1. Appunti per un’intervista alla sirena voce e testo Alessandra Cianelli

il 9 aprile la seconda parte

Appunti per un’intervista alla sirena è la prima parte de Il Compianto del pesce morto di Alessandra Cianelli. I diritti dell’opera legata al progetto sono di esclusiva proprietà di Alessandra Cianelli che cortesemente li ha resi disponibili per questa occasione (cianellialessandra@gmail.com). Questo primo episodio è frutto di una collaborazione tra l’artista, Traverzbooks (https://www.traverzbooks.net/) e Contemporanea Podcast
il progetto https://vivianascarinci.blog/2021/05/06/per-lidia/

Ricevi la versione in italiano e in inglese del numero sette di Traverzine didicato a Il compianto del pesce morto di Alessandra Cianelli


Anche su  Amazon MusicGoogle podcastApple podcast , Spreaker, Podomatic, Spotify

16 aprile ore 18 giornata conclusiva del Reading di Primavera organizzato da SIL

Reading di Primavera SIL

(3 e 16 aprile 2021)

Questa è la prima di una serie di iniziative che vedono SIL impegnata nella diffusione, nel riconoscimento e nello studio della poesia scritta da donne. Se non fossi già socio/a, o non ti fossi già associato/a ti preghiamo di considerare di iscriverti alla Società delle Letterate (trovi le modalità all’inizio della homepage https://www.societadelleletterate.it/) per partecipare al nostro impegno e sostenerlo attraverso il tuo contributo.

La registrazione delle due giornate del reading sarà pubblicata sul sito SIL

È ancora possibile partecipare in qualità di ascoltatrici/ascoltatori inviando una email con nome e cognome a societaletterate@gmail.com

Annina e la bibbia d’asfalto

Il secondo podcast è dedicato a una collaborazione di Contemporanea diciamo numero 0 con una rivista digitale. Si tratta della redazione di Bibbia d’asfalto che attraverso Stefania D’Elia e Vincenzo Lomanno mi ha chiesto di parlare di Annina tragicomica (formebrevi 2017) sul loro sito (qui trovate il testo del podcast e gli estratti selezionati frutto di questa collaborazione ). Sono in programma diverse collaborazioni di Contemporanea attraverso Spotify con artiste e artisti, scrittrici e scrittori, riviste digitali, siti, e poete e poeti che leggeranno estratti dai propri libri custoditi nel fondo librario. Sono grata a Stefania di avere avuto l’opportunità di parlare di Annina dopo qualche anno, era in qualche modo necessario farlo ora. Grazie infinite.

Un reading di poesia con SIL il 3 aprile

Perché abbiamo scelto Piera Oppezzo come madrina ideale di questo reading? E perché ci è sembrato così importante che SIL organizzasse un reading di poesia rivolto alle poete ma anche a tutte/i coloro che vogliono prestare ascolto e voce alla poesia dell’altra? Intorno alla metà degli anni Sessanta Piera Oppezzo abbracciò i temi politici di allora  e fu una femminista senza recedere di un passo dall’integrità del suo intendimento poetico: “per sua stessa ammissione, il decennio 1968-1978 fu il periodo più intenso della sua vita, quando il fervore delle speranze e la passione di tutta una generazione le fecero intravedere la possibilità di conciliare vita e scrittura” (L. Martinengo http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/piera-oppezzo/). È da ricercarsi nella speranza, nella conquista e nella riconquista  di quella conciliazione: vita con scrittura, il nostro intendimento e il nostro auspicio espresso attraverso le voci che si alterneranno il 3 aprile. Un invito rivolto a poete, lettrici, scrittrici, artiste, cineaste, giornaliste, performer, letterate, studentesse, studiose, traduttrici, editrici, docenti, amanti della cultura, amiche di cui ascoltare la voce poetica, o che prestano la voce alla poesia dell’altra. Ci sembra che ora  in un momento complesso come questo la poesia serva più che mai perché appunto, come scriveva Oppezzo, nell’apprensione si perde la memoria, e almeno in questa occasione potremo fare in modo che questo non accada. 


Cosa: si tratta di un reading online di poesia su piattaforma Zoom organizzato dalla Società Italiana delle Letterate 

Quando: sabato 3 aprile ore 17  

Chi: possono partecipare tutte le poete (socie SIL e non) che desiderino leggere una propria poesia (max 25 versi), chi voglia proporre all’ascolto una poesia di altra poeta, chi voglia semplicemente ascoltare il reading

Come: inviare entro il 28 marzo una email a societaletterate@gmail.com specificando il proprio nome e cognome. Per chi voglia partecipare da poeta o da lettrice occorre specificare comunque il titolo e l’eventuale autrice della poesia che si leggerà  se si tratta di un inedito o da quale libro sono tratti i versi

Perché: con questo focus sulla poesia contemporanea la SIL inaugura la campagna associativa 2021 ritenendo la promozione della poesia delle donne un’azione politica e culturale di grande importanza.  A questo scopo la registrazione del reading verrà inserita su questo sito con la lista delle poete e delle letture eseguite

Femminismo multispecie e poesia

In un’appassionata nota introduttiva a Manifesto cyborg di Donna Haraway intitolata La molteplicità: un’etica per la nostra epoca, oppure meglio cyborg che dea (per la maternità di questo titolo si veda anche Leggendaria di luglio 1991 su donne e nuove tecnologie) Rosi Braidotti associa il concetto di biopotere a un paradosso quanto mai lungimirante, esprimendo la questione in questi termini: “Il biopotere è anche e soprattutto questo paradosso di carne, viva e vulnerabile, che si trova presa e ri-presa nello sguardo disumano di una telecamera che viola tutti i limiti e non lascia neanche più spazio, o necessità, alla memoria”.

Da Manifesto cyborg a Chthulucene (dell’importanza di questi due testi di Haraway sommariamente ne parlo qui) e anche a attraverso il bellissimo e ancora tutto da studiare Bestiario Haraway. Per un femminismo multispecie di Federica Timeo, uno dei punti nevralgici di questi lavori così importanti, per me come poeta, riguarda la confutazione del concetto di specismo, ossia la convinzione secondo cui gli esseri umani siano superiori per status e valore agli animali, o alle altre forme viventi non umane, e pertanto giustificati nel godere di diritti assolutisti su tutto il vivente.

Il concetto di biopotere così lucidamente sintetizzato dalle parole di Braidotti è in grado da solo di varcare una soglia importantissima che tanto il linguaggio della poesia di per sé che quello strettamente legato al femminismo speculativo, hanno praticato con largo anticipo. Infatti entrambi i linguaggi si sono resi capaci di una lettura, avvertita più di altri, dei paradossi intrinseci al complesso sentimento di questa contemporaneità. E uso la parola sentimento non a caso.  

La soglia a cui mi riferisco è quella in grado di connettere i corpi (tutti i corpi umani, animali, vegetali, minerali) alla umanità-disumanità di uno sguardo e di un dettato assolutisti e colonizzatori come sono quelli imposti alle soggettività di ciascuno dall’imperativo macchinico di una riproduzione compulsiva dell’immagini proprie e altrui. La poesia, almeno quella che piace a me, vive di questa idiosincrasia endemica rispetto a ogni forma di linguaggio che si esprima attraverso una postura egemonica e assertiva, proprio perché questo linguaggio determina un congelamento della memoria soggettiva, cioè del sentimento di continuità che consente l’unità espressiva di un dettato originale.         

Allo stesso modo gli strumenti linguistici offerti dai moltissimi femminismi che si sono assunti la responsabilità di una lettura situata e non definitiva del presente, si sono avvalsi della stessa idiosincrasia in cui carne, viva e vulnerabile (e qui si intendono comprese tutte le vulnerabilità colonizzate e colonizzabili) trovino lo spazio e il riconoscimento di una propria memoria genealogica che prima deve passare per un linguaggio che sappia nominarle in un modo quanto più prossimo alla loro essenza precipua.

Anna Maria Ortese a questo proposito scriveva che per sottrarre a qualcuno la percezione di essere in diritto di praticare la propria identità, è sufficiente privarlo del suo linguaggio originario. Questo significa privarlo del diritto di esprimere la propria soggettività e di sentire propria e ben addentra alla Storia collettiva, la sua personale vicenda. Avvezzare qualcuno a non porsi la questione in questi termini è un atto colonizzatore a prescindere se a compierlo sia un uomo o una donna, uno Stato, un padre, una madre, una religione, un partito politico, una comunità, una razza, un’ideologia.

Giusto per aprire una parentesi sul mio lavoro relativo alla poetica di Elena Ferrante di prossima pubblicazione, personalmente ritengo che una parte del successo riscosso dall’opera di questa autrice arrivi dal fatto che la sua immagine esista perché è invisibile. Di un’invisibilità che assume contorni molto simili a quelli espressi da Braidotti quando parla dell’invadenza di una telecamera che viola tutti i limiti e non lascia neanche più spazio, o necessità, alla memoria. La mancanza dell’immagine di una donna che scrive, così acutamente connotata soltanto dal linguaggio che essa produce, ha creato lo spazio di esistenza per una moltitudine di argomenti che stava lì da sempre, ma che prima era continuamente smorzata in virtù del suo carattere endemico posto agli antipodi rispetto all’imperio dell’assolutismo, della violenza colonizzatrice, del sessismo.

Questo è un discorso che ho ricostruito a posteriori. Quando ho scritto le poesie di Annina tragicomica nel 2016, sono partita da un sentimento della natura e da una necessità di convivenza con il mondo animale tutti miei e da un amore totale che non saprei come collocare e neanche voglio. Tuttavia dalla poesia intesa per come l’ho sommariamente spiegata e da molte letture di allora (fondamentali per una maggiore comprensione dell’opera di Elena Ferrante negli anni) andavo a chiudere un cerchio fondativo per me, me ne accorgo adesso più che mai. C’è una poesia tra le settanta contenute in  Annina tragicomica che per me rappresenta a posteriori una specie di serpente che si morde la coda, cioè testa e coda, inizio e fine situati nello stesso punto soltanto per esprimere una qualche inoppugnabile continuità. La poesia si intitola Città e va a inaugurare la sezione audio che ho creato sulla homepage di questo sito.

Città, Annina tragicomica, Formebrevi 2017

Alberi e poesia


Ecofemminismo per me come poeta significa molte cose. Che gli alberi poi abbiano una voce e che questa sia accostata al linguaggio della poesia in una installazione come Voice of tree è qualcosa che ha un sapore buono e pertinente ai discorsi che mi appartengono come poeta e come donna. Perciò grazie infinite a Giovanna Iorio, ideatrice e promotrice dell’installazione (e Anna Maria Curci per aver ancora una volta pensato alla mia poesia). Grazie per questo piccolo spazio sonoro tra gli alberi di Roma riservato a una delle poesie di Annina tragicomica: “Quasi tutte le notti”. Scegliendo questo testo per un luogo come Villa Borghese ho immaginato che almeno per un attimo natura, storia e memoria potessero toccarsi nel sentimento della pietà.


La Voce degli Alberi” è una installazione sonora internazionale ideata e realizzata da Giovanna Iorio, artista italiana residente a Londra.
L’artista semina nell’aria la voce dei poeti del passato e contemporanei, creando un nuovo paesaggio sonoro in cui la memoria e la letteratura si fondono alla Natura.
Le voci dei poeti, disseminate nel paesaggio con un sistema di geo localizzazione, appaiono lungo un percorso segnalato su una mappa, e si attivano grazie ad un QRCode camminando tra gli alberi. In questo modo una semplice passeggiata in un parco urbano o nel bosco si trasforma in un’esperienza emozionante e intima.

Quasi tutte le notti

da Annina tragicomica, formebrevi 2017

Dove è possibile fare questa esperienza ?

A Roma, per l’installazione “La Voce degli alberi” l’artista ha scelto gli alberi di Villa Borghese. Le poesie si accendono negli splendidi viali alberati dove torna la voce dei più importanti poeti italiani del Novecento dall’Archivio sonoro Poetry Sound Library: Fortini, Pasolini, Rosselli, Luzi, Ungaretti, Montale e tanti altri da scoprire passeggiando.
https://poetrysoundlibrary.weebly.com/
L’installazione è permanente e cresce, proprio come un albero, con l’aggiunta di nuove voci di poeti italiani contemporanei e internazionali. “La voce degli alberi” è presente anche nel Regno Unito (Hyde Park, Epping Forest), in Irlanda, in Francia (Nizza, Sète, Parigi, Marsiglia), in Italia (Parco Caffarella a Roma, Bologna, Ravenna, Giardino Comunale di Tolfa, Poesia nell’Aria a Narni ecc.), a New York (Central Park), in Nuova Zelanda e Groenlandia.

Viviana Scarinci dove

Roma, Villa Borghese

Per partecipare al progetto o richiedere l’installazione nella propria città accanto ad alberi monumentali giovannaiorio96@gmail.com
Sito Web: https://thevoiceoftrees.weebly.com/

Il codice

Tragedia e idillio

Il segreto per stare con la poesia senza farsi prendere dal panico della non comprensibilità è lasciare la parola al suo mondo aperto, al suo tempo non conclusivo

Mentre lavoro su un articolo che riguarda il romanzo storico di Felicitas Hoppe in stretto dialogo con la traduttrice italiana di Hoppe, e amica, Anna Maria Curci, ricevo nel flusso vitale di contenuti che ci scambiamo, le tre poesie che seguono. Qualche tempo fa, quando ci siamo sentite a voce, nel torrente di condivisioni reali e fertilissime che per fortuna hanno ancora luogo con qualcuna/o abbiamo ragionato insieme sull’abuso della parola distopìa. Le tre poesie tratte da Tragedia e idillio mi hanno riportato a quella conversazione.

Se prendessimo come chiave di lettura la parola distopìa credo che avremmo una possibilità in più di cogliere la poeta Anna Maria Curci nel suo approccio con il tempo presente tuttavia mediato attraverso figure della classicità (Psyche e Creonte ) e della natura (Elce). Il segreto per stare con la poesia senza farsi prendere dal panico della non comprensibilità è lasciare la parola al suo mondo aperto, al suo tempo non conclusivo. Del resto personalmente credo che non sia solo la poesia a chiedere di essere letta in questo modo.

Secondo una definizione comune la parola distopìa descrive la formulazione di una realtà immaginaria del futuro. Il romanzo distopico, ad esempio, è frutto di una previsione futura che si articola su elementi del presente i cui possibili sviluppi si prospettano nel senso di una pericolosa distorsione degli equilibri che non consentono all’umano una prospettiva di sviluppo auspicabile e positiva.

Ma quale può essere un metodo attraverso il quale l’immaginazione di una narratrice, o in questo caso di una poeta e traduttrice, formula una realtà fittizia del passato secondo la logica di una previsione in merito a figure mitologiche che sappiamo avere già avuto il proprio scenario in un altrove tutt’altro che presente? Una realtà postuma di cui in senso lato siamo comunque gli eredi culturali ma di cui la poeta ci fa pervenire notizia attraverso un’indagine che rende il perpetrarsi dell’umano in uno spazio tempo molto ridotto.

Non credo sia un caso che la terza poesia Elce prospetti l’immagine di un rifugio/riparo dalle temperie di un viaggio spazio/temporale in un’altra lingua non-madre rappresentata da un albero. Come se la lingua altra, la lingua dell’altra, fosse tutta nell’incubazione di quelle stanze secondarie, naturali, in cui cova un’alterità nativa, potente e anti-familiare, cui parlando dall’altrove pressoché murato della soggettività la poeta legge per tutte/i  una rivelazione che non può non riguardare il qui e ora.


Tragedia e idillio è un binomio che traggo dalle considerazioni che György Lukács formulava per indicare i due poli tra i quali si muovono le opere – le poesie così come le novelle –  di Theodor Storm.

Come in situazioni, personaggi e contesti nell’opera di Storm, così nelle espressioni del pensiero di ogni epoca è presente una parte irriducibile di scontro, di attrito, di resistenza a soluzioni imposte, a versioni di comodo, solo apparentemente pacificatorie. È una parte che si accompagna alla solitudine, alla messa al bando, all’esclusione. È una parte che percorre gli abissi e le vertigini del tragico e che, d’altro canto, sa distinguere tra ciò che è materia tragica e l’osceno.

Quelli che attraversiamo, e che ci attraversano, devastando e scarnificando a piccoli e grandi passi, sono i tempi dell’osceno. Per quanto tranquillizzante possa apparire, per quanto impomatate siano le sue chiome e curata la sua dizione, l’osceno – la devastazione, lo squartamento, il crimine perpetrato con la menzogna – preme sulle suture. Il liquido fetido che ne fuoriesce è percepito, tuttavia, da chi sarà murato vivo per aver raccolto le spoglie dell’umano, per aver dato voce al lutto rimosso dalla tracotanza, faraonica o meschina, faraonica e meschina.

Eppure, avvertire anche dolorosamente il conflitto, l’agone, non sopprime il desiderio. Tutt’altro: «Un desiderio non esaudito non è una perdita, è un valore aggiunto», ha affermato in più occasioni la scrittrice Felicitas Hoppe. Di questo valore aggiunto del desiderio si nutrono i sensi desti alla parola, sguardo e ascolto attenti a cogliere tracce dell’ideale agognato nel fenomeno, assorti e tenaci nel perseguire «serena irrequietezza».

Per il nucleo iniziale di Tragedia e idillio devo un grazie a Fiammetta Bardelli, per il nostro comune progetto Mai innocua parola e per le conversazioni sul sacro e sul tragico, su hybris e rimozioni; un grazie a Fabio Michieli, per il guizzo della poesia e il dono dello studio, nel lavoro comune, ogni giorno; un grazie a Viviana Scarinci per la sua scrittura (il mio pensiero va immediatamente alla sua Annina tragicomica) e il suo lavoro instancabile su dinamiche e rappresentazioni, su stereotipi e svelamenti.

Anna Maria Curci, 15 luglio 2020



Psyche, 10 luglio 2020

Sussurra la sua voce tra i nastri

– scampati nudi alle quinte di bufera  –

folle d’Amore per un’eco celata

nel sogno di fondali inesistenti.

S’immerge per lei ch’è inabissata

chi esplora le anse e i fondi del volere

– brama coatta deriva di corrente  –

e recupera il filo e la parola.


Creonte, 11 luglio 2020

trapela il ghigno sotto l’arco del ciglio

massaggiato dal belletto di scena

gonfia di cifre nascoste la dizione

tira sui fianchi preme sotto i punti

è livida la piena di potere

mentre s’azzuffa la ciancia della brama

con altra ciancia

stridulo lo squittio dell’ombelico

diventa diceria addomesticata

sotto la calce viva

voce smorzata

di chi raccolse spoglie


Elce, 12  luglio 2020

Hanno attaccato al tronco una striscia

con l’altro nome tuo, quello maschile,

e “quercus ilex”, la doppia firma:

rifugio saldo, ramo sporgente,

appiglio a chi accede in altre stanze.

“Quercia di pietra”  ti chiama un’altra lingua.

Una pena? Un passaggio? Un cambiamento?

Su squarcio di domande e all’erba secca

in silenzio offri ombra e riparo.


La poesia è una persona

PRIMA PARTE

Nel 1998 avevo 25 anni e Poesia pubblicata da Crocetti  la trovai per la prima volta all’edicola del mio paese. Una sorpresa, la poesia non mi arrivava in quel caso come Anterem, per posta sotto forma di un prestigioso fascicolo, ma un giorno per caso l’ho trovata che mi guardava dall’edicola della piazza attraverso la foto di un volto di una persona che non era detto che fosse morta, anzi. Come per Anterem quelle persone agivano da vive, nei versi che scrivevano, evidentemente anche dentro la mia vita. Ricordo benissimo l’impressione che suscitò in me la lettura de L’infanzia dei nomi di Giorgio Bonacini trovata su un numero di Anterem quando quel poema era ancora in uno stato germinale, e quanto quel precedente che ha legato la mia formazione di poeta a quella rivista, abbia reso il mio lavoro di scrittura potenzialmente foriero di tutto il nuovo che ha più o meno potuto esprimere poi.

Il numero 358 di Poesia non è che ci sono partita da casa per comprarlo perché in quel caso avrei dovuto giustificare l’uscita come di stringente necessità. E a dirvela tutta in tempi di lockdown dire alla Municipale che una rivista di poesia può rientrare in quella casistica, mi è sembrato rischioso. L’ho invece comprato in quella stessa edicola di fronte alla farmacia, in cui comprai il primo numero dei tantissimi acquistati poi, uno o due giorni prima di Pasqua quando ho avuto la giustificazione di andare in paese in quanto le preziose mascherine erano finalmente arrivate.

Perciò in maschera e con la mano guantata in lattice, ho finalmente potuto procedere all’acquisto rituale dell’ultimo storico numero in cui Poesia esce in quella che ormai era la veste editoriale di sempre. Poi da maggio 2020 non sarà più un mensile disponibile in edicola ma un bimestrale con il doppio delle pagine, da comprare in libreria: “Lo sforzo del cambiamento, la solidità e il prestigio di un editore storico come Feltrinelli, il lavoro di vecchi e nuovi collaboratori ci consentiranno di ampliare l’offerta di proposte, di articoli e di traduzioni dei maggiori poeti di tutto il mondo” leggo, e non mi consola, sull’editoriale dell’ultimo numero di un giornale che non troverò mai più all’edicola in piazza. In copertina il volto gentile ma per niente rassicurante di Nelly Sachs e all’interno tra l’altro Rimbaud, che recita il titolo dell’articolo in modo assai indicativo dati i tempi, fu un poeta che superò se stesso fino ad annientarsi.

Lo sappiamo, lo abbiamo detto, lo abbiamo ascoltato fino allo sfinimento, questa fase così densa e straniante data dall’immobilità da lockdown, al di là della retorica dell’#andratuttobene e dei soliti catastrofisti, riguarda tutto: l’amplificazione delle cose per quelle che sono, la metabolizzazione di un recentissimo a posteriori di ciò che era contemporaneo solo meno di due mesi fa, per non parlare della lotta di certe cose per restare tali mentre quelle che si vogliono nuove di zecca nascono alla luce perturbata di un oggi che arriverà a breve ma di cui sappiamo ancora pochissimo.

Comunque chi può si impegna in un adeguamento a una complessità ulteriore, che se non fosse così spaventosa sarebbe avvincente. Questo adeguamento lo sta mettendo in campo anche il mondo della poesia o per lo meno quello che concerne alcune scritture definite come tali o movimenti performativi che emergono sotto questo nome insieme alla loro analisi e diffusione.

