un libro nuovo Le comiche. Scrittrici, attrici e performer a cura di Paola Bono e Anna Maria Crispino, con il proposito di stampare la versione cartacea alla riapertura delle librerie che oramai, speriamo, si profili prossima.

Queste azioni fiduciose e/o solidali messe in campo da alcune case editrici sono state psicologicamente importanti perché hanno dato l’opportunità di sfatare quel senso di disagevole immobilità che viene dall’inevitabile incertezza di questi giorni.

Infatti l’ultimo editore che segnalo qui ma che è anche l’editore del libro di cui vi parlerò più diffusamente nella seconda parte di questo articolo, è Nottetempo che ha consentito di scaricare gratuitamente con una cadenza regolare, alcuni suoi libri e ha creato nell’immediato una nuova collana, Semi, anche questa scaricabile gratuitamente. Si tratta di brevi saggi in versione digitale che come indica la casa editrice stessa raccolgono pensieri, idee proposte di filosofi e pensatori “piccoli libri che mettiamo a disposizione della riflessione attorno a quello che sta accadendo e come possiamo immaginare il mondo a venire. Spunti che come semi possono germogliare”.

Il primo libro di questa collana è Dopo il covid-19. Punti per una discussione di Leonardo Caffo. Molte sono le suggestioni sollevate da questo piccolo libro di cui è importante sottolineare la relazione non solo con il presente, ma anche con il mondo precedente al covid-19 e con altre idee che comunque circolavano da molti anni prima della ripresa e della sintesi di Caffo.

Quello che mi ha spinto a leggere con attenzione il saggio di Caffo e a tratteggiare una riflessione che costituirà la seconda parte di questo mio articolo, può sembrare di primo acchito una considerazione piuttosto banale. Ossia per dirla parafrasando troppo semplicisticamente Donna Haraway, non ne usciamo se continuiamo a formulare ipotesi di soluzioni a problemi ormai irrisolvibili. Piuttosto ci vorrebbe di restare a contatto con lo spaventoso problema che ci investe, come qualcosa che non hanno provocato solo gli altri nel loro essere entità minacciose, remote e distanti, e che non sta fuori dalle nostre case anche se non siamo positivi al covid, e di cui il virus è solo la diretta disastrosa conseguenza, più che un nemico con fantomatiche, e paradossalmente umanizzate, intensioni guerrafondaie.

Caffo infatti prima di iniziare la sua interessante disamina, non soltanto filosofica, apre con un simpatico forse che ci riguarda tutti: “forse tutti dovremmo provare a far sedimentare e germogliare in noi ciò che sta già accadendo, dato che in troppi siamo ancora completamente incapaci di badare davvero a noi stessi senza che qualcuno ci dica esattamente cosa fare e perché farlo”.

Vivere il lockdown come molte e molti in primo luogo da genitore, mi ha fatto comprendere fino in fondo, e a prescindere dall’essere genitore, che la normalità di prima forse non è tanto da rimpiangere se riguarda quell’incapacità così evidente di focalizzare quell’area niente affatto vaga e chiusa al mondo vero, che Caffo chiama badare davvero a noi stessi. Ammesso che siamo ancora capaci di ripulire da vecchi e nuovi cliché, quella zona davvero inimmaginabilmente vasta e variegata di cui non dovrebbero essere i figli nostri o altrui a insegnarci cosa significa la cura.  

A breve la seconda parte.

Sognando vere isole

SECONDA PARTE. La prima parte è qui

Un paio di anni fa, in questo stesso periodo dell’anno, ho avuto occasione di andare per qualche giorno a Ventotene. Occasione presa al volo per molti motivi. Avevo letto, da poco ristampato, L’isola riflessa di Fabrizia Ramondino, mi incuriosiva la figura di Altiero Spinelli e altro che non sto a dire qui. Poi l’invito veniva da un’amica originaria dell’isola e io ho sempre avuto la passione delle isole.

Qualche anno prima mi era capitata l’occasione di andare a Ustica d’estate, per lavoro. Bisognava gestire la premiazione di un concorso letterario patrocinato dal Comune di Palermo che la mia associazione aveva organizzato in collaborazione con altri. Della premiazione non mi ricordo niente ma mi ricordo di aver vissuto quei giorni come in una sorta di abbacinamento da colore. A Ustica i colori d’estate possiedono una vera violenza, incidono sulla memoria, per lo meno sulla mia, più dei fatti e delle parole.

Su quei giorni di Ustica scrissi nel tempo diversi bruttissimi racconti senza riuscire a significare quello che l’isola, a una non isolana quale sono, rendeva evidente su tutto attraverso la forte interferenza del colore. Stando sulle isole si verifica come una specie di allineamento temporale. Si aprono porte che normalmente restano chiuse. Eventualità che poi il libro di Ramondino aveva reso evidente nel suo efficacissimo allineamento di profili descritti di persone del passato, o veramente incontrate mentre scriveva, e altre solo sognate.

Tutte però legate per analogia all’isolamento del corpo che come scrive Ramondino, è sempre prigioniero dell’anima che lo condiziona, ma che pure allineato idealmente a altri isolamenti può generare una dicibilità altrimenti impossibile.

L’anima per la Ramondino di queste pagine è un’entità, un’astrazione che con invisibili giochi di potere subiti o esercitati, falsi saperi, rispecchiamenti deformanti e coatti, usa il corpo a suo piacimento fin quasi a farselo schiavo.

Ramondino aveva scelto Ventotene in un momento in cui non riusciva, pur volendolo, a uscire dall’isolamento cui l’aveva condotta quell’anima da lei descritta come sopra, perciò aveva pericolosamente immaginato di allineare al suo senso di personale isolamento, quello della reale condizione dell’abitante temporaneo dell’isola. A questo aggiungendo gli isolamenti coatti che nella storia Ventotene aveva ospitato con il suo carcere borbonico di Santo Stefano e poi con i suoi prigionieri politici al confino, oltre che quello tremendo di otto donne della romanità mandate in esilio presso l’augustea Villa Giulia. Per non parlare dell’isolamento tutto loro degli autoctoni di un’isola molto particolare come Ventotene. 

Aveva ragione Ramondino, quel pericoloso allineamento di solitudini ha reso la sua scrittura, già straordinaria, un potente dispositivo temporale che poi l’ha portata  a scrivere un libro speciale come L’isola riflessa.

Ci ho pensato quando per contrastare l’epidemia da covid-19, con il protrarsi della chiusura dell’Italia e di noi in casa, e l’estendersi della stessa disposizione in molti Paesi del mondo, mi è venuto in mente che dal punto di vista epocale un isolamento contemporaneamente condiviso in modo così reale da una porzione tanto vasta di umanità, è probabile che davvero non si sia mai verificato salvo che in un onirico primordio in cui forse non esisteva neanche il linguaggio. E questo allineamento di isolamenti non potrà che avere un effetto che andrà molto oltre l’auspicato contenimento del virus o la prova del nove rispetto alla tenuta dell’Unione Europea

La materialità del corpo e del suo destino, l’immaterialità dell’anima che lo domina, i piani si intersecano inscritti una panoramica che Ventotene rende davvero vivida con la sua strana e poco amabile bellezza che si basa tutta sull’altrimenti. Ventotene è davvero un ibrido in cui napoletanità e romanità non si riesce a districarle nella latitanza estetica che è il fulcro dell’appartenenza dell’isola all’anima meno desiderabile dell’una e dell’altra città. Almeno in termini identitari Ventotene è un altrimenti e anche questo è decisivo nel riflettersi di quell’isola asprissima, e dai colori non così netti come si vorrebbe, nel destino civile dell’Italia. Ventotene torna in mente a chi c’è stato, quando ci si sente senza volto e ci si chiede allo specchio se è vero che abbiamo perso la faccia e se la possiamo ritrovare altrimenti.

