Identità. Giorgio Bonacini un ascolto e una nota

 

L’ultimo libro pubblicato da Giorgio Bonacini è I segni e la polvere. 52 poesie distrattamente felici per Arcipelago Itaca nel 2020. Giorgio Bonacini è tra quei poeti di cui il fondo librario custodisce l’intera opera, l’ascolto seguente è tratto da due libri precedenti questo ultimo Quattro Metafore ingenue, Manni editore, 2005 e Sequenze di vento, Le voci della luna 2011. A seguire una mia nota di lettura scritta per Contemporanea Fondo Librario sul poemetto L’infanzia dei nomi.

 

Su L’infanzia dei nomi di Giorgio Bonacini

di Viviana Scarinci

Niente è un pensiero imbecille:/ma la sua incurvatura che rotola e svia/già mi attrae.
Giorgio Bonacini
L’aria grigia esterrefatta/ si agghiaccia al suolo/percossa da mille travagli/e trafitture/che conosciamo noi/al valico sovrumano. Lorenzo Calogero

C’è un accenno continuo a una sorta di valico sovrumano di provenienza calogeriana nella poesia di Giorgio Bonacini. Un passaggio che per Bonacini, come per Calogero, ha la stessa concretezza di un attraversamento che congiunge due versanti differenti. Ossia ciò che è al di qua e ciò che è al di là del nascere: là dove il verbo “nascere” riacquista ogni minuziosa e oscura digressione che articola tutte le sue prerogative.

Il soggetto che Bonacini pone concretamente a conoscenza di quel valico ne L’infanzia dei nomi[1], ha le caratteristica di un “noi” che tuttavia è un “io” scardinato dalla propria singolarità e perciò maggiormente conscio di una cifra che assume l’aspetto di una lesione collettiva, nel momento in cui la conoscenza sembra sul punto di varcare una soglia. Una soglia che si sappia decisiva e che non si varca, rientrando nella dispersione di una memoria quasi del tutto perduta, una sorta di ricordo relativo all’agghiacciarsi primigenio dell’aria/anima a contatto con la superficialità del suolo.

Se nascendo si pervenisse al suolo da un sostanziale altrove, come pare ipotizzare Bonacini, nascere equivarrebbe a collassare in una ricaduta e in un presente che non ci vede del tutto assunti alle cose visibili. Allora bisogna che l’orientamento venga affidato alla natura incerta del suono[2]. Per Bonacini ha un suono incerto, infatti, l’unica voce che muove e attraversa il valico. Ed è udibile soprattutto a fronte della resistenza dettata dalla materia finalmente raggiunta, quando si arriva mentre tutto è già iniziato, e quella voce che pronuncia se stessa per la prima volta, si è certi di conoscerla in virtù del miraggio che, altrove, se ne è avuto.

Forse per questo l’esergo de L’infanzia dei nomi indica di porre attenzione soprattutto al linguaggio dei bambini, all’impressione, niente affatto elementare, di assenza di miti che lo contraddistingue, se non quelli che sono impartiti loro quando attraverso il mito, gli adulti imbastiscono la storia dell’avvicendarsi delle cose visibili e invisibili. In ogni caso, scrive Rosa Pierno su L’infanzia dei nomi “che siano bambini o sogni, plurime apparenze o idee proiettate, non importa al lettore instradato da Giorgio Bonacini su un percorso che ha quasi la forza di una rivelazione non comunicabile”[3]

Infatti fin da L’edificio deserto[4] si avverte la necessità, da parte del poeta, di un’enunciazione individuale ma derubricata dalla soggettività, che accetta il rischio di non essere compresa nel suo volersi rivolgere comunque al logos dominante. È così che quel “noi”, che scandisce tutto lo svolgimento de L’infanzia dei nomi, inizia lettrici e lettori a un tipo di esplorazione la quale procede per digressioni che non qualificano nulla, pur enunciando un cifrario che ha la stessa attendibilità del sillabario di certezze in uso. Il sintagma amoroso che consente a quel frammento di contenere questa ricaduta infantile, già veniva espressa da Bonacini ne L’edificio deserto:

