Nascita della Costanza. 1573

Cari e care che mi leggete, voglio chiudere quest’anno pubblicando un capitolo de Il romanzo della Costanza, il manoscritto tentacolare che forse non terminerò mai ma su cui mi farebbe piacere impiegare il tempo e le energie che il 2021 vorrà elargire. Confido che il tempo e il silenzio, almeno nel mio caso, rivelino la consistenza di una scrittura fatta, o meno, per restare. E almeno fino a adesso, devo dire che questa confidenza non mi ha tradita. Perciò credo che (se la fortuna me lo permette, se l’anno nuovo non sarà funestato da altre catastrofi e lutti) mi dedicherò al mio romanzo con tutte le conseguenze che questa decisione porta con sé. Al lato di questo continuerà il mio impegno per la SIL, e spero anche di lavorare in modo un po’ più costante e sensato a questo mio blog cui tengo molto. Grazie a voi che mi leggete e che leggete i miei libri, grazie a Elena Ferrante che mi ha insegnato moltissimo, a Anna Maria Crispino e all’editrice Iacobelli che hanno consentito al mio lavoro di dieci anni di ricerca che è Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo di essere pubblicato anche in Italia oltre che in Germania, e infine grazie a Elvira Federici e al direttivo SIL che accogliendomi, mi hanno fatto sentire come a casa.  

Ortensia alle due dopo la mezzanotte di quel giorno si era svegliata sentendo non proprio dolore ma un tirare tra le gambe come un volersi spaccare del corpo a partire di tra le cosce in due metà, ognuna dotata di un braccio, una gamba e mezzo capo suo. Tanto che quando sopraggiunse di lì a poco la prima doglia ella si sentì non più una ma due metà del corpo che per far uscire Costanza forse non si sarebbero mai più ricomposte.

        Intanto il marito pronto sulla soglia per andare in campagna che non era ancora l’alba, si spazientiva di aspettare e lei non sapeva come dirgli che forse era il momento. Finché ci riuscì a dirglielo e lui partendo da solo perse venti minuti per avvertire quella che aiutava le femmine a sgravare, e sua madre Cleofe.

        Il giorno prima era stato molto importante per il castello ma Nicola lo avrebbe saputo solo a mattina inoltrata quando incontrandolo al fosso per portare acqua al dissodato, aveva raccontato al fratello che la moglie in casa gli stava sgravando. Marcantonio gli era di molto maggiore poiché nato da prime precocissime nozze di Cleofe. E Nicola da minore e più povero, il fratello lo rispettava con invidia.

        Marcantonio informò Nicola che proprio il giorno precedente il consiglio generale del castello aveva approvato con ventisette fave bianche contro diciassette nere, la condotta del medico Vincenzo da Castelnuovo. Non un barbiere, non un cerusico ma un vero medico laureato in Bologna.  Questi doveva visitare due volte alla settimana tutte le infermità ma i castellani avrebbero dovuto pagare una rata di venti scudi ciascuno perché questo avvenisse. 

        Nicola non disse nulla ma fu molto preoccupato da quel dover pagare ancora e anche infastidito. Infondo Delia era una femmina vecchia e esperta e oltre al far nascere, conosceva rimedi per tutto, pertanto che bisogno c’era di pagare quei venti scudi. Insomma era ancora denaro a sproposito da pagare in aggiunta. L’anno precedente con l’assegnazione dell’incarico al maestro di scuola reverendo Attilio Bianchi, quello stesso consiglio generale aveva predisposto un salario di cinquanta scudi annui da dare a questi avendo ritenuto gran necessità che vi fosse un maestro di scuola per l’educazione dei figli. Figli che comunque alle campagne o a farsi preti dovevano andare. Perciò nel primo caso il maestro non serviva e nel secondo ci avrebbe pensato Gesù Cristo a istruirli.   

        Quella mattina che poi verso il mezzogiorno nacque Costanza, il fratello aveva raccontato a Nicola pure che il consiglio aveva invitato il conte Francesco Orsini a promulgare un editto che bandiva dal castello e cacciava via tutte le famiglie e i forestieri disutili. Che questo fosse fatto nell’immediato era una necessità in quanto si era deciso, quasi all’unanimità, di accettare di prendere in affitto dalla contessa señora Lucrezia, per il tempo di nove anni, i terreni suoi, purché il massaro e il bovaro facessero sott’obbligo di coltivazione esclusivamente con la comunità del castello che avesse a genio di lavorarli.

