Sognando vere isole

SECONDA PARTE. La prima parte è qui

Un paio di anni fa, in questo stesso periodo dell’anno, ho avuto occasione di andare per qualche giorno a Ventotene. Occasione presa al volo per molti motivi. Avevo letto, da poco ristampato, L’isola riflessa di Fabrizia Ramondino, mi incuriosiva la figura di Altiero Spinelli e altro che non sto a dire qui. Poi l’invito veniva da un’amica originaria dell’isola e io ho sempre avuto la passione delle isole.

Qualche anno prima mi era capitata l’occasione di andare a Ustica d’estate, per lavoro. Bisognava gestire la premiazione di un concorso letterario patrocinato dal Comune di Palermo che la mia associazione aveva organizzato in collaborazione con altri. Della premiazione non mi ricordo niente ma mi ricordo di aver vissuto quei giorni come in una sorta di abbacinamento da colore. A Ustica i colori d’estate possiedono una vera violenza, incidono sulla memoria, per lo meno sulla mia, più dei fatti e delle parole.

Su quei giorni di Ustica scrissi nel tempo diversi bruttissimi racconti senza riuscire a significare quello che l’isola, a una non isolana quale sono, rendeva evidente su tutto attraverso la forte interferenza del colore. Stando sulle isole si verifica come una specie di allineamento temporale. Si aprono porte che normalmente restano chiuse. Eventualità che poi il libro di Ramondino aveva reso evidente nel suo efficacissimo allineamento di profili descritti di persone del passato, o veramente incontrate mentre scriveva, e altre solo sognate.

Tutte però legate per analogia all’isolamento del corpo che come scrive Ramondino, è sempre prigioniero dell’anima che lo condiziona, ma che pure allineato idealmente a altri isolamenti può generare una dicibilità altrimenti impossibile.

L’anima per la Ramondino di queste pagine è un’entità, un’astrazione che con invisibili giochi di potere subiti o esercitati, falsi saperi, rispecchiamenti deformanti e coatti, usa il corpo a suo piacimento fin quasi a farselo schiavo.

Ramondino aveva scelto Ventotene in un momento in cui non riusciva, pur volendolo, a uscire dall’isolamento cui l’aveva condotta quell’anima da lei descritta come sopra, perciò aveva pericolosamente immaginato di allineare al suo senso di personale isolamento, quello della reale condizione dell’abitante temporaneo dell’isola. A questo aggiungendo gli isolamenti coatti che nella storia Ventotene aveva ospitato con il suo carcere borbonico di Santo Stefano e poi con i suoi prigionieri politici al confino, oltre che quello tremendo di otto donne della romanità mandate in esilio presso l’augustea Villa Giulia. Per non parlare dell’isolamento tutto loro degli autoctoni di un’isola molto particolare come Ventotene. 

Aveva ragione Ramondino, quel pericoloso allineamento di solitudini ha reso la sua scrittura, già straordinaria, un potente dispositivo temporale che poi l’ha portata  a scrivere un libro speciale come L’isola riflessa.

Ci ho pensato quando per contrastare l’epidemia da covid-19, con il protrarsi della chiusura dell’Italia e di noi in casa, e l’estendersi della stessa disposizione in molti Paesi del mondo, mi è venuto in mente che dal punto di vista epocale un isolamento contemporaneamente condiviso in modo così reale da una porzione tanto vasta di umanità, è probabile che davvero non si sia mai verificato salvo che in un onirico primordio in cui forse non esisteva neanche il linguaggio. E questo allineamento di isolamenti non potrà che avere un effetto che andrà molto oltre l’auspicato contenimento del virus o la prova del nove rispetto alla tenuta dell’Unione Europea

La materialità del corpo e del suo destino, l’immaterialità dell’anima che lo domina, i piani si intersecano inscritti una panoramica che Ventotene rende davvero vivida con la sua strana e poco amabile bellezza che si basa tutta sull’altrimenti. Ventotene è davvero un ibrido in cui napoletanità e romanità non si riesce a districarle nella latitanza estetica che è il fulcro dell’appartenenza dell’isola all’anima meno desiderabile dell’una e dell’altra città. Almeno in termini identitari Ventotene è un altrimenti e anche questo è decisivo nel riflettersi di quell’isola asprissima, e dai colori non così netti come si vorrebbe, nel destino civile dell’Italia. Ventotene torna in mente a chi c’è stato, quando ci si sente senza volto e ci si chiede allo specchio se è vero che abbiamo perso la faccia e se la possiamo ritrovare altrimenti.

