Elena Ferrante e il genio di Napoli


le bambole napoletaneNe parliamo il 10  ottobre ” Napoli – profezia o rovina. Sulla sfida alla società civile
ore 14.30 – 15.30 Frankfurter Buchmesse, Salon, Halle 4.1.

Partecipanti: Maria Carmen Morese, Viviana Scarinci, moderazione: Luigi Reitani, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino. Con traduzione simultanea.

Il successo globale della tetralogia di Elena Ferrante ha posto la città di Napoli al centro dell’attenzione: seguendo lo sviluppo della terza città più grande d’Italia è possibile identificare i numerosi problemi della nostra società moderna e globalizzata. Si pone la questione della responsabilità politica, così come la questione della coesione sociale e della nostra umanità.

L’autrice napoletana Maria Carmen Morese, da molti anni direttrice del locale Goethe-Institut, che nel suo nuovo volume su Napoli (Luoghi del cuore: Napoli, Insel 2018) si dimostra esperta della città in tutte le sue sfaccettature, discute con Viviana Scarinci, che si è immersa nel mondo della città di Napoli con un saggio su Elena Ferrante. (Bambole napoletane. Un saggio sul mondo di Elena Ferrante, Launenweber 2018).

Nell’ambito del Weltempfang – Centro per la politica, la letteratura e la traduzione alla Fiera del Libro di Francoforte 2018.

L’ingresso alla Fiera del Libro è soggetto alle tariffe e alle regole stabilite dalla Fiera stessa: http://www.buchmesse.de/besuchen/privatbesucher/tickets

Francoforte 2018: Neapolitanische Puppen

Francoforte Fiera del Libro 2018, mercoledì 10 ottobre, dalle 14.30 alle 15.30: NAPOLI ( Neapel – Verheißung oder Verderben. Über die Herausforderung an die Zivilgesellschaft) con Maria Carmen Morese e Viviana Scarinci, modera Luigi Reitani, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino. Traduzione simultanea.

iculturaIl successo mondiale della tetralogia L’amica geniale di Elena Ferrante ha messo la città di Napoli al centro della scena internazionale e con essa i molteplici problemi della nostra società moderna e globalizzata. Maria Carmen Morese, direttore del Goethe-Institut di Napoli e autrice di Lieblingsorte: Neapel (Insel 2018)  e Viviana Scarinci, autrice di Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt Elena Ferrantes, (Launenweber 2018) ne parleranno nell’ambito del Weltempfang – Centro per la politica, letteratura e traduzione di Francoforte Fiera del Libro 2018. Frankfurter Buchmesse, Salon, Halle 4.1.


Dal momento che l’Italia sarà ospite d’onore al Salone del libro di Francoforte nel 2023, da quest’anno l’Istituto Italiano di Cultura arricchirà il programma con numerosi ospiti italiani. L’Istituto Italiano di Cultura di Colonia sarà affiancato dal Consolato Generale d’Italia a Francoforte, dall’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, dall’ENIT (Associazione Italiana per il Turismo), dall’AIE (Associazione degli Editori italiani), dall’Accademia Italiana della Cucina, dall’Italia Altrove e dal DIV (Associazione Tedesco-Italiana) Francoforte Piazza Italia (Pad. 5.0, C37) presenterà eventi letterari, culturali e turistici nell’area dello stand collettivo degli editori italiani e fuori dalla fiera.

su Internazionale del 6 luglio

Tra le cose che fanno piacere c’è la segnalazione di Giuliano Milani nell’ambito dell’articolo Attraverso Ferrante per Internazionale del 6/12 luglio in occasione dell’uscita del libro di Tiziana De Rogatis  Elena Ferrante. Parole chiave:

“Mentre la legione dei lettori di Elena Ferrante, in continua espansione, aspetta l’uscita della serie televisiva tratta dall’Amica geniale e insieme vagheggia la possibilità di poter leggere qualcosa di nuovo, si moltiplicano i saggi critici, come la monografia Elena Ferrante di Viviana Scarinci (pubblicata da Doppiozero e tradotta in tedesco) e la raccolta di articoli in inglese Reconfiguring margins (Palgrave McMillan) continua https://www.edizionieo.it/review/7953

Giuliano Milani


Per amore di precisione aggiungo che l’edizione tedesca del mio libro su Elena Ferrante è stata notevolmente ampliata e aggiornata rispetto all’ebook edito da Doppiozero  e che sto felicemente continuando il mio lavoro critico su Elena Ferrante

21 giugno alle 21 con LAPUTA

Silenzio vuoto e pieno, empatia e impoverimento delle relazioni, fumetto, poesia, traduzione e libri, tanti libri da raccontarci. Grazie a Laputa, grazie Paola Del Zoppo per tutte le bellissime ipotesi di condivisione da cui costruire un piccolo pezzo di strada comune. Giovedì 21 alle 21 con Luigi Bigio Cecchi, Pietro Del Vecchio, la partecipazione della Biblioteca comunale Bartolomea Orsini e il Patrocinio del comune di BraccianoLetti Di Notte. Vedi alla voce: relazioni. Le parole del silenzio“. “Il principio di crudeltà è la diminuzione dell’empatia: l’altro è disponibile per un solo uso, se ne può fare a meno, nessun filo ci unisce, i nostri destini non hanno nulla in comune. Vi è tutta una “programmazione neurobellica della bassa empatia” nelle nostre società. E la violenza è lo strumento chiave: lancia il messaggio imbarazzante per cui l’altro (donna, vecchio, migrante, povero, nero, dissidente) è un di più, si può eliminare.” Qui, un articolo di Amador Fernández-Savater che, partendo da un suggestivo testo dell’antropologa Rita Segato, connette la situazione politica con la ricerca dell’assenza di relazioni e l’annullamento e lo sminuimento di quelle esistenti. Su Comune-info https://comune-info.net/2018/06/la-distruzione-dellempatia/

LocLettiDiNotte

Idee esiliate e supporti materiali

Ostrakon, è stata allestita dal 24 marzo al 5 maggio 2018 negli spazi della galleria Cardelli e Fontana di Sarzana.  In occasione della mostra la rivista d’arte antica e contemporanea “Finestre sull’arte” ha pubblicato un articolo (firmato Federico Giannini e Ilaria Baratta) di estremo interesse che riguarda l’opera complessiva di Simone Pellegrini. Parte dell’articolo si riferisce ai libri istoriati che costituiscono un aspetto separato e distinto della produzione di Pellegrini. Poiché la questione del supporto di trasmissione e rielaborazione di un certo tipo di contenuti, è di mio particolare interesse in primo luogo come poeta,  di seguito propongo un estratto dell’articolo di Giannini Baratta che riporta un mio intervento scritto in occasione della mostra dei libri istoriati che si è tenuta nel 2011 presso il Fondo Librario di Poesia di Morlupo. In quell’ambito Pellegrini ha avuto modo di introdurre i presenti alla fruizione dei libri istoriati ed io ho avuto l’occasione di scrivere di questo aspetto peculiare della sua opera.

Sorrido pensando come tutto torna.  


Ostrakon, dunque, anche come “esilio” dell’idea sul supporto materiale.

“In mostra sono esposti anche i libri sui quali Simone Pellegrini traccia i suoi disegni. Quella del disegno sulle pagine dei libri è una pratica che l’artista da sempre frequenta, e gli permette di fissare su carta le prime idee per le sue composizioni di più grande respiro. I libri (Simone Pellegrini dimostra una particolare predilezione per la mistica, la religione, la poesia, la filosofia) generano idee, e le idee vengono subito fissate sulle loro stesse pagine, anche senza che ci sia un rimando diretto a quanto emerso dalla lettura: l’arte di Simone Pellegrini, sottolineava Viviana Scarinci, non ha debiti di riconoscenza nei confronti del libro, dacché l’artista “difende la purezza della sua visione” anche da quelle stesse pagine che spesso costituiscono le scaturigini del suo universo figurativo. Tuttavia non si potrebbe comprendere del tutto l’arte di Simone Pellegrini senza conoscere questi disegni che ci appaiono quasi istintivi, ma che in realtà sono frutto di meditate elaborazioni: perché l’immaginazione dell’artista è spesso stimolata dalle parole. Che altro non sono, se non segni loro stesse (un linguaggio, in tutto e per tutto simile a quello che l’artista cerca di creare per mezzo delle figure). Si tratta, peraltro, di prodotti profondamente diversi rispetto alle opere destinate a essere appese alle pareti. Perché in quei libri l’artista entra a contatto diretto col supporto”. Leggi tutto

 

Simone Pellegrini è nato ad Ancona nel 1972, attualmente vive e lavora a Bologna. Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Urbino nel 2000, ma espone le sue opere dal 1996. Dal 2003 collabora con la Galleria Cardelli e Fontana di Sarzana e, dal 2006, con la Galerie Hachmeister di Münster in Germania. Ha esposto in diverse mostre in contesti internazionali (tra questi, tre edizioni della Biennale di Venezia, nel 2015, nel 2013 e nel 2011, oltre a fiere di rilevanza mondiale e importanti mostre collettive) e ha tenuto personali in Italia e all’estero. Sue opere si trovano al MAMBo di Bologna, nella collezione permanente di Bologna Fiere, presso la Collezione Volker Feierabend di Francoforte sul Meno, nei Musei Civici di Monza, nelle raccolte di Palazzo Forti a Verona e in molte altre collezioni. È inoltre insegnante di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna.

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*Immagine in  primo piano: Simone Pellegrini, L’ordo degli incomparabili, dettaglio

Foejetong bambole napoletane

Le bambole napoletane iniziano a camminare sulle loro gambe. Lunga vita ai romanzi di Elena Ferrante


“Es sind noch viele weitere Aspekte die Scarincis Essay enorm spannend und lehrreich machen. Schade ist natürlich, dass uns (die, die wir kein italienisch sprechen) Scarinci weit voraus ist, was die Lektüre der Ferrante-Romane betrifft. Einige Aspekte und Details werden dadurch schwerer nachvollziehbar. Dennoch bietet „Neapolitanische Puppen“ eine wahnsinnig interessante Lektüre, die definitiv noch mehr Lust und Vorfreude auf die folgenden Übersetzungen der Ferrante-Romane macht, wovon letztendlich auch Suhrkamp profitieren wird.” https://foejetong.com/2018/05/07/affidamento-im-dialekt/

Emily Dickinson Il lavoro culturale

La faida familiare per i diritti sull’opera alla morte della poetessa. Il modo distorto con il quale fu orientata inizialmente la sua immagine pubblica. Una consapevolezza autoriale incrollabile. Esce oggi per “Il lavoro culturale” un mio articolo che vuole sottolineare l’attualità della figura di Emily Dickinson. Grazie alla redazione  per l’accuratezza e il rispetto dei miei contenuti.

Una visione inedita di Emily Dickinson


 

Bambole Napoletane a Lipsia

Fiera del libro di Lipsia 2018, Elena Ferrante, Istituto Italiano di Cultura e Neapolitanische Puppen da Launenweber

 

 

 

Neapolitanische Puppen da Launenweber

di Viviana Scarinci in lingua tedesca (trad. di Ingrid Ickler)

le bambole napoletaneQuando il romanzo d’esordio L’amore molesto di Elena Ferrante appare in Italia nel 1992, nessuna delle prime recensioni né delle prime interviste diedero un’idea della dimensione internazionale che il fenomeno letterario avrebbe acquistato in seguito. Da lì in poi e per quasi trent’anni, Elena Ferrante illuminerà gli aspetti meno frequentati di molti destini femminili inquadrati nel contesto storico e sociale nel suo Paese ma non solo.  Questo mio ritratto letterario di Elena Ferrante edito dalla Casa Editrice tedesca Launenweber nel mese di marzo 2018 illustra tra l’altro come Elena Ferrante sia stata accolta in Italia prima e diversamente dal resto del mondo. Un punto di partenza legato all’origine italiana del fenomeno, quindi, ma con lo sguardo già rivolto alle motivazioni della consacrazione internazionale di Elena Ferrante come una delle maggiori scrittrici italiane di sempre.


Università di Lipsia, Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana (CiCi) convegno annuale “Elena Ferrante –Genealogie e Archeologie del 20° secolo Lipsia il 4 e 5 novembre 2019. Con Uta Felten, Nicola Bardola e Olivia Santovetti.


Francoforte, 2018su Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante  (trad. di Ingrid Ickler) – Launenweber , aprile 2018

Un’interessantissima recensione a Bambole Napoletane nell’ambito di una pubblicazione riguardante le numerose autrici presenti alla Buchmesse 2018


Istituto Italiano di Cultura, programma Frankfurter Buchmesse 2018

Stand Istituto Italiano di CulturaFrancoforte 2018, con Morese, Reitani,Francoforte Fiera del Libro 2018, mercoledì 10 ottobredalle 14.30 alle 15.30NAPOLI ( Neapel – Verheißung oder Verderben. Über die Herausforderung an die Zivilgesellschaft) con Maria Carmen Morese e Viviana Scarinci, modera Luigi Reitani, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino. Traduzione simultanea. Il successo mondiale della tetralogia L’amica geniale di Elena Ferrante ha messo la città di Napoli al centro della scena internazionale e con essa i molteplici problemi della nostra società moderna e globalizzata. Maria Carmen Morese, direttore del Goethe-Institut di Napoli e autrice di Lieblingsorte: Neapel (Insel 2018) e Viviana Scarinci, autrice di Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt Elena Ferrantes, (Launenweber 2018) nell’ambito del Weltempfang – Centro per la politica, letteratura e traduzione di Francoforte Fiera del Libro 2018.

“Mentre la legione dei lettori di Elena Ferrante, in continua espansione, aspetta l’uscita della serie televisiva tratta dall’Amica geniale e insieme vagheggia la possibilità di poter leggere qualcosa di nuovo, si moltiplicano i saggi critici, come la monografia Elena Ferrante di Viviana Scarinci(pubblicata da Doppiozero e tradotta in tedesco) e la raccolta di articoli in inglese Reconfiguring margins (Palgrave McMillan) Vedi anche sul sito di e/o https://www.edizionieo.it/review/7953



Foejetong recensisce le bambole napoletane, giugno 2018

“Es sind noch viele weitere Aspekte die Scarincis Essay enorm spannend und lehrreich machen. Schade ist natürlich, dass uns (die, die wir kein italienisch sprechen) Scarinci weit voraus ist, was die Lektüre der Ferrante-Romane betrifft. Einige Aspekte und Details werden dadurch schwerer nachvollziehbar. Dennoch bietet „Neapolitanische Puppen“ eine wahnsinnig interessante Lektüre, die definitiv noch mehr Lust und Vorfreude auf die folgenden Übersetzungen der Ferrante-Romane macht, wovon letztendlich auch Suhrkamp profitieren wird.” https://foejetong.com/2018/05/07/affidamento-im-dialekt/

ferrante


Fiera del libro di Lipsia 2018, Elena Ferrante area Istituto Italiano di Cultura: Neapolitanische Puppen da Launenweber, giugno 2018 

Il privilegio della poesia

SAM_3362.JPGSabato 13 gennaio ha avuto luogo con successo, presso il polo Bibliotecario di Palazzo Venturi a Campagnano la presentazione di Annina tragicomica. L’evento  è stato curato da Anna Maria Curci e organizzato dall’Assessore alla Cultura del Comune di Campagnano Giovanna Mariani.

L’evento è stato possibile grazie alla sensibilità e l’ospitalità all’Amministrazione Comunale di Campagnano, e il ringraziamento che ho la necessità di esprimere anche in questa sede, non è retorico. Non è stato facile trovare una sede editoriale opportuna per la pubblicazione di un libro come Annina tragicomica che non appartiene a nessun genere letterario. E di conseguenza non è semplice trovare un luogo opportuno per la presentazione di un libro sui generis come Annina. Il fatto che questa opportunità sia stata offerta da contesti istituzionali e semi istituzionali, come nel caso di Campagnano, e delle presentazioni del libro avvenute in precedenza a L’Aquila e Caltanissetta, va sottolineato come un dato civico estremamente positivo.

Annina tragicomica come libro, nasce ed esiste perché si fonda su logiche estranee a quelle commerciali fin da quando, in modo del tutto inaspettato da parte mia, è stato pubblicato da Formebrevi. In effetti con le stesse finalità non commerciali attraverso le quali l’etichetta discografica ARK Records, rese possibile nel 2014, l’uscita del CD La favola di Lilith.

Formebrevi è  un’associazione culturale, impegnata in un progetto editoriale no profit, attraverso il quale sono stati pubblicati libri con caratteristiche estremamente differenti tra loro ma tutti orientati verso un modo di intendere la scrittura come qualcosa di non conforme a quelle che sono le linee guida relative alla commerciabilità del libro come prodotto.

Ciò anche e soprattutto intendendo il libro come oggetto d’arte, ad esempio nel caso di Annina tragicomica la pittrice Klaudia Jaworska, autrice dell’immagine di copertina, ha collaborato direttamente alla produzione editoriale del libro.

I libri Formebrevi, quindi, sono scelti e trattati con estrema cura dall’editore che non richiede alcun contributo agli autori. I proventi della vendita dei libri editi serviranno a finanziare la pubblicazione dei libri che lo saranno successivamente.

L’ associativismo e le Istituzioni in questo senso ricoprono un ruolo fondamentale per restituire luogo a certe realtà culturali, ma anche sociali, le cui logiche sono naturalmente estranee alle dinamiche di massa, le quali dinamiche puntano spesso alla spersonalizzazione dei contesti e dei contenuti ponendo a scusa la non immediatezza della fruibilità di quanto, di creativo e interessante, si manifesti sulla base di presupposti differenti rispetto a quelli noti. 

L’attenzione alle esigenze delle comunità reali passa anche attraverso la promozione di un linguaggio performativo che ha luogo nelle dinamiche di un certo modo di intendere l’evento culturale legato all’arte intesa come unicità e originalità dei contenuti. Ciò significa riconosce pubblicamente e collettivamente la poesia come esigenza dell’umano. Questo è qualcosa, che posso testimoniarlo, fa bene a tutti quelli che ne vengono anche solo sfiorati.

Le foto dell’incontro di oggi 13 gennaio!

Grazie a Anna Maria Curci e all’Assessore Giovanna Mariani per aver realizzato una presentazione di Annina tragicomica bellissima. Grazie la Comune di Campagnano per l’ospitalità e l’organizzazione perfetta. E grazie soprattutto a Formebrevi per aver pubblicato Annina contro ogni logica commerciale, dimostrando che si può fare e funziona!

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Elena Ferrante Ebook

Elena Ferrante copertina
saggistica

Elena Ferrante eBook. Chi è Elena Ferrante? Una donna? Un uomo? Un gruppo di scrittori che da oltre un ventennio pubblicano a turno, o collaborando insieme , con questo pseudonimo? O una scrittrice capace di rovesciare come un guanto i propri temi per renderli attualissimi, nel metodo e nel merito?