Calore – inattuabile/ luogo di inverificabili amori,/ logologia esaustiva assurda/ poiché non predisposta in avvenire

L’unica assunzione di realtà possibile, può avvenire nel ricordo del presente, scriveva Bonacini in quel suo libro: le cose che apparentemente si stanno compiendo adesso, sono altre da quelle che la memoria può tentare di riassumere in questo momento. Precisa Flavio Ermini nella postfazione dell’ultima edizione di Teneri Acerbi[5] “Nel pensiero poetico (…) è esattamente la separatezza a fare problema”. Una separatezza da punto a punto del percorso che non tende verso raggiungimenti ma piuttosto si compie nella copertura ritmica del tempo, manifestata da un’oscillazione più significativa di qualsiasi approdo. Allora può accadere che l’infanzia sia un luogo che si raggiunga da reduci, come una nudità di ritorno, un ritrovamento perinatale, il recupero di un sé tutt’uno col materno, un sé preesistenziale che conserva intatta la pluralità del possibile e si manifesta in tutta la sua integrità conchiusa e perenne, talvolta sottacendo, talvolta sovrintendendo ogni sceneggiatura e ambientazione di poi.

L’obiettivo di Bonacini è l’individuazione di un’urgenza rivolta alla parola ancora non conquistata, che dilata in intensità fini a se stesse. Intensità pregresse che nonostante manifestino la necessità di esprimersi, sviano il vaglio dello sguardo che già si pone nella postura algebrica che calcola ciò che è visibile e ciò che non lo è. È questo il necessario ritorno cui conduce L’infanzia dei nomi: cosa potrebbe accadere dopo e di più importante, rispetto a questa intensità intatta e sottratta all’offesa della nomina? Se non una lunga e inutile partita secondo l’avvicendarsi egemone del marchio e del possesso?

Bonacini cerca l’intensità prima che si indebiti e diventi linguaggio: è un lavoro mnemonico rischiosissimo di cui L’infanzia dei nomi mostra l’ossimoro smagliante nel suo comporsi entro una mappa a ritroso. La mappa di una voluta retrocessione compartecipe ma solo perché avvinta dalla necessità della propria stessa individuazione. Il viaggio in un a posteriori che progressivamente scolora, allo stesso modo che scolorano tutti gli orizzonti davvero avvicinati anche solo di un passo.

A leggerlo come un racconto, L’infanzia dei nomi, ci si accorge che tutto ha inizio con una rivelazione: se allora li avessimo guardati veramente, tutti i nomi non ancora pronunciati, avremmo potuto vederli prima che sparissero, riprodotti nella loro solitudine infantile, suggellati in similitudini cieche, provenienti da quell’ignoto-prima-di-saperne che articola la saggezza suprema e perduta dei bambini. L’infanzia schiude il regno della separatezza in cui lasciati, adagiati, compresi nei loro segreti i nomi minuscoli mantengono per sempre la stessa inviolabilità dei corpi minuscoli, e i nomi come i corpi restano perennemente irrorati dal candore niveo del loro primo sangue.

Tuttavia esserci allorché essi c’erano, non è stato possibile se non che esserci solo ora, attraverso il mito ritardatario della loro storia che certo non può essere del tutto loro, in quanto siamo noi a raccontarla. E solo dopo che li abbiamo irrimediabilmente persi:

Se avessimo capito – se solo/avessimo ascoltato i loro soffi/i mormorii, tutti i dolori tra le cose/anche dormire, anche restare/accartocciati in scricchiolii/avrebbe dato all’emozione/un segno vivo, un’altra traccia/un senso vero di attenzione.