        Dicono che il Medioevo da cui allora la boscosa Europa pretendeva di essere uscita, ai suoi inizi custodisse il sentimento di un gran buio. In quell’oscurità più passava il tempo, più la gente si divideva tra i pochi che avevano la terra e i tanti tra quelli che ossessivamente commerciavano, ferocemente combattevano, pregavano e quelli che lavoravano essendo ritenuti schiavi e da mantenersi tali il più a lungo possibile. Fin qui è quanto la storia ci ha riferito. Più reticente è stata riguardo al peso che avesse l’essere donna o uomo in merito ai destini di ciascuno. Che certamente la fine dell’economia di castello col suo feudatario e l’inizio di ben altri traffici volti all’accumulo, finirono con surclassare le già minorate femmine. Minorità cui ciascuna delle nostre provò a modo suo a rimediare, come diremo più oltre.

        Per ora basti dire che il mondo narrabile fu per centinaia di anni perlopiù maschio, e di femmine sembrava ce ne fossero poche o punto, tranne che quelle annoverate per santità o meretricio. Perciò questo racconto prenderà come suo fantasioso e astruso criterio, a considerare la storia dall’ipotesi che abbia sempre  avuto un suo femmineo invisibile sottobosco, causa non pervenuta di inauditi effetti. Effetti stimati allora e lungamente, per via dell’ignoranza di certe sottigliezze, come lontanissimi da ciò che invece di fatto li aveva detonati.

        Di questi personaggi che dopo furono chiamati sommariamente clero, borghesi e popolo agli albori il poeta Filippo di Vitry (1291-1361) ebbe a scrivere che per sfuggire a codesto mondo virile e alle sue calamità incombenti, e soprattutto alla paura del buio, che sesso non ha, crearono baroni e conti che li dovessero cortesemente difendere con le armi e con la nobiltà del sentimento loro. Ciò lo riportiamo non per farne una colpa alla sfortunata señora Lucrezia che nobile era ma femmina. La quale contessa Lucrezia qualche centinaio di anni dopo le osservazioni del suddetto poeta, fu solo una pedina nel grande giuoco al massacro che presto vedremo inghiottire nel più orribile dei modi anche lei.   

        Nicola quella mattina che ancora non sapeva che gli stesse nascendo a tradimento la figlia femmina, di sé pensava di essere uomo di gran buona volontà e faticatore. Gli era nato Giuseppe, il suo primogenito, poco più di un anno prima, la moglie stava per sgravare sicuramente un altro maschio, data la forza e il vigore che il padre si sentiva in corpo.

        Tutti i figli che sarebbero arrivati da Ortensia erano necessari a prendere più terra dal massaro che gliene voleva dare poca. Molto poca rispetto a quella di Marcantonio che avendo già un maschio di buone braccia, e una figlia con certi polsi che parevano d’uomo, in passato si era dato parecchio da fare. Anche con certi traffici suoi e della madre Cleofe con i monaci del monastero di Civitella San Giorgio. Dunque s’erano già un poco arricchiti madre e figlio maggiore. Anche per via di un patto molto più favorevole di quello odierno che Marcantonio aveva stipolato anni prima grazie ai buoni uffici di Cleofe, la quale tutta dedita al primogenito, di piccole eminenze locali ne conosceva assai. Cleofe in passato aveva patteggiato direttamente, e di sua sponte, presso il nobile predecessore da cui la señora Lucrezia avrebbe ereditato. Infatti costei nonostante l’essere femmina, per diritto di nobiltà spagnola imparentata con un signore italico, possedeva proprio quei terreni del castello che ora, solo i restanti dall’antica stipola, dava in affitto tramite il consiglio generale.

        Quando Nicola tornò a casa un’ora prima del tramonto non si aspettava di trovare sua moglie quasi morta e la presenza di Vincenzo da Castelnuovo, che lo guardò con una tale aria di disapprovazione che pareva fosse egli il marito di sua moglie. Gli disse che Ortensia ancora perdeva troppo sangue e non si sapeva come arrestarlo. Mentre la bambina stava bene, anche se era nata dal gran rischio di venire da una madre denutrita e sfiancata.