Il Manifesto di Ventotene redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi ha per titolo Per un’Europa libera e unita. Il progetto nasce nel 1941, quando per motivi politici un gruppo di persone furono confinate a Ventotene, già storicamente colonia penale, come oppositori del regime fascista. Altri confinati antifascisti sull’isola contribuirono alle discussioni che portarono alla definizione del testo. All’epoca della stesura del testo erano confinate sull’isola circa 800 persone, 500 classificate come comunisti, 200 come anarchici ed i restanti prevalentemente giellini e socialisti. Ramondino nel libro indica l’ubicazione del campo di patate, posto tra il cimitero e villa Giulia, che Spinelli poté coltivare solo sul finire del confino quando ormai la fame patita dai prigionieri aveva reso il procurarsi il cibo da soli qualcosa che evidentemente non poteva essere negato. Ci devo essere passata su quel campo, dopo aver visitato il cimitero, quasi nei pressi di Punta Eolo, quando sono stata accompagnata a vedere l’altro luogo di pena che in epoca altra era stato deputato alle donne invise al potere di Roma.

Cosa c’è da imparare da L’isola riflessa? Moltissimo e tutto non può essere detto. Ma la prima cosa che mi viene in mente, forse la suggestione più preziosa, è l’atmosfera vivissima di condivisione che le pagine creano grazie al fatto che chi le scrive ha un legame fortissimo con il modo in cui la poesia crea immagini, e per questo non bisogna essere necessariamente poeti. Si tratta di un istinto del linguaggio che con una naturalezza estrema, delineando fatti reali fa cogliere distintamente a lettrici e lettori più le immagini defilate, quelle meno dicibili, piuttosto che quelle costruite dalla sintassi. In questo Ramondino è una capofila. Ci sono in particolare alcune righe con cui voglio concludere, riguardano l’amore, o come lo chiama l’autrice, più pietosamente che aspramente, l’amore distorto. Non serve che aggiunga altro, basta leggere di seguito, vi abbraccio virtualmente, cari, alla prossima.

Escluse le donne

Così dissi io a la pia Madre antica
Per gran desio ch'io ho di pianger sempre;
E Lei, che par che gli occhi mai non tempre,
Col viso chino e l'anima pudica
La man mi prese ed a la soa mendica
Spelonca mi condusse lacrimando;
E quivi disse: - Quando
Io vidi a Roma intrar quella superba,
Che va tra' fiori e l'erba
Securamente, mi ristrinsi alquanto
Ove io conduco la mia vita in pianto. -
Girolamo Savonarola (1475) 

Questo tra l’altro scriveva Girolamo Savonarola, futuro frate domenicano, negli anni del noviziato in “De ruina Ecclesiae”, testo poetico scritto contro la “fallace / superba meretrice, Babilonia” in cui contrappone la prima chiesa alla curia romana di allora. Girolamo nel testo si figura in modo contrapposto il cristianesimo delle origini, come una donna madre e casta, e quello della sua contemporaneità, peraltro quasi tutto composto da uomini, paragonandolo a una donna lasciva e meretrice. Paragone fortunatissimo che per secoli mise i due presunti e diametrali attributi del femminile, cioè quelli della santa e della puttana, in relazione al degrado non soltanto della Chiesa. La figura di Savonarola non mi è mai particolarmente interessata, figuriamoci le sue poesie, finché, leggendo alcuni materiali che ho selezionato per il mio romanzo, mi sono imbattuta in un collegamento molto interessante che mi ha riportato ai famosissimi discorsi che Girolamo avrebbe tenuto poi in quel di Firenze. 