E soprattutto quel nome che sarebbe stato importante ricordare più di ogni altro, si è lasciato dimenticare nella fugacità della sua stessa crescita, ingannato da un segmento di tempo ben teso tra età e età, costretto a un indirizzo frontale, quando per garantirgli la sopravvivenza sarebbe bastato molto meno:

Ma per muovere quell’unico/congegno avremmo usato poco/più di un occhio solo – un colpo/breve, nitido, addestrato/a catturare nella notte le paure/e i vuoti al petto, i sogni brevi/che costringono a gelare ogni/pensiero, al sonno di un ricordo/nella gola, e l’istinto tra le dita.

In effetti sarebbe bastato poco perché quel nome sopravvissuto e rafforzato dall’essere pronunciato nella sua esattezza, fosse venuto in aiuto piuttosto che essere soccorso, portando una dote molto più risolutiva di un’allusione entro il teatro di fantasia delle nostre convinzioni. Quel nome e soltanto quello, avrebbe soccorso la folla di tutti quei nomi orfani così cupi, così chiusi e ammutoliti incapaci di essere nutriti da un qualche vero dissenso perché proprio lì anche/un piccolo e indicibile ronzio sarebbe/nato a fiato morto – senza voce.

Infatti non è sopravvissuto quasi nulla a quello che sembra soprattutto uno sperpero. E quasi nulla sarebbe risultato superstite, se anche fosse accaduto che la cronaca del venire e dell’andarsene di quel nome, avesse coinciso con l’attenzione millimetrica di un autentico rispecchiamento e con il tempismo inaudito con cui l’intermittenza affonda nel tempo più di quanto affondi il divenire. Non è dunque accaduto nulla di salvifico, il tempo in ogni caso non risarcisce nessuno e quello che rimane del nostro vero nome è poca cosa oltre l’orizzonte disatteso dell’attenzione adulta:

una strana/sorpresa fuggita dal corpo/e lasciata da sola a cantare/a concedere un dono, a lasciarci/guardare e finalmente a provare/una fame di consolazioni, ignota/e sensibile, stretta al suo mondo/o in un legno d’appoggio avvitata.

13.
E non avremmo chiesto nulla
non ci saremmo chiesti niente
se non fossimo inciampati
se l’aggressione che li avrebbe
portati a svaporare non fosse
stata l’unica emozione, quella
stessa differenza dentro l’ombra
di una scienza o il vecchio amore
senza ritmo, senza frasi, in sordità.
Allora non sarebbero potuti
riapparire, né svanire o ritornare
in questo luogo come foglie
appese a poco – fortunatamente
inesorabili in quel poco.

14.
Se tutta quella forza e quelle
immagini, il teatro in fantasia
delle nostre convinzioni sulla
scena, non ci avessero ingannato
non sarebbero rimasti così cupi
così chiusi e ammutoliti non
avrebbero taciuto il loro sibilo
attenuato fortemente quel fruscio
dando un oscuro sentimento
al senso d’arte, a quel dettaglio.
Non avremmo più potuto alimentarci
nel dissenso, perché lì anche
un piccolo e indicibile ronzio sarebbe
nato a fiato morto – senza voce.

 

Bibliografia di Giorgio Bonacini

Non distruggete l’immondizia Correggio, Edizioni Gabiot, 1976; Teneri acerbi con una nota critica di Giuliano Gramigna, Verona, Anterem Edizioni, 1988 (Premio Lorenzo Montano); L’edificio deserto con una nota critica di Niva Lorenzini, Bologna, Edizioni di Parol, 1990; Sotto la luna con Giovanni Infelìse, Bologna, Book Editore, 1991; Il limite con una nota critica di Lucio Vetri, Bologna, Book Editore, 1993; Falle farfalle con disegni di Alberta Pellacani, Verona, Anterem Edizioni, 1998; Quattro metafore ingenue, Lecce, Manni Editore, 2005; Sequenze di vento con prefazione di Mara Cini  e postfazione di Marco Ercolani, Le Voci della luna, 2011; Teneri Acerbi 53 poesie, con prefazione di Flavio Ermini, Anterem 2014; I segni e la polvere. 52 poesie distrattamente felici per Arcipelago Itaca nel 2020.

