Felicitas Hoppe su Leggendaria 145

Biografie fittizie e identità ritrovate

Sono strafelice che Leggendaria abbia pubblicato il mio articolo su Felicitas Hoppe sul numero 145 (gennaio 2021) della rivista. Questa contentezza è dovuta a due ragioni: il 145 è un numero speciale, infatti festeggia il 25esimo anno di Leggendaria e nel fascicolo Anna Maria Crispino ripercorre temi, copertine e motivi di un corredo ricchissimo e imprescindibile fatto di pensiero, relazioni, condivisioni e libri che senza questa rivista non avrebbero trovato il meraviglioso corso dovuto a uno sviluppo davvero collettivo e sinergico dell’esperienza femminile. Il secondo motivo di contentezza è che non potevo immaginare sede migliore per un articolo che festeggiasse l’uscita italiana di Pigafetta di Felicitas Hoppe nella traduzione di Anna Maria Curci per la casa editrice Del Vecchio, che aveva già avuto il merito di pubblicare nel 2014 Johanna, l’altro capolavoro dell’autrice tedesca. Abbonatevi anche voi a Leggendaria e contribuirete a far viaggiare il libero pensiero e la libera scrittura ovunque ci siano libere lettrici e liberi lettori.

Uscita imminente

Di questo viaggio racconta il mio primo romanzo Pigafetta, di cui la
critica, unanimemente, certificò che non si trattasse né di un romanzo
né di un resoconto di viaggio, dal momento che non ne soddisfaceva né
i criteri formali né quelli contenutistici. Entrambe le affermazioni sono
esatte. Pigafetta non è formalmente un romanzo, né, dal punto di vista
del contenuto, è un resoconto di viaggio, bensì, oltre al rifiuto inconscio
di copiare scrupolosamente quello che migliaia di altri hanno scritto e
copiato prima di me, in primo luogo nient’altro che il primo tentativo, il
primo di una lunga serie di ulteriori tentativi, di far coincidere la mia
infantile rappresentazione del mondo con il cosiddetto mondo reale.

Felicitas Hoppe, autrice

Seguire e affiancare, qui, significa affrontare i repentini cambi di tempo verbale, ripercorrere l’accurata documentazione storica, dalle cronache della Guerra dei Cent’Anni e della vita di Giovanna d’Arco ai verbali dei suoi interrogatori, alla ricostruzione vivace di Jules Michelet; significa, altresì, esplorare dottrina e teologia, magari partendo proprio dai sette doni dello Spirito, che rivestono un ruolo non secondario; significa, ancora, sapersi elevare alle vette liriche del Cantico dei Cantici, e allora non sorprenderà affatto l’incontro puntuale e ricorrente con l’aggettivo “diletto” con il quale l’io narrante si rivolge a Peitsche; significa, infine, registrare, percepire nel dettaglio della lettera e nel passaggio tra gli ambiti più disparati – citazioni letterarie, credenze popolari, tradizioni culturali e modi di dire quotidiani – l’ironia e l’invenzione, il gioco serissimo delle parole e dei concetti, tra divertenti “bisticci”, felici fraintendimenti e creazioni dal vivido slancio immaginativo.

Anna Maria Curci, traduttrice

Alberi e poesia


Ecofemminismo per me come poeta significa molte cose. Che gli alberi poi abbiano una voce e che questa sia accostata al linguaggio della poesia in una installazione come Voice of tree è qualcosa che ha un sapore buono e pertinente ai discorsi che mi appartengono come poeta e come donna. Perciò grazie infinite a Giovanna Iorio, ideatrice e promotrice dell’installazione (e Anna Maria Curci per aver ancora una volta pensato alla mia poesia). Grazie per questo piccolo spazio sonoro tra gli alberi di Roma riservato a una delle poesie di Annina tragicomica: “Quasi tutte le notti”. Scegliendo questo testo per un luogo come Villa Borghese ho immaginato che almeno per un attimo natura, storia e memoria potessero toccarsi nel sentimento della pietà.


La Voce degli Alberi” è una installazione sonora internazionale ideata e realizzata da Giovanna Iorio, artista italiana residente a Londra.
L’artista semina nell’aria la voce dei poeti del passato e contemporanei, creando un nuovo paesaggio sonoro in cui la memoria e la letteratura si fondono alla Natura.
Le voci dei poeti, disseminate nel paesaggio con un sistema di geo localizzazione, appaiono lungo un percorso segnalato su una mappa, e si attivano grazie ad un QRCode camminando tra gli alberi. In questo modo una semplice passeggiata in un parco urbano o nel bosco si trasforma in un’esperienza emozionante e intima.

Quasi tutte le notti

da Annina tragicomica, formebrevi 2017

Dove è possibile fare questa esperienza ?

A Roma, per l’installazione “La Voce degli alberi” l’artista ha scelto gli alberi di Villa Borghese. Le poesie si accendono negli splendidi viali alberati dove torna la voce dei più importanti poeti italiani del Novecento dall’Archivio sonoro Poetry Sound Library: Fortini, Pasolini, Rosselli, Luzi, Ungaretti, Montale e tanti altri da scoprire passeggiando.
https://poetrysoundlibrary.weebly.com/
L’installazione è permanente e cresce, proprio come un albero, con l’aggiunta di nuove voci di poeti italiani contemporanei e internazionali. “La voce degli alberi” è presente anche nel Regno Unito (Hyde Park, Epping Forest), in Irlanda, in Francia (Nizza, Sète, Parigi, Marsiglia), in Italia (Parco Caffarella a Roma, Bologna, Ravenna, Giardino Comunale di Tolfa, Poesia nell’Aria a Narni ecc.), a New York (Central Park), in Nuova Zelanda e Groenlandia.

Viviana Scarinci dove

Roma, Villa Borghese

Per partecipare al progetto o richiedere l’installazione nella propria città accanto ad alberi monumentali giovannaiorio96@gmail.com
Sito Web: https://thevoiceoftrees.weebly.com/

Il codice

Tragedia e idillio

Il segreto per stare con la poesia senza farsi prendere dal panico della non comprensibilità è lasciare la parola al suo mondo aperto, al suo tempo non conclusivo

Mentre lavoro su un articolo che riguarda il romanzo storico di Felicitas Hoppe in stretto dialogo con la traduttrice italiana di Hoppe, e amica, Anna Maria Curci, ricevo nel flusso vitale di contenuti che ci scambiamo, le tre poesie che seguono. Qualche tempo fa, quando ci siamo sentite a voce, nel torrente di condivisioni reali e fertilissime che per fortuna hanno ancora luogo con qualcuna/o abbiamo ragionato insieme sull’abuso della parola distopìa. Le tre poesie tratte da Tragedia e idillio mi hanno riportato a quella conversazione.

Se prendessimo come chiave di lettura la parola distopìa credo che avremmo una possibilità in più di cogliere la poeta Anna Maria Curci nel suo approccio con il tempo presente tuttavia mediato attraverso figure della classicità (Psyche e Creonte ) e della natura (Elce). Il segreto per stare con la poesia senza farsi prendere dal panico della non comprensibilità è lasciare la parola al suo mondo aperto, al suo tempo non conclusivo. Del resto personalmente credo che non sia solo la poesia a chiedere di essere letta in questo modo.

Secondo una definizione comune la parola distopìa descrive la formulazione di una realtà immaginaria del futuro. Il romanzo distopico, ad esempio, è frutto di una previsione futura che si articola su elementi del presente i cui possibili sviluppi si prospettano nel senso di una pericolosa distorsione degli equilibri che non consentono all’umano una prospettiva di sviluppo auspicabile e positiva.

Ma quale può essere un metodo attraverso il quale l’immaginazione di una narratrice, o in questo caso di una poeta e traduttrice, formula una realtà fittizia del passato secondo la logica di una previsione in merito a figure mitologiche che sappiamo avere già avuto il proprio scenario in un altrove tutt’altro che presente? Una realtà postuma di cui in senso lato siamo comunque gli eredi culturali ma di cui la poeta ci fa pervenire notizia attraverso un’indagine che rende il perpetrarsi dell’umano in uno spazio tempo molto ridotto.

