La poesia è una persona

PRIMA PARTE

Nel 1998 avevo 25 anni e Poesia pubblicata da Crocetti  la trovai per la prima volta all’edicola del mio paese. Una sorpresa, la poesia non mi arrivava in quel caso come Anterem, per posta sotto forma di un prestigioso fascicolo, ma un giorno per caso l’ho trovata che mi guardava dall’edicola della piazza attraverso la foto di un volto di una persona che non era detto che fosse morta, anzi. Come per Anterem quelle persone agivano da vive, nei versi che scrivevano, evidentemente anche dentro la mia vita. Ricordo benissimo l’impressione che suscitò in me la lettura de L’infanzia dei nomi di Giorgio Bonacini trovata su un numero di Anterem quando quel poema era ancora in uno stato germinale, e quanto quel precedente che ha legato la mia formazione di poeta a quella rivista, abbia reso il mio lavoro di scrittura potenzialmente foriero di tutto il nuovo che ha più o meno potuto esprimere poi.

Il numero 358 di Poesia non è che ci sono partita da casa per comprarlo perché in quel caso avrei dovuto giustificare l’uscita come di stringente necessità. E a dirvela tutta in tempi di lockdown dire alla Municipale che una rivista di poesia può rientrare in quella casistica, mi è sembrato rischioso. L’ho invece comprato in quella stessa edicola di fronte alla farmacia, in cui comprai il primo numero dei tantissimi acquistati poi, uno o due giorni prima di Pasqua quando ho avuto la giustificazione di andare in paese in quanto le preziose mascherine erano finalmente arrivate.

Perciò in maschera e con la mano guantata in lattice, ho finalmente potuto procedere all’acquisto rituale dell’ultimo storico numero in cui Poesia esce in quella che ormai era la veste editoriale di sempre. Poi da maggio 2020 non sarà più un mensile disponibile in edicola ma un bimestrale con il doppio delle pagine, da comprare in libreria: “Lo sforzo del cambiamento, la solidità e il prestigio di un editore storico come Feltrinelli, il lavoro di vecchi e nuovi collaboratori ci consentiranno di ampliare l’offerta di proposte, di articoli e di traduzioni dei maggiori poeti di tutto il mondo” leggo, e non mi consola, sull’editoriale dell’ultimo numero di un giornale che non troverò mai più all’edicola in piazza. In copertina il volto gentile ma per niente rassicurante di Nelly Sachs e all’interno tra l’altro Rimbaud, che recita il titolo dell’articolo in modo assai indicativo dati i tempi, fu un poeta che superò se stesso fino ad annientarsi.

Lo sappiamo, lo abbiamo detto, lo abbiamo ascoltato fino allo sfinimento, questa fase così densa e straniante data dall’immobilità da lockdown, al di là della retorica dell’#andratuttobene e dei soliti catastrofisti, riguarda tutto: l’amplificazione delle cose per quelle che sono, la metabolizzazione di un recentissimo a posteriori di ciò che era contemporaneo solo meno di due mesi fa, per non parlare della lotta di certe cose per restare tali mentre quelle che si vogliono nuove di zecca nascono alla luce perturbata di un oggi che arriverà a breve ma di cui sappiamo ancora pochissimo.

Comunque chi può si impegna in un adeguamento a una complessità ulteriore, che se non fosse così spaventosa sarebbe avvincente. Questo adeguamento lo sta mettendo in campo anche il mondo della poesia o per lo meno quello che concerne alcune scritture definite come tali o movimenti performativi che emergono sotto questo nome insieme alla loro analisi e diffusione.

Anterem che quest’anno bandisce la trentaquattresima edizione del Premio Lorenzo Montano (qui il bando a scadenza 30 aprile) include la possibilità dell’invio in formato pdf anche relativamente ai libri editi partecipanti. E con l’occasione la redazione mette in consultazione gratuita online attraverso il suo sito, il consueto Carte nel Vento, (disponibile qui) periodico del premio che propone la presentazione delle opere segnalate e finaliste dell’edizione 2018: “Tutte le opere sono introdotte dalle note della redazione di “Anterem”: senza definizioni generiche, abbiamo cercato anche questa volta di accompagnare le poesie e le prose qui contenute con spunti di lettura originali”.