        In quelle stesse ore qualcosa di molto più grave accadeva in un palazzo di inimmaginabile bellezza sito in una Milano per così dire estera. Infatti al castello sebbene fosse alle porte dell’urbe, in pochi ne sapevano l’ubicazione, e alcuni mai neanche l’avevano sentita nominare, Milano.

        Stava accadendo che Carlo Borromeo, chiuso nel suo studio privato meditava sull’opportunità di caldeggiare presso il papa suo sodale, la scomunica di Luis de Requesens, allora governatore spagnolo della città di cui il Borromeo era padre padrone. Del resto Carlo aveva appena subito un oltraggio imperdonabile proprio in seno alla sua famiglia allargata. Lo spagnolo per ordine diretto di Madrid aveva emanato ben due provvedimenti che erano palesemente restrittivi del potere assoluto che quell’eminenza pretendeva di esercitare sulla città di Milano.

        Certo non proprio in questi termini denunciò l’abuso, l’arcivescovo di Milano Borromeo Carlo, al papa. I fatti che il futuro Santo Carlo avrebbe denunciato erano veri, ma certo, l’offesa intollerabile per lui era che gli spagnoli volessero decidere in casa sua. Infatti il primo provvedimento spagnolo volgeva a contenere l’incontenibile e violento organismo di polizia istituito da Carlo che non per niente il Borromeo aveva chiamato “famiglia armata”. E ancor peggio il secondo provvedimento vietava alle confraternite di riunirsi se non alla presenza di uno spagnolo rappresentante regio, e ai partecipanti di presentarsi incappucciati, come erano soliti, e con il volto coperto rendendosi così non identificabili alla polizia spagnola.

        Era inaudito e paradossale che i membri delle confraternite, tutti uomini di Carlo, fossero trattati come cospiratori dagli spagnoli che invece avrebbero dovuto considerarsi come ospiti in casa d’altri. Ma questo è solo l’inizio. Il Borromeo Federigo, che certo più di Carlo ci interessa in questa storia che stiamo raccontando, allora fanciullo vispissimo, tra le molte e cospicue eredità, dal santo suo parente, raccolse anche queste aspre contese tra l’arcivescovado milanese, unico per caratteristiche e potenza assoluta nella penisola, e il potere civile, sia detto, soltanto per allora, rappresentato dall’autorità spagnola. 

        Nei giorni successivi alla nascita di Costanza, Delia si prese un incarico che nessuno le aveva assegnato e tanto meno nessuno le avrebbe remunerato dato che Cleofe, una volta che la bambina era stata sgravata, era tornata ai suoi traffici senza voler sapere più nulla di quello che ogni femmina degna di chiamarsi tale si arrangiava a fare da sola.

        Delia all’uscita da casa all’alba di Nicola per un mese si era recata da Ortensia per aiutarla. Questo perché la tremenda solitudine di lei, in poche altre case, per quanto di miserabili Delia ne conoscesse tanti, l’aveva vista troppo pericolosa. Le medicava lo strappo che aveva tra le gambe con un certo unguento fatto di olio di mandorle lenitivo e nutriente, una pappa a base di avena disarrossante, mischiata con olio di borragine calmante e antipruriginoso. Preparava il mangiare per Ortensia e il piccolo Giuseppe integrando certa roba sua con quello che trovava in casa. E tutti i giorni lavava Costanza con l’acqua pulita che provvedeva lei stessa a andare a prendere alla fontana, sia che facesse freddo, piovesse o ci fosse il sole.

        Quando verso le sei, due volte a settimana, Vincenzo da Castelnuovo passava a dare un’occhiata in quella casa disgraziata, trovava Costanza attaccata al seno della madre, il bambino di poco più di un anno sullo stesso giaciglio a giocare con una palla di stracci. E Ortensia che ogni giorno stava inspiegabilmente meglio.