Il Manifesto di Ventotene redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi ha per titolo Per un’Europa libera e unita. Il progetto nasce nel 1941, quando per motivi politici un gruppo di persone furono confinate a Ventotene, già storicamente colonia penale, come oppositori del regime fascista. Altri confinati antifascisti sull’isola contribuirono alle discussioni che portarono alla definizione del testo. All’epoca della stesura del testo erano confinate sull’isola circa 800 persone, 500 classificate come comunisti, 200 come anarchici ed i restanti prevalentemente giellini e socialisti. Ramondino nel libro indica l’ubicazione del campo di patate, posto tra il cimitero e villa Giulia, che Spinelli poté coltivare solo sul finire del confino quando ormai la fame patita dai prigionieri aveva reso il procurarsi il cibo da soli qualcosa che evidentemente non poteva essere negato. Ci devo essere passata su quel campo, dopo aver visitato il cimitero, quasi nei pressi di Punta Eolo, quando sono stata accompagnata a vedere l’altro luogo di pena che in epoca altra era stato deputato alle donne invise al potere di Roma.

Cosa c’è da imparare da L’isola riflessa? Moltissimo e tutto non può essere detto. Ma la prima cosa che mi viene in mente, forse la suggestione più preziosa, è l’atmosfera vivissima di condivisione che le pagine creano grazie al fatto che chi le scrive ha un legame fortissimo con il modo in cui la poesia crea immagini, e per questo non bisogna essere necessariamente poeti. Si tratta di un istinto del linguaggio che con una naturalezza estrema, delineando fatti reali fa cogliere distintamente a lettrici e lettori più le immagini defilate, quelle meno dicibili, piuttosto che quelle costruite dalla sintassi. In questo Ramondino è una capofila. Ci sono in particolare alcune righe con cui voglio concludere, riguardano l’amore, o come lo chiama l’autrice, più pietosamente che aspramente, l’amore distorto. Non serve che aggiunga altro, basta leggere di seguito, vi abbraccio virtualmente, cari, alla prossima.

Accudimento e adeguamento

prima parte

In queste settimane di domiciliari avrei voluto leggere moltissimo, e un po’ ho letto ma di questo vi parlerò nel prossimo post. Avrei voluto portare avanti tutti i risvolti possibili dei progetti di lavoro e di scrittura che sono stati inevitabilmente congelati dal lockdown, ma non ce l’ho fatta. A dire il vero non per questioni psicologiche legate al nuovo stile di vita ma perché il mio impegno è stato profuso soprattutto in termini di adeguamento materiale a una circostanza del tutto nuova.

Vivo in campagna. Ho la fortuna che quando la porta di casa si chiude ho di fronte a me diverse migliaia di metri di terra che è casa mia.  Mai come in questo frangente estremo legato a un’epidemia globale, ho potuto riflettere su aspetti nuovi relativi a questa eredità che mi lega da sempre prima ai miei animali e alla natura e poi alle mie origini.

Perciò l’impegno è stato soprattutto quello dell’accudimento transgenerazionale e del caregiving, poiché da buona contadina per scelta, vivo quotidianamente le vicende legate alla mia genealogia in una famiglia imperniata al matriarcato.  

Oltre all’accudimento l’impegno massimo è stato quello relativo all’adeguamento, cioè come rendere possibile in un luogo in cui non arriva il WiFi dei principali gestori, la possibilità quotidiana di connettere contemporaneamente in tre stanze diverse due video lezioni che la scuola pubblica italiana già da due settimane ha garantito ai miei figli, e una postazione smart working, la mia.

Quindi più che adattarmi a un affollatissimo isolamento, in questi giorni ho vissuto il problema dell’adeguamento, tipo quando il responsabile del minuscolo provider alternativo cui ho raccontato da essere umano a essere umano il mio problema, ha inviato un tecnico che con mascherina e guanti è salito sul tetto di casa in una giornata che pioveva, per installare una nuova antenna che rendesse possibile alla scuola e al lavoro di entrare in casa non potendo uscirne noi.

Così come ho visto il sindaco e il medico di un paese tutto sommato piccolo, senza alcuna retorica o narrazione superflua, fare molto più del loro dovere assistendo le persone capillarmente senza andare al telegiornale, e tenendo informato il territorio in tempo reale di tutte le notizie che riguardassero soprattutto la sicurezza sanitaria e l’economia reale di un’area di cui sentivano di avere evidentemente la piena responsabilità civile.

Poi ho anche visto degli insegnanti di una scuoletta di provincia garantire, senza metterlo su facebook, un numero di video lezioni impensabile fino al mese prima, che fossero inoltre fruibili anche attraverso i cellulari, per quelli, moltissimi qui, che non hanno il computer a casa. E impiantare su due piedi un’assistenza psicologica agli studenti davvero disorientati e spaventati assicurata da alcune docenti, anche durante gli interminabili pomeriggi e le domeniche. Tutto questo è un lavoro extra rispetto a un effettivo e constante proseguimento della didattica a distanza. Scuoletta che senza mettere i manifesti ha fatto la differenza rispetto a un lacunoso e zoppicante procedere che in un mese di emergenza, il più rinomato liceo classico di Roma, è riuscito a mettere in campo, adeguando la propria didattica solo parzialmente.

Dunque già pensavo prima dell’irruzione del covid-19 che la retorica dell’eroismo mi annoiava a morte, almeno quanto i selfie con la mascherina e la pubblicazione delle proprie video lezioni su web come se fossero tutte lectio magistralis. Noia è peggio che disturbo per me, i social ci hanno abituato a questo e altro. Ma mi ha rattristato più di quanto non dovesse incoraggiarmi la retorica del farsi carico in ambito culturale. Mi ha comunicato un senso di disfatta non sociale, perché da quello che ho visto la società reale sembra tenere, ma appunto culturale. Mi ha turbato la mancanza di responsabilità, non tanto di chiunque, quanto di chi si sente in prima linea nel fare cultura che in un momento delicatissimo per le persone e per lo Stato italiano, ha proseguito come se niente fosse dal pulpito dei social, come capendone qualcosa di una situazione senza precedenti, e in primo luogo essenzialmente tragica e rischiosa per moltissime persone.

Tutto questo solo per non riuscire a smettere di partecipare a una narrazione parossistica che di fronte a una situazione del tutto nuova, continuando con il linguaggio e le modalità di sempre, è in grado di connettersi poco o niente con quello che c’è davvero dietro le foto postate dei dolci fatti in casa con relativa ricetta.

La narrazione per non ripetersi in formule vuote dovrebbe saper guardare l’altro e per farlo dovrebbe non obedire al potere. Ma a me sembra che il potere cui si soggiace più spesso in questi tempi così opachi, più che costituirsi come una frizione esterna (vedi le indicazioni governative mai così restrittive e assolute rispetto alle prerogative di ciascuna cittadina e cittadino) corrisponda a un lasciarsi andare molto più grave visto che è in tutta evidenza fuori dal controllo anche di chi vi si abbandona. Dico un lasciarsi andare a quella forza maggiore che è la compulsione alla visibilità soprattutto in chi dovrebbe saperne qualcosa di cosa significa la responsabilità di raccontare in un momento davvero emergenziale, fosse anche a una sola persona. Questo disorientamento che tenta in tutti i modi di avere l’aria di saperne, mai come ora sembra un fenomeno del tutto orizzontale e coscienziosamente autogestito.

Di fronte a quello che è stata la mia esperienza di questi giorni di difficoltà, e di fronte alle molte narrazioni emotive che precocemente ho visto azzardare, mi sono detta che l’unica narrazione a cui mi sento di poter aderire oggi non può e non deve appartenere all’immediatezza, non può appartenere soltanto al terrore della scomparsa sociale se debbiamo stare per un periodo costretti a casa come tutti, né all’ansia di salire sul carro di tutte quelle meravigliose idee, di cui il mondo di prima del coronavirus non si era reso conto di avere così tanto bisogno e che, quando ci libereranno, ci troveranno sicuramente tutti pronti a cambiarlo, questo mondo.

In questi giorni in cui ho parlato a distanza con persone che non avrei mai immaginato così vicine, è stato chiaro per loro, come per me, che la paura rispetto all’enorme lavoro fatto fino adesso che si è nutrito di continuità, silenzio e fatica, quando scongelato dall’allentare dell’emergenza, possa non trovare più il contatto con l’inevitabile incognita costituita dal dopo. Ma credo anche che nell’entrare in un rapporto vitale con l’angoscia adulta di non sapere il dopo, si giochi molto della nostra efficacia di poi.