Filippo Neri, fiorentino, è uno dei santi di adozione romana, considerati tra gli alfieri della Controriforma. Filippo, detto da bambino Pippo bono per la famosa giovialità che fin da subito avrebbe manifestato, aveva un padre ex notaio e alchimista dilettante che in gioventù aveva fatto parte con molta probabilità, di quelle bande di seguaci di Savonarola che, con modi un poco spiccioli, si erano dati alla forzata epurazione del vizio a partire da Firenze. La figura di Filippo Neri, la sua importanza nell’ambito delle politiche della Controriforma, come la storia dell’ordine monastico domenicano, prima del momento di questa intersezione, mi avevano generato già dei sogni inquieti, diciamo delle immaginazioni che fuoriuscivano dalle parole riportate dai libri e dai documenti dell’epoca, quindi delle falsificazioni oniriche rispetto anche alla struttura sintattica di quello che leggevo, come immagini in sovrappiù fuoriuscite da universi esistenti ma paralleli e isolati dalle parole riportate in alcuni documenti  del tempo che avevo per le mani. 

Quando si è verificato il necessario balzo dentro i discorsi di Savonarola che tanto avevano infiammato il padre amatissimo di Filippo Neri, questa proliferazione immaginosa si è accentuata. Queste falsificazioni oniriche, sono diventate un carico insostenibile al punto che ho dovuto inserirle, come fossero essenziali pur essendo incongrue ai fini della mia trama, nel tessuto di un romanzo che parla in effetti apparentemente d’altro.  Ossia di una donna di nome Costanza nata cento anni dopo quel giorno in cui il giovane Girolamo vergava la poesia “De ruina Ecclesiae”. Questo perché tra gli altri, proprio Filippo Neri e il suo vivere in Roma, sono stati elementi fondamentali nella biografia che ho inventato per la mia amatissima santa viva Costanza. Resta che la poesia (anche quella di Girolamo Savonarola) più di tutto dice agli altri ciò che le donne e gli uomini che la scrivono, non sanno fino in fondo di avere negli occhi e nel cuore.


Per gli amici che mi leggono, dato che in questo periodo dobbiamo dare un valore altro a tutto il tempo che abbiamo a disposizione restando a casa, un capitolo abbozzato del mio romanzo in cui, liberando l’ennesima digressione, riporto quelle falsificazioni incongrue di cui sopra. 


Escluse le donne

Dovendo tu, popolo fiorentino, egli ricordo bene disse, indicandoci a uno a uno noi che eravamo lì a Palazzo Vecchio, io con il Nicotera, te lo ricordi? No, non te lo ricordi, che egli morì quando tua mamma era gravida. Noi che gli eravamo corsi dietro fin là da subito eravamo tra i primi della fila dattorno” 

A quel punto il babbo deglutì e Pippo vide il pomo che egli aveva pronunciatissimo, spostarsi da sotto il mento a un secondo posto, più giù lungo la gola, lo vide benissimo stavolta perché si trovava sulle ginocchia del padre. Gli osservava spesso questa sua enormità che spuntava vistosamente dal collo esile d’uccello e che faceva il paio, nel conferirgli l’aspetto da volatile con un naso a becco e con il capo quasi glabro, non fosse per qualche ciuffetto rado di pelo canuto. Sul qual capo del babbo, quei ciuffi davano l’idea inoltre che l’avessero spennato malamente.

Anche quando il babbo parlava senza badare al figlio che sempre lo guardava da sotto a sopra, di lontano, da vicino che suo padre era tutto il mondo per lui, mai perdendolo di vista che avrebbe perso dalla sua portata l’intiero creato. E poi quelle poche volte che si trovava sulle ginocchia di quell’uomo secco e di gamba corta, Pippo era proprio felice per quel giuoco cui il pomo di suo padre lo invitava nonostante le parole spesso severe, o che spesso il bambino non capiva, essendo stato trattato da omo fatto più o meno da che aveva anni tre. Ossia dal tristo giorno che mamma si spense.