[1] Il testo integrale http://www.poesia2punto0.com/2015/03/22/inediti-n-24-giorgio-bonacini/
[2] La natura incerta del suono testo pubblicato su Anterem 88 http://www.anteremedizioni.it/numero_88_giugno_2014
[3] http://rosapierno.blogspot.it/2015/11/giorgio-bonacini-infanzia-dei-nomi-e.html
[4] https://rebstein.wordpress.com/2009/10/17/ritmi-dinsonnia-di-giorgio-bonacini/
[5] http://www.anteremedizioni.it/teneri_acerbi_di_giorgio_bonacini

2. Letter to the one true love testo Alessandra Cianelli traduzione e voce Sarah Waring

Contemporanea podcast la seconda parte del testo di Mourning the Dead Fish di Alessandra Cianelli. Letter to the one true love edito da TraverzBooks è tradotto da Sarah Waring che ne è anche la voce narrante.

il testo http://www.alessandracianelli.com/
l’editrice https://www.traverzbooks.net/
il progetto https://fondopoesiacontemporanea.wordpress.com/

Ringrazio infinitamente le meravigliose compagne di questa avventura

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1. Notes for an interview with the mermaid

Oggi per Contemporanea podcast la prima parte del testo di Mourning the Dead Fish di Alessandra Cianelli. Notes for an interview with the mermaid edito da TraverzBooks è tradotto da Sarah Waring che ne è anche la voce narrante.

il testo http://www.alessandracianelli.com/
l’editrice https://www.traverzbooks.net/
il progetto https://fondopoesiacontemporanea.wordpress.com/

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2. Lettera all’unico grande amore testo e voce Alessandra Cianelli

Il 14 e 15 maggio saranno disponibili i due ascolti del testo di Alessandra Cianelli in lingua inglese attraverso la traduzione e la voce di Sarah Waring

Lettera all’unico grande amore  è la seconda e ultima parte de Il Compianto del pesce morto di Alessandra Cianelli. I diritti dell’opera legata al progetto sono di esclusiva proprietà di Alessandra Cianelli che cortesemente li ha resi disponibili per questa occasione (cianellialessandra@gmail.com). Questo secondo episodio è frutto di una collaborazione tra l’artista, Traverzbooks (https://www.traverzbooks.net/) e Contemporanea Podcast
il progetto https://vivianascarinci.blog/2021/05/06/per-lidia/

Ricevi la versione in italiano e in inglese del numero sette di Traverzine didicato a Il compianto del pesce morto di Alessandra Cianelli

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1. Appunti per un’intervista alla sirena voce e testo Alessandra Cianelli

il 9 aprile la seconda parte

Appunti per un’intervista alla sirena è la prima parte de Il Compianto del pesce morto di Alessandra Cianelli. I diritti dell’opera legata al progetto sono di esclusiva proprietà di Alessandra Cianelli che cortesemente li ha resi disponibili per questa occasione (cianellialessandra@gmail.com). Questo primo episodio è frutto di una collaborazione tra l’artista, Traverzbooks (https://www.traverzbooks.net/) e Contemporanea Podcast
il progetto https://vivianascarinci.blog/2021/05/06/per-lidia/

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Per Lidia

“L’arte è artificio, per definizione antitetica alla natura, ma niente è naturale nel senso consueto che si attribuisce a questa parola”. Lidia Curti, Femminismi Futuri

Il compianto del pesce morto. Alessandra Cianelli

da un’idea di Alessandra Cianelli, Viviana Scarinci, Sarah Waring
Introduzione di Viviana Scarinci

