Smith Girl Missing. Sylvia Plath

La campana di vetro   è l’unico romanzo di Sylvia Plath, uscito poco meno di un mese prima del suicidio per l’editore inglese Faber and Faber. Il romanzo che ebbe accoglienza tiepida e recensioni distratte, veniva pubblicato dopo qualche anno in cui la poesia di Plath aveva attraversato insieme alla sua vita, l’oceano e dall’America, sospinta dai venti impetuosi dell’ambizione di Sylvia, era sbarcata in Inghilterra, luogo d’origine del marito poeta.

Altre prove narrative le leggiamo in Johnny Panic e la Bibbia dei sogni una raccolta di prose, scritte dal Cinquanta al ‘63 che venne  pubblicata a cura dell’onnipresente  marito Ted Hughes soltanto  nel 1979. Questa preziosa miniera di elaborati non poetici ci consente di avvicinare un aspetto biografico e creativo particolarmente significativo della scrittura di una donna  che ha prodotto uno dei cortocircuiti poetici e culturali tra i più significativi del XX secolo.  Nei work in progress della prosa infatti più che nei diari, si può scrutare in controluce quella spaccatura profonda che sta tra la potenza di un io liberato e la società ad esso contemporanea: sto sempre male al mattino quando mi sveglio e sarà sempre così finché il racconto non avrà qualcosa di più interessante delle mie riflessioni personali, scrive Sylvia sul diario, la cui ambizione era anche quella di diventare, attraverso il riconoscimento del valore dei suoi testi poetici e narrativi, un personaggio pubblico di fama, con tutto ciò che questo avrebbe comportato. 

Hughes nella prefazione alla raccolta di racconti a sua cura scrive che la prosa rendeva Sylvia impaziente ben più della poesia: sedeva a comporre una poesia in uno stato di sovreccitazione, simile a un incallito giocatore d’azzardo, ma poi la esaminava con attenzione, correggendo ciò che non la soddisfaceva – rassegnata, ansiosa ma leale, perfino pratica. La composizione dei racconti d’altro canto avveniva sempre in un atmosfera di combattimento serrato. Sulla prosa del romanzo e dei racconti la sua viva ambizione mondana si scontrava con una forza ugualmente intensa ma contraria che aveva a che fare con il potere che Sylvia era a conoscenza di avere quando scriveva in versi. Questa contraddizione sarà una delle cifre della poetica di Plath ma anche l’agone cui volutamente la poeta sacrificherà tutto.

Sylvia Plath era arrivata al Barbizon Hotel come una delle praticanti  ospiti della rivista  Mademoiselle nell’estate del 1953. Aveva ventuno anni era nata in un sobborgo di Boston il 27 ottobre sotto il segno dello scorpione.  Orfana di padre a soli otto anni. Del mese trascorso al Barbizon Hotel troviamo poche tracce sul diario, poco anche relativamente a tutto l’anno 1953, salvo far convergere quell’esperienza drammatica, significativa, prorompente ne La campana di vetro.  Mentre il New York’s Rock’n’Roll Chelsea Hotel è stato documentato all’infinito, la storia del Barbizon Hotel  non è mai stata raccontata prima del notevolissimo libro di Paulina Bren Barbizon Hotel: storia di un hotel per sole donne in cui in due lunghi capitoli viene raccontato di Sylvia Plath forse qualcosa che prima della pubblicazione di questo libro,  non era mai emersa con una simile chiarezza.

Il libro di Bren racconta la storia di questo lussuoso hotel per sole donne che ospiterà nomi femminili illustri del mondo della scrittura, dell’arte, della musica, del cinema dalla sua costruzione nel 1927 a Manhattan fino alla sua successiva conversione in condominio di lusso nel 2007. Va da sé che il racconto della storia di una istituzione così longeva  esclusivamente ideata al femminile e dedicata alle donne americane, segna molto capillarmente anche la storia sociale di molti strati, digressioni, contraddizioni e coloriture impensabili dell’ambizione femminile,  immersa nel rapido cambiamento della Grande Mela nel corso del Novecento.

Plath arriva a New York elettrizzata dalla vincita di un concorso letterario che la fa accedere direttamente a un mese di praticantato presso una delle più prestigiose riviste femminili del tempo. Non meno entusiasta, Sylvia, è della radio e del telefono in camera, della vista che si gode affacciandosi alla finestra. E della possibilità di conoscere, uscire e perché no, fare sesso con uomini che fossero newyorkesi doc. Nello stesso tempo Sylvia è irretita, come sempre, dai suoi monologhi interiori in cui un’intelligenza  feroce si scontra con le aspirazioni di un modello di donna in rapido cambiamento nel fare i conti con il passato e con il presente.