“Ma c’erano quasi tutti i fiorentini pronti al suo ordine a sentirsi esclusivamente chiamati dal quel dito che diceva, Tu, Tu sei il soldato che brandisce la spada di Dio. Anche se il dito pareva indicare me medesimo e soltanto, tanto mi significava quel Tu essere rivolto esclusivamente a me: Tu, devi formare un nuovo governo, ti convocai qui, escluse le donne. Ti proposi quattro cose da fare: temere Dio, amare il bene comune, fare tutto un bene generale e riformare la nuova costituzione. Firenze, la tua patria, ha una missione divina, a essere la nuova Gerusalemme, tu la devi condurre a faro del mondo”.

A quel punto il babbo taceva commosso, si alzava senza badare che Pippo gli fosse sulle ginocchia, lo mollava, lasciandolo cadere di peso senza più ricordarsi di lui. Quasi sempre a quel punto di un racconto narrato decine di volte si avviava verso la botola che c’era di lato alla bocca del camino, la sollevava e discendeva come inghiottito dal pavimento giù per una scala scricchiolante che lo portava in un posto che Pippo non poté visitare prima del suo tredicesimo compleanno, giorno in cui, come fosse un rito lungamente propiziato e programmato per il compimento del genetliaco dell’erede, il padre ve lo introdusse. E poi ve lo chiamò ogni qual volta, avvinazzato a sufficienza per contenersi ancor meno del normale, fosse in vena di rivangare il passato. 

Filippo, anni dopo, giovanotto vagabondo e ilare, prima di addormentarsi su qualche giaciglio di fortuna nei pressi del ancor quasi servaggio rione Trastevere, spesso lo ricordava quel suo padre. Ricordava specie la notte di Natale del 1527. Qualche mese prima di quella notte, a maggio di quello stesso anno, la bellissima e fetida Roma si vide diminuita di oltre un terzo dei suoi abitanti da uno dei flagelli più inimmaginabili che mai dalla fondazione ne capitarono di uguali alla città eterna. Savonarola l’aveva vaticinato. Tra alambicchi opachi di calcare e stranezze da fattucchiera più che da alchimista, il babbo invece che procurargli una mensa natalizia, quella notte aveva fatto sedere il figliolo di tredici anni che era allora, su una sedia sfondata di fronte a lui, il quale padre intanto accendeva ben sette candele, lui avarissimo, disposte geometricamente sul suo sbilenco tavolo da lavoro



 “Sai cos’è la lesa maestà? La lesa maestà umana e divina è un reato che riguarda la sfera dell’eresia. Uno di quei reati per cui si applica la tortura senza limiti. Con strappi con la corda fino a dilacerargli i legamenti degli arti, fu spinto a confessare il domenicano nostro. Confessare che i suoi dialoghi con Dio che gli narrava della corruzione di Roma, la quale, figlio, ora a anni dalla morte di Girolamo, è distrutta finalmente dai Lanzichenecchi, egli, il domenicano eccellentissimo, lo disse molto prima che accadesse davvero perché era veggente. Disse che l’immonda città che Papa Borgia aveva reso ancora più empia, sarebbe stata definitivamente devastata, arsa e giustamente violentata dai germani. La tortura solo lo costrinse a ammettere un inganno che non aveva compiuto in modo che lo si potesse condannare. Alla suo ultima ora, con il fiato dei carnefici sulle sue carni dilacerate, Savonarola confessò che nelle sue predicazioni era stato spinto dalla vanagloria. Capisci, figlio? Egli che tanto l’ebbe contro la vanità di fiorentini sodomiti, ubriaconi, giocatori e pure contro le femmine tutte che odiava, che pure le costumate certo non le avrebbe chiamate mai a rifondare la repubblica, ma sicuro neanche l’altre, quelle che con abiti e capigliature attiravano peggio che il miele le api. Quelle erano cercate da quei ragazzi suoi che eravamo noi. Tu figlio ora mi vedi vecchio ma ero il più gagliardo specie con quelle femmine. E come gli ubriaconi e i giocatori nelle bische e nelle osterie, dentro i bordelli le cercavamo per strappargliele quelle vesti e lasciarle ignude e immonde che Dio voleva qualsiasi agire che noi facessimo loro per punirle”.