Condivido con molte e molti l’umanissima paura che il nostro valore, il nostro lavoro, quello che possediamo, quello che amiamo, quello che abbiamo costruito quando potremo di nuovo uscire di casa fisicamente potrebbe impattare, smarrirsi in un tempo che a differenza di noi che siamo stati obbligati a stare fermi, invece è trascorso. Ma resto dell’idea che una narrazione del presente in grado di riuscire a dire qualcosa a chi verrà dopo, non è mai stata figlia di una qualsiasi retorica e perciò non dipende da nessun potere. E che il pericolo più grande in cui incorre in questi tempi, anche una narrazione che vuole essere intellettualmente onesta, non lo corre confrontandosi con un fantomatico potere esterno ma con la propria compulsiva incapacità di guardare chi sono e che fanno davvero le persone che non sono il narratore o la narratrice medesima.

Così mi è venuto in mente un libro bellissimo e me lo sono riletto. È di Fabrizia Ramondino, L’isola reflessa, in cui l’autrice scrive una cosa importantissima che mi sono stampata a lettere di fuoco in cima a ogni file che apro in questi giorni

Del libro di Ramondino e di altri libri parlerò nella seconda parte di questo articolo che conto di pubblicare appena posso.

limiti

1

No.
Era l’età in cui viaggiava la rondine
senza le nostre iniziali nel becco.
Rafael Alberti trad. Vittorio Bodini


Oggi per la giornata mondiale della poesia voglio postare qui una poesia che Rafael Alberti scrisse in un momento molto delicato della sua vita. Per la verità tutto il libro Degli angeli Alberti lo scrisse in un frammento della sua esistenza in cui scriveva di sentirsi così: “Contro di me, mondi interi/contro di me, addormentato, /ammanettato, indifeso“. Questo stato ora come ora non può non ricordare quello della malattia o del timore paralizzante di essa. Che Alberti fosse a contatto con limiti tutti suoi o oggettivi, o magari con il limite costituito dalle sue personali paranoie e nevrosi, non è dato sapere. Quello che è certo che Degli angeli esplora l’impotenza, il limite e anche l’umiltà di ammettere di non poter capire o di non poter fare, pur restando ben presenti dentro uno stato di impossibilità. Per tutte le amiche e gli amici che mi leggono e che, come tutti, stanno facendo un’esperienza soggettiva di ciò che vuol dire la parola limite per ciascuno di loro, penso che Rafael Alberti sia proprio il poeta giusto. Senza tirarla troppo per le lunghe penso che c’è qualcosa di sano e coraggioso nel trovarsi a non scappare per le vie traverse di quello che immaginiamo di sapere, e perciò immaginiamo di poter giudicare e dire, soprattutto adesso in considerazione e nel rispetto del dolore e del lutto altrui. Buona giornata mondiale della poesia, carissime e carissimi miei.

Vita con le parole

Il testo per Il Segnale 115 è stato scritto a dicembre scorso nel momento in cui stavo preparando i laboratori scolastici per il progetto L’albero capovolto. Nel testo ho illustrato quello che poi è stato il punto di partenza per la creazione dei materiali di lavoro proposti a studentesse e studenti della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto Falcone e Borsellino. Nel corso dei laboratori abbiamo lavorato infatti anche sul significato etimologico delle parole e sul loro significato immaginario. Soprattutto il significato immaginario è quello che spesso coinvolge in modo molto interessante l’immaginazione dei più giovani quando orecchiano certe parole entro i vari registri del linguaggio cui vengono a contatto nel loro quotidiano. I risultati dei laboratori così organizzati hanno confermato la fecondità dell’ipotesi che il significato immaginario di certe parole, legate alla prima infanzia, costituisce un affaccio prezioso su quel giacimento inestimabile che consente di non perdere creatività nella comunicazione e nel vero contatto con l’altro.


Grazie alla redazione de Il segnale, per me è sempre un onore scrivere per voi!



Escluse le donne

Così dissi io a la pia Madre antica
Per gran desio ch'io ho di pianger sempre;
E Lei, che par che gli occhi mai non tempre,
Col viso chino e l'anima pudica
La man mi prese ed a la soa mendica
Spelonca mi condusse lacrimando;
E quivi disse: - Quando
Io vidi a Roma intrar quella superba,
Che va tra' fiori e l'erba
Securamente, mi ristrinsi alquanto
Ove io conduco la mia vita in pianto. -
Girolamo Savonarola (1475) 

Questo tra l’altro scriveva Girolamo Savonarola, futuro frate domenicano, negli anni del noviziato in “De ruina Ecclesiae”, testo poetico scritto contro la “fallace / superba meretrice, Babilonia” in cui contrappone la prima chiesa alla curia romana di allora. Girolamo nel testo si figura in modo contrapposto il cristianesimo delle origini, come una donna madre e casta, e quello della sua contemporaneità, peraltro quasi tutto composto da uomini, paragonandolo a una donna lasciva e meretrice. Paragone fortunatissimo che per secoli mise i due presunti e diametrali attributi del femminile, cioè quelli della santa e della puttana, in relazione al degrado non soltanto della Chiesa. La figura di Savonarola non mi è mai particolarmente interessata, figuriamoci le sue poesie, finché, leggendo alcuni materiali che ho selezionato per il mio romanzo, mi sono imbattuta in un collegamento molto interessante che mi ha riportato ai famosissimi discorsi che Girolamo avrebbe tenuto poi in quel di Firenze. 

Filippo Neri, fiorentino, è uno dei santi di adozione romana, considerati tra gli alfieri della Controriforma. Filippo, detto da bambino Pippo bono per la famosa giovialità che fin da subito avrebbe manifestato, aveva un padre ex notaio e alchimista dilettante che in gioventù aveva fatto parte con molta probabilità, di quelle bande di seguaci di Savonarola che, con modi un poco spiccioli, si erano dati alla forzata epurazione del vizio a partire da Firenze. La figura di Filippo Neri, la sua importanza nell’ambito delle politiche della Controriforma, come la storia dell’ordine monastico domenicano, prima del momento di questa intersezione, mi avevano generato già dei sogni inquieti, diciamo delle immaginazioni che fuoriuscivano dalle parole riportate dai libri e dai documenti dell’epoca, quindi delle falsificazioni oniriche rispetto anche alla struttura sintattica di quello che leggevo, come immagini in sovrappiù fuoriuscite da universi esistenti ma paralleli e isolati dalle parole riportate in alcuni documenti  del tempo che avevo per le mani. 

Quando si è verificato il necessario balzo dentro i discorsi di Savonarola che tanto avevano infiammato il padre amatissimo di Filippo Neri, questa proliferazione immaginosa si è accentuata. Queste falsificazioni oniriche, sono diventate un carico insostenibile al punto che ho dovuto inserirle, come fossero essenziali pur essendo incongrue ai fini della mia trama, nel tessuto di un romanzo che parla in effetti apparentemente d’altro.  Ossia di una donna di nome Costanza nata cento anni dopo quel giorno in cui il giovane Girolamo vergava la poesia “De ruina Ecclesiae”. Questo perché tra gli altri, proprio Filippo Neri e il suo vivere in Roma, sono stati elementi fondamentali nella biografia che ho inventato per la mia amatissima santa viva Costanza. Resta che la poesia (anche quella di Girolamo Savonarola) più di tutto dice agli altri ciò che le donne e gli uomini che la scrivono, non sanno fino in fondo di avere negli occhi e nel cuore.


Per gli amici che mi leggono, dato che in questo periodo dobbiamo dare un valore altro a tutto il tempo che abbiamo a disposizione restando a casa, un capitolo abbozzato del mio romanzo in cui, liberando l’ennesima digressione, riporto quelle falsificazioni incongrue di cui sopra. 


Escluse le donne

Dovendo tu, popolo fiorentino, egli ricordo bene disse, indicandoci a uno a uno noi che eravamo lì a Palazzo Vecchio, io con il Nicotera, te lo ricordi? No, non te lo ricordi, che egli morì quando tua mamma era gravida. Noi che gli eravamo corsi dietro fin là da subito eravamo tra i primi della fila dattorno” 

A quel punto il babbo deglutì e Pippo vide il pomo che egli aveva pronunciatissimo, spostarsi da sotto il mento a un secondo posto, più giù lungo la gola, lo vide benissimo stavolta perché si trovava sulle ginocchia del padre. Gli osservava spesso questa sua enormità che spuntava vistosamente dal collo esile d’uccello e che faceva il paio, nel conferirgli l’aspetto da volatile con un naso a becco e con il capo quasi glabro, non fosse per qualche ciuffetto rado di pelo canuto. Sul qual capo del babbo, quei ciuffi davano l’idea inoltre che l’avessero spennato malamente.

