Era dai tempi de Le correzioni di Jonathan Franzen, uscito in Italia per Einaudi nell’aprile del 2002, che un libro di un autore così profondamente americano non mi prendeva come mi ha preso Wellness di Nathan Hill. Nathan Hill, classe 1975, è originario dello stato americano dell’Iowa ed è considerato una delle voci più promettenti e originali della narrativa statunitense contemporanea. Ciononostante, ho letto Wellness, edito in Italia da Rizzoli nel 2024, il mese scorso senza aver mai sentito nominare prima questo autore. Mea culpa.

Quando mi sono immersa in Wellness, non ho potuto evitare di pensare a Franzen e a quel suo sguardo chirurgico sul fallimento del benessere promesso, una benedizione che nella sua narrativa si rivela spesso una trappola dorata. In Le correzioni il benessere era sinonimo di stabilità, controllo, successo, un ideale costruito su un soggetto maschile, razionale, produttivo, poco incline a lasciarsi andare o a mostrare la propria fragilità. E leggendo ora Hill, mi scopro a riflettere su una domanda che attraversava già Franzen: chi paga davvero il prezzo di questa corsa al wellness?

Wellness raccoglie il testimone di quell’immaginario, ma lo sposta qualche passo più in là. Hill ci mostra un’epoca in cui lo stare bene non è più solo una speranza o una moda, ma diventa un’ossessione, quasi un dovere morale che riguarda tutti, uomini e donne. Se con Franzen il disagio restava spesso nascosto tra le pieghe della narrazione, in Hill esplode in superficie, si manifesta nei linguaggi della mindfulness, nei manuali di auto-aiuto, nell’ansia da performance emotiva. Il wellness diventa disciplina, una promessa di libertà che spesso lascia in eredità solo sensi di colpa. Se non stai bene, la colpa è solo tua, perché non ti sei impegnata abbastanza nell’auto-miglioramento.

Il passaggio è netto, dal sogno americano infranto al fallimento di una perfezione personale impossibile, dove aggiustare se stessi diventa l’obiettivo infinito, irraggiungibile. E viene da chiedersi, chi ha, o si concede davvero, la possibilità di sottrarsi a questa richiesta soffocante?

La storia di Wellness è quella di Jack Baker ed Elizabeth Augustine, due giovani che si incontrano nella Chicago degli anni Novanta, in un tempo in cui tutto sembra ancora possibile e le coordinate del successo sono meno stringenti. Lui, artista concettuale, lotta nel profondo di sé con un lutto difficile da metabolizzare e una madre instabile. Lei, brillante e inquieta, si porta addosso le cicatrici di una madre ossessionata dalla positività e dalla ricchezza e di un padre duro, privo di scrupoli. Il loro incontro è reale, profondo, si riconoscono nella diffidenza verso le promesse facili, nel rifiuto delle narrazioni dominanti. Eppure, le loro storie personali sono così ingombranti che la loro vera intimità si svela solo quando rischiano di perdersi.

Qui Hill arriva dritto al punto. La forza spesso distruttiva sul piano individuale delle proprie origini e la difficoltà di lasciarle andare per reinventarsi insieme. Anni dopo ritroviamo i due sposati, con un figlio, immersi in una crisi silenziosa e strisciante. Non ci sono colpe evidenti né traumi, solo l’erosione lenta del tempo, la stanchezza emotiva, il senso di non essere diventati ciò che si sperava. È qui che inizia davvero il libro. Da questo presupposto Hill intreccia con maestria passato e presente, mostrando come le vite individuali siano inevitabilmente plasmate da forze più grandi, la cultura dell’auto-aiuto, i social, il mito della positività obbligatoria.

Quante volte ci è capitato, in palestra, in farmacia, online, di comprare una storia più che un prodotto? Elizabeth, per lavoro, si muove ogni giorno sul confine sottile tra ciò che davvero funziona e ciò che ci fa solo sentire meglio. All’inizio il placebo, quell’effetto rassicurante che ci permette di andare avanti, sembra un piccolo trucco della mente. Ma quando diventa una strategia di marketing aggressiva, si trasforma in altro. Non è più conforto, ma promessa di ottimizzazione, controllo, performance. Gli oggetti che Elizabeth promuove sono contenitori di narrazioni cui il cliente deve credere, confezioni create per adattarsi a ogni nuova moda, a ogni nuova ansia.È così che la retorica del self-care si trasforma da pratica privata a dovere, in cui il fallimento non è più una possibilità, ma una colpa da espiare scegliendo il prodotto, la storia, il percorso giusto.

