Su L’ora di greco di Han Kang
L’ora di greco è la storia di un personaggio femminile che chiameremo Lei e di un personaggio maschile che chiameremo Lui. I due si incontrano casualmente in un’aula in cui si svolge un corso di greco. Entrambi si trovano in un punto della loro vita che sembra conclusivo, non tanto anagraficamente, quanto nei termini della disperazione che li accomuna. Lui sta per diventare cieco. Lei per qualche motivo non riesce più a parlare. La cecità per Lui è una sentenza che è stata pronunciata precocemente dalla medicina. Una promessa anzitempo che gli avrebbe dovuto dare modo di prepararsi pragmaticamente, all’eventualità di sprofondare nel buio. E forse uno dei punti salienti di questo romanzo è proprio il tipo di ricerca personale che la disperazione può o non può mettere in circolo. Ci spinge a pensarla in questo modo un personaggio minore ma importantissimo per la trama de L’ora di greco. Un personaggio che si chiama Joachim Gründel, l’unico in questa storia a avere un nome e un cognome. Gründel noi da qui in poilo chiameremo Amore.
Il nostro protagonista è emigrato con la famiglia dalla Corea in Germania in quell’età in cui si formano la lingua e la cultura di un bambino e questo non l’ha reso una persona solida. Con questa frattura esposta Lui, adolescente in terra straniera, prima si innamorerà di una ragazza madre sordomuta pratica di falegnameria e figlia del medico che gli ha proferito la sentenza della cecità:
“Mi diresti qualcosa, una qualunque, nel metodo che ti hanno insegnato alle lezioni di lettura labiale?” (…) prima o poi saremo andati a vivere insieme, un giorno io sarei diventato cieco a quel punto avremmo avuto bisogno delle parole parlate. p. 45
Amore compare nella vita di Lui in un secondo momento, all’università. È un ragazzo malato che si innamora anima e corpo di Lui. Amore è anche un filosofo che diversamente da Lui ha capito grazie alla malattia del proprio corpo che una risposta pragmatica al buio e alla morte è più vera di qualsiasi ricerca intellettuale, estetica, letteraria, ideale. Non è forse Amore che dice a Lui tutto quello che il nostro protagonista ancora non sa: la virtù per gli antichi greci non è la bontà o la nobiltà ma è fare una cosa nel migliore dei modi (p 101). Ed è ancora Amore cui Han Kang ha dato le sembianze della malattia a dirci la verità, quella che cancella anche la stupiditàdi un certo modo di intendere la letteratura:
Sei troppo orientato alla letteratura per fare filosofia (…) quello che cerchi di raggiungere attraverso il ragionamento è solo una specie di estasi letteraria. p. 104
Anche la storia tra Lui e Amore andrà male. Lui scapperà spaventato dall’intensità del desiderio di Amore per venire a sapere, una volta tornato in Corea che Amore è morto a trentasei anni, sopraffatto dalla malattia.
E poi c’è la storia di Lei. Una donna che smette di parlare forse per via di eventi dolorosi che avrebbero sopraffatto chiunque. La perdita del figlio sottrattole a norma di legge dall’ex marito. La perdita della madre. La solitudine data dalla mancanza di uno status sociale. Ma forse non è questo. Forse non è così semplice. Era una bambina intelligente poi una prima frattura che lega il corpo tenero che inizia a proferire le parole al sistema di segni rappresentato dal linguaggio. Un’interruzione che già dall’adolescenza fa di Lei una persona che sarà per sempre priva di quella solidità di chi perde fiducia nella lingua e nella cultura a fronte della brutalità umana.