L’altro capitolo de Il romanzo della Costanza in cui compare la figura di Cleofe è qui

Bibliografia e note di questo capitolo

Giovanni Antonazzi, Archivio italiano per la storia della pietà nell’alto Lazio. Volume Ottavo. Edizioni Storia e Letteratura, Roma, 1980
William Eamon, Il professore di secreti. Mistero, medicina e alchimia nell’Italia del Rinascimento, Carrocci, Roma, 2019
Silvia Federici, Calibano e la strega. Le donne il corpo e l’accumulazione originaria, Mimesis, Roma, 2015
Jacques Le Goff, Il corpo nel Medioevo, Edizioni Laterza, Bari, 2007
Elena Bonora, La Controriforma, Edizioni Laterza, Bari, 2015
Carlo M. Cipolla, Allegro ma non troppo. Le leggi della stupidità umana, Il Mulino, Bologna, 1988

Testi, manoscritti e documenti sono stati consultati presso l’archivio notarile, comunale e parrocchiale del comune di M., l’archivio diocesano di Nepi e Sutri, l’Archivio di Stato e la biblioteca di Roma, la biblioteca della Società Romana della Storia della Patria, l’Archivio Capitolino. La mia infinita riconoscenza va al lavoro di ricerca di Sergio Mariani per avermi offerto le tracce da seguire e sempre all’opera luminosa di Monsignor Giovanni Antonazzi.
Le informazioni storiche legate al contesto civile del castello e al contesto politico extralocale dell’anno 1573 e alcuni nomi della storia ufficiale corrispondono a quanto asseriscono storici accreditati e i documenti di archivio riportati in bibliografia. I nomi dei personaggi maschili e femminili legati alla realtà locale del castello sono di pura fantasia, così come è frutto di pura fantasia la storia di Costanza e della sua famiglia. L’immagine di questo post ritrae la compositrice, cantante e scrittrice Barbara Strozzi (1619 – 1677)

I 25 anni della SIL

Guarda tutti i video realizzati per l’occasione sul

canale YouTube

Il 2020 è stato anche l’anno in cui la Società delle Letterate ha compiuto un anniversario importante. Per i 25 anni della SIL, il direttivo ha immaginato un’iniziativa volta a superare in parte le inevitabili distanze imposte dalla pandemia. E’ stato chiesto alle socie di realizzare un breve video in cui ciascuna raccontasse la propria esperienza associativa. Le socie che stanno aderendo sono molte. Video come quelli di Elvira Federici, Silvia Neonato, Anna Maria Crispino e Paola Bono sono davvero in grado di comunicare tutta l’importanza di una realtà associativa femminista il cui fulcro è, ed è sempre stata, la letteratura ma anche la creatività femminile in tutte le sue forme. Mi fa piacere, a chiusura di quest’anno, condividere qui anche il mio contributo, e invitare chi fosse interessata/o a iscriversi al canale YouTube della SIL e a seguire il sito dell’associazione su cui sono segnalate iniziative, opportunità, contenuti e eventi legati all’universo variegato della SIL.

Grazie al direttivo SIL!

Martedì 10 novembre la Società Italiana delle Letterate ha ratificato e reso operativo il mio ingresso nell’attuale direttivo.  Ringrazio la presidente Elvira Federici e le altre componenti: Marta Cariello, Maristella Lippolis, Loredana Magazzeni, Gabriella Musetti, Donatella Saroli. L’invito mi inserisce nel momento in cui la carica si è resa vacante per via di un membro dimissionario. Questa ulteriore possibilità di partecipazione mi ha portato a riflettere sulla mia effettiva efficacia nel ricoprire un ruolo attivo in SIL svolgendo un servizio così importante come quello legato alla comunicazione, tuttavia non discostandomi dalle ricerche, dai temi e dai linguaggi che mi appartengono da sempre, come quelli della critica letteraria e della poesia.

È un’identità di orizzonti quella che mi ha spinto a accettare di fare parte del direttivo SIL, la quale si basa su interessi comuni forti come quello legato alla questione problematica e annosa del canone letterario nel mondo dell’istruzione scolastica, allo studio delle genealogie femminili in ambito storico e letterario e all’interesse nelle frontiere di sostenibilità realisticamente raggiungibili per tutte e tutti, attraverso lo studio del pensiero ecofemminista. Sono questi i temi che mi spingono a credere di poter svolgere, insieme a questo direttivo, un lavoro di promozione del femminile davvero condiviso e fertile.

L’incarico oltre che onorarmi mi rende profondamente conscia dell’importanza e della responsabilità di un ruolo, come quello che mi si propone, cioè legato alla rappresentazione e comunicazione di SIL. Perciò fortemente impegnato sull’accuratezza di un linguaggio che rispecchi una pratica e una politica che a partire dalle modalità espressive e relazionali nonché dai temi scelti, renda evidente per contrasto quanto la disparità di genere e sociale si nutra di linguaggi, luoghi comuni e pigrizie culturali che creano mondi e relazioni su presupposti ogni giorno più irrealistici.

