processo alla scrittura del trauma
Triste tigre è uscito da P.O.L. nel 2023 e arrivato in Italia l’anno successivo nella traduzione di Luciana Cisbani, ha raccolto il Prix Femina, il Goncourt des lycéens e il Premio Strega Europeo 2024, cioè quasi tutto ciò che si può raccogliere. Eppure il consenso critico rischia di posarsi sull’oggetto sbagliato. Si è parlato molto del contenuto, gli stupri subiti dall’autrice bambina a opera del patrigno, la rottura del silenzio a diciannove anni, il processo che si chiude con la condanna. Si è parlato meno di quello che il libro fa davvero, cioè mettere sotto interrogatorio la possibilità che ciascuna e ciascuno abbia di essere visti, potersi raccontare, esistere.
Il libro comincia con una data che manca. Sette anni, forse nove, l’autrice non lo sa con esattezza. Non è una civetteria narrativa. È il primo dato clinico e insieme il primo dato formale del testo. Il trauma produce un guasto nell’apparato che serve a mettere i fatti in fila. Chi ha subito abusi prolungati in età infantile non conserva una cronologia, conserva un deposito di immagini molto nitide dentro un tempo che si è sfaldato.
Da qui discende una conseguenza che Sinno non lascia implicita. La narrazione ordinata, quella che ha un inizio, uno svolgimento e un esito, è già una menzogna rispetto all’esperienza che dovrebbe restituire. Ogni volta che il racconto si compone, tradisce. Ogni volta che si sfalda, c’è da ricominciare daccapo. Triste tigre si tiene deliberatamente in questo scomodo equilibrio, alternando frammenti autobiografici, saggio, cronaca giudiziaria, lettura di testi altrui, senza che nessuno dei registri prenda il sopravvento e stabilizzi il libro in un genere riconoscibile.
Il rifiuto più netto del libro riguarda quello che oggi lettrici e lettori si aspettano da una storia come questa. Nessuna resilienza, nessun perdono, nessun oblio, nessuna guarigione conquistata a fatica nell’ultimo capitolo. La frase che il paratesto italiano ha giustamente messo in evidenza suona come una sentenza: «La letteratura non mi ha salvata. Io non sono salva».
Vale la pena misurare la portata di questa affermazione. La cultura contemporanea ha costruito attorno alla violenza sessuale un arco narrativo obbligato che va dal silenzio alla parola e dalla parola alla liberazione. È un arco confortante, perché consegna la certezza che il danno sia riparabile e che il racconto sia lo strumento della riparazione. Sinno attraverso il suo libro smonta questa vulgata pezzo per pezzo. Il danno è irreparabile, e dirlo non è pessimismo, è precisione. La sopravvissuta che rifiuta di essere risolta risulta scomoda esattamente quanto la vittima che tace, perché non restituisce alla comunità di lettrici e lettori l’assoluzione che quella comunità sta cercando in un libro.
Questo è, a mio avviso, il punto in cui il libro diventa politico senza mai diventare programmatico o peggio ancora paradigmatico. La retorica della resilienza è una forma di gestione sociale del dolore altrui, chiede alla persona ferita di trasformarsi in esempio, cioè di rendersi utile.
Il gesto più radicale di Triste tigre è però un altro, ed è quello che rende il libro un testo di teoria della letteratura oltre che una testimonianza. Sinno riferisce che il patrigno stesso, un tempo, le aveva suggerito di scrivere quello che le stava accadendo, perché si trattava di materiale interessante, di un’esperienza fuori dal comune. Il libro che leggiamo obbedisce dunque, in qualche misura, a un’indicazione dell’aggressore.
Da questa constatazione discende un sospetto che l’autrice non si toglie mai di dosso e che chi legge non deve poter accantonare. Se scrivo, prolungo l’aggressione che ho subito, se taccio, concedo all’aggressore l’ultima parola. Non esiste una posizione pulita, e la scrittura non è la via d’uscita, è un altro modo di restarci dentro ciò è contrario dell’idea, largamente diffusa e largamente consolatoria, secondo cui raccontare significa riappropriarsi. A questo si aggiunge il sospetto verso chi legge, e verso la disponibilità di chi scrive a servirlo. Un libro sull’incesto è anche, inevitabilmente, un oggetto che qualcuno comprerà per curiosità. Sinno lo sa e lo dice, e la consapevolezza non la assolve. Nessuna delle sue autovalutazioni si chiude con un’assoluzione, e questa è la ragione per cui il libro risulta credibile anche quando dubita di sé.
