C’è un gesto preciso, quasi programmatico, al centro di La seconda casa di Rachel Cusk: entrare in una casa che non è la tua e riorganizzarne lo spazio. La casa, in questione, è un altro romanzo: Lorenzo in Taos di Mabel Dodge Luhan, memoir sul soggiorno di nel New Mexico di D.H. Lawrence. Cusk lo occupa, lo attraversa e lo riscrive, spostando il baricentro del racconto dall’artista-genio alla donna che lo ha ospitato, sostenuto, desiderato e infine subito. Il risultato non è una semplice riscrittura, ma un romanzo che riflette sul potere dell’arte, sul privilegio maschile e sulla difficoltà, per una donna, di affermare una voce che non sia secondaria. La seconda casa però riflette anche su quella parte della vita adulta che declina e su come questo investa la narratrice M e l’artista L in una prospettiva, per così dire, di genere.
Per M il corpo che invecchia rappresenta una fonte costante di insicurezza e spaesamento. Il suo monologo interiore è percorso da un senso profondo di perdita: perdita di centralità e di appartenenza alla scena del mondo. In questa crisi, forse solo L, l’artista la cui opera aveva incrociato anni prima, potrebbe oggi restituirle la sensazione di essere ancora vista, ascoltata, riconosciuta. M è una scrittrice che ha scelto volontariamente un isolamento quasi ascetico, vivendo con un secondo marito taciturno in una casa immersa nella palude, uno spazio che assume di volta in volta i contorni di un sogno inquieto o di un incubo quotidiano. Proprio su questa proprietà, M e il marito hanno costruito una seconda casa con l’idea di offrire gratuitamente ospitalità ad artisti: una sorta di mecenatismo dalla generosità ambivalente, in cui il confine tra accoglienza e bisogno di riconoscimento personale è incerto.
Al contrario, L si presenta all’invito di M accompagnato da una giovane donna, ricchissima e affascinante, quasi a voler sottolineare la distanza tra sé e il mondo di M. L ostenta la propria ingenerosità con un certo orgoglio, rivendicando una libertà che spesso si traduce in una forma di distacco dalle esigenze altrui. Vive il passare del tempo e l’invecchiamento con superiorità sprezzante, protetto da uno status sociale e artistico che gli permette di restare sempre al centro della scena, sia nelle relazioni sia nell’ambiente creativo, anche quando il suo corpo gli manda i segnali del suo decadimento. La sua posizione privilegiata gli consente di sottrarsi alle vulnerabilità che invece segnano profondamente M, rafforzando così la dinamica di potere e di esclusione che attraversa tutto il romanzo.
In questo senso, La seconda casa è un romanzo profondamente politico, anche quando evita dichiarazioni esplicite. Anche e soprattutto quando la protagonista si confonde, si contraddice, si sbaglia, e l’autrice fallisce nella costruzione di una trama che, a partire dagli incisi tanto lapidari quanto memorabili, rischia di sembrare spesso troppo didascalica. Cusk mette in scena una dinamica che attraversa la storia culturale occidentale: il talento maschile legittimato come genialità, il desiderio femminile relegato a funzione di supporto. Il privilegio di L non è solo individuale, ma strutturale; si manifesta nella sua libertà distruttiva, nella possibilità di ferire senza conseguenze, di sottrarsi a ogni responsabilità emotiva.
Dal punto di vista formale, Cusk radicalizza la propria ricerca narrativa. Se nella trilogia che precede la pubblicazione de La seconda casa la protagonista esisteva soprattutto attraverso l’ascolto, qui M occupa tutto lo spazio possibile. È una narratrice insistente, febbrile, a tratti scomoda se non poco credibile. La sua voce non cerca di piacere: accusa, si contraddice, confessa, ritratta. La scelta di ridurre i personaggi a iniziali rafforza la dimensione simbolica del racconto, trasformando ogni figura in una funzione, in una posizione di potere o di marginalità all’interno di una vera e propria lotta relazionale.
La forma diventa così inseparabile dal contenuto. Cusk sembra suggerire che non esista una verità “pura” da raccontare, ma solo strutture deperibili capaci di contenerla. La narrazione frammentata, l’uso ossessivo della riflessione, persino la ridondanza stilistica sono parte di questa strategia.
Letto nell’ottica di una genealogia femminile contemporanea, La seconda casa dialoga con opere come Bluets di Maggie Nelson, Maternità di Sheila Heti e La straniera di Claudia Durastanti. Come Nelson, Cusk dissolve i confini tra saggio e narrazione; come Heti, interroga il desiderio femminile senza offrire risposte pacificanti; come Durastanti, esplora la condizione di chi abita una soglia, un margine, un’identità non riconciliata.
La traduzione italiana di Isabella Pasqualetto, pubblicata da Einaudi, restituisce con precisione la durezza e la trasparenza della prosa di Cusk, mantenendo quella tensione costante tra controllo formale ed esposizione emotiva che rende il romanzo così disturbante.
La seconda casa non è un libro consolatorio, né di piacevole lettura a dirla tutta. È un testo che chiede al lettore – e soprattutto alla lettrice – di sostare su un conflitto che, a essere oneste e onesti, conosciamo bene. Cusk non offre una liberazione semplice, ma qualcosa di più radicale: la possibilità di nominare il problema, di guardarlo senza distogliere lo sguardo, e di arrivare, finalmente, alla fine della propria frase senza essere interrotte.