Anterem è una rivista letteraria fondata nel 1976 e nasce come un laboratorio fortemente orientato alla ricerca nell’ambito della poesia della contemporaneità. L’impegno, come scrive la redazione “riguarda la natura stessa del pensiero poetico. Concretamente, “Anterem” è il risultato del confronto tra ricerca poetica individuale ed elaborazione teorica collettiva”. Dunque un dialogo niente affatto scontato che è avvenuto entro un arco di tempo molto esteso tra uno dei modi in cui si può intendere la specificità della poesia e il mondo di fuori. Il Premio Lorenzo Montano venne costituito per arrivare a questo, oltre che allo stesso fine è stato fondato un Centro di Documentazione sempre intitolato a questo poeta. Una continuità definita dall’appuntamento mai mancato con adeguamenti costanti, che hanno garantito anno dopo anno la pubblicazione delle sillogi inedite vincitrici in versione cartacea, e il lavoro di critica letteraria sui materiali tra editi e inediti pervenuti al premio, condivisi liberamente in rete attraverso pubblicazioni digitali. Anterem ha di fatto costruito, senza pregiudizi, una mappa spazio temporale di quello che è connaturato al variegato tessuto umano della produzione poetica italiana.

Non per fare l’ottimista che non sono ma a me pare che farsi pervadere da una necessità di adeguamento attraverso una mobilitazione e un’espansione delle possibilità fornite dalle risorse cui potenzialmente si ha accesso, sia un fatto che nella difficoltà dell’andamento passato e attuale è annoverabile tra quelli positivi, specie se parliamo di un frangente così specifico e di nicchia come quello della poesia.

Ad esempio l’adesione de il verri alla solidarietà digitale attraverso la possibilità di scaricare gratuitamente il numero 72 “La poesia fa male”  è un buon segno che fa pensare a un desiderio/bisogno di maggiore diffusione relativa alla complessità di certe forme e modalità inerenti, inamovibili e chiuse in quanto tali. La rivista a lungo considerata tra le più importanti in Italia è stata fondata nel 1956 da Luciano Anceschi e ininterrottamente uscita nella sua versione storica fino al 1995 cambiando diversi editori e qualche volta autogestendosi, per poi riprendere l’uscita in una seconda fase dal 1996. Milli Graffi, attuale direttrice, attraverso l’editoriale del numero in questione descrive così il motivo del titolo nato intorno ad alcuni eventi riguardanti lo studio e la commemorazione della poesia di Nanni Balestrini: “La poesia fa male e La poesia fa bene […] estremi assolutamente compatibili e contemporaneamente presenti del linguaggio poetico. Può capitare che nel fare il male, si susciti il bene. E viceversa nel fare il bene (tema che Balestrini ha in seguito ampiamente sviluppato in tutte le sue poesie sul pubblico della poesia) capita che si finisca col produrre una ragguardevole quantità di ipocrisia”.

Di questo numero 72 mi ha molto colpito l’intervento di Chiara Portesine nell’articolo «Bien recueilli, débouté de chacun»*:la missione del critico (accademico). Portesine inquadra per altri versi un aspetto della specificità, stavolta relativa alla critica letteraria che riguarda la poesia, di cui ho avuto modo di parlare attraverso una citazione dal Dopo il covid-19 di Leonardo Caffo (qui) che invece si riferiva alla specificità della filosofia. Scrive Portesine:

“Prendere la parola a proposito di uno ‘stato attuale della critica’ significa accettare preliminarmente una divisione schizofrenica tra due settori di produzione del sapere (l’Accademia e la ‘militanza digitale’) che si esplicitano, nella prassi, in due piattaforme di riproduzione e divulgazione dei contenuti rigidamente perimetrate (le riviste di settore e i blog). A ogni settore la sua narrazione irrelata, un’autofiction della letteratura e dei suoi ‘operatori’ che racconta due campi d’applicazione e due ‘tipi’ umani diversi”.