Per la verità non la scomunica della città convinse i fiorentini più puri di spirito, a recedere dal loro favore per Girolamo Savonarola ma una brillante trovata che ebbe Papa Borgia per dissuaderli nel giro di qualche giorno e far loro impiccare Girolamo, bruciarlo e disperdere le sue ceneri in Arno. Bastò che si minacciasse la confisca di tutti i beni che i mercanti fiorentini avessero in Roma. Che certo non significava solo fiumi di denaro toscano indirizzarsi nelle casse dello Stato Pontificio ma anche il decadimento del potere dei fiorentini più ricchi, che erano da anni ben inseriti nel cuore strategico dell’urbe altrimenti noto come curia. 

La vanità delle cose quanta energia toglie al compito che indubbiamente ha ciascuno di noi? E quale sarà il compito di Pippo, orfano di madre e figlio di un ex notaio, alchimista dilettante, infiammato e incenerito dalla predicazione di Girolamo? Cosa sarà significato amare incondizionatamente un padre tutto concentrato sull’inarrivabilità dello spirito del monaco suo, come appariva a Filippo suo padre. Non musiche, non libri, non femminei e allettanti spasmi da cui mai si è sempiternamente compresi e che per questo bisogna punirli e offenderli. Non cibi, non canti, non amicali bischerate. L’ex notaio aveva scelto di praticare, con qualche umana lacuna, questo non godere. 

In quanti si perdono la gioia più verace di questo non godere? Pochi ma l’ex notaio, egli non sarebbe stato tra questi, sebbene nelle multiple amarezze della vecchiaia finì per bere assai. La gioia di cui per la verità il babbo, sembrava insospettabile latore, sebbene avesse scelto la privazione già dalla prima gioventù per seguire le politiche del monaco suo, era un’invenzione di Pippo, in quanto il babbo mai di gioia parlava ad imitazione di Girolamo che solo distruzione sapeva vaticinare. 

Perdersi nei labirinti terreni in cui pochissime e essenziali cose giacciono come morte per l’uomo retto che non vede più la loro ineffabile somiglianza al creato? Mai! Urlava il babbo al figliolo che un po’ si spaventava, un po’ rideva per sdrammatizzare una furia paterna che lo esaltava ma anche lo terrorizzava.  Quanto questa vanità fatta di sensi di colpa, inutili desideri, bramosia di possesso che toglie spirito a ciò che davvero si ama, stornando soprattutto all’oggetto del desiderio la sua identità soprannaturale di creatura di Dio. Scuoteva la testa l’implacabile ex notaio.  Quanti tra gli uomini sanno fare di ciò che bramano l’oggetto che li conchiude al vero guardare gli orizzonti della propria anima? Che li trasla dalla strada in cui i sandali si mischiano con la polvere del cammino e il sentiero pedestre diventa destino che si frappone tra le cattive volontà nostre e i disegni superni cui l’anima sempre partecipa malgrado noi.

Pippo ascoltava e reinventava le parole del babbo che ripeteva stralci di certi discorsi uditi in gioventù, mimando il fervore predicatorio del domenicano Savonarola a più riprese, non appena ci fossero più di due persone nei paraggi. E che fece anche mentre la mamma spirava quasi inavvertitamente nel suo letto di cenci, sfiancata da tutto il lavorare che le era toccato da quando il marito aveva scelto per mestiere di fare il seguace di Savonarola. 

Quella mattina che finalmente il suo corpo disfatto di donna meno che trentenne, dopo aver partorito il quarto figliolo se ne andava dalla vita terrena con un sollievo irriferibile, vi lasciò Pippo che quasi non se ne accorse, tanto ascoltava a bocca aperta le fascinose e inquietanti predicazioni dell’amico di Girolamo. 

