Nascita della Costanza. 1573

Cari e care che mi leggete, voglio chiudere quest’anno pubblicando un capitolo de Il romanzo della Costanza, il manoscritto tentacolare che forse non terminerò mai ma su cui mi farebbe piacere impiegare il tempo e le energie che il 2021 vorrà elargire. Confido che il tempo e il silenzio, almeno nel mio caso, rivelino la consistenza di una scrittura fatta, o meno, per restare. E almeno fino a adesso, devo dire che questa confidenza non mi ha tradita. Perciò credo che (se la fortuna me lo permette, se l’anno nuovo non sarà funestato da altre catastrofi e lutti) mi dedicherò al mio romanzo con tutte le conseguenze che questa decisione porta con sé. Al lato di questo continuerà il mio impegno per la SIL, e spero anche di lavorare in modo un po’ più costante e sensato a questo mio blog cui tengo molto. Grazie a voi che mi leggete e che leggete i miei libri, grazie a Elena Ferrante che mi ha insegnato moltissimo, a Anna Maria Crispino e all’editrice Iacobelli che hanno consentito al mio lavoro di dieci anni di ricerca che è Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo di essere pubblicato anche in Italia oltre che in Germania, e infine grazie a Elvira Federici e al direttivo SIL che accogliendomi, mi hanno fatto sentire come a casa.  

Ortensia alle due dopo la mezzanotte di quel giorno si era svegliata sentendo non proprio dolore ma un tirare tra le gambe come un volersi spaccare del corpo a partire di tra le cosce in due metà, ognuna dotata di un braccio, una gamba e mezzo capo suo. Tanto che quando sopraggiunse di lì a poco la prima doglia ella si sentì non più una ma due metà del corpo che per far uscire Costanza forse non si sarebbero mai più ricomposte.

        Intanto il marito pronto sulla soglia per andare in campagna che non era ancora l’alba, si spazientiva di aspettare e lei non sapeva come dirgli che forse era il momento. Finché ci riuscì a dirglielo e lui partendo da solo perse venti minuti per avvertire quella che aiutava le femmine a sgravare, e sua madre Cleofe.

        Il giorno prima era stato molto importante per il castello ma Nicola lo avrebbe saputo solo a mattina inoltrata quando incontrandolo al fosso per portare acqua al dissodato, aveva raccontato al fratello che la moglie in casa gli stava sgravando. Marcantonio gli era di molto maggiore poiché nato da prime precocissime nozze di Cleofe. E Nicola da minore e più povero, il fratello lo rispettava con invidia.

        Marcantonio informò Nicola che proprio il giorno precedente il consiglio generale del castello aveva approvato con ventisette fave bianche contro diciassette nere, la condotta del medico Vincenzo da Castelnuovo. Non un barbiere, non un cerusico ma un vero medico laureato in Bologna.  Questi doveva visitare due volte alla settimana tutte le infermità ma i castellani avrebbero dovuto pagare una rata di venti scudi ciascuno perché questo avvenisse. 

        Nicola non disse nulla ma fu molto preoccupato da quel dover pagare ancora e anche infastidito. Infondo Delia era una femmina vecchia e esperta e oltre al far nascere, conosceva rimedi per tutto, pertanto che bisogno c’era di pagare quei venti scudi. Insomma era ancora denaro a sproposito da pagare in aggiunta. L’anno precedente con l’assegnazione dell’incarico al maestro di scuola reverendo Attilio Bianchi, quello stesso consiglio generale aveva predisposto un salario di cinquanta scudi annui da dare a questi avendo ritenuto gran necessità che vi fosse un maestro di scuola per l’educazione dei figli. Figli che comunque alle campagne o a farsi preti dovevano andare. Perciò nel primo caso il maestro non serviva e nel secondo ci avrebbe pensato Gesù Cristo a istruirli.   