La motivazione dell’attribuzione del Nobel per la letteratura 2024 all’autrice de L’ora di greco recita così: “nella sua opera Han Kang affronta traumi storici e insiemi invisibili di regole e, in ciascuna delle sue opere, espone la fragilità della vita umana. Ha una consapevolezza unica delle connessioni tra corpo e anima, i vivi e i morti, e nel suo stile poetico e sperimentale è diventata un’innovatrice nella prosa contemporanea”. L’ora di greco è un romanzo su questa connessione degli estremi e in qualche modo sulla difficoltà per donne e uomini di rapportarsi al tema della dualità di anima e corpo. È un romanzo in cui il Buddismo si confronta con la cultura classica rappresentata dal pensiero filosofico occidentale e questo confronto fa da perno a una riflessione intensamente umanista. Una riflessione che tuttavia non vuole dare soluzioni, non vuole essere salvifica ma neanche disperata. Lui e Lei di madrelingua coreana, si ritrovano a coabitare nella loro disperazione il greco come sistema simbolico e grammaticale di una lingua morta che non è la loro. Non è un caso che quando Lui viene sradicato dalla Corea per essere condotto in Germania il suo libro preferito diventa l’Avataṃsakasūtra “in nessun altro testo ho mai trovato un sistema di pensiero reso con immagini tanto sfolgoranti” (p. 28), dice.
L’Avataṃsakasūtra è un testo alla base della filosofia Hua Yen e consiste nella descrizione mirabolante e paradossale di come avviene l’Illuminazione del Budda. La cosa che impressiona de L’ora di greco è che ogni elemento, dalla trama ai temi, viene esposto secondo gli insegnamenti che sono alla base del pensiero Buddista: ogni oggetto per come appare in questo mondo contiene il riflesso di tutti gli altri. Tutti gli oggetti di questa meravigliosa trama sembrano riferiti alla loro interdipendenza casuale. Fino al punto che l’autrice sembra svelare questo metodo usato per strutturare il racconto dentro il racconto stesso:
Le torna in mente il caleidoscopio che aveva costruito alle elementari. Prima si era fatta tagliare in un negozio di vetri tre rettangoli di specchio e li aveva assemblati in un prisma triangolare, poi ci aveva messo dentro minuscoli pezzetti di carta colorata. Era rimasta immediatamente incantata dallo strano universo che si dispiegava all’interno ogni volta che accostava una estremità all’orecchio e lo ascoltava. Da quando ha perso l’uso della parola, ogni tanto quell’universo le appare davanti agli occhi sovrapponendosi al mondo reale. (…) Una volta perse le parole, tutte quelle scene si sono trasformate in una serie di frammenti distinti. Come i pezzetti di carta colorata nel caleidoscopio, che si muovevano insieme creando figure sempre diverse: una miriade di petali freddi, ostinatamente silenziosi p. 89
Tutto e tutti sono l’Uno e ogni cosa è interpenetrata da tutte le altre. Così attraverso una trama frammentata ma solidissima Han Kang ci spinge a leggere fino all’ultimo rigo de L’ora di greco. Ma se questo assunto di fondo risuona con l’idea chiave del buddismo: niente ego, niente piccolo sé, solo vuoto evacuità, anche questo non rende la comprensione ultima che serve al dolore dei protagonisti per diventare significato. È il nostro Lui che accetta questo assunto e lo confuta allo stesso tempo:
“il mondo è un’illusione e la vita un sogno” mormorai all’improvviso.
Ma il sangue scorre e le lacrime sgorgano p. 66
Naturalmente L’ora di greco che, a differenza de La vegetariana è anche una storia d’amore, è molto di più di quello che ci ho voluto leggere e che ho tentato di descrivere qui. C’è il rapporto stringente tra poesia e prosa di cui la scrittura di Han Kang si nutre. C’è una visione di genere assolutamente fuori dagli schemi e dalle categorie del così detto femminismo. C’è il significato del cane trucidato che ricorre anche ne La vegetariana e insieme il ruolo fondamentale che l’animalità assume quando è posta in relazione alla delicatezza e alla fragilità degli equilibri umani. Ma volutamente mi sono soffermata soltanto sulla sapienza commovente che viene dal senso del limite che la prosa di Han Kang non cessa mai di significare. Limite di tutte le teorie, della parola, della letteratura, della poesia, dell’arte, della religione di fronte al dolore proprio e altrui e al rispetto che questo richiederebbe. E di come le parole in questo umanissimo frangente possano contare tutto ma anche niente.