I futuri si costruiscono a partire da come scegliamo di vedere ciò che vediamo, scriveva qualche tempo fa Federica Timeo a proposito di un libro importante come Femminismi futuri. Teorie. Poetiche. Fabulazioni a cura di Lidia Curti, con Antonia Anna Ferrante Marina Vitale (Iacobelli, 2019). L’importanza di certi libri si comprende dalla misura in cui esercitano su lettrici e lettori un potere diverso da quello che il primo significato di questa parola suggerisce. I libri davvero importanti generano a loro volta imponderabilmente, dialogando con la nostra capacità di guardare e ascoltare, spostando di qualche grado il significato della parola potere da quello consueto di agente che incide in forma volitiva sulla realtà a quello sempiterno che vi si determina e insieme conduce altrimenti. Con il progetto “Il compianto del pesce morto. Alessandra Cianelli” abbiamo inteso illustrare nel metodo e nel merito il carattere di questa fuoriuscita dal consueto avvenuta su uno dei molti crocevia di quell’altrimenti. Altrimenti, come il senso meno consueto di intendere la natura può essere saturo di un futuro felicemente diverso. 

performare il tema

Il punto di partenza è un testo. In questo caso un testo di Alessandra Cianelli edito nella versione in italiano e inglese da Traverzbooks come settimo tipo delle sue pubblicazioni online e prodotto da Contemporanea podcast in quattro episodi: prima e seconda parte in italiano con introduzione di Viviana Scarinci, prima e seconda parte in inglese con chiusura di Sarah Waring. La voce narrante dei primi due episodi in italiano è quella dell’autrice, la voce narrante del terzo e del quarto episodio in inglese è di Sarah Waring. Nella prima parte del testo Appunti per una intervista alla Sirena siamo sulle tracce di Lei e il mood è quello del rimpianto per quella sua natura sempre veicolata dalla memoria che si lega altrimenti alla specie, allo spazio aereo e liquido e al tempo. Nella seconda parte Lettera all’unico grande amore l’evocazione è riuscita e Cianelli dà parole e voce alla sirena e al suo porsi a metà tra specie, iscrivendola nell’ossimoro Natura che questa figura di mezzo rappresenta.

supporti altri, (bi)linguismi e distribuzioni alternative  

Dunque un testo fruibile in versione bilingue proposto attraverso due pieghevoli digitali e quattro episodi audio. La natura dei supporti e di come si legano al tema del narrato e al tempo dilatato della fruizione, creano una non-linearità completamente dedita a questa performance e sono suggellati da un unico vincolo, quello collaborativo della gratuità. Anche attraverso la scelta e l’uso dei supporti a nostra disposizione abbiamo creduto di illustrare una circolarità creativa inedita a costo produttivo limitato, evocando anche fattualmente un circuito attivato appositamente per la produzione di una storia differente da quella risaputa e un narrato impegnato nella riproduzione artistica di un corpo femminile privo di qualifica, come appunto quello ibrido della sirena.

L’artista

Alessandra Cianelli vive e lavora a Napoli. Ricercatrice e artista indipendente, praticante culturale, incrocia mezzi e discipline diverse (film-video, disegno, fotografia, performance, radio, arte sonora, scrittura). Nel progetto Il paese delle terre d’Oltremare (2012-2021), focalizzato sull’ Archivio (coloniale) e sul complesso espositivo della Mostra (delle Terre) d’Oltremare nella città di Napoli, così come nell’investigazione sui processi di abbandono e/o scomparsa di comunità e culture rurali Dormitio Virginis/Wheat, seeds, culture, agriculture 2008-2018 Biological Archive, Biographical Archive 2010-2020, la ricerca si sviluppa all’intersezione tra pratiche della memoria privata (archivi biografici) e collettiva. È membro del Centro Studi Postcoloniali e di Genere, Università l’Orientale. Ha fondato dal 2014 l’Associazione culturale Dormire fondazione, residenza informale a Napoli per pensatori, ricercatori e visionari.