Un caso non solo letterario che da italiano è ora diventato, con clamore e consensi, internazionale. Doppiozero presenta la prima monografia sulla sua opera, scritta in modo insieme leggibilissimo e approfondito da Viviana Scarinci

saggistica, Starter, anno: 2014
isbn: 9788897685425
prezzo: €3,00
Categoria: Arte

Copia elettronica: PDF e ePub acquista qui 


Febbraio 2015, di Anna Maria Crispino da Leggendaria 109

Nel turbinio di recensioni sulle pagine e inserti culturali dei maggiori quotidiani inglesi e americani uscite in occasione della pubblicazione del terzo volume della quadrilogia de L’amica geniale in inglese (definiti Neapolitan Novels, si veda la rassegna stampa sul sito americano dell’editore http://www.europaeditions.com), esce la monografia di Viviana Scarinci, che ha il grande merito sistematizzarne l’opera complessiva e rintracciare i temi interni nel farsi di una narrazione che parte da (L’amore molesto) (1992) per arrivare al quarto volume della storia di Lila e Lenù. Se, per fortuna, sulla stampa internazionale si riscontra una minore ossessione sulla questione “chi è Elena Ferrante?” – e si entra invece nel merito della scrittura e della rappresentazione di una straordinaria amicizia femminile come chiave per raccontare l’ultimo mezzo secolo di storia italiana – Scarinci prende il toro per le corna e parte proprio dalla “invisibilità” dell’autrice per collegarla però alle tematiche più profonde della sua narrativa: ”In mancanza di dati biografici il percorso di Elena Ferrante può essere sommariamente ricostruito attraverso la sua bibliografia”. E subito dopo, entrando pienamente nel merito: “Scomparse o tentativi di cancellazione di tutta un’esistenza, micidiali isolamenti, tormentati rapporti madre figlia, incursioni dell’eros nella vita pubblica e privata, genialità proprie e delle amiche, “sororanze” deleterie e ambivalenti sono alcuni dei temi principali, ma anche segni descrittivi estremamente persistenti per mezzo dei quali l’autrice rende riconoscibile a chi legge un mondo tutto al femminile nient’affatto risaputo. Lontano dall’essere sviluppati secondo un discorso lineare, questi segni sono disseminati di romanzo in romanzo, come fossero oggetti di scena che suggeriscano alle lettrici e ai lettori soprattutto quello che resta di non detto rispetto a ogni fatto e personaggio che l’autrice in un primo momento dispone regolarmente su una scacchiera” (p.2). D’altronde, l’intero saggio di Viviana Scarinci si articola sull’originalità di una scrittura che fa del non detto e non dicibile la sua chiave di volta: “Per Elena Ferrante l’illustrazione dei pensieri irriferibili è un metodo. Con questa modalità l’autrice orchestra la sintassi di molte esistenze che, attraverso la singolarità della loro vicenda, dimostrano l’indicibilità da segreto possa farsi vita e condivisione” (p.49). Dividendo la produzione di Ferrante in due “cicli” – Il primo comprendente L’amore molesto, I giorni dell’abbandono, La figlia oscura e il secondo i quattro volumi dell’Amica geniale – Scarinci segue le tracce di alcune parole-categorie che sono altrettanti fili rossi che percorrono – espliciti o sottotraccia – l’intero arco: “molestia”, “isolamento”, e la maternità non idealizzata. E una “condizione”, quella dell’ambivalenza (vedi Leggendaria n.103/2014 e 108/2014): che c’è sin dall’inizio – ed è ciò che consente a Ferrante di mettere in scena con tanta potenza le sue personagge – ma – “ Nelle pagine de La figlia oscura finalmente deciso che l’ambivalenza sia una condizione da accettare”. Il che porta chi legge ad assorbire una modalità di narrazione ( e di ascolto) in cui quella “sospensione dell’incredulità” che è tipica della letteratura diventa anche ciò che “governa (…) la vita quotidiana” (p. 35). Quella delle protagoniste ma anche la nostra.

La favola di Lilith, libro e CD ARK Records

un concerto, un CD, un libro di poesia …


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LA FAVOLA DI LILITH

un’opera in due atti
di edo notarloberti e viviana scarinci
Libro e CD


La prima edizione comprende il CD e un libro di 24 pagine
per una tiratura limitata di 500 copie
PREZZO DI COPERTINA: 15,00 euro

ordini: info@arkrecors.net e su Amazon

la favola di lilith
poesia

La favola di Lilith è un’opera musicale suddivisa in due atti e nata nell’ambito del Fondo Librario di Poesia Contemporanea di Morlupo, dall’incontro di due linguaggi artistici diversi e insieme profondamente affini, quello della musica e quello della poesia. Il compositore edo notarloberti e la poetessa viviana scarinci, hanno accettato di confrontarsi attraverso un vero e proprio work in progress, la cui profonda vocazione interculturale viene pienamente rappresentata dal tema costituito dalla figura di Lilith. Il progetto è diventato un’opera musicale e un libro edito in versione bilingue da ARK Records e presentato in anteprima europea in Germania nell’ambito del Wave Gotik Treffen Lispia 2014.

L’opera
Lilith è un personaggio della mitologia ebraica e prima ancora di quella babilonese. È un diavolo femmina ma risulta anche essere la donna esistita prima di Eva, colei che fu creata spaccando in due la prima creatura umana che era duplice, come Ermafrodito. La favola di Lilith tuttavia non nasce dall’intento artistico di mettere in scena la rielaborazione narrativa di una storia nota ma da una riflessione che vuole accomunarsi all’attualità, attraverso gli strumenti della musica e della poesia contemporanea. Il violino di edo notarloberti cavalca l’onda delle parole di viviana scarinci sintetizzando i percorsi pregressi delle esperienze passate (vedi Argine e Ashram) proiettandoli in una direzione ancora più essenziale in quanto affrancata dalla schematica forma canzone che da un lato garantisce integrità formale, dall’altro limita il fluire liquido delle note che come le parole, in quest’opera intensa, sono alla ricerca di una verità essenziale attraverso una dimensione sonora assolutamente acustica, neoclassica.


CRITICA E RECENSIONI

Luglio 2015,  su Il Segnale 101 una recensione di M.T.

Con il sottotitolo di “due atti di Viviana Scarinci e Edo Notarloberti” viene distribuita La favola di Lilith, poema sonoro recitato su base di archi e pianoforte e inciso su un cd. Ci si trova dunque di fronte ad una poesia che recupera la dimensione non solo della vocalità, e dell’oralità, ma anche quella della performance, o meglio della irripetibilità performativa, che non consente la tradizionale lettura e rilettura a cui la poesia lineare da sempre ci ha abituati.
Tuttavia i significati del testo, pur nella versione con sottofondo musicale, non sfuggono alla decifrazione, magari nella solita sfumatura e incertezza dell’enigma, che la poesia, come arte votata al simbolico, inevitabilmente si trascina dietro. La favola di Lilith si mostra così, ad un ascolto attento, come la vicenda etica e intellettuale di un’anima e dei suoi tentativi di comprensione di tutto un mondo di relazioni. E’ la parola che interroga l’universo, e offre come risposta l’intreccio tra suoni della musica e suoni del linguaggio. Da questo punto di vista le melodie e le armonie musicali divengono speculari e simboliche rispetto alle armonie della voce, ma anche, semanticamente, rispetto alle armonie e alle empatie a cui i rapporti interpersonali cercano disperatamente di dar vita. Nella favola di Lilith, infatti, pianoforte e archi entrano in simbiosi con le parole, una simbiosi evidentemente cercata, e alla fine perfettamente ottenuta. La recitazione, in sé quasi monotona, volutamente neutra nell’intonazione, dà rilievo al ritmo e alla forza semantica dei versi, e consente alle parole quasi di spogliarsi per rivestirsi appunto di musica. In questo modo si crea una unione unica tra i suoni, quelli degli strumenti e quelli della poesia. Certo, si tratta di una poesia dimezzata, una poesia che rinuncia sia alla ripetibilità del foglio bianco sia alle tonalità del parlato, e si ricompone in una lingua univoca, densa di contenuti complessi, ma per assurdo priva di cantabilità a causa della sottrazione di accenti e fenomeni tonici. Tuttavia, come detto, questo spogliarsi di tonalità si traduce in un rivestirsi di altra melodia, di altra armonia, quella appunto suadente della musica, che da sottofondo diviene protagonista, quasi si trasforma a sua volta in parola. In realtà le coloriture romantiche ed emotive non sono solo quelle della composizione sonora, ma anche le parole, proprio nel loro essere controcanto al canto musicale, divengono esteticamente belle e attraenti, nonostante gli sforzi indubitabili della voce recitante di restare in una specie di anonimato interpretativo, quasi per evitare le intonazioni e le forzature di una resa da attore e da interprete vocale.
Si prenda ad esempio la traccia due, dove l’attacco determinato dalla pregnanza semantica del termine “placenta” è sottolineato da un singulto di archi davvero notevole, capace di dare vita ad una espressione raddoppiata, potenziata dall’alleanza fra le due forme d’arte. E’ così anche nella traccia 25, dove la voce recita “Non subito cielo amore” e la malinconia, rimarcata dalla musica, può finalmente liberarsi senza finte retoriche.
Musica e voce danno vita così ad una danza che coinvolge l’ascoltatore, gli fa comprendere un super-significato, denso di segnali emotivi. Quello che si riesce a cogliere, anche nella fuggevolezza delle parole recitate, è il tentativo, ma si potrebbe dire destino, di comprendere le cose e gli esseri, di determinarne giudizi; anche se le cose si fanno spesso ombra e frenano, sembrano bloccare le soluzioni, in realtà una verità è possibile rinvenirla, essa è nella “mescita di nascita e morte”. Parole, isole di contenuto che rimangono nella memoria dell’ascoltatore, commentata da una musica bellissima, coinvolgente come forse le parole non sanno essere. Però le parole di questo poema riescono a fare di più della musica, riescono a dire anche il senso della musica. E’ il senso è in un dolore testardo che si percepisce dietro l’alternarsi dei versi detti, un dolore che alla fine la meravigliosa mescolanza di voce e note riesce a dileguare. Insomma un esperimento più che riuscito questo della favola di Llith, che dimostra la necessità per la poesia contemporanea di cercare altre vie oltre quella della parola.

Luglio 2015,  su Poesia 2.0 una recensione di Loredana Magazzeni

La favola di Lilith, edita da ARK Records, con testo inglese a fronte, nella traduzione di Natalia Nebel, presentata nel 2014 in anteprima europea occasione del festival internazionale musicale di Lipsia, è un poema musicale in versi, su testi di Viviana Scarinci e musiche del compositore Edo Notarloberti. Il poema, che riprende e dà voce a nuclei tematici forti già presenti nella poesia di Viviana, come il rapporto col femminile, la conoscenza di sé e il tempo, si presenta nutrito di un “sentire tattile”, come scrive Giorgio Bonacini in margine a Piccole estensioni, raccolta vincitrice del premio Montano 2014. Un sentire sinestesico dunque, tattile e visionario, in cui la musica si addensa attorno all’andamento “poematico”, tipico della migliore parte della poesia femminile del Novecento (Rosselli, Vicinelli), che attraversa e rilegge l’esperienza e la coscienza. Il poema è diviso in due atti: il primo in cui Lilith torna da uno stato di lutto ottundente o dalla regione vita/morte del mito. E il secondo atto, al cui inizio, con un monologo, Lilith si rivolge a Dio (di cui secondo una credenza dell’ebraismo è stata amante), e che prosegue con un dialogo tra Lilith ed Er, il personaggio del mito platonico cui è stato dato modo di andare e tornare dalla morte. Così come Lilith è creatura di confine tra visibile e invisibile, porta di ogni ambiguità, Er, che conosce vita e morte diviene il “vedente” per antonomasia, restando pur sempre uomo. Come insegna Ida Travi, in Poetica del basso continuo, poeta che accosto a questo esito poetico di Viviana Scarinci, scrivere poesia oggi è cercare un varco continuo, non una verità ma una delle verità possibili fra noi e “lo spiazzo millenario nel quale irrompono le civiltà che forse dormono”. Dichiaro di voler leggere eventuali successive raccolte pubblicate dall’autore per seguirne la futura scrittura, riferendone in questa rubrica.

Marzo 2015,  su Darkroom una recensione di Ferruccio Filippi

Quanto è difficile recensire un’opera come questa… Difficile perché “La Favola di Lilith” è un qualcosa che sta a metà fra una composizione neoclassica e il reading poetico. È conveniente forse partire proprio dalla parte lirica per capire il lavoro. Lilith è considerata la donna che venne prima di Eva, e quindi, per certi versi, lo spirito della donna, al di là del tempo e dello spazio. La poetessa Viviana Scarinci costruisce un possente corpus poetico intorno a questo concetto, a questo voler rappresentare la femminilità stessa nella sua duplice natura, divina e terrena, nella sua potenza e nella sua fragilità. Il linguaggio è complesso e raffinato senza essere didascalico o dottrinale, e possiede un ritmo che lo rende sempre vivo e interessante. La cosa si sarebbe potuta fermare alla realizzazione di un poema sul femminino eterno ma, e qui sta l’originalità, si è deciso di far sposare quelle parole con la musica. Per questo non ci poteva essere autore migliore di Edo Notarloberti (già con Argine, Ashram e Corde Oblique), anima fra le più sensibili dell’odierna scena musicale italiana. Una composizione per archi ora drammatica, ora onirica, ora sperimentale che accompagna e dà il mood giusto a tutta l’opera. Non a caso il testo è recitato dalla Scarinci in maniera quasi atonale, senza espressione, per dare alla musica il compito di trasmettere ed enfatizzare l’emozione di tutto il lavoro. “La Favola Di Lilith” è un opera difficile e coraggiosa che merita ascolti e letture approfondite.

Febbraio 2015,  su Rock Impressions

Progetto piuttosto ambizioso e culturalmente pregno quello condiviso dalla poetessa Viviana Scarinci e dal violinista Edo Notarloberti. La Scarinci ha vinto nella sezione Scrivere i Colori del Premio Grinzane Cavour ed ha pubblicato una manciata di testi. Edo è un musicista coinvolto in diversi progetti, come Ashram, Corde Oblique, bellissimo il suo disco solista edito sempre dalla Ark. I due hanno condiviso questa avventura artistica, con l’intento di unire musica e poesia, con uno stile spoken words a tinte neoclassiche, musica da camera se volete. Non è un episodio del tutto isolato, ma desta sempre un certo stupore trovarsi di fronte ad un’opera così complessa, nella sua apparente semplicità. Ai due si aggiunge anche il contributo della pianista Martina Mollo.

Ci sono delle tradizioni, in particolare ebraiche, per cui la prima moglie di Adamo non fu Eva, bensì Lilith, questa, pare, non volle sottomettersi ad Adamo e venne quindi scacciata dall’Eden. Poi in altre tradizioni è stata anche considerata un demone (o tale è divenuta a seguito dell’allontanamento dall’Eden), per diventare più tardi simbolo per la rivoluzione femminista, insomma un personaggio pieno di richiami e riferimenti, tra l’esoterico e la modernità. Onestamente non ho colto in quest’opera dei riferimenti precisi alle tradizioni di cui ho accennato, i versi della Scarinci sono piuttosto ermetici e ricchi di cenni colti, per cui non è facile comprendere appieno il significato:

“Se all’assemblea delle forme
i corpi si dimettono
io il tuo ordito sboccio
fiore di questo dolo”

non manca la suggestione nella forza delle parole, però il senso spesso sfugge. Discorso a parte per le musiche, che sembrano improvvisate sul declamare dei versi, Edo mette in campo esperienza e gusto, dimostrandosi raffinato e passionale al tempo stesso. Viviana declama i suoi versi con trasporto, anche se a volte la sua voce appare distaccata e quasi asettica, con una cadenza poco armonica. Francamente ho faticato ad entrare nel senso del testo, che richiede un’attenzione molto elevata, tale da cannibalizzare le musiche, difficile concentrarsi sulle seconde se si vuole approfondire l’opera poetica.

Per questo il mio giudizio resta sospeso, pur riconoscendo che l’opera possiede un certo fascino.

Settembre 2014, su theregionofunlikeness – UNA RECENSIONE DI PAOLO FICHERA

Lilith è un nome,
che scrive nel proprio nome la donna che parla di lei, che è lei.

La voce si impone fin dai primi versi precisa, salmodiante, incalzante come una litania. Comandamenti: bruciare, trovare, resistere e studiare il buio. E il buio è il luogo della propria genesi attesa, il sapere che la convergenza dell’acqua al buio è possibile, ma soltanto per chi, e non per lei, si è perfezionato nella distanza che scinde una persona in due.

È la constatazione che oltre la dualità apparente, esiste un varco aperto come una ferita in cui curare è precipitare per raffinare le mani e la percezione, oltre le mani di un uomo invocato o desiderato, la cui pelle toccata priva il corpo della mano che tocca, come la notte tocca la sua ombra e la ingloba senza possederla. E pare che il desiderio e la mancanza di Diotima qui non abbiamo luogo. Non vi è neanche la finzione della mancanza o del desiderio. La pelle è l’unica forma del giorno che appare nella notte. Nulla manca perché a mancare è la stessa Donna che parla e che scrive la sua mancanza nella voce che si avvera, dando al presente l’instancabilità del senso che non si compie.

L’amore erompe, perché non c’è attrito che possa essere negato. Un amore che non si dà in atti espansi oltre il proprio pensiero. C’è qualcosa, nell’amore, che rende questa donna un’estensione nelle cose, ma non per negare né per affermare perché “non esiste parola/per cui si cerchi più/di un bisogno ammutolito”. La presenza, si afferma, sempre e comunque, perché è, nell’istante di sapersi e di eclissarsi in quell’attimo che ha la coerenza perduta e manifesta che attende chi sa di non poter toccare la mole enorme di un’esistenza che si stende oltre se stessi.

Il nodo disciolto non esprime la vita, resta quel che non deve apparire. L’incessante risvegliarsi che torna non compiuto. La litania non cessa, i Se si susseguono: l’ustione della doglia, l’arsura, la fitta sono chiamate, avocate, elette a ipotesi di una mutazione che appunto perché invocata non può avere altro corso che nell’invocazione e non in qualche atto manifesto di cambiamento. La lotta è nell’immobilità di fronte al proprio Dio a cui si annuncia che l’inevitabilità dell’atto al suo interno manca, come chi chiama pur non volendo risposta.

L’intensità non rinuncia a nulla, resta immobile a fissare quanto le asperità del bianco intorno e il suo corollario di forme rinuncino a Lei. L’anima non ha volto, perché il volto è una maschera, l’ambizione suprema è quella di non esserci, come la constatazione di un’attesa a cui non si può rinunciare. Il luogo che si abita è quello del taglio, dove il mestruo è ostinato come la grazia che nutre certi animali. La minuzia delle ossa ne forma e ne sostiene la loro assenza. E il Dio che ha donato i figli, quegli occhi che raspano e avvinghiano alla vita, nonostante noi, quel Dio ha vietato un pane che è al di là di ogni forma pensata e voluta, in un nucleo compatto che pare non poter essere colmato, come una enorme distesa di sassi bianchi lasciati lì perché le mani possano erigere altari sommessi, o altre mani desiderino scagliarli sulla superficie dell’acqua.

Lo spazio dell’alterità è quello che Lilith nonostante se stessa abita. L’Altro, che ha la voce di un figlio-amante, invoca una salvezza che soltanto la venuta dei passi può dare e chiama sposa l’ombra, come un rabdomante che sa di poter dialogare con la pietra nell’occhio; e Lei lo invoca come si invoca la venuta insieme all’addio, la catastrofe insieme alla notte. Ed entrambi sono grembo d’assenza vissuta una nell’altro, come un principio di menomazione che muove il destino di una perversione per morire insieme, nella macerazione germinale che il veleno della vita suscita a contatto con la bellezza di alcuni incontri. E a dispetto del figlio la luce incarna la liquidità delle forme su cui s’adagiano i segni delle veglie non vissute, della speranza non vissuta perché non invocata, di una visione incarnata. E alla fine del libro la venuta della luce diluisce l’ossessione delle ombre, come a lavare gli umori di un parto sulla pelle di un neonato che vivrà nonostante la luce e l’ombra, perennemente infisso nella mancanza che resta alla sua fonte.

La voce di Lilith è un grumo di sangue che si scrive leggendolo. Che cerca di fissare i propri artigli in pelle e muri che non le rispondono o che forse non esistono. È un’alluvione che si muove secca e fluente, come alcuni occhi lasciati in qualche luogo del mondo e visti di sfuggita, come un monolitico grumo d’amore che ha resistito a ferite, aborti, morti, frustrazione. Più viva delle ombre che la muovono.