Non per fare la pessimista che non sono ma se ho capito bene la questione della specificità impegnata nell’esclusivo sondaggio delle proprie complessità così come l’autofiction degli operatori dei diversi settori culturali impegnati nella militanza digitale, produce narrazioni irrelate. Ma che cos’è una narrazione irrelata quando parliamo di poesia o di romanzo? Non che io conosca la risposta. Detto tra noi una cosa che mi solleva è quella di non sapere rispondere a una domanda come questa, da cui può nascere un allettante ginepraio di indagini alla volta di mete pressoché impensabili, questo sia scrivendo romanzi e poesie in proprio, sia ragionando su quelli di altri. Ma il fatto che proprio “ora” l’open sources di molte pubblicazioni diverse tra loro, inizi a inquadrare il problema in termini di “tipi umani” ossia di persone e di comportamenti precipui che definiscono nel bene e nel male l’applicazione delle loro discipline nel contesto social(e), è bello, almeno io lo trovo bello e liberatorio.

L’applicazione e esclusiva dedizione alla propria disciplina e il consenso diffuso alla autonarrazione come velleità, è possibile che, al di là del contesto e del linguaggio in cui avvengono, spesso sembrino un’operazione dello stesso segno? Ci fa male vederli entrambi come limiti appartenenti a un passato pericoloso in cui il mostro è stato soprattutto l’avvento di internet venuto a nuocere a certe accreditate ma rigide integrità cartacee e accademiche? O di contro che sia un bene che quello stesso mostro sia arrivato a promuovere e diffondere disordinatamente, e senza badare troppo a gerarchie e sfumature, contenuti prodotti da tipi umani che, con buona pace di chi vorrebbe diversamente, non sono poi così differenti tra loro e da chi li ha preceduti? Bisognerà che quelli che scrivono se lo chiedano specie ora che più di prima si può non riuscire a cogliere una realtà che quanto a irrealtà, è foriera di sorprese peggio della fantascienza.

A breve la seconda parte.

La noia del lockdown è un camaleonte

SECONDA PARTE. La prima qui

Ci sono poche cose camaleontiche come la noia cioè in grado di diventare a secondo della circostanza, un agente rivelatore di quanto in effetti la libera circolazione, il pudore, qualche bugia normalmente sono sufficienti se non proprio a mascherare, quanto meno a sviare, distraendo dalle cose per quelle che sono.

Qui ci interessa la noia perché sembrerebbe l’argomento principale di molte conversazioni di questi giorni. Leggo su Internazionale di uno studio molto interessante che proprio riguarda la noia. Se a questo punto della nostra evoluzione ancora ci annoiamo sembra ci sia un perché e questo motivo pare essere stato provato da un esperimento in cui di due gruppi di persone, uno cui è stata imposta un’attività noiosa e l’altro un’attività creativa, quando in seconda battuta a entrambi i gruppi viene dato da eseguire un compito creativo, quelli del gruppo che prima si annoiavano risultano essere più brillanti di quelli a cui era toccato il compito creativo sia in prima che in seconda battuta. 

Il lockdown sembra avere il merito di denunciare quello che accade in certe pieghe di fatti pubblici e privati, per una volta amplificato e non silenziato, dal fatto che la noia e l’angoscia sono sentimenti profondamente condivisi, che per certi versi, leggendo qua e là, appaiono dei veri e propri conduttori di tutta l’elettricità emotiva che ci ha investiti. In queste settimane la convivenza o la solitudine forzate tendono, sia in senso collettivo che individuale, a estremizzare quanto c’è, e comunque c’era anche prima, quando si potevano praticare più strade di quelle che dalla cucina portano al divano e dalla camera da letto al bagno. Questa condizione di falsa “normalità” uguale per tutti genera qualcosa di simile proprio alla noia, mentre la precipua “normalità” di ciascuna vita può esacerbarsi in modo contundente ma può anche porsi in ascolto con una soglia di attenzione amplificata.

