Quest’anno trascorso ho letto qualche romanzo in più scritto da uomini bianchi e italiani su per giù della mia generazione. Non so se ne abbia letti più del necessario ma tant’è. Preferisco quelli scritti da donne comunque. Come sa chi ha letto qualcosa che ho scritto negli anni, secondo me la differenza di genere nella composizione di una storia inventata c’è, e quasi sempre, dove la trovo, è lì che il libro mi piace di più, anche se la storia non è perfetta. Ma a volte la differenza che fa l’autenticità cioè la rivelazione che si può trovare in un romanzo, non sta tanto nella differenza di genere ma sta nelle sbavature, nell’ imperfezione o meglio nella serena indifferenza per quel meccanismo di precisione costituito da regole da rispettare per far piacere e vendere una storia. Un po’ di compassione. Un po’ di questione di genere e sensibilità per la condizione femminile, i figli come emanazioni di sé stessi che si ha il diritto di avere o non avere. Di questi tempi sono temi necessari per tutti e tutte almeno come è necessario parlare di ambiente per astratto anche se con cifre alla mano. Quest’anno ho letto l’ultimo di #PaoloGiordano e l’ultimo di #NiccolòAmmaniti che in questi romanzi sono due scrittori di una precisione sconcertante e ho letto anche #PaoloCognetti che è meno preciso e infatti è l’unico della terna che mi sia rimasto. Quando ho riletto Le otto montagne dopo aver visto il film, mi è successo che ho sognato qualcosa che stava nel libro, come quando da ragazzina leggevo #Proust e sognavo quell’immensa e tremenda malattia che è l’adolescenza. Un’adolescenza come quella di tutti da cui è molto difficile guarire. Ammesso che dall’adolescenza si guarisca o invece, ci si riduca a crederci adulti soltanto per inerzia o necessità. Detto per inciso credo che sia proprio quell’adolescenza che ha portato Giordano e Ammaniti prima del grande successo degli ultimi libri a scrivere ai tempi del loro esordio dei romanzi densi e toccanti, molto meno perfetti di Tasmania e La vita intima. Allora ho letto anche La felicità del lupo sempre di Cognetti e ho capito perché questo autore mi ha smosso e tuttora mi smuove. È l’irrimediabile a colpirmi in fronte come lo zoccolo d’oro di #AldaMerini. Lo dice pure Cognetti in modo abbastanza esplicito a un certo punto de La felicità del lupo. Sarà da farci pace, dico con tutto ciò che è irrimediabile e imperfetto, per capire fino in fondo cos’è letteratura e cosa non lo è? Una irrimediabilità che rende i libri imperfetti arriva anche dal senso di sconfitta relativa al danno subito, o all’ineluttabile recidiva generazionale di quel danno che può rendere la scrittura un po’ inconcludente, meno concentrata sugli obiettivi a volte ma quasi sempre autentica. Questo genere di autenticità fuori dalle corde abituali è anche quella di certa scrittura femminile che non racconta storie di genere ma storie al modo della circostanza di uno svantaggio incalcolabile. Uno svantaggio biblico, storico, sociale, psichico, geografico o anche “solo” lavorativo è sempre uno svantaggio radicale che può solo tracimare dalla totalità del vissuto di una persona. E le svantaggiate è più facile che siano femmine, tutto qua. Mentre leggevo gli ultimi due libri di Giordano e Ammaniti li ho apprezzati molto, lo giuro. Questo finché non mi sono messa a rileggere #WalterSiti e ho capito perché dopo un po’ è stato come non averli letti i libri di quei due 1. Gli autori (maschi) bravissimi mi piacciono di meno delle scrittrici perché maturando ci sanno proprio fare a scrivere i romanzi 2. Il genio letterario con la bravura c’entra poco o niente, anzi mi sa proprio che è un deterrente, la bravura, se si vuole scrivere per davvero, e di tutti gli annessi e connessi chi se ne frega. Resistere non serve a niente è il manifesto dell’irrimediabilità. Tommaso è un protagonista senza scampo, ha un vissuto irrimediabile e lo sa benissimo mentre gioca tutte le sue carte. Resistere non serve a niente è uscito nel 2011, i social c’erano ma non erano ancora la condanna senza appello della quotidianità. La finanza, i poteri malavitosi, la televisione sono maneggiati da Siti con la cruda convinzione di restare con quello che c’è, fare quello che si può, senza lo specchietto colorato dei sentimenti che bisognerebbe avere. Senza propinare le lezioni che quelli bravi devono saper dare. Questo Siti che vinse il #PremioStrega (come Cognetti con Le otto montagne, Ammaniti con Come Dio comanda e Giordano con La solitudine dei numeri primi) non ci dice di resistere al male ma neanche al bene e con ciò spande da una storia inventata tutto un saper guardare e saper dire certe cose, come nessun altro potrebbe. L’irreparabilità in Resistere non serve a niente coincide con la crisi dell’economia occidentale, per dirla con #GianluigiSimonetti in Caccia allo Strega, colpisce non tanto e non solo il capitalismo postindustriale, quanto il modello di individuo nato con la modernità, inventore e depositario dei diritti dell’uomo. A dire come Siti l’inaudito che c’è nello scandalo quotidiano della realtà non ci si arriva seguendo regole conosciute. Poi l’anno scorso ho letto anche quasi tutto #VitalianoTrevisan e tutta #JoanDidion ma questi due per me sono come è la terra (dico la terra terra, quella che si infanga, gela e si spacca quando non piove e ti rende le mani uno schifo se ci traffichi tutti i giorni) dicono di me e di chiunque sappia leggerli davvero, al di là delle vite imperscrutabili e dei tempi e luoghi diversi in cui sono vissuti e vivono come persone pur sempre qualunque lettrice e lettori, scrittrici e scrittori. Sono come un posto senza via di fuga certi libri irrimediabili, come sono, forse, per Cognetti le sue montagne, che lo svantaggio di volerci stare e scriverle arriva al punto di scavalcare le categorie del sentimento, del genere e diventare inavvertitamente letteratura.