Luglio 2014, su SIL – Società Italiana delle Letterate, UNA RECENSIONE DI PAOLA DEL ZOPPOLa favola di Lilith di Viviana Scarinci e Edo Notarloberti è un poema in musica, un’opera composita, che si dipana all’ascolto con il ritmo dissociato e insieme consonante di due espressioni creative diverse. La messa in scena della compatibilità dell’incompatibile illumina la complessità della materia. Lilith è innanzitutto mito. Prende forma nella voce poetica come plasmata dalla sabbia, e si fa così donna prima, creazione originale, creatrice. Un’opera ridotta al necessario nella sua esecuzione, nell’utilizzo di pochi strumenti ad arco, suonati da Edo Notarloberti, e della voce intensa di Viviana Scarinci, ma che non ci lusinga con un’apparente semplicità.
Il testo si compone di tre parti: nella prima, Lilith racconta di sé, della sua storia, dal suo preciso e veritiero punto di vista. Veritiero perché suo, senza elaborazioni, senza spazi per il tempo. Nella seconda parte Lilith dialoga con Dio. Nella terza Lilith dialoga con ER.
Viviana Scarinci si era accostata alla figura di Lilith già nel suo Nascita della madre, in cui la dimensione del dialogo in absentia era sviluppata proprio nella declinazione dello svelamento delle mitologie. Lilith è creatura notturna che vuole abbattere tutti gli schemi, e così si sporca, si contamina per evidenziare la sua non domesticità. E’ un essere indomito, non per forza ribelle, perché è prima della necessità di ribellione. Personaggio della mitologia babilonese prima che di quella ebraica che la porta fino a noi, Lilith è donna prima di Eva ma anche ermafrodito, creatura senza sesso che è di entrambi i sessi.
Ma non per questo in sé distruttiva, solo non sistematica. La connotazione antivitale di Lilith giunge non prima del medioevo: il mito della donna incontrollabile attraente e terrificante, si genera con la società de secoli bui, e nel romanticismo e nei movimenti letterari dell’Ottocento riprende la sua ambivalenza per svelare le perverse attitudini sessuali dovute alla repressione.
Basti citare il Faust di Goethe, in cui Lilith è, nell’universo multifocale delle figure femminili, al centro della svolta nella notte di Valpurga. Mefistofele incita Faust a ballare con lei, come se lei potesse, diversamente da altre donne che Faust ha incontrato, fargli intravedere l’attimo e costringerlo a cedergli l’anima. Ma quando Faust torna schifato perché dalla bocca di Lilith è uscito un topolino, Mefistofele lo prende in giro «e che sarà mai, non era mica rosso, il topo». Mefistofele, l’ironico per eccellenza, non sta prendendosi gioco solo di Faust, ma della concezione medievale e maschile di Lilith, ridotta a un essere femminile dagli attributi seducenti in quel determinato sistema, le stesse caratteristiche descritte da Viviana Scarinci nel suo già citato Nascita della madre «caratteristiche non ‘domestiche’, una lunga chioma indocile, il corpo impudicamente cosparso di saliva e di sangue, residui di mestruo, di aborti, di altre promiscuità. Lilith: la creatura notturna, colei che è, senza il pensiero di nascondere, la distruttrice di ogni ordine prestabilito, la madre dell’invisibile fertilità della morte, il motore vitale dell’unicità non dissimulata, la fame e la profonda solitudine che l’imperativo della fame impone». La danza di Faust con Lilith richiama anche il mito di Salomone, l’unico ad aver danzato con lei, donna demone, madre di demoni e regina. Ma soprattutto, come Viviana Scarinci in questo testo, Goethe metteva in scena la debolezza dell’uomo, che non è del diavolo, bensì profondamente umana. Il suo bisogno di controllo, di percezione del potere, di domesticazione dell’innocenza oltre la bontà.
Lilith, che è e rimane la parte rimossa di Eva, che accetta la sua cacciata dal Paradiso, fa della sua identità un tesoro. Chiede ad Adamo di essere sua pari, di non dovere giacere sotto di lui durante il coito, ma sopra, in un tempo primigenio, in cui i rapporti di potere non erano ancora stabiliti. Come nota Viviana Scarinci, «non fu lei, con questo gesto, a perdere l’innocenza», bensì Adamo, che risponde alla richiesta con la volontà di dominio, con la violenza. Perché conosce la paura dell’abbandono e insieme la paura della verità: Lilith è più forte di lui, perché non ha paura di se stessa. Lui, primo uomo, si fa schermo della sua posizione oltre qualunque altra considerazione, e scaccia la sua compagna. Secondo il mito, Lilith fugge in una zona del Mar Rosso nota per essere il rifugio dei demoni.

avrei subito l’ansa come un fatto silente
avrei appreso la laguna come la convergenza
dell’acqua al buio se altri moventi
se altri garanti non mi avessero emulsionata
in una fisica dirimpetta e io non mi fossi perfezionata
nella distanza che mi divide, una dall’altra
innervata che sloga volo e caduta.

Ma ancora trattiene il suo passato, fino a quando non disobbedisce all’ordine di Dio che per bocca di tre angeli le ingiunge di tornare al marito, perché la sua identità è ormai altro, ed è più importante di ogni altra cosa, anche del perdono divino. Non può tornare a essere moglie, dopo essere stata se stessa, nonostante il suo amore per Dio.
Della complessità di Lilith Viviana Scarinci rende conto in una brevissima introduzione, in cui riprende tutti tratti principali del mito: l’origine Babilonese, demoniaca e regale, e i contorni ebraici, più noti: Lilith, prima moglie di Adamo, si rifiuta di essere sottomessa e si fa demone. Ma, ricorda Scarinci: «era segretamente innamorata di Dio, tentava spesso di volare verso l’amante e Adamo, per trattenerla, si alzò da carponi e prese a camminare diritto su due gambe. Forse l’uomo ha guardato al mondo perché Eva ha procreato ma si rivolto al cielo perché prima di Eva è esistita Lilith». Prima che l’uomo fosse uomo, Lilith era:

Tutti i fatti subiti e orditi dal corpo
mi dicono che rimane sul polpastrello
l’impronta, più che in questa creta plasmata altrove

L’intento artistico non sembra quindi quello mettere in scena la rielaborazione poetica di una storia nota, bensì di riportare alle origini del senso del mito una figura troppo raccontata: una riflessione che vuole accomunare Lilith all’attualità nella spinta all’indietro nel tempo, alle origini del mito. L’operazione di parallelismo con la parola poetica appare chiara nella scelta dei termini. Lilith, prima donna, è potenzialmente generatrice di ogni creatura. Così è la parola lirica, collocata in uno spazio ibrido in cui le connessioni binarie sono inutili e inesistenti. È una parola che guarda al tempo da cui proviene, universale e nucleare, parola in potenza.
Viviana Scarinci sceglie quindi parole fenotipiche per descrivere stati d’animo, gesti, avvenimenti, che nella loro natura di intimità, allargano la percezione su un universo di possibilità, definendo e sfumando la figura di Lilith nella sua appartenenza a una natura primigenia che dà vita prima che vi sia ordine: Osso – Pelle –Concrezione – Crescita – Albero – Bambino – Cammino.
La parola poetica è antica, minerale, fossile, frutto della creazione e principio generatore, quindi unione di presente e passato, fusione di padre e figlio:

l’unico modo
sfalda le cortecce
dei pini fino
al cerchio
che contiene
il bambino nel folle
trattenimento
del tronco
padre di sé piccolo

Ulteriore simbolo della congiunzione tra un remoto passato e un presente che si può conoscere solo in assenza è il fossile, pietra di memoria, che contiene ere e sostiene in futuro. La pietra fossile inerte annuncia una vita impossibile ma reale.

per un lungo attimo
la notte ti asciuga, fossile
indeducibile dalla sua pietra
cosa inerte, mio frantume

É una pietra che deve rivivere, nel richiamo a Paul Celan, («è tempo che la pietra ritorni a fiorire») toccata dalla forza creatrice dell’io lirico, l’unica che può annullare la stasi :

Se entri in un accadere
paralizzato di sequele
io fruttifico le stasi
che mi trasogni

Nel dialogo con Dio, culmine del secondo atto, Lilith esprime dubbi e rabbia, e si dice costretta alla rinuncia:

la mia eternità è una formula
un rilevo un’asperità fittizia
tre punti di sospensione
un braille trafitto senza rumori
di bianco, un morse
a guerra finita che non
serve il segreto
ora l’intensità è minore
si vede la coazione
alla rinuncia

Ma Lilith è anche, qui figura che ricorda Sisifo, determinata a non accettare davvero la sua pena, nella “coazione” abbandona una lotta senza senso nello spegnersi della lotta. E così è anche legittimazione della poesia stessa, della scrittura, che come nel mito di Sisifo di Camus, è antidoto al suicidio, dunque alla morte.
Il testo e la musica si appropriano dell’ascoltatore: la percezione della poesia si fa parte della poesia stessa, nella fusione delicata e mai ridondante di metafora e rappresentazione.
Un’opera, questa di Scarinci e Notarloberti, che appare necessaria nella sua non semplicità e non semplificazione e nella passione vitale, corposa, forte della voce della lettrice che è voce di Lilith, voce di Dio ma soprattutto, voce limpida della poesia e della musica che plasmano nascite di intensa percezione, fioriture dalla pietra, da ricordi dimenticati e da tempi senza memoria. Lilith, la sua figura, il suo mito, è il fossile e la pietra, identità nuova che si pone in essere con l’accettazione della propria esistenza. Ma soprattutto La favola di Lilith è un’opera di grande coerenza, che sviluppa l’assunto iniziale in ogni risvolto, senza però cedere al concettualismo. Ogni piano di lettura è uno strato della compatta formazione geologico-poetica dell’opera, in sé tagliente e significativo, ma ancor più denso se esaminato nella sua stratificazione.

Luglio 2014, Luigia Sorrentino pubblica un’ampia pagina dedicata sul blog di poesia di RAINEWS  Con una mia nota sulle modalità compositive dell’opere e un estratto dal testo http://poesia.blog.rainews.it/2014/07/13/viviana-scarinci-la-favola-di-lilith/

SU lurker’s realm luglio 2014, una segnalazione –  Che cosa possiamo aspettarci quando un musicista virtuoso e un poeta di talento si incontrano per lavorare insieme? La risposta può essere data da Ark Records, con l’uscita di “La Favola di Lilith”, un’opera realizzata da Edo Notarloberti e Viviana Scarinci.

La figura di Lilith è l’elemento comune del confronto tra il violino e la parola nell’ambito di un’opera divisa in due atti. Quest’opera è il frutto di due menti di talento e un pezzo d’arte delicato che rivela tutto il suo splendore a ogni ulteriore ascolto.

Chi ha già familiarità con il violino di Edo (e chi non la ha deve assolutamente colmare questa lacuna!) qui può realizzare il suo ulteriore potenziale espresso quando si combina alla parola poetica di Viviana. Questo potenziale si esprime completamente nell’intensità di questo lavoro. Non è un disco tradizionale, ma è un’esperienza che ci  parlerà sicuramente a lungo.

da http://lurkersrealm.blogspot.ae/2014/07/noticiaa-fusao-de-dois-mundos.html

IL NUOVO luglio 2014, una recensione di Maurizio Lancellotti –  La tradizione religiosa ha contribuito non poco a corroborare per secoli la subalternità della donna nel tessuto sociale, considerandola asservita all’uomo da cui ella deriverebbe e a cui dovrebbe sottomettersi.
Ebbene, vi sono miti arcaici secondo cui prima di Adamo, Dio avrebbe creato una donna, Lilith, formandola a partire dalla TERRA e non dall’uomo. Lilith, quindi, sarebbe stata scacciata da Dio per via del suo rifiuto a sottomettersi all’uomo (ne L’alfabeto di Ben-Sira viene raccontato che Lilith abbandonò il Giardin dell’Eden a fronte del rifiuto di Adamo di riconoscerla come sua pari “Ella disse – non starò sotto di te – e egli disse – e io non giacerò sotto di te, ma solo sopra. Per te è adatto stare solamente sotto, mentre io sono fatto per stare sopra ”. In questo modo Lilith figura di origine mesopotamica, divenne nell’immaginari ebraico un demone, emblema di adulterio e lussuria per poi subire nel cristianesimo una damnatio memoriae.
Nella sua Favola di Lilith, Viviana Scarinci, poeta e critico del nostro territorio, condensa degli studi condotti per anni in genere sulla questione femminile in filosofia e nella letteratura e in particolare sulla figura di Lilith. Si tratta di un’opera musicale in due atti che mostra un connubio, tra poesia e musica, due generi così diversi ma la contempo così affini, di Viviana Scarinci (poeta) ed Edo Notarloberti (musicista). Nell’intenzione degli autori “La favola di Lilith non nasce dall’intento artistico di mettere in scena la rielaborazione narrativa di una storia nota ma da una riflessione che vuole accomunarsi all’attualità, attraverso gli strumenti della musica e della poesia contemporanea. Il violino di Edo Notarloberti cavalca l’onda delle parole di Viviana Scarinci sintetizzando i percorsi pregressi delle esperienze passate (vedi Argine e Ashram) proiettandoli in una direzione ancora più essenziale in quanto affrancata dalla schematica forma canzone che da un lato garantisce integrità formale, dall’altro limita il fluire liquido delle note che come le parole, in quest’opera intensa, sono alla ricerca di una verità essenziale attraverso una dimensione sonora assolutamente acustica, neoclassica.”
Il testo presenta pertanto elementi di complessità che lo rendono di non immediata comprensione per chi non abbia una certa dimestichezza con la filosofia e la poesia, tuttavia nel suo connubio con la musica risulta molto suggestivo e godibile anche a un pubblico più ampio.

SUONO 487 maggio 2014, nella sezione “SELECTOR tutto il meglio in arrivo sul mercato” una recensione di Guido Bellachioma  –  Un disco complicato e semplice al tempo stesso. Persino spoglio nell’utilizzo dei pochi strumenti ad arco (suonati da Edo, violinista anche di Ashram, Argine, Corde Oblique e di notevoli progetti solisti) e dell’espressiva voce di Viviana (poetessa alla prima performance artistica di questo tipo). Apparentemente una situazione già vissuta, non solo in ambito neoclassico, neofolk e dark, dove i momenti rarefatti e lirici vedono musiche avvolgenti fungere da tappeto per voci recitanti, più o meno sognanti. In questo caso, 32 tracce legate senza soluzione di continuità, il percorso è piuttosto diverso perché si tratta di una reale connessione tra i due universi; dove il fatto che non ci sia la classica forma canzone, sia pure “diversa”, finisce per dar risalto al ritmo che connette profondamente musica e parole, in grado di esplorare Lilith non come donna del mito (quella prima di Eva) ma come aggancio alla contemporaneità. Il disco richiede inizialmente grande concentrazione; una volta perforato il mare di emozioni, però, non si può che andare fino in fondo e, spesso, ricominciare da capo. Inutile fare confronti con momenti acusticamente simili di gruppi come i Current 93, anche se punti di contatto ci sono… Lilith è una moderna opera “antica”, dove al posto delle voci del melodramma c’è lo scavare nell’anima, modulando le parole negli spazi lasciati liberi dalle note e spesso avvinghiandovicisi mortalmente. L’operà sarà rappresentata in anteprima europea al The Wave-Gotik-Treffen 2014 di Leipzig Germania), il più importante festival per questi territori di confine, dove Edo non suonerà ma dirigerà un quartetto d’archi (due violini, viola, e violoncello). Per capire l’anima del suono dell’affascinante favola di Lilith abbiamo preso in prestito le parole di Antonio Esposito, tecnico del suono del Tp Studio di Napoli, dove è stato registrato:”Edo è uno di quei musicisti che più che per la tecnica ti affascina per la capacità evocativa del suono. Suonando assieme a lui e registrando la sua musica in contesti molto diversi, ho imparato a conoscere la particolarità di questo suono; dovendo scegliere come riprenderlo in un contesto “atipico” (3 violini e un violoncello, suonati tutti da lui), ho scelto di provare a renderlo il più naturale possibile, utilizzando un AKG 414 TLII come microfono principale, in coppia con un pre Universal Audio 710 e un AKG C4000 alle sue spalle per recuperare alcune frequenze basse. Altra scelta di base è stata quella di dare grande spazio ai suoni d’ambiente, posizionando due Rode Nt2-A, preamplificati da due API 512c, a grande distanza tra loro. Queste due room si sono rivelate poi centrali nell’equilibrio del mix finale di Giuseppe Spinelli, mix fatto ITB utilizzando un Reverbero Lexicon PCM 70 e un compressore DBX. Il piano, un Kawai verticale, è stato ripreso con tecnica A-B. Per la voce di Viviana, dopo aver provato varie soluzioni, l’AKG 414, accoppiato a un pre Universal Audio 610, si è rivelato la scelta migliore, soprattutto nel gestire le dinamiche molto differenti all’interno dei vari brani. Il mix ha provato a lasciare inalterata questa realtà sonora, senza puntare ad elevare il volume”. Le prime 500 copie hanno il libro dell’opera.

sito http://lafavoladililith.wordpress.com/
pagina facebook https://www.facebook.com/lafavoladililith

contattati
rossana rossi: info@arkrecors.net
edo notarloberti: info@edonotarloberti.it
viviana scarinci: vivianascarinci@gmail.com
Fondo Librario di Poesia di Morlupo: c.libellula.m@gmail.com

Piccole estensioni, Anterem

cop libro

Piccole estensioni è la raccolta edita da Anterem Edizioni a seguito del conferimento del Premio Lorenzo Montano 2014 per la raccolta poetica inedita. Si tratta di un lavoro unitario per quanto suddiviso in due parti. La prima parte presenta dieci componimenti in una forma in cui i versi non sono separati da cesure essendo riportati di seguito secondo una continuità che appare prosastica ma non lo è. La seconda parte è composta da sette poesie.

Dovendo individuare a posteriori un tema delle Estensioni al fine di comprenderne quanto più precisamente il possibile sviluppo, credo che sia il tema della “differenza” quello principale. L’ipotesi immaginosa formulata dalle Estensioni è che al principio non ci sia il verbo, né il silenzio ma una minuscola differenza. Prima di nascere esiste nel microscopico mondo delle Estensioni solo un infinitesimo differire delle singolarità. Ma dopo, al di fuori di questa figurazione nostalgica l’esposizione delle forme visibili avviene nel macrocosmo attraverso un linguaggio che non evita sinonimi né sperimenta vere mutazioni. Invece è piccola anzi piccolissima l’estensione pregressa e nascitura che può raggiungerci in quell’ipotetico stallo che è il tentativo di misurare un suolo su cui non c’è nessun ricordo che garantisca di essere fuoriusciti. Se per La favola di Lilith la complessità del discorso si gioca anche attraverso l’uso metaforico del mito oltre che in altre variabili che consentono di leggere l’opera attraverso molti registri, nelle Estensioni la panoramica è più semplice né esistono metafore. Si tratta soltanto di un tentativo di recupero in extremis di qualcosa di sempiterno e attuale che non si colloca apparentemente nel presente né può essere restituito dal ricordo. Una differenza rintracciabile nelle minuterie più recondite che stanno sotto un occhio interiore che le restituisce sfuggenti, come se tutto quanto intorno servisse oltre il visibile. Servisse da indicatore di un dirigersi differente e non saputo che pure guida. Ciò almeno nella speranza di chi ha scritto.

  “Mai accaduto prima in quanto iniziato con un passo il succedere
diversamente quantunque il succedere prima era uguale. Isolata
da questo stacco la differenza sta in torto di avere l’orizzonte nella
crescita e lievito bastante a produrre di concerto il giacere. E nessun
rimedio menta lo stato di questo saperlo che tornata indietro
dalle cose successe ridivento quella non stata.


