C’è una piccola banda di farfalle che da giorni frequenta una pianta del mio giardino. Arrivano a metà mattina, chiare come panna, con quelle striature nere che attraversano le ali come le sbarre di una tigre gentile, e due code sottili sulle ali posteriori. È’ un Podalirio (Iphiclides podalirius), uno dei papilionidi più eleganti d’Europa, e ha un’abitudine commovente, mangia, si riposa e, quando torna a nutrirsi, ripercorre le stesse rotte, seguendo un filo di seta che ha teso tra una foglia e l’altra. Insomma, una creatura che si costruisce la strada mentre la percorre.

La piccola banda di farfalle è venuta per i grappoli lilla della mia Duranta erecta. E qui comincia una storia che voglio raccontare perché è il genere di storia che mi interessa, una in cui, da un dettaglio materiale che si ha sotto gli occhi tutti i giorni, si può ricostruire un frammento infinitesimale della storia del mondo.

La Duranta prende il nome da Castore Durante, medico rinascimentale nato a Gualdo Tadino nel 1529, poi archiatra, cioè medico personale di papa Sisto V. Nel 1585 pubblicò a Roma un fortunatissimo erbario, l’Herbario Nuovo, un catalogo di piante medicinali con undici edizioni italiane, traduzioni e ristampe per oltre un secolo. Immagini non troppo precise scientificamente, ma bellissime. Descrizioni più da poeta che da botanico. Tanto fu importante l’erbario di Durante che Linneo, due secoli dopo, lo omaggiò dando il suo nome a un intero genere di piante, cioè Duranta, quella che la piccola banda di farfalle assedia oggi nel mio giardino. Fin qui, la storia è ufficiale, c’erano una volta un uomo, un papa è un libro.

Ma un erbario del Cinquecento era fatto anche di immagini, ed erano le immagini a decidere se una pianta potesse essere riconosciuta e quindi usata, salvata o estirpata. Chi incise le immagini dell’Herbario? Per secoli si è ripetuto un nome, quello di Elisabetta Parasole, ma non fu lei. Le illustrazioni dell’Herbario furono realizzate da Girolama Parasole insieme al marito Leonardo. Il nome sbagliato nasce da un equivoco antichissimo, fu Giovanni Baglione, nelle sue Vite, a scambiare Girolama con la cognata Elisabetta, e da lì l’errore si propagò per generazioni di studiosi, sovrapponendo le due donne fin dentro le liste delle accademie di San Luca e dei Lincei.

Vale la pena fermarsi su questo, perché è il cuore della faccenda. Nella Roma di fine Cinquecento due giovani donne, Girolama Cagnuccia ed Elisabetta Cattaneo, entrarono nella stessa bottega, quella dei Parasole, sposando due fratelli, Leonardo e Rosato. Della loro vita precedente si sa pochissimo, ma dall’ingresso in bottega i loro destini si intrecciarono fatalmente. Entrambe erano incisore, xilografe, disegnatrici. E furono così intercambiabili agli occhi dei cronisti maschi del tempo che ancora oggi fatichiamo a restituire a ciascuna il proprio lavoro. Una delle due, con ogni probabilità, fu la prima donna accademica di San Luca, ma non sappiamo con certezza quale. Èra la condizione femminile dell’epoca condensata in un paradosso, abbastanza brave da entrare nella storia, non abbastanza riconosciute perché la storia sapesse distinguerle.

Girolama fu una scultrice prestata all’erbario, probabilmente di estrazione nobile. Le fonti la descrivono come valente scultrice e pittrice, la cui abilità venne impiegata per avviare la grande impresa tipografica dell’Herbario. Le sue immagini per Durante non miravano al rigore scientifico, ma a dilettare. Morbidezza, grazia e attenzione al dettaglio rivelano una mano che sapeva disegnare, dipingere e, probabilmente, miniare. Una tra le immagini dell’erbario fra tutte resta memorabile, l’Arbor Tristis, i cui rami, da un tronco umano, fioriscono sotto la luce della luna e appassiscono al sorgere del sole.

Invece Elisabetta veniva dal conservatorio. L’altra cognata aveva percorso una strada diversa e altrettanto rivelatrice. Elisabetta visse fino al 1593 nel Monastero di Santa Caterina de’ Funari, un conservatorio che insegnava un mestiere alle fanciulle “pericolanti” ossia figlie di prostitute per inserirle nella società. Lì imparò lettura, scrittura, ricamo e cucito, e proprio i modellari di ricamo divennero la sua specialità. Da quel sapere “minore”, tutto femminile, costruì una carriera notevole. Firmò opere come il Teatro delle nobili et Virtuose donne (1616), dedicato alla regina di Spagna. I suoi lavori tessono una rete fittissima di dediche a donne potenti, un vero e proprio matronage femminile, tanto che nella dedica alla regina Elisabetta si paragona con orgoglio alla mitica Aracne, la tessitrice che osò sfidare una dea.

Trovo che qui ci sia una simmetria quasi troppo perfetta per essere vera. Durante scriveva in versi le “virtù” delle piante e la loro capacità di sostenere la vita umana. Ma la sopravvivenza di quelle piante sulla pagina, attraverso i secoli, la dobbiamo anche a mani femminili che le resero visibili col legno e lama, e che la storia si è ostinata a confondere l’una con l’altra. Le virtù di cui scriveva Durante erano sempre rivolte agli uomini ma il lavoro che le tramandò fu in buona parte di donne, anonime per convenzione o, peggio, scambiate di nome.

E le farfalle? La Duranta è un magnete per gli impollinatori e altrove intrattiene con certe farfalle un rapporto che va oltre il nettare. La piccola banda delle mie Podalirio la usa come ristorante da giorni, arriva, si nutre, riparte, tesse fili per ricordarsi il percorso migliore. Ma per altre specie di farfalle come Gulf Fritillary (Agraulis vanillae) questa pianta è casa e culla insieme. Le femmine depongono le uova sulle foglie, i bruchi se ne nutrono, e l’intero ciclo, uovo, bruco, crisalide, adulto, si compie intorno allo stesso arbusto. Una pianta che nutre la madre e alleva la figlia. Come una bottega che accoglie due giovani spose e mette loro in mano un bulino invece che una ramazza.

Chiudo con la cautela che il medico del Papa avrebbe annotato di sicuro, i frutti della Duranta sono tossici per noi e per i nostri animali domestici. Gli uccelli, imperturbabili, se ne cibano e ne disperdono i semi. Ogni bellezza, in giardino come nella storia, tiene nascosta la sua insidia, e ogni nome ufficiale, se lo interroghi, tiene nascosto il lavoro di qualcuna che non fu mai messa in copertina, o che vi fu messa col nome sbagliato.

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