Anterem che quest’anno bandisce la trentaquattresima edizione del Premio Lorenzo Montano (qui il bando a scadenza 30 aprile) include la possibilità dell’invio in formato pdf anche relativamente ai libri editi partecipanti. E con l’occasione la redazione mette in consultazione gratuita online attraverso il suo sito, il consueto Carte nel Vento, (disponibile qui) periodico del premio che propone la presentazione delle opere segnalate e finaliste dell’edizione 2018: “Tutte le opere sono introdotte dalle note della redazione di “Anterem”: senza definizioni generiche, abbiamo cercato anche questa volta di accompagnare le poesie e le prose qui contenute con spunti di lettura originali”.

Anterem è una rivista letteraria fondata nel 1976 e nasce come un laboratorio fortemente orientato alla ricerca nell’ambito della poesia della contemporaneità. L’impegno, come scrive la redazione “riguarda la natura stessa del pensiero poetico. Concretamente, “Anterem” è il risultato del confronto tra ricerca poetica individuale ed elaborazione teorica collettiva”. Dunque un dialogo niente affatto scontato che è avvenuto entro un arco di tempo molto esteso tra uno dei modi in cui si può intendere la specificità della poesia e il mondo di fuori. Il Premio Lorenzo Montano venne costituito per arrivare a questo, oltre che allo stesso fine è stato fondato un Centro di Documentazione sempre intitolato a questo poeta. Una continuità definita dall’appuntamento mai mancato con adeguamenti costanti, che hanno garantito anno dopo anno la pubblicazione delle sillogi inedite vincitrici in versione cartacea, e il lavoro di critica letteraria sui materiali tra editi e inediti pervenuti al premio, condivisi liberamente in rete attraverso pubblicazioni digitali. Anterem ha di fatto costruito, senza pregiudizi, una mappa spazio temporale di quello che è connaturato al variegato tessuto umano della produzione poetica italiana.

Non per fare l’ottimista che non sono ma a me pare che farsi pervadere da una necessità di adeguamento attraverso una mobilitazione e un’espansione delle possibilità fornite dalle risorse cui potenzialmente si ha accesso, sia un fatto che nella difficoltà dell’andamento passato e attuale è annoverabile tra quelli positivi, specie se parliamo di un frangente così specifico e di nicchia come quello della poesia.

Ad esempio l’adesione de il verri alla solidarietà digitale attraverso la possibilità di scaricare gratuitamente il numero 72 “La poesia fa male”  è un buon segno che fa pensare a un desiderio/bisogno di maggiore diffusione relativa alla complessità di certe forme e modalità inerenti, inamovibili e chiuse in quanto tali. La rivista a lungo considerata tra le più importanti in Italia è stata fondata nel 1956 da Luciano Anceschi e ininterrottamente uscita nella sua versione storica fino al 1995 cambiando diversi editori e qualche volta autogestendosi, per poi riprendere l’uscita in una seconda fase dal 1996. Milli Graffi, attuale direttrice, attraverso l’editoriale del numero in questione descrive così il motivo del titolo nato intorno ad alcuni eventi riguardanti lo studio e la commemorazione della poesia di Nanni Balestrini: “La poesia fa male e La poesia fa bene […] estremi assolutamente compatibili e contemporaneamente presenti del linguaggio poetico. Può capitare che nel fare il male, si susciti il bene. E viceversa nel fare il bene (tema che Balestrini ha in seguito ampiamente sviluppato in tutte le sue poesie sul pubblico della poesia) capita che si finisca col produrre una ragguardevole quantità di ipocrisia”.

Di questo numero 72 mi ha molto colpito l’intervento di Chiara Portesine nell’articolo «Bien recueilli, débouté de chacun»*:la missione del critico (accademico). Portesine inquadra per altri versi un aspetto della specificità, stavolta relativa alla critica letteraria che riguarda la poesia, di cui ho avuto modo di parlare attraverso una citazione dal Dopo il covid-19 di Leonardo Caffo (qui) che invece si riferiva alla specificità della filosofia. Scrive Portesine:

“Prendere la parola a proposito di uno ‘stato attuale della critica’ significa accettare preliminarmente una divisione schizofrenica tra due settori di produzione del sapere (l’Accademia e la ‘militanza digitale’) che si esplicitano, nella prassi, in due piattaforme di riproduzione e divulgazione dei contenuti rigidamente perimetrate (le riviste di settore e i blog). A ogni settore la sua narrazione irrelata, un’autofiction della letteratura e dei suoi ‘operatori’ che racconta due campi d’applicazione e due ‘tipi’ umani diversi”.

Non per fare la pessimista che non sono ma se ho capito bene la questione della specificità impegnata nell’esclusivo sondaggio delle proprie complessità così come l’autofiction degli operatori dei diversi settori culturali impegnati nella militanza digitale, produce narrazioni irrelate. Ma che cos’è una narrazione irrelata quando parliamo di poesia o di romanzo? Non che io conosca la risposta. Detto tra noi una cosa che mi solleva è quella di non sapere rispondere a una domanda come questa, da cui può nascere un allettante ginepraio di indagini alla volta di mete pressoché impensabili, questo sia scrivendo romanzi e poesie in proprio, sia ragionando su quelli di altri. Ma il fatto che proprio “ora” l’open sources di molte pubblicazioni diverse tra loro, inizi a inquadrare il problema in termini di “tipi umani” ossia di persone e di comportamenti precipui che definiscono nel bene e nel male l’applicazione delle loro discipline nel contesto social(e), è bello, almeno io lo trovo bello e liberatorio.

L’applicazione e esclusiva dedizione alla propria disciplina e il consenso diffuso alla autonarrazione come velleità, è possibile che, al di là del contesto e del linguaggio in cui avvengono, spesso sembrino un’operazione dello stesso segno? Ci fa male vederli entrambi come limiti appartenenti a un passato pericoloso in cui il mostro è stato soprattutto l’avvento di internet venuto a nuocere a certe accreditate ma rigide integrità cartacee e accademiche? O di contro che sia un bene che quello stesso mostro sia arrivato a promuovere e diffondere disordinatamente, e senza badare troppo a gerarchie e sfumature, contenuti prodotti da tipi umani che, con buona pace di chi vorrebbe diversamente, non sono poi così differenti tra loro e da chi li ha preceduti? Bisognerà che quelli che scrivono se lo chiedano specie ora che più di prima si può non riuscire a cogliere una realtà che quanto a irrealtà, è foriera di sorprese peggio della fantascienza.

A breve la seconda parte.

limiti

1

No.
Era l’età in cui viaggiava la rondine
senza le nostre iniziali nel becco.
Rafael Alberti trad. Vittorio Bodini


Oggi per la giornata mondiale della poesia voglio postare qui una poesia che Rafael Alberti scrisse in un momento molto delicato della sua vita. Per la verità tutto il libro Degli angeli Alberti lo scrisse in un frammento della sua esistenza in cui scriveva di sentirsi così: “Contro di me, mondi interi/contro di me, addormentato, /ammanettato, indifeso“. Questo stato ora come ora non può non ricordare quello della malattia o del timore paralizzante di essa. Che Alberti fosse a contatto con limiti tutti suoi o oggettivi, o magari con il limite costituito dalle sue personali paranoie e nevrosi, non è dato sapere. Quello che è certo che Degli angeli esplora l’impotenza, il limite e anche l’umiltà di ammettere di non poter capire o di non poter fare, pur restando ben presenti dentro uno stato di impossibilità. Per tutte le amiche e gli amici che mi leggono e che, come tutti, stanno facendo un’esperienza soggettiva di ciò che vuol dire la parola limite per ciascuno di loro, penso che Rafael Alberti sia proprio il poeta giusto. Senza tirarla troppo per le lunghe penso che c’è qualcosa di sano e coraggioso nel trovarsi a non scappare per le vie traverse di quello che immaginiamo di sapere, e perciò immaginiamo di poter giudicare e dire, soprattutto adesso in considerazione e nel rispetto del dolore e del lutto altrui. Buona giornata mondiale della poesia, carissime e carissimi miei.

Vita con le parole

Il testo per Il Segnale 115 è stato scritto a dicembre scorso nel momento in cui stavo preparando i laboratori scolastici per il progetto L’albero capovolto. Nel testo ho illustrato quello che poi è stato il punto di partenza per la creazione dei materiali di lavoro proposti a studentesse e studenti della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto Falcone e Borsellino. Nel corso dei laboratori abbiamo lavorato infatti anche sul significato etimologico delle parole e sul loro significato immaginario. Soprattutto il significato immaginario è quello che spesso coinvolge in modo molto interessante l’immaginazione dei più giovani quando orecchiano certe parole entro i vari registri del linguaggio cui vengono a contatto nel loro quotidiano. I risultati dei laboratori così organizzati hanno confermato la fecondità dell’ipotesi che il significato immaginario di certe parole, legate alla prima infanzia, costituisce un affaccio prezioso su quel giacimento inestimabile che consente di non perdere creatività nella comunicazione e nel vero contatto con l’altro.


Grazie alla redazione de Il segnale, per me è sempre un onore scrivere per voi!



1 marzo Annina a Roma

Domenica 1 marzo ore 10,30 a Roma avrò il piacere di parlare del mio libro di poesia edito da Formebrevi (2017), Annina tragicomica. L’incontro avrà luogo presso la libreria Odradek via dei Banchi Vecchi, 57. L’occasione è di particolare rilievo perché avviene nell’ambito di un progetto di promozione culturale di singolare valore: “Mai innocua parola” ideato da Fiammenta Bardelli e Anna Maria Curci. Si tratta di un ciclo di incontri dedicati a libri scelti in cui il reading e l’intervento critico disegnano una prospettiva di lettura stimolante e fuori dall’ordinario.


Sono davvero felice dell’occasione di parlare di Annina Tragicomica con Anna Maria Curci che è anche curatrice del libro.  In questi anni il libro di poesia Annina tragicomica è stato presentato a Palazzo Fibbioni nel corso del Festival letterario de L’Aquila Week-end d’autore dall’associazione Le muse ritrovate, a Caltanissetta nell’occasione del conferimento del premio Le forme del dire indetto dalla casa editrice Formebrevi, a Campagnano a cura dell’amministrazione Comunale presso la Sala Conferenze del Polo Culturale Comunale di Palazzo Venturi e a Bracciano dall’associazione Laputa presso il Museo Civico Chiostro degli agostiniani nell’ambito della manifestazione Letti di Notte. Qui alcune note critiche sul libro.

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info evento

Perché la poesia contemporanea a scuola?

Con il mese di febbraio inizieranno presso l’Istituto Comprensivo Falcone e Borsellino i laboratori scolastici di poesia del progetto L’albero capovolto che quest’anno, più che negli anni precedenti, si dimostrano un’occasione importante per gli studenti e le studentesse che vogliano condividere la loro scrittura anche al di fuori delle pareti delle aule scolastiche.

Infatti una selezione degli elaborati prodotti nell’ambito dei laboratori sarà illustrata e introdotta il 17 aprile in una delle giornate del convegno VentiVenti, che l’Università La Sapienza dedica alla poesia contemporanea e andrà a fare parte, in un secondo tempo, del fascicolo della rivista Polisemie dedicato al convegno.

Perché fare un laboratorio di poesia contemporanea alle scuole medie? Si potrebbe rispondere genericamente che grazie alla lettura e alla scrittura di poesia, se liberata dai numerosi pregiudizi che la snaturano, ciascuno può conoscere meglio se stesso e in questo modo è portato a meglio definire la propria visione del mondo. Un testo poetico mostra gli oggetti, le persone, i sentimenti e le sensazioni più immateriali secondo un’angolazione imprevista che permette di considerare la realtà in modo nuovo.

Prima di addentrarci nella descrizione del nostro progetto però è bene ricordare che il termine poesia include modalità e significati che vanno oltre il canone utilizzato per l’insegnamento a scuola ed è dall’esplorazione di questa pluralità che partiremo.

Il pregiudizio relativo al fatto che la scrittura e la lettura di poesie suggellino una sorta di elevazione sociale, non è recente. Si tratta di un pregiudizio che fa parte prima della nostra storia di italiani e poi della nostra letteratura. Comporre versi infatti nell’Italia del Cinquecento era non soltanto una moda, ma anche un modo per definire la propria autorevolezza sociale in una cultura che anche quando popolare, risultava largamente intrisa del modello espressivo petrarchista. Perciò ogni non poeta al fine di apparire potenzialmente dotato di un certo livello intellettuale, riteneva di dover comporre qualche poesia, che veniva utilizzata oltre che negli scambi epistolari, amorosi e amicali anche in frangenti come il dileggio, l’accusa di qualche malefatta, la denuncia di circostanze equivoche ecc. Questa modalità bifronte della poesia, intesa in un certo senso come elettiva e nell’altro come una specie di canone espressivo legato a un’utilità propriamente assertiva in frangenti più quotidiani e bisognosi di una comunicazione diretta, ci aiuterà a attenuare il timore reverenziale verso la poesia iniziandola ad immaginare come uno strumento praticabile a tutti gli effetti.

Perché approcciare in questo modo la poesia attraverso i laboratori scolastici di Contemporanea – Fondo Librario? Il fondo librario quest’anno propone un progetto completamente nuovo che tuttavia esprime e sintetizza i temi che sono stati nostri fin dal principio. Infatti l’idea di raccogliere un fondo librario di poesia nasce nel 2011 allo scopo di lavorare alla costituzione di una piccola ma ultraspecializzata biblioteca capace di un valore testimoniale di stringente attualità. Questa attitudine si è andata via via coniugando con il nostro modo quotidiano di intendere la cultura in senso inclusivo che ci ha portato a sfatare anno dopo anno, quel pregiudizio di cui s’è detto, quello per cui la cultura in genere e la poesia nello specifico fossero qualcosa di distante, irraggiungibile, difficile, in qualche modo elitario. Non è così. Lo abbiamo dimostrato di fatto in questi anni attraverso progetti, iniziative, eventi che hanno saputo coinvolgere in modo transgenerazionale moltissime persone.

Quest’anno dunque la nostra proposta riguarda un laboratorio espressamente rivolto a coniugare la creatività dei più giovani con un concetto di poesia che per quanto spesso inconsapevolmente, li coinvolge quotidianamente attraverso le loro scelte linguistiche e estetiche. Il lavoro condiviso in classe sarà volto a infondere in questo senso una maggiore consapevolezza delle proprie modalità espressive.

In classe la poesia infatti quest’anno la intenderemo ponendola entro tre dimensioni temporali:

  • La presente, come sguardo sulla materialità delle cose e dei sentimenti più comuni, la cui lettura e dicibilità più sensibile rischia drammaticamente di essere sopraffatta dall’eccessiva immersione nei dispositivi tecnologici, dalla fretta e dalla poca cura nelle relazioni interpersonali.
  • Una dimensione rivolta al futuro analizzando il linguaggio attraverso cui la scrittura può essere condivisa in modo costruttivo e consapevole sui social e in rete. Si veda a questo proposito l’articolo che abbiamo pubblicato recentemente sul sito del fondo librario sulle piattaforme social utili a chi ama condividere la propria scrittura e le proprie letture.
  • Infine la dimensione del passato ossia rivolta alla prima memoria che ciascuno custodisce in merito al suono e al significato delle parole di un’infanzia che nel caso dei ragazzi della scuola secondaria di primo grado è ancora un giacimento cui si può attingere per ritrovare un rapporto emotivo vivido con il proprio linguaggio originario.

A chi si rivolge il laboratorio, secondo quale modalità? La fascia di età coinvolta va dagli undici ai tredici anni. Il laboratorio prevede 32 ore, 4 ore suddivise in 2 lezioni da 2 ore ciascuna per ogni sezione del primo, secondo e terzo anno della scuola secondaria di primo grado. Nelle prime lezioni di 2 ore avverrà un dialogo con gli studenti in cui verranno messi a fuoco in modo interattivo, le diversità del leggere e dello scrivere, come forma di comunicazione, al di fuori della scuola. Tra questi verrà annoverata la poesia e descritte le sue diverse funzioni e possibilità espressive nell’ambito soggettivo di ciascuno. Tramite la similitudine inoltre, rilevata nella poesia di autori più e meno noti i cui testi sono custoditi nel fondo librario e poi attraverso il linguaggio quotidiano, si formeranno le premesse per la lezione successiva dedicata alla rielaborazione personale. Infatti nella seconda lezione verranno suggeriti spunti (tenendo conto per ciascuna classe le diverse età coinvolte) per la messa in pratica in modo autonomo e personale delle conoscenze ottenute durante il percorso.

Qual è la spesa a carico delle famiglie? Nessuna. Il fondo librario svolge le attività suddette a carattere di volontariato al fine di diffondere la fruizione della poesia a partire dai più giovani.

La parola professione

Oggi sul sito del fondo librario parlo di poesia. E del significato della parola professione.

Cos’è che consente a una scrittura poetica un’uscita dalla conformità che non ripieghi nella retorica anticonformista? Legarsi a una griglia classica e esattamente definita come quella dell’endecasillabo necessita di accuratezza, nel senso che l’accuratezza sarebbe comunemente da intendersi come l’uso delle accortezze necessarie per il compimento della propria professione. Dove per professione è da intendersi il significato etimologico della parola.

Leggi l’articolo

VentiVenti 16/18 aprile La Sapienza

Sono molto lieta di annunciare la partecipazione del Fondo Librario di Poesia Contemporanea di Morlupo al convegno VentiVenti 16/18 aprile 2020 organizzato dalla rivista di poesia Polisemie presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza“. L’ambito di partecipazione è quello sociale e prevede le seguenti tematiche:

Editoria e poesia oggi – Analisi della produzione poetica iper-contemporanea in rapporto alla realtà editoriale italiana ed estera. Nuove tecnologie e scrittura poetica – Incidenza dei nuovi strumenti tecnologici nella composizione e ricezione del testo e nella comunicazione dell’informazione poetica oggi. Testo e società, azione e reazione – Rapporto tra testo poetico e realtà sociale: come la poesia possa farsi interprete del contesto attuale e quanto l’atto poetico riesca a incidere nella trama sociale.


Qualche giorno fa è stato presentato il Rapporto di OCSE e della Commissione Europea (CE) “Supporting Entrepreneurship and Innovation in Higher Education in Italy” sulla capacità innovativa e imprenditoriale del sistema italiano di istruzione superiore.

L’indagine certifica un pesante declino culturale e il fallimento dei processi di inclusione scolastica degli ultimi 20 anni. Ciò che viene evidenziato è che oltre ai fondi da assegnare alla scuola e ai progetti culturali ad essa dedicati, siano indispensabili una certa continuità e una capacità di superare gli stereotipi educativi e culturali più dannosi e inefficaci ai fini del coinvolgimento reale degli studenti entro il processo educativo.

La mia partecipazione ai lavori del convegno VentiVenti sarà finalizzata a descrivere gli obiettivi e gli esiti che in quasi dieci anni di attività il Fondo Librario di Poesia di Morlupo ha posto in essere attraverso l’organizzazione di progetti legati in vario modo alla poesia nel suo ruolo di agente e reagente sociale necessario a cogliere le criticità e le possibilità entro un discorso strettamente contemporaneo. Nello specifico avrò modo di illustrare il progetto del tutto nuovo che da gennaio 2020 il Fondo Librario di Poesia Contemporanea attuerà in collaborazione con l’Istituto Comprensivo Falcone e Borsellino.

Le novità che si stanno prefigurando per quanto riguarda l’anno prossimo, sono al momento incoraggianti. Una su tutte riguarda appunto la maggiore precisazione del mio lavoro nell’ambito del Fondo Librario di Poesia che nei prossimi mesi attuerà attraverso ulteriori cambiamenti una più mirata politica di studio, ricerca e azione sociale.

Piera Oppezzo a Milano

Scrivevo qualche tempo fa qui: “L’elemento che mi ha colpito immediatamente è stato come la poesia di Oppezzo potesse valere da indicatore di una disparità per nulla astrusa. Una sorta di realistica disparità, in cui ogni elemento additivo di molta poesia che avevo letto fino ad allora, i versi di Oppezzo finivano per rivelarla un esercizio di puro volontarismo, la rendevano cioè superflua in termini di comunicazione di un contenuto profondamente cosciente e perciò puntualmente connotato e evidentemente autonomo da formule già ampiamente praticate”. Mi dispiace davvero di non essere a Milano in questa occasiona di grande interesse per me.  

Tutti i poteri

da Tutti i poteri. Cinque presentimenti di Edoardo Cacciatore.

IX da Presentimento secondo. Il giuoco si scatena

(…)

Suffragio d’onde ha luogo dove fu il dire e il fare
Costeggiano strenue un greppo ieri leggende
V’ebbero un porto ma oggi chi più diffida
D’andarsene tra estranei le braccia tende
Vengo anch’io e arteria e lume aperto è il mare.
Pulsa affluendo pulsa s’increspano gli attimi
Ma esauste le risorse in siero in sedimenti
Chi insegue e caccia gli occhi ha immensi del suicida
Pigliò in sé tutto il chiaro e fa Tu mi frequenti
Non l’avrà il tempo di dire Ho sbagliato abbàttimi
 

Si conclude con oggi la pubblicazione di alcuni frammenti da Annina tragicomica sul sito Il cucchiaio nell’orecchio. Il frammento conclusivo è il numero 34 tratto dalla seconda parte del libro. Mentre descrivevo, o meglio cercavo di descrivere l’inconcludente tragicommedia di Annina, c’è stato un poeta importantissimo, incomprensibilmente tralasciato, la cui lettura in quel periodo mi ha influenzato oltre il lecito, come sempre accade, Edoardo Cacciatore (1912-1996). Questo pubblicato oggi, tra gli ultimi brani di Annina, nel suo piccolo, tentava [tra-gi-co-mi-ca-mén-te] il dialogo con quel suo linguaggio altissimo. Grazie ancora a Gaetano Altopiano che mi invita ora a proseguire con l’invio di altri materiali. Magari sì ma non da Annina. Annina finisce qui, grazie davvero.

figure deprivate

Prosegue la pubblicazione di alcuni frammenti da Annina tragicomica sul sito Il cucchiaio nell’orecchio. Oggi si tratta del frammento numero 3 tratto dalla seconda parte del libro. Annina è un libro strano, a posteriori, non fa che testimoniare una specie di fine che non vuole finire reiterandosi in figure deprivate. L’immagine del naufragio qui è associata all’azione del l’accumulo e alla pratica del sondaggio (carotaggio se il sondaggio avviene su una stratificazione solida di materia inerte). Grazie ancora a Gaetano Altopiano e soprattutto a Giovanni Duminuco, coraggioso editore e scrittore.