CRITICA E RECENSIONI

Settembre 2014, DALLA POSTFAZIONE DI GIORGIO BONACINI

SENTIRE IL VISIBILE
La lingua poetica, qualunque direzione prenda la sua voce, porta sempre con sé un potenziale fisico che ha in germe una concretezza, che non è solo uditiva o immaginativa, ma è un vero e proprio sentire tattile. Sembra impossibile poter toccare la parola, che è suono e scrittura, ma quando la lettera subisce la metamorfosi che la poesia imprime al suo alfabeto, allora il segno cambia e un’altra percezione (innaturale, potremmo dirla, se per naturale intendiamo non la natura delle cose, ma la loro apparenza superficiale e conforme) avvolge il sentimento del testo. La parola, allora, com’è il caso di queste Piccole estensioni, si svolge in un movimento senza obblighi o costrizioni, un’ondulazione nel sintagma che rivolge il suo sguardo verso un’oscura ma limpida, (ri)cognizione, fino a scaturire in un’inversione che interroga l’autrice e noi stessi: se conoscere è vedere nella sua continuità, che cosa percepiremmo se spostassimo l’occhio verso il non visibile? Domanda che apre ad altri versi, più minuziosi, che riportano tutta l’estensione del vivere in un piccolissimo contesto, determinante per la visione lacerante che questo poemetto porta con sé: il campo di una lacrima.
Ed è così che l’andamento interiore, che si costituisce insieme al suo dire, mostra in queste poesie (prosa o versi non è importante, quello che conta è ciò che il linguaggio costruisce in sostanze significanti) la sua determinazione, lieve e precisa, di delineare il corpo: seppur sfilacciato dalla “rapina” o dalla “interdizione” che soggiace al suo essere, o, come precisa l’autrice, derubricato dal vuoto, quindi senza difesa. Ma la consapevolezza di pensare una parola vivente, una voce esistenziale, si trova proprio lì dove sembra concludersi la prospettiva dispersa di un sapere. Invece, così ingarbugliato in ciò che si è (salda alla luce che orizzonta) o si vorrebbe essere (un segno che fermi la terra), un’oscillazione continua mantiene paradossalmente l’equilibrio e a ogni sbando rimanda a un’instabilità costante fra resistere e restare, in una situazione che è luogo di necessità e volontà, che Viviana Scarinci chiama l’estensione del piccolissimo.
Ma tutto questo estendersi minuto è però innumerabile; non viene né arriva soltanto da una dimensione di misura emotiva, ma da un vero e proprio sguardo sull’esistenza a cui la nominazione sembra appartenere: un luogo precedente la parola. Come un mondo-senza-mondo che si riempie di sé, a partire da un suono preverbale che genera il suo dire con piccole fluttuazioni, germinando nell’inquietudine o in una goccia di sofferenza o in un lampo di dolore. Non però un magma incontrollato, ma una crescita attraverso immagini che confida¬no nello stupore e si affidano alla fermezza di piccoli gesti lenti: il contatto con la terra, il colore dell’alba, una pausa nel respiro. Senza però sostare in un’autoconservazione sterile, ma ripartire ogni volta zigzagando dentro paradigmi che, nel camminamento, aprono e danno ossigeno, o condensano ferite; o ancora lucidamente segnano corpo e mente nella forma di un sintagma che è concetto e poesia, così come si fa sognando, dove le cose proiettano la loro estroversione intima e generano non mere realtà, ma vero reale.
E sembra proprio che sia per questa ri-generazione (e forse solo e semplicemente per questo) che Viviana Scarinci riesce nel tentativo di scardinare le circonvoluzioni che si estendono, nella pagina, dal pensiero alla scrittura, per arrivare alla precisazione lucida di versi che si muovono, ma per andarsene con ironia, dalle acque amiche dove tutto è già detto, stabile, abituale anche in ciò che si ritorce contro. E da lì, dunque, bisogna uscire, estendersi in luoghi e vite e descrizioni inconsuete, e metafore che significano ciò che dicono, anche con durezza, ma senza fronzoli: con la sola bellezza dell’evolversi da piccolo a piccolo. Quasi che tutto ciò che è visibile si concentri in un punto marginale (quindi poeticamente centrale) definito solo nel suo esserci come qualcosa che fa e disfa, e scardina e congiunge. Una cosa e il suo nulla senza altra associazione, come se non fosse importante il legame ma soltanto i due estremi. Ma è solo un’illusione, perché la consistenza del senso che si muove e popola tutta la filatura e la maglia di questo testo, non permette vuoti o insignificanze, anzi, trova nell’atto poetico l’ampiezza del vibrato che assolve ogni apparente e inesplicabile disarticolazione del discorso. Proprio perché non vuole essere discorso, ma indicazione capace di ricomprendersi ed esporsi al pericolo della propria voce che riesce a flettersi nei volti o a ritrovare l’incertezza di un riverbero in suoni che si vedono. Questo fa la poesia: estende la percezione in luoghi capaci di delineare una visione e mantenerla su un assetto che fa della discontinuità il suo interno e speciale valore, leggibile in un dopo che orienta.

Maggio 2015, MARCO FURIA su GRADIVA. International Journal of Italian Poetry n .47

Con Piccole estensioni, opera vincitrice del Premio “Lorenzo Montano” 2014, Viviana Scarinci presenta una raccolta in cui prosa e poesia si alternano. Prosa e Poesia? Mai come in questo caso la differenza tra generi letterari appare non idonea a definire una scrittura capace di snodarsi, sicura, per via di vivide pronunce testimoni di un esistere consistente nel suo stesso idioma.
Scrive, con acutezza, Giorgio Bonacini all’inizio della sua nota critica: “La lingua poetica, qualunque direzione prenda la sua voce, porta sempre con sé un potenziale fisico che ha in germe una concretezza”. E’ significativo che il sapere sia considerato dalla poetessa, anziché una sorta di contenitore, un vero e proprio modo d’essere che trova la sua più intima giustificazione nella ricerca di anche minime persistenze ricche di qualità. Si legge a p.11: “Non è sapere quanto ma piuttosto chi e come può essere che ambientando questo spaesamento trovarsi sovrinmplicati irretiti ai fianchi dallo stesso labirinto”.
Le “piccole estensioni” non sembrano luoghi facili da frequentare: il senso della qualità implica un’assidua dedizione. Chi ne è davvero affascinato sarà sempre disponibile a un’indagine per nulla fine a se stessa, poiché consistente in uno studio dell’esistenza: l’emozione estetica può risultare molto feconda se riesce a delimitare immagini maggiormente complete. Cito a questo proposito: “Nonostante tutto resti immobile, come se l’aurora disegnasse il suo colore rubando qualche istante in più ogni mattino”. Dopo aver letto questo breve brano, siamo in grado di guardare (e di vivere) l’alba anche nel nuovo modo propostoci: abbiamo qualcosa in più, siamo, dal punto di vista esistenziale, più ricchi.
D’altronde “le cosmogonie riprendevano / un’evoluzione marginale”, ossia le origini dell’universo, fermo restando il loro valore in campo scientifico, rientrano nell’esserci e l’occhio umano può considerarle “il contesto minuzioso / di una qualunque realtà”.

Ottobre 2014, DA UNA NOTA CRITICA DI GIACOMO CERRAI su Imperfetta Ellisse

Piccole estensioni o estensioni del piccolo? Una domanda che subito si affaccia perchè per due volte, nei suoi testi, Viviana Scarinci parla di “estensione del piccolissimo”, sottolineando così l’importanza e la natura dell’oggetto poetico che affronta. Il titolo, se così è, è però una maschera o un rovesciamento, un artificio retorico. Ma in nuce è il piccolissimo ad essere la componente atomica del pensiero poetante di Viviana, imprescindibile. Tuttavia il titolo già propone un concetto che offre non poche suggestioni a chi legge, tutte però utili a capire questo libro.
L’estensione come misura: quella di un’area, di un campo poetico, dai confini però non facilmente delimitabili perché la poesia non si rinchiude. Quella di uno spazio, mentale, onirico, psicologico, semantico nel quale, proprio per l’indefinitezza dei confini, le variabili del dire possono essere molteplici ma solo una, quella scelta dal poeta, assume un significato risonante. O come concetto logico includente: la condivisione dell’esperienza, dell’amore e del disamore, del dolore o del rammarico, e – di più – la loro estensione metaforica e quindi, in ultima analisi la loro connotazione. Ovvero – ecco un’altra suggestione – l’estensione come allargamento del significato: il piccolissimo, nella scrittura, il particolare che è però marcatore di vicende anche più complesse che forse nella vita di ciascuno possono apparire collaterali ma che segnano quanto un gesto o uno sguardo che diventino per qualche misteriosa ragione indimenticabili. E Scarinci, con la sua scrittura che è giusto definire consapevole, ha ben presente questo ventaglio di possibilità, tanto che questi territori e i loro sconfinamenti diventano secondo e non minore strumento e oggetto poetico della raccolta.
Ma di quale piccolissimo stiamo parlando? In questo libro, come in altre prove di Viviana, è la parte sentimentale di noi, è l’affettività, è la materia impalpabile e tagliente di cui è fatta la vita, o i sogni come direbbe il Prospero della Tempesta, quella che comunque ci denota come uomini e donne. E’, in altre parole, quello straordinario intrico di cui siamo fatti, tra il pensiero (la mente, la psiche) e qualla vasta res extensa – ecco che ci torniamo – che è il mondo, il tangibile, le cose compreso il nostro corpo, ma anche il nostro stesso esistere, la coscienza di noi. E’ – non tutto, che l’impresa sarebbe immane, ma qualcosa – quello che percepiamo come esseri – direbbe Merleau-Ponty – incarnati nel mondo. E’ evidente quindi che tutto questo bacino poetico è ipoteticamente inesauribile e tutt’altro che “piccolo” (meno che mai minimale), che il “piccolo” debba essere alla fine tralasciato, che esso sia un’unica e dominante metafora, qualcosa che precede anche l’ideazione stessa della scrittura, il seme di una evoluzione creativa, come un frammento di DNA. E’ chiaro che quest’opera è fieramente e orgogliosamente concettuale, senza che questo tuttavia porti l’autrice a rinnegare o radicalizzare quella matrice affettiva e sentimentale (ma questi due termini non devono essere fraintesi) di cui parlavo prima. Senza, in ultima analisi, che questa visione apparentemente centripeta denunci il benché minimo ripiegamento ermetico, il benché minimo crepuscolo.
Non piccolo, allora, e difficile da scandagliare. Scarinci ci prova – e ci provoca – al meglio di sé, organizza questa materia in 17 brani squadrati e densi, che rispondono felicemente alle direttive di una scrittura effusiva, svolta in lunghe catene sintattiche che sono linee di pensiero e che hanno fame di un respiro altrettanto lungo, “in un movimento senza obblighi o costrizioni, un’ondulazione nel sintagma”, dice Giorgio Bonacini nella postfazione. Ricordandomi in questo sia certi amatissimi testi di Variazioni della Rosselli sia i suoi Spazi metrici, ispirazione e metodo, forma e sostanza, accurata selezione delle parole ma senza innamoramenti o facili associazioni d’idee, indagine delle potenti correnti metaforiche che la lingua nasconde, rischio calcolato negli accostamenti semantici, in altre parole quelle molteplici estensioni di cui parlavamo prima. Per capire cosa intendo basta leggere con la dovuta attenzione, l’attenzione capillare o “piccola ” che queste poesie si meritano, un testo come Non è sapere quanto ma piuttosto chi… (v. sotto) con il largo campo semantico che lo innerva, rimandando ai numeri, al doppio, al paio, ai punti, in ultima analisi alla coppia, a una dualità esistenziale e affettiva che abbiamo sperimentato; oppure la poesia le cosmogonie riprendevano, una perfetta allegoria del vuoto che parte dal maestoso cosmogonico e attraversa il marginale, il minuzioso, il qualunque, il tempo frammentato (e ambiguamente “minuto”) e giunge alla telecamera che, come sa chiunque viva in un ambiente urbano, in realtà riprende un nulla identitario di comparse. Una poesia di concreta astrattezza, in cui il vuoto (o il non visibile, come dice Bonacini) ha una gran parte e nella quale le poche cose “concrete” (la casa, la pioggia, il cielo, la mareggiata, una bambola, un passero ecc.) o sono de-mansionate a fondali di uno scenario o innalzate a simulacri, se non ad amuleti, di fatti luoghi e incontri che hanno popolato la vita. Una poesia insomma dalle molte suggestioni e con un alto grado di resistenza. Nel senso che, a differenza di molta poesia di ricerca alla cui durezza alla fine bisogna arrendersi per mancanza di indizi, questa – che poesia di ricerca è – resiste alla banale domanda “che cosa vuol dire?”, alla mera riduzione a parafrasi di un “significato”, per offrire al lettore accorto più significati ulteriori.

info http://www.anteremedizioni.it/

 

Annina tragicomica, Formebrevi

Collana: Prosa | ISBN: 9788894161922
Pagine: € 11 Euro
Formebrevi Edizioni: formebrevi.it


La copertina

La copertina di Annina tragicomica è di Klaudia Ka. Nata nel 1984 a Varsavia, dove vive e lavora,  oltre alla pittura, si occupa anche di graphic designer. I suoi quadri si trovano in collezioni private in Polonia, Regno Unito, Belgio, Germania, Italia, Macedonia, Canada e Stati Uniti. Il suo sito web è: http://klaudiaka.art.pl


Critica e recensioni 

Maria Curci, Poetarum Silva, settembre 2017 dalla prefazione della curatrice dell’opera 

Ha un nome al diminutivo seguito da un aggettivo composto la ricerca di Viviana Scarinci che dà voce allo scarto, al residuo, alla gratuità contrapposta all’immediatamente utilizzabile, catalogabile, smerciabile: Annina tragicomica. Il nome è fortemente evocativo, in più direzioni, dal significato originario dell’ebraico Hannah, che ha a vedere con la grazia, alla spontanea associazione con Anne, Annette, Nannine, Annie, Nannarelle, che popola le nostre teste al solo pronunciare il nome (Anna Frank, Anna Magnani, Anna dei miracoli, Annie Vivanti; ma, innanzi a tutte, Anna Perenna, la sorella di Didone, divenuta divinità proprio nella regione natia dell’autrice, quel Lazio nel quale Marziale, menzionato in quest’opera, collocava un luogo di culto). Anninamette, in piena consapevolezza e quasi con fiera sfida, la maschera del teatrale per giungere a noi e manifestarsi, appunto, con la grazia sublime e la verità misconosciuta che Kleist attribuiva alla marionetta.
Annina tragicomica esplora e invita a esplorare altre modalità di accesso alla conoscenza. Indica subito in un aggettivo, «secondario», il punto di partenza e la meta alternativa. Nell’individuare questo angolo di visuale, Viviana Scarinci da un lato evidenzia espliciti richiami intertestuali in particolare alla sua opera Il significato secondo del bianco, dall’altro si inserisce in una linea di ricerca che la vede accanto a Eva Strittmatter, la quale già nel 1983 aveva intitolato, in maniera divertita e provocatoria, una sua raccolta di testi Poesie und andere Nebendinge, vale a dire “Poesia e altre cose secondarie”, nonché accanto a Felicitas Hoppe, nei cui romanzi Pigafetta e Johanna l’io narrante indaga in «stanze secondarie».
L’aggettivo “secondario” è associato alle dinamiche – «L’investigazione sulle dinamiche secondarie di un dispositivo rende tutti un po’ nervosi» – così come al nesso – «Il viso ha l’impotenza di quel nesso secondario.» – e svela, a chi non si vuole accontentare delle dicerie volte a reprimere e a sedare, che queste, le dicerie, sono fuorvianti. Quello che Bambole e bambine (questo il titolo della prima parte) sanno, scandalo mascherato, addomesticato, mutilato, nascosto, è «La condizione umana è un campo e l’Apocalisse ha una donatrice o un donatore che provvede ogni volta alla copertura di quel fenomeno definitivo», come recita la trentacinquesima, finale considerazione della prima parte. «Es war Mord»: è stato un assassinio: l’affermazione che chiude il cerchio nel romanzo Malina di Ingeborg Bachmann non è scritta qui a chiare lettere, ma a leggere, più che tra le righe, all’interno dei segni sparsi ad arte, declinati in fogge diverse e intessuti di indizi raccolti con pazienza da più fonti, con citazioni stringenti al banco dei testimoni (Franco Loi, Giuliano Mesa, Georges Bataille, Adrienne Rich, Marziale) questo è ciò che si coglie.
Annina si oppone alla rinuncia e al soffocamento, alla menzogna travestita con gale e merletti, al trafugare, per distruggerli, i reperti. Sta, imperterrita eppure consapevole del rischio fatale, «molto vicino al bordo», fruga, un po’ Antigone e pur sempre Anna (sorella Anna?) tra «queste alture brulle» e intanto pensa «dovrebbe cercare tra il cocciopesto, i destinatari di questa maledizione». Possiede, la sua ricerca, un fondo e un fondamento prezioso, trascurato da molti: «Fremono gli oggetti spiati, sotto l’universo che li ignora.» e, aggiungo io, se la ridono di qualsiasi catalogazione, ché etichettarli come “versi” o “prosa”, come argomenta Viviana Scarinci nella sua Postfazione, è anch’essa manovra fuorviante. Qualcuno, invece, si sente chiamato a fare i conti con quel «dato inesatto, spesso illeggibile». Qualcuno lo fa senza scrivere, Viviana Scarinci prova a fare i conti con quel dato (lo scarto, il residuo, il reperto), scrivendo. E riesce a darne conto con la sua ricerca.

IL SEGNALE. Percorsi di ricerca letteraria n. 111 ottobre 2018

Creare un personaggio, una sorta di alter ego, e poi entrare in continua dialettica con lui, proiettandolo in ambiti assurdi, fino al limite del comunicabile, lottando con il senso, i significati, la stessa leggibilità, alla ricerca, evidentissima, di una nuova impostazione non solo poetica, ma addirittura linguistica e semantica. È lo sforzo compiuto da Viviana Scarinci nella sua raccolta Annina tragicomica, una serie di poesie in prosa, potremo dire “mozzafiato”, in cui il lettore si trova avvinghiato, sballottato, alla ricerca di un nesso che sfugge di continuo.

Tuttavia è la stessa poetessa a dare una chiave di lettura per le sue sinfonie concettuali, si tratta di tre consecutive poesie in prosa, l’ottava, la nona e la decima, in cui l’autrice chiamando in causa un secondo personaggio, definito “poeta”, mostra il rapporto particolare che la sua “Annina” ha con lui, di derisione e deragliamento. Da questo punto di vista Annina non è solo un personaggio, è un mito, è il mito dello scarto perenne, della differenziazione come ricerca di autenticità. E infatti costringe il poeta a fare i conti con i propri conformismi inevitabili, a vivere la sconfitta per non poterla afferrare, a vederla in una perenne autenticità dovuta alla mancanza di una posizione fissa, di una tappa, di una stasi.

Segnale 111

Non per niente in un’altra prosa poetica Viviana Scarinci descrive proprio la continua mancanza di sede di Annina. “Annina sta” scrive l’autrice “nel passo che non si consegna alla sede”. È il tentativo, che la poetessa stessa riconosce nella postfazione, di superare l’argine, di sconfinare, straripare, o, come abbiamo affermato in precedenza, deragliare dai binari ordinari del linguaggio e dell’intelletto. In fin dei conti Annina rappresenta anche una proiezione dell’inconscio, un inconscio intellettualizzato, esteticamente ripulito, ma sempre inconsapevole, inarrestabile, indefinibile, parte di quella duplice complessità che la poetessa stessa testimonia nella postfazione quando parla di “complessità che galleggia in superficie” da una parte “e quella del quotidiano sempre più liquido” dall’altro. Da una parte dunque abbiamo la solidità e la razionalità, dall’altra la liquidità dell’inconscio, o della vita nella sua fluidità infinita, la liquidità appunto di Annina. Ma perché tragicomica: Perché quella dell’alter ego che si libera al posto nostro è forse la più furba, ma anche la più stupida delle tragedie, perché dimostra sì la grandezza della scrittura – soprattutto se tratta di una scrittura reinventata come quella di Viviana Scarinci- ma anche la sua sconfitta, i suoi limiti, e il suo lato ridicolo, patetico, tragicomico appunto.

Così mentre il poeta cerca l’equilibrio, nella sua vocazione conscia e razionale, Annina vive nell’instabilità. Annetta, ride ed è la stessa poetessa a sottolineare in un passaggio chiave “ Annetta rideva spesso. La testa in cui crebbe non curata affatto, aveva prodotto il pneumatico idiota che sempre da capo la smagliava, impedendo ora la semina di una stia di silenzio o un ritardo che mancasse finalmente di umiltà”.  E probabilmente a questa spontaneità pre-culturale di Annina-Annetta può essere riferito il linguaggio utilizzato da Viviana Scarinci nei suoi brani, una lingua a tratti anch’essa pre- grammaticale, in cui vengono a volte abolite le preposizioni e i connettivi quasi per offrire un dettato il più possibile diretto, empatico, anche se la difficoltà lessicale rende la maggior parte dei testi oscuri ed inevitabilmente ermetici.

L’autrice giunge talora anche a dubitare dell’esistenza stessa della bambina, come per mascherare le sue urla, le sue eccedenze. “Tra le conseguenze che la bambina mente c’è il fatto di esistere”. Emerge in asserzioni di questo tipo una sorta di assurdo, perché il mentire di Annina, che le permette poi di esistere, sembra imitare il mentire stesso e innocente dei fanciulli. Il che comporta una nuova sorpresa, dato che in fondo la bambina tragicomica, la bambola birichina e più che mai libera, probabilmente non è che la scrittura poetica stessa, la mania a sua volta assurda che i poeti hanno di rendere reale le loro immaginazioni, di considerarle più reali della realtà stessa, una sorta di dimensione libera in cui tutto diventa possibile, tutte le sconfitte possono essere riscattate, tutto può essere trasformato in un gioco. E ciò permette di chiarire ulteriormente il dialogo e le contrapposizioni tra la figura del poeta e la figura della bambina, essendo quest’ultima la sostanza che consente alla poesia di forgiarsi, di prendere concretezza, di materializzarsi e farsi dunque esistente, nonostante sia contaminata da una menzogna di fondo, secondo la quale la scrittura (mondo di segni e di fantasia) sarebbe vera, più vera della realtà. “Tra le conseguenze che la bambina mente c’è il fatto di esistere”.