A una certa ora di un preciso giorno del 1515 Leone X, figlio del Magnifico, entrava in Firenze con tutto il clamore da cui un corteo papale non può astenersi quando si tratta di restaurare un certo potere. Il corteo entrò in Firenze da Porta Romana e attraversò la costa di San Giorgio e lo si sarebbe potuto scorgere in effetti  dalla finestra di quella casa in cui Pippo in quel momento neonato di pochi mesi giaceva dimenticato.  Pacifico e sorridente tra i cenci del giaciglio in cui di recente la madre lo aveva sgravato, solo, mentre il padre armeggiava nel sottosuolo, in quella tana in cui si sapeva fosse più o meno sempre, ancora inconsolabile dell’ormai antico rogo del suo monaco. E la madre che sarebbe morta solo qualche anno dopo, girava tra le case della costa di San Giorgio, e raccogliendo i panni che forse qualcuno avesse avuto da darle per farsi rammendare, andava chiedendosi tra sé che fosse tutto quel clamore e pompa al passaggio di un’altra inutile processione. 

extra moenia

Cari che mi leggete, vi auguro un 2020 pieno di favole in cui credere.

Dicono che prima di noi c’era una gente molto selvatica che popolava i boschi delle colline e i roveti del fondo valle ai piedi del castello, lasciando a una popolazione più costumata, la coltivazione della valle che si spinge fino alle sponde del Tevere. Dicono che questi selvaggi vivessero assieme ai lupi, nella ferina convivenza prima e poi nell’eccidio che ne fecero quando accadde che le pelli di quegli animali potessero essere non solo tenute addosso per superare gli inverni ma anche scambiate e poi vendute a certa gente che si avventurava fuori dalle mura della città per cercare chi potesse uccidere il lupo per loro conto. Poi questi selvaggi amanti e assassini del lupo, furono sterminati pare da un terribile morbo contratto durante un rito magico allorché il lupo era già sparito da un pezzo dalle colline nostre per via del loro vigoroso debello. 

       Sempre che il morbo non si trattò di una vendetta del non del tutto morto spirito del lupo che prima fratello poi macellato da coloro che forse ben gli sta che sono tutti morti. Costanza, Costanza hai da essere più bona se un giorno ti vuoi maritare, se no chi ti piglia? Diceva nonna Cleofe la quale sempre fingeva mitezza per poter marranamente imperversare a suo piacimento. 

Lupo italiano

Ma che storie sapeva. Di lupi e di orsi eravamo il conclamato prodotto, diceva. Il castello nostro, a volerlo chiamare così, appena mezzo secolo prima che io nascessi, nell’anno 1573 un giorno che la povera Ortensia per fortuna non si avventurò in campagna, era di diretta proprietà del monastero benedettino di San Paolo fuori le mura che poi cedette le quattro pietre nostre e tutti noi miserabili a certa gente di recente nobiltà.

       Dentro e fuori le mura erano per me espressioni fiabesche che mi inserivano e disinserivano dall’essere partecipe delle cose vere, misteriosissime e magnifiche che appunto succedevano al di là del muro dietro cui c’era Roma tutta gremita di Santi e luoghi nominati coi nomi dei Santi medesimi che mai in ispirito li lasciavano. Fuori dalle mura, dove stentavamo a vivere noi, nulla esisteva e neanche noi esistevamo, nulla accadeva salvo il dibattito che le favole sollevano per essere credute vere dagli ingenui. E nel sollecitare credulità con affabulazione, mia nonna era una piccola autorità locale.  

       Aspetta figlia che il brutto deve ancora venire, mio nonno sempre raccontava, di quel giorno in cui si videro intorno l’assedio del nostro povero castello voluto da papa Martino per rimediare ai soprusi dei signori locali in favore dell’avvicendamento dei soprusi di altri signori. Ma lo scambio di padrone poi in vero non vi fu.

       Nonna, tu come fai a sapere? Io sapevo come lei sapeva più di quanto dicesse. Era altri, da quelli che noi sapevamo lei incontrasse, che in gioventù avevano narrato a lei in certi segreti momenti. Io questo lo sapevo, come a volte mi accadeva di sapere le cose senza aver visto o udito. Cleofe non rispondeva, né abbassava lo sguardo, e io sentivo che era hipocrita perché sua vita era anche altra da quella che noi sapevamo. 

