Biomimetica e destino

Possono le strategie e il #linguaggio delle piante cambiare il modo di intraprendere, intendere e interpretare la #scrittura in senso ecologico? Gli ambiti sterminati di applicazione della #biomimetica ci fanno sognare questo.

Da persona che scrive e ha un giardino che cura da anni ho una conoscenza empirica delle strategie e del linguaggio delle piante, dei modi in cui mi dimostrano come stanno, ciò che vogliono da me e quali sono le loro intenzioni. Lo so quanto mi vogliono bene o quanto mi vogliono male se sbaglio o ho ragione a trattarle prendendo decisioni anche fuori dalla manualistica. Chiunque abbia una pianta anche d’appartamento lo conosce il modo straziante in cui ti rimprovera con tutto il corpo di non essere stata troppo attenta al nocciolo della questione.

Ultimamente mi ha molto coinvolto la lettura di un libro di Renato Bruni che si intitola Erba volant. Imparare l’innovazione dalle piante (Codice Edizioni, 2022). Sono rimasta folgorata dai principi della biomimetica che Bruni descrive nel libro. In realtà mi ha colpito soprattutto il linguaggio con il quale l’autore  rende possibile all’immaginazione di chi legge di compiere il salto nel vuoto che la biomimetica si propone di fare in ogni campo di applicazione. Leggo sul sito dell’Eni questa definizione di biomimetica:

dal greco bios, vita, e mimesis, imitazione, che potremmo definire come un’applicazione delle nuove tecnologie allo studio della biologia al fine di produrre materiali e strutture ispirati agli organismi e agli ecosistemi. Non una semplice copia, né un’impostazione estetica, di design, ma un vero e proprio modo nuovo di intendere l’architettura, l’industria tessile, l’edilizia e persino l’urbanistica senza prescindere dalla salvaguardia dell’ambiente e del clima da un lato e della sostenibilità energetica dall’altro.

Certo letta sul sito dell’Eni una definizione per così dire etica della  biomimetica sembra  un po’ grottesca. Tuttavia il libro di Bruni mostra anche a lettrici amatoriali, come lo sono io relativamente a questo tema, che al di là degli interessi delle multinazionali del petrolio e del farmaco la biomimetica ha effettivamente campi sterminati di applicazione. La natura inventa un po’ come si inventano la vita e la scrittura quelle e quelli che hanno l’istinto poetico cioè creando senza avere un piano d’uso, un disegno di destinazione. Ma questo non deve far pensare a uno speciale amore per l’inutilità o al perseguimento di un’etica disinteressata. Il loro motore insiste come quello dei vegetali, come scrive Bruni, sul numero, sul caso, sulla prova costante, sulla permanente elaborazione delle soluzioni in cerca di quella più appropriata al contesto, sempre volti al concepimento di qualcosa ancora non pervenuto. Queste vite e questa scrittura, come i movimenti non movimenti più o meno enfatici e plateali delle piante, con buona pace dei patiti della matematica, si avvalgono di una  scientificità che c’entra comunque con un modo alternativo di intendere i modelli.

La natura crea stando ogni organismo vegetale ben piantato e fiducioso relativamente ai meccanismi chimici e biologici alla base del fatto che sei una pianta viva e sei pronta a perpetrare le tue singolarità oltre che a determinarti seguendo le propensioni  del tuo genere e della tua specie. Bruni parla suggestivamente di un testo nascosto, un testo borderline che si trova nelle variazioni evolutive di ciascun vegetale. L’autore illustra alcuni modelli di questo testo attraverso uno storytelling fatto per entrare nel vivo delle dinamiche essenziali. Storie  di scelte strategiche vere e proprie rese trasferibili in contesti tutt’altri anche dalla verve ironica di chi ha perso l’innocenza di guardare alla natura secondo il preconcetto tutto umano di una sua innata bontà di fondo. Storie quelle di Bruni raccontate attraverso la descrizione delle imprese più impensabili che le piante  compiono con un efficacia e una fiducia incrollabile nel potere della quotidianità che per loro si esprime nel ciclo circadiano. In effetti come dovrebbe essere per noi animali, cioè attraverso un tempo fortemente connotato  da ore di buio e di luce in un’alternanza  che lascia poco spazio al contraddittorio.

Si chiama biomimetica, ed è il metodo per studiare e imitare la natura garantendo all’uomo innovazioni efficaci e sostenibili. Così, le felci da appartamento che assorbono sostanze nocive diventano un modello per la depurazione dell’aria, mentre gli adattamenti sviluppati da alcune piante per resistere nei deserti forniscono idee per raccogliere acqua piovana e conservare vaccini senza frigorifero. In altri campi, osservare il regno vegetale può aiutare a progettare reti per lo scambio d’informazioni, a pianificare nuovi approcci al marketing, a sviluppare architetture leggere ecosostenibili, a ottenere la fotosintesi artificiale. Dal sito dell’editore

Alcuni elementi di botanica grossomodo li sapevo per esperienza diretta di una che non si allontana mai troppo a lungo dalla natura e un po’ anche grazie all’aiuto di tutta una formidabile letteratura sulla botanica e la filosofia del giardino che chiunque voglia capire qualcosa di scrittura dovrebbe mettere in lista tra le prime letture da fare. Un po’ come accadeva nella Firenze di Dante se volevi fare il politico, ti dovevi  laureare nell’arte dello speziale, conoscendo il nome di tutte le piante e assicurando di aver svolto un appropriato tirocinio attraverso un preciso numero di visite negli orti botanici.