Disparità. Piera Oppezzo

Ho avuto la possibilità di conoscere l’opera di Piera Oppezzo nel 2016, in occasione del conferimento del premio Lorenzo Montano. Quell’anno la mia poesia amanda fiore o tartaruga, risultò vincitrice della sezione una poesia inedita e Una lucida disperazione di Piera Oppezzo, a cura di Luciano Martinengo, edito da Interlinea (2016), era risultato il libro vincitore della sezione opera edita.

L’elemento che mi ha colpito immediatamente è stato come la poesia di Oppezzo potesse valere da indicatore di una disparità per nulla astrusa. Una sorta di realistica disparità, in cui ogni elemento additivo di molta poesia che avevo letto fino ad allora, i versi di Oppezzo finivano per rivelarla un esercizio di puro volontarismo, la rendevano cioè superflua in termini di comunicazione di un contenuto profondamente cosciente e perciò puntualmente connotato e evidentemente autonomo da formule già ampiamente praticate.

Raramente lo spessore non mistificato di una coscienza puramente soggettiva fa la differenza in termini sostanziali, entro un genere come quello della poesia per come la si intende nella contemporaneità, culturalmente refrattario ad essere il luogo di una ricerca che somma ‘semplicemente’ la soggettività a un posizionamento temporale e logistico precipuo. In questi termini la poesia di Oppezzo è femminile e rivoluzionaria nel vero senso, perché il principio è quello dell’individuazione di una soggettività scevra che neanche si auto rappresenta ma si rivela per assenza di riconoscibilità, emergendo con una nitidezza senza precedenti. Per inciso, questo è anche uno dei motivi per cui il titolo che lega questa raccolta alla disperazione, appare dopo molte letture, piuttosto forviante e riduttivo.

La coloritura dei versi è spesso quella di uno stato di sé che non prevede approcci o variabili perché ridiscende a un precedente originario, che Oppezzo chiama ‘Vivente’. Vivente diventa un soggetto incluso di volta in volta in un palcoscenico, che lo chiama direttamente o indirettamente in causa come elemento presente ma irraggiungibile, perché a Vivente è precluso l’iter di qualsiasi svolgimento che comporti un posizionamento mediano, un compromesso qualsivoglia che lo distolga dalla sericità della propria mandorla.

Ho scelto di riportare qui una delle poesie, a mio avviso, indicativa dell’intera raccolta, anche se possiede un tono differente dal distacco raggiunto in gran parte di questa opera. Qui Oppezzo incarica inconsuetamente e direttamente i versi di definire la disparità tra un’entità definita dalla prima persona femminile, in ogni caso collusa, ma che si dibatte in un posizionamento impossibile entro il luogo di una collettività, nella quale non esiste la taratura che definisca la sua partecipazione.


Attorno mi circondano (1976)

Tengo la porta chiusa con tutto il corpo
perché almeno oggi nessuno entri.
Ho qui tutti questi conti da regolare
con l’orgoglio il tono di voce
la lucidità il razionale e l’irrazionale.

Non posso farlo se attorno mi circondano
qualche volta magari indifferenti
la loro vita completamente da un’altra parte.

Se capitano
cerco subito di raggiungere il loro posto
senza allontanarmi dal mio
perché il mio è una sedia con lo schienale
che almeno mi tiene le spalle.
Così li raggiungo sempre in bilico
illudendomi per un po’
di non avere problemi di equilibrio.

Continuo a fantasticarci su
anche quando sono ormai distesa dalla loro parte
e mi dico che questo che volevo.
Ma quando sono li distesa
e mi sento chiedere sempre di più
e sorrido e regalo con entusiasmo
scopro che quelli si stanno gustando il superfluo
mentre io mi svuoto dell’essenziale.



«Invece, sto solo tentando la lotta / per dare alla mia vita… / che so, un gusto di pesca / e un suono umano, / come si ode spesso per strada» (Piera Oppezzo in Una lucida disperazione, Interlinea 2016, collana “Lyra”)


una-lucida-disperazione

video reading 21 maggio

Un frammento video del reading organizzato dalla FUIS il 21 maggio 2019 presso la Biblioteca della Camera dei Deputati Nilde Iotti in occasione della giornata mondiale della madre.

Pratiche dell’ora madre Biblioteca della Camera 21 maggio

Biblioteca della Camera dei Deputati martedì 21 maggio dalle ore 15 alle 19
Roma, via del Seminario, 76 (Pantheon)

FUIS  reading LA MADRE

Lieta di  prendere parte con una breve silloge inedita da
Pratiche dell’ora madre, poesie dimenticate 


liz

 

 

sei figlia di questa morte scolorata
feroce lucertola che si sogna geco
nel buio che le assidera i colori
nel freddo che le morde la virtù
di perdere in coda la vita che non serve

sei figlia come fossi sempre da venire
da un coagulo bruno, gli occhi mai
sperduti alla tua rotta sconosciuta, le labbra
arrossate dal rilievo minuto di una parola
esatta erede del bacio che io sono

 

21 febbraio. Poesia e Plurilinguismo

Poesia e Plurilinguismo

Percorsi per un ampliamento dell’orizzonte formativo e letterario

Cosa: Prima giornata di formazione in presenza
Quando: Giovedì 21 febbraio 2019 – ore 8,30 – 13,30
Dove: I.T.C. Vincenzo Arangio Ruiz -Viale Africa, 109, Roma
Chi: Lend, lingua e nuova didattica, gruppo Roma. 
Organizzazione: Cristina Polli  

In sintesi: corso di formazione di 25 ore rivolto a docenti della scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado, studenti universitari delle discipline interessate, dirigenti scolastici, personale della scuola.

Titolo dell’intervento: Il giornale cittadino Zer0Magazine: un’esperienza di accoglienza di più realtà culturali e linguistiche attraverso la poesia.

Presentazione: L’intervento illustrerà il percorso culturale e etico attraverso il quale il fondo librario di poesia contemporanea di Morlupo, raccolto dall’associazione Libellula, abbia potuto instaurare una sinergia fattiva tra associazionismo, istituzioni e società civile, con il fine di compilare una pubblicazione che sia l’espressione autentica delle pluralità linguistiche e culturali tanto della comunità locale quanto della comunità extra territoriale legata alle attività di scrittura e di ricerca del fondo librario di poesia di Morlupo. L’intento è quello di trasferire ai corsisti tutte le indicazioni relative a un preciso modus operandi, che possa ispirare pratiche consimili, adattandole a esigenze precipue e differenti ambiti di appartenenza. Quanto detto sarà supportato dall’illustrazione delle varie sezioni e modalità di compilazione, attraverso gli esemplari cartacei del giornale Zer0Magazine, precedentemente editi.

Relatrice: Viviana Scarinci è fondatrice dell’associazione Culturale Libellula dove attualmente ricopre, su incarico diretto del presidente dell’associazione Giovanni Roncacci, la funzione di direttrice del Centro Culturale Libellula e del Fondo Librario di Poesia Contemporanea di Morlupo. In queste vesti è ideatrice e organizzatrice del progetto Zer0Magazine giunto quest’anno alla terza edizione. Il progetto si avvale della partnership del Comune di Morlupo, dell’istituto Comprensivo Falcone e Borsellino e per i primi due anni del CSM della ASL Rm4 per gli utenti del quale l’associazione Libellula ha organizzato corsi di scrittura finalizzati all’inclusione dei materiali prodotti all’interno del giornale cittadino Zer0Magazine 2017 e 2018. Viviana Scarinci è inoltre autrice di saggistica con Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante Un ritratto letterario di Elena Ferrante tradotto da Ingrid Ickler (Launenweber, 2018) presentato dagli Istituti Italiani di Cultura di Berlino e Colonia alla Fiera di Francoforte 2018. È autrice dell’ebook monografico Elena Ferrante (Doppiozero, 2014) presentato a Milano nel 2015 nell’ambito della rassegna Writers #2. Per la poesia è autrice con Annina tragicomica (Formebrevi, 2017) presentato nel 2018 al Festival letterario de L’Aquila Week-end d’autore, e de La favola di Lilith (Libro e CD con musiche originali di Edo Notarloberti per l’etichetta discografica ARK Records) opera selezionata per la partecipazione al Wave-Gotik-Treffen di Lipsia e a questo proposito rappresentata in anteprima europea presso Schauspielhaus centraltheater di Lipsia nel 2014. È autrice di Piccole estensioni (Anterem, 2014) con cui si è aggiudicato Premio Lorenzo Montano per la raccolta poetica inedita, sezione promossa dalla Biblioteca civica di Verona. È curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte della poetessa finlandese Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Doppiozero, Il lavoro culturale, Nazione Indiana, Leggendaria, Il Segnale, L’Ulisse. È co-redattrice del progetto editoriale Formebrevi.


Programma della giornata

8,30 – Accoglienza
9,15 – Saluti e introduzione ai lavori.
Interventi :
9, 40– Anna Maria Curci – Lend Roma: “La parola terra materna”: lingua e poesia come dimora e come ricerca.
10, 20– Manuel Cohen. Essere tra le lingue: la geocritica e la poesia dialettale
11,00– Paola Del Zoppo. Poesia come traduzione continua
11,40 – pausa caffè
12,00– Viviana Scarinci– Direttrice del Fondo librario di Poesia Contemporanea di Morlupo. Il giornale cittadino Zer0magazine: un’esperienza di accoglienza di più realtà culturali e linguistiche attraverso la poesia
12,40 – Tavola rotonda con: Germain Droogenbroodt, Rosangela Zoppi: poeti; Luca Benassi, Manuel Cohen, Anna Maria Curci, Paola Del Zoppo: traduttori e critici; Vincenzo Luciani.: editore. Modera: Cristina Polli – Lend Roma.
13,20 – Conclusione dei lavori
13,30 – consegna degli attestati di frequenza della giornata

In collaborazione con:
Associazione Culturale e Rivista di poesia “Periferie”
Centro di documentazione della poesia dialettale “Vincenzo Scarpellino”

La tragicommedia. Una recensione

Ma perché tragicomica? Perché quella dell’alter ego che si libera al posto nostro è forse la più furba, ma anche la più stupida delle tragedie, perché dimostra sì la grandezza della scrittura – soprattutto se tratta di una scrittura reinventata come quella di Viviana Scarinci- ma anche la sua sconfitta, i suoi limiti, e il suo lato ridicolo, patetico, tragicomico appunto.

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IL SEGNALE. Percorsi di ricerca letteraria n. 111 ottobre 2018.  Una recensione a Annina Tragicomica. Formebrevi Edizioni, Caltanissetta 2017


Creare un personaggio, una sorta di alter ego, e poi entrare in continua dialettica con lui, proiettandolo in ambiti assurdi, fino al limite del comunicabile, lottando con il senso, i significati, la stessa leggibilità, alla ricerca, evidentissima, di una nuova impostazione non solo poetica, ma addirittura linguistica e semantica. È lo sforzo compiuto da Viviana Scarinci nella sua raccolta Annina tragicomica, una serie di poesie in prosa, potremo dire “mozzafiato”, in cui il lettore si trova avvinghiato, sballottato, alla ricerca di un nesso che sfugge di continuo.

at_cover_3DTuttavia è la stessa poetessa a dare una chiave di lettura per le sue sinfonie concettuali, si tratta di tre consecutive poesie in prosa, l’ottava, la nona e la decima, in cui l’autrice chiamando in causa un secondo personaggio, definito “poeta”, mostra il rapporto particolare che la sua “Annina” ha con lui, di derisione e deragliamento. Da questo punto di vista Annina non è solo un personaggio, è un mito, è il mito dello scarto perenne, della differenziazione come ricerca di autenticità. E infatti costringe il poeta a fare i conti con i propri conformismi inevitabili, a vivere la sconfitta per non poterla afferrare, a vederla in una perenne autenticità dovuta alla mancanza di una posizione fissa, di una tappa, di una stasi.

Non per niente in un’altra prosa poetica Viviana Scarinci descrive proprio la continua mancanza di sede di Annina. “Annina sta” scrive l’autrice “nel passo che non si consegna alla sede”. È il tentativo, che la poetessa stessa riconosce nella postfazione, di superare l’argine, di sconfinare, straripare, o, come abbiamo affermato in precedenza, deragliare dai binari ordinari del linguaggio e dell’intelletto. In fin dei conti Annina rappresenta anche una proiezione dell’inconscio, un inconscio intellettualizzato, esteticamente ripulito, ma sempre inconsapevole, inarrestabile, indefinibile, parte di quella duplice complessità che la poetessa stessa testimonia nella postfazione quando parla di “complessità che galleggia in superficie” da una parte “e quella del quotidiano sempre più liquido” dall’altro. Da una parte dunque abbiamo la solidità e la razionalità, dall’altra la liquidità dell’inconscio, o della vita nella sua fluidità infinita, la liquidità appunto di Annina. Ma perché tragicomica: Perché quella dell’alter ego che si libera al posto nostro è forse la più furba, ma anche la più stupida delle tragedie, perché dimostra sì la grandezza della scrittura – soprattutto se tratta di una scrittura reinventata come quella di Viviana Scarinci- ma anche la sua sconfitta, i suoi limiti, e il suo lato ridicolo, patetico, tragicomico appunto.

Così mentre il poeta cerca l’equilibrio, nella sua vocazione conscia e razionale, Annina vive nell’instabilità. Annetta, ride ed è la stessa poetessa a sottolineare in un passaggio chiave “ Annetta rideva spesso. La testa in cui crebbe non curata affatto, aveva prodotto il pneumatico idiota che sempre da capo la smagliava, impedendo ora la semina di una stia di silenzio o un ritardo che mancasse finalmente di umiltà”.  E probabilmente a questa spontaneità pre-culturale di Annina-Annetta può essere riferito il linguaggio utilizzato da Viviana Scarinci nei suoi brani, una lingua a tratti anch’essa pre- grammaticale, in cui vengono a volte abolite le preposizioni e i connettivi quasi per offrire un dettato il più possibile diretto, empatico, anche se la difficoltà lessicale rende la maggior parte dei testi oscuri ed inevitabilmente ermetici.

L’autrice giunge talora anche a dubitare dell’esistenza stessa della bambina, come per mascherare le sue urla, le sue eccedenze. “Tra le conseguenze che la bambina mente c’è il fatto di esistere”. Emerge in asserzioni di questo tipo una sorta di assurdo, perché il mentire di Annina, che le permette poi di esistere, sembra imitare il mentire stesso e innocente dei fanciulli. Il che comporta una nuova sorpresa, dato che in fondo la bambina tragicomica, la bambola birichina e più che mai libera, probabilmente non è che la scrittura poetica stessa, la mania a sua volta assurda che i poeti hanno di rendere reale le loro immaginazioni, di considerarle più reali della realtà stessa, una sorta di dimensione libera in cui tutto diventa possibile, tutte le sconfitte possono essere riscattate, tutto può essere trasformato in un gioco. E ciò permette di chiarire ulteriormente il dialogo e le contrapposizioni tra la figura del poeta e la figura della bambina, essendo quest’ultima la sostanza che consente alla poesia di forgiarsi, di prendere concretezza, di materializzarsi e farsi dunque esistente, nonostante sia contaminata da una menzogna di fondo, secondo la quale la scrittura (mondo di segni e di fantasia) sarebbe vera, più vera della realtà. “Tra le conseguenze che la bambina mente c’è il fatto di esistere”.


Grazie a Il segnale. Grazie sopratutto a Giovanni Duminuco che con il progetto editoriale Formebrevi ha consentito che un testo come Annina Tragicomica vedesse luce. Onoratissima di aver pubblicato con lui.

Emily Dickinson Il lavoro culturale

La faida familiare per i diritti sull’opera alla morte della poetessa. Il modo distorto con il quale fu orientata inizialmente la sua immagine pubblica. Una consapevolezza autoriale incrollabile. Esce oggi per “Il lavoro culturale” un mio articolo che vuole sottolineare l’attualità della figura di Emily Dickinson. Grazie alla redazione  per l’accuratezza e il rispetto dei miei contenuti.

Una visione inedita di Emily Dickinson


 

Il privilegio della poesia

SAM_3362.JPGSabato 13 gennaio ha avuto luogo con successo, presso il polo Bibliotecario di Palazzo Venturi a Campagnano la presentazione di Annina tragicomica. L’evento  è stato curato da Anna Maria Curci e organizzato dall’Assessore alla Cultura del Comune di Campagnano Giovanna Mariani.

L’evento è stato possibile grazie alla sensibilità e l’ospitalità all’Amministrazione Comunale di Campagnano, e il ringraziamento che ho la necessità di esprimere anche in questa sede, non è retorico. Non è stato facile trovare una sede editoriale opportuna per la pubblicazione di un libro come Annina tragicomica che non appartiene a nessun genere letterario. E di conseguenza non è semplice trovare un luogo opportuno per la presentazione di un libro sui generis come Annina. Il fatto che questa opportunità sia stata offerta da contesti istituzionali e semi istituzionali, come nel caso di Campagnano, e delle presentazioni del libro avvenute in precedenza a L’Aquila e Caltanissetta, va sottolineato come un dato civico estremamente positivo.

Annina tragicomica come libro, nasce ed esiste perché si fonda su logiche estranee a quelle commerciali fin da quando, in modo del tutto inaspettato da parte mia, è stato pubblicato da Formebrevi. In effetti con le stesse finalità non commerciali attraverso le quali l’etichetta discografica ARK Records, rese possibile nel 2014, l’uscita del CD La favola di Lilith.

Formebrevi è  un’associazione culturale, impegnata in un progetto editoriale no profit, attraverso il quale sono stati pubblicati libri con caratteristiche estremamente differenti tra loro ma tutti orientati verso un modo di intendere la scrittura come qualcosa di non conforme a quelle che sono le linee guida relative alla commerciabilità del libro come prodotto.

Ciò anche e soprattutto intendendo il libro come oggetto d’arte, ad esempio nel caso di Annina tragicomica la pittrice Klaudia Jaworska, autrice dell’immagine di copertina, ha collaborato direttamente alla produzione editoriale del libro.

I libri Formebrevi, quindi, sono scelti e trattati con estrema cura dall’editore che non richiede alcun contributo agli autori. I proventi della vendita dei libri editi serviranno a finanziare la pubblicazione dei libri che lo saranno successivamente.

L’ associativismo e le Istituzioni in questo senso ricoprono un ruolo fondamentale per restituire luogo a certe realtà culturali, ma anche sociali, le cui logiche sono naturalmente estranee alle dinamiche di massa, le quali dinamiche puntano spesso alla spersonalizzazione dei contesti e dei contenuti ponendo a scusa la non immediatezza della fruibilità di quanto, di creativo e interessante, si manifesti sulla base di presupposti differenti rispetto a quelli noti. 

L’attenzione alle esigenze delle comunità reali passa anche attraverso la promozione di un linguaggio performativo che ha luogo nelle dinamiche di un certo modo di intendere l’evento culturale legato all’arte intesa come unicità e originalità dei contenuti. Ciò significa riconosce pubblicamente e collettivamente la poesia come esigenza dell’umano. Questo è qualcosa, che posso testimoniarlo, fa bene a tutti quelli che ne vengono anche solo sfiorati.

La favola di Lilith, libro e CD ARK Records

un concerto, un CD, un libro di poesia …


logo-arkLA FAVOLA DI LILITH

un’opera in due atti
di edo notarloberti e viviana scarinci
Libro e CD


La prima edizione comprende il CD e un libro di 24 pagine
per una tiratura limitata di 500 copie
PREZZO DI COPERTINA: 15,00 euro

ordini: info@arkrecors.net e su Amazon

 


La favola di Lilith è un’opera musicale suddivisa in due atti e nata nell’ambito del Fondo Librario di Poesia Contemporanea di Morlupo, dall’incontro di due linguaggi artistici diversi e insieme profondamente affini, quello della musica e quello della poesia. Il compositore edo notarloberti e la poetessa viviana scarinci, hanno accettato di confrontarsi attraverso un vero e proprio work in progress, la cui profonda vocazione interculturale viene pienamente rappresentata dal tema costituito dalla figura di Lilith. Il progetto è diventato un’opera musicale e un libro edito in versione bilingue da ARK Records e presentato in anteprima europea in Germania nell’ambito del Wave Gotik Treffen Lispia 2014.

L’opera
Lilith è un personaggio della mitologia ebraica e prima ancora di quella babilonese. È un diavolo femmina ma risulta anche essere la donna esistita prima di Eva, colei che fu creata spaccando in due la prima creatura umana che era duplice, come Ermafrodito. La favola di Lilith tuttavia non nasce dall’intento artistico di mettere in scena la rielaborazione narrativa di una storia nota ma da una riflessione che vuole accomunarsi all’attualità, attraverso gli strumenti della musica e della poesia contemporanea. Il violino di edo notarloberti cavalca l’onda delle parole di viviana scarinci sintetizzando i percorsi pregressi delle esperienze passate (vedi Argine e Ashram) proiettandoli in una direzione ancora più essenziale in quanto affrancata dalla schematica forma canzone che da un lato garantisce integrità formale, dall’altro limita il fluire liquido delle note che come le parole, in quest’opera intensa, sono alla ricerca di una verità essenziale attraverso una dimensione sonora assolutamente acustica, neoclassica.


CRITICA E RECENSIONI

Luglio 2015,  su Il Segnale 101 una recensione di M.T.