Non credo sia un caso che la terza poesia Elce prospetti l’immagine di un rifugio/riparo dalle temperie di un viaggio spazio/temporale in un’altra lingua non-madre rappresentata da un albero. Come se la lingua altra, la lingua dell’altra, fosse tutta nell’incubazione di quelle stanze secondarie, naturali, in cui cova un’alterità nativa, potente e anti-familiare, cui parlando dall’altrove pressoché murato della soggettività la poeta legge per tutte/i  una rivelazione che non può non riguardare il qui e ora.


Tragedia e idillio è un binomio che traggo dalle considerazioni che György Lukács formulava per indicare i due poli tra i quali si muovono le opere – le poesie così come le novelle –  di Theodor Storm.

Come in situazioni, personaggi e contesti nell’opera di Storm, così nelle espressioni del pensiero di ogni epoca è presente una parte irriducibile di scontro, di attrito, di resistenza a soluzioni imposte, a versioni di comodo, solo apparentemente pacificatorie. È una parte che si accompagna alla solitudine, alla messa al bando, all’esclusione. È una parte che percorre gli abissi e le vertigini del tragico e che, d’altro canto, sa distinguere tra ciò che è materia tragica e l’osceno.

Quelli che attraversiamo, e che ci attraversano, devastando e scarnificando a piccoli e grandi passi, sono i tempi dell’osceno. Per quanto tranquillizzante possa apparire, per quanto impomatate siano le sue chiome e curata la sua dizione, l’osceno – la devastazione, lo squartamento, il crimine perpetrato con la menzogna – preme sulle suture. Il liquido fetido che ne fuoriesce è percepito, tuttavia, da chi sarà murato vivo per aver raccolto le spoglie dell’umano, per aver dato voce al lutto rimosso dalla tracotanza, faraonica o meschina, faraonica e meschina.

Eppure, avvertire anche dolorosamente il conflitto, l’agone, non sopprime il desiderio. Tutt’altro: «Un desiderio non esaudito non è una perdita, è un valore aggiunto», ha affermato in più occasioni la scrittrice Felicitas Hoppe. Di questo valore aggiunto del desiderio si nutrono i sensi desti alla parola, sguardo e ascolto attenti a cogliere tracce dell’ideale agognato nel fenomeno, assorti e tenaci nel perseguire «serena irrequietezza».

Per il nucleo iniziale di Tragedia e idillio devo un grazie a Fiammetta Bardelli, per il nostro comune progetto Mai innocua parola e per le conversazioni sul sacro e sul tragico, su hybris e rimozioni; un grazie a Fabio Michieli, per il guizzo della poesia e il dono dello studio, nel lavoro comune, ogni giorno; un grazie a Viviana Scarinci per la sua scrittura (il mio pensiero va immediatamente alla sua Annina tragicomica) e il suo lavoro instancabile su dinamiche e rappresentazioni, su stereotipi e svelamenti.

Anna Maria Curci, 15 luglio 2020



Psyche, 10 luglio 2020

Sussurra la sua voce tra i nastri

– scampati nudi alle quinte di bufera  –

folle d’Amore per un’eco celata

nel sogno di fondali inesistenti.

S’immerge per lei ch’è inabissata

chi esplora le anse e i fondi del volere

– brama coatta deriva di corrente  –

e recupera il filo e la parola.


Creonte, 11 luglio 2020

trapela il ghigno sotto l’arco del ciglio

massaggiato dal belletto di scena

gonfia di cifre nascoste la dizione

tira sui fianchi preme sotto i punti

è livida la piena di potere

mentre s’azzuffa la ciancia della brama

con altra ciancia

stridulo lo squittio dell’ombelico

diventa diceria addomesticata

sotto la calce viva

voce smorzata

di chi raccolse spoglie


Elce, 12  luglio 2020

Hanno attaccato al tronco una striscia

con l’altro nome tuo, quello maschile,

e “quercus ilex”, la doppia firma:

rifugio saldo, ramo sporgente,

appiglio a chi accede in altre stanze.

“Quercia di pietra”  ti chiama un’altra lingua.

Una pena? Un passaggio? Un cambiamento?

Su squarcio di domande e all’erba secca

in silenzio offri ombra e riparo.


14 giugno ore 19 Femminismi futuri

Sono davvero lieta di poter raccontare perché a mio avviso sia importante leggere un libro come Femminismi futuri edito da Iacobelli editore per meglio comprendere il delicato momento che stiamo attraversando ma non solo. I saggi presenti in questo libro sono di particolare interesse anche per tutti coloro che si occupano di narrativa, poesia, filosofia, arte e ecologia e fossero interessati a comprendere quali direzioni altre poter intraprendere alla luce di questo presente nuovo di zecca. L’incontro sarà inoltre arricchito dalla presenza di alcune autrici del libro in dialogo con noi. Anna Maria Curci, Patrizia Sardisco, Cristina Polli e Contemporanea fondo librario vi aspettano!

Per partecipare all’evento gratuito scrivere a annamaria.curci@tiscali.it

Per leggere l’articolo in cui tra l’altro mi riferisco al libro

Per acquistare Femminismi futuri in formato digitale o cartaceo

Modi seri di stare in contatto con il problema

“cosa facciamo nel presente, ma, soprattutto, quanto oltre si può andare nel ricostruire il passato di una nazione, di una comunità, per avvicinare un futuro che sembra impensabile” Femminismi futuri, Iacobelli editrice 

Da lettrice accanita in questa fase 3 così satura di incognite sono ricorsa ancora di più ai libri. Così ho trovato particolarmente interessante e per certi versi confortante, incrociare la lettura di due testi che nella loro connessione, amplificano l’attualità di alcuni temi a partire da un’analogia vitalistica relativa all’esigenza di pensare a un modo di narrare storie più confacente agli orizzonti complessi che si vanno delineando.

Pensare, pensare dobbiamo, prescrive Donna Haraway l’autrice di uno dei due libri di cui sto parlando. Not Nero Edizioni nel settembre 2019 pubblica in Italia Chtulucene, sopravvivere su un pianeta infetto traduttrici Claudia Durastanti e Clara Ciccioni. Un libro fondamentale, da leggere ora più che mai ma la cui lettura va preceduta o accompagnata a mio avviso necessariamente da Femminismi futuri. Teorie, pratiche e fabulazioni, edito da Iacobelli nel 2019 a cura di Lidia Curti con Antonia Anna Ferrante e Marina Vitale.




Dalle avvincenti complessità che nascono dall’incrocio di queste due letture mi piacerebbe sviluppare un discorso più ampio tuttavia al momento mi limiterò alla descrizione di un evento importante che in parte mi ha aiutata a comprendere meglio alcuni dei molteplici risvolti di qualcosa di cui sarebbe respons-abile (utilizzo una delle traduzioni possibili di una parola inventata da Haraway) da parte di ciascuna/o essere informate/i.

Il salone internazionale del libro di Torino 2020 quest’anno in versione Extra ossia in versione distanza sociale, ha ospitato un intervento a distanza di Donna Haraway che con un’intervista rilasciata a una delle sue traduttrici Claudia Durastanti e a Loredana Lipperini illustra i contenuti di Chthulucene pubblicato negli Stati Uniti nel 2016 con il titolo Staying with the Trouble: Making Kin in the Chthulucene. Il libro è risultato una delle letture più popolari in Italia durante la fase del lockdown ed è definito, a volte, come la svolta ecologista dell’autrice di Manifesto cyborg.  

Nell’intervista Haraway innesta i contenuti di Chtulucene alla realtà odierna della pandemia, stimolando ancora una volta in chi ascolta e legge Haraway la necessità di un ribaltamento del pensiero su cui poggiano i capisaldi del nostro presente biologico e culturale di individui. Infatti dalla preziosa intervista si evince veracemente la capacità di Haraway di stimolare una revisione dei fondamentali di una logica della sopravvivenza da lungo tempo nutrita da automatismi culturali, pratiche e sistemi spesso inconsapevoli e inevitabili per chi li subisce, e ormai in tutta evidenza da intendersi dannosi.