Poi c’è Jack, artista a metà, padre che cerca a fatica una direzione. Jack finisce nella rete dei fitness bros online, guardando al corpo come strumento di riscatto e controllo, inseguendo l’ottimizzazione fisica per colmare un senso di inadeguatezza che viene da lontano, dal suo Kansas. La sua fragilità si manifesta soprattutto nel bisogno di ritrovare un’intimità emotiva con Elizabeth, mentre lei, stremata dal ruolo di pilastro familiare, sogna solo un po’ di spazio. E qui Hill è delicato e vero. Ci mostra come, a volte, l’amore abbia bisogno di distanza e di silenzio per ritrovarsi. Rimane impressa la potente metafora della nave di Teseo: se ogni pezzo di un matrimonio cambia nel tempo, resta ancora lo stesso matrimonio?

Dal romanticismo bohémien degli anni Novanta, Elizabeth e Jack come due moderni Romeo e Giulietta, alla realtà più fredda e spigolosa del 2014, dove persino la casa dei sogni racconta la distanza, con camere da letto matrimoniali separate, fino alla modernità al modo in cui l’informazione ci travolge. Hill è magistrale nel raccontare i rischi del sovraccarico, informazioni errate, teorie del complotto, consigli online spesso sbagliati o dannosi. Elizabeth si trova persa tra mille dati e ricette, nel tentativo disperato di essere la madre perfetta, mentre il senso di realtà le scivola tra le dita.

Implacabile, Hill ci mostra quanto gli algoritmi dei social, Facebook in primis, creino veri e propri rabbit hole che manipolano la percezione del sé e della realtà. Su Instagram e TikTok, la cura maniacale delle vite in vetrina genera negli altri solo insoddisfazione e un senso costante di inadeguatezza. La perfezione esposta diventa la misura con cui giudichiamo i nostri fallimenti quotidiani. Sullo sfondo, Chicago si trasforma. Dai quartieri alternativi come Wicker Park agli skyline della gentrificazione, la città diventa una metafora vivida del cambiamento dei personaggi. In parallelo, il romanzo attraversa la parabola che va dagli anni Novanta al capitalismo digitale. Se allora il selling out era un tabù tra gli artisti, oggi la sponsorizzazione è la norma, e la cultura si misura in like e analytics. Il capitalismo non è più solo un sistema economico, ma una lente obbligata su ogni aspetto della vita anche intima delle persone.

Un altro tema che Hill affronta coraggiosamente è il panico dei genitori contemporanei, bombardati da studi, articoli e consigli contraddittori, si sentono costantemente in bilico tra inadeguatezza e terrore di sbagliare. Hill tocca con delicatezza questa angoscia. Tocchiamo con mano la paura di non essere mai abbastanza per i propri figli, di sbagliare tutto, di dover sempre aggiustare qualcosa in sé, negli altri, nel mondo. Non manca, nelle pagine di Hill, un’ironia amara, l’aumento della cura di sé coincide spesso con la perdita di attenzione vera verso l’altro. L’ossessione per il benessere personale emerge come risposta, forse razionale, al fallimento di sistemi collettivi e alla sfiducia nelle istituzioni.

Arrivata all’ultima pagina di Wellness, mi ritrovo con molte domande senza risposta. Chi può decidere davvero per noi cosa significhi stare bene? Siamo davvero liberi di scegliere il nostro bene, o siamo solo consumatori di storie preconfezionate, persone in cerca di una pillola magica che ci sollevi dal peso della complessità?

In definitiva, il vero protagonista del romanzo è il tema del placebo e del potere universale della narrazione, e di come oggi questi elementi si intreccino con i concetti di efficacia e di rimedio, consegnandoci una visione opaca della realtà anche quando cerchiamo, in assoluta buona fede, di comprenderla. Il placebo delle storie che ci raccontiamo, allora, non è solo un trucco della mente che troppo spesso ci inganna senza che ne siamo consapevoli, ma diventa la metafora di una società che preferisce la rassicurazione delle narrazioni alla complessità del reale. Applausi per Hill.