Con il sottotitolo di “due atti di Viviana Scarinci e Edo Notarloberti” viene distribuita La favola di Lilith, poema sonoro recitato su base di archi e pianoforte e inciso su un cd. Ci si trova dunque di fronte ad una poesia che recupera la dimensione non solo della vocalità, e dell’oralità, ma anche quella della performance, o meglio della irripetibilità performativa, che non consente la tradizionale lettura e rilettura a cui la poesia lineare da sempre ci ha abituati.
Tuttavia i significati del testo, pur nella versione con sottofondo musicale, non sfuggono alla decifrazione, magari nella solita sfumatura e incertezza dell’enigma, che la poesia, come arte votata al simbolico, inevitabilmente si trascina dietro. La favola di Lilith si mostra così, ad un ascolto attento, come la vicenda etica e intellettuale di un’anima e dei suoi tentativi di comprensione di tutto un mondo di relazioni. E’ la parola che interroga l’universo, e offre come risposta l’intreccio tra suoni della musica e suoni del linguaggio. Da questo punto di vista le melodie e le armonie musicali divengono speculari e simboliche rispetto alle armonie della voce, ma anche, semanticamente, rispetto alle armonie e alle empatie a cui i rapporti interpersonali cercano disperatamente di dar vita. Nella favola di Lilith, infatti, pianoforte e archi entrano in simbiosi con le parole, una simbiosi evidentemente cercata, e alla fine perfettamente ottenuta. La recitazione, in sé quasi monotona, volutamente neutra nell’intonazione, dà rilievo al ritmo e alla forza semantica dei versi, e consente alle parole quasi di spogliarsi per rivestirsi appunto di musica. In questo modo si crea una unione unica tra i suoni, quelli degli strumenti e quelli della poesia. Certo, si tratta di una poesia dimezzata, una poesia che rinuncia sia alla ripetibilità del foglio bianco sia alle tonalità del parlato, e si ricompone in una lingua univoca, densa di contenuti complessi, ma per assurdo priva di cantabilità a causa della sottrazione di accenti e fenomeni tonici. Tuttavia, come detto, questo spogliarsi di tonalità si traduce in un rivestirsi di altra melodia, di altra armonia, quella appunto suadente della musica, che da sottofondo diviene protagonista, quasi si trasforma a sua volta in parola. In realtà le coloriture romantiche ed emotive non sono solo quelle della composizione sonora, ma anche le parole, proprio nel loro essere controcanto al canto musicale, divengono esteticamente belle e attraenti, nonostante gli sforzi indubitabili della voce recitante di restare in una specie di anonimato interpretativo, quasi per evitare le intonazioni e le forzature di una resa da attore e da interprete vocale.
Si prenda ad esempio la traccia due, dove l’attacco determinato dalla pregnanza semantica del termine “placenta” è sottolineato da un singulto di archi davvero notevole, capace di dare vita ad una espressione raddoppiata, potenziata dall’alleanza fra le due forme d’arte. E’ così anche nella traccia 25, dove la voce recita “Non subito cielo amore” e la malinconia, rimarcata dalla musica, può finalmente liberarsi senza finte retoriche.
Musica e voce danno vita così ad una danza che coinvolge l’ascoltatore, gli fa comprendere un super-significato, denso di segnali emotivi. Quello che si riesce a cogliere, anche nella fuggevolezza delle parole recitate, è il tentativo, ma si potrebbe dire destino, di comprendere le cose e gli esseri, di determinarne giudizi; anche se le cose si fanno spesso ombra e frenano, sembrano bloccare le soluzioni, in realtà una verità è possibile rinvenirla, essa è nella “mescita di nascita e morte”. Parole, isole di contenuto che rimangono nella memoria dell’ascoltatore, commentata da una musica bellissima, coinvolgente come forse le parole non sanno essere. Però le parole di questo poema riescono a fare di più della musica, riescono a dire anche il senso della musica. E’ il senso è in un dolore testardo che si percepisce dietro l’alternarsi dei versi detti, un dolore che alla fine la meravigliosa mescolanza di voce e note riesce a dileguare. Insomma un esperimento più che riuscito questo della favola di Llith, che dimostra la necessità per la poesia contemporanea di cercare altre vie oltre quella della parola.

Luglio 2015,  su Poesia 2.0 una recensione di Loredana Magazzeni

La favola di Lilith, edita da ARK Records, con testo inglese a fronte, nella traduzione di Natalia Nebel, presentata nel 2014 in anteprima europea occasione del festival internazionale musicale di Lipsia, è un poema musicale in versi, su testi di Viviana Scarinci e musiche del compositore Edo Notarloberti. Il poema, che riprende e dà voce a nuclei tematici forti già presenti nella poesia di Viviana, come il rapporto col femminile, la conoscenza di sé e il tempo, si presenta nutrito di un “sentire tattile”, come scrive Giorgio Bonacini in margine a Piccole estensioni, raccolta vincitrice del premio Montano 2014. Un sentire sinestesico dunque, tattile e visionario, in cui la musica si addensa attorno all’andamento “poematico”, tipico della migliore parte della poesia femminile del Novecento (Rosselli, Vicinelli), che attraversa e rilegge l’esperienza e la coscienza. Il poema è diviso in due atti: il primo in cui Lilith torna da uno stato di lutto ottundente o dalla regione vita/morte del mito. E il secondo atto, al cui inizio, con un monologo, Lilith si rivolge a Dio (di cui secondo una credenza dell’ebraismo è stata amante), e che prosegue con un dialogo tra Lilith ed Er, il personaggio del mito platonico cui è stato dato modo di andare e tornare dalla morte. Così come Lilith è creatura di confine tra visibile e invisibile, porta di ogni ambiguità, Er, che conosce vita e morte diviene il “vedente” per antonomasia, restando pur sempre uomo. Come insegna Ida Travi, in Poetica del basso continuo, poeta che accosto a questo esito poetico di Viviana Scarinci, scrivere poesia oggi è cercare un varco continuo, non una verità ma una delle verità possibili fra noi e “lo spiazzo millenario nel quale irrompono le civiltà che forse dormono”. Dichiaro di voler leggere eventuali successive raccolte pubblicate dall’autore per seguirne la futura scrittura, riferendone in questa rubrica.

Marzo 2015,  su Darkroom una recensione di Ferruccio Filippi

Quanto è difficile recensire un’opera come questa… Difficile perché “La Favola di Lilith” è un qualcosa che sta a metà fra una composizione neoclassica e il reading poetico. È conveniente forse partire proprio dalla parte lirica per capire il lavoro. Lilith è considerata la donna che venne prima di Eva, e quindi, per certi versi, lo spirito della donna, al di là del tempo e dello spazio. La poetessa Viviana Scarinci costruisce un possente corpus poetico intorno a questo concetto, a questo voler rappresentare la femminilità stessa nella sua duplice natura, divina e terrena, nella sua potenza e nella sua fragilità. Il linguaggio è complesso e raffinato senza essere didascalico o dottrinale, e possiede un ritmo che lo rende sempre vivo e interessante. La cosa si sarebbe potuta fermare alla realizzazione di un poema sul femminino eterno ma, e qui sta l’originalità, si è deciso di far sposare quelle parole con la musica. Per questo non ci poteva essere autore migliore di Edo Notarloberti (già con Argine, Ashram e Corde Oblique), anima fra le più sensibili dell’odierna scena musicale italiana. Una composizione per archi ora drammatica, ora onirica, ora sperimentale che accompagna e dà il mood giusto a tutta l’opera. Non a caso il testo è recitato dalla Scarinci in maniera quasi atonale, senza espressione, per dare alla musica il compito di trasmettere ed enfatizzare l’emozione di tutto il lavoro. “La Favola Di Lilith” è un opera difficile e coraggiosa che merita ascolti e letture approfondite.

Febbraio 2015,  su Rock Impressions

Progetto piuttosto ambizioso e culturalmente pregno quello condiviso dalla poetessa Viviana Scarinci e dal violinista Edo Notarloberti. La Scarinci ha vinto nella sezione Scrivere i Colori del Premio Grinzane Cavour ed ha pubblicato una manciata di testi. Edo è un musicista coinvolto in diversi progetti, come Ashram, Corde Oblique, bellissimo il suo disco solista edito sempre dalla Ark. I due hanno condiviso questa avventura artistica, con l’intento di unire musica e poesia, con uno stile spoken words a tinte neoclassiche, musica da camera se volete. Non è un episodio del tutto isolato, ma desta sempre un certo stupore trovarsi di fronte ad un’opera così complessa, nella sua apparente semplicità. Ai due si aggiunge anche il contributo della pianista Martina Mollo.

Ci sono delle tradizioni, in particolare ebraiche, per cui la prima moglie di Adamo non fu Eva, bensì Lilith, questa, pare, non volle sottomettersi ad Adamo e venne quindi scacciata dall’Eden. Poi in altre tradizioni è stata anche considerata un demone (o tale è divenuta a seguito dell’allontanamento dall’Eden), per diventare più tardi simbolo per la rivoluzione femminista, insomma un personaggio pieno di richiami e riferimenti, tra l’esoterico e la modernità. Onestamente non ho colto in quest’opera dei riferimenti precisi alle tradizioni di cui ho accennato, i versi della Scarinci sono piuttosto ermetici e ricchi di cenni colti, per cui non è facile comprendere appieno il significato:

“Se all’assemblea delle forme
i corpi si dimettono
io il tuo ordito sboccio
fiore di questo dolo”

non manca la suggestione nella forza delle parole, però il senso spesso sfugge. Discorso a parte per le musiche, che sembrano improvvisate sul declamare dei versi, Edo mette in campo esperienza e gusto, dimostrandosi raffinato e passionale al tempo stesso. Viviana declama i suoi versi con trasporto, anche se a volte la sua voce appare distaccata e quasi asettica, con una cadenza poco armonica. Francamente ho faticato ad entrare nel senso del testo, che richiede un’attenzione molto elevata, tale da cannibalizzare le musiche, difficile concentrarsi sulle seconde se si vuole approfondire l’opera poetica.

Per questo il mio giudizio resta sospeso, pur riconoscendo che l’opera possiede un certo fascino.

Settembre 2014, su theregionofunlikeness – UNA RECENSIONE DI PAOLO FICHERA

Lilith è un nome,
che scrive nel proprio nome la donna che parla di lei, che è lei.

La voce si impone fin dai primi versi precisa, salmodiante, incalzante come una litania. Comandamenti: bruciare, trovare, resistere e studiare il buio. E il buio è il luogo della propria genesi attesa, il sapere che la convergenza dell’acqua al buio è possibile, ma soltanto per chi, e non per lei, si è perfezionato nella distanza che scinde una persona in due.

È la constatazione che oltre la dualità apparente, esiste un varco aperto come una ferita in cui curare è precipitare per raffinare le mani e la percezione, oltre le mani di un uomo invocato o desiderato, la cui pelle toccata priva il corpo della mano che tocca, come la notte tocca la sua ombra e la ingloba senza possederla. E pare che il desiderio e la mancanza di Diotima qui non abbiamo luogo. Non vi è neanche la finzione della mancanza o del desiderio. La pelle è l’unica forma del giorno che appare nella notte. Nulla manca perché a mancare è la stessa Donna che parla e che scrive la sua mancanza nella voce che si avvera, dando al presente l’instancabilità del senso che non si compie.

L’amore erompe, perché non c’è attrito che possa essere negato. Un amore che non si dà in atti espansi oltre il proprio pensiero. C’è qualcosa, nell’amore, che rende questa donna un’estensione nelle cose, ma non per negare né per affermare perché “non esiste parola/per cui si cerchi più/di un bisogno ammutolito”. La presenza, si afferma, sempre e comunque, perché è, nell’istante di sapersi e di eclissarsi in quell’attimo che ha la coerenza perduta e manifesta che attende chi sa di non poter toccare la mole enorme di un’esistenza che si stende oltre se stessi.

Il nodo disciolto non esprime la vita, resta quel che non deve apparire. L’incessante risvegliarsi che torna non compiuto. La litania non cessa, i Se si susseguono: l’ustione della doglia, l’arsura, la fitta sono chiamate, avocate, elette a ipotesi di una mutazione che appunto perché invocata non può avere altro corso che nell’invocazione e non in qualche atto manifesto di cambiamento. La lotta è nell’immobilità di fronte al proprio Dio a cui si annuncia che l’inevitabilità dell’atto al suo interno manca, come chi chiama pur non volendo risposta.

L’intensità non rinuncia a nulla, resta immobile a fissare quanto le asperità del bianco intorno e il suo corollario di forme rinuncino a Lei. L’anima non ha volto, perché il volto è una maschera, l’ambizione suprema è quella di non esserci, come la constatazione di un’attesa a cui non si può rinunciare. Il luogo che si abita è quello del taglio, dove il mestruo è ostinato come la grazia che nutre certi animali. La minuzia delle ossa ne forma e ne sostiene la loro assenza. E il Dio che ha donato i figli, quegli occhi che raspano e avvinghiano alla vita, nonostante noi, quel Dio ha vietato un pane che è al di là di ogni forma pensata e voluta, in un nucleo compatto che pare non poter essere colmato, come una enorme distesa di sassi bianchi lasciati lì perché le mani possano erigere altari sommessi, o altre mani desiderino scagliarli sulla superficie dell’acqua.

Lo spazio dell’alterità è quello che Lilith nonostante se stessa abita. L’Altro, che ha la voce di un figlio-amante, invoca una salvezza che soltanto la venuta dei passi può dare e chiama sposa l’ombra, come un rabdomante che sa di poter dialogare con la pietra nell’occhio; e Lei lo invoca come si invoca la venuta insieme all’addio, la catastrofe insieme alla notte. Ed entrambi sono grembo d’assenza vissuta una nell’altro, come un principio di menomazione che muove il destino di una perversione per morire insieme, nella macerazione germinale che il veleno della vita suscita a contatto con la bellezza di alcuni incontri. E a dispetto del figlio la luce incarna la liquidità delle forme su cui s’adagiano i segni delle veglie non vissute, della speranza non vissuta perché non invocata, di una visione incarnata. E alla fine del libro la venuta della luce diluisce l’ossessione delle ombre, come a lavare gli umori di un parto sulla pelle di un neonato che vivrà nonostante la luce e l’ombra, perennemente infisso nella mancanza che resta alla sua fonte.

La voce di Lilith è un grumo di sangue che si scrive leggendolo. Che cerca di fissare i propri artigli in pelle e muri che non le rispondono o che forse non esistono. È un’alluvione che si muove secca e fluente, come alcuni occhi lasciati in qualche luogo del mondo e visti di sfuggita, come un monolitico grumo d’amore che ha resistito a ferite, aborti, morti, frustrazione. Più viva delle ombre che la muovono.

Luglio 2014, su SIL – Società Italiana delle Letterate, UNA RECENSIONE DI PAOLA DEL ZOPPOLa favola di Lilith di Viviana Scarinci e Edo Notarloberti è un poema in musica, un’opera composita, che si dipana all’ascolto con il ritmo dissociato e insieme consonante di due espressioni creative diverse. La messa in scena della compatibilità dell’incompatibile illumina la complessità della materia. Lilith è innanzitutto mito. Prende forma nella voce poetica come plasmata dalla sabbia, e si fa così donna prima, creazione originale, creatrice. Un’opera ridotta al necessario nella sua esecuzione, nell’utilizzo di pochi strumenti ad arco, suonati da Edo Notarloberti, e della voce intensa di Viviana Scarinci, ma che non ci lusinga con un’apparente semplicità.
Il testo si compone di tre parti: nella prima, Lilith racconta di sé, della sua storia, dal suo preciso e veritiero punto di vista. Veritiero perché suo, senza elaborazioni, senza spazi per il tempo. Nella seconda parte Lilith dialoga con Dio. Nella terza Lilith dialoga con ER.
Viviana Scarinci si era accostata alla figura di Lilith già nel suo Nascita della madre, in cui la dimensione del dialogo in absentia era sviluppata proprio nella declinazione dello svelamento delle mitologie. Lilith è creatura notturna che vuole abbattere tutti gli schemi, e così si sporca, si contamina per evidenziare la sua non domesticità. E’ un essere indomito, non per forza ribelle, perché è prima della necessità di ribellione. Personaggio della mitologia babilonese prima che di quella ebraica che la porta fino a noi, Lilith è donna prima di Eva ma anche ermafrodito, creatura senza sesso che è di entrambi i sessi.
Ma non per questo in sé distruttiva, solo non sistematica. La connotazione antivitale di Lilith giunge non prima del medioevo: il mito della donna incontrollabile attraente e terrificante, si genera con la società de secoli bui, e nel romanticismo e nei movimenti letterari dell’Ottocento riprende la sua ambivalenza per svelare le perverse attitudini sessuali dovute alla repressione.
Basti citare il Faust di Goethe, in cui Lilith è, nell’universo multifocale delle figure femminili, al centro della svolta nella notte di Valpurga. Mefistofele incita Faust a ballare con lei, come se lei potesse, diversamente da altre donne che Faust ha incontrato, fargli intravedere l’attimo e costringerlo a cedergli l’anima. Ma quando Faust torna schifato perché dalla bocca di Lilith è uscito un topolino, Mefistofele lo prende in giro «e che sarà mai, non era mica rosso, il topo». Mefistofele, l’ironico per eccellenza, non sta prendendosi gioco solo di Faust, ma della concezione medievale e maschile di Lilith, ridotta a un essere femminile dagli attributi seducenti in quel determinato sistema, le stesse caratteristiche descritte da Viviana Scarinci nel suo già citato Nascita della madre «caratteristiche non ‘domestiche’, una lunga chioma indocile, il corpo impudicamente cosparso di saliva e di sangue, residui di mestruo, di aborti, di altre promiscuità. Lilith: la creatura notturna, colei che è, senza il pensiero di nascondere, la distruttrice di ogni ordine prestabilito, la madre dell’invisibile fertilità della morte, il motore vitale dell’unicità non dissimulata, la fame e la profonda solitudine che l’imperativo della fame impone». La danza di Faust con Lilith richiama anche il mito di Salomone, l’unico ad aver danzato con lei, donna demone, madre di demoni e regina. Ma soprattutto, come Viviana Scarinci in questo testo, Goethe metteva in scena la debolezza dell’uomo, che non è del diavolo, bensì profondamente umana. Il suo bisogno di controllo, di percezione del potere, di domesticazione dell’innocenza oltre la bontà.
Lilith, che è e rimane la parte rimossa di Eva, che accetta la sua cacciata dal Paradiso, fa della sua identità un tesoro. Chiede ad Adamo di essere sua pari, di non dovere giacere sotto di lui durante il coito, ma sopra, in un tempo primigenio, in cui i rapporti di potere non erano ancora stabiliti. Come nota Viviana Scarinci, «non fu lei, con questo gesto, a perdere l’innocenza», bensì Adamo, che risponde alla richiesta con la volontà di dominio, con la violenza. Perché conosce la paura dell’abbandono e insieme la paura della verità: Lilith è più forte di lui, perché non ha paura di se stessa. Lui, primo uomo, si fa schermo della sua posizione oltre qualunque altra considerazione, e scaccia la sua compagna. Secondo il mito, Lilith fugge in una zona del Mar Rosso nota per essere il rifugio dei demoni.

avrei subito l’ansa come un fatto silente
avrei appreso la laguna come la convergenza
dell’acqua al buio se altri moventi
se altri garanti non mi avessero emulsionata
in una fisica dirimpetta e io non mi fossi perfezionata
nella distanza che mi divide, una dall’altra
innervata che sloga volo e caduta.

Ma ancora trattiene il suo passato, fino a quando non disobbedisce all’ordine di Dio che per bocca di tre angeli le ingiunge di tornare al marito, perché la sua identità è ormai altro, ed è più importante di ogni altra cosa, anche del perdono divino. Non può tornare a essere moglie, dopo essere stata se stessa, nonostante il suo amore per Dio.
Della complessità di Lilith Viviana Scarinci rende conto in una brevissima introduzione, in cui riprende tutti tratti principali del mito: l’origine Babilonese, demoniaca e regale, e i contorni ebraici, più noti: Lilith, prima moglie di Adamo, si rifiuta di essere sottomessa e si fa demone. Ma, ricorda Scarinci: «era segretamente innamorata di Dio, tentava spesso di volare verso l’amante e Adamo, per trattenerla, si alzò da carponi e prese a camminare diritto su due gambe. Forse l’uomo ha guardato al mondo perché Eva ha procreato ma si rivolto al cielo perché prima di Eva è esistita Lilith». Prima che l’uomo fosse uomo, Lilith era:

Tutti i fatti subiti e orditi dal corpo
mi dicono che rimane sul polpastrello
l’impronta, più che in questa creta plasmata altrove

L’intento artistico non sembra quindi quello mettere in scena la rielaborazione poetica di una storia nota, bensì di riportare alle origini del senso del mito una figura troppo raccontata: una riflessione che vuole accomunare Lilith all’attualità nella spinta all’indietro nel tempo, alle origini del mito. L’operazione di parallelismo con la parola poetica appare chiara nella scelta dei termini. Lilith, prima donna, è potenzialmente generatrice di ogni creatura. Così è la parola lirica, collocata in uno spazio ibrido in cui le connessioni binarie sono inutili e inesistenti. È una parola che guarda al tempo da cui proviene, universale e nucleare, parola in potenza.
Viviana Scarinci sceglie quindi parole fenotipiche per descrivere stati d’animo, gesti, avvenimenti, che nella loro natura di intimità, allargano la percezione su un universo di possibilità, definendo e sfumando la figura di Lilith nella sua appartenenza a una natura primigenia che dà vita prima che vi sia ordine: Osso – Pelle –Concrezione – Crescita – Albero – Bambino – Cammino.
La parola poetica è antica, minerale, fossile, frutto della creazione e principio generatore, quindi unione di presente e passato, fusione di padre e figlio:

l’unico modo
sfalda le cortecce
dei pini fino
al cerchio
che contiene
il bambino nel folle
trattenimento
del tronco
padre di sé piccolo

Ulteriore simbolo della congiunzione tra un remoto passato e un presente che si può conoscere solo in assenza è il fossile, pietra di memoria, che contiene ere e sostiene in futuro. La pietra fossile inerte annuncia una vita impossibile ma reale.

per un lungo attimo
la notte ti asciuga, fossile
indeducibile dalla sua pietra
cosa inerte, mio frantume

É una pietra che deve rivivere, nel richiamo a Paul Celan, («è tempo che la pietra ritorni a fiorire») toccata dalla forza creatrice dell’io lirico, l’unica che può annullare la stasi :

Se entri in un accadere
paralizzato di sequele
io fruttifico le stasi
che mi trasogni

Nel dialogo con Dio, culmine del secondo atto, Lilith esprime dubbi e rabbia, e si dice costretta alla rinuncia:

la mia eternità è una formula
un rilevo un’asperità fittizia
tre punti di sospensione
un braille trafitto senza rumori
di bianco, un morse
a guerra finita che non
serve il segreto
ora l’intensità è minore
si vede la coazione
alla rinuncia

Ma Lilith è anche, qui figura che ricorda Sisifo, determinata a non accettare davvero la sua pena, nella “coazione” abbandona una lotta senza senso nello spegnersi della lotta. E così è anche legittimazione della poesia stessa, della scrittura, che come nel mito di Sisifo di Camus, è antidoto al suicidio, dunque alla morte.
Il testo e la musica si appropriano dell’ascoltatore: la percezione della poesia si fa parte della poesia stessa, nella fusione delicata e mai ridondante di metafora e rappresentazione.
Un’opera, questa di Scarinci e Notarloberti, che appare necessaria nella sua non semplicità e non semplificazione e nella passione vitale, corposa, forte della voce della lettrice che è voce di Lilith, voce di Dio ma soprattutto, voce limpida della poesia e della musica che plasmano nascite di intensa percezione, fioriture dalla pietra, da ricordi dimenticati e da tempi senza memoria. Lilith, la sua figura, il suo mito, è il fossile e la pietra, identità nuova che si pone in essere con l’accettazione della propria esistenza. Ma soprattutto La favola di Lilith è un’opera di grande coerenza, che sviluppa l’assunto iniziale in ogni risvolto, senza però cedere al concettualismo. Ogni piano di lettura è uno strato della compatta formazione geologico-poetica dell’opera, in sé tagliente e significativo, ma ancor più denso se esaminato nella sua stratificazione.