Anche quando il babbo parlava senza badare al figlio che sempre lo guardava da sotto a sopra, di lontano, da vicino che suo padre era tutto il mondo per lui, mai perdendolo di vista che avrebbe perso dalla sua portata l’intiero creato. E poi quelle poche volte che si trovava sulle ginocchia di quell’uomo secco e di gamba corta, Pippo era proprio felice per quel giuoco cui il pomo di suo padre lo invitava nonostante le parole spesso severe, o che spesso il bambino non capiva, essendo stato trattato da omo fatto più o meno da che aveva anni tre. Ossia dal tristo giorno che mamma si spense.

“Ma c’erano quasi tutti i fiorentini pronti al suo ordine a sentirsi esclusivamente chiamati dal quel dito che diceva, Tu, Tu sei il soldato che brandisce la spada di Dio. Anche se il dito pareva indicare me medesimo e soltanto, tanto mi significava quel Tu essere rivolto esclusivamente a me: Tu, devi formare un nuovo governo, ti convocai qui, escluse le donne. Ti proposi quattro cose da fare: temere Dio, amare il bene comune, fare tutto un bene generale e riformare la nuova costituzione. Firenze, la tua patria, ha una missione divina, a essere la nuova Gerusalemme, tu la devi condurre a faro del mondo”.

A quel punto il babbo taceva commosso, si alzava senza badare che Pippo gli fosse sulle ginocchia, lo mollava, lasciandolo cadere di peso senza più ricordarsi di lui. Quasi sempre a quel punto di un racconto narrato decine di volte si avviava verso la botola che c’era di lato alla bocca del camino, la sollevava e discendeva come inghiottito dal pavimento giù per una scala scricchiolante che lo portava in un posto che Pippo non poté visitare prima del suo tredicesimo compleanno, giorno in cui, come fosse un rito lungamente propiziato e programmato per il compimento del genetliaco dell’erede, il padre ve lo introdusse. E poi ve lo chiamò ogni qual volta, avvinazzato a sufficienza per contenersi ancor meno del normale, fosse in vena di rivangare il passato. 

Filippo, anni dopo, giovanotto vagabondo e ilare, prima di addormentarsi su qualche giaciglio di fortuna nei pressi del ancor quasi servaggio rione Trastevere, spesso lo ricordava quel suo padre. Ricordava specie la notte di Natale del 1527. Qualche mese prima di quella notte, a maggio di quello stesso anno, la bellissima e fetida Roma si vide diminuita di oltre un terzo dei suoi abitanti da uno dei flagelli più inimmaginabili che mai dalla fondazione ne capitarono di uguali alla città eterna. Savonarola l’aveva vaticinato. Tra alambicchi opachi di calcare e stranezze da fattucchiera più che da alchimista, il babbo invece che procurargli una mensa natalizia, quella notte aveva fatto sedere il figliolo di tredici anni che era allora, su una sedia sfondata di fronte a lui, il quale padre intanto accendeva ben sette candele, lui avarissimo, disposte geometricamente sul suo sbilenco tavolo da lavoro



 “Sai cos’è la lesa maestà? La lesa maestà umana e divina è un reato che riguarda la sfera dell’eresia. Uno di quei reati per cui si applica la tortura senza limiti. Con strappi con la corda fino a dilacerargli i legamenti degli arti, fu spinto a confessare il domenicano nostro. Confessare che i suoi dialoghi con Dio che gli narrava della corruzione di Roma, la quale, figlio, ora a anni dalla morte di Girolamo, è distrutta finalmente dai Lanzichenecchi, egli, il domenicano eccellentissimo, lo disse molto prima che accadesse davvero perché era veggente. Disse che l’immonda città che Papa Borgia aveva reso ancora più empia, sarebbe stata definitivamente devastata, arsa e giustamente violentata dai germani. La tortura solo lo costrinse a ammettere un inganno che non aveva compiuto in modo che lo si potesse condannare. Alla suo ultima ora, con il fiato dei carnefici sulle sue carni dilacerate, Savonarola confessò che nelle sue predicazioni era stato spinto dalla vanagloria. Capisci, figlio? Egli che tanto l’ebbe contro la vanità di fiorentini sodomiti, ubriaconi, giocatori e pure contro le femmine tutte che odiava, che pure le costumate certo non le avrebbe chiamate mai a rifondare la repubblica, ma sicuro neanche l’altre, quelle che con abiti e capigliature attiravano peggio che il miele le api. Quelle erano cercate da quei ragazzi suoi che eravamo noi. Tu figlio ora mi vedi vecchio ma ero il più gagliardo specie con quelle femmine. E come gli ubriaconi e i giocatori nelle bische e nelle osterie, dentro i bordelli le cercavamo per strappargliele quelle vesti e lasciarle ignude e immonde che Dio voleva qualsiasi agire che noi facessimo loro per punirle”.

Per la verità non la scomunica della città convinse i fiorentini più puri di spirito, a recedere dal loro favore per Girolamo Savonarola ma una brillante trovata che ebbe Papa Borgia per dissuaderli nel giro di qualche giorno e far loro impiccare Girolamo, bruciarlo e disperdere le sue ceneri in Arno. Bastò che si minacciasse la confisca di tutti i beni che i mercanti fiorentini avessero in Roma. Che certo non significava solo fiumi di denaro toscano indirizzarsi nelle casse dello Stato Pontificio ma anche il decadimento del potere dei fiorentini più ricchi, che erano da anni ben inseriti nel cuore strategico dell’urbe altrimenti noto come curia. 

La vanità delle cose quanta energia toglie al compito che indubbiamente ha ciascuno di noi? E quale sarà il compito di Pippo, orfano di madre e figlio di un ex notaio, alchimista dilettante, infiammato e incenerito dalla predicazione di Girolamo? Cosa sarà significato amare incondizionatamente un padre tutto concentrato sull’inarrivabilità dello spirito del monaco suo, come appariva a Filippo suo padre. Non musiche, non libri, non femminei e allettanti spasmi da cui mai si è sempiternamente compresi e che per questo bisogna punirli e offenderli. Non cibi, non canti, non amicali bischerate. L’ex notaio aveva scelto di praticare, con qualche umana lacuna, questo non godere. 

In quanti si perdono la gioia più verace di questo non godere? Pochi ma l’ex notaio, egli non sarebbe stato tra questi, sebbene nelle multiple amarezze della vecchiaia finì per bere assai. La gioia di cui per la verità il babbo, sembrava insospettabile latore, sebbene avesse scelto la privazione già dalla prima gioventù per seguire le politiche del monaco suo, era un’invenzione di Pippo, in quanto il babbo mai di gioia parlava ad imitazione di Girolamo che solo distruzione sapeva vaticinare. 

Perdersi nei labirinti terreni in cui pochissime e essenziali cose giacciono come morte per l’uomo retto che non vede più la loro ineffabile somiglianza al creato? Mai! Urlava il babbo al figliolo che un po’ si spaventava, un po’ rideva per sdrammatizzare una furia paterna che lo esaltava ma anche lo terrorizzava.  Quanto questa vanità fatta di sensi di colpa, inutili desideri, bramosia di possesso che toglie spirito a ciò che davvero si ama, stornando soprattutto all’oggetto del desiderio la sua identità soprannaturale di creatura di Dio. Scuoteva la testa l’implacabile ex notaio.  Quanti tra gli uomini sanno fare di ciò che bramano l’oggetto che li conchiude al vero guardare gli orizzonti della propria anima? Che li trasla dalla strada in cui i sandali si mischiano con la polvere del cammino e il sentiero pedestre diventa destino che si frappone tra le cattive volontà nostre e i disegni superni cui l’anima sempre partecipa malgrado noi.

Pippo ascoltava e reinventava le parole del babbo che ripeteva stralci di certi discorsi uditi in gioventù, mimando il fervore predicatorio del domenicano Savonarola a più riprese, non appena ci fossero più di due persone nei paraggi. E che fece anche mentre la mamma spirava quasi inavvertitamente nel suo letto di cenci, sfiancata da tutto il lavorare che le era toccato da quando il marito aveva scelto per mestiere di fare il seguace di Savonarola. 