        Quella mattina che poi verso il mezzogiorno nacque Costanza, il fratello aveva raccontato a Nicola pure che il consiglio aveva invitato il conte Francesco Orsini a promulgare un editto che bandiva dal castello e cacciava via tutte le famiglie e i forestieri disutili. Che questo fosse fatto nell’immediato era una necessità in quanto si era deciso, quasi all’unanimità, di accettare di prendere in affitto dalla contessa señora Lucrezia, per il tempo di nove anni, i terreni suoi, purché il massaro e il bovaro facessero sott’obbligo di coltivazione esclusivamente con la comunità del castello che avesse a genio di lavorarli.

        Dicono che il Medioevo da cui allora la boscosa Europa pretendeva di essere uscita, ai suoi inizi custodisse il sentimento di un gran buio. In quell’oscurità più passava il tempo, più la gente si divideva tra i pochi che avevano la terra e i tanti tra quelli che ossessivamente commerciavano, ferocemente combattevano, pregavano e quelli che lavoravano essendo ritenuti schiavi e da mantenersi tali il più a lungo possibile. Fin qui è quanto la storia ci ha riferito. Più reticente è stata riguardo al peso che avesse l’essere donna o uomo in merito ai destini di ciascuno. Che certamente la fine dell’economia di castello col suo feudatario e l’inizio di ben altri traffici volti all’accumulo, finirono con surclassare le già minorate femmine. Minorità cui ciascuna delle nostre provò a modo suo a rimediare, come diremo più oltre.

        Per ora basti dire che il mondo narrabile fu per centinaia di anni perlopiù maschio, e di femmine sembrava ce ne fossero poche o punto, tranne che quelle annoverate per santità o meretricio. Perciò questo racconto prenderà come suo fantasioso e astruso criterio, a considerare la storia dall’ipotesi che abbia sempre  avuto un suo femmineo invisibile sottobosco, causa non pervenuta di inauditi effetti. Effetti stimati allora e lungamente, per via dell’ignoranza di certe sottigliezze, come lontanissimi da ciò che invece di fatto li aveva detonati.

        Di questi personaggi che dopo furono chiamati sommariamente clero, borghesi e popolo agli albori il poeta Filippo di Vitry (1291-1361) ebbe a scrivere che per sfuggire a codesto mondo virile e alle sue calamità incombenti, e soprattutto alla paura del buio, che sesso non ha, crearono baroni e conti che li dovessero cortesemente difendere con le armi e con la nobiltà del sentimento loro. Ciò lo riportiamo non per farne una colpa alla sfortunata señora Lucrezia che nobile era ma femmina. La quale contessa Lucrezia qualche centinaio di anni dopo le osservazioni del suddetto poeta, fu solo una pedina nel grande giuoco al massacro che presto vedremo inghiottire nel più orribile dei modi anche lei.   

        Nicola quella mattina che ancora non sapeva che gli stesse nascendo a tradimento la figlia femmina, di sé pensava di essere uomo di gran buona volontà e faticatore. Gli era nato Giuseppe, il suo primogenito, poco più di un anno prima, la moglie stava per sgravare sicuramente un altro maschio, data la forza e il vigore che il padre si sentiva in corpo.

        Tutti i figli che sarebbero arrivati da Ortensia erano necessari a prendere più terra dal massaro che gliene voleva dare poca. Molto poca rispetto a quella di Marcantonio che avendo già un maschio di buone braccia, e una figlia con certi polsi che parevano d’uomo, in passato si era dato parecchio da fare. Anche con certi traffici suoi e della madre Cleofe con i monaci del monastero di Civitella San Giorgio. Dunque s’erano già un poco arricchiti madre e figlio maggiore. Anche per via di un patto molto più favorevole di quello odierno che Marcantonio aveva stipolato anni prima grazie ai buoni uffici di Cleofe, la quale tutta dedita al primogenito, di piccole eminenze locali ne conosceva assai. Cleofe in passato aveva patteggiato direttamente, e di sua sponte, presso il nobile predecessore da cui la señora Lucrezia avrebbe ereditato. Infatti costei nonostante l’essere femmina, per diritto di nobiltà spagnola imparentata con un signore italico, possedeva proprio quei terreni del castello che ora, solo i restanti dall’antica stipola, dava in affitto tramite il consiglio generale.