La libertà della donna newyorkese del primo decennio del secolo, il periodo della grande depressione, il proibizionismo, il rovinoso crollo della borsa di Wall Street  del 1929 contribuiscono profondamente per Paulina Bren a creare modelli femminili contraddittori. Il modello di donna nuova di inizio secolo aveva lasciato il posto, quando Sylvia arriva a New York, alla pretesa di un ritorno alla tradizione, incoraggiato dal dilagare della povertà anche cittadina. Tuttavia non per questo la questione reale della donna lavoratrice per ambizione o necessità era passata in cavalleria, anzi. Il serpeggiare di questo modello di donna fieramente lavoratrice insieme a un preteso  ritorno delle donne a un ruolo più tradizionale dentro la famiglia avrebbe consegnato anche Sylvia Plath ai doppi oneri che gli standard degli anni Cinquanta imponevano alla donna americana. E poi quanto era ingiusto che gli uomini potessero perseguire i loro desideri sessuali e le donne dovessero sempre mediare in una continua recita sociale? Scrive Sylvia tra le righe del diario e del suo romanzo dedicato all’esperienza di quel mese a New York.

Sopraffatta dal carico di lavoro a Mademoiselle e delusa dalla realtà che in  nessun modo era paragonabile alle sue aspettative spesso irrealistiche, Plath ne La campana di vetro ha documentato “il sogno perduto di New York”, dall’ottica di un io poetico e erotico, che mai come in queste pagine, si dibatte mettendo a nudo l’ambizione e il dolore  che hanno segnato il genio di Plath. La notte prima di lasciare New York e il Barbizon, Sylvia, come la protagonista de La campana di vetro lancerà dal terrazzo dell’hotel gli abiti che aveva scelto con grande  attenzione prima di partire per il suo stage presso Mademoiselle. Gli abiti che tanto erano costati alla modestia dei fondi di Aurelia, madre vedova e lavoratrice. Poco dopo il suo  ritorno a casa Sylvia inscena il primo dei suoi spettacolari tentativi di suicidio, nascondendosi in un intercapedine della casa di famiglia dopo aver ingerito un letale numero di pillole e avendo lasciato scritto un biglietto in cui invece annunciava di essere partita per un breve viaggio. Sarà fortunosamente trovata viva ma malconcia dal fratello due giorni dopo, salvata dal fatto di aver vomitato una parte delle pillole. Così inizia a conclamarsi la malattia di Sylvia, i ricoveri, gli elettroshock senza anestesia ma anche la grandezza della poesia che le viene quasi subito riconosciuta pubblicamente.

Ritroviamo un altro spaccato interessante dell’esperienza  di Sylvia Plath in un libro recentemente pubblicato da Morellini Editore. In Sylvia Plath. Le api sono tutte donne, Antonella Grandicelli si produce in un singolare romanzo in cui si immedesima coraggiosamente in una Plath impegnata nel racconto di sé stessa a partire dall’anno della morte, ripercorrendo a ritroso tutte le tappe della propria vita attraverso i suoi domicili, associati ai grandi temi e eventi di una esistenza davvero breve: tradimento, maternità, sterilità, America, matrimonio, amore, suicidio, giovinezza. La collana Femminile Singolare cui il romanzo di Grandicelli appartiene nasce dichiaratamente per valorizzare quelle grandi donne del Novecento penalizzate da una figura maschile molto ingombrante al loro fianco e dalla critica misogina. Il romanzo  ha un taglio esclusivamente introspettivo in cui l’autrice ha soprattutto messo in luce la costrizione provocata dagli imperativi sociali, la sopraffazione delle aspettative relative al futuro, le incombenze legate alla maternità e al ruolo di moglie, oltre che al perfezionismo preteso da quella società, e dalle donne nei confronti di se stesse, nel concepire i propri doveri verso un concetto idealizzato di famiglia. Si tratta di un libro, quello di Grandicelli, scritto molto bene e dall’editing curatissimo, in cui la scrittura raggiunge picchi lirici interessanti e originali che pur distaccandosi dallo stile inimitabile che troviamo nei diari di Plath, ha il merito di rendere a pieno quella parte per così dire culturale che ha segnato le difficoltà materiali di Sylvia, donna che voleva scrivere poesia per professione

In Vietato scrivere. Come soffocare la scrittura delle donne  di Joanna Russ, un testo del 1983 ma da poco edito in Italia nella bella traduzione di Chiara Reali per i libri dell’Enciclopedia delle donne, l’autrice citando a sua volta  Suzanne Juhasz scrive: Plath aveva bisogno di essere perfetta ma (come ogni essere umano) non poteva. Qualcosa che aveva sperimentato anche Adrienne Rich nei suoi anni universitari:  una scissione che sperimentavamo già allora tra la ragazza che scrive poesia, che si definiva attraverso la scrittura della poesia, e la ragazza che doveva definirsi attraverso i suoi rapporti con gli uomini. Per Russ, si tratta di un dualismo  insito nelle aspettative di Plath come donna, una frattura tanto psichicamente impositiva da costituire una vera e propria scissione dell’identità.

Una sofferenza psichica quella di Sylvia Plath che nessun a posteriori di tipo critico, narrativo, saggistico, sociologico potrà mai cogliere del tutto e mettere in relazione con la grandezza della sua poesia. Resta credo in chi la legge oggi la constatazione di una fede profonda che animava Sylvia, legata all’imperscrutabile mistero della poesia che spinge una donna a perseverare diabolicamente nello scrivere, attraversando le condizioni più  disagiate e sfavorevoli che il destino, la società, la misoginia, la malattia possono riservarle. Articolo pubblicato su Leggendaria 153 aprile/maggio 2022

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