Quella mattina che finalmente il suo corpo disfatto di donna meno che trentenne, dopo aver partorito il quarto figliolo se ne andava dalla vita terrena con un sollievo irriferibile, vi lasciò Pippo che quasi non se ne accorse, tanto ascoltava a bocca aperta le fascinose e inquietanti predicazioni dell’amico di Girolamo. 

A una certa ora di un preciso giorno del 1515 Leone X, figlio del Magnifico, entrava in Firenze con tutto il clamore da cui un corteo papale non può astenersi quando si tratta di restaurare un certo potere. Il corteo entrò in Firenze da Porta Romana e attraversò la costa di San Giorgio e lo si sarebbe potuto scorgere in effetti  dalla finestra di quella casa in cui Pippo in quel momento neonato di pochi mesi giaceva dimenticato.  Pacifico e sorridente tra i cenci del giaciglio in cui di recente la madre lo aveva sgravato, solo, mentre il padre armeggiava nel sottosuolo, in quella tana in cui si sapeva fosse più o meno sempre, ancora inconsolabile dell’ormai antico rogo del suo monaco. E la madre che sarebbe morta solo qualche anno dopo, girava tra le case della costa di San Giorgio, e raccogliendo i panni che forse qualcuno avesse avuto da darle per farsi rammendare, andava chiedendosi tra sé che fosse tutto quel clamore e pompa al passaggio di un’altra inutile processione. 

VentiVenti 17 aprile La Sapienza spostato

Purtroppo il convegno VentiVenti per un’interpretazione della poesia di inizio secolo organizzato dalla rivista di poesia Polisemie presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” è stato spostato a data da destinarsi.


Pertanto la mia partecipazione ai lavori del convegno riguardante l’ambito:

Testo e società, azione e reazione – Rapporto tra testo poetico e realtà sociale: come la poesia possa farsi interprete del contesto attuale e quanto l’atto poetico riesca a incidere nella trama sociale

E’ rimandata.

In questi giorni sto comunque lavorando alla composizione e all’illustrazione dei dieci anni di attività di Contemporanea Fondo Librario di Poesia e a tutte le azioni sociali poste in essere attraverso l’organizzazione di progetti legati in vario modo alla poesia nel suo ruolo di agente e reagente sociale necessario a cogliere le criticità e le possibilità entro un discorso strettamente contemporaneo. Nello specifico avrò senz’altro modo di illustrare nella sede della nuova data che sarà designata per il convegno Ventiventi, e in altra sede, il progetto di laboratori scolastici L’albero capovolto 2020 che si è tenuto con la collaborazione organizzativa della professoressa Antonella Palummieri per tutto il mese di febbraio 2020 presso l’Istituto comprensivo Falcone e Borsellino.

Contemporanea Fondo Librario

Contemporanea Fondo Librario

Finalmente la nuova definizione del fondo librario è stata attivata. Nuovo il sito, nuove le iniziative, immutato l’impegno culturale. Contemporanea fondo librario c’è e continua il suo lavoro, ora e per l’avvenire da remoto. Conclusa la prima parte del progetto L’albero capovolto riguardante i laboratori scolastici si procederà a darne opportuno conto.

Ripensiamoci

L'8 marzo, la Ferrante Fever e il covid-19

Oggi è l’8 marzo e adesso come adesso non so più come pensare l’importanza di questa data. C’è da dire che la normalità non è mai stata il mio forte. Ma oggi soprattutto sento un’empatia profonda e una viva solidarietà con le persone “divise” negli affetti, dal decreto emanato dal Governo Italiano stanotte. In questo momento il legame con figli, genitori, nonni e amici veri, a mio avviso è qualcosa da riconsiderare in termini fondativi. Qualcosa che le donne più di tutti sono portate a considerare non solo culturalmente ma anche affettivamente, al di là delle questioni strettamente individuali, come il punto di contatto con una vulnerabilità personale e altrui che più che spaventare, deve essere accettata, rispettata e sorvegliata.  

Gli eventi pubblici programmati nei prossimi mesi, tutti in forse, non tolgono niente al mio entusiasmo di lavorare su quello che c’è in questo momento di veramente nuovo e a quello che c’è sempre stato. Perciò il rimpianto relativo alla perdita della normalità non ce l’ho. Senza nulla togliere al senso di responsabilità verso me stessa e verso gli altri, il rimpianto per la perduta normalità non mi riguarda. Anche perché prima di questi strani giorni la normalità mi è sempre sembrata qualcosa di deformante e posticcio, insomma una specie di diversivo che ho eluso più di quanto ora stia cercando di evitare a me e al prossimo mio il covid-19.  

In queste ore di riflessione, studi e cura dei miei cari, in qualche modo tutto si integra. Tutto trova una prossimità nella non esclusione: l’oggettiva preoccupazione, l’affacciarsi di idee davvero contemporanee e interessanti che il cappello della normalità collettiva è altrimenti teso a nascondersi, lo straniamento che le distanze di sicurezza imposte, arrecano entro gli spazi della topografia suburbana.

Inoltre, molto importante per me e per altre e altri, in questi giorni in Italia di pari passo con il crescere della conta dei contagiati, si è avuta una rinnovata diffusione della Ferrante Fever, attraverso la trasmissione della seconda stagione della fiction de L’amica geniale che riguarda il secondo libro della saga, Storia del nuovo cognome.

Ho seguito le puntate come molte e molti per amore, riflettendo anche che quello per Elena Ferrante è l’amore più longevo della mia vita. Avevo poco più di vent’anni e mi ricordo come se fosse ieri il colpo di fulmine così determinante per il mio destino, quel giorno in cui sono andata al cinema a vedere L’amore molesto. Però è un amore che nel mio caso non si è mai potuto permettere di essere acritico e che a ogni passo mi ha costretta a fare i conti con un imperativo tutto mio, di dovermelo circostanziare e ridiscutere sempre, di doverlo giustificare a me stessa, come se da ciò dipendesse tantissimo, quasi tutto quello che negli anni mi ha riguardato come fidanzata, amante, moglie (due volte), madre (tre volte), figlia, nipote, amica, italiana.

Negli ultimi otto anni e dopo la pubblicazione del mio libro in Germania nel 2018, e ancora di più negli ultimi sei mesi, mi sono dedicata, al mio libro su Ferrante a breve in uscita in Italia. Quello su questa autrice è stato il lavoro che più di tutti gli altri ha impegnata disciplinandola, la mia capacità di studio, traduzione, lettura, scrittura, riflessione fino dal mio primo intervento pubblico su questa autrice nel mese di dicembre 2012 per la Società Italiana delle Letterate attraverso Letterate Magazine.

In questo 8 marzo di calamitosa semiclausura, è proprio alla luce del lavoro su Ferrante che non posso fare a meno di ripensare al concetto di normalità e a come questa abbia un significato alternativo e fondamentale nell’opera di questa autrice, e secondo me anche nelle motivazioni più silenziose e profonde che hanno scatenato la diffusione della Ferrante Fever.

In  Storia della bambina perduta, ultimo libro della tetralogia  a partire da pagina  158 Ferrante inserisce  l’episodio del terremoto del 23 novembre del 1980 che, come tutti sanno, è stato un evento violentissimo che colpì Napoli, la Campania e la Basilicata in modo devastante. Questo avvenimento nell’economia della storia delle due amiche Lila e Lenuccia è un fatto decisivo, poiché è l’unico momento de L’amica geniale in cui Lila parla della sua visione della vita come qualcosa in ogni momento passibile di cedimento rispetto agli apparecchiamenti posticci che mette in campo il desiderio di normalità. Questo sentimento Elena Ferrante lo ha colto perfettamente e nominato con una sola parola: smarginarsi che è una parola su cui ora più che mai bisognerebbe riflettere in termini di genere e anche a prescindere dal genere, per sdoganare molte, troppe credenze e pretese in merito al pensare la pur necessaria normalità, come un diritto esclusivo di tutto quello che non è normale.

Ferrante scrive

Borbottò che non doveva mai distrarsi, se si distraeva le cose vere, che con le loro contorsioni violente, dolorose, la terrorizzavano, prendevano il sopravvento su quelle finte che con la loro compostezza fisica e morale la calmavano, e lei sprofondava in una realtà pasticciata, collacea, senza riuscire più a dare contorni nitidi alle sensazioni. Un’emozione tattile si scioglieva in visiva, una visiva si scioglieva in olfattiva, ah che cos’è il mondo vero, Lenù, l’abbiamo visto adesso, niente niente niente di cui si possa dire definitivamente: è così (p.162)


Buon 8 marzo allora a tutte e tutti, un abbraccio a distanza con la vicinanza di sempre e a presto! 