Luglio 2017, una recensione di Marco Furia su La recherche

“Annina tragicomica”, di Viviana Scarinci, è una raccolta di prose poetiche che si rivolge al lettore per via di brevi, specifiche, sequenze dall’intensa allusività.

La dimensione umana viene considerata nella sua immanenza evocativa e ogni immagine, ogni pronuncia, perfino ogni parola, sembra occupare uno spazio che è proprio quello eppure potrebbe essere qualsiasi altro.

Merito di una risolutezza compositiva che, di fronte a un’immensa indeterminazione, s’impegna a descrivere la vita di ciascuno e di tutti facendo emergere molteplici dettagli.

Il lettore non è coinvolto, è già lì.

Il nostro esistere si svolge secondo coordinate spazio-temporali e secondo sentimenti, emozioni, sensazioni: nel caso in esame, gli aspetti esterni e interni sembrano (non confondersi ma) fondersi.

Si legge a pagina 46:

Dicono che la città ha un doppio e perciò è abitata da coppie

di sosia in lite e in pace tra loro, che stanno un po’ di qua, un

po’ di là, a seconda. Tuttavia il discrimine logistico non è la li-

tigiosità degli omologhi per somiglianza, né il conflitto tra linee

guida e mozioni di tendenza interiore”.

Come si vede, da un’immagine iniziale di gusto surrealista, si passa, con immediatezza, a una riflessione articolata, la cui efficace valenza narrativa è in grado, senza esitare, di porre l’accento su certe circostanze.

Simile vedere-prendere atto promuove un discorso tendenzialmente infinito in cui il lettore può riconoscersi.

D’altronde

“Con tutto quell’ammontare limitrofo, l’unica azione possibile

era non. Alcuni, però, erano stati condotti fin lì da amenità ge-

neriche, nel senso che la loro compunzione si riduceva spesso

a quella mancanza di vivacità di quando ci si vuole  dimostrare

all’altezza. In questo avvilimento di realtà, quasi tutti sembra-

vano la stessa persona”

e

“ [ …] Naturalmente la numerazione era in con-

tinua perdita e, allo scadere repentino dei totali, le parole, non

c’era verso che obbedissero alla consegna”.

Insomma, la nostra esistenza incontra limiti non definitivi  ma variabili, modificabili.

Viviana non manca di parlare del poeta:

“Tra tutta quella gente, il poeta evitava parole già dette e cose

morte avendone paura soprattutto se accompagnate da altre

socievolezze”.

Certo, il dire del poeta è originale, inedito: le sue parole, anche se tratte dal comune dizionario, vivono in maniera straordinariamente espressiva e, nello specifico della raccolta in argomento, secondo pronunce molto intense nel loro alludere a un’integrità narrabile soltanto nei suoi particolari.

Se l’intero, sostiene qualcuno, non è mera somma delle sue parti, in queste ultime, proprio perché tali, non può non avvertirsi l’aroma di un tutto che talvolta, come dimostra “Annina tragicomica”, riesce a farsi feconda, poetica evocazione.

Giugno 2017, una nota di Giacomo Cerrai su Imperfetta Elisse

Mi pareva di conoscere il lavoro di Viviana Scarinci, di avere qualche chiave per penetrare la sua scrittura. Un lavoro che complessivamente apprezzo, come apprezzo le qualità intellettuali di Viviana. In altre occasioni avevo scritto alcune note su di lei e le sue cose, in particolare su Piccole estensioni, con cui aveva vinto il Montano e su un altro lavoro dal bel titolo L’amore è una bestia cronica, fatto in collaborazione con il pittore Sergio Padovani. Avevo inoltre letto, anche senza poi scriverne, La favola di Lilith, una pièce breve in due atti in collaborazione con Edo Notarloberti (Ark Records, 2014, con CD), un lavoro ambizioso e interessante, in cui viene messa in scena, come simbolo protofemminista della donna che guarda al cielo, aspira a congiungersi con Dio e non vuole sottomettersi all’uomo, colei che secondo la tradizione cabalistica fu la prima moglie di Adamo, ma anche, sempre per tradizione, portatrice di elementi demoniaci. Avevo anche avuto modo di leggere qualche estratto di Il significato secondo del bianco, da qualche parte in rete.

Insomma, mi pareva di avere qualche strumento più o meno adatto all’uopo, pur nella consapevolezza che quella di Viviana non è una scrittura facile, che nel tempo è andata connotandosi, mi pare, per una ricerca soprattutto sul linguaggio e sulle sue pieghe. Ma devo dire che questo Annina tragicomica mi crea qualche difficoltà di “ingresso”. Che la prefazione di Anna Maria Curci non contribuisce a risolvere del tutto, dato che dopo averla letta mi rimane l’impressione che pur abilmente abbia affrontato il lavoro come un kubrickiano monolite.

Diciamo intanto che non si tratta di un livre de chevet, da leggere distrattamente. Ha bisogno dei suoi tempi e di riletture organizzate. Ma provando e riprovando, come gli accademici del Cimento, alcune cose mi pare siano emerse. La prima riguarda indubitabilmente il tema di fondo, quello che potremmo chiamare il basso continuo o il canone ricorrente. Il libro intanto non è una raccolta, termine che sarebbe fuorviante. Rientra immediatamente in quella forma lunga che in questi ultimi anni sembra essersi riproposta, che sta tra il poemetto strutturato e la legatura (usiamo un altro termine musicale) di brani che per semplicità diciamo di prosa poetica o prosa in prosa. Lo dico per intenderci, prendendo comunque atto di quanto scrive Viviana in una nota finale, rifiutando qualsiasi capziosa catalogazione in questo senso (e mi pare che sia pacifico – anche – che ogni autore non ami essere catalogato), quando afferma che “mi è capitato di ritrattare la parola verso anche dal suo etimo, in favore di una scrittura senza quell’argine, cercando qualcosa che si adattasse meglio alle complessità in perenne transito (…), senza sconfinare nella prosa”. Qui ci sarebbero da dire un paio di cose, ma ne parliamo più avanti. Sono due le sezioni del libro, ben intravate all’interno di ciascuna e tra di loro, Bambole e bambine e Annina tragicomica, titolo eponimo. entrambe di trentacinque testi. I titoli, qui, danno i protagonisti, gli attori, e i temi. L’idea e il pensiero di Viviana, diciamo la missione, continuano, come nei lavori precedenti ma a diversa profondità, l’indagine non tanto sulla condizione – che è termine sociologico – quanto sulla costituzione in essere della donna, del suo divenire ed essere – nel corso della storia e contemporaneamente – natura generante e catalizzatrice di colpe, educatrice ed educanda, forza ctonia e elemento celeste, figurante generica e protagonista, e così via ma sempre nell’ambito di una percezione, certo tutta maschile, per così dire verticale, che la guarda o in alto o in basso, a seconda. Ma soprattutto, io credo, la sua capacità (e la capacità dell’autrice) di interpretare e leggere lo spazio siderale che sta (citando il Mesa presente in un esergo) tra “lo spreco di minuzie” e “il senso degli atti”, mediante (cito Curci) “altre modalità di accesso alla conoscenza”. E un’indagine che, aggiungerei, si sposta da un ambito più o meno privato ad un altro più universale. E’ un’interpretazione possibile? Forse. Che lo sguardo sia femminile, e non solo per questioni autoriali, non c’è dubbio. Le bambole e le bambine, Annina e le sue derivazioni (Annie, Anna, Annetta, eteronimi, alter ego bifronti…) sono lì a dimostrarlo per indizi. Minuzie, frammenti, frammenti di frammenti. Che da questo si possa risalire al senso, ricostruirlo, è l’ambizione e il miraggio di parte della poesia italiana contemporanea. Che a volte ci si avvicina abbastanza. E’ questa può darsi la (una delle) “modalità di accesso alla conoscenza” di Curci. E indizi, dunque, che sta al lettore reperire. Indizi che non è facile estrapolare se non trascrivendo interi testi, perché intimamente intrisi come elementi chimici nella fibra testuale, nella poesia (o prosa) stessa. Sono i testi medesimi che si prestano ad una lettura polifunzionale, per così dire, che offrono la possibilità al lettore (l’ “apertura” del testo) di sovrapporre un dato ideale o l’altro, una fiction o l’altra, una immaginazione o l’altra, senza che tuttavia gli sia possibile dirottare, nell’insieme, dalla visione che è di bambine, bambole, Anne, Annette, e ovviamente dell’autrice (la corrispondente “chiusura”). Che qui elabora la riflessione costante e evidente che certo ha animato Viviana come donna anche al di fuori di un ambito “finzionale”. Vedere, come piccolo esempio abbastanza superficiale, il brano 20 qui riportato, che agisce per lo meno su un doppio binario, uno puramente narrativo, l’altro culturale e metaforico, senza contare tutte le evocazioni della parola/target “malaffare”. Penso che questa lettura polifunzionale sia dovuta a un certo grado di neutralità della lingua adottata, parlo di neutralità emotiva che non “pilota” necessariamente verso direzioni specifiche, parlo anche della selezione semantica, della voluta ambiguità di un tono talvolta verbalizzante, delle tecniche di disallineamento sintattico o di diacronia, come ad esempio la sospensione delle clausole (chiusure) in certe catene sintattiche, che tende a rivoluzionare l’aspettativa ordinaria di chi legge, e così via. Un effetto anche molto affascinante, come l’osservazione di un frammentato ma continuo pensiero dominante.

Ci sarebbero di sicuro altre osservazioni da fare. Ma lascio in fondo alcune considerazioni extra corpus, di carattere generale. Mi pare di percepire in questo lavoro una certa progressiva distanza rispetto a quelli precedenti, che non è tematica né concettuale. Distanza che è data, pare a me come lettore abbastanza empirico, soprattutto dal lavoro sulla lingua, come ho accennato prima, sul livello comunicativo che questo libro realizza. E’ un discorso di una certa importanza, non solo in relazione all’opera in sé ma anche all’idea di poesia in genere. Su quanto cioè il linguaggio influisca sull’oggetto della poesia, sul suo tema, mutandolo; se la poesia debba essere un’arte mimetizzante, piuttosto che mimetica; e così via (ma sono solo piccole parti della questione). E soprattutto se la ricerca poetica, come pare sia, debba essere quasi esclusivamente sul linguaggio, nella convinzione che da esso le cose si incarnino, che dalla sua torsione, condensazione, astrazione le cose poi emergano. Se così fosse mi pare ovvio che l’oggetto in sé diverrebbe secondario rispetto al modus. Tanto per fare un esempio ancora banale, quello che Lilith portava in sé era un diverso livello di fruibilità e rappresentazione, intendo proprio dal lato lettore.

Naturalmente Viviana è artista troppo intelligente per fare del linguaggio un mero totem. Per cui la distanza (una delle distanze) è semmai nel grado di evidenza del contenuto che la sua scrittura trasporta, basti pensare a categorie forti come il “tragico” e il “comico”, qui parecchio dissimulate; o nel grado di allusione delle tematiche o meglio, nel lavoro metaforico ma soprattutto metonimico (usiamo in senso ampio questo termine) di scambio e sostituzione, e non necessariamente per contiguità e nemmeno reciprocità, tra “oggetti” e lingua e anche tra segmenti di entrambi. Un’idea, se questa mia impressione è esatta, già di per sé intrigante ma di estremo impegno.

Siamo insomma testimoni di un percorso abbastanza evidente, di cui Viviana ha perfetta consapevolezza e padronanza, dagli esiti ancora aperti. E questo percorso, ripeto, ha un valore e un fascino. Ma anche io credo (e ora più che mai parlo in termini generali, e forse anche per me stesso) un limite per così dire “fisico” della scrittura (almeno quella lineare e semica). Come la conduttività del silicio, la cui riduzione pone una barriera oltre la quale è difficile andare.

Caltanissetta 2017: tra limite e senso

Sul sito di Formebrevi le bellissime immagini della cerimonia di premiazione del premio letterario, avvenuta il 7 ottobre 2017 a Caltanissetta. Quello di sabato è stato un momento di verifica importantissimo per il nostro progetto editoriale. Per citare Giovanni Duminuco (ideatore e organizzatore Formebrevi) cercare in quello che sono le “nuove forme della parola, tra il limite e i percorsi del senso” può significare anche un progetto culturale che funziona e un modo diverso di immaginare i legami che animano i processi della produzione artistica e editoriale

⇒ http://www.formebrevi.it/del-premio-letterario-formebrevi/

 

 

Oggi Anna Maria Curci su Poetarum Silva scrive di Annina

Annina tragicomica. Ne scrive oggi la curatrice dell’opera Anna Maria Curci su Poetarum Silva ⇒ https://poetarumsilva.com/2017/09/28/viviana-scarinci-annina-tragicomica-2/

“Annina tragicomica. Il nome è fortemente evocativo, in più direzioni, dal significato originario dell’ebraico Hannah, che ha a vedere con la grazia, alla spontanea associazione con Anne, Annette, Nannine, Annie, Nannarelle, (…) Anna Perenna, la sorella di Didone, divenuta divinità proprio nella regione natia dell’autrice, quel Lazio nel quale Marziale, menzionato in quest’opera,collocava un luogo di culto). (…)
Annina tragicomica esplora e invita a esplorare altre modalità di accesso alla conoscenza. Indica subito in un aggettivo, «secondario», il punto di partenza e la meta alternativa. Nell’individuare questo angolo di visuale, Viviana Scarinci da un lato evidenzia espliciti richiami intertestuali in particolare alla sua opera Il significato secondo del bianco…(…)”

Annina: le prime due presentazioni

Morlupo, Centro Culturale Libellula, 23 settembre


L’Aquila, Palazzo Fibbioni, 21 settembre

Tutti i nomi di Anna. O quasi

Diario Provvisorio

La cosa peggiore che possa fare una autrice è mettersi a spiegare il suo libro. Eppure nel caso in cui dietro un libro di poesia insistano alcune intenzioni e necessità, forse è bene segnalarle, a prescindere se queste siano state più o meno in grado di manifestarsi nell’ambito del testo.

Inizierei con i tre esergo del libro che hanno avuto una certa importanza rispetto alla stesura di Annina tragicomica. L’esergo che apre le due parti di cui il libro si compone è tratto da Illuminazioni di Arthur Rimbaud ed è una dedica

giovani madri e sorelle maggiori dagli sguardi pieni di pellegrinaggi, sultane, principesse tiranniche nell’abito e nell’andatura: piccole straniere e creature dolcemente infelici

credo che nella mia esperienza di lettrice questo di Rimbaud sia stato il primo libro in assoluto che mi ha indicato una possibilità di scrittura davvero libera da quelli che comunemente vengono definiti generi letterari. Libera anche dagli eccessi teorici intorno alla definizione di poesia in prosa o prosa poetica.

Il libro di Annina si divide in due parti ognuna contenente trentacinque brani. Per la prima parte l’esergo che ho scelto è della poetessa e filologa Florinda Fusco

Tre donne una è sul water l’altra è torturata la terza si trucca

Infine l’ultimo esergo che apre la seconda parte del libro è del poeta Giuliano Mesa

lo spreco di minuzie è per approssimarsi senza fremiti senza vuoti al dove dimora invariabile il senso degli atti

Gli esergo e il rilevante numero di citazioni mi sono serviti in parte per comporre questo libro come una sorta di cut-up volutamente falsificato. Su wikipedia si trova questa definizione di cut-up

è una tecnica letteraria stilistica che consiste nel tagliare fisicamente un testo scritto, lasciando intatte solo parole o frasi, mischiandone in seguito i vari frammenti e ricomponendo così un nuovo testo che, senza filo logico e senza seguire la corretta sintassi, mantiene pur sempre un senso logico anche se a volte incomprensibile.

Questo procedimento mi ha consentito di isolare e poi riconnettere diverse logiche e stili nell’ambito di un discorso mio, inserito in modo estemporaneo all’interno di questa ricostruzione collettiva. Un condominio di scritture (non importa se di autori o autrici) che già a monte ho sentito fortemente orientato verso il femminile.

La stesura di Annina tragicomica per me è significato un momento riepilogativo importante di molte esperienze di scrittura e di lettura. Senz’altro ha preteso la sua parte anche lo stile della mia scrittura saggistica e le nozioni pervenute dagli studi sull’identità di genere che ho assorbito in altri contesti rispetto a quello della poesia.

Soprattutto, però, come è evidenziato dal titolo, c’è un nome che, nell’ambito di questa polifonia che risulta da Annina tragicomica, si è fatto carico del ruolo di personificare il femminile, la donna, l’altra donna. Le pluralità e la singolarità che voleva esprimere la scelta di questo nome, è spiegata come meglio non si potrebbe dalla prefazione di Anna Maria Curci oltre che dal fatto che Anna è anche il nome della nonna paterna che non ho mai conosciuto.

Ci sono molti incontri e scontri cui questo femminile plurale di nome Anna si sottopone, è sottoposta, e sottopone l’altra e l’altro per inesauribile ansia di un’autodefinizione che sia sufficientemente autonoma. Ciò creando circostanze di segno completamente diverso tra loro e riproducendo la quasi illegibilità espressa da differenti linguaggi che tuttavia coabitano sempre, come nella vita del resto, suggerendo tutt’altro.

Nell’ambito di questi confronti ce n’è uno che ho cercato di riprodurre anche un po’ per liberarmene dato che è stato fortemente condizionante per me: quello con la poesia del canone, cioè che si trova nei manuali di letteratura, quasi esclusivamente maschile almeno per quanto riguarda l’Italia.

Infine, ma forse come prima cosa, ad animare la scrittura di Annina c’è stato lo sconcerto di fronte alla violenza di un atteggiamento giudicante sottaciuto e manifesto in merito alla scelta che un soggetto femminile attua nell’assentarsi dalle categorie e dai ruoli di più o meno recente fabbricazione altrui.

 

Elena Ferrante per LAUNENWEBER

Diario provvisorio 4

Riprendo con qualche giorno di ritardo rispetto ai tempi che mi ero prefissata. Tra l’altro oggi inizio anche la traduzione del saggio di Stephanie V. Love An Educated Identity.
Continua dunque l’approfondimento delle tematiche critiche proposte in The Works of Elena Ferrante, sebbene il mio nuovo libro sia stato terminato già da un po’ e tradotto da Ingrid Ickler e ora aspetti di uscire per la casa editrice tedesca LAUNENWEBER. Il mio ritratto letterario di Elena Ferrante uscirà nella collana LW Italica che vede tra i libri già editi, un saggio del giornalista Roberto Giardina, e una raccolta di racconti di Veronica Raim . Sono molto contenta di questa opportunità che ha avuto la mia scrittura saggistica grazie all’interessamento diretto dell’editore Christian Berglar e del deus ex machina della casa editrice Salvatore Tufano. Perciò lunga vita alla bella e virtuosa LAUNENWEBER.


Un estratto dell’anteprima del libro dal catalogo dell’editore. 
Questo ritratto letterario di Elena Ferrante parte dal 1992, anno di pubblicazione in Italia de L’amore molesto, libro d’esordio dell’autrice. Inizia con un percorso che si situa tra le pagine dei romanzi, gli articoli e le prime interviste rilasciate da Ferrante alla stampa italiana. Il procedimento seguito è volto a illustrare le modalità di ricezione che l’opera dell’autrice ha avuto in Italia prima e diversamente dal resto del mondo. Un punto di partenza legato all’origine del fenomeno, quindi, ma con lo sguardo già rivolto alle motivazioni della consacrazione internazionale di Elena Ferrante, come una delle maggiori scrittrici italiane di sempre. È a partire dalla propria identità di scrittrice italiana che Elena Ferrante fa emergere un affresco controverso e magniloquente che proprio per la sua complessità lungi dal riguardare solo l’universo femminile. Un affresco evocativo e potentissimo sia quando si rivolge all’illustrazione di una piccola realtà rionale che quando dialoga con l’universo liquido rappresentato dal mondo globalizzato su cui l’opera di Ferrante ha saputo imporsi. Questo ritratto letterario costituisce quindi una ricognizione del tipo indicato dalla stessa autrice, ossia volta a quanto di più credibile possa mostrare una scrittrice relativamente a se stessa: la propria identità letteraria e autoriale intesa come ben più attendibile di quella anagrafica.

