Accudimento e adeguamento

prima parte

In queste settimane di domiciliari avrei voluto leggere moltissimo, e un po’ ho letto ma di questo vi parlerò nel prossimo post. Avrei voluto portare avanti tutti i risvolti possibili dei progetti di lavoro e di scrittura che sono stati inevitabilmente congelati dal lockdown, ma non ce l’ho fatta. A dire il vero non per questioni psicologiche legate al nuovo stile di vita ma perché il mio impegno è stato profuso soprattutto in termini di adeguamento materiale a una circostanza del tutto nuova.

Vivo in campagna. Ho la fortuna che quando la porta di casa si chiude ho di fronte a me diverse migliaia di metri di terra che è casa mia.  Mai come in questo frangente estremo legato a un’epidemia globale, ho potuto riflettere su aspetti nuovi relativi a questa eredità che mi lega da sempre prima ai miei animali e alla natura e poi alle mie origini.

Perciò l’impegno è stato soprattutto quello dell’accudimento transgenerazionale e del caregiving, poiché da buona contadina per scelta, vivo quotidianamente le vicende legate alla mia genealogia in una famiglia imperniata al matriarcato.  

Oltre all’accudimento l’impegno massimo è stato quello relativo all’adeguamento, cioè come rendere possibile in un luogo in cui non arriva il WiFi dei principali gestori, la possibilità quotidiana di connettere contemporaneamente in tre stanze diverse due video lezioni che la scuola pubblica italiana già da due settimane ha garantito ai miei figli, e una postazione smart working, la mia.

Quindi più che adattarmi a un affollatissimo isolamento, in questi giorni ho vissuto il problema dell’adeguamento, tipo quando il responsabile del minuscolo provider alternativo cui ho raccontato da essere umano a essere umano il mio problema, ha inviato un tecnico che con mascherina e guanti è salito sul tetto di casa in una giornata che pioveva, per installare una nuova antenna che rendesse possibile alla scuola e al lavoro di entrare in casa non potendo uscirne noi.

Così come ho visto il sindaco e il medico di un paese tutto sommato piccolo, senza alcuna retorica o narrazione superflua, fare molto più del loro dovere assistendo le persone capillarmente senza andare al telegiornale, e tenendo informato il territorio in tempo reale di tutte le notizie che riguardassero soprattutto la sicurezza sanitaria e l’economia reale di un’area di cui sentivano di avere evidentemente la piena responsabilità civile.

Poi ho anche visto degli insegnanti di una scuoletta di provincia garantire, senza metterlo su facebook, un numero di video lezioni impensabile fino al mese prima, che fossero inoltre fruibili anche attraverso i cellulari, per quelli, moltissimi qui, che non hanno il computer a casa. E impiantare su due piedi un’assistenza psicologica agli studenti davvero disorientati e spaventati assicurata da alcune docenti, anche durante gli interminabili pomeriggi e le domeniche. Tutto questo è un lavoro extra rispetto a un effettivo e constante proseguimento della didattica a distanza. Scuoletta che senza mettere i manifesti ha fatto la differenza rispetto a un lacunoso e zoppicante procedere che in un mese di emergenza, il più rinomato liceo classico di Roma, è riuscito a mettere in campo, adeguando la propria didattica solo parzialmente.

Dunque già pensavo prima dell’irruzione del covid-19 che la retorica dell’eroismo mi annoiava a morte, almeno quanto i selfie con la mascherina e la pubblicazione delle proprie video lezioni su web come se fossero tutte lectio magistralis. Noia è peggio che disturbo per me, i social ci hanno abituato a questo e altro. Ma mi ha rattristato più di quanto non dovesse incoraggiarmi la retorica del farsi carico in ambito culturale. Mi ha comunicato un senso di disfatta non sociale, perché da quello che ho visto la società reale sembra tenere, ma appunto culturale. Mi ha turbato la mancanza di responsabilità, non tanto di chiunque, quanto di chi si sente in prima linea nel fare cultura che in un momento delicatissimo per le persone e per lo Stato italiano, ha proseguito come se niente fosse dal pulpito dei social, come capendone qualcosa di una situazione senza precedenti, e in primo luogo essenzialmente tragica e rischiosa per moltissime persone.