Come praticare davvero la possibilità di incontrare qualcosa che non siamo noi stessi nell’approccio con il mondo al di fuori del nostro pensiero? Come praticare un intendimento di solidarietà inter-specie per fare in modo che l’eccezionalismo umano esca fuori dal quadro generale e non si presenti come fenomeno sempiternamente prevalente? Come non consentire più a questa prevalenza di eclissare la totalità dell’orizzonte, da qualsiasi prospettiva lo si stia guardando? Come stare a contatto con il problema costituito da un mondo tanto artificiale quanto ereditato sia in termini biologici che culturali, il quale mai come in questo momento mostra limiti a ogni prospettiva futura di fattibilità?

Nell’intervista tra l’altro Haraway illustra in modo diretto una solidarietà non concettuale del vivere insieme all’altro-che-non-è-umano (inteso come animali/ambiente/natura) che va molto oltre una visione semplicistica dell’ecosostenibilità: “riguardo al virus c’è tutto un approccio orientato al nemico invece di dire: aspettiamo un attimo, questo è un segno e forse non soltanto un segno di ecologie socio naturali completamente sballate, il nostro modo di stare con la multispecie è sballato”.

L’altro punto fondamentale sollevato da Haraway è il tema della giustizia riproduttiva come di assoluta pertinenza al discorso femminista declinato nel motto spiazzante e controverso: “generate parentele e non bambini”. Nell’intervento al Salone il significato di questo motto è spiegato da colei che lo ha elaborato in termini speculativi, con una limpidezza inarrivabile.  Di qui si definisce come necessaria la precisazione dell’autrice rispetto al passaggio simbolico dall’apertura del Manifesto Cyborg come testo non solo femminista, all’approdo e poi all’illustrazione attraverso Chtulucene di una pratica eco-femminista del tutto contemporanea e liberata dai fraintendimenti e dalle critiche mosse all’autrice in passato e nel presente.

A questo proposito trascrivo letteralmente un aneddoto significativo tratto dall’intervento di Haraway al Salone in merito alle differenze tra femminismi, e quanto, questa insistente intransigenza rispetto alla differenza costituita dall’altra, possa essere stata nociva e controproducente per tutte in termini relazionali, intellettuali e speculativi. Trovo particolarmente significativa la lettura di questo brano ora che il pensare insieme, il pensiero (intra)specie, (intra)specifico, dentro e fuori il genere e i generi è più o meno riconosciuto, non soltanto grazie a Haraway, come un aspetto necessario per stabilire un contatto con la problematicità del presente a prescindere da ogni altra considerazione specifica.

“Ero in contatto con le femministe marxiste italiane della sinistra italiana che si occupavano del lavoro, ricevevo notizie dalle femministe tedesche. Non conosco abbastanza i nostri reciproci movimenti, forse è questo. Credo anche che ci siano straordinarie differenze. Per esempio molte amiche femministe europee, nutrivano un disprezzo per l’eco-femminismo, come se l’eco-femminismo fosse un movimento retrogrado, naturalista fatto da donne che venerano la dea. Se fossi una persona religiosa adorerei una dea. Come se l’eco-femminismo fosse una cosa semplicistica e non lo è mai stato. È sempre stato un movimento ricco e complesso. Credo che per alcune femministe europee è stato difficile comprenderlo, almeno tra le persone delle mie cerchie. Ricordo di aver tenuto una lecture a Firenze. Un gruppo di femministe romane ha preso il treno per venirmi a sentire. Era un periodo in cui stavo lavorando a The companion species manifesto [ndr :Dogs, People, and Significant Otherness poi edito da University of Chicago Press nel 2003] in cui parlavo di cani. Le femministe romane amavano il Manifesto cyborg, quello era il vero marxismo femminista, teoricamente robusto, un pensiero strutturato che io avevo completamente distrutto buttandomi su un pensiero naturalista tra le nuvole e fissato con i cani: potevo essere considerata ancora femminista? Non c’era niente nei cani a cui le femministe potessero essere interessate. Erano molto accigliate, molto sofisticate, io mi sono sempre sentita in soggezione tra le femministe romane, erano vestite sempre molto meglio di me, avevano un aspetto molto sofisticato erano in grado di parlare della teoria in modi in cui io non sono mai stata capace, ero spaventata a morte da queste femministe romane, che erano venute a posta a sentirmi e erano molto molto turbate da una femminista americana in comunione con la natura che ama le dee e porta a spasso i cani. Esagero ma sto esagerando solo un po’, più che un ritardo direi che c’era una distanza. Vivevamo nello stesso periodo di tempo ma c’erano fortissime differenze di stile, nell’uso delle metafore, nei modi di pensiero, nell’imparare ad ascoltarci a vicenda. La verità è che avevamo paura l’una dell’altra. Io so che ne avevo di loro. Loro erano sulla difensiva rispetto a me. C’è voluto tempo e un po’ di senso dell’umorismo per imparare i reciproci femminismi senza essere giudicanti.”

Il pensiero di Donna Haraway in Chtulucene liberandosi da molti legacci ideologici,  è una specie di grèdiente che in poesia illustrerebbe  ciò che è necessario  sottacere in termini di metodo, là dove il metodo si legasse a una procedura e non al contatto con lo stato delle cose e alla percezione della loro instabilità nella possibilità di essere riferite. Per questo trovo fondamentale al fine di colmare quel gap di conoscenza/convivenza intraspecifica cui Haraway si riferisce, un libro come Femminismi futuri. Il libro consiste in una raccolta di saggi di Silvana Carotenuto, Roberta Colavecchio, Lidia CurtiAlessandra FerlitoAntonia Anna Ferrante, Anna GreenspanSuzanne LivingstonLuciana Parisi, Stamatia PortanovaOlga Solombrino,  Tiziana TerranovaMarina Vitale, nell’introduzione una delle curatrici, Lidia Curti, scrive: “L’apertura a nuovi orizzonti analitici ed epistemologici arricchisce l’ambito politico e filosofico di un insieme di differenze molteplici e non di istanze singole e separate nella lotta alle disparità sociali. L’intersezionalità, termine coniato dalla giurista africana americana Kimberlé Cranshaw all’inizio degli anni Ottanta e ripresa da Angela Davis in tutta la sua opera e militanza, era stata ancor prima sottolineata da bell hooks e Audre Lorde, che avevano descritto il nodo complesso tra diverse identità e oppressioni. Il recente Manifesto Xenofemminista (Laboria Cuboniks, 2016) ricorda che l’attuazione dell’intersezionalità è una modifica dell’universale che non può essere imposta dall’alto ma costruita dal basso, seguendo itinerari laterali e talvolta disagevoli”. Femminismi futuri è di particolare interesse anche perché il riferimento alla fiction e alla produzione artistica informata di un approccio al reale suggerito da pensatrici come Haraway, ma non solo da Haraway, schiude scenari formidabili per tutti i generi e le scritture contemporanee. Il testo nasce dal lavoro di un gruppo di lettura e di ricerca nell’ambito del Centro di studi postcoloniali e di genere dell’Università Orientale di Napoli, che ha affrontato testi teorici e critici del femminismo recente, dal cyber- e xeno-femminismo alla nuova ecologia di Donna Haraway. L’indagine parte dalle svolte antropologiche e biologiche degli ultimi decenni. L’analisi dei testi riguarda perciò romanzi fantastici e di fantascienza speculativa femminile: Joanna Russ e Angela Carter, Ursula Le Guin, Octavia Butler e Nnedi Okorafor, fino all’arte afrofemminista. Bellissimo tra gli altri saggi bellissimi La scrittura vegetariana di Han Kang di Silvana Carotenuto. Insisto: sono assolutamente da leggere sia il libro di Han Kang La vegetariana sia ciò che mirabilmente ne scrive Silvana Carotenuto.


Peraltro domenica 14 giugno alle 19 avrò il piacere di introdurre Femminismi futuri  nell’ambito di  un  ciclo di incontri “Un aperitivo con libro” organizzato da Anna Maria Curci, Cristina Polli e Patrizia Sardisco sulla piattaforma Zoom (info per partecipare annamaria.curci@tiscali.it ).