Partnership                                                                                                                                           

La molteplicità, il bilinguismo, l’aperiodicità, la gratuità e le modalità di distribuzione alternative di questa operazione culturale si sposano con gli intenti creativi e artistici della produzione editoriale di Traverzbooks e della produzione sonora dei podcast di Contemporanea che inizia con questo progetto a mettere a punto un orientamento ulteriore rispetto quello a cui il fondo librario si è ispirato per quasi dieci anni. Dall’inizio della pubblicazione di Traverzine (la rivista digitale sul cui numero settimo uscirà il testo di Alessandra Cianelli) la pandemia ha portato con sé limitazioni al viaggio senza precedenti. Il motivo portante della zine è legato a temi ambientali, alla poesia e agli interrogativi sollevati dalle diverse percezioni del viaggio d’affari, di svago o di migrazione. Dal punto di vista editoriale la zine è sempre disponibile in due versioni, una cartacea che viene scaricata e stampata gratuitamente e una versione digitale pronta per essere letta sullo schermo, ciò avviene separatamente  per entrambe le versioni, in italiano e in inglese, del testo editato. Dopo tutto questo tempo trascorso in isolamento, abbiamo bisogno ora più che mai di ripensare il viaggiare e di cogliere questo momento come un’occasione per ridefinire le nostre aspettative per il futuro.

Calendario della performance


7 maggio Il compianto del pesce morto, pubblicazione del testo  in italiano e inglese Traverzine 

8 maggio prima parte Appunti per una intervista alla Sirena Contemporanea podcast

9 maggio seconda parte Lettera all’unico grande amore Contemporanea podcast

14 maggio versione inglese Contemporanea podcast

15 maggio versione inglese Contemporanea podcast

Free Download del testo: https://www.traverzbooks.net/it/traverzine

Dove ascoltare i 4 episodi

Anche da

https://music.amazon.it/podcasts/6255aa0c-fea7-4b57-8bcb-46a6c53b8893/CONTEMPORANEA-Podcast

https://podcasts.google.com/feed/aHR0cHM6Ly93d3cuc3ByZWFrZXIuY29tL3Nob3cvNDg2NTg0Ny9lcGlzb2Rlcy9mZWVk

https://www.podomatic.com/podcasts/vivianascarinci

info Alessandra Cianelli

dormirefondazione@gmail.com cianellialessandra@gmail.com

Annina e la bibbia d’asfalto

Il secondo podcast è dedicato a una collaborazione di Contemporanea diciamo numero 0 con una rivista digitale. Si tratta della redazione di Bibbia d’asfalto che attraverso Stefania D’Elia e Vincenzo Lomanno mi ha chiesto di parlare di Annina tragicomica (formebrevi 2017) sul loro sito (qui trovate il testo del podcast e gli estratti selezionati frutto di questa collaborazione ). Sono in programma diverse collaborazioni di Contemporanea attraverso Spotify con artiste e artisti, scrittrici e scrittori, riviste digitali, siti, e poete e poeti che leggeranno estratti dai propri libri custoditi nel fondo librario. Sono grata a Stefania di avere avuto l’opportunità di parlare di Annina dopo qualche anno, era in qualche modo necessario farlo ora. Grazie infinite.