1 marzo Annina a Roma

Domenica 1 marzo ore 10,30 a Roma avrò il piacere di parlare del mio libro di poesia edito da Formebrevi (2017), Annina tragicomica. L’incontro avrà luogo presso la libreria Odradek via dei Banchi Vecchi, 57. L’occasione è di particolare rilievo perché avviene nell’ambito di un progetto di promozione culturale di singolare valore: “Mai innocua parola” ideato da Fiammenta Bardelli e Anna Maria Curci. Si tratta di un ciclo di incontri dedicati a libri scelti in cui il reading e l’intervento critico disegnano una prospettiva di lettura stimolante e fuori dall’ordinario.


Sono davvero felice dell’occasione di parlare di Annina Tragicomica con Anna Maria Curci che è anche curatrice del libro.  In questi anni il libro di poesia Annina tragicomica è stato presentato a Palazzo Fibbioni nel corso del Festival letterario de L’Aquila Week-end d’autore dall’associazione Le muse ritrovate, a Caltanissetta nell’occasione del conferimento del premio Le forme del dire indetto dalla casa editrice Formebrevi, a Campagnano a cura dell’amministrazione Comunale presso la Sala Conferenze del Polo Culturale Comunale di Palazzo Venturi e a Bracciano dall’associazione Laputa presso il Museo Civico Chiostro degli agostiniani nell’ambito della manifestazione Letti di Notte. Qui alcune note critiche sul libro.

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info evento

Il mondo è sessuato. Geneviève Fraisse

“Perché non si sfugge facilmente al gioco di prestigio che mostra e poi nasconde ciò che il sesso e il genere producono nella vita umana”

Sono arrivata a Geneviève Fraisse perché mi interessava un punto di vista non italiano, nel senso di non connotato dalla storia del nostro Paese, rispetto al possibile legame che sussiste tra la fondazione di una democrazia e il percorso di inclusione delle donne nella vita civica del loro Paese.

Fraisse è una filosofa francese e storica del pensiero femminista, parlamentare europea dal 1999 al 2004. Devo dire che inizialmente la cosa che più di tutte mi ha colpito del suo pensiero è il modo in cui approccia il concetto di storicità dei sessi e la sua posizione in merito al movimento #MeToo. Questi sono i motivi per cui ho deciso di comprare e leggere il suo libro Il mondo è sessuato. Femminismo e altre sovversioni uscito in Italia per nottetempo, pochi mesi fa, alla fine del 2019 ma edito in Francia nel 2016 con il titolo La sexuation du monde: Réflexions sur l’émancipation.

Non sono una storica, non sono una filosofa ma da donna che scrive mi sono interessata di questi argomenti perché il possibile legame fondativo che Fraisse rintraccia entro la genealogia storiografica della Francia (in cui la rivoluzione ha giocato un ruolo tanto importante quanto controverso) tra l’istituzione della repubblica e l’inclusione delle donne nel concetto di cittadinanza, mi risuona molto con alcuni temi dell’ultimo libro che ho scritto e in quelli del libro che sto scrivendo ora.

Come riporta sinteticamente Annarosa Buttarelli nella prefazione del libro, il risultato dell’analisi che Fraisse compie mette in luce un aspetto su cui a monte bisognerebbe riflettere di più parlando dell’importanza storica e sociale del movimento #MeToo come movimento globale: attraverso la protesta di un corpo femminile individuale si è attuata per la prima volta da quando si parla di globalizzazione, la rivolta di un corpo femminile collettivo. Una rivolta senza prevalente segno ideologico. La fuoriuscita dai saperi costituiti in merito al corpo femminile ha reso possibile il profilarsi di un’azione di protesta diffusa e accettata che però è partita come una rottura, ovvero da una mancanza di ortodossia rispetto alla conformità nell’ambito di pratiche accettate per quella che è una percezione del corpo della donna avallata, anche in contesti geografici e socio economici molto diversi tra loro.

Personalmente quello che del pensiero di Fraisse  mi è soprattutto interessato è la descrizione di una possibile origine storica che l’autrice illustra già a partire dalle prime pagine del suo libro, tra il percorso culturale  di un corpo individuale femminile in un contesto che inizia a considerarlo nella parzialità di ruoli attribuiti alle singole individualità, come quello di donna artista o donna alto borghese, riconosciuti nel corso della storia francese, e la distanza  sempre più marcata di questo riconoscimento appannaggio solo di alcune condizioni,  con quel che inizia a intendersi in termini globali come corpo collettivo femminile di cui sopra.

Dal punto di vista storico l’idea che il percorso di una sola persona fuori dal comune, scrive Fraisse, testimoniasse il riconoscimento del progresso per tutte, ha prevalso. Del resto sta nel concetto stesso di democrazia una possibile trappola che fa incorrere in questo fraintendimento: “In democrazia, l’eccezione può diventare la regola; in democrazia si sottolinea la similitudine di tutti piuttosto che le differenze categoriali; in democrazia la totalità degli esseri è teoricamente implicita (…) Ma “ognuna” è anche la persona che è solo l’”uno” singolare, senza l’obbligo di riconoscersi nella molteplicità del collettivo, mentre attinge allo stesso tempo, all’interno di questo collettivo, la possibilità di essere quell”uno” singolare”.

In parole povere l’assunto del libro di Fraisse è che la storia è sessuata perché la sessuazione è un fatto: “Non il fatto di una definizione della differenza sessuale, non il fatto di una categoria antropologica come la differenza dei sessi ma il fatto di una realtà politica semplice: i sessi fanno la storia.”

Al di là degli esigui appunti che riporto qui, i quali si riferiscono solo alle premesse del libro, quanto illustra Fraisse ricostruendo alcuni aspetti non sufficientemente considerati, rintracciabili tra le pieghe della storia e della filosofia europea, è davvero prezioso se si vuole comprendere meglio la difficoltà di passaggi decisivi in cui la storia delle donne ha spesso subito narrazioni molto distanti da quello che sarebbe oggi una  ricostruzione  accettabile, al di fuori delle importanti ricerche specifiche attuali, anche in termini di senso comune.

Chiude il libro di Fraisse una postfazione di Luisa Muraro in cui la studiosa italiana sottolinea in modo diretto e esplicito che nei moltissimi contesti storici in cui le donne compaiono eccezionalmente o marginalmente, ciò si deve alla selezione e alla lettura dei documenti storici: “selezione e lettura che sono fatte in vista di quello che risulta memorabile e degno di essere trasmesso alle nuove generazioni”.

Nella selezione di questi documenti, quanti sono rimasti muti, sono scomparsi, o sarebbero potuti essere e non sono stati? C’è sempre entrato in un modo o in un altro, il potere politico e culturale perlopiù patriarcale in questa cernita. Perciò, come prescrive Muraro è necessario ripensare molto di quanto è stato scritto dalla storia “la storia delle donne esige per essere tale un effetto di retroazione simbolica che consenta una ripresa della narrazione storica (…) Pena una storiografia scientifica fine a se stessa”. Questa evenienza penosa, a me personalmente, più approfondisco quello che mi interessa, più mi appare tutt’altro che remota.  

Perché la poesia contemporanea a scuola?

Con il mese di febbraio inizieranno presso l’Istituto Comprensivo Falcone e Borsellino i laboratori scolastici di poesia del progetto L’albero capovolto che quest’anno, più che negli anni precedenti, si dimostrano un’occasione importante per gli studenti e le studentesse che vogliano condividere la loro scrittura anche al di fuori delle pareti delle aule scolastiche.

Infatti una selezione degli elaborati prodotti nell’ambito dei laboratori sarà illustrata e introdotta il 17 aprile in una delle giornate del convegno VentiVenti, che l’Università La Sapienza dedica alla poesia contemporanea e andrà a fare parte, in un secondo tempo, del fascicolo della rivista Polisemie dedicato al convegno.

Perché fare un laboratorio di poesia contemporanea alle scuole medie? Si potrebbe rispondere genericamente che grazie alla lettura e alla scrittura di poesia, se liberata dai numerosi pregiudizi che la snaturano, ciascuno può conoscere meglio se stesso e in questo modo è portato a meglio definire la propria visione del mondo. Un testo poetico mostra gli oggetti, le persone, i sentimenti e le sensazioni più immateriali secondo un’angolazione imprevista che permette di considerare la realtà in modo nuovo.

