Prima di consegnare il manoscritto, David Szalay ha eliminato dal romanzo Nella carne quasi tutte le occorrenze della parola mascolinità.
Ne ha lasciata una sola, affidandola non alla voce narrante, ma a un personaggio che la scaglia contro il protagonista con un’inflessione di classe tale da farla suonare come un insulto. È il figlio della moglie, nato dal precedente matrimonio, ad accusare István di incarnare una forma primitiva di mascolinità. Lo accusa inoltre di aver sposato sua madre per mettere le mani sul patrimonio lasciatogli dal ricchissimo padre, denaro vincolato in un fondo fiduciario che la donna amministrerà fino al compimento dei venticinque anni del figlio, quando anche lei, oggi moglie del protagonista, resterà totalmente esclusa dall’eredità del suo primo marito. Forse è una vendetta indiretta, prima di lasciarla vedova il primo marito avrebbe infatti saputo della relazione della giovane moglie con l’autista, nientemeno che l’ungherese István, suo attuale marito, il nostro protagonista.
Nella conversazione con Francesco Pacifico per Lucy, registrata il 29 novembre 2025 durante un incontro pubblico a Terni per UmbriaLibri, Szalay racconta di aver sorvegliato con attenzione il lessico del romanzo, fino a espungere quasi del tutto la parola mascolinità. Non voleva che Nella carne venisse letto come un libro programmaticamente calato nel presente, né che finisse arruolato, per una scelta terminologica troppo esplicita, nel dibattito contemporaneo sugli uomini, sui loro privilegi e sulla loro crisi.
La cautela è comprensibile, una volta nominato il tema, il rischio era che il romanzo venisse ridotto alla sua etichetta, e che István smettesse di essere un personaggio per diventare un caso esemplare. Eppure, leggendo, arrivata a quell’unica accusa esplicita rivolta contro di lui, ho avuto quasi un sussulto. Non perché fino a quel punto István mi fosse sembrato innocente, estraneo alla violenza o sottratto ai rapporti di potere, semplicemente, non lo avevo letto come il portatore sano di quell’infamia, non avevo vissuto l’essere maschio di István come la dimostrazione ambulante di una tesi già pronta. Il romanzo non me lo aveva consegnato sotto quella luce, e io non avevo sentito il bisogno di incasellarlo.
E sì che riconosco abbastanza in fretta la lingua con cui molti libri, introducendoti a un’aspettativa già orientata, hanno imparato a nominare la mascolinità, a individuarne le posture, i privilegi, le reticenze. Qui, invece, István agisce, tace, subisce e infligge ma la narrazione non corre a spiegare che cosa rappresenti. L’unica volta in cui la parola mascolinità compare, arriva dalla bocca di chi soprattutto vuole degradarlo socialmente.
C’è un ragazzo ungherese, István, quindici anni all’inizio e alla mezza età alla fine, una città nuova, una donna molto più grande che abita nello stesso palazzo. Poi un carcere minorile, l’esercito, l’Iraq, Londra. Se un personaggio femminile è sempre, prima di tutto, femminile, la sua condizione viene nominata, discussa, giustificata, contestualizzata, spesso fin dalla prima pagina. Invece un personaggio maschile può semplicemente essere una persona. Maschile è anche il non marcato, è la lingua in cui il romanzo europeo ha imparato a dire uomo intendendo tutti. Quando Szalay toglie la parola mascolinità dal testo per non essere risucchiato nel dibattito, compie un’operazione formalmente ineccepibile e insieme profondamente significativa. Lui può farlo. Una scrittrice che raccontasse trent’anni della vita di una donna, dal primo rapporto sessuale alla maternità fino alla vecchiaia dei genitori, non avrebbe la stessa facoltà di dichiararsi non topica. Verrebbe letta come autobiografia, come testimonianza, come contributo, comunque come caso. Quello di Szalay è invece un romanzo e basta. Tuttavia il focus di tutte le vicende del libro è la nascita dell’uomo dal bambino István e di come la sua vita sia irreversibilmente condizionata dalla cultura e dalle geografie sociali in cui il suo essere maschio si trova incastrato. La neutralità in questo libro non è una qualità del testo, è una posizione autoriale retta dal campo gravitazionale dei generi sessuale intesi come destino.
Come Szaley dichiara a Lucy, voleva che fosse chi legge a creare quella narrazione da sé, invece di farsela consegnare dal personaggio. Questa è la verità più scomoda, molto più scomoda di qualunque diagnosi sulla tossicità. Il lavoro di lettrici e lettori è quello di interpretare un uomo che non si spiega, dove a spiegare qualcosa sono sempre le donne. Lo fanno le madri, le amanti, le mogli, le figlie. Lo fanno da sempre e a titolo gratuito, e lo fanno da un’ottica sempre polarizzata, pur non avendone spesso l’aria.
Mentre leggevo il libro mi accorgevo che il piacere che provavo non era del tutto nuovo, era un piacere che conoscevo già, era la soddisfazione di decifrare qualcuno che non ha nessuna intenzione di aiutarmi a decifrarlo. La forma del romanzo replica, sul piano della lettura, un’asimmetria domestica. Le donne del libro, del resto, sono quelle che parlano, chiedono, spiegano, verificano, si espongono. István risponde a monosillabi. Dice spesso ok, dice di no praticamente mai.
Non so rispondere alla domanda se István sia un maschio tossico, e credo che il libro sia costruito per far sembrare questa domanda un po’ misera se rapportata a quanto la letteratura è ancora in grado di dire dell’esistenza e delle relazioni umane. Chiudo il libro su una domanda che mi affretto a rimuovere ma che purtroppo finisco per appuntare sulla mia agenda: se un uomo attraversa cinquant’anni senza mai spiegarsi, chi ha passato quei cinquant’anni a tradurlo?
Appunti di vita analogica. Ogni libro è un ecosistema. Le sue radici affondanoaltrove, in altri libri, nel cinema, nella musica, nella letteratura, nelle piante, nelle storie più o meno recenti che continuano a parlarci.
David Szalay, Nella carne è stato tradotto da Anna Rusconi per Adelphi 2025. Il libro ha vinto The Booker Prize 2025.

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