Concordemente al direttivo ritengo che in questo momento così difficile per tutte e tutti, la SIL possa e debba avvalersi dei molti contenuti, pratiche relazionali  e energie  che in venticinque anni  le socie hanno saputo mettere in circolo per affrontare e rappresentare la sfida proposta dalla complessità di ogni momento presente. È questa capacità che ha reso la SIL oggi più che mai riconoscibile  in quanto ente accreditato nella produzione creativa femminile in ambito italiano e internazionale, nonché nella cura, studio e promozione delle pratiche femministe. 

3 ottobre INVISIBILI? Società Italiana delle Letterate

il nuovo libro su Elena Ferrante

prima presentazione

Il libro di tutti e di nessuno

Un ritratto delle italiane del XX secolo

Casa Internazionale delle Donne di Roma

Sala Lonzi sabato 3 ottobre a partire dalle 10,30

Organizzato da Società Italiana delle Letterate con Leggendaria e Letterate Magazine

INVISIBILI autorialità. Cos’è? A proposito di Elena Ferrante
Viviana Scarinci. Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante Un ritratto delle italiane del XX secolo, Iacobelli editore 2020
Isabella Pinto. Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività, Mimesis, 2020
Coordina Tiziana de Rogatis. Elena Ferrante. Parole chiave, edizioni e/o 2018

“Volontaria in chi ascolta o indotta dall’abilità di chi affabula è comunque quella sospensione dell’incredulità accordata a un racconto ciò che si fa garante dell’autorevolezza di una storia che ci restituisce il piacere intenso con il quale soprattutto le favole ci fanno partecipare al gioco delle possibilità messo in campo dal destinoIl libro di tutti e di nessuno. Viviana Scarinci

“Forse è per questo che le divergenze nel caso di Elena Ferrante risultano tutte estremamente significative: riformulando all’infinito la propria versione, non approdano mai a nulla di definitivo. Perché alla fine dei conti c’è sempre qualche cosa che manca cioè il corpo della donna che si chiama Elena Ferrante”.

La giornata del 3 ottobre si apre con il tema INVISIBILI? che introdurrà l’assemblea nazionale della SIL, Società Italiana delle Letterate.

Come sottolinea Elvira Federici, presidente della SIL: “Questo appuntamento è stato promosso anche come gesto apotropaico rispetto alla situazione covid 19, è in realtà il primo che quest’anno la SIL promuove in presenza, dopo che abbiamo dovuto sospendere la nostra partecipazione a Feminism3 e rimandare a data da destinarsi il seminario residenziale estivo di Viterbo. È un appuntamento costruito con l’apporto delle riviste Leggendaria e Letterate Magazine e riepilogativo di alcuni temi e linee di lavoro cari alla Società delle Letterate e alle riviste citate.

Nell’arco di 25 anni la Società Italiana delle Letterate ha elaborato e prodotto, attraverso i convegni, i seminari, i focus delle riviste. Ciò è testimoniato da un ricco bagaglio di studi e pubblicazioni. Dalla collana Workshop di Iacobelli, in cui troviamo, ad esempio, Epiche o L’invenzione delle personagge o Morante la luminosa o Il romanzo del divenire o l’ormai leggendario Oltrecanone o Dell’ambivalenza, tra l’altro a proposito di Elena Ferrante o Terra e parole, da cui addipaniamo il filo che porta a Laudomia Bonanni.

Le pubblicazioni curate da socie come tra le altre Laura Fortini, Serena Guarracino, Anna Maria Crispino, Adriana Chemello, Luisa Ricaldone, Bia Sarasini, Paola Bono, Silvia Neonato rappresentano, per la SIL un punto di partenza ma anche anelli di più vaste genealogie da costruire, grazie a nuovi apporti.”

Con l’importante giornata del 3 ottobre continua Federici: “Riprendiamo dai temi che non si archiviano mai, perché sono tra i moventi della nostra ricerca e del nostro agire politico, ma non cominciamo daccapo. E che l’anno che in qualche modo, ostinatamente, ci accingiamo ad aprire, sia pieno di occasioni, di pensiero, di relazione, di ricerca, di politica!”