Prima di addentrarci nella descrizione del nostro progetto però è bene ricordare che il termine poesia include modalità e significati che vanno oltre il canone utilizzato per l’insegnamento a scuola ed è dall’esplorazione di questa pluralità che partiremo.

Il pregiudizio relativo al fatto che la scrittura e la lettura di poesie suggellino una sorta di elevazione sociale, non è recente. Si tratta di un pregiudizio che fa parte prima della nostra storia di italiani e poi della nostra letteratura. Comporre versi infatti nell’Italia del Cinquecento era non soltanto una moda, ma anche un modo per definire la propria autorevolezza sociale in una cultura che anche quando popolare, risultava largamente intrisa del modello espressivo petrarchista. Perciò ogni non poeta al fine di apparire potenzialmente dotato di un certo livello intellettuale, riteneva di dover comporre qualche poesia, che veniva utilizzata oltre che negli scambi epistolari, amorosi e amicali anche in frangenti come il dileggio, l’accusa di qualche malefatta, la denuncia di circostanze equivoche ecc. Questa modalità bifronte della poesia, intesa in un certo senso come elettiva e nell’altro come una specie di canone espressivo legato a un’utilità propriamente assertiva in frangenti più quotidiani e bisognosi di una comunicazione diretta, ci aiuterà a attenuare il timore reverenziale verso la poesia iniziandola ad immaginare come uno strumento praticabile a tutti gli effetti.

Perché approcciare in questo modo la poesia attraverso i laboratori scolastici di Contemporanea – Fondo Librario? Il fondo librario quest’anno propone un progetto completamente nuovo che tuttavia esprime e sintetizza i temi che sono stati nostri fin dal principio. Infatti l’idea di raccogliere un fondo librario di poesia nasce nel 2011 allo scopo di lavorare alla costituzione di una piccola ma ultraspecializzata biblioteca capace di un valore testimoniale di stringente attualità. Questa attitudine si è andata via via coniugando con il nostro modo quotidiano di intendere la cultura in senso inclusivo che ci ha portato a sfatare anno dopo anno, quel pregiudizio di cui s’è detto, quello per cui la cultura in genere e la poesia nello specifico fossero qualcosa di distante, irraggiungibile, difficile, in qualche modo elitario. Non è così. Lo abbiamo dimostrato di fatto in questi anni attraverso progetti, iniziative, eventi che hanno saputo coinvolgere in modo transgenerazionale moltissime persone.

Quest’anno dunque la nostra proposta riguarda un laboratorio espressamente rivolto a coniugare la creatività dei più giovani con un concetto di poesia che per quanto spesso inconsapevolmente, li coinvolge quotidianamente attraverso le loro scelte linguistiche e estetiche. Il lavoro condiviso in classe sarà volto a infondere in questo senso una maggiore consapevolezza delle proprie modalità espressive.

In classe la poesia infatti quest’anno la intenderemo ponendola entro tre dimensioni temporali:

  • La presente, come sguardo sulla materialità delle cose e dei sentimenti più comuni, la cui lettura e dicibilità più sensibile rischia drammaticamente di essere sopraffatta dall’eccessiva immersione nei dispositivi tecnologici, dalla fretta e dalla poca cura nelle relazioni interpersonali.
  • Una dimensione rivolta al futuro analizzando il linguaggio attraverso cui la scrittura può essere condivisa in modo costruttivo e consapevole sui social e in rete. Si veda a questo proposito l’articolo che abbiamo pubblicato recentemente sul sito del fondo librario sulle piattaforme social utili a chi ama condividere la propria scrittura e le proprie letture.
  • Infine la dimensione del passato ossia rivolta alla prima memoria che ciascuno custodisce in merito al suono e al significato delle parole di un’infanzia che nel caso dei ragazzi della scuola secondaria di primo grado è ancora un giacimento cui si può attingere per ritrovare un rapporto emotivo vivido con il proprio linguaggio originario.

A chi si rivolge il laboratorio, secondo quale modalità? La fascia di età coinvolta va dagli undici ai tredici anni. Il laboratorio prevede 32 ore, 4 ore suddivise in 2 lezioni da 2 ore ciascuna per ogni sezione del primo, secondo e terzo anno della scuola secondaria di primo grado. Nelle prime lezioni di 2 ore avverrà un dialogo con gli studenti in cui verranno messi a fuoco in modo interattivo, le diversità del leggere e dello scrivere, come forma di comunicazione, al di fuori della scuola. Tra questi verrà annoverata la poesia e descritte le sue diverse funzioni e possibilità espressive nell’ambito soggettivo di ciascuno. Tramite la similitudine inoltre, rilevata nella poesia di autori più e meno noti i cui testi sono custoditi nel fondo librario e poi attraverso il linguaggio quotidiano, si formeranno le premesse per la lezione successiva dedicata alla rielaborazione personale. Infatti nella seconda lezione verranno suggeriti spunti (tenendo conto per ciascuna classe le diverse età coinvolte) per la messa in pratica in modo autonomo e personale delle conoscenze ottenute durante il percorso.

Qual è la spesa a carico delle famiglie? Nessuna. Il fondo librario svolge le attività suddette a carattere di volontariato al fine di diffondere la fruizione della poesia a partire dai più giovani.

La parola professione

Oggi sul sito del fondo librario parlo di poesia. E del significato della parola professione.

Cos’è che consente a una scrittura poetica un’uscita dalla conformità che non ripieghi nella retorica anticonformista? Legarsi a una griglia classica e esattamente definita come quella dell’endecasillabo necessita di accuratezza, nel senso che l’accuratezza sarebbe comunemente da intendersi come l’uso delle accortezze necessarie per il compimento della propria professione. Dove per professione è da intendersi il significato etimologico della parola.

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extra moenia

Cari che mi leggete, vi auguro un 2020 pieno di favole in cui credere.

Dicono che prima di noi c’era una gente molto selvatica che popolava i boschi delle colline e i roveti del fondo valle ai piedi del castello, lasciando a una popolazione più costumata, la coltivazione della valle che si spinge fino alle sponde del Tevere. Dicono che questi selvaggi vivessero assieme ai lupi, nella ferina convivenza prima e poi nell’eccidio che ne fecero quando accadde che le pelli di quegli animali potessero essere non solo tenute addosso per superare gli inverni ma anche scambiate e poi vendute a certa gente che si avventurava fuori dalle mura della città per cercare chi potesse uccidere il lupo per loro conto. Poi questi selvaggi amanti e assassini del lupo, furono sterminati pare da un terribile morbo contratto durante un rito magico allorché il lupo era già sparito da un pezzo dalle colline nostre per via del loro vigoroso debello. 

       Sempre che il morbo non si trattò di una vendetta del non del tutto morto spirito del lupo che prima fratello poi macellato da coloro che forse ben gli sta che sono tutti morti. Costanza, Costanza hai da essere più bona se un giorno ti vuoi maritare, se no chi ti piglia? Diceva nonna Cleofe la quale sempre fingeva mitezza per poter marranamente imperversare a suo piacimento. 

Lupo italiano

Ma che storie sapeva. Di lupi e di orsi eravamo il conclamato prodotto, diceva. Il castello nostro, a volerlo chiamare così, appena mezzo secolo prima che io nascessi, nell’anno 1573 un giorno che la povera Ortensia per fortuna non si avventurò in campagna, era di diretta proprietà del monastero benedettino di San Paolo fuori le mura che poi cedette le quattro pietre nostre e tutti noi miserabili a certa gente di recente nobiltà.

       Dentro e fuori le mura erano per me espressioni fiabesche che mi inserivano e disinserivano dall’essere partecipe delle cose vere, misteriosissime e magnifiche che appunto succedevano al di là del muro dietro cui c’era Roma tutta gremita di Santi e luoghi nominati coi nomi dei Santi medesimi che mai in ispirito li lasciavano. Fuori dalle mura, dove stentavamo a vivere noi, nulla esisteva e neanche noi esistevamo, nulla accadeva salvo il dibattito che le favole sollevano per essere credute vere dagli ingenui. E nel sollecitare credulità con affabulazione, mia nonna era una piccola autorità locale.  