Nel libro Dopo il covid-19 di Leonardo Caffo uno degli elementi che avviano un’analisi piuttosto estesa parte dall’osservazione che la società contemporanea ha per la maggior parte ignorato la fragilità. Una patina infida quella che scende sulle cose ignorate perché parte dall’altrui per finire inavvertitamente sulle proprie. Questo l’autore lo suggerisce in modo evocativo e convincente nel momento in cui esordendo si chiede, più che del lockdown, quando sarà la fine del consumo del tempo, per arrivare invece che a una ripartenza, all’inizio dell’uso della vita

Per quanto il punto di vista di Caffo sia legato a un concetto di fragilità che rientra nella visione teorica relativa alla sua materia, il suo saggio in questo modo inquadra in una dimensione inedita e tangibile il concetto di fragilità sociale a partire da una critica che inizia con l’ambito filosofico ma che può tranquillamente essere estesa a diversi campi e non soltanto a questioni dell’ordine delle competenze specifiche:


 Decenni trascorsi a chiudere la filosofia entro la dinamica accademica di pubblicazioni astruse e illeggibili, o di una pubblicistica dalla semplificazione estrema, hanno causato il danno attuale di alcuni teorici poco adatti a comprendere cosa è significato non prendersi cura di sé, aver lasciato nelle mani della psicologia o della teologia la terapia dell’anima, conducendoci oggi all’evidenza della superiorità degli approcci cosiddetti “orientali”, in cui pratiche come la meditazione hanno per esempio garantito la possibilità di un movimento metaforico anche in assenza di spazio esterno.”


Quello che il saggio di Caffo indica più chiaramente di altre letture, è proprio il modo in cui si è costituito come danno, l’esercizio di una specificità dedita esclusivamente a attenere a se stessa dentro la propria sfera, che al confronto lo stato di isolamento materiale di questi giorni è solo una blanda metafora. Caffo sembra significare che entro l’isolamento dato da questa dedizione estrema a una porzione molto ridotta di realtà, il danno risulta anche solo dalla dimenticanza di cosa significhi prendersi cura. Specialmente quando la cura riguarda un sé che, se vuole mantenere le sue prerogative di vivibilità anche solo nei confronti della convivenza con se stesso, non può non stabilire una relazione di cura con lo spazio esterno. Questo spazio esterno è tutto l’altro da sé ossia qualcosa di esistente che tuttavia non si compra, non si sfrutta, non si egemonizza, può non essere posto in una relazione di immediata utilità. Ma può tuttavia essere ugualmente partecipato proprio perché è fuori dalle categorie note e prevalenti, da un rapporto qualsiasi con il gradimento o dall’ancor più stringente rapporto con una qualche nevrosi.

Nulla di nuovo ma credo che queste considerazioni siano pertinenti con il chiedersi cosa accade (e non a partire da marzo 2020) alle persone in questa forma di prossimità coatta e tuttavia marcata da una solitudine in cui l’intimità con l’altro da sé è assente in modo tanto pregnante. E cosa accade, nella costrizione all’isolamento di questi giorni a quelle infinità di relazioni disfunzionali presenti all’interno delle case, in cui la violenza è uno dei membri riconosciuti della famiglia, o in cui la malattia e la disabilità sono la normalità con cui si convive da sempre. A questo va aggiunto che tanto l’equilibrio che la gestione materiale del contesto domestico nel suo rapporto con il mondo di fuori, costituisce ancora molto lavoro gratis a carico delle donne. 