Politiche dell’inadeguamento

Per quasi dieci anni ho gestito il fondo librario di poesia contemporanea che è stata un’attività di tipo associativo supportata dalle istituzioni (scuola e comune) e anche da un forte consenso della comunità locale in cui sono nata e vivo.  La pandemia come per tutti è stata uno spartiacque anche per me. Questa necessità che ci ha colpito, di cercare di riorientarsi alla luce di un evento così imperscrutabile, si è confrontata nel mio caso di intellettuale con tutti i ruoli che come donna, mi si richiede di incarnare. Ma anche e inevitabilmente con il lavoro, le scritture e le esperienze relazionali che hanno contraddistinto il periodo in cui il massimo impegno che ho profuso, figli a parte, è stato quello della gestione del fondo librario di poesia e delle sue attività. La mia personale collusione con la poesia, insomma, mi ha condizionato non poco in termini di responsabilità.

Questo potrebbe sembrare una contraddizione per coloro che pensano la poesia allocata in un ipotetico altrove. Cioè non strettamente connessa a un modo di intendere la realtà che comprende i linguaggi che competono la società, l’ecologia, l’economia, l’oppressione di tutte le minorità. E soprattutto per coloro che disdegnano il linguaggio diciamo ‘basso’ non capacitandosi della stringente necessità di ammetterlo in un discorso condiviso tanto letterario quanto sociale che sia intragenerazionale, interclassista e interraziale.

Diversamente non si avrà difficoltà a seguirmi se si pensa la poesia come io la penso, e come la pensava Nadia Campana cioè come qualcosa che consente di vedere quanto si rende ammesso al dicibile, e mutare tutte le volte di conseguenza i registri del linguaggio entro i temi e gli agenti incontrollabili più o meno conclamati che ci investono.

Nadia Campana (1954-1985) è stata una figura importante nel panorama della poesia e della traduzione italiana ma come molte intellettuali donne, messa al margine dalle non alternative imposte dal tempo in cui è vissuta.  Campana professava attraverso i suoi saggi e le sue traduzioni di Dickinson, Brontë, Cvetaeva il modo precipuo in cui la poesia e la letteratura si configurano attraverso il corpo e la condizione femminile. Ma anche l’impossibilità per la poesia e la letteratura femminile di essere apertamente e direttamente gravate della responsabilità politica e sociale pretese dalle ideologie del suo tempo. Campana ascriveva fiduciosamente alla bellezza, che secondo la poeta ha un rilascio lento, il compito di sortire i suoi effetti, all’interno di quel continuo mutare di cui sopra.

Mutamento che però ai giorni nostri, i fatti del presente mostrano come l’estensione di una complessità di cui i corpi contemporanei subiscono conseguenze dirette che sfumano nell’ignoto e nel paradossale. Vedi gli effetti della profondissima crisi economica che non molla la sua presa, della recente pandemia e dei cambiamenti climatici sul particolare della vita di ciascuna/o.


“Anche il discorso sulla letteratura femminile, che prima abbiamo sfiorato, ci pare ora viva su fondamenti eccessivamente rigidi e contrappositivi. Se fosse vero che il linguaggio delle scrittrici è solo orizzontale e troppo legato al corpo non avremmo altre artiste eccellenti seppur passionali come Gaspara Stampa, Marina Cvetaeva, le sorelle Brontë. La poesia autentica è più forte dell’ideologia e la violenza dispotica di ogni interpretazione, politica o psicanalitica che sia, spesso è incapace del principio di individuazione, di scorgere il particolare nel generale, riducendo tutto a un deja vu senza appello. Inoltre resta da chiedersi se è giusto sovrastare la figura di una poeta-donna con forme di responsabilità sociologiche e politiche così gravi. Pretendere insomma che cambiasse un orizzonte di pensiero, e se non sia più giusto puntare lo sguardo sulla poesia e sul coraggio che questo lavoro imponeva a quei tempi come in tutti i tempi. La bellezza è di per sé rivoluzionaria e suoi semi portano frutti, anche se non nell’immediato, perché i modi della sua trasmissione non sono così semplici come avviene per i sistemi di pensiero più innocui. Del resto questo racchiudere la poesia in griglie ideologiche ha sempre significato rimozione”

Campana viveva con piena coscienza la necessità di un principio di individuazione estraneo all’ideologie di segno diverso tra loro, ma custodi tutte di un carattere esclusivista che nessuna poetica culturale, a mio avviso, dovrebbe più consentirsi. Scrive Campana in merito a una delle possibili definizioni dell’agire poetico: fa parte di un gioco tragico quello di non lasciare che le immagini vengano strutturate dal pensiero o dal credo politico gettandosi invece contro le cose fuori dall’adeguamento e dalla registrazione.

