Su Il Mattino una recensione di Titti Marrone

La Ferrante ha dato voce alle donne e a Napoli

Un saggio della Scarinci descrive il ribaltamento letterario realizzato dalla misteriosa scrittrice fin dai tempi di “L’amore molesto” “I suoi sono romanzi politici che mettono al centro della narrazione l’universo femminile e guardano l’Italia attraverso la città”

Una rivoluzione letteraria con un cambiamento di prospettiva dai riflessi internazionali: ecco di che cosa è stata capace la persona celata dietro il nom de plume “Elena Ferrante”. Lo sostiene Viviana Scarinci in “Il libro di tutti e di nessuno – Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo” (Iacobelli, pagg. 213, euro 16). Vi si percorre l’universo ferrantiano dal 1992, anno d’uscita de “L’amore molesto”, fino al successo avviato nel 2011 dall’apparizione italiana del primo volume della tetralogia de “L’amica geniale”, consacrata a notorietà mondiale dal critico James Wood sul New Yorker nel 2013. Il fil rouge della rivoluzione letteraria viene qui seguito nell’intera opera, comprese le raccolte come “La frantumaglia”. E in questo saggio non si trascurano nemmeno le ipotesi sull’identità di Elena Ferrante, seguendone le tracce vere o fuorvianti disseminate nelle varie interviste.

Il perno del cambiamento ferrantiano consiste nell’aver portato al centro della ribalta letteraria il femminile, capovolgendo il paradigma dominante strutturato sul maschile. Per questo, secondo Viviana Scarinci, “il romanzo di Elena Ferrante è politico”. Il rovesciamento rivoluzionario sta nell’assunto denunciato da una filosofa come Luisa Muraro per cui “tutto ciò che è donna da sempre non è risultato memorabile e quindi degno di esser tramandato alle nuove generazioni”. Altro punto di contatto tra lo sguardo di Elena Ferrante e quello della capofila del pensiero della differenza è la centralità del materno: lo vediamo nel rapporto tra Delia e sua madre ne “L’amore molesto”, ne “La figlia oscura” ma più di tutto nel riconoscimento-rinnegamento della figura materna operato da Lenuccia de “L’amica geniale”.

Ma poi Ferrante ha un altro merito: aver portato al centro della scena narrativa una città scoperta come paradigma non solo dell’Italia: fin ne “La vita bugiarda degli adulti”, c’è un rovesciamento della prospettiva letteraria che induce a “ricominciare a guardare l’Italia attraverso Napoli”. Le storie con cui è sempre stata rappresentata letterariamente la vita italiana- di madri, figlie, famiglie, mariti, fidanzati, rancori, dispiaceri, gioie – si rispecchiano e confluiscono nell’opera di Elena Ferrante, ma in un’ottica nuova. Così, la diade di “Menzogna e sortilegio” indicata da Elsa Morante torna nelle falsità scoperte da Giovanna ne “La vita bugiarda degli adulti”, con la fascinazione esercitata su di lei dalla zia Vittoria, un po’ strega un po’ fata che smaschera le ipocrisie paterne e materne.

Anche i sentimenti sempre percorsi in forma di romanzo sono da Ferrante illuminati di luce nuova, e in una chiave napoletana universalizzante. Per esempio la vergogna sociale raccontato da Annie Ernaux torna come forte elemento narrativo nell’incontro di Lenuccia con la famiglia Airota, o nel sentimento provato da Nino durante la convivenza con Lila e tutte le volte che, descrivendo la Napoli “alta” del Vomero e quella “bassa” del Pascone, “La vita bugiarda” inscena le differenze sociali.

Il gioco del rispecchiamento letterario messo in campo da Viviana Scarinci è vario e complesso, ed ha le sue pagine più convincenti dove si riflette sui punti di contatto con l’ottica di Anna Maria Ortese. Per entrambe, in ballo c’è sempre il conflitto tra natura e ragione. “Infatti, i figli della città, e la città loro madre, vivono di una connivenza che vota il luogo a quell’apparente immobilità di Napoli sotto la quale cova un sempiterno bradisismo. Questo perché Napoli, le sue figlie e i suoi figli sono l’incarnazione di un nefasto genio bifronte”. Così definito dalla somma Ortese: “Un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni”. Ed Elena Ferrante sottoscrive.

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