Luglio 2014, Luigia Sorrentino pubblica un’ampia pagina dedicata sul blog di poesia di RAINEWS  Con una mia nota sulle modalità compositive dell’opere e un estratto dal testo http://poesia.blog.rainews.it/2014/07/13/viviana-scarinci-la-favola-di-lilith/

SU lurker’s realm luglio 2014, una segnalazione –  Che cosa possiamo aspettarci quando un musicista virtuoso e un poeta di talento si incontrano per lavorare insieme? La risposta può essere data da Ark Records, con l’uscita di “La Favola di Lilith”, un’opera realizzata da Edo Notarloberti e Viviana Scarinci.

La figura di Lilith è l’elemento comune del confronto tra il violino e la parola nell’ambito di un’opera divisa in due atti. Quest’opera è il frutto di due menti di talento e un pezzo d’arte delicato che rivela tutto il suo splendore a ogni ulteriore ascolto.

Chi ha già familiarità con il violino di Edo (e chi non la ha deve assolutamente colmare questa lacuna!) qui può realizzare il suo ulteriore potenziale espresso quando si combina alla parola poetica di Viviana. Questo potenziale si esprime completamente nell’intensità di questo lavoro. Non è un disco tradizionale, ma è un’esperienza che ci  parlerà sicuramente a lungo.

da http://lurkersrealm.blogspot.ae/2014/07/noticiaa-fusao-de-dois-mundos.html

IL NUOVO luglio 2014, una recensione di Maurizio Lancellotti –  La tradizione religiosa ha contribuito non poco a corroborare per secoli la subalternità della donna nel tessuto sociale, considerandola asservita all’uomo da cui ella deriverebbe e a cui dovrebbe sottomettersi.
Ebbene, vi sono miti arcaici secondo cui prima di Adamo, Dio avrebbe creato una donna, Lilith, formandola a partire dalla TERRA e non dall’uomo. Lilith, quindi, sarebbe stata scacciata da Dio per via del suo rifiuto a sottomettersi all’uomo (ne L’alfabeto di Ben-Sira viene raccontato che Lilith abbandonò il Giardin dell’Eden a fronte del rifiuto di Adamo di riconoscerla come sua pari “Ella disse – non starò sotto di te – e egli disse – e io non giacerò sotto di te, ma solo sopra. Per te è adatto stare solamente sotto, mentre io sono fatto per stare sopra ”. In questo modo Lilith figura di origine mesopotamica, divenne nell’immaginari ebraico un demone, emblema di adulterio e lussuria per poi subire nel cristianesimo una damnatio memoriae.
Nella sua Favola di Lilith, Viviana Scarinci, poeta e critico del nostro territorio, condensa degli studi condotti per anni in genere sulla questione femminile in filosofia e nella letteratura e in particolare sulla figura di Lilith. Si tratta di un’opera musicale in due atti che mostra un connubio, tra poesia e musica, due generi così diversi ma la contempo così affini, di Viviana Scarinci (poeta) ed Edo Notarloberti (musicista). Nell’intenzione degli autori “La favola di Lilith non nasce dall’intento artistico di mettere in scena la rielaborazione narrativa di una storia nota ma da una riflessione che vuole accomunarsi all’attualità, attraverso gli strumenti della musica e della poesia contemporanea. Il violino di Edo Notarloberti cavalca l’onda delle parole di Viviana Scarinci sintetizzando i percorsi pregressi delle esperienze passate (vedi Argine e Ashram) proiettandoli in una direzione ancora più essenziale in quanto affrancata dalla schematica forma canzone che da un lato garantisce integrità formale, dall’altro limita il fluire liquido delle note che come le parole, in quest’opera intensa, sono alla ricerca di una verità essenziale attraverso una dimensione sonora assolutamente acustica, neoclassica.”
Il testo presenta pertanto elementi di complessità che lo rendono di non immediata comprensione per chi non abbia una certa dimestichezza con la filosofia e la poesia, tuttavia nel suo connubio con la musica risulta molto suggestivo e godibile anche a un pubblico più ampio.

SUONO 487 maggio 2014, nella sezione “SELECTOR tutto il meglio in arrivo sul mercato” una recensione di Guido Bellachioma  –  Un disco complicato e semplice al tempo stesso. Persino spoglio nell’utilizzo dei pochi strumenti ad arco (suonati da Edo, violinista anche di Ashram, Argine, Corde Oblique e di notevoli progetti solisti) e dell’espressiva voce di Viviana (poetessa alla prima performance artistica di questo tipo). Apparentemente una situazione già vissuta, non solo in ambito neoclassico, neofolk e dark, dove i momenti rarefatti e lirici vedono musiche avvolgenti fungere da tappeto per voci recitanti, più o meno sognanti. In questo caso, 32 tracce legate senza soluzione di continuità, il percorso è piuttosto diverso perché si tratta di una reale connessione tra i due universi; dove il fatto che non ci sia la classica forma canzone, sia pure “diversa”, finisce per dar risalto al ritmo che connette profondamente musica e parole, in grado di esplorare Lilith non come donna del mito (quella prima di Eva) ma come aggancio alla contemporaneità. Il disco richiede inizialmente grande concentrazione; una volta perforato il mare di emozioni, però, non si può che andare fino in fondo e, spesso, ricominciare da capo. Inutile fare confronti con momenti acusticamente simili di gruppi come i Current 93, anche se punti di contatto ci sono… Lilith è una moderna opera “antica”, dove al posto delle voci del melodramma c’è lo scavare nell’anima, modulando le parole negli spazi lasciati liberi dalle note e spesso avvinghiandovicisi mortalmente. L’operà sarà rappresentata in anteprima europea al The Wave-Gotik-Treffen 2014 di Leipzig Germania), il più importante festival per questi territori di confine, dove Edo non suonerà ma dirigerà un quartetto d’archi (due violini, viola, e violoncello). Per capire l’anima del suono dell’affascinante favola di Lilith abbiamo preso in prestito le parole di Antonio Esposito, tecnico del suono del Tp Studio di Napoli, dove è stato registrato:”Edo è uno di quei musicisti che più che per la tecnica ti affascina per la capacità evocativa del suono. Suonando assieme a lui e registrando la sua musica in contesti molto diversi, ho imparato a conoscere la particolarità di questo suono; dovendo scegliere come riprenderlo in un contesto “atipico” (3 violini e un violoncello, suonati tutti da lui), ho scelto di provare a renderlo il più naturale possibile, utilizzando un AKG 414 TLII come microfono principale, in coppia con un pre Universal Audio 710 e un AKG C4000 alle sue spalle per recuperare alcune frequenze basse. Altra scelta di base è stata quella di dare grande spazio ai suoni d’ambiente, posizionando due Rode Nt2-A, preamplificati da due API 512c, a grande distanza tra loro. Queste due room si sono rivelate poi centrali nell’equilibrio del mix finale di Giuseppe Spinelli, mix fatto ITB utilizzando un Reverbero Lexicon PCM 70 e un compressore DBX. Il piano, un Kawai verticale, è stato ripreso con tecnica A-B. Per la voce di Viviana, dopo aver provato varie soluzioni, l’AKG 414, accoppiato a un pre Universal Audio 610, si è rivelato la scelta migliore, soprattutto nel gestire le dinamiche molto differenti all’interno dei vari brani. Il mix ha provato a lasciare inalterata questa realtà sonora, senza puntare ad elevare il volume”. Le prime 500 copie hanno il libro dell’opera.

sito http://lafavoladililith.wordpress.com/
pagina facebook https://www.facebook.com/lafavoladililith

contattati
rossana rossi: info@arkrecors.net
edo notarloberti: info@edonotarloberti.it
viviana scarinci: vivianascarinci@gmail.com
Fondo Librario di Poesia di Morlupo: c.libellula.m@gmail.com

Piccole estensioni, Anterem

cop libro

Piccole estensioni è la raccolta edita da Anterem Edizioni a seguito del conferimento del Premio Lorenzo Montano 2014 per la raccolta poetica inedita. Si tratta di un lavoro unitario per quanto suddiviso in due parti. La prima parte presenta dieci componimenti in una forma in cui i versi non sono separati da cesure essendo riportati di seguito secondo una continuità che appare prosastica ma non lo è. La seconda parte è composta da sette poesie.

Dovendo individuare a posteriori un tema delle Estensioni al fine di comprenderne quanto più precisamente il possibile sviluppo, credo che sia il tema della “differenza” quello principale. L’ipotesi immaginosa formulata dalle Estensioni è che al principio non ci sia il verbo, né il silenzio ma una minuscola differenza. Prima di nascere esiste nel microscopico mondo delle Estensioni solo un infinitesimo differire delle singolarità. Ma dopo, al di fuori di questa figurazione nostalgica l’esposizione delle forme visibili avviene nel macrocosmo attraverso un linguaggio che non evita sinonimi né sperimenta vere mutazioni. Invece è piccola anzi piccolissima l’estensione pregressa e nascitura che può raggiungerci in quell’ipotetico stallo che è il tentativo di misurare un suolo su cui non c’è nessun ricordo che garantisca di essere fuoriusciti. Se per La favola di Lilith la complessità del discorso si gioca anche attraverso l’uso metaforico del mito oltre che in altre variabili che consentono di leggere l’opera attraverso molti registri, nelle Estensioni la panoramica è più semplice né esistono metafore. Si tratta soltanto di un tentativo di recupero in extremis di qualcosa di sempiterno e attuale che non si colloca apparentemente nel presente né può essere restituito dal ricordo. Una differenza rintracciabile nelle minuterie più recondite che stanno sotto un occhio interiore che le restituisce sfuggenti, come se tutto quanto intorno servisse oltre il visibile. Servisse da indicatore di un dirigersi differente e non saputo che pure guida. Ciò almeno nella speranza di chi ha scritto.

  “Mai accaduto prima in quanto iniziato con un passo il succedere
diversamente quantunque il succedere prima era uguale. Isolata
da questo stacco la differenza sta in torto di avere l’orizzonte nella
crescita e lievito bastante a produrre di concerto il giacere. E nessun
rimedio menta lo stato di questo saperlo che tornata indietro
dalle cose successe ridivento quella non stata.


CRITICA E RECENSIONI

Settembre 2014, DALLA POSTFAZIONE DI GIORGIO BONACINI

SENTIRE IL VISIBILE
La lingua poetica, qualunque direzione prenda la sua voce, porta sempre con sé un potenziale fisico che ha in germe una concretezza, che non è solo uditiva o immaginativa, ma è un vero e proprio sentire tattile. Sembra impossibile poter toccare la parola, che è suono e scrittura, ma quando la lettera subisce la metamorfosi che la poesia imprime al suo alfabeto, allora il segno cambia e un’altra percezione (innaturale, potremmo dirla, se per naturale intendiamo non la natura delle cose, ma la loro apparenza superficiale e conforme) avvolge il sentimento del testo. La parola, allora, com’è il caso di queste Piccole estensioni, si svolge in un movimento senza obblighi o costrizioni, un’ondulazione nel sintagma che rivolge il suo sguardo verso un’oscura ma limpida, (ri)cognizione, fino a scaturire in un’inversione che interroga l’autrice e noi stessi: se conoscere è vedere nella sua continuità, che cosa percepiremmo se spostassimo l’occhio verso il non visibile? Domanda che apre ad altri versi, più minuziosi, che riportano tutta l’estensione del vivere in un piccolissimo contesto, determinante per la visione lacerante che questo poemetto porta con sé: il campo di una lacrima.
Ed è così che l’andamento interiore, che si costituisce insieme al suo dire, mostra in queste poesie (prosa o versi non è importante, quello che conta è ciò che il linguaggio costruisce in sostanze significanti) la sua determinazione, lieve e precisa, di delineare il corpo: seppur sfilacciato dalla “rapina” o dalla “interdizione” che soggiace al suo essere, o, come precisa l’autrice, derubricato dal vuoto, quindi senza difesa. Ma la consapevolezza di pensare una parola vivente, una voce esistenziale, si trova proprio lì dove sembra concludersi la prospettiva dispersa di un sapere. Invece, così ingarbugliato in ciò che si è (salda alla luce che orizzonta) o si vorrebbe essere (un segno che fermi la terra), un’oscillazione continua mantiene paradossalmente l’equilibrio e a ogni sbando rimanda a un’instabilità costante fra resistere e restare, in una situazione che è luogo di necessità e volontà, che Viviana Scarinci chiama l’estensione del piccolissimo.
Ma tutto questo estendersi minuto è però innumerabile; non viene né arriva soltanto da una dimensione di misura emotiva, ma da un vero e proprio sguardo sull’esistenza a cui la nominazione sembra appartenere: un luogo precedente la parola. Come un mondo-senza-mondo che si riempie di sé, a partire da un suono preverbale che genera il suo dire con piccole fluttuazioni, germinando nell’inquietudine o in una goccia di sofferenza o in un lampo di dolore. Non però un magma incontrollato, ma una crescita attraverso immagini che confida¬no nello stupore e si affidano alla fermezza di piccoli gesti lenti: il contatto con la terra, il colore dell’alba, una pausa nel respiro. Senza però sostare in un’autoconservazione sterile, ma ripartire ogni volta zigzagando dentro paradigmi che, nel camminamento, aprono e danno ossigeno, o condensano ferite; o ancora lucidamente segnano corpo e mente nella forma di un sintagma che è concetto e poesia, così come si fa sognando, dove le cose proiettano la loro estroversione intima e generano non mere realtà, ma vero reale.
E sembra proprio che sia per questa ri-generazione (e forse solo e semplicemente per questo) che Viviana Scarinci riesce nel tentativo di scardinare le circonvoluzioni che si estendono, nella pagina, dal pensiero alla scrittura, per arrivare alla precisazione lucida di versi che si muovono, ma per andarsene con ironia, dalle acque amiche dove tutto è già detto, stabile, abituale anche in ciò che si ritorce contro. E da lì, dunque, bisogna uscire, estendersi in luoghi e vite e descrizioni inconsuete, e metafore che significano ciò che dicono, anche con durezza, ma senza fronzoli: con la sola bellezza dell’evolversi da piccolo a piccolo. Quasi che tutto ciò che è visibile si concentri in un punto marginale (quindi poeticamente centrale) definito solo nel suo esserci come qualcosa che fa e disfa, e scardina e congiunge. Una cosa e il suo nulla senza altra associazione, come se non fosse importante il legame ma soltanto i due estremi. Ma è solo un’illusione, perché la consistenza del senso che si muove e popola tutta la filatura e la maglia di questo testo, non permette vuoti o insignificanze, anzi, trova nell’atto poetico l’ampiezza del vibrato che assolve ogni apparente e inesplicabile disarticolazione del discorso. Proprio perché non vuole essere discorso, ma indicazione capace di ricomprendersi ed esporsi al pericolo della propria voce che riesce a flettersi nei volti o a ritrovare l’incertezza di un riverbero in suoni che si vedono. Questo fa la poesia: estende la percezione in luoghi capaci di delineare una visione e mantenerla su un assetto che fa della discontinuità il suo interno e speciale valore, leggibile in un dopo che orienta.

Maggio 2015, MARCO FURIA su GRADIVA. International Journal of Italian Poetry n .47

Con Piccole estensioni, opera vincitrice del Premio “Lorenzo Montano” 2014, Viviana Scarinci presenta una raccolta in cui prosa e poesia si alternano. Prosa e Poesia? Mai come in questo caso la differenza tra generi letterari appare non idonea a definire una scrittura capace di snodarsi, sicura, per via di vivide pronunce testimoni di un esistere consistente nel suo stesso idioma.
Scrive, con acutezza, Giorgio Bonacini all’inizio della sua nota critica: “La lingua poetica, qualunque direzione prenda la sua voce, porta sempre con sé un potenziale fisico che ha in germe una concretezza”. E’ significativo che il sapere sia considerato dalla poetessa, anziché una sorta di contenitore, un vero e proprio modo d’essere che trova la sua più intima giustificazione nella ricerca di anche minime persistenze ricche di qualità. Si legge a p.11: “Non è sapere quanto ma piuttosto chi e come può essere che ambientando questo spaesamento trovarsi sovrinmplicati irretiti ai fianchi dallo stesso labirinto”.
Le “piccole estensioni” non sembrano luoghi facili da frequentare: il senso della qualità implica un’assidua dedizione. Chi ne è davvero affascinato sarà sempre disponibile a un’indagine per nulla fine a se stessa, poiché consistente in uno studio dell’esistenza: l’emozione estetica può risultare molto feconda se riesce a delimitare immagini maggiormente complete. Cito a questo proposito: “Nonostante tutto resti immobile, come se l’aurora disegnasse il suo colore rubando qualche istante in più ogni mattino”. Dopo aver letto questo breve brano, siamo in grado di guardare (e di vivere) l’alba anche nel nuovo modo propostoci: abbiamo qualcosa in più, siamo, dal punto di vista esistenziale, più ricchi.
D’altronde “le cosmogonie riprendevano / un’evoluzione marginale”, ossia le origini dell’universo, fermo restando il loro valore in campo scientifico, rientrano nell’esserci e l’occhio umano può considerarle “il contesto minuzioso / di una qualunque realtà”.

Ottobre 2014, DA UNA NOTA CRITICA DI GIACOMO CERRAI su Imperfetta Ellisse

Piccole estensioni o estensioni del piccolo? Una domanda che subito si affaccia perchè per due volte, nei suoi testi, Viviana Scarinci parla di “estensione del piccolissimo”, sottolineando così l’importanza e la natura dell’oggetto poetico che affronta. Il titolo, se così è, è però una maschera o un rovesciamento, un artificio retorico. Ma in nuce è il piccolissimo ad essere la componente atomica del pensiero poetante di Viviana, imprescindibile. Tuttavia il titolo già propone un concetto che offre non poche suggestioni a chi legge, tutte però utili a capire questo libro.
L’estensione come misura: quella di un’area, di un campo poetico, dai confini però non facilmente delimitabili perché la poesia non si rinchiude. Quella di uno spazio, mentale, onirico, psicologico, semantico nel quale, proprio per l’indefinitezza dei confini, le variabili del dire possono essere molteplici ma solo una, quella scelta dal poeta, assume un significato risonante. O come concetto logico includente: la condivisione dell’esperienza, dell’amore e del disamore, del dolore o del rammarico, e – di più – la loro estensione metaforica e quindi, in ultima analisi la loro connotazione. Ovvero – ecco un’altra suggestione – l’estensione come allargamento del significato: il piccolissimo, nella scrittura, il particolare che è però marcatore di vicende anche più complesse che forse nella vita di ciascuno possono apparire collaterali ma che segnano quanto un gesto o uno sguardo che diventino per qualche misteriosa ragione indimenticabili. E Scarinci, con la sua scrittura che è giusto definire consapevole, ha ben presente questo ventaglio di possibilità, tanto che questi territori e i loro sconfinamenti diventano secondo e non minore strumento e oggetto poetico della raccolta.
Ma di quale piccolissimo stiamo parlando? In questo libro, come in altre prove di Viviana, è la parte sentimentale di noi, è l’affettività, è la materia impalpabile e tagliente di cui è fatta la vita, o i sogni come direbbe il Prospero della Tempesta, quella che comunque ci denota come uomini e donne. E’, in altre parole, quello straordinario intrico di cui siamo fatti, tra il pensiero (la mente, la psiche) e qualla vasta res extensa – ecco che ci torniamo – che è il mondo, il tangibile, le cose compreso il nostro corpo, ma anche il nostro stesso esistere, la coscienza di noi. E’ – non tutto, che l’impresa sarebbe immane, ma qualcosa – quello che percepiamo come esseri – direbbe Merleau-Ponty – incarnati nel mondo. E’ evidente quindi che tutto questo bacino poetico è ipoteticamente inesauribile e tutt’altro che “piccolo” (meno che mai minimale), che il “piccolo” debba essere alla fine tralasciato, che esso sia un’unica e dominante metafora, qualcosa che precede anche l’ideazione stessa della scrittura, il seme di una evoluzione creativa, come un frammento di DNA. E’ chiaro che quest’opera è fieramente e orgogliosamente concettuale, senza che questo tuttavia porti l’autrice a rinnegare o radicalizzare quella matrice affettiva e sentimentale (ma questi due termini non devono essere fraintesi) di cui parlavo prima. Senza, in ultima analisi, che questa visione apparentemente centripeta denunci il benché minimo ripiegamento ermetico, il benché minimo crepuscolo.
Non piccolo, allora, e difficile da scandagliare. Scarinci ci prova – e ci provoca – al meglio di sé, organizza questa materia in 17 brani squadrati e densi, che rispondono felicemente alle direttive di una scrittura effusiva, svolta in lunghe catene sintattiche che sono linee di pensiero e che hanno fame di un respiro altrettanto lungo, “in un movimento senza obblighi o costrizioni, un’ondulazione nel sintagma”, dice Giorgio Bonacini nella postfazione. Ricordandomi in questo sia certi amatissimi testi di Variazioni della Rosselli sia i suoi Spazi metrici, ispirazione e metodo, forma e sostanza, accurata selezione delle parole ma senza innamoramenti o facili associazioni d’idee, indagine delle potenti correnti metaforiche che la lingua nasconde, rischio calcolato negli accostamenti semantici, in altre parole quelle molteplici estensioni di cui parlavamo prima. Per capire cosa intendo basta leggere con la dovuta attenzione, l’attenzione capillare o “piccola ” che queste poesie si meritano, un testo come Non è sapere quanto ma piuttosto chi… (v. sotto) con il largo campo semantico che lo innerva, rimandando ai numeri, al doppio, al paio, ai punti, in ultima analisi alla coppia, a una dualità esistenziale e affettiva che abbiamo sperimentato; oppure la poesia le cosmogonie riprendevano, una perfetta allegoria del vuoto che parte dal maestoso cosmogonico e attraversa il marginale, il minuzioso, il qualunque, il tempo frammentato (e ambiguamente “minuto”) e giunge alla telecamera che, come sa chiunque viva in un ambiente urbano, in realtà riprende un nulla identitario di comparse. Una poesia di concreta astrattezza, in cui il vuoto (o il non visibile, come dice Bonacini) ha una gran parte e nella quale le poche cose “concrete” (la casa, la pioggia, il cielo, la mareggiata, una bambola, un passero ecc.) o sono de-mansionate a fondali di uno scenario o innalzate a simulacri, se non ad amuleti, di fatti luoghi e incontri che hanno popolato la vita. Una poesia insomma dalle molte suggestioni e con un alto grado di resistenza. Nel senso che, a differenza di molta poesia di ricerca alla cui durezza alla fine bisogna arrendersi per mancanza di indizi, questa – che poesia di ricerca è – resiste alla banale domanda “che cosa vuol dire?”, alla mera riduzione a parafrasi di un “significato”, per offrire al lettore accorto più significati ulteriori.