       Ma la odiavo non per questo. Non so come già sapevo che il conoscere per me  non significava che qualcuno me lo avrebbe trasferito ma sarebbe stata una grazia che mi poteva accadere perlopiù imboccando vicoli ciechi. Punti in cui ciò che è visibile e piano è più menzogna di quello che non lo è. E io tanto volevo sapere, che senza perdonare Cleofe che vedeva solo il suo e mai il terribile che toccasse a me per via di quel bestiale zio che come mio padre era figlio suo, io sempre l’ascoltavo.    

       Mai più fui così severa nel giudicare i miei, come lo fui da bambina nei confronti di Cleofe, mia nonna. Allora non immaginavo certo che scaltrezze e cecità dei semplici, una volta svelate, erano colpe minori se confrontate, a certo reiterato peccare che vidi ammantato di fogge impensabili. Fogge mistificatorie di cui quel mio zio così pio, fu solo il primo e più rozzo usufruttuario. 

       Ora e sempre il peccato mio confronto, con quelle fogge che celavano sotto panni certo la presenza del Maligno in persona. Anche oggi, quando mi voltai verso la povera gente che mi acclamava priora, mentre entravo in questa mia agognata clausura, non cessavo di pensare a quel peccato mio. Ed infatti tra lo sconcerto generale, del peccato di cui mai oso proferire il nome, volli chiedere perdono a tutti, a voce ben udibile, prima di chiudermi la porta del monastero alle spalle, senza che quei semplici potessero immaginare di cosa chiedesse loro perdono quella ormai illustrissima madre. 

Questo brano è tratto dal romanzo che sto scrivendo. Un altro brano del romanzo può essere letto qui (di questo frammento è stata data lettura in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne). Una prima versione dell’incipit è stata ospitata qui dal numero 52 della rivista digitale Fili d’aquilone 

Elena Ferrante: Napoli uguale Italia

La Napoli del libro di Maria Carmen Morese nella sua bellezza più realistica: quella di città delle meraviglie vere e sempre possibili. Il rione Luzzatti negli scatti di Ottavio Sellitti ospitati in questi giorni alla Fiera del Libro di Francoforte  a cura dell’Istituto Italiano di cultura di Berlino che rendono visibile Napoli come giacimento di quotidiana umanità. I romanzi di Elena Ferrante che grazie soltanto al genio letterario dell’autrice hanno allargato a dismisura il perimetro dei lettori ponendo le donne, la città e l’identità di ciascuno di noi al centro di un discorso pubblico che è urgente affrontare soprattutto oggi. Grazie infinite a Launenweber (nelle persone di Christian Berglar e Salvatore Tufano) che mi ha consentito di seguire in totale libertà la mia strada entro tutte le complessità che articolano il mondo di Elena Ferrante. Grazie ai direttori degli Istituti Italiani di Cultura in Germania Luigi Reitani e Maria Mazza e ai loro straordinari staff:  è veramente bello vedere dal vivo con che professionalità e profondità di pensiero viene promossa l’immagine dell’Italia all’estero. Infine mille grazie alla Fraunen Buch Kritik “Virginia che nell’ambito di una pubblicazione riguardante le numerose autrici presenti alla Buchmesse 2018 ha dedicato un’interessantissima recensione a Bambole Napoletane.

Vedi anche https://napoli.repubblica.it/cronaca/2018/10/10/news/alla_buchmesse_di_francoforte_la_napoli_di_elena_ferrante-208628039/

 

 

Elena Ferrante. Una monografia formato ebook per DOPPIOZERO

Elena Ferrante copertina

saggistica, Starter, anno: 2014
isbn: 9788897685425
prezzo: €3,00
Categoria: Arte

Copia elettronica: PDF e ePub acquisto diretto qui


Chi è Elena Ferrante? Una donna? Un uomo? Un gruppo di scrittori che da oltre un ventennio pubblicano a turno, o collaborando insieme , con questo pseudonimo? O una scrittrice capace di rovesciare come un guanto i propri temi per renderli attualissimi, nel metodo e nel merito?

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