Era soprattutto questo ciò che scandiva a chiare lettere Campana anche attraverso il suo destino personale, situandosi come corpo scrivente in questo gioco tragico con lucidità e sacrificio. E a mio parere anche segnando una possibilità di individuazione ancora più precisa per il corpo femminile scrivente articolato entro quel rilevamento linguistico che pure non si adeguava.

Molto interessante e a mio avviso assonante in questo senso è il contributo di Elvira Federici, presidente della Società Italiana delle Letterate che attraverso un articolo pubblicato per Letterate Magazine l’11 luglio scorso, analizza il celebre grafico della ciambella dell’economista inglese Kate Raworth. La studiosa è conosciuta per il suo lavoro che descrive come un modello economico in equilibrio, i bisogni umani essenziali e i confini planetari conosciuti dalle scienze umane, sociali e naturali. Federici nella descrizione del fondamentale contributo di Raworth conclude che un modello come quello dell’economista inglese, una rappresentazione cioè in grado di rilevare un numero più alto possibile di variabili e interazioni, costituisce quanto di più auspicabile in termini necessariamente cooperativi tra persone e specie.

Questa rubricazione dei vari piani del linguaggio specifico all’interno di una visione estesa e multidisciplinare non può non essere tenuta in considerazione da chi si occupa di poesia, là dove poesia è da intendersi come mutuabilità del proprio linguaggio entro una visione esterna di tutti i linguaggi per mezzo dei quali agisce il reale. Allo stesso modo non si può non tener conto della società in termini di diseguaglianze di genere, razziali, economiche e dei gruppi che costituiscono il tramutarsi di queste disuguaglianze in risultanti culturali non pervenute a ciò che intende se stessa come cultura universale.

L’emergenza climatica è rilevabile all’interno degli agenti che condizionano l’equilibrio naturale immediatamente fuori dalle grandi città. L’esperienza precipua che il corpo femminile scrivente, e non scrivente, quotidianamente compie entro tutti i ruoli che competono al suo agire configura una consapevolezza la cui precisazione oltranzistica è doverosa, soprattutto ai fini di una responsabilità generazionale che riguarda donne e uomini i quali consentono al proprio agire una posizione situata e fluida.

Perciò nel mio piccolo sto immaginando daccapo un lavoro redazionale e organizzativo per Contemporanea – fondo librario, con tempi diversi da quelli frenetici imposti dal blogging ma con una cura d’eccezione ai contenuti e alla loro presentazione grafica. In quest’ottica mi pare un’opportunità del tutto connessa alle necessità nuove di questo presente, quella della pubblicazione di testi di interesse al discorso di cui sopra, quella dei rapporti con le scuole e le università, ma anche l’organizzazione di eventi e promozioni di materiali connessi a tutto questo.

Ciò perché ancora credo che siano scelte indispensabili a una poetica, e quindi in questo senso diversamente politiche, tutte quelle relative al non adeguarsi dei linguaggi per mezzo dei quali ci si relaziona comunemente con il mondo di fuori. Non adeguarsi alla frenesia e alla sovraesposizione del corpo scrivente secondo le modalità prevalenti, non adeguarsi alla necessità di consenso che inevitabilmente agisce e tradisce l’eventuale originalità dei contenuti.

Penso che a questo punto sia più importante che mai la partecipazione ragionata come intellettuali su web e ciò che potrà ancora significare la partecipazione dei nostri corpi alla vita pubblica. Partecipazione reale che non potrà esimersi dal costituirsi come presenza agita attraverso la consapevolezza del percorso fatto da altre e altri in quello che possiamo considerare ormai passato. Ma allo stesso tempo aderendo quanto più consapevolmente possibile alle contingenze del presente, qualsiasi sia l’azione poetica, sociale e lavorativa all’interno della quale si abbia un ruolo.