C’era una volta e poi non ci fu mai più

Contemporanea ricomincia con una favola

di Viviana Scarinci per Contemporanea Fondo Librario

C’era una volta e poi non ci fu mai più. Poi si fece notte improvvisamente e sopraggiunse dall’oggi al domani un evento più forte di tutto a chiuderci in casa, a rovesciare tutti i tavoli in cui stavamo vincendo e perdendo e per un po’ non c’è stato verso di articolare un bel niente. Non potendo uscire di casa, la vita si spostò tutta online. La vita dei nativi digitali e quella di chi ancora credeva ai padri e alla loro separazione del vivente in categorie normative. Nel frattempo c’era già stato chi si era fatto inghiottire dagli anfratti digitali dell’esistenza e poi si era fatto espellere, e digerito, inacidito, si era fatto rimangiare di nuovo. C’era chi alle origini lo aveva amato fin dentro i suoi anfratti allora esotici, quell’internet. C’era andato e tornato come di ritorno da una caccia in pieno paleolitico, con gli occhi allucinati eppure convinto che la realtà fosse quella dei corpi materiali di cui tutti avevamo già nostalgia ma lasciavamo indietro. E che comunque stavamo perdendo. E che comunque sempre più di rado interagivano tra loro, internet o no, pandemia o no. Insomma era un bel casino. Chiuse in casa, orbate dei voli delle libellule e degli avvoltoi, potevamo non accorgerci che una pandemia era orribilmente sopraggiunta per sterminare ma anche per risolvere un po’ di separatezze.

Un bel giorno infatti quando stavamo tornando a un regime di semi reclusione dato il problema pandemico dilagante, ci siamo accorte che ancora si trattava di separazioni, di due Italie, di due entità autonome e distinte ma ora in certi casi, realmente, le due Italie comunicavano. La pandemia era quindi vero che aveva dato un’accelerata inaspettata ai processi di digitalizzazione dell’economia relazionale, lavorativa e sociale, ovunque, stando a quello che dicevano i ben informati. Quindi anche nel bel mondo della cultura, della cultura orgogliosamente non mainstream. Quell’eldorado frequentatissimo a parole ma che quando ci andavi davvero, risultava spopolato peggio dei borghi terremotati dell’Appennino centrale, ora nei webinar e negli incontri online, traboccava di presenze e di interlocuzioni finalmente non impedite da distanze e costose percorrenze.

Il divieto di aggregazione per motivi sanitari aveva davvero avuto come conseguenza la promozione degli spazi culturali che divennero un’unica illimitata zona parageografica densamente popolata, socialmente evoluta in cui la virtualità era solo un dettaglio innominabile. Tuttavia non si poteva sapere se fosse un fenomeno che sarebbe durato giusto il tempo di fugare il senso di isolamento dovuto al trovarsi quasi tutti, di nuovo, in zona rossa. Eppure un mutamento fondamentale era avvenuto, quella regione che in tempo di pandemia solo il web poteva rendere bianca, era diventata motore e guida, detonazione e determinazione, come capitava quando nell’antichità si agiva nel mondo reale in preda al più sfrenato dei nostri sogni, ed incredibile a dirsi il sogno diventava realtà. Ora questo avverarsi del sogno senza muoverci da casa ammantava la virtualità di ogni sorta di attributo antiquato e filisteo. Cioè la virtualità era diventata un concetto vintage da dismettere e buonanotte.

Ma vi rendete conto che questa fu una vera figata, una tana libera tutti, anche per noi povere residuate belliche di guerre inventate tra reale e virtuale, e non per via di internet. L’Italia territoriale e quella cittadina, e anche non cittadina della kultura, quella desertica e disertata, a volte inevitabilmente condizionata da un fare cultura così dipendente dalla necessità di consenso, ecco tutto questo non sarebbe esistito mai più. Ormai tutto, tutte, tutti eravamo realmente connesse e contente di partecipare nell’unico luogo in cui era permesso l’assembramento. Collegate all’altra dimensione, quella virtuale che aveva smesso di chiamarsi virtuale allora diventammo tutte reali, anche noi assillate dalla nascita dal dubbio che la poesia ci avesse reso inesistenti, e non dico socialmente (vi ricordate Emily che diceva di essere nessuno? Ecco, dico quello). Dunque fu allora che iniziammo ad andarci piano con l’aggettivo “virtuale” perché ci accorgemmo che questo non sminuiva più l’effettività di ciò che accadeva nei contesti lavorativi, culturali, relazionali, sociali dato che per il momento quelli ci toccavano solo virtualmente, pardon, interagendo ‘realmente’ online.

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