        Quando Nicola tornò a casa un’ora prima del tramonto non si aspettava di trovare sua moglie quasi morta e la presenza di Vincenzo da Castelnuovo, che lo guardò con una tale aria di disapprovazione che pareva fosse egli il marito di sua moglie. Gli disse che Ortensia ancora perdeva troppo sangue e non si sapeva come arrestarlo. Mentre la bambina stava bene, anche se era nata dal gran rischio di venire da una madre denutrita e sfiancata.

        In quelle stesse ore qualcosa di molto più grave accadeva in un palazzo di inimmaginabile bellezza sito in una Milano per così dire estera. Infatti al castello sebbene fosse alle porte dell’urbe, in pochi ne sapevano l’ubicazione, e alcuni mai neanche l’avevano sentita nominare, Milano.

        Stava accadendo che Carlo Borromeo, chiuso nel suo studio privato meditava sull’opportunità di caldeggiare presso il papa suo sodale, la scomunica di Luis de Requesens, allora governatore spagnolo della città di cui il Borromeo era padre padrone. Del resto Carlo aveva appena subito un oltraggio imperdonabile proprio in seno alla sua famiglia allargata. Lo spagnolo per ordine diretto di Madrid aveva emanato ben due provvedimenti che erano palesemente restrittivi del potere assoluto che quell’eminenza pretendeva di esercitare sulla città di Milano.

        Certo non proprio in questi termini denunciò l’abuso, l’arcivescovo di Milano Borromeo Carlo, al papa. I fatti che il futuro Santo Carlo avrebbe denunciato erano veri, ma certo, l’offesa intollerabile per lui era che gli spagnoli volessero decidere in casa sua. Infatti il primo provvedimento spagnolo volgeva a contenere l’incontenibile e violento organismo di polizia istituito da Carlo che non per niente il Borromeo aveva chiamato “famiglia armata”. E ancor peggio il secondo provvedimento vietava alle confraternite di riunirsi se non alla presenza di uno spagnolo rappresentante regio, e ai partecipanti di presentarsi incappucciati, come erano soliti, e con il volto coperto rendendosi così non identificabili alla polizia spagnola.

        Era inaudito e paradossale che i membri delle confraternite, tutti uomini di Carlo, fossero trattati come cospiratori dagli spagnoli che invece avrebbero dovuto considerarsi come ospiti in casa d’altri. Ma questo è solo l’inizio. Il Borromeo Federigo, che certo più di Carlo ci interessa in questa storia che stiamo raccontando, allora fanciullo vispissimo, tra le molte e cospicue eredità, dal santo suo parente, raccolse anche queste aspre contese tra l’arcivescovado milanese, unico per caratteristiche e potenza assoluta nella penisola, e il potere civile, sia detto, soltanto per allora, rappresentato dall’autorità spagnola. 

        Nei giorni successivi alla nascita di Costanza, Delia si prese un incarico che nessuno le aveva assegnato e tanto meno nessuno le avrebbe remunerato dato che Cleofe, una volta che la bambina era stata sgravata, era tornata ai suoi traffici senza voler sapere più nulla di quello che ogni femmina degna di chiamarsi tale si arrangiava a fare da sola.

        Delia all’uscita da casa all’alba di Nicola per un mese si era recata da Ortensia per aiutarla. Questo perché la tremenda solitudine di lei, in poche altre case, per quanto di miserabili Delia ne conoscesse tanti, l’aveva vista troppo pericolosa. Le medicava lo strappo che aveva tra le gambe con un certo unguento fatto di olio di mandorle lenitivo e nutriente, una pappa a base di avena disarrossante, mischiata con olio di borragine calmante e antipruriginoso. Preparava il mangiare per Ortensia e il piccolo Giuseppe integrando certa roba sua con quello che trovava in casa. E tutti i giorni lavava Costanza con l’acqua pulita che provvedeva lei stessa a andare a prendere alla fontana, sia che facesse freddo, piovesse o ci fosse il sole.