info http://www.anteremedizioni.it/

 

Annina tragicomica, Formebrevi

Collana: Prosa | ISBN: 9788894161922
Pagine: € 11 Euro
Formebrevi Edizioni: formebrevi.it


La copertina

La copertina di Annina tragicomica è di Klaudia Ka. Nata nel 1984 a Varsavia, dove vive e lavora,  oltre alla pittura, si occupa anche di graphic designer. I suoi quadri si trovano in collezioni private in Polonia, Regno Unito, Belgio, Germania, Italia, Macedonia, Canada e Stati Uniti. Il suo sito web è: http://klaudiaka.art.pl


Critica e recensioni 

Maria Curci, Poetarum Silva, settembre 2017 dalla prefazione della curatrice dell’opera 

Ha un nome al diminutivo seguito da un aggettivo composto la ricerca di Viviana Scarinci che dà voce allo scarto, al residuo, alla gratuità contrapposta all’immediatamente utilizzabile, catalogabile, smerciabile: Annina tragicomica. Il nome è fortemente evocativo, in più direzioni, dal significato originario dell’ebraico Hannah, che ha a vedere con la grazia, alla spontanea associazione con Anne, Annette, Nannine, Annie, Nannarelle, che popola le nostre teste al solo pronunciare il nome (Anna Frank, Anna Magnani, Anna dei miracoli, Annie Vivanti; ma, innanzi a tutte, Anna Perenna, la sorella di Didone, divenuta divinità proprio nella regione natia dell’autrice, quel Lazio nel quale Marziale, menzionato in quest’opera, collocava un luogo di culto). Anninamette, in piena consapevolezza e quasi con fiera sfida, la maschera del teatrale per giungere a noi e manifestarsi, appunto, con la grazia sublime e la verità misconosciuta che Kleist attribuiva alla marionetta.
Annina tragicomica esplora e invita a esplorare altre modalità di accesso alla conoscenza. Indica subito in un aggettivo, «secondario», il punto di partenza e la meta alternativa. Nell’individuare questo angolo di visuale, Viviana Scarinci da un lato evidenzia espliciti richiami intertestuali in particolare alla sua opera Il significato secondo del bianco, dall’altro si inserisce in una linea di ricerca che la vede accanto a Eva Strittmatter, la quale già nel 1983 aveva intitolato, in maniera divertita e provocatoria, una sua raccolta di testi Poesie und andere Nebendinge, vale a dire “Poesia e altre cose secondarie”, nonché accanto a Felicitas Hoppe, nei cui romanzi Pigafetta e Johanna l’io narrante indaga in «stanze secondarie».
L’aggettivo “secondario” è associato alle dinamiche – «L’investigazione sulle dinamiche secondarie di un dispositivo rende tutti un po’ nervosi» – così come al nesso – «Il viso ha l’impotenza di quel nesso secondario.» – e svela, a chi non si vuole accontentare delle dicerie volte a reprimere e a sedare, che queste, le dicerie, sono fuorvianti. Quello che Bambole e bambine (questo il titolo della prima parte) sanno, scandalo mascherato, addomesticato, mutilato, nascosto, è «La condizione umana è un campo e l’Apocalisse ha una donatrice o un donatore che provvede ogni volta alla copertura di quel fenomeno definitivo», come recita la trentacinquesima, finale considerazione della prima parte. «Es war Mord»: è stato un assassinio: l’affermazione che chiude il cerchio nel romanzo Malina di Ingeborg Bachmann non è scritta qui a chiare lettere, ma a leggere, più che tra le righe, all’interno dei segni sparsi ad arte, declinati in fogge diverse e intessuti di indizi raccolti con pazienza da più fonti, con citazioni stringenti al banco dei testimoni (Franco Loi, Giuliano Mesa, Georges Bataille, Adrienne Rich, Marziale) questo è ciò che si coglie.
Annina si oppone alla rinuncia e al soffocamento, alla menzogna travestita con gale e merletti, al trafugare, per distruggerli, i reperti. Sta, imperterrita eppure consapevole del rischio fatale, «molto vicino al bordo», fruga, un po’ Antigone e pur sempre Anna (sorella Anna?) tra «queste alture brulle» e intanto pensa «dovrebbe cercare tra il cocciopesto, i destinatari di questa maledizione». Possiede, la sua ricerca, un fondo e un fondamento prezioso, trascurato da molti: «Fremono gli oggetti spiati, sotto l’universo che li ignora.» e, aggiungo io, se la ridono di qualsiasi catalogazione, ché etichettarli come “versi” o “prosa”, come argomenta Viviana Scarinci nella sua Postfazione, è anch’essa manovra fuorviante. Qualcuno, invece, si sente chiamato a fare i conti con quel «dato inesatto, spesso illeggibile». Qualcuno lo fa senza scrivere, Viviana Scarinci prova a fare i conti con quel dato (lo scarto, il residuo, il reperto), scrivendo. E riesce a darne conto con la sua ricerca.

IL SEGNALE. Percorsi di ricerca letteraria n. 111 ottobre 2018

Creare un personaggio, una sorta di alter ego, e poi entrare in continua dialettica con lui, proiettandolo in ambiti assurdi, fino al limite del comunicabile, lottando con il senso, i significati, la stessa leggibilità, alla ricerca, evidentissima, di una nuova impostazione non solo poetica, ma addirittura linguistica e semantica. È lo sforzo compiuto da Viviana Scarinci nella sua raccolta Annina tragicomica, una serie di poesie in prosa, potremo dire “mozzafiato”, in cui il lettore si trova avvinghiato, sballottato, alla ricerca di un nesso che sfugge di continuo.

Tuttavia è la stessa poetessa a dare una chiave di lettura per le sue sinfonie concettuali, si tratta di tre consecutive poesie in prosa, l’ottava, la nona e la decima, in cui l’autrice chiamando in causa un secondo personaggio, definito “poeta”, mostra il rapporto particolare che la sua “Annina” ha con lui, di derisione e deragliamento. Da questo punto di vista Annina non è solo un personaggio, è un mito, è il mito dello scarto perenne, della differenziazione come ricerca di autenticità. E infatti costringe il poeta a fare i conti con i propri conformismi inevitabili, a vivere la sconfitta per non poterla afferrare, a vederla in una perenne autenticità dovuta alla mancanza di una posizione fissa, di una tappa, di una stasi.

Segnale 111

Non per niente in un’altra prosa poetica Viviana Scarinci descrive proprio la continua mancanza di sede di Annina. “Annina sta” scrive l’autrice “nel passo che non si consegna alla sede”. È il tentativo, che la poetessa stessa riconosce nella postfazione, di superare l’argine, di sconfinare, straripare, o, come abbiamo affermato in precedenza, deragliare dai binari ordinari del linguaggio e dell’intelletto. In fin dei conti Annina rappresenta anche una proiezione dell’inconscio, un inconscio intellettualizzato, esteticamente ripulito, ma sempre inconsapevole, inarrestabile, indefinibile, parte di quella duplice complessità che la poetessa stessa testimonia nella postfazione quando parla di “complessità che galleggia in superficie” da una parte “e quella del quotidiano sempre più liquido” dall’altro. Da una parte dunque abbiamo la solidità e la razionalità, dall’altra la liquidità dell’inconscio, o della vita nella sua fluidità infinita, la liquidità appunto di Annina. Ma perché tragicomica: Perché quella dell’alter ego che si libera al posto nostro è forse la più furba, ma anche la più stupida delle tragedie, perché dimostra sì la grandezza della scrittura – soprattutto se tratta di una scrittura reinventata come quella di Viviana Scarinci- ma anche la sua sconfitta, i suoi limiti, e il suo lato ridicolo, patetico, tragicomico appunto.

Così mentre il poeta cerca l’equilibrio, nella sua vocazione conscia e razionale, Annina vive nell’instabilità. Annetta, ride ed è la stessa poetessa a sottolineare in un passaggio chiave “ Annetta rideva spesso. La testa in cui crebbe non curata affatto, aveva prodotto il pneumatico idiota che sempre da capo la smagliava, impedendo ora la semina di una stia di silenzio o un ritardo che mancasse finalmente di umiltà”.  E probabilmente a questa spontaneità pre-culturale di Annina-Annetta può essere riferito il linguaggio utilizzato da Viviana Scarinci nei suoi brani, una lingua a tratti anch’essa pre- grammaticale, in cui vengono a volte abolite le preposizioni e i connettivi quasi per offrire un dettato il più possibile diretto, empatico, anche se la difficoltà lessicale rende la maggior parte dei testi oscuri ed inevitabilmente ermetici.

L’autrice giunge talora anche a dubitare dell’esistenza stessa della bambina, come per mascherare le sue urla, le sue eccedenze. “Tra le conseguenze che la bambina mente c’è il fatto di esistere”. Emerge in asserzioni di questo tipo una sorta di assurdo, perché il mentire di Annina, che le permette poi di esistere, sembra imitare il mentire stesso e innocente dei fanciulli. Il che comporta una nuova sorpresa, dato che in fondo la bambina tragicomica, la bambola birichina e più che mai libera, probabilmente non è che la scrittura poetica stessa, la mania a sua volta assurda che i poeti hanno di rendere reale le loro immaginazioni, di considerarle più reali della realtà stessa, una sorta di dimensione libera in cui tutto diventa possibile, tutte le sconfitte possono essere riscattate, tutto può essere trasformato in un gioco. E ciò permette di chiarire ulteriormente il dialogo e le contrapposizioni tra la figura del poeta e la figura della bambina, essendo quest’ultima la sostanza che consente alla poesia di forgiarsi, di prendere concretezza, di materializzarsi e farsi dunque esistente, nonostante sia contaminata da una menzogna di fondo, secondo la quale la scrittura (mondo di segni e di fantasia) sarebbe vera, più vera della realtà. “Tra le conseguenze che la bambina mente c’è il fatto di esistere”.

Luglio 2017, una recensione di Marco Furia su La recherche

“Annina tragicomica”, di Viviana Scarinci, è una raccolta di prose poetiche che si rivolge al lettore per via di brevi, specifiche, sequenze dall’intensa allusività.

La dimensione umana viene considerata nella sua immanenza evocativa e ogni immagine, ogni pronuncia, perfino ogni parola, sembra occupare uno spazio che è proprio quello eppure potrebbe essere qualsiasi altro.

Merito di una risolutezza compositiva che, di fronte a un’immensa indeterminazione, s’impegna a descrivere la vita di ciascuno e di tutti facendo emergere molteplici dettagli.

Il lettore non è coinvolto, è già lì.

Il nostro esistere si svolge secondo coordinate spazio-temporali e secondo sentimenti, emozioni, sensazioni: nel caso in esame, gli aspetti esterni e interni sembrano (non confondersi ma) fondersi.

Si legge a pagina 46:

Dicono che la città ha un doppio e perciò è abitata da coppie

di sosia in lite e in pace tra loro, che stanno un po’ di qua, un

po’ di là, a seconda. Tuttavia il discrimine logistico non è la li-

tigiosità degli omologhi per somiglianza, né il conflitto tra linee

guida e mozioni di tendenza interiore”.

Come si vede, da un’immagine iniziale di gusto surrealista, si passa, con immediatezza, a una riflessione articolata, la cui efficace valenza narrativa è in grado, senza esitare, di porre l’accento su certe circostanze.

Simile vedere-prendere atto promuove un discorso tendenzialmente infinito in cui il lettore può riconoscersi.

D’altronde

“Con tutto quell’ammontare limitrofo, l’unica azione possibile

era non. Alcuni, però, erano stati condotti fin lì da amenità ge-

neriche, nel senso che la loro compunzione si riduceva spesso

a quella mancanza di vivacità di quando ci si vuole  dimostrare

all’altezza. In questo avvilimento di realtà, quasi tutti sembra-

vano la stessa persona”

e

“ [ …] Naturalmente la numerazione era in con-

tinua perdita e, allo scadere repentino dei totali, le parole, non

c’era verso che obbedissero alla consegna”.

Insomma, la nostra esistenza incontra limiti non definitivi  ma variabili, modificabili.

Viviana non manca di parlare del poeta:

“Tra tutta quella gente, il poeta evitava parole già dette e cose

morte avendone paura soprattutto se accompagnate da altre

socievolezze”.

Certo, il dire del poeta è originale, inedito: le sue parole, anche se tratte dal comune dizionario, vivono in maniera straordinariamente espressiva e, nello specifico della raccolta in argomento, secondo pronunce molto intense nel loro alludere a un’integrità narrabile soltanto nei suoi particolari.

Se l’intero, sostiene qualcuno, non è mera somma delle sue parti, in queste ultime, proprio perché tali, non può non avvertirsi l’aroma di un tutto che talvolta, come dimostra “Annina tragicomica”, riesce a farsi feconda, poetica evocazione.

Giugno 2017, una nota di Giacomo Cerrai su Imperfetta Elisse

Mi pareva di conoscere il lavoro di Viviana Scarinci, di avere qualche chiave per penetrare la sua scrittura. Un lavoro che complessivamente apprezzo, come apprezzo le qualità intellettuali di Viviana. In altre occasioni avevo scritto alcune note su di lei e le sue cose, in particolare su Piccole estensioni, con cui aveva vinto il Montano e su un altro lavoro dal bel titolo L’amore è una bestia cronica, fatto in collaborazione con il pittore Sergio Padovani. Avevo inoltre letto, anche senza poi scriverne, La favola di Lilith, una pièce breve in due atti in collaborazione con Edo Notarloberti (Ark Records, 2014, con CD), un lavoro ambizioso e interessante, in cui viene messa in scena, come simbolo protofemminista della donna che guarda al cielo, aspira a congiungersi con Dio e non vuole sottomettersi all’uomo, colei che secondo la tradizione cabalistica fu la prima moglie di Adamo, ma anche, sempre per tradizione, portatrice di elementi demoniaci. Avevo anche avuto modo di leggere qualche estratto di Il significato secondo del bianco, da qualche parte in rete.

Insomma, mi pareva di avere qualche strumento più o meno adatto all’uopo, pur nella consapevolezza che quella di Viviana non è una scrittura facile, che nel tempo è andata connotandosi, mi pare, per una ricerca soprattutto sul linguaggio e sulle sue pieghe. Ma devo dire che questo Annina tragicomica mi crea qualche difficoltà di “ingresso”. Che la prefazione di Anna Maria Curci non contribuisce a risolvere del tutto, dato che dopo averla letta mi rimane l’impressione che pur abilmente abbia affrontato il lavoro come un kubrickiano monolite.

Diciamo intanto che non si tratta di un livre de chevet, da leggere distrattamente. Ha bisogno dei suoi tempi e di riletture organizzate. Ma provando e riprovando, come gli accademici del Cimento, alcune cose mi pare siano emerse. La prima riguarda indubitabilmente il tema di fondo, quello che potremmo chiamare il basso continuo o il canone ricorrente. Il libro intanto non è una raccolta, termine che sarebbe fuorviante. Rientra immediatamente in quella forma lunga che in questi ultimi anni sembra essersi riproposta, che sta tra il poemetto strutturato e la legatura (usiamo un altro termine musicale) di brani che per semplicità diciamo di prosa poetica o prosa in prosa. Lo dico per intenderci, prendendo comunque atto di quanto scrive Viviana in una nota finale, rifiutando qualsiasi capziosa catalogazione in questo senso (e mi pare che sia pacifico – anche – che ogni autore non ami essere catalogato), quando afferma che “mi è capitato di ritrattare la parola verso anche dal suo etimo, in favore di una scrittura senza quell’argine, cercando qualcosa che si adattasse meglio alle complessità in perenne transito (…), senza sconfinare nella prosa”. Qui ci sarebbero da dire un paio di cose, ma ne parliamo più avanti. Sono due le sezioni del libro, ben intravate all’interno di ciascuna e tra di loro, Bambole e bambine e Annina tragicomica, titolo eponimo. entrambe di trentacinque testi. I titoli, qui, danno i protagonisti, gli attori, e i temi. L’idea e il pensiero di Viviana, diciamo la missione, continuano, come nei lavori precedenti ma a diversa profondità, l’indagine non tanto sulla condizione – che è termine sociologico – quanto sulla costituzione in essere della donna, del suo divenire ed essere – nel corso della storia e contemporaneamente – natura generante e catalizzatrice di colpe, educatrice ed educanda, forza ctonia e elemento celeste, figurante generica e protagonista, e così via ma sempre nell’ambito di una percezione, certo tutta maschile, per così dire verticale, che la guarda o in alto o in basso, a seconda. Ma soprattutto, io credo, la sua capacità (e la capacità dell’autrice) di interpretare e leggere lo spazio siderale che sta (citando il Mesa presente in un esergo) tra “lo spreco di minuzie” e “il senso degli atti”, mediante (cito Curci) “altre modalità di accesso alla conoscenza”. E un’indagine che, aggiungerei, si sposta da un ambito più o meno privato ad un altro più universale. E’ un’interpretazione possibile? Forse. Che lo sguardo sia femminile, e non solo per questioni autoriali, non c’è dubbio. Le bambole e le bambine, Annina e le sue derivazioni (Annie, Anna, Annetta, eteronimi, alter ego bifronti…) sono lì a dimostrarlo per indizi. Minuzie, frammenti, frammenti di frammenti. Che da questo si possa risalire al senso, ricostruirlo, è l’ambizione e il miraggio di parte della poesia italiana contemporanea. Che a volte ci si avvicina abbastanza. E’ questa può darsi la (una delle) “modalità di accesso alla conoscenza” di Curci. E indizi, dunque, che sta al lettore reperire. Indizi che non è facile estrapolare se non trascrivendo interi testi, perché intimamente intrisi come elementi chimici nella fibra testuale, nella poesia (o prosa) stessa. Sono i testi medesimi che si prestano ad una lettura polifunzionale, per così dire, che offrono la possibilità al lettore (l’ “apertura” del testo) di sovrapporre un dato ideale o l’altro, una fiction o l’altra, una immaginazione o l’altra, senza che tuttavia gli sia possibile dirottare, nell’insieme, dalla visione che è di bambine, bambole, Anne, Annette, e ovviamente dell’autrice (la corrispondente “chiusura”). Che qui elabora la riflessione costante e evidente che certo ha animato Viviana come donna anche al di fuori di un ambito “finzionale”. Vedere, come piccolo esempio abbastanza superficiale, il brano 20 qui riportato, che agisce per lo meno su un doppio binario, uno puramente narrativo, l’altro culturale e metaforico, senza contare tutte le evocazioni della parola/target “malaffare”. Penso che questa lettura polifunzionale sia dovuta a un certo grado di neutralità della lingua adottata, parlo di neutralità emotiva che non “pilota” necessariamente verso direzioni specifiche, parlo anche della selezione semantica, della voluta ambiguità di un tono talvolta verbalizzante, delle tecniche di disallineamento sintattico o di diacronia, come ad esempio la sospensione delle clausole (chiusure) in certe catene sintattiche, che tende a rivoluzionare l’aspettativa ordinaria di chi legge, e così via. Un effetto anche molto affascinante, come l’osservazione di un frammentato ma continuo pensiero dominante.

Ci sarebbero di sicuro altre osservazioni da fare. Ma lascio in fondo alcune considerazioni extra corpus, di carattere generale. Mi pare di percepire in questo lavoro una certa progressiva distanza rispetto a quelli precedenti, che non è tematica né concettuale. Distanza che è data, pare a me come lettore abbastanza empirico, soprattutto dal lavoro sulla lingua, come ho accennato prima, sul livello comunicativo che questo libro realizza. E’ un discorso di una certa importanza, non solo in relazione all’opera in sé ma anche all’idea di poesia in genere. Su quanto cioè il linguaggio influisca sull’oggetto della poesia, sul suo tema, mutandolo; se la poesia debba essere un’arte mimetizzante, piuttosto che mimetica; e così via (ma sono solo piccole parti della questione). E soprattutto se la ricerca poetica, come pare sia, debba essere quasi esclusivamente sul linguaggio, nella convinzione che da esso le cose si incarnino, che dalla sua torsione, condensazione, astrazione le cose poi emergano. Se così fosse mi pare ovvio che l’oggetto in sé diverrebbe secondario rispetto al modus. Tanto per fare un esempio ancora banale, quello che Lilith portava in sé era un diverso livello di fruibilità e rappresentazione, intendo proprio dal lato lettore.

Naturalmente Viviana è artista troppo intelligente per fare del linguaggio un mero totem. Per cui la distanza (una delle distanze) è semmai nel grado di evidenza del contenuto che la sua scrittura trasporta, basti pensare a categorie forti come il “tragico” e il “comico”, qui parecchio dissimulate; o nel grado di allusione delle tematiche o meglio, nel lavoro metaforico ma soprattutto metonimico (usiamo in senso ampio questo termine) di scambio e sostituzione, e non necessariamente per contiguità e nemmeno reciprocità, tra “oggetti” e lingua e anche tra segmenti di entrambi. Un’idea, se questa mia impressione è esatta, già di per sé intrigante ma di estremo impegno.

Siamo insomma testimoni di un percorso abbastanza evidente, di cui Viviana ha perfetta consapevolezza e padronanza, dagli esiti ancora aperti. E questo percorso, ripeto, ha un valore e un fascino. Ma anche io credo (e ora più che mai parlo in termini generali, e forse anche per me stesso) un limite per così dire “fisico” della scrittura (almeno quella lineare e semica). Come la conduttività del silicio, la cui riduzione pone una barriera oltre la quale è difficile andare.