Da persona che si occupa di poesia il rapporto più intenso che vivo dentro questa mia materia  riguarda i doni imponderabili della non-utilità, cosa assolutamente da non confondere con la gratuità o con il superfluo, perché  in questi tempi che alcuni chiamano capitalocene, il guadagno,  ma anche una delle confusioni più tragiche, si generano entrambi da un fraintendimento puramente linguistico  in merito alla differenza di due termini che a loro volta ammettono molte sfumature di significato: l’in-utile e il superfluo, appunto.

La poesia della non-utilità personalmente l’ho sempre vissuta come quella più incistata nella vita, perché è ciò in cui poesia e umanità si specchiano e superano l’ostacolo delle specificità, dei tecnicismi, dei narcisismi. Ma l’opportunità enorme costituita dalla poesia della non-utilità a ben guardare non è stata dissipata solo dal capitalocene. Frugando nella nostra scarsa memoria di italiani per quanto riguarda gli albori di una civiltà prevalentemente contadina (o comunque umile ma di un’umiltà non idealizzata) in cui risiede l’origine culturale rimossa della maggior parte di noi, ciò che materialmente era inutile o privo di un rendimento immediato e tangibile, rientrava in una categoria cadetta della realtà e veniva ignorato, cancellandolo da una visione condivisa del mondo. La fragilità reale delle persone, come la loro alterità (anche di donne, bambini e anziani) era, ed è l’attualissima vittima di questa rimozione esponenziale che si perpetra nei tempi, al di là della geografia e al di là del mondo delle idee.

Quanti saranno in grado di non perdere il filo della propria vita dopo quella che a seconda delle circostanze, può essere tanto un’opportunità di cambiamento che una pericolosa stagnazione? Questa domanda ad esempio se la pongono con forza quelli della Fondazione Carolina che nel mese di marzo si sono visti piovere addosso un numero esorbitante di segnalazioni in merito a fenomeni, riguardanti adulti e ragazzi, di cyberbullismo, sexting ed intrusione nefasta e incontrollata nelle classi della didattica a distanza a danno di docenti e studenti. Il mese di marzo è stato caratterizzato da un prorompere di pratiche digitali violente e lesive della dignità di persone di ogni età, tanto da spingere la Fondazione, nata in memoria di una delle prime vittime del cyberbullismo, a fornire online una guida per conoscere gli strumenti più usati e spiegare i rischi e le responsabilità di questa situazione a insegnanti e genitori. Qui è possibile scaricare gratuitamente la guida.

Quante persone avranno bisogno di supporto di ogni genere alla ripartenza da una situazione che più che essere attualmente lontana dalla normalità, sembra la concretizzazione distopica delle anomalie di cui ci siamo consapevolmente nutriti dal secondo dopoguerra a oggi? Nel caso ad esempio del cattivo utilizzo di internet il problema è serissimo: «Gli episodi riportati dalle cronache sono solo la punta di un iceberg che, a differenza di ciò che accade in natura, continua a crescere e ad avanzare indisturbato. Quando la noia si appiccica addosso, a dispetto dell’ambiente protetto, molti cercano di scacciarla con la trasgressione, la ribellione e la violenza», scrive Paolo Picchio padre di Carolina in memoria della quale la Fondazione prende il nome.

Alla vigilia di Pasqua Ilaria Capua dal Corriere della Sera ha accennato di nuovo a una ripartenza che deve radicalmente riformulare il ruolo delle donne nella società italiana non soltanto per via che il virus sembrerebbe colpisca il genere femminile in modo meno violento. Inoltre Capua avverte che dobbiamo essere pronti ad accogliere il cambiamento delle nostre abitudini con una mentalità nuova, diversa : «Il vuoto delle strade e delle piazze che ci separa dalle nostre abitudini del passato fiorirà di nuove sfide e opportunità che dovremo cogliere nella assoluta certezza che saremo noi che dovremo adattarci al coronavirus e non il contrario». Questo movimento adattivo presuppone come esigenza di specie, un esame di coscienza cui secondo me la lettura del libro di Caffo può accompagnare stimolando impensabili autonomie e inauditi sprazzi di pensiero adulto. E il saggio va letto tutto perché dice anche dell’altro su cui varrebbe la pena di riflettere.