       Aspetta figlia che il brutto deve ancora venire, mio nonno sempre raccontava, di quel giorno in cui si videro intorno l’assedio del nostro povero castello voluto da papa Martino per rimediare ai soprusi dei signori locali in favore dell’avvicendamento dei soprusi di altri signori. Ma lo scambio di padrone poi in vero non vi fu.

       Nonna, tu come fai a sapere? Io sapevo come lei sapeva più di quanto dicesse. Era altri, da quelli che noi sapevamo lei incontrasse, che in gioventù avevano narrato a lei in certi segreti momenti. Io questo lo sapevo, come a volte mi accadeva di sapere le cose senza aver visto o udito. Cleofe non rispondeva, né abbassava lo sguardo, e io sentivo che era hipocrita perché sua vita era anche altra da quella che noi sapevamo. 

       Ma la odiavo non per questo. Non so come già sapevo che il conoscere per me  non significava che qualcuno me lo avrebbe trasferito ma sarebbe stata una grazia che mi poteva accadere perlopiù imboccando vicoli ciechi. Punti in cui ciò che è visibile e piano è più menzogna di quello che non lo è. E io tanto volevo sapere, che senza perdonare Cleofe che vedeva solo il suo e mai il terribile che toccasse a me per via di quel bestiale zio che come mio padre era figlio suo, io sempre l’ascoltavo.    

       Mai più fui così severa nel giudicare i miei, come lo fui da bambina nei confronti di Cleofe, mia nonna. Allora non immaginavo certo che scaltrezze e cecità dei semplici, una volta svelate, erano colpe minori se confrontate, a certo reiterato peccare che vidi ammantato di fogge impensabili. Fogge mistificatorie di cui quel mio zio così pio, fu solo il primo e più rozzo usufruttuario. 

       Ora e sempre il peccato mio confronto, con quelle fogge che celavano sotto panni certo la presenza del Maligno in persona. Anche oggi, quando mi voltai verso la povera gente che mi acclamava priora, mentre entravo in questa mia agognata clausura, non cessavo di pensare a quel peccato mio. Ed infatti tra lo sconcerto generale, del peccato di cui mai oso proferire il nome, volli chiedere perdono a tutti, a voce ben udibile, prima di chiudermi la porta del monastero alle spalle, senza che quei semplici potessero immaginare di cosa chiedesse loro perdono quella ormai illustrissima madre. 

Questo brano è tratto dal romanzo che sto scrivendo. Un altro brano del romanzo può essere letto qui (di questo frammento è stata data lettura in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne). Una prima versione dell’incipit è stata ospitata qui dal numero 52 della rivista digitale Fili d’aquilone 

Alcune novità

Il 2020 porta con sé alcune novità importanti. Quest’anno ho riconfermato la mia adesione in qualità di socia alla SIL – Società Italiana delle Letterate il cui lavoro critico sulla scrittura delle donne insieme ai contenuti della rivista Leggendaria  si sono dimostrati fondamentali per il mio lavoro su Elena Ferrante. Si è trattato di una conferma in quanto sono stata socia in passato avendo modo di riscontrare la capillarità, profondità e validità dello studio che la SIL ha compiuto da moltissimi anni sul lavoro culturale delle donne, iniziando in tempi in cui era ancora più difficile di adesso trovare materiali critici adeguati a uno studio dedicato.

Il 2020 inoltre porterà un ulteriore ampliamento degli orizzonti del Fondo librario di poesia che coinciderà con una precisazione dell’operato nell’ambito della poesia contemporanea in vista di una costituzione in termini associativi del tutto nuova che riguardi esclusivamente l’aspetto di raccolta e analisi dei testi oltre le azioni che hanno sempre contraddistinto i nostri progetti in ambito sociale.

Questo cambiamento nasce dall’aver avuto modo di comprendere negli anni che il significato civile dell’operato del fondo librario rientra in un modo di concepire la politica attraverso pratiche di incontro e confronto fisico su campi come quello della scuola, degli eventi pubblici cittadini e del disagio mentale considerandoli luoghi per eccellenza in cui si possa e si debba esprimere il significato migliore del termine politica attraverso un lavoro culturale che parta dalla poesia. Il nuovo progetto del fondo librario ha inizio dal dato empirico che proviene da questa esperienza: L’albero capovolto è un progetto ideato per l’Istituto Comprensivo Falcone e Borsellino che vuole indicare sia una continuità della collaborazione che si è stabilita con i docenti e la dirigente di quell’Istituto ma che partendo da questa continuità si ponga in dialogo oltre l’aspetto volutamente locale dei progetti ideati fin qui.

In questo senso i laboratori che avranno luogo tra gennaio e febbraio, l’illustrazione delle modalità di svolgimento, delle tematiche e degli stessi materiali testuali e grafici verranno illustrati nell’ambito del convegno VentiVenti, organizzato a fine aprile dalla rivista Polisemie presso l’Università degli studi La Sapienza e da quella rivista successivamente pubblicati tra gli atti del convegno. La sede per questi contenuti ci pare ottimale oltre che lusinghiera in quanto il convegno si propone come un’occasione di confronto e di riflessione sui vent’anni di poesia che hanno segnato l’inizio di questo millennio.

Inoltre mi ha fatto molto piacere l’invito a scrivere un articolo che sarà pubblicato nel corso del 2020 per la rivista milanese Il Segnale. Percorsi di ricerca letteraria nella rubrica Soggettività-scritture. Il Segnale è una rivista molto sensibile alle tematiche più attuali legate alla poesia. Il mio testo perciò illustrerà in forma discorsiva le tematiche e la forte spinta ideale di questo nuovo progetto come il compimento di un percorso di crescita e consapevolezza che ha riguardato le classi di studenti e docenti che abbiamo incontrato e inevitabilmente ha riguardato me come poeta.

VentiVenti 16/18 aprile La Sapienza

Sono molto lieta di annunciare la partecipazione del Fondo Librario di Poesia Contemporanea di Morlupo al convegno VentiVenti 16/18 aprile 2020 organizzato dalla rivista di poesia Polisemie presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza“. L’ambito di partecipazione è quello sociale e prevede le seguenti tematiche:

Editoria e poesia oggi – Analisi della produzione poetica iper-contemporanea in rapporto alla realtà editoriale italiana ed estera. Nuove tecnologie e scrittura poetica – Incidenza dei nuovi strumenti tecnologici nella composizione e ricezione del testo e nella comunicazione dell’informazione poetica oggi. Testo e società, azione e reazione – Rapporto tra testo poetico e realtà sociale: come la poesia possa farsi interprete del contesto attuale e quanto l’atto poetico riesca a incidere nella trama sociale.


Qualche giorno fa è stato presentato il Rapporto di OCSE e della Commissione Europea (CE) “Supporting Entrepreneurship and Innovation in Higher Education in Italy” sulla capacità innovativa e imprenditoriale del sistema italiano di istruzione superiore.

L’indagine certifica un pesante declino culturale e il fallimento dei processi di inclusione scolastica degli ultimi 20 anni. Ciò che viene evidenziato è che oltre ai fondi da assegnare alla scuola e ai progetti culturali ad essa dedicati, siano indispensabili una certa continuità e una capacità di superare gli stereotipi educativi e culturali più dannosi e inefficaci ai fini del coinvolgimento reale degli studenti entro il processo educativo.

La mia partecipazione ai lavori del convegno VentiVenti sarà finalizzata a descrivere gli obiettivi e gli esiti che in quasi dieci anni di attività il Fondo Librario di Poesia di Morlupo ha posto in essere attraverso l’organizzazione di progetti legati in vario modo alla poesia nel suo ruolo di agente e reagente sociale necessario a cogliere le criticità e le possibilità entro un discorso strettamente contemporaneo. Nello specifico avrò modo di illustrare il progetto del tutto nuovo che da gennaio 2020 il Fondo Librario di Poesia Contemporanea attuerà in collaborazione con l’Istituto Comprensivo Falcone e Borsellino.

Le novità che si stanno prefigurando per quanto riguarda l’anno prossimo, sono al momento incoraggianti. Una su tutte riguarda appunto la maggiore precisazione del mio lavoro nell’ambito del Fondo Librario di Poesia che nei prossimi mesi attuerà attraverso ulteriori cambiamenti una più mirata politica di studio, ricerca e azione sociale.