Caltanissetta 2017: tra limite e senso

Sul sito di Formebrevi le bellissime immagini della cerimonia di premiazione del premio letterario, avvenuta il 7 ottobre 2017 a Caltanissetta. Quello di sabato è stato un momento di verifica importantissimo per il nostro progetto editoriale. Per citare Giovanni Duminuco (ideatore e organizzatore Formebrevi) cercare in quello che sono le “nuove forme della parola, tra il limite e i percorsi del senso” può significare anche un progetto culturale che funziona e un modo diverso di immaginare i legami che animano i processi della produzione artistica e editoriale

⇒ http://www.formebrevi.it/del-premio-letterario-formebrevi/

 

 

Oggi Anna Maria Curci su Poetarum Silva scrive di Annina

Annina tragicomica. Ne scrive oggi la curatrice dell’opera Anna Maria Curci su Poetarum Silva ⇒ https://poetarumsilva.com/2017/09/28/viviana-scarinci-annina-tragicomica-2/

“Annina tragicomica. Il nome è fortemente evocativo, in più direzioni, dal significato originario dell’ebraico Hannah, che ha a vedere con la grazia, alla spontanea associazione con Anne, Annette, Nannine, Annie, Nannarelle, (…) Anna Perenna, la sorella di Didone, divenuta divinità proprio nella regione natia dell’autrice, quel Lazio nel quale Marziale, menzionato in quest’opera,collocava un luogo di culto). (…)
Annina tragicomica esplora e invita a esplorare altre modalità di accesso alla conoscenza. Indica subito in un aggettivo, «secondario», il punto di partenza e la meta alternativa. Nell’individuare questo angolo di visuale, Viviana Scarinci da un lato evidenzia espliciti richiami intertestuali in particolare alla sua opera Il significato secondo del bianco…(…)”

Annina: le prime due presentazioni

Morlupo, Centro Culturale Libellula, 23 settembre


L’Aquila, Palazzo Fibbioni, 21 settembre

Tutti i nomi di Anna. O quasi

Diario Provvisorio

La cosa peggiore che possa fare una autrice è mettersi a spiegare il suo libro. Eppure nel caso in cui dietro un libro di poesia insistano alcune intenzioni e necessità, forse è bene segnalarle, a prescindere se queste siano state più o meno in grado di manifestarsi nell’ambito del testo.

Inizierei con i tre esergo del libro che hanno avuto una certa importanza rispetto alla stesura di Annina tragicomica. L’esergo che apre le due parti di cui il libro si compone è tratto da Illuminazioni di Arthur Rimbaud ed è una dedica

giovani madri e sorelle maggiori dagli sguardi pieni di pellegrinaggi, sultane, principesse tiranniche nell’abito e nell’andatura: piccole straniere e creature dolcemente infelici

credo che nella mia esperienza di lettrice questo di Rimbaud sia stato il primo libro in assoluto che mi ha indicato una possibilità di scrittura davvero libera da quelli che comunemente vengono definiti generi letterari. Libera anche dagli eccessi teorici intorno alla definizione di poesia in prosa o prosa poetica.

Il libro di Annina si divide in due parti ognuna contenente trentacinque brani. Per la prima parte l’esergo che ho scelto è della poetessa e filologa Florinda Fusco

Tre donne una è sul water l’altra è torturata la terza si trucca

Infine l’ultimo esergo che apre la seconda parte del libro è del poeta Giuliano Mesa

lo spreco di minuzie è per approssimarsi senza fremiti senza vuoti al dove dimora invariabile il senso degli atti

Gli esergo e il rilevante numero di citazioni mi sono serviti in parte per comporre questo libro come una sorta di cut-up volutamente falsificato. Su wikipedia si trova questa definizione di cut-up

è una tecnica letteraria stilistica che consiste nel tagliare fisicamente un testo scritto, lasciando intatte solo parole o frasi, mischiandone in seguito i vari frammenti e ricomponendo così un nuovo testo che, senza filo logico e senza seguire la corretta sintassi, mantiene pur sempre un senso logico anche se a volte incomprensibile.

Questo procedimento mi ha consentito di isolare e poi riconnettere diverse logiche e stili nell’ambito di un discorso mio, inserito in modo estemporaneo all’interno di questa ricostruzione collettiva. Un condominio di scritture (non importa se di autori o autrici) che già a monte ho sentito fortemente orientato verso il femminile.

La stesura di Annina tragicomica per me è significato un momento riepilogativo importante di molte esperienze di scrittura e di lettura. Senz’altro ha preteso la sua parte anche lo stile della mia scrittura saggistica e le nozioni pervenute dagli studi sull’identità di genere che ho assorbito in altri contesti rispetto a quello della poesia.

Soprattutto, però, come è evidenziato dal titolo, c’è un nome che, nell’ambito di questa polifonia che risulta da Annina tragicomica, si è fatto carico del ruolo di personificare il femminile, la donna, l’altra donna. Le pluralità e la singolarità che voleva esprimere la scelta di questo nome, è spiegata come meglio non si potrebbe dalla prefazione di Anna Maria Curci oltre che dal fatto che Anna è anche il nome della nonna paterna che non ho mai conosciuto.

Ci sono molti incontri e scontri cui questo femminile plurale di nome Anna si sottopone, è sottoposta, e sottopone l’altra e l’altro per inesauribile ansia di un’autodefinizione che sia sufficientemente autonoma. Ciò creando circostanze di segno completamente diverso tra loro e riproducendo la quasi illegibilità espressa da differenti linguaggi che tuttavia coabitano sempre, come nella vita del resto, suggerendo tutt’altro.

Nell’ambito di questi confronti ce n’è uno che ho cercato di riprodurre anche un po’ per liberarmene dato che è stato fortemente condizionante per me: quello con la poesia del canone, cioè che si trova nei manuali di letteratura, quasi esclusivamente maschile almeno per quanto riguarda l’Italia.

Infine, ma forse come prima cosa, ad animare la scrittura di Annina c’è stato lo sconcerto di fronte alla violenza di un atteggiamento giudicante sottaciuto e manifesto in merito alla scelta che un soggetto femminile attua nell’assentarsi dalle categorie e dai ruoli di più o meno recente fabbricazione altrui.

 

Una recensione di Marco Furia su Annina Tragicomica

IMG-20170509-WA0003Il sito La Recherche pubblica una recensione di Marco Furia su Annina Tragicomica. Sono veramente grata per la prolungata attenzione di Marco Furia per la mia scrittura. E per il disinteresse con il quale ha messo a servizio nel tempo il suo prezioso punto di vista. L’attenzione (e la sua continuità) è un bene raro e riscontrarlo nel caso della mia scrittura poetica ha del miracoloso. Grazie infinite caro Marco.


marco   Il lettore non è coinvolto, è già lì. Leggi tutto


 

Una nota di Giacomo Cerrai su Annina

Rimango sempre colpita dalla capacità di analisi di Giacomo Cerrai. La poesia si regge su equilibri fragilissimi in cui le intenzioni, sia di chi la scrive che di chi ne scrive, non contano niente. Bisogna cogliere il punto in cui le parole sono organizzate intorno al loro stare in bilico, per poterne scrivere a propria volta in modo utile. Non è facile, non è dovuto, ed è un gran servizio che si fa alla scrittura dell’altro. Per questo mi sento grata e onorata dell’attenzione di Giacomo Cerrai. E penso che abbia ragione, certi limiti (forse) non si  possono sfidare “come la conduttività del silicio, la cui riduzione pone una barriera oltre la quale è difficile andare”.


g “Penso che questa lettura polifunzionale sia dovuta a un certo grado di neutralità della lingua adottata, parlo di neutralità emotiva che non “pilota” necessariamente verso direzioni specifiche, parlo anche della selezione semantica, della voluta ambiguità di un tono talvolta verbalizzante, delle tecniche di disallineamento sintattico o di diacronia, come ad esempio la sospensione delle clausole (chiusure) in certe catene sintattiche, che tende a rivoluzionare l’aspettativa ordinaria di chi legge, e così via. Un effetto anche molto affascinante, come l’osservazione di un frammentato ma continuo pensiero dominante.” http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/902-Viviana-Scarinci-Annina-tragicomica.html

Annina tragicomica …disponibile da oggi!

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Collana: Prosa | ISBN: 9788894161922
Pagine: € 11 Euro
Formebrevi Edizioni: formebrevi.it

ORDINI: formebrevi@gmail.com . c.libellula.m@gmail.com
UFFICIO STAMPA 06.98267808/ 333.2045759

Annina dal 9 maggio 2017 vi raggiungerà ovunque!

La tragicommedia è un tipo di componimento nel quale a vicende gravi e dolorose proprie della tragedia fanno contrasto spunti e procedimenti propri della commedia. Tale mescolanza genera spesso dei risultati sorprendenti sia dal punto di vista narrativo che da quello linguistico. Si inquadra in questa modalità Annina tragicomica, terzo libro di poesia di Viviana Scarinci autrice tanto poliedrica quanto anticonvenzionale. Nella poesia contenuta in questo suo ultimo libro Scarinci vede una sorta di rivendicazione sui generis “la poesia può rivendicare il diritto di ognuno ad ascoltare parole diverse da quelle che si aspetta”. Anna, in questa tragicommedia che si situa tra prosa e poesia, è l’altra da sé, in ogni caso un’identità femminile “in febbrile attesa di tutte le parole che non sono state ancora pensate” per definirla. “Parole che vengono dal basso, dall’esperienza che di primo acchito è sempre muta, piuttosto che dall’alto, di uno scopo o da un sapere che sa già il fatto suo perché codificato in modo ineludibile» scrive Scarinci nella postfazione.
Come afferma Anna Maria Curci nell’introduzione a questo libro: “Annina si oppone alla rinuncia e al soffocamento, alla menzogna travestita con gale e merletti, al trafugare, per distruggerli, i reperti. Sta, imperterrita eppure consapevole del rischio fatale, «molto vicino al bordo», fruga, un po’ Antigone e pur sempre Anna (sorella Anna?) tra «queste alture brulle» e intanto pensa «dovrebbe cercare tra il cocciopesto, i destinatari di questa maledizione». Possiede, la sua ricerca, un fondo e un fondamento prezioso, trascurato da molti: «Fremono gli oggetti spiati, sotto l’universo che li ignora.» e, aggiungo io, se la ridono di qualsiasi catalogazione, ché etichettarli come “versi” o “prosa”, come argomenta Viviana Scarinci nella sua Postfazione, è anch’essa manovra fuorviante”. Quelli di Scarinci sono versi che denunciando il loro continuo legame con la prosa e con la componente saggistica che ha sempre contraddistinto la scrittura di questa autrice, raccontano da capo più di una vecchia storia ma cercando parole nuove per dirla.

L’autrice

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Viviana Scarinci (1973) Vince nel 1995 il Premio Grinzane Cavour, per la sezione Scrivere i Colori. È due volte vincitrice del Premio Lorenzo Montano (nel 2014 sez. raccolta inedita e nel 2016 sez. una poesia inedita). È autrice di poesia con La favola di Lilith (ARK Records, 2013) e Piccole estensioni (Anterem, 2014). Curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte di Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Per la saggistica è autrice di un ebook monografico su Elena Ferrante (Doppiozero, 2014). Suoi testi sono presenti in numerose antologie. Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Nazione Indiana, Leggendaria, Doppiozero, Il Segnale, L’Ulisse. Si occupa del fondo librario di poesia di Morlupo. E’ co-redattrice di Formebrevi Edizioni. Gestisce il Centro Culturale Libellula.


Critica e recensioni

«A questa scrittura, senza dubbio, non è estraneo il carattere enigmatico, ma simile aspetto, lungi dal costituire una sorta di misteriosa dimensione esterna, quasi aggiunta, è il cardine attorno al quale ruota un vivido divenire linguistico che, non rifiutando del tutto il nesso logico, considera tale nesso una semplice possibilità del dire.»
Marco Furia su Amanda fiore o tartaruga

«Ma la consapevolezza di pensare una parola vivente, una voce esistenziale, si trova
proprio lì dove sembra concludersi la prospettiva dispersa di un sapere. Invece, così
ingarbugliato in ciò che si è (salda alla luce che orizzonta) o si vorrebbe essere (un segno che fermi la terra), un’oscillazione continua mantiene paradossalmente l’equilibrio e a ogni sbando rimanda a un’instabilità costante fra resistere e restare, in una situazione che è luogo di necessità e volontà»
Giorgio Bonacini su Piccole estensioni

«Come insegna Ida Travi, in Poetica del basso continuo, poeta che accosto a questo esito poetico di Viviana Scarinci, scrivere poesia oggi è cercare un varco continuo, non una verità ma una delle verità possibili fra noi e “lo spiazzo millenario nel quale irrompono le civiltà che forse dormono”.
Loredana Magazzeni su La favola di Lilith

La copertina

La copertina di Annina tragicomica è di Klaudia Ka. Nata nel 1984 a Varsavia, dove vive e lavora,  oltre alla pittura, si occupa anche di graphic designer. I suoi quadri si trovano in collezioni private in Polonia, Regno Unito, Belgio, Germania, Italia, Macedonia, Canada e Stati Uniti. Il suo sito web è: http://klaudiaka.art.pl

L’estensione del piccolissimo

 

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  Piccole estensioni

da oggi può essere richiesto per l’invio al

Centro Libellula – Fondo Librario
info c.libellula.m@gmail.com


Ma tutto questo estendersi minuto è però innumerabile; non viene né arriva soltanto da una dimensione di misura emotiva, ma da un vero e proprio sguardo sull’esistenza a cui la nominazione sembra appartenere: un luogo precedente la parola. Come un mondo-senza-mondo che si riempie di sé, a partire da un suono preverbale che genera il suo dire con piccole fluttuazioni, germinando nell’inquietudine.

Giorgio Bonacini

D’altronde “le cosmogonie riprendevano / un’evoluzione marginale”, ossia le origini dell’universo, fermo restando il loro valore in campo scientifico, rientrano nell’esserci e l’occhio umano può considerarle “il contesto minuzioso / di una qualunque realtà”.

Marco Fura

E’ evidente quindi che tutto questo bacino poetico è ipoteticamente inesauribile e tutt’altro che “piccolo” (meno che mai minimale), che il “piccolo” debba essere alla fine tralasciato, che esso sia un’unica e dominante metafora, qualcosa che precede anche l’ideazione stessa della scrittura, il seme di una evoluzione creativa, come un frammento di DNA

Giacomo Cerrai


comunicato-estensioni

Annina tragicomica edita a aprile 2017

img-20170126-wa0003É prevista per aprile 2017 l’uscita di Annina tragicomica, edita dalla giovanissima editrice siciliana Formebrevi.

Si tratta di una storia suddivisa in settanta piccoli blocchi di testo con una prefazione di Anna Maria Curci. Formebrevi Edizioni è anche il motivo per cui ho deciso di pubblicare un testo anomalo come Annina ossia da non potersi dire appartenente a questo o a quel genere. L’editrice fondata da Giovanni Duminuco mi è apparsa, fin dal primo libro pubblicato nel 2016, come una no-eap in grado di fare scelte editoriali improntate alla ricerca letteraria programmatica ma non schierata.

La prima pubblicazione di Formebrevi, Le case dei venti contrari di Lia Maselli, infatti comunica l’entità di una scelta molto precisa rispetto alla propria linea editoriale: un’opera di una autrice esordiente nel genere del romanzo, ma così robusta da essere in grado di mantenere la prevalenza della propria cifra, sia sulle caratteristiche del genere in cui muove la sua narrazione, sia su possibili orientamenti tematici funzionali a una qualche sponsorizzazione, fosse anche variamente ideologica. La cosa mi ha sorpreso ma moderatamente. In tempi non sospetti ho conosciuto e apprezzato Dinamiche del disaccordo il libro di poesia d’esordio di Giovanni Duminuco edito nel 2013 da Anterem. Una raccolta poetica che già lasciava intravedere i possibili sviluppi di una ricerca letteraria in primo luogo praticata, più che alimentata nell’ambito di se stessa, attraverso la blanda teorizzazione della propria estetica.

Già in Dinamiche del disaccordo si intravedeva l’attitudine a una pratica di sistema che fa ossimoricamente della permeabilità all’anomalia, un tracciato sorprendente e perciò capace di rendere la propria unicità una comunicazione autentica e leggibile. E perciò senza la necessità di ricorrere a riferimenti già dati al fine di essere sostenuta da terzi.

Le pubblicazioni seguenti di Formebrevi da quella dello stesso Duminuco La ferita distorta dell’agire alla bellissima e dolente Della fine di Flavio Ermini, fino all’ultimo nato: In male aperto di Fabrizio Strada, non hanno fatto che confermare una propensione naturale di Formebrevi alla poiesis ossia un “fare dal nulla” che trova coerenza e concretezza nel diversificare i propri orientamenti originari.

Per questi motivi, la mia Annina tragicomica, per mantenersi integra nella sua anomalia, poteva trovare la sua collocazione naturale nell’ambito di queste pubblicazioni.

Così come ha trovato terreno l’ipotesi di collaborazione, nel senso di piccolissima e indipendente produzione editoriale, tra il Fondo Librario di Morlupo che rappresento e Formebrevi rappresentata da Giovanni Duminuco la cui fattività degli sviluppi, speriamo, si vedrà da qui a breve.

XXX Premio L. Montano il video

Contenuti del video: “Amanda fiore o tartaruga” reading. Premiazione Presidente I Circoscrizione Comune di Verona. Marco Furia, motivazione del conferimento. Francesco Bellomi, composizione su “Amanda” esecuzione e commento. Forum Anterem a cura di Flavio Ermini e Ranieri Teti.

Motivazioni del conferimento

di Marco Furia 

Con “Amanda fiore o tartaruga” Viviana Scarinci propone un componimento che si colloca nel territorio comune a prosa e poesia, ossia in una regione ove certi confini non vengono aboliti, bensì, semplicemente, ritenuti inesistenti.
Prosa poetica? Prosa d’arte di novecentesca memoria? Le definizioni poco interessano.
Interessa invece la presenza di una scrittura capace di superare, con agile consapevolezza, ogni rigida classificazione dei generi letterari: a Viviana non importa definire che cosa sia prosa e che cosa sia poesia, poiché le preme soprattutto esprimersi in maniera consona.
Elabora, così, uno stile leggero, quasi volatile, eppure complesso, ossia tale da promuovere articolate cadenze che, pur non soffermandosi, tendono a persistere.
Una pronuncia mi è parsa particolarmente significativa:
“Poteva essere quel ripiegamento il corollario della dismissione focalizzato di ogni petalo il non farsi corolla”.
Il petalo esiste anche se non è parte di una corolla, possiede una propria individualità, non è necessariamente un frammento di qualcos’altro.
A questa scrittura, senza dubbio, non è estraneo il carattere enigmatico, ma simile aspetti, lungi dal costituire una sorta di misteriosa dimensione esterna, quasi aggiunta, è il cardine attorno al quale ruota un vivido divenire linguistico che, non rifiutando del tutto il nesso logico, considera tale nesso una semplice possibilità del dire.
Scrive la poetessa:
“l’accaduto rinvenirlo a posteriori”
Indicando in quell’ “a posteriori” un certo modo di esistere nel (e con il) linguaggio consistente non in ragionamenti, bensì in prese d’atto verbali direttamente collegate ai loro oggetti: la scrittura, qui, tende con evidenza a ridurre al minimo lo spazio tra se stessa e la vita, tra ciò che si può narrare e ciò che è.
Insomma, se riconosciamo un mentre e un dopo, il racconto, con la sua sistemazione canonica, si delinea nel dopo.
La scrittura di Viviana aspira a svolgersi nel mentre?
A mio avviso, sì.


vedi:  Piccole estensioni (Anterem 2014) e Francesco Bellomi su Piccole estensioni

“Amanda” premiata sabato 19 novembre a Verona

SAMSUNG CSCdi quella natura che non muove Che chiude tutte le controversie di non smettere Mancante sempiterno del tempo che qualcuno lo impalmi, è il fiore che dura amante nell’aria spartito Poteva essere quel ripiegamento il corollario della dismissione focalizzato di ogni petalo il non farsi corolla Potevamo essere quei rispecchiamenti forzata la prima battuta senza la qualità strategica di un valore Poteva la marca sfuggire non accoglierci del tutto privati nel punto in cui si dorme o suona parsimoniosa la paura in altre musiche (…)


VERONA 19 novembre. Premio Lorenzo Montano 2016: per la sezione “Una poesia inedita” la vincitrice è Viviana Scarinci (già vincitrice nel 2014 per la raccolta inedita con ) con la poesia Amanda fiore o tartaruga. Per la sezione “Una raccolta inedita” il riconoscimento è andato a Luigi Severi con Sinopia. Per quanto riguarda il premio principale, e cioè quello relativo alla sezione delle opere edite, l’opera vincitrice è Una lucida disperazione di Piera Oppezzo (Interlinea, 2016). Michele Cappetta è invece il vincitore per la sezione “Una prosa inedita”.

Come ogni anno, il Forum Anterem si terrà presso la Biblioteca Civica di Verona. Nell’occasione del trentennale del Premio Lorenzo Montano, gli appuntamenti saranno ben quattordici e si svolgeranno dal 12 al 19 novembre. Sarà uno spettacolo assistere ancora una volta al dialogo serrato che la poesia svolgerà con la filosofia, la musica, l’arte. Nel corso della manifestazione saranno premiati i vincitori del Premio Lorenzo Montano, XXX edizione.

La finalità è di far emergere l’intima relazione che unisce la poesia e le complesse problematiche del nostro tempo. L’edizione del trentennale del Premio Lorenzo Montano prevede momenti di forte intensità, con interventi di grande rilievo. L’ingresso è libero fino all’esaurimento dei posti.