Il mio lavoro sui due libri continua saturo di svolte e rimandi pressoché infiniti tanto da chiedermi se riuscirò a concretizzarlo in una scrittura terza. Ma questo importa di meno, ciò che conta, sia detto in termini soggettivi e personali, è aver rinvenuto le coordinate e di stare assistendo all’emersione, di un’intersezione di linguaggi non nuovi né futuri perché la scrittura e il pensiero delle donne li portano da sempre strutturalmente incisi nelle modalità di orientamento che richiede il presente per essere letto e il futuro per essere concepito. Non per niente quella che venne chiamata, fraintendendola, la svolta animalista e ecologista dell’ultima Ortese, salvo felici eccezioni, non venne mai considerata nella prospettiva di un esorbitante anticipo che la scrittura di quella grandissima autrice italiana aveva già iniziato a delineare in termini di lettura storico politica della società del suo paese con Il mare non bagna Napoli. I tempi non erano maturi, fenomeni storici e politici forti del loro eccezionalismo umano e centralità mai avrebbero considerato un’interlocuzione che sollevandosi e prendendo la parola dal margine non mentiva se stessa, riguardo l’origine e il valore della propria marginalità. Del resto una donna che scrive è una bestia che parla, sosteneva molto tempo fa Anna Maria Ortese.


L’intervento integrale di Donna Haraway al Salone del libro extra 2020

Sette ghiande

SECONDA PARTE. La prima parte qui

“La caparbia, inesausta lezione delle fiabe” scriveva Cristina Campo ne Il flauto e il tappeto pubblicato nel 1971 “è dunque la vittoria sulla legge di necessità, il passaggio costante a un nuovo ordine di rapporti e assolutamente niente altro, perché assolutamente niente altro c’è da imparare su questa terra”. E sempre nello stesso contesto Campo si rivolgeva al poeta “È certo una parabola del poeta, questo nemico involontario della legge di necessità. Che può fare il poeta ingiustamente punito se non mutare le notti in giorni, le tenebre in luce?”

Se a questi giorni si potesse dare un piccolo merito o demerito, a seconda dei punti di vista, sarebbe nell’avere evidenziato quello che è necessario e quello che non lo è.  Il necessario Campo lo individua in un punto ridottissimo, direi uno snodo, non tra il prima e il dopo, piuttosto entro un passaggio da un ordine di cose all’altro, noi volenti o nolenti. Questo passaggio riguarda tutto, anche il/la poeta che sebbene, secondo Campo, siano entrambi svantaggiati nel maneggiare il servibile, proprio in virtù della loro inimicizia con il principio ineludibile di necessità, nel cambiamento vedono meglio l’avvisaglia, la definizione, e una possibilità raminga, da provare a accordare a quanto sta mutando.

Viviamo la primavera più secca degli ultimi settant’anni e se ne parla poco.  A di là di qualche giorno di pioggia blanda, il suolo è già arido come in luglio. Proprio per via di questa aridità che in alcuni punti non fa crescere l’erba, qualche giorno fa, sotto la quercia del mio giardino ho trovato sette piccole piante spuntate da altrettante ghiande neanche del tutto interrate. Mi è tornato alla mente che l’albero da cui venivano quelle ghiande così coriacee e pronte a essere qualcosa altrimenti dal loro essere ghianda, lo aveva piantato mio nonno. Mio nonno è sempre stato un originale. Un giorno è partito da casa a piedi con un badile, convinto che avrebbe trovato in qualche terreno incolto della campagna intorno, una ghianda germinata che avrebbe potuto diventare un albero. Ma se vuoi un albero vai al vivaio e te lo compri, mi ricordo di avergli detto con il cinismo dell’adolescente consumista dei tardi anni Ottanta. Mio Nonno tornò dalla spedizione con una piantina esile infilata nel taschino della camicia e la piantò, recintandola alla meglio, per difenderla dall’essere calpestata o falciata quando si rasava il prato.

Sette ghiande pronte a diventare altrettanti alberi non sono poca cosa di questi tempi, specie se l’albero da cui vengono non l’hai comprato al vivaio. Perciò ho preso una paletta da spiaggia dei miei figli di quando erano piccoli e carpendo la poca terra intorno alle ghiande, le ho piantate in sette vasetti di plastica. Perché, mi sbaglierò, ma se la legge di necessità si impone, Cristina Campo e mio nonno mi hanno insegnato a credere che comunque possiamo stringere accordi tutti nostri con il mutamento.

Il lockdown dovrebbe ancora durare dei giorni, stando alle notizie che vengono diffuse dai principali media. Avevo iniziato nell’articolo precedente a fare un po’ il punto, senza pretese di esaustività, su l’aria che tira riguardo alla poesia in questo momento, nella parzialità in cui l’ho seguita finora e cerco, in questi giorni di continuare a seguirla. Osservo che da questa maggiore attenzione prodotta soprattutto dall’accresciuto aumentare del tempo da dedicare alla cosa, ne risulta una strana effervescenza nel parlare di poesia attraverso canali mediatici alternativi che si pongono al lato di realtà solide e di lungo corso.

UNO, WEB TV. Nasce ad esempio KatÀstrofi Stati di eccezione televisibili che è una trasmissione di WebTV dedicata alla poesia, alla letteratura e alle arti in genere presentata dal progetto Argo TV e da Autoanalfabeta University of Utopia e ideata da Lello Voce e Valerio Cuccaroni. Ho avuto modo di seguire la prima puntata il 15 aprile che può essere vista qui.  Il motivo per cui l’ho seguita è stata l’annunciata presenza tra gli altri di Gabriele Frasca ma al termine della lunghissima trasmissione ho trovato più convincente l’intervento di Franca Mancinelli, la quale ha inteso più degli altri  la necessità di non essere  riepilogativa di uno stato di cose evidenti, optando per lo svantaggio  di restituire dal proprio punto di vista, lo stato di sospensione che stiamo condividendo poeti e no, il quale non è ancora affrontabile con gli strumenti della poesia.

Ecco mi ha colto di sorpresa, e mi è piaciuto dato il contesto, e mi ha detto molto, questa bella laconicità dell’intervento di Mancinelli arricchito da immagini semplici, piuttosto che visioni e ricette politiche, che mi interessano ma che forse ora come ora alla poesia servono ancora meno di quanto anche prima, tutto ciò servisse poco e niente. Ieri mercoledì 22 è andata in onda la puntata intitolata ‘Il virus è un linguaggio‘, a dialogare nell’agorà multimediale di KatÀstrofi sei poeti (alcuni dei quali anche traduttori) che fanno ben sperare: Maria Grazia Calandrone, Marco Giovenale, Rosaria Rosi Lo Russo, Adriano Padua e Fabrizio Venerandi. Appena potrò, questa puntata la guarderò con piacere.

DUE, WEB RADIO. FangoRadio trasmette dal lunedì al venerdì, qualche volta anche il sabato o la domenica. Per ascoltarla ci si può direttamente collegare a questo link. Nell’ambito del palinsesto di Fango la scrittrice e poeta Francesca Matteoni ogni martedì alle 21,30 conduce Sàivu – Survival Kit una trasmissione in cui a parlare è la poesia.  Il programma si basa su una breve e puntuale introduzione della conduttrice e una lettura dei propri versi eseguita dall’autore ospitato, intercalata da una playlist proposta dallo stesso. Grazie alla sensibilità della conduttrice, poesia e radio qui vengono proposti come un connubio che si rivela ancora molto interessante. 

TRE, UNIVERSITA’. In questi giorni si sarebbe dovuto tenere il convegno internazionale VentiVenti organizzato dalla rivista Polisemie che nasce dall’iniziativa   di   giovani   ricercatori   e   studenti dell’Università di Roma Sapienza, dell’Università degli  Studi di  Siena,  dell’Alma Mater  Studiorum  di Bologna  e dell’Università  di  Warwick,  per  approfondire  lo studio della poesia contemporanea in Italia e fuori. Il convegno nello specifico si proponeva di favorire un’interpretazione della poesia d’inizio secolo. Qui avrei dovuto partecipare intendendolo come un momento riepilogativo collaterale alla mia scrittura, in relazione alle attività di Contemporanea Fondo Librario. Inoltre la mia presenza in quel contesto ho reputato che avrebbe costituito una buona possibilità di illustrazione dei laboratori scolastici di poesia che quest’anno hanno fatto giusto in tempo ad avere luogo prima del lockdown.