Oggi in alcune regioni italiane le librerie hanno il permesso di riaprire ma i problemi sono molti: gli avventori ancora bloccati a casa come potranno raggiungerle dato che non sono molte quelle sopravvissute a tutta la meravigliosa normalità che ha preceduto il coronavirus? Le modalità di sanificazione dei locali come potranno essere compatibili con l’oggetto libro? La dignità restituita al settore del libro come elemento fondamentale per la società, viene accordata alle librerie facendole riaprire in anticipo rispetto alla maggior parte delle altre attività, va bene, ma questa promozione quanto ancora peserà sull’economia reale del settore? Comunque fa piacere che si pensi ai libri come elementi superiori e salvifici tanto da elevarli al di sopra delle necessità elementari, fa piacere che molti editori e autori nonostante tutto si siano sentiti e si sentano in questa responsabilità in un momento che è molto difficile e che è anche socialmente pericoloso a meno che non si trovi modo di non morire di noia nell’attesa del ritorno di una normalità che spaventa più del coronavirus.

lockdown. Non siamo figli dei nostri figli

PRIMA PARTE

Tra i colpi più tremendi assestati non tanto dal coronavirus di per sé ma dal protrarsi del congelamento emotivo, sociale, economico e materiale imposto dal lockdown, c’è quello inferto all’editoria e al libro in genere, settore comunque in perenne crisi.

Diciamo che sono una lettrice forte, lettrice appunto. Cioè io i libri li compro e quello che mi interessa del libro che ho per le mani, o sullo schermo, è solo ciò che c’è scritto. Compro, ricevo e leggo libri da sempre: cartacei, eBook, pdf di straforo, in formato word da amici che stanno per pubblicare o non pubblicheranno mai, perciò per me è inconcepibile solo immaginare che l’esistenza del libro che mi interessa possa essere minacciata da un sistema produttivo e distributivo che viene definito mortificante se non proprio mortifero da editori e autori.

Ad esempio il conforto più importante che sto avendo in questi giorni in termini di allentamento di quella brutta sensazione di sospensione che credo tutti conosciate (almeno quelli di voi che hanno inteso bene la responsabilità di uscire da casa solo se davvero indispensabile) mi è arrivata dal mondo dell’editoria che nonostante tutto, ancora una volta si è mobilitato in un modo che, almeno per me come lettrice,  ha costituito un’azione efficace e congrua di riorientamento in questi giorni così difficili da attraversare e comprendere.



Tra molte iniziative editoriali che in tempi di lockdown hanno cercato di stimolare l’interesse alla lettura come strumento di possibile comprensione dell’immediato, devo dire che il maggiore conforto l’ho avuto da Il saggiatore, Iacobelli e Nottetempo.

Il saggiatore con un’iniziativa veramente solidale ha consentito di scaricare, e tuttora lo consente gratuitamente ogni due giorni, un eBook preso dai suoi titoli di punta. Ad oggi ne ho scaricati 15, contando anche il bellissimo Acqua nera di Joyce Carol Oates che hanno regalato solo ai loro fedelissimi (tra i quali modestamente mi annovero). E sarebbero stati uno in più se avessi preso L’anno del pensiero magico di Joan Didion che però mi sono vergognata di scaricare solo perché ce l’ho già in cartaceo.

L’inizio di questa meravigliosa sequela è stato sancito simbolicamente da un titolo straordinario Città sola di Olivia Laing di cui bisognerà parlarne meglio perché è di quei libri rari che dopo che li hai letti, ti tornano in mente nelle occasioni più disparate, stimolando associazioni fondamentali e inedite oltre che estremamente pertinenti con quello che viviamo oggi e con quello che, non da ora, ci tocca rispetto all’isolamento imposto da questa vacillante contemporaneità.