16 ottobre Piccole Estensioni in Piazza Duomo a Piacenza per il Piccolo Museo

Piccole estensioni, poesia
poesia

 

PIACENZA 16 ottobre, Piazza Duomo PICCOLE ESTENSIONI (Anterem 2014 http://www.anteremedizioni.it/piccole_estensioni_di_viviana_scarinci)

*

si contano i danni
come dopo le alluvioni
quando l’acqua trincera gli stami
e tutto resta madido per ore
il passante come il cane
nel fitto della sera
sul margine di un attributo
elementare di tempesta
dileguarsi dalla parte più cieca
che li abbia cercati
*
in acque amiche tutto il corpo
nel liquido l’ipotesi
di muoversi allenati dalla chimica
di un conduttore, ancorato il già detto
il già stato all’etimo sicuro di qualche riga
le ritorsioni abituali, nessun occhio
guarda dal suo pelago

“Ma la consapevolezza di pensare una parola vivente, una voce esistenziale, si trova proprio lì dove sembra concludersi la prospettiva dispersa di un sapere. Invece, così ingarbugliato in ciò che si è (salda alla luce che orizzonta) o si vorrebbe essere (un segno che fermi la terra), un’oscillazione continua mantiene paradossalmente l’equilibrio e a ogni sbando rimanda a un’instabilità costante fra resistere e restare, in una situazione che è luogo di necessità e volontà, che Viviana Scarinci chiama l’estensione del piccolissimo”. Giorgio Bonacini

“Le “piccole estensioni” non sembrano luoghi facili da frequentare: il senso della qualità implica un’assidua dedizione. Chi ne è davvero affascinato sarà sempre disponibile a un’indagine per nulla fine a se stessa, poiché consistente in uno studio dell’esistenza”. Marco Furia

“il piccolissimo, nella scrittura, il particolare che è però marcatore di vicende anche più complesse che forse nella vita di ciascuno possono apparire collaterali ma che segnano quanto un gesto o uno sguardo che diventino per qualche misteriosa ragione indimenticabili. E Scarinci, con la sua scrittura che è giusto definire consapevole, ha ben presente questo ventaglio di possibilità, tanto che questi territori e i loro sconfinamenti diventano secondo e non minore strumento e oggetto poetico della raccolta”. Giacomo Cerrai


La manifestazione

Ideazione: Massimo Silvotti

Collaborazioni: il Comune di Piacenza, l’intera Rete museale piacentina, Centri Studi e Centri di Ricerca sulla poesia, Associazioni Culturali, Case della Poesia, Editori, Premi letterari, il Movimento del Realismo Terminale (26 in tutto, provenienti da tutte le Regioni italiane).

Quando: dalle 21 di sabato 15 ottobre, alle 22 di domenica 16 ottobre 2016 (notte inclusa).
Dove: in Piazza Duomo a Piacenza.

Poeti che verranno letti: 104 in tutto (in gran parte i grandi poeti del secolo scorso, con l’aggiunta dei più significativi contemporanei). Poeti e attori che leggeranno le poesie: ad oggi 85 persone provenienti da gran parte delle regioni italiane; i contemporanei leggeranno se stessi.

Cos’è il Museo della Poesia: il Piccolo Museo della Poesia Incolmabili Fenditure di Piacenza è l’unico museo della poesia in Europa formalmente riconosciuto (censito da ISTAT nel 2016), come c’è stato attestato dal Ministro Franceschini, con lettera formale, in occasione della nostra inaugurazione il 17 maggio 2014.

Altri cenni sul nostro museo: il museo formalmente inserito nella rete museale piacentina, è una realtà privata (associazione culturale, non a scopo di lucro), la cui preziosa collezione è in prevalenza centrata sulla poesia italiana.

Campagna … soffiamo la Piuma: scongiurare la chiusura del nostro Museo, nel maggio 2017, promuovendo una campagna di raccolta fondi dal basso che avrà inizio il giorno 15 ottobre a partire dalle ore 21.

Piccole Estensioni a Piacenza

Piccole estensioni, poesia
poesia

PIACENZA, DOMENICA 16 OTTOBRE, Piazza Duomo. La raccolta poetica “Piccole Estensioni” (Anterem, 2014) di Viviana Scarinci, parteciperà alla straordinaria manifestazione organizzata dal Piccolo Museo della Poesia di Piacenza a cura di Massimo Silvotti: 25 ore di letture di poesie ininterrotte, a partire da sabato 15 ottobre, dalle 21, fino a domenica 16 ottobre, alle 22 (notte inclusa) in omaggio alla poesia italiana, dai primi del 900 ai giorni d’oggi. “Piccole estensioni” è stato selezionato tra quei testi custoditi nel museo, per essere letti dalla stessa autrice nell’ambito di una manifestazione che raccoglie le voci più significative di oltre 50 poeti del Novecento italiano. Ci vediamo perciò a Piacenza, domenica 16 ottobre, verso l’ora del vespro. ( http://www.comune.piacenza.it/benvenuti/citta/cosavedere/musei/piccolo-museo-della-poesia-incolmabili-fenditure)


“Il Piccolo Museo della Poesia ‘Incolmabili Fenditure’ nasce a Piacenza per iniziativa dell’omonima associazione culturale. I soci fondatori dell’associazione hanno perseguito tenacemente il sogno di veder nascere il primo museo della Poesia in Europa, infatti, se non si considerano le numerose Case della Poesia esistenti, la realtà piacentina rappresenta una prima esperienza pilota, a livello continentale. La Galleria d’Arte – Spazialismo poetico, ospitata all’interno del museo, non è da considerare come un’entità a parte con cui condivide solo gli spazi espositivi: al fianco di una dimensione museale consueta, si accompagna un ruolo di presenza operante nell’arte e nella poesia coeva; così la funzione della Galleria assurge ad un ruolo del tutto centrale circa l’attività museale: porsi al centro della sperimentazione e dell’innovazione nell’arte; interloquire con le intelligenze più avanzate della nostra contemporaneità, mettendo in comunicazione memoria e rivolgimento”.

16 ottobre piacenza.jpg

“Amanda” vince il Premio Montano 2016

Amanda fiore o tartaruga vince l’edizione del trentennale del Premio Lorenzo Montano indetto da ANTEREM Rivista di ricerca letteraria in collaborazione con la Biblioteca Civica di Verona. La sezione Una poesia inedita di cui il mio testo risulta vincitore è patrocinata dalla prima circoscrizione del Comune di Verona. Il riconoscimento va a una poesia inedita che costituisce per l’autore un momento privilegiato della sua ricerca poetica. È la seconda volta che ho l’onore di vincere il Premio Montano. Nel 2014 infatti la mia raccolta poetica Piccole estensioni si era aggiudicato il Premio Raccolta Inedita con la conseguente pubblicazione dell’opera a cura delle Edizioni Anterem. Per me come poeta donna si tratta di un riconoscimento di straordinaria importanza. Parte della mia formazione la devo alla lettura della poesia pubblicata e tradotta da Anterem casa editrice e della rivista che è una delle pubblicazioni italiane più significative nel campo della ricerca letteraria e filosofica europea. Perciò posso solo aggiungere che sono felice come mai prima d’ora e aspettare novembre per partecipare a Verona al Forum di Anterem e alla premiazione! http://www.anteremedizioni.it/premio_montano_xxx_poesia_inedita

ESSA su Il segnale 104

Un mio testo dal titolo che è tutto un programma ‘Essa’ sull’ultimo numero della rivista milanese Il Segnale 104, tema: L’ Esserci e il Sentirci. Si tratta di un gioco. Ho deciso di approcciare il tema che il direttore mi ha invitato a trattare attraverso una finta prosa filosofica tendente al surreale…ma a pensarci bene, surreale neanche tanto.


Estratto

segnale 104(…) Infatti l’utente che appartiene a gruppi minoritari percepisce come unicamente pervasiva, quell’ossimorica esistenza di ogni invisibilità che si concretizzi attraverso un’entità la quale si autonomina, Essa stessa, come prototipo di ciò che meglio di altro esiste in una zona franca di irriducibilità che non è vita né pubblica né privata … (…)

“Il primo amore” pubblica una nota su Olocausto di Charles Reznikoff

Continuo l’excursus su poesia e traduzione (vedi qui) con un saggio su Olocausto del poeta americano Charles Reznikoff. Grazie a Il primo amore di aver condiviso questo ulteriore passo.

“L’esergo di Holocaust è una dichiarazione di Reznikoff in merito alle fonti utilizzate: “Tutto ciò che segue è basato su una pubblicazione del governo degli Stati Uniti, Trials of the Criminals Before the Nuremberg Military Tribunal, e sugli atti del processo Eichmann a Gerusalemme.” Ed è sempre il poeta, attraverso una nota iniziale, a darci un’idea seppur vaga che il testo potrebbe avere una progressione cronologica “Il Partito Nazional Socialista Tedesco dei Lavoratori, noto come partito dei nazisti, prese il potere in Germania nel gennaio 1933. Inizialmente, la loro politica si limitò a costringere gli ebrei a emigrare.” Le scene proposte nel libro si dividono in dodici capitoli con titoli come: Deportazione, Camere a gas e camion a gas, Bambini, Fosse comuni e guidano il lettore nella conoscenza di fatti realmente accaduti a partire dalle violenze perpetrate sugli ebrei indifesi dell’inizio, fino a un doppio finale: la rivolta del ghetto di Varsavia e il salvataggio degli ebrei verso il nord Europa.”


Alcune donne ebree furono messe in fila dalle truppe tedesche a cui
era stato assegnato quel territorio,
fu detto loro di spogliarsi,
e rimasero in sottoveste.
Un ufficiale, guardando la fila delle donne,
si fermò davanti a una giovane donna –
alta, i lunghi capelli intrecciati, e occhi meravigliosi.
La guardò per un po’, poi sorrise e disse:
«Fa’ un passo avanti». (trad. Andrea Raos)

 

r2Charles Reznikoff  (1894-1976) poeta statunitense, partecipe in prima persona (con Louis Zukofsky, George Oppen, Carl Rakosi) dell’idea e progetto “oggettivista”. Autore di numerosi testi di poesia, tra cui Jerusalem the Golden (1934), In Memoriam (1936), By the Waters of Manhattan: Selected Verse (1962), Testimony: The United States (1885-1890) (1965), Holocaust (1975).

Le immagini di sabato 22 agosto al Tempietto

Sabato 22 agosto 2015, Roma – Davvero un onore per me ieri sera precedere la performance del pianista Marek Szlezer nell’ambito del Festival Musicale delle Nazioni, notti romane al Teatro di Marcello. Bellissima occasione di condividere poesia e musica attraverso un’intenzione di coralità così riuscita che mi ha fatto sentire a casa. Grazie a Tommaso Putignano, amico carissimo, all’organizzazione e alla conduzione del talentuoso Angelo Jannoni Sebastianini e al pragmatismo lieve e intelligente delle due coadiuvatrici degli incontri del Tempietto Donatella Giancaspero e Anita Napolitano.

Il testo della recensione a La favola di Lilith su Il segnale 2015/ 101

??????????????????????s101Con il sottotitolo di “due atti di Viviana Scarinci e Edo Notarloberti” viene distribuita la favola di Lilith, poema sonoro recitato su base di archi e pianoforte e inciso su un cd. Ci si trova dunque di fronte ad una poesia che recupera la dimensione non solo della vocalità, e dell’oralità, ma anche quella della performance, o meglio della irripetibilità performativa, che non consente la tradizionale lettura e rilettura a cui la poesia lineare da sempre ci ha abituati.

Altro

Su Gradiva una recensione di Marco Furia a Piccole estensioni

CAM00507 (600x800) la rivista


Il testo integrale di Marco Furia

Con Piccole estensioni, opera vincitrice del Premio “Lorenzo Montano” 2014, Viviana Scarinci presenta una raccolta in cui prosa e poesia si alternano. Prosa e Poesia? Mai come in questo caso la differenza tra generi letterari appare non idonea a definire una scrittura capace di snodarsi, sicura, per via di vivide pronunce testimoni di un esistere consistente nel suo stesso idioma.

Altro

su IL SEGNALE 99

10438640_968629936497389_5781227782251875235_n Sul numero 99 de IL SEGNALE percorsi di ricerca letteraria (http://www.rivistailsegnale.it/wp/?page_id=12)
nella sezione TESTI vengono pubblicate 5 poesie dalla silloge inedita Il significato secondo del bianco. Le poesie che IL SEGNALE pubblica sono successive alle Piccole estensioni. Sullo stesso numero La favola di Lilith viene segnalata tra le migliori opere ricevute in redazione.

 

 

 

§

Il corpo piano dell’avvenire
nutriva la sua mancanza
come un’immagine potenziale
che non ci comprendeva
se non fraintesi nella mischia di poche forme
a dire il contrario, a dirci che eravamo noi
lo stanziamento la quota il consumo

Una recensione di Paolo Fichera a La favola di Lilith

(…)

L’intensità non rinuncia a nulla, resta immobile a fissare quanto le asperità del bianco intorno e il suo corollario di forme rinuncino a Lei. L’anima non ha volto, perché il volto è una maschera, l’ambizione suprema è quella di non esserci, come la constatazione di un’attesa a cui non si può rinunciare. Il luogo che si abita è quello del taglio, dove il mestruo è ostinato come la grazia che nutre certi animali. La minuzia delle ossa ne forma e ne sostiene la loro assenza. E il Dio che ha donato i figli, quegli occhi che raspano e avvinghiano alla vita, nonostante noi, quel Dio ha vietato un pane che è al di là di ogni forma pensata e voluta, in un nucleo compatto che pare non poter essere colmato, come una enorme distesa di sassi bianchi lasciati lì perché le mani possano erigere altari sommessi, o altre mani desiderino scagliarli sulla superficie dell’acqua. (…) LEGGI TUTTO http://theregionofunlikeness.wordpress.com/2014/08/29/viviana-scarinci_la-favola-di-lilith/

 

“Piccole estensioni” vince il Premio L. Montano 2014 per la sezione Raccolta inedita

Immagine 1La raccolta Piccole estensioni  è vincitrice della XXVIII edizione del Premio di Poesia Lorenzo Montano promosso da Anterem Edizioni. Il libro contenente testi scritti tra agosto 2013 e marzo 2014,  sarà pubblicato  a cura di Anterem con  prefazione di Giorgio Bonacini. Francesco Bellomi, docente del Conservatorio di Milano, dedicherà all’opera una composizione musicale che sarà eseguita nell’ambito della premiazione che avrà luogo nel mese di novembre 2014. Il Conservatorio Statale di Trento “F.A. Bomporti” sezione di Riva del Garda, organizzerà in Italia e in Europa una serie di convegni e concerti che prevedono l’esecuzone delle musiche originali dedicate a tutti vincitori del premio.

Le opere dei vincitori per tutte le sezioni in cui il Premio si articola (“Raccolta inedita”, “Opera edita”, “Una poesia inedita”, “Una prosa inedita”, “Opere scelte”) verranno immesse in canali distributivi e di conoscenza che fanno capo a critici, poeti, abbonati, estimatori, biblioteche civiche e universitarie. I poeti vincitori, finalisti e segnalati leggeranno i propri testi nel corso di un grande forum multimediale che coinvolgerà musicisti, editori di poesia, critici letterari e filosofi, esponenti di siti web e riviste specializzate.

Anterem è una tra le riviste di poesia più autorevoli in Europa. Promuove la conoscenza di forme stilistiche e di pensiero che trovano nella necessità e nella bellezza le loro ragioni. Pubblica poesie e saggi degli autori più significativi della contemporaneità ed è oggetto di studio nelle principali università e nei licei. Ha periodicità semestrale e una tiratura di quattromila copie. È diffusa a livello internazionale. Notizie tratte dal sito  http://www.anteremedizioni.it/

Una recensione di Guido Bellachioma a La Favola di Lilith

Un disco complicato e semplice al tempo stesso. Persino spoglio nell’utilizzo dei pochi strumenti ad arco (suonati da Edo, violinista anche di Ashram, Argine, Corde Oblique e di notevoli progetti solisti) e dell’espressiva voce di Viviana (poetessa alla prima performance artistica di questo tipo). Apparentemente una situazione già vissuta, non solo in ambito neoclassico, neofolk e dark, dove i momenti rarefatti e lirici vedono musiche avvolgenti fungere da tappeto per voci recitanti, più o meno sognanti. In questo caso, 32 tracce legate senza soluzione di continuità, il percorso è piuttosto diverso perché si tratta di una reale connessione tra i due universi; dove il fatto che non ci sia la classica forma canzone, sia pure “diversa”, finisce per dar risalto al ritmo che connette profondamente musica e parole, in grado di esplorare Lilith non come donna del mito (quella prima di Eva) ma come aggancio alla contemporaneità. Il disco richiede inizialmente grande concentrazione; una volta perforato il mare di emozioni, però, non si può che andare fino in fondo e, spesso, ricominciare da capo. Inutile fare confronti con momenti acusticamente simili di gruppi come i Current 93, anche se punti di contatto ci sono… Lilith è una moderna opera “antica”, dove al posto delle voci del melodramma c’è lo scavare nell’anima, modulando le parole negli spazi lasciati liberi dalle note e spesso avvinghiandovicisi mortalmente. L’operà sarà rappresentata in anteprima europea al The Wave-Gotik-Treffen 2014 di Leipzig Germania), il più importante festival per questi territori di confine, dove Edo non suonerà ma dirigerà un quartetto d’archi (due violini, viola, e violoncello). Per capire l’anima del suono dell’affascinante favola di Lilith abbiamo preso in prestito le parole di Antonio Esposito, tecnico del suono del Tp Studio di Napoli (https://www.facebook.com/TPstudio29) , dove è stato registrato:”Edo è uno di quei musicisti che più che per la tecnica ti affascina per la capacità evocativa del suono. Suonando assieme a lui e registrando la sua musica in contesti molto diversi, ho imparato a conoscere la particolarità di questo suono; dovendo scegliere come riprenderlo in un contesto “atipico” (3 violini e un violoncello, suonati tutti da lui), ho scelto di provare a renderlo il più naturale possibile, utilizzando un AKG 414 TLII come microfono principale, in coppia con un pre Universal Audio 710 e un AKG C4000 alle sue spalle per recuperare alcune frequenze basse. Altra scelta di base è stata quella di dare grande spazio ai suoni d’ambiente, posizionando due Rode Nt2-A, preamplificati da due API 512c, a grande distanza tra loro. Queste due room si sono rivelate poi centrali nell’equilibrio del mix finale di Giuseppe Spinelli, mix fatto ITB utilizzando un Reverbero Lexicon PCM 70 e un compressore DBX. Il piano, un Kawai verticale, è stato ripreso con tecnica A-B. Per la voce di Viviana, dopo aver provato varie soluzioni, l’AKG 414, accoppiato a un pre Universal Audio 610, si è rivelato la scelta migliore, soprattutto nel gestire le dinamiche molto differenti all’interno dei vari brani. Il mix ha provato a lasciare inalterata questa realtà sonora, senza puntare ad elevare il volume”. Le prime 500 copie hanno il libro dell’opera (info e acquisto http://www.arkrecords.net/ *INFO@ARKRECORDS.NET).

Guido Bellachioma Su SUONO 487 maggio 2014, nella sezione “SELECTOR tutto il meglio in arrivo sul mercato”

Una recensione di Alessandra Pigliaru su il manifesto del 12 dicembre

Non per fare appa­rire ciò che ci cir­conda più scarno di quel che è, al con­tra­rio per sot­to­li­nearne la forza poli­tica ed etica della nomi­na­zione ap

Quando un libro di poe­sie ha la potenza di diven­tare pro­getto etico e sociale, signi­fica che ciò che è stato messo in cir­colo è altret­tanto potente. È que­sto che è suc­cesso intorno alla prima tra­du­zione ita­liana del libro di Aino Suhola, poeta e figura di spicco della cul­tura finlandese. Raka­sta minut vah­vaksi (Atena, Jyvä­skylä 1991), dive­nuto ben pre­sto un vero e pro­prio best sel­ler fin­nico, esce per la prima volta in Ita­lia con il titolo Amami per ren­dermi forte, a cura di Viviana Sca­rinci, con la tra­du­zione di Hanna Suni e gra­zie alla lun­gi­mi­ranza di Chiara Turozzi, edi­trice de L’Iguana (pp. 158, euro 16). Continua a leggere http://ilmanifesto.it/gli-abissi-delle-emozioni/

i libri freschi di stampa presentati a Torino il 12 dicembre

“Amami” a Torino il 12 dicembre 2013

copertina

Qual è il motivo che ci ha spinto a credere che un libro di poesia edito in Finlandia nel 1991 potesse suscitare interesse presso i lettori italiani? I motivi per cui leggere queste poesie sono molti e si svelano pagina dopo pagina attraverso piani apparentemente contrapposti. Aino Suhola utilizza tutti i registri e i ritmi di cui l’originalità del suo linguaggio dispone incrociandoli in contraddittori spesso lancinanti per rendere al lettore, attraverso un vero e proprio canto, la coscienza della percorribilità di tutte quelle separazioni che precludono l’armonia delle differenze. Poesia e prosa, donna e uomo, bambino e anziano, la poesia di Aino Suhola si personifica pagina dopo pagina di bocca in bocca, dando voce a madri, padri, figli, reduci, chi da una guerra lontana, chi dai postumi di una contemporaneità smagliata e solitaria da cui Suhola intesse una poesia dall’intenzione politica molto precisa. Si badi però che la politica che fa l’autrice attraverso questo libro non ha nulla a che fare con i luoghi consoni al potere, ma bensì è la politica di cui la parola è stata capace fin dai tempi in cui poesia e religione erano indissolubilmente legate e ognuna riconoscibile in un ruolo preciso svolto nell’ambito delle comunità. La scrittura di Aino Suhola ci ricorda che oggi come allora la poesia sostiene il diritto di ogni persona di darsi parole diverse rispetto a quelle che ci si aspetta di ascoltare.

Le presentazioni

Il libro Amami per rendermi forte sarà presentato con il patrocinio dell’Ambasciata di Finlandia a cura dell’Associazione APS Minuksi in Italia in anteprima nazionale il 12 dicembre 2013 a Torino presso Palazzo Capris alle ore 19, via Santa Maria, 1,  nell’ambito dell’evento Essere come mai incluso nella manifestazione  Terzo Paradiso – Rebirth day http://www.terzoparadiso.org/

Minuksì Italia web site – www.minuksi.it – e-mail –  eija@minuksi.it

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Domenica 22 dicembre 2013 il libro sarà presentato in Finlandia a Helsinki in anteprima nazionale nella chiesa di Helsingin Diakonissalaitos. Sarà presente l’autrice Aino Suhola e la traduttrice Hanna Suni. Inoltre interverranno il coordinatore del progetto Tavallisia Asioita (Cose Ordinarie) www.tavallisia.fi promosso dal Presidente della Finlandia, Sakari Huovinen, e la direttrice di sviluppo di Helsingin Diakonissalaitos, Liisa Bjorklund.

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