Hai mai sentito che la casa che ti accoglie, in fondo, ti sta anche costruendo? Che i luoghi che attraversi, i muri che ti proteggono, non sono solo cornici, ma attori silenziosi che plasmano ogni giorno il tuo modo di stare al mondo. Ogni volta che entro in uno spazio che non è casa mia né il mio giardino, mi sorprendo nel pensare che l’architettura è una forza invisibile, capace di piegare, reinventare e a volte persino guarire o ammalare ciò che siamo.

La Moriyama House, a Tokyo, pensata da Ryue Nishizawa, mi ha insegnato che abitare non è solo il fatto di avere un tetto sopra la testa. È un processo identitario, un dialogo continuo tra te, lo spazio e la luce che filtra dalle finestre. Yasuo Moriyama, il protagonista di un documentario illuminante dedicato alla sua casa, non dice “faccio questo” o “sono questo”. Dice, semplicemente: “Abito qui”.

In fondo, la psicologia dell’abitare ci insegna che gli spazi non solo ci proteggono, ma diventano specchi delle nostre emozioni. Le teorie di Gaston Bachelard, ad esempio, ci ricordano quanto la casa sia “la culla dell’essere”. La disposizione delle stanze, la presenza della luce naturale, la qualità dei materiali, il pieno e il vuoto: abitare consapevolmente ogni dettaglio diventa un tassello della nostra atmosfera psichica.

È per questo motivo che questo terzo post della nuova diaria l’ho voluto dedicare all’abitare nella casa e nel giardino, nel solco del pensiero di Gilles Clément. Clément, con il suo celebre concetto di “giardino in movimento”, ci invita a vedere il giardino non come uno spazio statico e ordinato una volta per tutte, ma come un organismo vivo, in perpetua trasformazione. Il giardino, per Clément, diventa il simbolo stesso dell’abitare flessibile e aperto: un luogo dove natura e intervento umano dialogano senza mai fissarsi in una forma definitiva. Il suo approccio ci suggerisce che l’abitare autentico consiste nell’accogliere il mutamento, nel lasciarsi sorprendere e reinventare ogni giorno, proprio come fa un giardiniere che osserva crescere piante e relazioni in modo inatteso. Gilles Clément ci ricorda che “il vero giardino è quello che si lascia attraversare dal tempo”, e così anche la casa, quando si apre all’esterno, diventa parte di un ecosistema in continua evoluzione.

Frammentazione della vita contemporanea, abitare all’aperto, stili di vita non convenzionali, stravolgimento di quelle funzioni abitative che rendono una casa, casa o qualcosa di altro, una specie di il regno dell’intermezzo. In questo episodio della diaria video partiremo dal concetto di casa per esplorare come le molteplici esperienze abitative proposte da architetti visionari di tutto il mondo facciano dell’abitare una casa, un’esperienza capace di ricongiungere la materialità con il simbolico, la fisica con la metafisica. 

Il podcast, invece, approfondisce questi temi dialogando con esempi di architettura, città e paesaggio che incarnano le visioni di alcuni pensatori contemporanei dell’abitare ed esplora come la frammentazione degli spazi, la presenza del verde e le soglie tra interno ed esterno possano generare benessere o disagio. La casa, allora, diventa non più stanze chiuse e convenzionali, ma padiglioni dispersi in un giardino che ti obbliga a uscire, a respirare il mondo di fuori, a esporre la tua vulnerabilità all’aria aperta e la materialità degli spazi ti costringe a ricomporre il tuo puzzle interiore ogni giorno, inventandoti un modo concreto di stare al mondo.

L’architettura dei giardini, in questa prospettiva, si fa davvero estensione poetica dell’abitare, proprio come Clément ci insegna: il giardino è il laboratorio della relazione tra umanità e natura, tra ordine e disordine, tra permanenza e cambiamento.

Architetti visionari hanno cercato di costruire case come domande aperte: chi siamo, dove stiamo andando. E’ così che fermarsi davvero in una stanza, lasciarsi attraversare dalla sua luce e dalla sua materia, diventa un esercizio di rivelazione, forse il più importante di tutti. La verità è che ogni casa ti ricorda che sei in transito ma costantemente abitato dai tuoi desideri e dalle tue paure. E che l’architettura non è semplicemente lo sfondo della tua vita, ma una delle voci che la compongono. Abitare non è possedere stanze, non è sentirsi al sicuro: è mettere in scena la tua umanità in un luogo che ti accoglie e ti sfida, che partecipa alla tua identità anche destabilizzandoti. Abitare, alla fine, è un verbo vivo come esistere.

Volendo descrivere  l’uso dell’intelligenza artificiale in questo post, è impossibile elencare in modo esaustivo tutte le fonti coinvolte: da quelle che ho consultato nel corso degli anni nella mia ricerca personale, fino a quelle selezionate dall’AI stessa, in particolare per la composizione del podcast e del video, sulla base di prompt che ho proposto nell’idea di creare un contenuto più autentico possibile. Per autentico intendo non soltanto adeguato dal punto di vista linguistico e coerente con il tema dell’abitare, ma capace di rispecchiare un tono, un immaginario e una sensibilità che sento affini al mio modo di pensare e vivere questi argomenti. L’autenticità, in questo caso, non è una proprietà intrinseca dei testi generati dall’AI, ma il risultato di un dialogo: dipende dalla cura con cui vengono formulati i prompt, dalla precisione delle intenzioni che li guidano e dalla capacità di orientare l’AI verso una voce composita e coerente. Perciò, in questo caso più che una lista di fonti, posso fornire una nota sul processo: un intreccio tra materiali raccolti nel tempo e strumenti digitali che, se utilizzati con consapevolezza, possono contribuire a produrre contenuti sorprendentemente interessanti.