Una recensione di Marco Furia su Annina Tragicomica

IMG-20170509-WA0003Il sito La Recherche pubblica una recensione di Marco Furia su Annina Tragicomica. Sono veramente grata per la prolungata attenzione di Marco Furia per la mia scrittura. E per il disinteresse con il quale ha messo a servizio nel tempo il suo prezioso punto di vista. L’attenzione (e la sua continuità) è un bene raro e riscontrarlo nel caso della mia scrittura poetica ha del miracoloso. Grazie infinite caro Marco.


marco   Il lettore non è coinvolto, è già lì. Leggi tutto


 

Una nota di Giacomo Cerrai su Annina

Rimango sempre colpita dalla capacità di analisi di Giacomo Cerrai. La poesia si regge su equilibri fragilissimi in cui le intenzioni, sia di chi la scrive che di chi ne scrive, non contano niente. Bisogna cogliere il punto in cui le parole sono organizzate intorno al loro stare in bilico, per poterne scrivere a propria volta in modo utile. Non è facile, non è dovuto, ed è un gran servizio che si fa alla scrittura dell’altro. Per questo mi sento grata e onorata dell’attenzione di Giacomo Cerrai. E penso che abbia ragione, certi limiti (forse) non si  possono sfidare “come la conduttività del silicio, la cui riduzione pone una barriera oltre la quale è difficile andare”.


g “Penso che questa lettura polifunzionale sia dovuta a un certo grado di neutralità della lingua adottata, parlo di neutralità emotiva che non “pilota” necessariamente verso direzioni specifiche, parlo anche della selezione semantica, della voluta ambiguità di un tono talvolta verbalizzante, delle tecniche di disallineamento sintattico o di diacronia, come ad esempio la sospensione delle clausole (chiusure) in certe catene sintattiche, che tende a rivoluzionare l’aspettativa ordinaria di chi legge, e così via. Un effetto anche molto affascinante, come l’osservazione di un frammentato ma continuo pensiero dominante.” http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/902-Viviana-Scarinci-Annina-tragicomica.html

su Doppiozero chi sono i contemporanei di Ferrante

Elena FerranteTutte le protagoniste di Ferrante fanno riferimento alle molte possibili interpretazioni di un femminile singolarmente vissuto nell’ambito di un tempo storico collettivo. Scrive la stessa Ferrante a questo proposito su Delia e Olga, protagoniste rispettivamente de L’amore molesto (1992) e de I giorni dell’abbandono (2002): “Sono donne che dicono la loro storia dal centro di una vertigine. Quindi non soffrono per il conflitto tra ciò che vorrebbero essere loro e ciò che sono state le loro madri, non sono il punto d’approdo sofferto di una genealogia femminile cronologicamente ordinata che muove dal mondo arcaico, dai grandi miti dell’area mediterranea, per arrivare a loro in quanto picco visibile di progresso. Il dolore deriva invece dal fatto che intorno a loro, simultaneamente, in una sorta di acronia, si affolla il passato delle loro antenate e il futuro di ciò che cercano di essere”

⇒ http://www.doppiozero.com/materiali/chi-sono-i-contemporanei-di-elena-ferrante

Annina tragicomica …disponibile da oggi!

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Collana: Prosa | ISBN: 9788894161922
Pagine: € 11 Euro
Formebrevi Edizioni: formebrevi.it

ORDINI: formebrevi@gmail.com . c.libellula.m@gmail.com
UFFICIO STAMPA 06.98267808/ 333.2045759

Annina dal 9 maggio 2017 vi raggiungerà ovunque!

La tragicommedia è un tipo di componimento nel quale a vicende gravi e dolorose proprie della tragedia fanno contrasto spunti e procedimenti propri della commedia. Tale mescolanza genera spesso dei risultati sorprendenti sia dal punto di vista narrativo che da quello linguistico. Si inquadra in questa modalità Annina tragicomica, terzo libro di poesia di Viviana Scarinci autrice tanto poliedrica quanto anticonvenzionale. Nella poesia contenuta in questo suo ultimo libro Scarinci vede una sorta di rivendicazione sui generis “la poesia può rivendicare il diritto di ognuno ad ascoltare parole diverse da quelle che si aspetta”. Anna, in questa tragicommedia che si situa tra prosa e poesia, è l’altra da sé, in ogni caso un’identità femminile “in febbrile attesa di tutte le parole che non sono state ancora pensate” per definirla. “Parole che vengono dal basso, dall’esperienza che di primo acchito è sempre muta, piuttosto che dall’alto, di uno scopo o da un sapere che sa già il fatto suo perché codificato in modo ineludibile» scrive Scarinci nella postfazione.
Come afferma Anna Maria Curci nell’introduzione a questo libro: “Annina si oppone alla rinuncia e al soffocamento, alla menzogna travestita con gale e merletti, al trafugare, per distruggerli, i reperti. Sta, imperterrita eppure consapevole del rischio fatale, «molto vicino al bordo», fruga, un po’ Antigone e pur sempre Anna (sorella Anna?) tra «queste alture brulle» e intanto pensa «dovrebbe cercare tra il cocciopesto, i destinatari di questa maledizione». Possiede, la sua ricerca, un fondo e un fondamento prezioso, trascurato da molti: «Fremono gli oggetti spiati, sotto l’universo che li ignora.» e, aggiungo io, se la ridono di qualsiasi catalogazione, ché etichettarli come “versi” o “prosa”, come argomenta Viviana Scarinci nella sua Postfazione, è anch’essa manovra fuorviante”. Quelli di Scarinci sono versi che denunciando il loro continuo legame con la prosa e con la componente saggistica che ha sempre contraddistinto la scrittura di questa autrice, raccontano da capo più di una vecchia storia ma cercando parole nuove per dirla.

L’autrice

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Viviana Scarinci (1973) Vince nel 1995 il Premio Grinzane Cavour, per la sezione Scrivere i Colori. È due volte vincitrice del Premio Lorenzo Montano (nel 2014 sez. raccolta inedita e nel 2016 sez. una poesia inedita). È autrice di poesia con La favola di Lilith (ARK Records, 2013) e Piccole estensioni (Anterem, 2014). Curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte di Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Per la saggistica è autrice di un ebook monografico su Elena Ferrante (Doppiozero, 2014). Suoi testi sono presenti in numerose antologie. Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Nazione Indiana, Leggendaria, Doppiozero, Il Segnale, L’Ulisse. Si occupa del fondo librario di poesia di Morlupo. E’ co-redattrice di Formebrevi Edizioni. Gestisce il Centro Culturale Libellula.


Critica e recensioni

«A questa scrittura, senza dubbio, non è estraneo il carattere enigmatico, ma simile aspetto, lungi dal costituire una sorta di misteriosa dimensione esterna, quasi aggiunta, è il cardine attorno al quale ruota un vivido divenire linguistico che, non rifiutando del tutto il nesso logico, considera tale nesso una semplice possibilità del dire.»
Marco Furia su Amanda fiore o tartaruga

«Ma la consapevolezza di pensare una parola vivente, una voce esistenziale, si trova
proprio lì dove sembra concludersi la prospettiva dispersa di un sapere. Invece, così
ingarbugliato in ciò che si è (salda alla luce che orizzonta) o si vorrebbe essere (un segno che fermi la terra), un’oscillazione continua mantiene paradossalmente l’equilibrio e a ogni sbando rimanda a un’instabilità costante fra resistere e restare, in una situazione che è luogo di necessità e volontà»
Giorgio Bonacini su Piccole estensioni

«Come insegna Ida Travi, in Poetica del basso continuo, poeta che accosto a questo esito poetico di Viviana Scarinci, scrivere poesia oggi è cercare un varco continuo, non una verità ma una delle verità possibili fra noi e “lo spiazzo millenario nel quale irrompono le civiltà che forse dormono”.
Loredana Magazzeni su La favola di Lilith

La copertina

La copertina di Annina tragicomica è di Klaudia Ka. Nata nel 1984 a Varsavia, dove vive e lavora,  oltre alla pittura, si occupa anche di graphic designer. I suoi quadri si trovano in collezioni private in Polonia, Regno Unito, Belgio, Germania, Italia, Macedonia, Canada e Stati Uniti. Il suo sito web è: http://klaudiaka.art.pl

Elena Ferrante

E’ prevista verso la fine del 2017 l’uscita in Germania del mio nuovo libro su Elena Ferrante tradotto da Ingrid Ickler per la casa editrice tedesca LAUNENWEBER Verlag nella collana LW italica. L’uscita del libro, che sarà probabilmente annunciato alla fiera di Francoforte in ottobre, è prevista tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018. Davvero lieta di questa bellissima opportunità di coronamento della mia attenzione ventennale indirizzata soprattutto alla scrittura di un’autrice italiana importantissima come Elena Ferrante.


Ferrante sparwasser

 

Di Elena Ferrante parleremo con Giuliano Milani  mercoledì 22 marzo a Roma alle ore 19,00 allo SPARWASSER (http://www.sparwasser.it/) sulla base di questa interessante traccia proposta dagli amici del Pigneto: “Elena Ferrante (Napoli, 1943) è una scrittrice italiana, pubblicata dalla romana E/O. L’amica geniale, primo romanzo della tetralogia che l’ha resa famosa in tutto il mondo, ha venduto in Italia più di 150.000 copie. Un successo sicuramente inaspettato per un’autrice di una casa editrice indipendente. Ma la vera sorpresa arriva dall’estero: tradotta prima in inglese, poi nelle maggiori lingue europee, per approdare recentemente anche all’arabo. I quattro romanzi hanno superato il milione di copie in Canada e negli Stati Uniti, dove la Ferrante è diventata uno dei fenomeni letterari più seguiti negli ultimi anni, tanto da spingere il settimanale «Time» nel 2016 ad inserirla tra le 100 persone più influenti al mondo e il «New York Times» ad annoverare la saga fra i 10 migliori libri del 2015.

La scelta dell’anonimato fin dal suo primo romanzo (L’amore molesto del 1992) è stata causa in Italia e non solo di un dibattito fuorviante, troppo spesso morboso. Chi è Elena Ferrante? Quanto guadagna? Cosa ha da nascondere? Quanto si tratta di una reale scelta autoriale e quanto di un’operazione commerciale?

Sono domande che c’interessano poco, che poco hanno da dire rispetto alla portata del successo della sua scrittura e che difficilmente spiegano questi numeri di vendita.

Vogliamo costruire dunque un’iniziativa che vada oltre gli scoop e i pettegolezzi e rimetta al centro i lettori, l’Elena Ferrante che siamo diventati tutti immergendoci nei suoi libri, nella Napoli narrata attraverso le vicende di Elena e Lina, in quei pezzi di storia d’Italia che filtrano dalle vite delle due ragazze in tutta la loro crudezza e complessità. Vogliamo interrogarci insieme sul come e perché un libro possa avere successo, su quali siano i meccanismi che ne decretano la qualità e appassionano i lettori e le lettrici.

Giuliano Milani, insegna Storia medievale all’Università di Roma La Sapienza. Studia la storia dei comuni italiani tra XII e XIV secolo interessandosi soprattutto della giustizia, dell’amministrazione, dei conflitti politici e dell’uso pratico di scritture e immagini. Ha scritto: L’esclusione dal comune. Conflitti e bandi politici a Bologna e in altre città italiane tra XII e XIV secolo, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Roma 2003; I comuni Italiani, Laterza, Roma-Bari 2005, e recentemente Avidité et trahison du bien commun. Une peinture infamante du XIIIe siècle in «Annales. Histoire, Sciences sociales», 66, 2011, pp. 705-39. > goo.gl/wKUahb


Da qui http://rome.carpediem.cd/events/2857478-elena-ferrante-a-sparwasser-at-sparwasser/

L’orrenda carezza

Io volevo che l’ossimoro “carezza-orrore” fosse strutturale, fosse scritto nel DNA del pezzo. Francesco Bellomi da Carte nel vento n.34

Francesco Bellomi sulla composizione per Amanda fiore o tartaruga di Viviana Scarinci


 

Nelle 24 righe del testo Amanda fiore o tartaruga  che ho avuto a disposizione ho sottolineato subito la frase finale: «quella carezza che ti fa orrore». Questo ossimoro è stata per me la chiave di tutti gli ossimori e le contrapposizioni precedenti. Quello che ha innescato il mio procedimento di invenzione.

Ora, in questo testo come in tutti gli altri, c’è ben di più di un ossimoro o simili, ma io avevo bisogno di una chiave di lettura abbastanza astratta da poter essere trasposta in musica e abbastanza semplice da essere comprensibile a chi ascolta la musica. In pratica ho immaginato che questa contrapposizione potesse essere il filo rosso che tiene insieme le centinaia di altre cose che l’analisi di questo testo può rivelare e ho provato a scrivere una musica infarcita di “carezze” e di “orrore”. A cominciare dai materiali di base. Si può mimare musicalmente una carezza in molti modi (e ho provato a usarne qualcuno di quelli usabili sulla tastiera di un pianoforte) ma io non volevo fare il Pierino e il lupo del premio Montano (con i suoi temini-personaggi da asilo infantile: “senti? il tema cullante della carezza? adesso arriva il cluster dell’orrore…”). Io volevo che l’ossimoro “carezza-orrore” fosse strutturale, fosse scritto nel DNA del pezzo.

Così sono partito da un materiale, una scelta di altezze, che potesse già di per se suggerire l’ambiguità di questa orrenda carezza. Il materiale migliore che ho trovato è un accordo ben conosciuto dai musicisti: la triade aumentata o eccedente. Un accordo accuratamente classificato ed etichettato in tutti i manuali di armonia, ma che musicisti come Debussy, Berg (Sonata op.1) e Scriabine hanno usato in modo intensivo e magistrale.

1

Questo accordo si porta dentro tutta una serie di ambiguità:

– è dissonate (poco) ma è costruito con due intervalli consonanti (due terze maggiori);

– può appartenere a varie tonalità e quindi risolvere in molto modi, basta cambiare il modo con cui si scrivono i suoi suoni (enarmonia);

– mettendo in fila almeno tre triadi aumentate si ottiene una scala “esatonale” o “di Debussy” che ha la singolare caratteristica, essendo composta solo di intervalli di tono, di non avere delle tensioni orientate verso qualche nota di risoluzione della tensione; come succede in tutte le scale tonali che si adoperano nel 97% della musica che ascoltiamo. Nelle scale esatonale la tensione è bassa e diffusa, come una nebbia impalpabile e priva di punti di appoggio; non a caso Debussy adorava questa scala.

2

La triae aumentata è un accordo dolce e morbido come una carezza ma appena lo adoperi per più di due secondi diventa (se non sei un genio come Debussy) veramente nauseante e insopportabile.

Così ho messo sulla mia tavolozza un insieme di altezze (un “impasto”, una scala, un arpeggio, insomma chiamatelo come che vi pare) che contiene questo accordo. Per gli amici possiamo chiamarlo insieme x:

3

L’insieme y è dato invece da tutte le altre altezze (fra le 12 che usiamo in occidente) che non appartengono all’insieme x.

3a

La somma; x + y = z

4

dove z è l’insieme di tutte le altezze possibili nel nostro sistema musicale e sulla tastiera di un pianoforte (se è accordato correttamente, cosa che non succede quasi mai, ma questo è un’altra storia).

Il brano oscilla continuamente fra questi due insiemi che costituiscono i due poli di attrazione di tutto il materiale melodico e armonico. In pratica: dopo un po’ di tempo che si lavora con l’insieme x l’ascoltatore comincia a sentire il bisogno di qualcosa, non sa bene cosa, una specie di cambiamento, ma non sa bene quale cambiamento. Cambiamenti di ritmo, di intensità, di testura sono solo palliativi, e servono solo a tirarla in lunga ancora un po’ (prolungamento nell’analisi Schenkeriana) ma alla fine, il desiderio di un cambiamento di “tavolozza armonica” è così forte che non c’è acrobazia che tenga: bisogna cambiare le altezze adoperate altrimenti l’ascoltatore “esplode” o, meno clamorosamente, distoglie l’attenzione.

Nel mondo modale e tonale questa tecnica era chiamata modulazione ed è basata su uno dei meccanismi percettivi più forti (e forse innati) del nostro efficientissimo orecchio tonale.

Nel brano ho poi utilizzato gesti strumentali tipici della morbidezza: sonorità tenui, una certa lentezza, indugio su formule ritmico melodiche ripetitive, arpeggi, pedali, ecc.

Il pezzo finisce con tre accordi: l’insieme x, l’insieme y, e l’insieme z. Una sorta di cadenza riepilogativa di tutta la storia e, casualmente, l’ultimo accordo, l’insieme z, composto di tutte e 12 le altezze di un’ottava del pianoforte può essere suonato solo come un doppio cluster (tasti bianchi + tasti neri) mettendo le mani distese trasversalmente come per accarezzare la tastiera: è l’ultima orribile carezza del pezzo.

Il video dell’esecuzione


Si, effettivamente, spiegare la musica usando le parole è piuttosto complicato e spesso totalmente inutile e fuorviante, specie quando a farlo sono proprio i musicisti.

I critici se la cavano molto meglio, anche se barano tutti alla grande fingendo di capirci qualcosa.

Gli scienziati sono quelli che si avvicinano di più alla sostanza dei fatti musicali, forse perché il lavoro scientifico utilizza alla fin fine gli stessi identici mezzi e procedimenti del lavoro artistico: è un lavoro creativo esattamente come l’arte, la danza, la musica, la poesia, ecc.

Detto questo ci sono validi ripieghi: parlare del contesto storico, delle strutture musicali, delle forme, dei trucchi del mestiere, e così via. Ma alla fin fine, in qualunque modo la si metta, si finisce per raccontare una storia. In fondo anche le leggi fisiche o i teoremi matematici raccontano delle storie: le raccontano con formule numeri ed equazioni, ma sono storie.  Francesco Bellomi 

Febbraio 2017, anno XIV, numero 34 Carte nel vento

Il bando della trentunesima edizione del Premio Lorenzo Montano  

L’estensione del piccolissimo

 

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  Piccole estensioni

da oggi può essere richiesto per l’invio al

Centro Libellula – Fondo Librario
info c.libellula.m@gmail.com


Ma tutto questo estendersi minuto è però innumerabile; non viene né arriva soltanto da una dimensione di misura emotiva, ma da un vero e proprio sguardo sull’esistenza a cui la nominazione sembra appartenere: un luogo precedente la parola. Come un mondo-senza-mondo che si riempie di sé, a partire da un suono preverbale che genera il suo dire con piccole fluttuazioni, germinando nell’inquietudine.

Giorgio Bonacini

D’altronde “le cosmogonie riprendevano / un’evoluzione marginale”, ossia le origini dell’universo, fermo restando il loro valore in campo scientifico, rientrano nell’esserci e l’occhio umano può considerarle “il contesto minuzioso / di una qualunque realtà”.

Marco Fura

E’ evidente quindi che tutto questo bacino poetico è ipoteticamente inesauribile e tutt’altro che “piccolo” (meno che mai minimale), che il “piccolo” debba essere alla fine tralasciato, che esso sia un’unica e dominante metafora, qualcosa che precede anche l’ideazione stessa della scrittura, il seme di una evoluzione creativa, come un frammento di DNA

Giacomo Cerrai


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Annina tragicomica edita a aprile 2017

img-20170126-wa0003É prevista per aprile 2017 l’uscita di Annina tragicomica, edita dalla giovanissima editrice siciliana Formebrevi.

Si tratta di una storia suddivisa in settanta piccoli blocchi di testo con una prefazione di Anna Maria Curci. Formebrevi Edizioni è anche il motivo per cui ho deciso di pubblicare un testo anomalo come Annina ossia da non potersi dire appartenente a questo o a quel genere. L’editrice fondata da Giovanni Duminuco mi è apparsa, fin dal primo libro pubblicato nel 2016, come una no-eap in grado di fare scelte editoriali improntate alla ricerca letteraria programmatica ma non schierata.

La prima pubblicazione di Formebrevi, Le case dei venti contrari di Lia Maselli, infatti comunica l’entità di una scelta molto precisa rispetto alla propria linea editoriale: un’opera di una autrice esordiente nel genere del romanzo, ma così robusta da essere in grado di mantenere la prevalenza della propria cifra, sia sulle caratteristiche del genere in cui muove la sua narrazione, sia su possibili orientamenti tematici funzionali a una qualche sponsorizzazione, fosse anche variamente ideologica. La cosa mi ha sorpreso ma moderatamente. In tempi non sospetti ho conosciuto e apprezzato Dinamiche del disaccordo il libro di poesia d’esordio di Giovanni Duminuco edito nel 2013 da Anterem. Una raccolta poetica che già lasciava intravedere i possibili sviluppi di una ricerca letteraria in primo luogo praticata, più che alimentata nell’ambito di se stessa, attraverso la blanda teorizzazione della propria estetica.