        Quando verso le sei, due volte a settimana, Vincenzo da Castelnuovo passava a dare un’occhiata in quella casa disgraziata, trovava Costanza attaccata al seno della madre, il bambino di poco più di un anno sullo stesso giaciglio a giocare con una palla di stracci. E Ortensia che ogni giorno stava inspiegabilmente meglio.

L’altro capitolo de Il romanzo della Costanza in cui compare la figura di Cleofe è qui

Bibliografia e note di questo capitolo

Giovanni Antonazzi, Archivio italiano per la storia della pietà nell’alto Lazio. Volume Ottavo. Edizioni Storia e Letteratura, Roma, 1980
William Eamon, Il professore di secreti. Mistero, medicina e alchimia nell’Italia del Rinascimento, Carrocci, Roma, 2019
Silvia Federici, Calibano e la strega. Le donne il corpo e l’accumulazione originaria, Mimesis, Roma, 2015
Jacques Le Goff, Il corpo nel Medioevo, Edizioni Laterza, Bari, 2007
Elena Bonora, La Controriforma, Edizioni Laterza, Bari, 2015
Carlo M. Cipolla, Allegro ma non troppo. Le leggi della stupidità umana, Il Mulino, Bologna, 1988

Testi, manoscritti e documenti sono stati consultati presso l’archivio notarile, comunale e parrocchiale del comune di M., l’archivio diocesano di Nepi e Sutri, l’Archivio di Stato e la biblioteca di Roma, la biblioteca della Società Romana della Storia della Patria, l’Archivio Capitolino. La mia infinita riconoscenza va al lavoro di ricerca di Sergio Mariani per avermi offerto le tracce da seguire e sempre all’opera luminosa di Monsignor Giovanni Antonazzi.
Le informazioni storiche legate al contesto civile del castello e al contesto politico extralocale dell’anno 1573 e alcuni nomi della storia ufficiale corrispondono a quanto asseriscono storici accreditati e i documenti di archivio riportati in bibliografia. I nomi dei personaggi maschili e femminili legati alla realtà locale del castello sono di pura fantasia, così come è frutto di pura fantasia la storia di Costanza e della sua famiglia. L’immagine di questo post ritrae la compositrice, cantante e scrittrice Barbara Strozzi (1619 – 1677)

extra moenia

Cari che mi leggete, vi auguro un 2020 pieno di favole in cui credere.

Dicono che prima di noi c’era una gente molto selvatica che popolava i boschi delle colline e i roveti del fondo valle ai piedi del castello, lasciando a una popolazione più costumata, la coltivazione della valle che si spinge fino alle sponde del Tevere. Dicono che questi selvaggi vivessero assieme ai lupi, nella ferina convivenza prima e poi nell’eccidio che ne fecero quando accadde che le pelli di quegli animali potessero essere non solo tenute addosso per superare gli inverni ma anche scambiate e poi vendute a certa gente che si avventurava fuori dalle mura della città per cercare chi potesse uccidere il lupo per loro conto. Poi questi selvaggi amanti e assassini del lupo, furono sterminati pare da un terribile morbo contratto durante un rito magico allorché il lupo era già sparito da un pezzo dalle colline nostre per via del loro vigoroso debello. 

       Sempre che il morbo non si trattò di una vendetta del non del tutto morto spirito del lupo che prima fratello poi macellato da coloro che forse ben gli sta che sono tutti morti. Costanza, Costanza hai da essere più bona se un giorno ti vuoi maritare, se no chi ti piglia? Diceva nonna Cleofe la quale sempre fingeva mitezza per poter marranamente imperversare a suo piacimento. 

Lupo italiano

Ma che storie sapeva. Di lupi e di orsi eravamo il conclamato prodotto, diceva. Il castello nostro, a volerlo chiamare così, appena mezzo secolo prima che io nascessi, nell’anno 1573 un giorno che la povera Ortensia per fortuna non si avventurò in campagna, era di diretta proprietà del monastero benedettino di San Paolo fuori le mura che poi cedette le quattro pietre nostre e tutti noi miserabili a certa gente di recente nobiltà.