Il Convegno avrebbe accolto alla Sapienza per tre giornate intere studiosi provenienti da tutto il mondo. Il primo numero di Polisemie sarebbe uscito in seguito invece che ora, come in effetti è uscito e disponibile online qui. Questo fascicolo propone approfondimenti su Robert Viscusi, Valerio Magrelli, Franca Mancinelli, Luigi Di Ruscio, Domenico Brancale, Maxime Cella e Giulia Martini, insieme ad un’intervista ad Antonella Anedda. Tutti gli articoli sono consultabili sul sito della University of Warwick Press.

QUATTRO, DIGITALE.  Anche l’editoriale di Polisemie promette bene: si vorrebbe  capire  “il  presente,  nelle  sue  forme  che a priori non possono che apparire irriducibilmente caotiche” si punta all’obiettivo “di tracciare i contorni del fenomeno della scrittura poetica in un sistema ordinato –anche se provvisorio e parziale” si vuole “leggere con la stessa attenzione gli autori di quello che  si  delinea  come  un  canone  degli  anni Duemila  e  quelli  il  cui  nome  è  ancora sconosciuto, allo scopo di farne materia di studio accademico”. Si parla della riaffermazione della dignità letteraria della scrittura in versi e si profila per la ricerca letteraria la capacità “di avere un contatto e un impatto sulla società e sulla realtà attuale”. Quest’ultima cosa mi pare grandemente auspicabile, per come la vedo io, ammesso che si riesca a non far passare la ricerca letteraria in ambito poetico come socialmente efficace quando utilizza lo stesso linguaggio di narrazioni politiche e intelletualistiche che imitano quei linguaggi senza dire granché.

CINQUE, CARTA. Il Segnale è una rivista di ricerca letteraria che amo particolarmente. Nasce nel 1981 a Milano con la fondazione di una cooperativa di poeti, I Dispari. A conclusione di un lungo lavoro teorico (nella rubrica Poesia & Scuola) e sul campo, nel 1983 la rivista promuove, in collaborazione con il Comune di Milano, l’importante Convegno Scuola e Poesia, introdotto da una relazione di Mario Spinella. Qui tutte le tappe compiute dalla rivista fino ad oggi.

L’ultimo numero in ordine di tempo il 115 viene pubblicato prima dell’irruzione del covid-19 e ospita un mio intervento L’equivoco che diventa linguaggio, nella sezione Soggettività e scrittura che viene descritta in questo modo dalla redazione: “questa rubrica può essere equiparata ad una vera e propria dichiarazione di intenti programmatici della rivista. Una procedura sistematica per proporre l’accostamento di pensieri che, nell’atto stesso dello scrivere, ricercano il piacere dello scandaglio in territori di riflessione inesplorati, singolari e comparabili a generi letterari diversi.”

Di particolare interesse in questo numero i due articoli dell’attuale direttore, Gianluca Bocchinfuso Se il futuro ha radici negli alberi” la lettura del quale mi ha aiutato nell’immaginare una formulazione iniziale per questa seconda parte del mio excursus. E un altro articolo a mio avviso molto importante “Dalla letteratura che resiste alla letteratura che si rinnova” che informa relativamente alla letteratura contemporanea scritta da autori translingue sottolineando tra l’altro la scarsa conoscenza del fenomeno da parte dei lettori italiani. Come fondo librario su l’argomenti bilinguismo, dialetti e lingua madre ho avuto il piacere di ospitare e di interloquire fattivamente nell’ambito dei laboratori scolastici degli anni scorsi, con gli interventi che Paola Del Zoppo ( 1 e 2) e Anna Maria Curci (qui e qui) hanno pensato di condividere entro la nostra progettazione.

SEI, CARTA E/O DIGITALE. Quando si parla di poesia è importante ricordare la voce di Maria Clelia Cardona che nelle pagine di Leggendaria (il cui abbonamento è disponibile sia in formato cartaceo che in formato digitale) attraverso la sua rubrica dedicata alla poesia, si è occupata diffusamente e con acume, negli ultimi due numeri pubblicati, il 139 e il 140, rispettivamente della poesia di Mariangela Gualtieri e di Annelisa Alleva.

L’ultima ghianda, la SETTIMA, riguarda l’EDITORIA di POESIA nella veste dell’editore Arcipelago Itaca che nell’ultimo periodo ha pubblicato tre libri a mio avviso tra i più importanti di quelli arrivati al fondo librario: Anna Maria Curci, Nei giorni per versi, Andrea Raos Le avventure dell’Allegro Leprotto e altre storie inospitali, Patrizia Sardisco, Autism Spectrum.

Mi fermo qui con le segnalazioni perché la poesia non è un excursus anche se a volte le liste servono a cercare di non dimenticare. Questo articolo come il precedente nasce dal desiderio di dare a Contemporanea Fondo Librario uno spunto iniziale volto a una visione quanto più aperta possibile entro un discorso sull’attualità della poesia che accomuna un discreto numero di persone. Spero che i link riportati nonostante la soggettività dei miei gusti e l’inevitabile parzialità della mia visione, possano essere di una qualche utilità a chi desideri soprattutto farsi un’idea propria ma informata, sul lavoro approfondito e stratificato di molte e molti quando si scrive e si parla di poesia italiana contemporanea.

Isolamento

Del libro come oggetto rivelatore

Ci sono scoperte che non si fanno senza lasciarsi modificare, ci sono guadagni di conoscenza che si fanno solo in concreto, scriveva nel 2013 Luisa Muraro nella prefazione alla seconda edizione di un libro intitolato Le amiche di Dio. Margherita e le altre, uscito per la prima volta nel 2001. Margherita è Margherita Porete, esponente del beghinaggio delle origini nata a Hennegau (in italiano storico Annonia nell’attuale Belgio) tra il 1250 e il 1260 e morta sul rogo a Parigi il primo giugno 1310, autrice de Lo specchio delle anime semplici, fu bruciata dopo un lungo processo per aver rifiutato di togliere il suo libro dalla circolazione e per aver rifiutato di ritrattare le sue idee.

Perché la parola isolamento mi fa tornare a questo libro? Il primo motivo è una coincidenza. Quando dieci giorni fa insieme a Anna Maria Curci abbiamo presentato Annina Tragicomica presso la libreria Odradek di Roma, avevo già in mente di comprare tre regali.

Poi, per raggiungere la libreria, attraversando il centro di Roma in una domenica mattina uggiosa, già abbastanza disertato per via del virus, con la sorpresa, proprio quel giorno, di trovare San Luigi dei Francesi sprangata, il mio proposito si è rafforzato. Tanto che appena arrivata in libreria ho comprato per mia figlia La scopa del sistema di David Foster Wallace (Einaudi, 2014) perché è un titolo che mi aveva già chiesto un paio di volte. Per mia madre ho comprato Bella mia di Donatella Dipietrantonio (Einaudi, 2018) lei sa il perché. E per me, ritrovamento junghianamente sincronico per eccellenza dato che non ero a conoscenza dell’esistenza di questo libro, La notte delle beghine (Beat edizioni, 2020) di Aline Kiner, scoprendo uno dei romanzi storici più belli e più utili di sempre.

Ma torniamo all’isolamento e alla nuova indicazione restrittiva di restarsene noi italiani, tutti in casa, restrizione che minaccia di essere sempre più stringente. Per la verità a me il senso di isolamento me lo ha dato di più, in tempi non infetti, l’aleggiare di relazioni sociali qualitativamente instabili e la latitanza sempiterna di orientamenti cui affidarmi. Certo non escludo che questo possa essere stato un problema mio o della mia generazione o di tutti quelle e quelli che nonostante l’età adulta non riescono, come me, per un motivo a o un altro, a individuarsi come soggetti di questo mondo. Parlo di quel brancolare in un tipo di isolamento che si finge socialità un po’ per consolazione, quando non ci relazioniamo in modo soddisfacente a un ordine simbolico vigente, prima che a un ordine sociale. Quando, restando un minimo onesti intellettualmente, si fatica a trovare un luogo comune entro il quale ci si possa ritrovare in una rappresentazione plausibile di noi stessi.