Già in Dinamiche del disaccordo si intravedeva l’attitudine a una pratica di sistema che fa ossimoricamente della permeabilità all’anomalia, un tracciato sorprendente e perciò capace di rendere la propria unicità una comunicazione autentica e leggibile. E perciò senza la necessità di ricorrere a riferimenti già dati al fine di essere sostenuta da terzi.

Le pubblicazioni seguenti di Formebrevi da quella dello stesso Duminuco La ferita distorta dell’agire alla bellissima e dolente Della fine di Flavio Ermini, fino all’ultimo nato: In male aperto di Fabrizio Strada, non hanno fatto che confermare una propensione naturale di Formebrevi alla poiesis ossia un “fare dal nulla” che trova coerenza e concretezza nel diversificare i propri orientamenti originari.

Per questi motivi, la mia Annina tragicomica, per mantenersi integra nella sua anomalia, poteva trovare la sua collocazione naturale nell’ambito di queste pubblicazioni.

Così come ha trovato terreno l’ipotesi di collaborazione, nel senso di piccolissima e indipendente produzione editoriale, tra il Fondo Librario di Morlupo che rappresento e Formebrevi rappresentata da Giovanni Duminuco la cui fattività degli sviluppi, speriamo, si vedrà da qui a breve.

XXX Premio L. Montano il video

Contenuti del video: “Amanda fiore o tartaruga” reading. Premiazione Presidente I Circoscrizione Comune di Verona. Marco Furia, motivazione del conferimento. Francesco Bellomi, composizione su “Amanda” esecuzione e commento. Forum Anterem a cura di Flavio Ermini e Ranieri Teti.

Motivazioni del conferimento

di Marco Furia 

Con “Amanda fiore o tartaruga” Viviana Scarinci propone un componimento che si colloca nel territorio comune a prosa e poesia, ossia in una regione ove certi confini non vengono aboliti, bensì, semplicemente, ritenuti inesistenti.
Prosa poetica? Prosa d’arte di novecentesca memoria? Le definizioni poco interessano.
Interessa invece la presenza di una scrittura capace di superare, con agile consapevolezza, ogni rigida classificazione dei generi letterari: a Viviana non importa definire che cosa sia prosa e che cosa sia poesia, poiché le preme soprattutto esprimersi in maniera consona.
Elabora, così, uno stile leggero, quasi volatile, eppure complesso, ossia tale da promuovere articolate cadenze che, pur non soffermandosi, tendono a persistere.
Una pronuncia mi è parsa particolarmente significativa:
“Poteva essere quel ripiegamento il corollario della dismissione focalizzato di ogni petalo il non farsi corolla”.
Il petalo esiste anche se non è parte di una corolla, possiede una propria individualità, non è necessariamente un frammento di qualcos’altro.
A questa scrittura, senza dubbio, non è estraneo il carattere enigmatico, ma simile aspetti, lungi dal costituire una sorta di misteriosa dimensione esterna, quasi aggiunta, è il cardine attorno al quale ruota un vivido divenire linguistico che, non rifiutando del tutto il nesso logico, considera tale nesso una semplice possibilità del dire.
Scrive la poetessa:
“l’accaduto rinvenirlo a posteriori”
Indicando in quell’ “a posteriori” un certo modo di esistere nel (e con il) linguaggio consistente non in ragionamenti, bensì in prese d’atto verbali direttamente collegate ai loro oggetti: la scrittura, qui, tende con evidenza a ridurre al minimo lo spazio tra se stessa e la vita, tra ciò che si può narrare e ciò che è.
Insomma, se riconosciamo un mentre e un dopo, il racconto, con la sua sistemazione canonica, si delinea nel dopo.
La scrittura di Viviana aspira a svolgersi nel mentre?
A mio avviso, sì.


vedi:  Piccole estensioni (Anterem 2014) e Francesco Bellomi su Piccole estensioni

“Amanda” premiata sabato 19 novembre a Verona

SAMSUNG CSCdi quella natura che non muove Che chiude tutte le controversie di non smettere Mancante sempiterno del tempo che qualcuno lo impalmi, è il fiore che dura amante nell’aria spartito Poteva essere quel ripiegamento il corollario della dismissione focalizzato di ogni petalo il non farsi corolla Potevamo essere quei rispecchiamenti forzata la prima battuta senza la qualità strategica di un valore Poteva la marca sfuggire non accoglierci del tutto privati nel punto in cui si dorme o suona parsimoniosa la paura in altre musiche (…)


VERONA 19 novembre. Premio Lorenzo Montano 2016: per la sezione “Una poesia inedita” la vincitrice è Viviana Scarinci (già vincitrice nel 2014 per la raccolta inedita con ) con la poesia Amanda fiore o tartaruga. Per la sezione “Una raccolta inedita” il riconoscimento è andato a Luigi Severi con Sinopia. Per quanto riguarda il premio principale, e cioè quello relativo alla sezione delle opere edite, l’opera vincitrice è Una lucida disperazione di Piera Oppezzo (Interlinea, 2016). Michele Cappetta è invece il vincitore per la sezione “Una prosa inedita”.

Come ogni anno, il Forum Anterem si terrà presso la Biblioteca Civica di Verona. Nell’occasione del trentennale del Premio Lorenzo Montano, gli appuntamenti saranno ben quattordici e si svolgeranno dal 12 al 19 novembre. Sarà uno spettacolo assistere ancora una volta al dialogo serrato che la poesia svolgerà con la filosofia, la musica, l’arte. Nel corso della manifestazione saranno premiati i vincitori del Premio Lorenzo Montano, XXX edizione.

La finalità è di far emergere l’intima relazione che unisce la poesia e le complesse problematiche del nostro tempo. L’edizione del trentennale del Premio Lorenzo Montano prevede momenti di forte intensità, con interventi di grande rilievo. L’ingresso è libero fino all’esaurimento dei posti.

16 ottobre Piccole Estensioni in Piazza Duomo a Piacenza per il Piccolo Museo

Piccole estensioni, poesia
poesia

 

PIACENZA 16 ottobre, Piazza Duomo PICCOLE ESTENSIONI (Anterem 2014 http://www.anteremedizioni.it/piccole_estensioni_di_viviana_scarinci)

*

si contano i danni
come dopo le alluvioni
quando l’acqua trincera gli stami
e tutto resta madido per ore
il passante come il cane
nel fitto della sera
sul margine di un attributo
elementare di tempesta
dileguarsi dalla parte più cieca
che li abbia cercati
*
in acque amiche tutto il corpo
nel liquido l’ipotesi
di muoversi allenati dalla chimica
di un conduttore, ancorato il già detto
il già stato all’etimo sicuro di qualche riga
le ritorsioni abituali, nessun occhio
guarda dal suo pelago

“Ma la consapevolezza di pensare una parola vivente, una voce esistenziale, si trova proprio lì dove sembra concludersi la prospettiva dispersa di un sapere. Invece, così ingarbugliato in ciò che si è (salda alla luce che orizzonta) o si vorrebbe essere (un segno che fermi la terra), un’oscillazione continua mantiene paradossalmente l’equilibrio e a ogni sbando rimanda a un’instabilità costante fra resistere e restare, in una situazione che è luogo di necessità e volontà, che Viviana Scarinci chiama l’estensione del piccolissimo”. Giorgio Bonacini

“Le “piccole estensioni” non sembrano luoghi facili da frequentare: il senso della qualità implica un’assidua dedizione. Chi ne è davvero affascinato sarà sempre disponibile a un’indagine per nulla fine a se stessa, poiché consistente in uno studio dell’esistenza”. Marco Furia

“il piccolissimo, nella scrittura, il particolare che è però marcatore di vicende anche più complesse che forse nella vita di ciascuno possono apparire collaterali ma che segnano quanto un gesto o uno sguardo che diventino per qualche misteriosa ragione indimenticabili. E Scarinci, con la sua scrittura che è giusto definire consapevole, ha ben presente questo ventaglio di possibilità, tanto che questi territori e i loro sconfinamenti diventano secondo e non minore strumento e oggetto poetico della raccolta”. Giacomo Cerrai


La manifestazione

Ideazione: Massimo Silvotti

Collaborazioni: il Comune di Piacenza, l’intera Rete museale piacentina, Centri Studi e Centri di Ricerca sulla poesia, Associazioni Culturali, Case della Poesia, Editori, Premi letterari, il Movimento del Realismo Terminale (26 in tutto, provenienti da tutte le Regioni italiane).

Quando: dalle 21 di sabato 15 ottobre, alle 22 di domenica 16 ottobre 2016 (notte inclusa).
Dove: in Piazza Duomo a Piacenza.

Poeti che verranno letti: 104 in tutto (in gran parte i grandi poeti del secolo scorso, con l’aggiunta dei più significativi contemporanei). Poeti e attori che leggeranno le poesie: ad oggi 85 persone provenienti da gran parte delle regioni italiane; i contemporanei leggeranno se stessi.

Cos’è il Museo della Poesia: il Piccolo Museo della Poesia Incolmabili Fenditure di Piacenza è l’unico museo della poesia in Europa formalmente riconosciuto (censito da ISTAT nel 2016), come c’è stato attestato dal Ministro Franceschini, con lettera formale, in occasione della nostra inaugurazione il 17 maggio 2014.

Altri cenni sul nostro museo: il museo formalmente inserito nella rete museale piacentina, è una realtà privata (associazione culturale, non a scopo di lucro), la cui preziosa collezione è in prevalenza centrata sulla poesia italiana.

Campagna … soffiamo la Piuma: scongiurare la chiusura del nostro Museo, nel maggio 2017, promuovendo una campagna di raccolta fondi dal basso che avrà inizio il giorno 15 ottobre a partire dalle ore 21.

Piccole Estensioni a Piacenza

Piccole estensioni, poesia
poesia

PIACENZA, DOMENICA 16 OTTOBRE, Piazza Duomo. La raccolta poetica “Piccole Estensioni” (Anterem, 2014) di Viviana Scarinci, parteciperà alla straordinaria manifestazione organizzata dal Piccolo Museo della Poesia di Piacenza a cura di Massimo Silvotti: 25 ore di letture di poesie ininterrotte, a partire da sabato 15 ottobre, dalle 21, fino a domenica 16 ottobre, alle 22 (notte inclusa) in omaggio alla poesia italiana, dai primi del 900 ai giorni d’oggi. “Piccole estensioni” è stato selezionato tra quei testi custoditi nel museo, per essere letti dalla stessa autrice nell’ambito di una manifestazione che raccoglie le voci più significative di oltre 50 poeti del Novecento italiano. Ci vediamo perciò a Piacenza, domenica 16 ottobre, verso l’ora del vespro. ( http://www.comune.piacenza.it/benvenuti/citta/cosavedere/musei/piccolo-museo-della-poesia-incolmabili-fenditure)


“Il Piccolo Museo della Poesia ‘Incolmabili Fenditure’ nasce a Piacenza per iniziativa dell’omonima associazione culturale. I soci fondatori dell’associazione hanno perseguito tenacemente il sogno di veder nascere il primo museo della Poesia in Europa, infatti, se non si considerano le numerose Case della Poesia esistenti, la realtà piacentina rappresenta una prima esperienza pilota, a livello continentale. La Galleria d’Arte – Spazialismo poetico, ospitata all’interno del museo, non è da considerare come un’entità a parte con cui condivide solo gli spazi espositivi: al fianco di una dimensione museale consueta, si accompagna un ruolo di presenza operante nell’arte e nella poesia coeva; così la funzione della Galleria assurge ad un ruolo del tutto centrale circa l’attività museale: porsi al centro della sperimentazione e dell’innovazione nell’arte; interloquire con le intelligenze più avanzate della nostra contemporaneità, mettendo in comunicazione memoria e rivolgimento”.

16 ottobre piacenza.jpg

Sorgenti che sanno

acquatici… ma proprio tanto contenta di essere parte, con la mia Melusina, di questo bellissimo e curatissimo progetto editoriale!


Curato da Francesca Matteoni e Cristina Babino, sta per uscire Sorgenti che sanno raccolta di saggi a tema acquatico e fiabesco, edito dalla Biblioteca dei Libri Perduti.

Sarà presentato in anteprima all’Isola d’Elba all’Elbabookfestival il 29 luglio alle ore 18,30.

Illustrazione in copertina di Alfonso Cucinelli, progetto grafico di Fabio Salvitto, coordinamento redazionale di Anna Castellari.

Gli autori presenti nel volume: Francesca Matteoni, Cristina Babino, Giovanni Agnoloni, Mariasole Ariot, Vincenzo Bagnoli, Francesca Bertazzoni, Chiara Catapano, Azzurra D’agostino, Giovanni De Feo, Patrizia Dughero, Caterina Morgantini, Viviana Scarinci, Francesca Scotti e Eleonora Tamburrini.

In libreria a settembre!

“Amanda” vince il Premio Montano 2016

Amanda fiore o tartaruga vince l’edizione del trentennale del Premio Lorenzo Montano indetto da ANTEREM Rivista di ricerca letteraria in collaborazione con la Biblioteca Civica di Verona. La sezione Una poesia inedita di cui il mio testo risulta vincitore è patrocinata dalla prima circoscrizione del Comune di Verona. Il riconoscimento va a una poesia inedita che costituisce per l’autore un momento privilegiato della sua ricerca poetica. È la seconda volta che ho l’onore di vincere il Premio Montano. Nel 2014 infatti la mia raccolta poetica Piccole estensioni si era aggiudicato il Premio Raccolta Inedita con la conseguente pubblicazione dell’opera a cura delle Edizioni Anterem. Per me come poeta donna si tratta di un riconoscimento di straordinaria importanza. Parte della mia formazione la devo alla lettura della poesia pubblicata e tradotta da Anterem casa editrice e della rivista che è una delle pubblicazioni italiane più significative nel campo della ricerca letteraria e filosofica europea. Perciò posso solo aggiungere che sono felice come mai prima d’ora e aspettare novembre per partecipare a Verona al Forum di Anterem e alla premiazione! http://www.anteremedizioni.it/premio_montano_xxx_poesia_inedita

ESSA su Il segnale 104

Un mio testo dal titolo che è tutto un programma ‘Essa’ sull’ultimo numero della rivista milanese Il Segnale 104, tema: L’ Esserci e il Sentirci. Si tratta di un gioco. Ho deciso di approcciare il tema che il direttore mi ha invitato a trattare attraverso una finta prosa filosofica tendente al surreale…ma a pensarci bene, surreale neanche tanto.


Estratto

segnale 104(…) Infatti l’utente che appartiene a gruppi minoritari percepisce come unicamente pervasiva, quell’ossimorica esistenza di ogni invisibilità che si concretizzi attraverso un’entità la quale si autonomina, Essa stessa, come prototipo di ciò che meglio di altro esiste in una zona franca di irriducibilità che non è vita né pubblica né privata … (…)

Marosia Castaldi su Nazione Indiana

L’immagine è un’opera di Marosia Castaldi

27-castaldi.jpgCredevi davvero che la mia vita si svolgesse tutta sopra quella sedia insieme a mia madre alla sua amica e alle due vecchiette? Io sono quello che sono per tutte le battaglie che ho combattuto e per tutti i risultati che ho ottenuto. Sono a fiori. Anche mia madre recita nei pomeriggi del tè lei è molto più pazza di me si innamora di moltissimi uomini ma lì fa solo la parte della madre e Dora quella dell’amica e le due vecchie la parte delle vecchiette pazze. Fuori della stanza siamo anche altre cose ma questa piccola cerimonia ci serve forse per “fare famiglia”. (CASTALDI, Marosia, Il dio dei corpi, Sironi Editore, Milano, 2006, cit., p. 86)


Dopo Elena Ferrante e Valeria Parrella ringrazio Nazione Indiana di aver condiviso questo mio ulteriore passo su Marosia Castaldi e la narrativa italiana contemporanea scritta da donne


Il culto dei morti, dei figli, della famiglia, del cibo, l’evanescenza della linea di demarcazione tra l’al di qua e l’al di là cui il territorio flegreo, il mitico vulcano, il mitologico Averno hanno abituato i napoletani, sono soltanto alcuni degli elementi che hanno consentito a certe scrittrici contemporanee di provenienza meridionale un’interessante rivisitazione della propria origine senza che la loro narrativa fosse di stampo necessariamente localistico ma anzi, passando per Napoli, si rivolgesse ben oltre ciò che Napoli significa geograficamente (…) Marosia Castaldi è una scrittrice e scultrice nata a Napoli ma residente da molti anni altrove. La tensione conoscitiva intrinseca ai suoi racconti, fiabe e romanzi di primo acchito pare compiersi in modo diverso rispetto a quello del racconto che ha intenzione di estendere oltre il luogo dello svolgimento dei fatti, la riconoscibilità delle circostanze narrate.”

“Il primo amore” pubblica una nota su Olocausto di Charles Reznikoff

Continuo l’excursus su poesia e traduzione (vedi qui) con un saggio su Olocausto del poeta americano Charles Reznikoff. Grazie a Il primo amore di aver condiviso questo ulteriore passo.

“L’esergo di Holocaust è una dichiarazione di Reznikoff in merito alle fonti utilizzate: “Tutto ciò che segue è basato su una pubblicazione del governo degli Stati Uniti, Trials of the Criminals Before the Nuremberg Military Tribunal, e sugli atti del processo Eichmann a Gerusalemme.” Ed è sempre il poeta, attraverso una nota iniziale, a darci un’idea seppur vaga che il testo potrebbe avere una progressione cronologica “Il Partito Nazional Socialista Tedesco dei Lavoratori, noto come partito dei nazisti, prese il potere in Germania nel gennaio 1933. Inizialmente, la loro politica si limitò a costringere gli ebrei a emigrare.” Le scene proposte nel libro si dividono in dodici capitoli con titoli come: Deportazione, Camere a gas e camion a gas, Bambini, Fosse comuni e guidano il lettore nella conoscenza di fatti realmente accaduti a partire dalle violenze perpetrate sugli ebrei indifesi dell’inizio, fino a un doppio finale: la rivolta del ghetto di Varsavia e il salvataggio degli ebrei verso il nord Europa.”


Alcune donne ebree furono messe in fila dalle truppe tedesche a cui
era stato assegnato quel territorio,
fu detto loro di spogliarsi,
e rimasero in sottoveste.
Un ufficiale, guardando la fila delle donne,
si fermò davanti a una giovane donna –
alta, i lunghi capelli intrecciati, e occhi meravigliosi.
La guardò per un po’, poi sorrise e disse:
«Fa’ un passo avanti». (trad. Andrea Raos)

 

r2Charles Reznikoff  (1894-1976) poeta statunitense, partecipe in prima persona (con Louis Zukofsky, George Oppen, Carl Rakosi) dell’idea e progetto “oggettivista”. Autore di numerosi testi di poesia, tra cui Jerusalem the Golden (1934), In Memoriam (1936), By the Waters of Manhattan: Selected Verse (1962), Testimony: The United States (1885-1890) (1965), Holocaust (1975).

Su doppiozero: Se il danno della famiglia si fa paese

Dopo Elena Ferrante, Letizia Muratori e Caterina Bonvicini, su doppiozero continuo il mio viaggio entro il romanzo italiano contemporaneo scritto da donne.

Stavolta con Se il danno della famiglia si fa paese propongo una lettura de Lo spazio bianco di Valeria Parrella


Lo spazio bianco è però anche un romanzo che sottolinea soprattutto come certe prese di coscienza che sembrano personali comportino invece un passaggio molto complesso nell’ambito tanto di una maturazione individuale quanto di una maturazione collettiva. E non è ancora tutto: oltre alla storia di una nascita avventurosa, in questo romanzo Parrella racconta quel passaggio simbolico attraverso il quale una figlia diventa una madre. Una madre di oggi però, che non sia soltanto frutto di un passaggio di testimone generazionale, né il cui essere madre denunci sconfitte o vittorie nei confronti della società attuale o precedente.