Quello ritratto nella foto reciso e posto in acqua è il fiore di taràssaco, una delle piante più comuni e diffuse. Ha virtù officinali note fin dall’antichità. È comunemente conosciuto come dente di leone, dente di cane, soffione, nonnino, cicoria selvatica, cicoria asinina, grugno di porco, ingrassaporci, brusaoci, insalata di porci, pisciacane, lappa, missinina, piscialletto, girasole dei prati, erba del porco o anche con lo storpiamento del nome in tarassàco.

Insomma lo sapevo quanto i comportamenti delle piante potessero essere illuminanti su tutti i fronti proprio a partire dal principio che le idee, come dice Bruni, degne di essere chiamate tali, che funzionino o meno, sono sempre figlie di  un ambiente reale che le sottopone a quanto c’è di ineludibile rispetto al porsi il problema  di continuare a esistere. Di esistere in qualche modo ma anche di proliferare sulla base delle effettive risorse disponibili, alle condizioni oggettive in cui ci si trovi e resistendo alle aggressioni subite alla propria identità. Identità che nella tassonomia delle piante è qualcosa di scandito da presupposti misurabili. Ma soprattutto le piante insegnano quanto sia importante avere una percezione diversa rispetto a quella umana relativamente a quei pericoli costituiti dalle intenzioni predatorie e colonizzatrici dei soliti meccanismi di prevaricazione. Prevaricazione che in natura è sempre governata da un equilibrio che prescinde i soggetti coinvolti ed è volto al mantenimento di un’ecosistema mai basato su distruzioni da intendersi  su vasta scala. Semmai, sacrificando qualcosa la prevaricazione delle piante è sempre indicizzata verso un mantenimento della vita nel senso più ovvio e più banale, a fronte del quale gli interessi di una  soggettività di tipo antropocentrico fanno sorridere. Certo come si fa a non partire in quarta con l’immaginazione quando Bruni scrive la parola testo? Come si fa a non pensare in termini che si possano avvalere di alcuni concetti della biomimetica ipotizzando  una riflessione sull’unicità della scrittura di ciascuna donna  che scrive ad esempio. Lo si potrebbe fare in questo caso abbozzando approssimativamente un osservatorio sulle potenzialità conoscitive o deleterie dell’importanza data ai numeri nel caso delle digital humanities:

è un’area di attività accademica all’intersezione tra le tecnologie informatiche o digitali e le discipline umanistiche. Comprende l’uso sistematico delle risorse digitali nelle discipline umanistiche, nonché l’analisi della loro applicazione.

Si potrebbe partire dal presupposto che quella delle donne sia un genere di scrittura o una scrittura di genere che come la poesia per sua natura tende a farsi laboratorio di elaborazione permanente delle soluzioni per adattarsi a un contesto ancora ostile e spesso universalmente inospitale. Si potrebbe pensare anche alla scrittura sulla base di come questa  appartenendo a scrittrici o a scrittori, a poete o a poeti, all’accademia, o al romanzo, o al giornalismo si adatti o meno a un ecosistema che si crede del tutto mappabile, al prezzo di ingenti sacrifici in termini di perdita del senso della realtà.

Quando il campo è il testo per chi lo pensa e poi cerca una lingua per scriverlo,  può prevalere quel mondo così controverso in cui a contare sono i dati se si fa dei numeri l’unico ecosistema, cristallizzando ogni movimento del linguaggio dentro modelli che fanno categoria. Ma se sostituissimo all’efficacia di un algoritmo quegli oggetti del reale che determinano le cose che effettivamente avvengono in natura, che succederebbe? Intorno alle piante e ai loro comportamenti creativi, distruttivi, colonizzatori quando non esplicitamente ruffiani o opportunisti a fare contesto non è il consenso, il successo formale ma come in natura, il ripetersi di prassi che ogni volta devono dimostrare sul campo la loro efficacia di fronte alla maggiore o minore severità dei singoli habitat.

Voglio dire per fortuna anche in letteratura esistono a fare contesto anche le condizioni climatiche e ambientali, storiche e sociali in cui un seme di un determinato genere e di una tale provenienza geografica vive la sua specie nella necessità di esistere anche attraverso una tassonomia integrata da un immaginario sfuggente e impensabile, come fanno i vegetali al fine di garantirsi la sopravvivenza. Un immaginario attivo avvinto alla pura necessità di non essere spazzati via dagli elementi, un immaginario che ha sempre legato gli esseri viventi a una cifra potenzialmente ignota che insiste allo stesso modo nella natura e nella letteratura.

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