       Dentro e fuori le mura erano per me espressioni fiabesche che mi inserivano e disinserivano dall’essere partecipe delle cose vere, misteriosissime e magnifiche che appunto succedevano al di là del muro dietro cui c’era Roma tutta gremita di Santi e luoghi nominati coi nomi dei Santi medesimi che mai in ispirito li lasciavano. Fuori dalle mura, dove stentavamo a vivere noi, nulla esisteva e neanche noi esistevamo, nulla accadeva salvo il dibattito che le favole sollevano per essere credute vere dagli ingenui. E nel sollecitare credulità con affabulazione, mia nonna era una piccola autorità locale.  

       Aspetta figlia che il brutto deve ancora venire, mio nonno sempre raccontava, di quel giorno in cui si videro intorno l’assedio del nostro povero castello voluto da papa Martino per rimediare ai soprusi dei signori locali in favore dell’avvicendamento dei soprusi di altri signori. Ma lo scambio di padrone poi in vero non vi fu.

       Nonna, tu come fai a sapere? Io sapevo come lei sapeva più di quanto dicesse. Era altri, da quelli che noi sapevamo lei incontrasse, che in gioventù avevano narrato a lei in certi segreti momenti. Io questo lo sapevo, come a volte mi accadeva di sapere le cose senza aver visto o udito. Cleofe non rispondeva, né abbassava lo sguardo, e io sentivo che era hipocrita perché sua vita era anche altra da quella che noi sapevamo. 

       Ma la odiavo non per questo. Non so come già sapevo che il conoscere per me  non significava che qualcuno me lo avrebbe trasferito ma sarebbe stata una grazia che mi poteva accadere perlopiù imboccando vicoli ciechi. Punti in cui ciò che è visibile e piano è più menzogna di quello che non lo è. E io tanto volevo sapere, che senza perdonare Cleofe che vedeva solo il suo e mai il terribile che toccasse a me per via di quel bestiale zio che come mio padre era figlio suo, io sempre l’ascoltavo.    

       Mai più fui così severa nel giudicare i miei, come lo fui da bambina nei confronti di Cleofe, mia nonna. Allora non immaginavo certo che scaltrezze e cecità dei semplici, una volta svelate, erano colpe minori se confrontate, a certo reiterato peccare che vidi ammantato di fogge impensabili. Fogge mistificatorie di cui quel mio zio così pio, fu solo il primo e più rozzo usufruttuario. 

       Ora e sempre il peccato mio confronto, con quelle fogge che celavano sotto panni certo la presenza del Maligno in persona. Anche oggi, quando mi voltai verso la povera gente che mi acclamava priora, mentre entravo in questa mia agognata clausura, non cessavo di pensare a quel peccato mio. Ed infatti tra lo sconcerto generale, del peccato di cui mai oso proferire il nome, volli chiedere perdono a tutti, a voce ben udibile, prima di chiudermi la porta del monastero alle spalle, senza che quei semplici potessero immaginare di cosa chiedesse loro perdono quella ormai illustrissima madre. 

Sorelle & Fratelli. Fili d’aquilone 52

 

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Solo tempo dopo quei poveri cinque anni miei in cui non avevo parole per definire le cause di tutto quello sgomento, un Santo, tra quei santi veri e falsi che incontrai prima di nascere in religione Teresa di Maria e Gesù, mi disse che l’eccezione, a tutta quella incomprensibile e spaventosa regolarità che sembra pascere indisturbata dentro le forme visibili, è fatta di un silenzio inumano che non tutti chiamano Dio. E solo un certo rarissimo intento nostro può farsi carico di quell’eccezione, potendo brevemente spezzare il tacere, con scarse parole e scarsissime opere. Perché è quello che viene dopo il molto inumano silenzio, a far nascere, come per caso, il non ancora nato dentro e fuori di noi, poverelli di ogni censo che tutto pare costringere a ingannevoli forme definitive.  leggi tutto