Letta nel momento storico di necessario e straordinario isolamento in cui ci troviamo ora, ciò che arriva dalle parole de Lo specchio delle anime semplici di Margherita Porete è una mistica che può in qualche modo incontrare la contemporaneità nella libertà di consentirsi a una solitudine, più che a un isolamento, di altra natura: nel silenzio delle passioni contraddittorie, dice Jung, l’io individuato può sentirsi oggetto di un soggetto ignoto e superiore. Certi lo chiamano Dio, io lo chiamo poesia. Margherita Porete da buona eretica e in largo anticipo su Lutero, professava tra l’altro la non necessità di intermediari nel suo dialogo con questo soggetto ignoto e superiore.

Le amiche di Dio inizia con una prefazione che testimonia un sorpasso metodologico attraverso cui Muraro ha dato luogo a un’indagine storica e filosofica del tutto nuova intorno un’esperienza erroneamente creduta isolata, quella della mistica medievale femminile. Ossia Muraro ha ipotizzato, come premessa l’esplorazione della “possibilità di una ricerca scientifica condotta e esposta in un linguaggio non specialistico” arrivando con ciò a un guadagno di conoscenza fatto in concreto che il romanzo di Kiner, con La notte delle beghine, edito in Francia nel 2017, sembra raccogliere e inserire in un contesto molto ampio, connettendo l’avvenimento “isolato” del rogo di Margherita a un orizzonte di eventi che ha dato luogo per secoli alla quasi totale sparizione di questo personaggio e del suo libro. E all’esclusione dell’importanza politica del primo beghinaggio dagli orizzonti della storia europea.

Kiner nel suo romanzo racconta anche quali potessero essere i motivi soprattutto economici per cui nella Parigi dei primi anni dieci del Trecento il rogo della, tutto sommato insignificante beghina Margherita Porete, segue di poco quello di un gran numero di importantissimi esponenti dell’ordine dei Templari.

Per via del romanzo che sto scrivendo, che tra l’altro riguarda una mistica minore italiana vissuta nel Seicento e appartenente all’ordine monastico delle domenicane, ho appreso che nel tredicesimo secolo le beghine non appartenevano a un ordine religioso ma avevano delle proprietà. Vivevano in eremitaggio o in case comuni, in collegi con delle regole molto precise in merito all’accoglienza e alla solidarietà da riservare alle donne non soltanto religiose, quanto bisognose di un rifugio per via della loro quasi totale esclusione dalla società a causa dell’indigenza o quando si trovavano al di fuori del matrimonio.

Nella Roma del Cinquecento tuttavia le discendenti di quella linea di pensiero erano diventate beghine della penitenza di San Domenico e quindi inevitabilmente collegate a quell’ordine monastico, fino a essere trasformate da Pio V nel 1566 attraverso l’imposizione di strette clausure e voti solenni a qualcosa di convergente nella monacazione vera e propria.

Kiner e Muraro, con un romanzo la prima e con un saggio la seconda, adottando un linguaggio non scientifico ma rigorosissimo, mettono in luce proprio un’ambivalenza che di questi tempi mi pare fondamentale individuare nella parola isolamento.

Afflato all’isolamento come raccoglimento volto a una qualche forma di indipendenza e la riduzione all’isolamento che rasenta la cattività, entrambe intese come dinamiche composte e contrapposte della storia, e non soltanto di quella relativa al beghinaggio delle origini. L’isolamento delle beghine si riferiva in entrambi i casi a una marginalità conscia di doversi intendere rifugio che scongiurasse l’abbandono o peggio le aggressioni da parte degli eventi legati a una forma di storia maggiore. Una forza maggiore che tende a cancellare (magari a un certo punto non riuscendoci più) la non appartenenza alle dinamiche del suo corso e di conseguenza l’essenza anomala della soggettività di ciascuno.

Luisa Muraro e Aline Kiner

Ma ben più preziosa è quella interezza per la nostra intelligenza della vicenda di Margherita e del suo libro. Lo specchio delle anime semplici, prima della scoperta del 1944, era il relitto di un mondo condannato, escluso dalla tradizione e reso così inafferrabile nella sua integrità, raggiungibile solo nei suoi sparsi documenti dalla ricostruzione erudita, e a sua volta frammentaria a causa dello specialismo. Luisa Muraro, Le amiche di Dio. Margherita e le altre, Orthotes Editrice, 2013 p. 131

1 marzo Annina a Roma

Domenica 1 marzo ore 10,30 a Roma avrò il piacere di parlare del mio libro di poesia edito da Formebrevi (2017), Annina tragicomica. L’incontro avrà luogo presso la libreria Odradek via dei Banchi Vecchi, 57. L’occasione è di particolare rilievo perché avviene nell’ambito di un progetto di promozione culturale di singolare valore: “Mai innocua parola” ideato da Fiammenta Bardelli e Anna Maria Curci. Si tratta di un ciclo di incontri dedicati a libri scelti in cui il reading e l’intervento critico disegnano una prospettiva di lettura stimolante e fuori dall’ordinario.


Sono davvero felice dell’occasione di parlare di Annina Tragicomica con Anna Maria Curci che è anche curatrice del libro.  In questi anni il libro di poesia Annina tragicomica è stato presentato a Palazzo Fibbioni nel corso del Festival letterario de L’Aquila Week-end d’autore dall’associazione Le muse ritrovate, a Caltanissetta nell’occasione del conferimento del premio Le forme del dire indetto dalla casa editrice Formebrevi, a Campagnano a cura dell’amministrazione Comunale presso la Sala Conferenze del Polo Culturale Comunale di Palazzo Venturi e a Bracciano dall’associazione Laputa presso il Museo Civico Chiostro degli agostiniani nell’ambito della manifestazione Letti di Notte. Qui alcune note critiche sul libro.

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La parola professione

Oggi sul sito del fondo librario parlo di poesia. E del significato della parola professione.

Cos’è che consente a una scrittura poetica un’uscita dalla conformità che non ripieghi nella retorica anticonformista? Legarsi a una griglia classica e esattamente definita come quella dell’endecasillabo necessita di accuratezza, nel senso che l’accuratezza sarebbe comunemente da intendersi come l’uso delle accortezze necessarie per il compimento della propria professione. Dove per professione è da intendersi il significato etimologico della parola.

Leggi l’articolo

21 febbraio. Poesia e Plurilinguismo

Poesia e Plurilinguismo

Percorsi per un ampliamento dell’orizzonte formativo e letterario

Cosa: Prima giornata di formazione in presenza
Quando: Giovedì 21 febbraio 2019 – ore 8,30 – 13,30
Dove: I.T.C. Vincenzo Arangio Ruiz -Viale Africa, 109, Roma
Chi: Lend, lingua e nuova didattica, gruppo Roma. 
Organizzazione: Cristina Polli  

In sintesi: corso di formazione di 25 ore rivolto a docenti della scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado, studenti universitari delle discipline interessate, dirigenti scolastici, personale della scuola.

Titolo dell’intervento: Il giornale cittadino Zer0Magazine: un’esperienza di accoglienza di più realtà culturali e linguistiche attraverso la poesia.

Presentazione: L’intervento illustrerà il percorso culturale e etico attraverso il quale il fondo librario di poesia contemporanea di Morlupo, raccolto dall’associazione Libellula, abbia potuto instaurare una sinergia fattiva tra associazionismo, istituzioni e società civile, con il fine di compilare una pubblicazione che sia l’espressione autentica delle pluralità linguistiche e culturali tanto della comunità locale quanto della comunità extra territoriale legata alle attività di scrittura e di ricerca del fondo librario di poesia di Morlupo. L’intento è quello di trasferire ai corsisti tutte le indicazioni relative a un preciso modus operandi, che possa ispirare pratiche consimili, adattandole a esigenze precipue e differenti ambiti di appartenenza. Quanto detto sarà supportato dall’illustrazione delle varie sezioni e modalità di compilazione, attraverso gli esemplari cartacei del giornale Zer0Magazine, precedentemente editi.