Il secondo editore è Iacobelli casa editrice piccola e indipendente da anni impegnata nella trasmissione di studi fondamentali in ambito femminista accademico e non, la cui politica era già improntata a garantire a lettrici e lettori la possibilità di ricevere nell’immediato attraverso il loro sito la versione digitale dei i libri pubblicati in cartaceo. Iacobelli un paio di giorni fa ha potenziato questo aspetto mettendo, come alcuni altri editori, in prima battuta online un libro nuovo Le comiche. Scrittrici, attrici e performer a cura di Paola Bono e Anna Maria Crispino, con il proposito di stampare la versione cartacea alla riapertura delle librerie che oramai, speriamo, si profili prossima.

Queste azioni fiduciose e/o solidali messe in campo da alcune case editrici sono state psicologicamente importanti perché hanno dato l’opportunità di sfatare quel senso di disagevole immobilità che viene dall’inevitabile incertezza di questi giorni.

Infatti l’ultimo editore che segnalo qui ma che è anche l’editore del libro di cui vi parlerò più diffusamente nella seconda parte di questo articolo, è Nottetempo che ha consentito di scaricare gratuitamente con una cadenza regolare, alcuni suoi libri e ha creato nell’immediato una nuova collana, Semi, anche questa scaricabile gratuitamente. Si tratta di brevi saggi in versione digitale che come indica la casa editrice stessa raccolgono pensieri, idee proposte di filosofi e pensatori “piccoli libri che mettiamo a disposizione della riflessione attorno a quello che sta accadendo e come possiamo immaginare il mondo a venire. Spunti che come semi possono germogliare”.

Il primo libro di questa collana è Dopo il covid-19. Punti per una discussione di Leonardo Caffo. Molte sono le suggestioni sollevate da questo piccolo libro di cui è importante sottolineare la relazione non solo con il presente, ma anche con il mondo precedente al covid-19 e con altre idee che comunque circolavano da molti anni prima della ripresa e della sintesi di Caffo.

Quello che mi ha spinto a leggere con attenzione il saggio di Caffo e a tratteggiare una riflessione che costituirà la seconda parte di questo mio articolo, può sembrare di primo acchito una considerazione piuttosto banale. Ossia per dirla parafrasando troppo semplicisticamente Donna Haraway, non ne usciamo se continuiamo a formulare ipotesi di soluzioni a problemi ormai irrisolvibili. Piuttosto ci vorrebbe di restare a contatto con lo spaventoso problema che ci investe, come qualcosa che non hanno provocato solo gli altri nel loro essere entità minacciose, remote e distanti, e che non sta fuori dalle nostre case anche se non siamo positivi al covid, e di cui il virus è solo la diretta disastrosa conseguenza, più che un nemico con fantomatiche, e paradossalmente umanizzate, intensioni guerrafondaie.

Caffo infatti prima di iniziare la sua interessante disamina, non soltanto filosofica, apre con un simpatico forse che ci riguarda tutti: “forse tutti dovremmo provare a far sedimentare e germogliare in noi ciò che sta già accadendo, dato che in troppi siamo ancora completamente incapaci di badare davvero a noi stessi senza che qualcuno ci dica esattamente cosa fare e perché farlo”.

Vivere il lockdown come molte e molti in primo luogo da genitore, mi ha fatto comprendere fino in fondo, e a prescindere dall’essere genitore, che la normalità di prima forse non è tanto da rimpiangere se riguarda quell’incapacità così evidente di focalizzare quell’area niente affatto vaga e chiusa al mondo vero, che Caffo chiama badare davvero a noi stessi. Ammesso che siamo ancora capaci di ripulire da vecchi e nuovi cliché, quella zona davvero inimmaginabilmente vasta e variegata di cui non dovrebbero essere i figli nostri o altrui a insegnarci cosa significa la cura.  

A breve la seconda parte.