Tutto questo solo per non riuscire a smettere di partecipare a una narrazione parossistica che di fronte a una situazione del tutto nuova, continuando con il linguaggio e le modalità di sempre, è in grado di connettersi poco o niente con quello che c’è davvero dietro le foto postate dei dolci fatti in casa con relativa ricetta.

La narrazione per non ripetersi in formule vuote dovrebbe saper guardare l’altro e per farlo dovrebbe non obedire al potere. Ma a me sembra che il potere cui si soggiace più spesso in questi tempi così opachi, più che costituirsi come una frizione esterna (vedi le indicazioni governative mai così restrittive e assolute rispetto alle prerogative di ciascuna cittadina e cittadino) corrisponda a un lasciarsi andare molto più grave visto che è in tutta evidenza fuori dal controllo anche di chi vi si abbandona. Dico un lasciarsi andare a quella forza maggiore che è la compulsione alla visibilità soprattutto in chi dovrebbe saperne qualcosa di cosa significa la responsabilità di raccontare in un momento davvero emergenziale, fosse anche a una sola persona. Questo disorientamento che tenta in tutti i modi di avere l’aria di saperne, mai come ora sembra un fenomeno del tutto orizzontale e coscienziosamente autogestito.

Di fronte a quello che è stata la mia esperienza di questi giorni di difficoltà, e di fronte alle molte narrazioni emotive che precocemente ho visto azzardare, mi sono detta che l’unica narrazione a cui mi sento di poter aderire oggi non può e non deve appartenere all’immediatezza, non può appartenere soltanto al terrore della scomparsa sociale se debbiamo stare per un periodo costretti a casa come tutti, né all’ansia di salire sul carro di tutte quelle meravigliose idee, di cui il mondo di prima del coronavirus non si era reso conto di avere così tanto bisogno e che, quando ci libereranno, ci troveranno sicuramente tutti pronti a cambiarlo, questo mondo.

In questi giorni in cui ho parlato a distanza con persone che non avrei mai immaginato così vicine, è stato chiaro per loro, come per me, che la paura rispetto all’enorme lavoro fatto fino adesso che si è nutrito di continuità, silenzio e fatica, quando scongelato dall’allentare dell’emergenza, possa non trovare più il contatto con l’inevitabile incognita costituita dal dopo. Ma credo anche che nell’entrare in un rapporto vitale con l’angoscia adulta di non sapere il dopo, si giochi molto della nostra efficacia di poi.

Condivido con molte e molti l’umanissima paura che il nostro valore, il nostro lavoro, quello che possediamo, quello che amiamo, quello che abbiamo costruito quando potremo di nuovo uscire di casa fisicamente potrebbe impattare, smarrirsi in un tempo che a differenza di noi che siamo stati obbligati a stare fermi, invece è trascorso. Ma resto dell’idea che una narrazione del presente in grado di riuscire a dire qualcosa a chi verrà dopo, non è mai stata figlia di una qualsiasi retorica e perciò non dipende da nessun potere. E che il pericolo più grande in cui incorre in questi tempi, anche una narrazione che vuole essere intellettualmente onesta, non lo corre confrontandosi con un fantomatico potere esterno ma con la propria compulsiva incapacità di guardare chi sono e che fanno davvero le persone che non sono il narratore o la narratrice medesima.

Così mi è venuto in mente un libro bellissimo e me lo sono riletto. È di Fabrizia Ramondino, L’isola reflessa, in cui l’autrice scrive una cosa importantissima che mi sono stampata a lettere di fuoco in cima a ogni file che apro in questi giorni

Del libro di Ramondino e di altri libri parlerò nella seconda parte di questo articolo che conto di pubblicare appena posso.

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