Relatrice: Viviana Scarinci è fondatrice dell’associazione Culturale Libellula dove attualmente ricopre, su incarico diretto del presidente dell’associazione Giovanni Roncacci, la funzione di direttrice del Centro Culturale Libellula e del Fondo Librario di Poesia Contemporanea di Morlupo. In queste vesti è ideatrice e organizzatrice del progetto Zer0Magazine giunto quest’anno alla terza edizione. Il progetto si avvale della partnership del Comune di Morlupo, dell’istituto Comprensivo Falcone e Borsellino e per i primi due anni del CSM della ASL Rm4 per gli utenti del quale l’associazione Libellula ha organizzato corsi di scrittura finalizzati all’inclusione dei materiali prodotti all’interno del giornale cittadino Zer0Magazine 2017 e 2018. Viviana Scarinci è inoltre autrice di saggistica con Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante Un ritratto letterario di Elena Ferrante tradotto da Ingrid Ickler (Launenweber, 2018) presentato dagli Istituti Italiani di Cultura di Berlino e Colonia alla Fiera di Francoforte 2018. È autrice dell’ebook monografico Elena Ferrante (Doppiozero, 2014) presentato a Milano nel 2015 nell’ambito della rassegna Writers #2. Per la poesia è autrice con Annina tragicomica (Formebrevi, 2017) presentato nel 2018 al Festival letterario de L’Aquila Week-end d’autore, e de La favola di Lilith (Libro e CD con musiche originali di Edo Notarloberti per l’etichetta discografica ARK Records) opera selezionata per la partecipazione al Wave-Gotik-Treffen di Lipsia e a questo proposito rappresentata in anteprima europea presso Schauspielhaus centraltheater di Lipsia nel 2014. È autrice di Piccole estensioni (Anterem, 2014) con cui si è aggiudicato Premio Lorenzo Montano per la raccolta poetica inedita, sezione promossa dalla Biblioteca civica di Verona. È curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte della poetessa finlandese Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Doppiozero, Il lavoro culturale, Nazione Indiana, Leggendaria, Il Segnale, L’Ulisse. È co-redattrice del progetto editoriale Formebrevi.


Programma della giornata

8,30 – Accoglienza
9,15 – Saluti e introduzione ai lavori.
Interventi :
9, 40– Anna Maria Curci – Lend Roma: “La parola terra materna”: lingua e poesia come dimora e come ricerca.
10, 20– Manuel Cohen. Essere tra le lingue: la geocritica e la poesia dialettale
11,00– Paola Del Zoppo. Poesia come traduzione continua
11,40 – pausa caffè
12,00– Viviana Scarinci– Direttrice del Fondo librario di Poesia Contemporanea di Morlupo. Il giornale cittadino Zer0magazine: un’esperienza di accoglienza di più realtà culturali e linguistiche attraverso la poesia
12,40 – Tavola rotonda con: Germain Droogenbroodt, Rosangela Zoppi: poeti; Luca Benassi, Manuel Cohen, Anna Maria Curci, Paola Del Zoppo: traduttori e critici; Vincenzo Luciani.: editore. Modera: Cristina Polli – Lend Roma.
13,20 – Conclusione dei lavori
13,30 – consegna degli attestati di frequenza della giornata

In collaborazione con:
Associazione Culturale e Rivista di poesia “Periferie”
Centro di documentazione della poesia dialettale “Vincenzo Scarpellino”

Il privilegio della poesia

SAM_3362.JPGSabato 13 gennaio ha avuto luogo con successo, presso il polo Bibliotecario di Palazzo Venturi a Campagnano la presentazione di Annina tragicomica. L’evento  è stato curato da Anna Maria Curci e organizzato dall’Assessore alla Cultura del Comune di Campagnano Giovanna Mariani.

L’evento è stato possibile grazie alla sensibilità e l’ospitalità all’Amministrazione Comunale di Campagnano, e il ringraziamento che ho la necessità di esprimere anche in questa sede, non è retorico. Non è stato facile trovare una sede editoriale opportuna per la pubblicazione di un libro come Annina tragicomica che non appartiene a nessun genere letterario. E di conseguenza non è semplice trovare un luogo opportuno per la presentazione di un libro sui generis come Annina. Il fatto che questa opportunità sia stata offerta da contesti istituzionali e semi istituzionali, come nel caso di Campagnano, e delle presentazioni del libro avvenute in precedenza a L’Aquila e Caltanissetta, va sottolineato come un dato civico estremamente positivo.

Annina tragicomica come libro, nasce ed esiste perché si fonda su logiche estranee a quelle commerciali fin da quando, in modo del tutto inaspettato da parte mia, è stato pubblicato da Formebrevi. In effetti con le stesse finalità non commerciali attraverso le quali l’etichetta discografica ARK Records, rese possibile nel 2014, l’uscita del CD La favola di Lilith.

Formebrevi è  un’associazione culturale, impegnata in un progetto editoriale no profit, attraverso il quale sono stati pubblicati libri con caratteristiche estremamente differenti tra loro ma tutti orientati verso un modo di intendere la scrittura come qualcosa di non conforme a quelle che sono le linee guida relative alla commerciabilità del libro come prodotto.

Ciò anche e soprattutto intendendo il libro come oggetto d’arte, ad esempio nel caso di Annina tragicomica la pittrice Klaudia Jaworska, autrice dell’immagine di copertina, ha collaborato direttamente alla produzione editoriale del libro.

I libri Formebrevi, quindi, sono scelti e trattati con estrema cura dall’editore che non richiede alcun contributo agli autori. I proventi della vendita dei libri editi serviranno a finanziare la pubblicazione dei libri che lo saranno successivamente.

L’ associativismo e le Istituzioni in questo senso ricoprono un ruolo fondamentale per restituire luogo a certe realtà culturali, ma anche sociali, le cui logiche sono naturalmente estranee alle dinamiche di massa, le quali dinamiche puntano spesso alla spersonalizzazione dei contesti e dei contenuti ponendo a scusa la non immediatezza della fruibilità di quanto, di creativo e interessante, si manifesti sulla base di presupposti differenti rispetto a quelli noti. 

L’attenzione alle esigenze delle comunità reali passa anche attraverso la promozione di un linguaggio performativo che ha luogo nelle dinamiche di un certo modo di intendere l’evento culturale legato all’arte intesa come unicità e originalità dei contenuti. Ciò significa riconosce pubblicamente e collettivamente la poesia come esigenza dell’umano. Questo è qualcosa, che posso testimoniarlo, fa bene a tutti quelli che ne vengono anche solo sfiorati.

Le foto dell’incontro di oggi 13 gennaio!

Grazie a Anna Maria Curci e all’Assessore Giovanna Mariani per aver realizzato una presentazione di Annina tragicomica bellissima. Grazie la Comune di Campagnano per l’ospitalità e l’organizzazione perfetta. E grazie soprattutto a Formebrevi per aver pubblicato Annina contro ogni logica commerciale, dimostrando che si può fare e funziona!

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Oggi Anna Maria Curci su Poetarum Silva scrive di Annina

Annina tragicomica. Ne scrive oggi la curatrice dell’opera Anna Maria Curci su Poetarum Silva ⇒ https://poetarumsilva.com/2017/09/28/viviana-scarinci-annina-tragicomica-2/

“Annina tragicomica. Il nome è fortemente evocativo, in più direzioni, dal significato originario dell’ebraico Hannah, che ha a vedere con la grazia, alla spontanea associazione con Anne, Annette, Nannine, Annie, Nannarelle, (…) Anna Perenna, la sorella di Didone, divenuta divinità proprio nella regione natia dell’autrice, quel Lazio nel quale Marziale, menzionato in quest’opera,collocava un luogo di culto). (…)
Annina tragicomica esplora e invita a esplorare altre modalità di accesso alla conoscenza. Indica subito in un aggettivo, «secondario», il punto di partenza e la meta alternativa. Nell’individuare questo angolo di visuale, Viviana Scarinci da un lato evidenzia espliciti richiami intertestuali in particolare alla sua opera Il significato secondo del bianco…(…)”

Annina: le prime due presentazioni

Morlupo, Centro Culturale Libellula, 23 settembre


L’Aquila, Palazzo Fibbioni, 21 settembre

Annina tragicomica …disponibile da oggi!

