In questa puntata agostana di Nina parlerò con Silvana Carotenuto del profilo di un’intellettuale carismatica e generosa come Lidia Curti, dei femminismi che guardano al futuro attraverso una raccolta di lavori saggistici intitolata Femminismi futuri, edita da Iacobelli. Ma parleremo anche di ecofemminismo toccando un’altra pubblicazione imprescindibile come Cosmopoetiche edita da Unior press, che fa dell’ecologia e dell’arte femministe necessità e chiave di lettura del presente.
Silvana Carotenuto è professoressa ordinaria presso l’Università di Napoli “L’Orientale” dove insegna Letteratura Contemporanea di Lingua Inglese, e dirige il Centro di Studi Postcoloniali e di Genere (CSPG). I suoi campi d’interesse sono: la decostruzione, l’écriture feminine, gli studi culturali, postcoloniali e visuali. È responsabile del gruppo di ricerca M.A.M. e dell’archivio digitale “Matriarchivio del Mediterraneo”
NINA è il podcast della Società Italiana delle Letterate ideato e organizzato da Anna Toscano e Viviana Scarinci. Ogni mese una puntata nuova che poi potrete scaricare e tenere con voi per ascoltarla e riascoltarla quando volete a partire da Spotify, Audible di AmazonGoogle podcast e altre piattaforme in cui l’ascolto è completamente libero da abbonamenti vincolanti.
Questa puntata di Nina è dedicata a Felicitas Hoppe, classe 1960, romanziera tedesca contemporanea di grande spessore e alla sua traduttrice italiana. Infatti Nina rivolgerà due domande a Anna Maria Curci, traduttrice dal tedesco di Hoppe per frugare un po’ dentro la sua cassetta degli attrezzi.
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Questa su Maria Occhipinti (1921-1996) è una delle puntate la cui realizzazione mi ha più emozionata. In questo episodio di Nina a parlare è Maria con l’autenticità di un senso civico che non ha mai ceduto alla faziosità delle militanze. Pensatrice libera e nomade, scrittrice e poeta siciliana di lei ce ne parlerà Marilena Licitra, figlia di Maria e testimone diretta della sua vita ricca, complicata, drammatica. Ci saranno anche due socie SIL a ragionare insieme dell’eredità di Maria Occhipinti per il femminismo italiano: Serena Todesco, critica letteraria e traduttrice, lei stessa siciliana ma nomade per scelta e per caso e la scrittrice femminista palermitana Gisella Modica, attenta e appassionata narratrice di storie di donne.
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Domenica 11 giugno arriverà la prima puntata di una nuova stagione dei podcast della Diaria per raccontare Elena Ferrante a partire da “Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo“. I romanzi di Ferrante saranno la cartina di tornasole per guardare ai libri scritti dalle donne, al femminismo per come lo intende Ferrante e soprattutto alle italiane che sono le vere protagoniste dell’opera monumentale dell’autrice invisibile.
Giovedì 15 giugno alle 17.30 Viviana Scarinci sarà ospite della Biblioteca Flaminia a Roma per raccontare Elena Ferrante a partire dal suo saggio “Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo“.
L’incontro – organizzato nell’ambito del progetto degli incontri SIL/Biblioteche ideati e organizzati da Elvira Federici (presidente SIL) – sarà moderato da Lilia Bellucci.
IL LIBRO Fenomeno tutto italiano ma diventato presto mondiale, l’opera di Elena Ferrante – autrice “invisibile” eppure sempre più presente nel dibattito culturale e letterario – rivela un universo complesso che mescola tradizione ed ipermodernità, realismo e immaginazione. Lavorando sulle relazioni e sulle sfumature, sul dicibile e l’indicibile delle vite dei suoi personaggi – soprattutto quelli femminili – sulla lingua e le architetture concrete e simboliche dei suoi romanzi, Ferrante ha trascinato la produzione letteraria italiana a firma femminile fuori da un cono d’ombra mettendola al centro della scena. Questa appassionante monografia – un lavoro critico che appare come imprescindibile per studiosi e appassionati, ma anche per semplici lettori e lettrici – segue i temi, le trame e il linguaggio dei romanzi, dall’Amore molesto alla quadrilogia dell’Amica geniale – anche in versione serial TV – e ancora fino al recentissimo La vita bugiarda degli adulti. Basato su un ricchissimo apparato bibliografico italiano e internazionale, e senza trascurare anche interviste e testi non narrativi di Ferrante, il volume ha il respiro e lo spessore sia di una accurata messa a punto del dibattito critico su un’autrice e i suoi testi, sia delle ragioni di un successo senza precedenti.