Le immagini di sabato 22 agosto al Tempietto

Sabato 22 agosto 2015, Roma – Davvero un onore per me ieri sera precedere la performance del pianista Marek Szlezer nell’ambito del Festival Musicale delle Nazioni, notti romane al Teatro di Marcello. Bellissima occasione di condividere poesia e musica attraverso un’intenzione di coralità così riuscita che mi ha fatto sentire a casa. Grazie a Tommaso Putignano, amico carissimo, all’organizzazione e alla conduzione del talentuoso Angelo Jannoni Sebastianini e al pragmatismo lieve e intelligente delle due coadiuvatrici degli incontri del Tempietto Donatella Giancaspero e Anita Napolitano.

Il testo della recensione a La favola di Lilith su Il segnale 2015/ 101

??????????????????????s101Con il sottotitolo di “due atti di Viviana Scarinci e Edo Notarloberti” viene distribuita la favola di Lilith, poema sonoro recitato su base di archi e pianoforte e inciso su un cd. Ci si trova dunque di fronte ad una poesia che recupera la dimensione non solo della vocalità, e dell’oralità, ma anche quella della performance, o meglio della irripetibilità performativa, che non consente la tradizionale lettura e rilettura a cui la poesia lineare da sempre ci ha abituati.Continua a leggere “Il testo della recensione a La favola di Lilith su Il segnale 2015/ 101”

Poesia 2.0: Loredana Magazzeni su La Favola di Lilith

IMG_6185 (800x534)“Cp2ome insegna Ida Travi, in Poetica del basso continuo, poeta che accosto a questo esito poetico di Viviana Scarinci, scrivere poesia oggi è cercare un varco continuo, non una verità ma una delle verità possibili fra noi e “lo spiazzo millenario nel quale irrompono le civiltà che forse dormono”. Leggi tutto

Su Gradiva una recensione di Marco Furia a Piccole estensioni

CAM00507 (600x800) la rivista


Il testo integrale di Marco Furia

Con Piccole estensioni, opera vincitrice del Premio “Lorenzo Montano” 2014, Viviana Scarinci presenta una raccolta in cui prosa e poesia si alternano. Prosa e Poesia? Mai come in questo caso la differenza tra generi letterari appare non idonea a definire una scrittura capace di snodarsi, sicura, per via di vivide pronunce testimoni di un esistere consistente nel suo stesso idioma.Continua a leggere “Su Gradiva una recensione di Marco Furia a Piccole estensioni”

su Doppiozero gli animali di Letizia Muratori e Caterina Bonvicini

Doppiozero pubblica un mio articolo su due romanzi di due autrici tanto diverse ma con qualcosa di importante che le accomuna, si tratta di

Animali Domestici di Letizia Muratoridom L’equilibrio degli squali di Caterina Bonvicini sq

“Un luogo comune è soprattutto un posto accessibile a tutti. Sarà forse un desiderio banale, ma è un posto in cui quasi tutti vogliono andare. Un luogo di cui quasi tutti parlano, e la cosa si arresta a quel chiacchiericcio senza figure che lascia tutte le investigazioni possibili fuori dalla porta di coloro che proprio in questo posto hanno messo su famiglia o vita randagia. Perché come sembra asserire Muratori, tutti noi, come i cani, alla fine siamo domestici o randagi. Almeno questo è ciò che della nostra animalità possono raccontare i luoghi comuni. Luoghi di terra o di mare che indistintamente celano insidie quotidiane di una ferocia tanto sibillina quanto irriferibile, come testimonia il romanzo di Bonvicini” Leggi l’articolo QUI

Oggi a Trento con il cuore e i bravissimi MOTOCONTRARIO

Marco Longo (1979) – Estensioni (2015) Ciò che nel brano accade riguardo all’esposizione della materia sonora, alla sua (non)evoluzione e ai rapporti timbrici fra saxofono e viola si riassume e si risolve in quello che l’autrice del testo poetico, Viviana Scarinci, scrive riguardo alla propria raccolta Piccole estensioni: “Dovendo individuare a posteriori un tema delle Estensioni,(…) credo che sia il tema della “differenza” quello principale. L’ipotesi immaginosa formulata dalle Estensioni è che al principio non ci sia il verbo, né il silenzio ma una minuscola differenza. Prima di nascere esiste nel microscopico mondo delle Estensioni solo un infinitesimo differire delle singolarità. Ma dopo, al di fuori di questa figurazione nostalgica l’esposizione delle forme visibili avviene attraverso un linguaggio che non evita sinonimi né sperimenta vere mutazioni.” http://www.motocontrario.it/festival-contrasti/festival-contrasti-2015/2-sabato-11-aprile-sala-fondazione-cassa-di-risparmio-musica-e-poesie-operenuove

Sabato 7 febbraio alle 16 ELENA FERRANTE ebook a Milano presso Writers #2

Sabato 7 febbraio alle 16 presenteremo con Luigi Grazioli ELENA FERRANTE ebook a Milano presso Writers #2. “Writers non è un festival né una fiera, né un triste convegno sulla crisi dell’editoria e della cultura, ma un circo letterario narrativo, nel senso più serio e divertente del termine. L’occasione per ritrovarsi assieme in due giorni di incontri e racconti”. Tutte le info qui http://www.writersfestival.it/

Writers

Elena Ferrante. Una monografia formato ebook per DOPPIOZERO

Elena Ferrante copertina

saggistica, Starter, anno: 2014
isbn: 9788897685425
prezzo: €3,00
Categoria: Arte

Copia elettronica: PDF e ePub acquisto diretto qui


Chi è Elena Ferrante? Una donna? Un uomo? Un gruppo di scrittori che da oltre un ventennio pubblicano a turno, o collaborando insieme , con questo pseudonimo? O una scrittrice capace di rovesciare come un guanto i propri temi per renderli attualissimi, nel metodo e nel merito?

Continua a leggere “Elena Ferrante. Una monografia formato ebook per DOPPIOZERO”

Su NI Principi principesse e ragazze virili (II parte de La regina della neve)

Su Nazione Indiana la seconda e ultima parte di una lunga meditazione su La regina della neve di H. C. Andersen http://www.nazioneindiana.com/2014/12/08/la-regina-della-neve-seconda-parte/

Uno degli aspetti più avvincenti di questa bambina animale, figlia di brigante, è una forma di rapacità totalmente innata che trapela dal suo essere, che se da una parte la rende un personaggio non spendibile in termini di civiltà e decenza, dall’altra la partecipa di un istinto acuminato rivolto egualmente a cose, animali e persone che, insieme a una sincera sfrenatezza, la fa apparire un personaggio davvero portentoso, quanto regine seppur della neve e principesse, non si sognerebbero neppure.

Su Nazione Indiana La regina della neve (parte I)

vivianaSu Nazione Indiana, a cura di Francesca Matteoni,  la prima parte di una lunga storia, nella mia versione quasi fedele de “La regina della neve” http://www.nazioneindiana.com/2014/12/03/la-regina-della-neve-prima-parte/

Ne La regina della neve è un bambino a perdersi e non sono un papà o una mamma che lo stanno cercando ma una bambina come lui che è l’unico essere umano ad avere qualche speranza di poterlo recuperare. Nel caso de Il brutto anatroccolo anche il destino per un lungo periodo sembra ignorare l’identità del pulcino. Non sembra curarsi di lui, come se lo stesso destino potesse agire efficacemente solo su quelle vite che abbiano avuto modo di rinvenire al di là delle numerose falsificazioni, il loro vero atto di nascita.

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Elena Ferrante, Storia della bambina perduta: una recensione su DOPPIOZERO

index (120x96)Oggi DOPPIOZERO pubblica una mia recensione a Storia delle bambina perduta di Elena Ferrante ultimo volume della saga L’amica geniale

storiaIl sé socializzato, quindi, in Ferrante si dibatte febbrilmente e senza lesinare su nulla, partecipa a tutto. In modo disordinato, a volte superficiale e a volte fatale, vuole diventare un sé politico, un sé poetico, un sé infantile e molto altro ancora, nel tentativo di dimostrare la possibilità di un ipotetico stare al mondo che non sia mai deprivato di un’identità femminile policroma di cui è finalmente lecito dire tutto.

su IL SEGNALE 99

10438640_968629936497389_5781227782251875235_n Sul numero 99 de IL SEGNALE percorsi di ricerca letteraria (http://www.rivistailsegnale.it/wp/?page_id=12)
nella sezione TESTI vengono pubblicate 5 poesie dalla silloge inedita Il significato secondo del bianco. Le poesie che IL SEGNALE pubblica sono successive alle Piccole estensioni. Sullo stesso numero La favola di Lilith viene segnalata tra le migliori opere ricevute in redazione.

 

 

 

§

Il corpo piano dell’avvenire
nutriva la sua mancanza
come un’immagine potenziale
che non ci comprendeva
se non fraintesi nella mischia di poche forme
a dire il contrario, a dirci che eravamo noi
lo stanziamento la quota il consumo

Una recensione di Paolo Fichera a La favola di Lilith

(…)

L’intensità non rinuncia a nulla, resta immobile a fissare quanto le asperità del bianco intorno e il suo corollario di forme rinuncino a Lei. L’anima non ha volto, perché il volto è una maschera, l’ambizione suprema è quella di non esserci, come la constatazione di un’attesa a cui non si può rinunciare. Il luogo che si abita è quello del taglio, dove il mestruo è ostinato come la grazia che nutre certi animali. La minuzia delle ossa ne forma e ne sostiene la loro assenza. E il Dio che ha donato i figli, quegli occhi che raspano e avvinghiano alla vita, nonostante noi, quel Dio ha vietato un pane che è al di là di ogni forma pensata e voluta, in un nucleo compatto che pare non poter essere colmato, come una enorme distesa di sassi bianchi lasciati lì perché le mani possano erigere altari sommessi, o altre mani desiderino scagliarli sulla superficie dell’acqua. (…) LEGGI TUTTO http://theregionofunlikeness.wordpress.com/2014/08/29/viviana-scarinci_la-favola-di-lilith/

 

“Piccole estensioni” vince il Premio L. Montano 2014 per la sezione Raccolta inedita

Immagine 1La raccolta Piccole estensioni  è vincitrice della XXVIII edizione del Premio di Poesia Lorenzo Montano promosso da Anterem Edizioni. Il libro contenente testi scritti tra agosto 2013 e marzo 2014,  sarà pubblicato  a cura di Anterem con  prefazione di Giorgio Bonacini. Francesco Bellomi, docente del Conservatorio di Milano, dedicherà all’opera una composizione musicale che sarà eseguita nell’ambito della premiazione che avrà luogo nel mese di novembre 2014. Il Conservatorio Statale di Trento “F.A. Bomporti” sezione di Riva del Garda, organizzerà in Italia e in Europa una serie di convegni e concerti che prevedono l’esecuzone delle musiche originali dedicate a tutti vincitori del premio.

Le opere dei vincitori per tutte le sezioni in cui il Premio si articola (“Raccolta inedita”, “Opera edita”, “Una poesia inedita”, “Una prosa inedita”, “Opere scelte”) verranno immesse in canali distributivi e di conoscenza che fanno capo a critici, poeti, abbonati, estimatori, biblioteche civiche e universitarie. I poeti vincitori, finalisti e segnalati leggeranno i propri testi nel corso di un grande forum multimediale che coinvolgerà musicisti, editori di poesia, critici letterari e filosofi, esponenti di siti web e riviste specializzate.

Anterem è una tra le riviste di poesia più autorevoli in Europa. Promuove la conoscenza di forme stilistiche e di pensiero che trovano nella necessità e nella bellezza le loro ragioni. Pubblica poesie e saggi degli autori più significativi della contemporaneità ed è oggetto di studio nelle principali università e nei licei. Ha periodicità semestrale e una tiratura di quattromila copie. È diffusa a livello internazionale. Notizie tratte dal sito  http://www.anteremedizioni.it/

Una recensione di Guido Bellachioma a La Favola di Lilith

Un disco complicato e semplice al tempo stesso. Persino spoglio nell’utilizzo dei pochi strumenti ad arco (suonati da Edo, violinista anche di Ashram, Argine, Corde Oblique e di notevoli progetti solisti) e dell’espressiva voce di Viviana (poetessa alla prima performance artistica di questo tipo). Apparentemente una situazione già vissuta, non solo in ambito neoclassico, neofolk e dark, dove i momenti rarefatti e lirici vedono musiche avvolgenti fungere da tappeto per voci recitanti, più o meno sognanti. In questo caso, 32 tracce legate senza soluzione di continuità, il percorso è piuttosto diverso perché si tratta di una reale connessione tra i due universi; dove il fatto che non ci sia la classica forma canzone, sia pure “diversa”, finisce per dar risalto al ritmo che connette profondamente musica e parole, in grado di esplorare Lilith non come donna del mito (quella prima di Eva) ma come aggancio alla contemporaneità. Il disco richiede inizialmente grande concentrazione; una volta perforato il mare di emozioni, però, non si può che andare fino in fondo e, spesso, ricominciare da capo. Inutile fare confronti con momenti acusticamente simili di gruppi come i Current 93, anche se punti di contatto ci sono… Lilith è una moderna opera “antica”, dove al posto delle voci del melodramma c’è lo scavare nell’anima, modulando le parole negli spazi lasciati liberi dalle note e spesso avvinghiandovicisi mortalmente. L’operà sarà rappresentata in anteprima europea al The Wave-Gotik-Treffen 2014 di Leipzig Germania), il più importante festival per questi territori di confine, dove Edo non suonerà ma dirigerà un quartetto d’archi (due violini, viola, e violoncello). Per capire l’anima del suono dell’affascinante favola di Lilith abbiamo preso in prestito le parole di Antonio Esposito, tecnico del suono del Tp Studio di Napoli (https://www.facebook.com/TPstudio29) , dove è stato registrato:”Edo è uno di quei musicisti che più che per la tecnica ti affascina per la capacità evocativa del suono. Suonando assieme a lui e registrando la sua musica in contesti molto diversi, ho imparato a conoscere la particolarità di questo suono; dovendo scegliere come riprenderlo in un contesto “atipico” (3 violini e un violoncello, suonati tutti da lui), ho scelto di provare a renderlo il più naturale possibile, utilizzando un AKG 414 TLII come microfono principale, in coppia con un pre Universal Audio 710 e un AKG C4000 alle sue spalle per recuperare alcune frequenze basse. Altra scelta di base è stata quella di dare grande spazio ai suoni d’ambiente, posizionando due Rode Nt2-A, preamplificati da due API 512c, a grande distanza tra loro. Queste due room si sono rivelate poi centrali nell’equilibrio del mix finale di Giuseppe Spinelli, mix fatto ITB utilizzando un Reverbero Lexicon PCM 70 e un compressore DBX. Il piano, un Kawai verticale, è stato ripreso con tecnica A-B. Per la voce di Viviana, dopo aver provato varie soluzioni, l’AKG 414, accoppiato a un pre Universal Audio 610, si è rivelato la scelta migliore, soprattutto nel gestire le dinamiche molto differenti all’interno dei vari brani. Il mix ha provato a lasciare inalterata questa realtà sonora, senza puntare ad elevare il volume”. Le prime 500 copie hanno il libro dell’opera (info e acquisto http://www.arkrecords.net/ *INFO@ARKRECORDS.NET).

Guido Bellachioma Su SUONO 487 maggio 2014, nella sezione “SELECTOR tutto il meglio in arrivo sul mercato”

Una recensione di Alessandra Pigliaru su il manifesto del 12 dicembre

Non per fare appa­rire ciò che ci cir­conda più scarno di quel che è, al con­tra­rio per sot­to­li­nearne la forza poli­tica ed etica della nomi­na­zione ap

Quando un libro di poe­sie ha la potenza di diven­tare pro­getto etico e sociale, signi­fica che ciò che è stato messo in cir­colo è altret­tanto potente. È que­sto che è suc­cesso intorno alla prima tra­du­zione ita­liana del libro di Aino Suhola, poeta e figura di spicco della cul­tura finlandese. Raka­sta minut vah­vaksi (Atena, Jyvä­skylä 1991), dive­nuto ben pre­sto un vero e pro­prio best sel­ler fin­nico, esce per la prima volta in Ita­lia con il titolo Amami per ren­dermi forte, a cura di Viviana Sca­rinci, con la tra­du­zione di Hanna Suni e gra­zie alla lun­gi­mi­ranza di Chiara Turozzi, edi­trice de L’Iguana (pp. 158, euro 16). Continua a leggere http://ilmanifesto.it/gli-abissi-delle-emozioni/

i libri freschi di stampa presentati a Torino il 12 dicembre

“Amami” a Torino il 12 dicembre 2013

copertina

Qual è il motivo che ci ha spinto a credere che un libro di poesia edito in Finlandia nel 1991 potesse suscitare interesse presso i lettori italiani? I motivi per cui leggere queste poesie sono molti e si svelano pagina dopo pagina attraverso piani apparentemente contrapposti. Aino Suhola utilizza tutti i registri e i ritmi di cui l’originalità del suo linguaggio dispone incrociandoli in contraddittori spesso lancinanti per rendere al lettore, attraverso un vero e proprio canto, la coscienza della percorribilità di tutte quelle separazioni che precludono l’armonia delle differenze. Poesia e prosa, donna e uomo, bambino e anziano, la poesia di Aino Suhola si personifica pagina dopo pagina di bocca in bocca, dando voce a madri, padri, figli, reduci, chi da una guerra lontana, chi dai postumi di una contemporaneità smagliata e solitaria da cui Suhola intesse una poesia dall’intenzione politica molto precisa. Si badi però che la politica che fa l’autrice attraverso questo libro non ha nulla a che fare con i luoghi consoni al potere, ma bensì è la politica di cui la parola è stata capace fin dai tempi in cui poesia e religione erano indissolubilmente legate e ognuna riconoscibile in un ruolo preciso svolto nell’ambito delle comunità. La scrittura di Aino Suhola ci ricorda che oggi come allora la poesia sostiene il diritto di ogni persona di darsi parole diverse rispetto a quelle che ci si aspetta di ascoltare.

Le presentazioni

Il libro Amami per rendermi forte sarà presentato con il patrocinio dell’Ambasciata di Finlandia a cura dell’Associazione APS Minuksi in Italia in anteprima nazionale il 12 dicembre 2013 a Torino presso Palazzo Capris alle ore 19, via Santa Maria, 1,  nell’ambito dell’evento Essere come mai incluso nella manifestazione  Terzo Paradiso – Rebirth day http://www.terzoparadiso.org/

Minuksì Italia web site – www.minuksi.it – e-mail –  eija@minuksi.it

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Domenica 22 dicembre 2013 il libro sarà presentato in Finlandia a Helsinki in anteprima nazionale nella chiesa di Helsingin Diakonissalaitos. Sarà presente l’autrice Aino Suhola e la traduttrice Hanna Suni. Inoltre interverranno il coordinatore del progetto Tavallisia Asioita (Cose Ordinarie) www.tavallisia.fi promosso dal Presidente della Finlandia, Sakari Huovinen, e la direttrice di sviluppo di Helsingin Diakonissalaitos, Liisa Bjorklund.

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Un saggio su Elena Ferrante

E’ uscito in questi giorni un mio lungo saggio su Elena Ferrante per la Società Italiana delle Letterate. Il saggio mi ha fornito l’occasione di evidenziare alcune tematiche che Elena Ferrante negli anni ha posto in luce attraverso i suoi romanzi e la sua scelta di non apparire pubblicamente. Ho intrapreso questa scrittura perché ritengo che il lavoro di questa scrittrice abbia posto e pone tuttora i presupposti per un’analisi molto profonda del femminile contemporaneo e della società che a vario titolo vi si relaziona. Ho dato il mio contributo al riguardo sopratutto perché considero i temi trattati da Elena Ferrante oggi ancora più nevralgici di quanto sembrassero molti anni fa, quando la scrittrice li intraprese:  il rapporto delle donne con la propria comunità d’origine, le molteplici ripercussioni del dolore psichico, il delicatissimo rapporto madri figlie, il cambiamento profondo che significano  i passaggi generazionali nell’ordine delle cose femminili, l’autodeprivazione cui può condurre la gestione disfunzionale della propria immagine pubblica ed infine gli intendimenti e i fraintendimenti relativi all’eros e conseguenti disordini. Leggendo Elena Ferrante fin da giovane, ho avuto la fortuna che la lettura dei suoi libri mi accompagnasse in tutte le mie età, e scrivere appassionatamente questo saggio è significato per me soprattutto un ringraziamento a lei, loro … lui, chissà.