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Collana: Prosa | ISBN: 9788894161922
Pagine: € 11 Euro
Formebrevi Edizioni: formebrevi.it

ORDINI: formebrevi@gmail.com . c.libellula.m@gmail.com
UFFICIO STAMPA 06.98267808/ 333.2045759

Annina dal 9 maggio 2017 vi raggiungerà ovunque!

La tragicommedia è un tipo di componimento nel quale a vicende gravi e dolorose proprie della tragedia fanno contrasto spunti e procedimenti propri della commedia. Tale mescolanza genera spesso dei risultati sorprendenti sia dal punto di vista narrativo che da quello linguistico. Si inquadra in questa modalità Annina tragicomica, terzo libro di poesia di Viviana Scarinci autrice tanto poliedrica quanto anticonvenzionale. Nella poesia contenuta in questo suo ultimo libro Scarinci vede una sorta di rivendicazione sui generis “la poesia può rivendicare il diritto di ognuno ad ascoltare parole diverse da quelle che si aspetta”. Anna, in questa tragicommedia che si situa tra prosa e poesia, è l’altra da sé, in ogni caso un’identità femminile “in febbrile attesa di tutte le parole che non sono state ancora pensate” per definirla. “Parole che vengono dal basso, dall’esperienza che di primo acchito è sempre muta, piuttosto che dall’alto, di uno scopo o da un sapere che sa già il fatto suo perché codificato in modo ineludibile» scrive Scarinci nella postfazione.
Come afferma Anna Maria Curci nell’introduzione a questo libro: “Annina si oppone alla rinuncia e al soffocamento, alla menzogna travestita con gale e merletti, al trafugare, per distruggerli, i reperti. Sta, imperterrita eppure consapevole del rischio fatale, «molto vicino al bordo», fruga, un po’ Antigone e pur sempre Anna (sorella Anna?) tra «queste alture brulle» e intanto pensa «dovrebbe cercare tra il cocciopesto, i destinatari di questa maledizione». Possiede, la sua ricerca, un fondo e un fondamento prezioso, trascurato da molti: «Fremono gli oggetti spiati, sotto l’universo che li ignora.» e, aggiungo io, se la ridono di qualsiasi catalogazione, ché etichettarli come “versi” o “prosa”, come argomenta Viviana Scarinci nella sua Postfazione, è anch’essa manovra fuorviante”. Quelli di Scarinci sono versi che denunciando il loro continuo legame con la prosa e con la componente saggistica che ha sempre contraddistinto la scrittura di questa autrice, raccontano da capo più di una vecchia storia ma cercando parole nuove per dirla.

L’autrice

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Viviana Scarinci (1973) Vince nel 1995 il Premio Grinzane Cavour, per la sezione Scrivere i Colori. È due volte vincitrice del Premio Lorenzo Montano (nel 2014 sez. raccolta inedita e nel 2016 sez. una poesia inedita). È autrice di poesia con La favola di Lilith (ARK Records, 2013) e Piccole estensioni (Anterem, 2014). Curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte di Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Per la saggistica è autrice di un ebook monografico su Elena Ferrante (Doppiozero, 2014). Suoi testi sono presenti in numerose antologie. Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Nazione Indiana, Leggendaria, Doppiozero, Il Segnale, L’Ulisse. Si occupa del fondo librario di poesia di Morlupo. E’ co-redattrice di Formebrevi Edizioni. Gestisce il Centro Culturale Libellula.


Critica e recensioni

«A questa scrittura, senza dubbio, non è estraneo il carattere enigmatico, ma simile aspetto, lungi dal costituire una sorta di misteriosa dimensione esterna, quasi aggiunta, è il cardine attorno al quale ruota un vivido divenire linguistico che, non rifiutando del tutto il nesso logico, considera tale nesso una semplice possibilità del dire.»
Marco Furia su Amanda fiore o tartaruga

«Ma la consapevolezza di pensare una parola vivente, una voce esistenziale, si trova
proprio lì dove sembra concludersi la prospettiva dispersa di un sapere. Invece, così
ingarbugliato in ciò che si è (salda alla luce che orizzonta) o si vorrebbe essere (un segno che fermi la terra), un’oscillazione continua mantiene paradossalmente l’equilibrio e a ogni sbando rimanda a un’instabilità costante fra resistere e restare, in una situazione che è luogo di necessità e volontà»
Giorgio Bonacini su Piccole estensioni

«Come insegna Ida Travi, in Poetica del basso continuo, poeta che accosto a questo esito poetico di Viviana Scarinci, scrivere poesia oggi è cercare un varco continuo, non una verità ma una delle verità possibili fra noi e “lo spiazzo millenario nel quale irrompono le civiltà che forse dormono”.
Loredana Magazzeni su La favola di Lilith

La copertina

La copertina di Annina tragicomica è di Klaudia Ka. Nata nel 1984 a Varsavia, dove vive e lavora,  oltre alla pittura, si occupa anche di graphic designer. I suoi quadri si trovano in collezioni private in Polonia, Regno Unito, Belgio, Germania, Italia, Macedonia, Canada e Stati Uniti. Il suo sito web è: http://klaudiaka.art.pl

Annina tragicomica edita a aprile 2017

img-20170126-wa0003É prevista per aprile 2017 l’uscita di Annina tragicomica, edita dalla giovanissima editrice siciliana Formebrevi.

Si tratta di una storia suddivisa in settanta piccoli blocchi di testo con una prefazione di Anna Maria Curci. Formebrevi Edizioni è anche il motivo per cui ho deciso di pubblicare un testo anomalo come Annina ossia da non potersi dire appartenente a questo o a quel genere. L’editrice fondata da Giovanni Duminuco mi è apparsa, fin dal primo libro pubblicato nel 2016, come una no-eap in grado di fare scelte editoriali improntate alla ricerca letteraria programmatica ma non schierata.

La prima pubblicazione di Formebrevi, Le case dei venti contrari di Lia Maselli, infatti comunica l’entità di una scelta molto precisa rispetto alla propria linea editoriale: un’opera di una autrice esordiente nel genere del romanzo, ma così robusta da essere in grado di mantenere la prevalenza della propria cifra, sia sulle caratteristiche del genere in cui muove la sua narrazione, sia su possibili orientamenti tematici funzionali a una qualche sponsorizzazione, fosse anche variamente ideologica. La cosa mi ha sorpreso ma moderatamente. In tempi non sospetti ho conosciuto e apprezzato Dinamiche del disaccordo il libro di poesia d’esordio di Giovanni Duminuco edito nel 2013 da Anterem. Una raccolta poetica che già lasciava intravedere i possibili sviluppi di una ricerca letteraria in primo luogo praticata, più che alimentata nell’ambito di se stessa, attraverso la blanda teorizzazione della propria estetica.

Già in Dinamiche del disaccordo si intravedeva l’attitudine a una pratica di sistema che fa ossimoricamente della permeabilità all’anomalia, un tracciato sorprendente e perciò capace di rendere la propria unicità una comunicazione autentica e leggibile. E perciò senza la necessità di ricorrere a riferimenti già dati al fine di essere sostenuta da terzi.

Le pubblicazioni seguenti di Formebrevi da quella dello stesso Duminuco La ferita distorta dell’agire alla bellissima e dolente Della fine di Flavio Ermini, fino all’ultimo nato: In male aperto di Fabrizio Strada, non hanno fatto che confermare una propensione naturale di Formebrevi alla poiesis ossia un “fare dal nulla” che trova coerenza e concretezza nel diversificare i propri orientamenti originari.

Per questi motivi, la mia Annina tragicomica, per mantenersi integra nella sua anomalia, poteva trovare la sua collocazione naturale nell’ambito di queste pubblicazioni.

Così come ha trovato terreno l’ipotesi di collaborazione, nel senso di piccolissima e indipendente produzione editoriale, tra il Fondo Librario di Morlupo che rappresento e Formebrevi rappresentata da Giovanni Duminuco la cui fattività degli sviluppi, speriamo, si vedrà da qui a breve.