Ci sono frasi che la cultura pop ha trasformato in slogan, svuotandole lentamente del loro peso.
Choose life. Choose a job. Choose a career. Choose a family.
“A me il personaggio di Mark Renton è sempre stato sul cazzo. Si capisce che è una merda fatta e finita quando alla fine del film ripete il monologo iniziale e, invece di correre, cammina con calma”
Come la protagonista di 8.6 gradi di separazione di Giulia Scomazzon, edito da Nottetempo, senza avere la sua età, noi nati negli anni Settanta del secolo scorso ci ricordiamo il monologo iniziale di Trainspotting come una dichiarazione generazionale, un manifesto contro il conformismo ma abbiamo dimenticato il corpo che lo pronuncia. All’inizio del film Mark Renton non parla, corre, anzi fugge. E’ trascinato da Lust for Life di Iggy Pop, una canzone che non accompagna la vita, ma il desiderio nella sua forma più compulsiva. E’ il ritmo di un corpo che non riesce a fermarsi, poi arriva il finale del film. Renton ripete quasi le stesse parole, solo che questa volta cammina e come sottofondo non c’è più Iggy Pop c’è Born Slippy (NUXX) degli Underworld, una delle canzoni più fraintese degli anni Novanta. E’una trance malinconica, il suono di qualcuno che continua a cercare un equilibrio sapendo che potrebbe perderlo da un momento all’altro.
Forse a posteriori è questo che resta di Choose Life, è il dubbio che scegliere non basti. Ci ho ripensato leggendo 8.6 gradi di separazione, non perché il libro dialoghi esplicitamente con Trainspotting, ma perché uno dei suoi personaggi, Matteo, apre una crepa dentro quel monologo che pensavamo di conoscere. Dice che gli obiettivi, il lavoro, la famiglia, l’amore, perfino la fede, hanno tutti una caratteristica, stanno fuori da noi. Le sostanze, invece, stanno dentro.
Per anni abbiamo raccontato la dipendenza come il contrario della vita. Scomazzon suggerisce qualcosa di più scomodo attraverso un libro la cui scrittura è acuminata come una lama perché rende un concetto fondamentale, ogni tipo di dipendenza seduce perché promette un’intimità di rapporto con noi stessi che il mondo esterno non riesce a offrirci, e verrebbe da aggiungere, che anche la solitudine cercata neanche ci riesce. La sostanza che porta alla dipendenza non è soltanto fuga è promessa, illusoria e devastante, di coincidere finalmente con una componente liberata di noi che però non è più vera di tutto il resto del mondo di fuori.
“Avrei voluto dire che anch’io avevo sperato di salvarmi grazie al lavoro e che avevo miseramente fallito. Sì, riuscivo a stare sobria, anche se un po’ sedata, a scuola e mesi prima nei campi, ma presto o tardi tocca tornare a casa e lì la sobrietà è insostenibile”.
Allora anche il finale di Trainspotting cambia volto. Forse Renton non ha scelto la vita. Forse ha scelto una forma di esistenza socialmente accettabile. Il lavoro, la casa, la famiglia possono diventare approdi, possono persino salvarci ma non rispondono necessariamente alla domanda che la dipendenza aveva intercettato, che cosa davvero può riempire quel luogo interiore di cui il contatto più restituente, continua a sfuggirci?
E’ qui che la scrittura di Scomazzon mi sembra trovare una precisione rara perché diventa narrativa e indiretta. Non cerca di spiegare il dolore provocato da quella separazione cui ognuno potrebbe dare un nome diverso, non lo rende esemplare, non lo trasforma in un percorso di guarigione, lo lascia esistere in ogni singola parola universalizzandola in modo che non sia possibile sospettare l’inautenticità. E non perché il libro di Scomazzon sia un memoir ma al contrario perché è letteratura.
Ho chiuso 8.6 gradi di separazione con la sensazione che il libro non parlasse soltanto di dipendenza, parlasse piuttosto, del desiderio di abitare sé stessi senza ricorrere a scorciatoie, stratagemmi, diversivi. Senza però neanche rinunciare agli altri, con la scusa di restarsene avvinti all’elitarismo della sensibilità e alle sue trafitture continue. Un desiderio che non riguarda poche persone.
“Gli ho risposto che vorrei tanto che mi piacessero le persone perché così riuscirei a dare un senso al dolore che mi provocano costantemente. Direi a me stessa che sono solo cattive, che non ricambiano la mia empatia e mi spezzano il cuore e mi sentirei giustificata. A fasi alterne prego perché mi stiano alla larga o addosso. Alla fine mi sa che tutti hanno scelto di starmi a una certa distanza, che la solitudine è stata una mia scelta e un giorno sarà una ragione di orgoglio”.
Non ho ancora letto La paura ferisce come un coltello arrugginito, il libro precedente di Giulia Scomazzon ma lo farò presto. Voglio sapere dove è iniziata la sua scrittura, voglio ritrovare una voce che continua a fare ciò che la letteratura dovrebbe fare e fa sempre più di rado, sottrarre risposte, aggiungere complessità. Ciò che resta dopo Choose Life non è un imperativo è una domanda. E le domande migliori, come i libri migliori, non finiscono quando volti l’ultima pagina.
Appunti di vita analogica. Ogni libro è un ecosistema. Le sue radici affondano altrove, in altri libri, nel cinema, nella musica, nella letteratura, nelle piante, nelle storie più o meno recenti che continuano a parlarci.

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