Sinno ha studiato letteratura americana, traduce, insegna, vive da anni in Messico. La sua cassetta degli attrezzi è dichiarata, e i nomi convocati sono molti, da Nabokov a Virginia Woolf, da Toni Morrison a Christine Angot, da Virginie Despentes ad Annie Ernaux. Non li chiama in causa perché siano i testimoni letterari più veritieri, ma perché sono i suoi, quelli che conosce meglio.
L’epigrafe viene da Lolita, e la scelta è tutt’altro che ornamentale. Il libro più celebre che la letteratura occidentale abbia dedicato a questa materia è scritto dalla voce dell’aggressore, ed è un capolavoro di seduzione stilistica. Nabokov consegna a Humbert Humbert una prosa splendida, e alla bambina niente. Sinno rilegge quel niente. La domanda che le interessa non è se Nabokov approvi il suo personaggio, questione oziosa, ma perché la lingua letteraria si dimostri così ospitale verso il carnefice e così avara verso chi subisce.
Resta aperta una questione che il libro solleva contro se stesso. L’apparato di citazioni serve a prendere distanza dal materiale, come si è detto, ma la distanza è anche una protezione, e la protezione può diventare un alibi. Sinno moltiplica i punti di vista per non restare sola davanti alla catastrofe, ha scritto «Libération» con una formula condivisibile. Quella moltiplicazione è insieme un metodo conoscitivo e una difesa.
Il titolo del libro viene da William Blake, dalla tigre che arde nelle foreste della notte e dalla domanda che chiude quella strofa celebre, se cioè il creatore dell’agnello sia stato lo stesso della tigre. Come nota Sinno, la stessa fonte alimentava già Tigre, tigre di Margaux Fragoso nel 2011, e la coincidenza dice qualcosa sulla persistenza di questo immaginario nelle scritture dell’abuso. Sinno però non usa Blake per estetizzare il male. Lo usa per delimitare la zona in cui la sua conoscenza si ferma. Del patrigno può ricostruire i gesti, le parole, la biografia, la condanna. Non può ricostruire i suoi pensieri, cosa provasse, che cosa si raccontasse, come conciliasse quell’uomo con l’uomo che gli altri vedevano nel quotidiano, tutto questo resta una scatola chiusa. Il libro rinuncia a forzarla, e la rinuncia è un atto di onestà intellettuale non comune, perché la spiegazione del mostro è precisamente ciò che lettrici e lettori chiedono e ciò che permette di archiviare il mostro come eccezione. Non spiegandolo, Sinno lo lascia dov’è, cioè dentro l’ordinario di ciascuno.
C’è un ultimo elemento che mi pare valga la pena isolare, perché riguarda il modo in cui questi libri sul trauma vengono letti prima ancora di essere letti. Quando una donna scrive del proprio corpo offeso, la critica tende a ricevere il testo come documento e a discuterne il coraggio. Quando un uomo scrive di materia paragonabile, la critica tende a riceverlo come costruzione e a discuterne la forma. La differenza non sta nel genere di chi scrive i libri ma nella griglia interpretativa che a seconda di quello vi si applica. Sinno costruisce buona parte del suo dispositivo metaletterario proprio per rendere impraticabile la lettura testimoniale. Se il libro parla continuamente di come si scrive, se cita, discute, contesta, se si contraddice, allora non si può liquidarlo come sfogo. È una strategia difensiva, e il fatto che sia stata necessaria, dice più sulla ricezione che sull’autrice.
Triste tigre non offre consolazione e non promette che scrivere serva o salvi. Fa qualcosa di più modesto e a mio avviso estremamente notevole e difficile, trasferisce un’esperienza dal regime del segreto familiare a quello del discorso comune, senza chiedere in cambio né compassione né lieto fine. La traduzione di Cisbani ha il merito di conservare la sintassi scabra dell’originale, che procede per scarti e riprese e si tiene volutamente lontana da ogni levigatezza. Il libro non salva la sua autrice, come lei stessa dichiara. Non salverà neppure noi. Ci lascia però senza la scorciatoia che avremmo voluto, e in materia di violenza sui minori la privazione delle scorciatoie è forse l’unico servizio che la letteratura possa davvero rendere.
Appunti di vita analogica. Ogni libro è un ecosistema. Le sue radici affondano altrove, in altri libri, nel cinema, nella musica, nella letteratura, nelle piante, nelle storie più o meno recenti che continuano a parlarci.
Neige Sinno, Triste tigre, traduzione di Luciana Cisbani, Neri Pozza, Vicenza 2024, 240 pp.

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