Elena Ferrante. Un fenomeno tutto italiano

Correva l’anno #1992 con un articolo sul #Corrieredellasera datato 28 giugno, #EnzoSiciliano salutava l’uscita de #L’amoremolesto di #ElenaFerrante come «un debutto sul difficile terreno della ricerca interiore»

Elena Ferrante ha pubblicato nel 1992 in Italia il suo primo romanzo, L’amore molesto. Per convenzione diremo che è questo è il suo anno di nascita come autrice, perciò utilizzeremo il 1992 e l’Italia come punto di partenza della nostra narrazione su Elena Ferrante e come collocazione spazio temporale, allo stesso modo in cui utilizzeremmo la data e il luogo di nascita di ciascuna/o di noi, per segnare l’inizio di un’esistenza.

Il 1992 per l’Italia è un anno in cui hanno luogo degli eventi destinati a cambiare radicalmente, nel successivo trentennio, il corso degli avvenimenti di natura civile e politica rispetto a come si erano configurati fino ad allora. Un anno fondamentale per la storia della Repubblica italiana. L’anno si apre con la relazione della Commissione parlamentare stragi su Gladio, definita un’organizzazione clandestina illegittimamente strutturata, coinvolta nella cosiddetta “strategia della tensione”. Pochi giorni dopo la Prima sezione della Corte Suprema di Cassazione pronuncia la sentenza definitiva che chiude il maxiprocesso di Palermo con 360 condannati su 474 imputati. Vengono comminati, tra l’altro, 19 ergastoli ai principali killer e boss mafiosi.

Testo tratto da Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante e le italiane del XX secolo, Iacobelli editore

Il 1992 è anche l’anno del primo atto che condurrà, attraverso l’indagine chiamata “Tangentopoli” o inchiesta “Mani pulite”, alla così detta fine della prima Repubblica, con l’arresto a Milano del socialista Mario Chiesa, cui seguirà qualche mese più tardi l’avviso di garanzia al potente segretario del Partito socialista italiano Bettino Craxi. Ma soprattutto il 1992 è l’anno in cui sono assassinati dalla mafia i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Per quanto riguarda la politica, il professor Gianfranco Miglio, allora settantaquattrenne, docente di scienze politiche e già preside della facoltà dell’Università Cattolica di Milano, è l’ideologo della Lega Nord di Umberto Bossi, partito italiano in rapida ascesa. Miglio e Bossi costruiranno una società finanziaria, la Pontida Fin srl per gestire l’affare comune[1].

L’idea nasceva dalla questione relativa al modo in cui il Settentrione e il Meridione d’Italia dovessero essere esposti, dentro il discorso pubblico, a una faziosità esplicitamente politica. Pertanto la proposta di Miglio è quella di dividere l’Italia in tre “macroregioni” federate: la Padania, l’Etruria e un’entità sfocata, definita Mediterranea in cui, nelle parole di Miglio – che riportiamo per dare un’idea di un punto di vista sul meridione di Italia capace, allora, di aprire una discreta breccia di consenso nel discorso pubblico –: «Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità di comando. Che cos’è la Mafia? Potere personale portato fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina la crescita economica. Alcune manifestazioni tipiche del sud hanno bisogno di essere istituzionalizzate»[2]. Come non pensare al sistema che, a partire dallo strozzinaggio, né L’amica geniale i fratelli Solara impongono al microcosmo rionale, non tanto come un fenomeno frutto di un costume “originario” quanto prodotto anche dall’isolamento culturale e dalla miseria endemica di alcuni territori considerati periferici. Come non pensare al contesto socialmente e culturalmente deprivato e marginale rappresentato dagli amici di Lila e Lenuccia. La situazione dei giovani del rione è un paradigma in cui vengono rappresentate da Ferrante le energie delle nuove generazioni che inevitabilmente finiscono invischiate in una ripetizione che rispecchia una visione pretestuosa di quelle aree considerate marginali.

Relativamente alla grande editoria, viene pubblicato in quello stesso 1992 Petrolio di Pier Paolo Pasolini, la cui figura verrà, fugacemente ma anche significativamente ritratta in Storia del nuovo cognome nella circostanza narrativa della presenza dello scrittore a Napoli. Occasione cui Lila costringe Nino a partecipare e che sarà poi l’inizio della fine della loro relazione. Attraverso l’invenzione di quell’episodio legato a Pasolini, Ferrante potrà ritrarre materialmente sia l’antagonismo ideologico tra destra e sinistra di quegli anni, sia, più sottilmente, la sua influenza e l’impatto emotivo nel quadro relazionale composto dalle emozioni e dai pensieri contrastanti dei due giovani amanti. Mentre Lila è entusiasta dello scrittore e vuole parlargli, Nino pensa che Pasolini è ricchione e fa più bordello che altro[3] dato che l’incontro alla fine scatenerà una rissa tra fascisti e comunisti.

Infine, ma è ciò che più importa ai fini del nostro discorso, in quello stesso 1992 con un articolo sul Corriere della sera, datato 28 giugno, Enzo Siciliano salutava l’uscita de L’amore molesto come «un debutto sul difficile terreno della ricerca interiore», manifestando sorpresa per l’altezza stilistica raggiunta là dove un’originalità «non guidata» sceglie lo scavo nei destini individuali piuttosto che confrontarsi con la Storia, come in effetti doveva sembrare particolarmente urgente fare in quei mesi. Siciliano chiude il suo articolo elogiativo suggerendo un’immagine che oggi ci appare particolarmente indicativa di come L’amore molesto arrivò in qualche modo anche per fare i conti con tutto quello che si era creduto in merito al ruolo del romanzo in Italia. Siciliano infatti accostò, in termini di esiti, la «poesia della remissività donnesca […] e l’idea che il riscatto arriva con la sofferenza del pensiero».

L’amore molesto è un romanzo con caratteristiche salienti che lo rendono in qualche modo sorprendente per il suo tempo, anche se la sua costruzione narrativa non ha niente di rivoluzionario. È un racconto, un giallo forse ma che anche si inserisce in modo originale nella vasta genealogia dell’opera letteraria napoletana. Inoltre, costituisce una pietra di paragone molto importante per iniziare uno studio sulla genealogia del romanzo a firma femminile che abbia un carattere decisamente più ampio di quello relativo all’esiguo numero di scrittrici italiane il cui valore letterario era stato e tuttora è faticosamente riconosciuto. Si capisce come nel quadro relativo ai macro eventi politici e sociali di quel momento storico, la non stereotipata coloritura meridionalistica e relazionale che lega una madre e una figlia in una storia piena di mistero, abbia potuto aprire un varco imprevisto, che poi è diventato un vero e proprio solco con la pubblicazione dei romanzi successivi prima, poi de L’amica geniale e infine de La vita bugiarda degli adulti.


[1] E. Deaglio Patria 1978-2008, Milano: Il saggiatore 2009, p. 354.

[2] Ibidem. Il brano che Deaglio cita proviene da un’intervista di Stefano Lorenzetto pubblicata su il Giornale del 20 marzo 1999

[3] . E. Ferrante Storia del nuovo cognome, Roma: edizioni e/o 2012, pp. 357-58.

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