Ringrazio infinitamente Viviane CiampiMarco Furia per  aver pensato a me per questo ricchissimo numero 52 di Fili d’aquilone dal tema così coinvolgente. Diversi mesi fa avevo inviato su richiesta della redazione, quelle che credevo essere delle prose preparatorie per un romanzo in versi che poi in corso d’opera è diventato un’altra cosa, e poi ancora un’altra cosa. Ora pare che quella cosa si sia cristallizzata nella forma di romanzo storico ambientato nella Roma della controriforma. 


Il numero 52 di Fili d’aquilone ha inizio con la silloge poetica inedita “Sororanze” di Viviana Scarinci, alla quale si affianca quella di Viviane Ciampi intitolata “L’albero della sorellanza”, accompagnata da lavori artistici della stessa autrice. Restando nella poesia italiana, Roberta Truscia propone la silloge in tema “Sorelle & Fratelli” e Iluliana Olariu (rumena che scrive anche in italiano) presenta “Fratelli diversi”.

PER LA POESIA STRANIERA
Ricca la sezione della poesia straniera. In “Come sorelle a Itaca” Roberta Truscia ci introduce alla poesia della spagnola Francisca Aguirre, morta nell’aprile del 2019. Sempre dalla Spagna arriva la poesia della giovane Virginia Navalón con il suo Bestiario, presentata e tradotta da Alessandro Mistrorigo. Jolka Milič presenta la poesia della sua connazionale slovena Maja Vidmar.
Passando al Sudamerica, Alessio Brandolini in “Quanto tempo un giorno” propone un lavoro sulla poesia dell’argentina Mori Ponsowy; Giovanni Gemito in “Luce dell’ultima ora” sull’uruguayano Horacio Cavallo. Dal Messico giungono le voci poetiche di Leticia Luna (“Fuoco azzurro”) analizzata e tradotta da Federica Silvino, di Jorge Ortega (“Quanta luce sotto le pietre) e di Maria Baranda (“Teoria delle bambine”) presentate da Alessio Brandolini.

PER LA PROSA
Abbiamo i racconti in tema di Stefano Cardinali “Giochi gemelli. (The Musical Box – Genesis 1971); di Armando Santarelli “Comunque fratelli” e di Matteo Moscarda, intitolato “Tre croci”. Per i più giovani Annarita Verzola propone un brano (“Fratello e sorella”) tratto dal suo romanzo Quando l’usignolo pubblicato nel 2012 e Jolka Milič “Il cappello del signor Costantino” dello sloveno Peter Svetina (con illustrazioni di Peter Škerl).

PER LA CRITICA
Marco Testi in “Essere senza testa” recensisce l’ultimo libro di Maria Grazia Di Mario e in “Senza mai arrivare in cima” la storia pubblicata recentemente da Paolo Cognetti. Marco Benacci in “La pelle dell’anima” ci parla dell’omonimo romanzo uscito in Italia dell’uruguayana Teresa Porzecanski. Federica Silvino analizza il libro di poesia di Adalber Salas Hernández (Ai margini di un mondo sconosciuto) pubblicato recentemente da Edizioni Fili d’Aquilone. Per la critica d’arte, in “Il pittore e lo spirito del tempo”, Marco Testi propone alcune riflessioni sulla mostra romana di Ennio Calabria.

PER LE RUBRICHE
Gabriele Nicosia ha realizzato per la sua rubrica la vignetta … in arrivo. Verónica Becerril per il sua consueto intervento dedicato al “Cinema a parole” ha selezionato il film italiano Euforia di Valeria Golino, storia di due fratelli molto diversi. Infine, per l’Angolo di ED, Giuseppe Ierolli ha messo a punto la breve silloge (con traduzioni e commenti) “Fratello mio, vieni nel mio giardino!”, con testi poetici di Emily Dickinson e due lettere, una al fratello Austin e l’altra alla sorella Lavinia.