L’AUTRICE Poeta e saggista, Viviana Scarinci ha pubblicato Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante, ritratto letterario di Elena Ferrante tradotto da Ingrid Ickler (Launenweber, 2018) e l’e-book monografico Elena Ferrante (Doppiozero, 2014). Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Doppiozero, Il lavoro culturale, Nazione Indiana. Si occupa di Contemporanea Fondo Librario e di progetti per le scuole.
Questa rubrica è stata pensata per accompagnare lettrici e lettori del sito della Società Italiana delle letterate per sette mesi, sette come le componenti di questo direttivo uscente che si concluderà con il mese di dicembre 2023. Ogni quindici del mese la parola andrà a una di noi e saranno in questo caso parole animate dal desiderio di lasciare un segno del lavoro intenso che ha contraddistinto gli anni un po’ anomali ma molto interessanti della pandemia. Il primo messaggio in bottiglia è da parte mia, buona lettura
Il copyright dell’immagine di copertina è di Anna Toscano
Dalle socie del direttivo messaggi in bottiglia è una rubrica a cura di Viviana Scarinci
Sono al mio secondo direttivo quindi il mio compito in SIL per statuto finisce con dicembre 2023. La mia presenza nel primo direttivo è stata motivata non da una elezione, come è avvenuto per il secondo, ma per cooptazione essendosi creata l’esigenza di integrare la carica di una socia dimissionaria. Tuttavia il mio rapporto con SIL è un rapporto antico, difficile e bello come si può dire solo dei grandi amori. E si lega direi in modo intricato e strettissimo alla mia ricerca su Elena Ferrante iniziata ai tempi in cui questa scrittrice non era stata ancora tradotta e in Italia già la critica femminista sillina se ne occupava. Il mio primo intervento pubblico su Elena Ferrante, in termini di opportunità ma anche di condivisione di saperi lo devo a Bia Sarasini all’epoca direttrice di Letterate Magazine che del mio lungo articolo monografico ne fece un numero speciale della rivista digitale ora disponibile sul sito della SIL era dicembre del 2012.
Sono anche altri i debiti di riconoscenza che ho contratto con il lavoro delle socie della prima ora e delle fondatrici e anche con le socie più recenti informatissime dei contenuti complessi e poliedrici che si celano sotto la definizione di femminismi. Tuttavia credo che quella prima fiducia accordata da Bia Sarasini è stato il motivo per cui in questi due difficili direttivi ho deciso di perseverare prestando come alcune altre mie colleghe molto tempo e molto lavoro invisibile, nel mio caso attraverso la cura del sito della SIL e della gestione dei contenuti ad esso destinati. Ciò al fine di elaborare un sempre maggiore numero di possibilità di emersione per quella scrittura delle donne così facile da etichettare e in fondo poco conosciuta nei suoi aspetti peculiari e fondanti.
È per questo motivo e anche per cercare di immaginare una ulteriore modalità di comunicazione dei contenuti, degli stili e delle storie di certe scrittrici che con Anna Toscano abbiamo immaginato e poi realizzato Nina, il podcast della SIL predisponendone l’uscita su tutte le più importanti piattaforme di condivisione. Quelle che abbiamo proposto e continueremo a proporre sono quasi sempre autrici la cui fama purtroppo non è proporzionata all’importanza del ruolo che meriterebbero nell’ambito di uno studio critico davvero corredato di tutti gli strumenti necessari alla comprensione del loro fenomeno letterario.
Ho aperto simbolicamente la mia esperienza nel direttivo della SIL con la presentazione de Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo (Iacobelli) nell’ambito del convegno nazionale tenuto nel 2020 presso la casa internazionale delle donne di Roma. Altrettanto simbolicamente mi appresto a chiudere questa esperienza con la presentazione del libro nell’ambito di un progetto ideato e organizzato da Elvira Federici, presidente SIL, e Biblioteche di Roma presso la Biblioteca Flaminia a cura della direttrice Fiammetta Crivelli e con la moderazione di Lilia Bellucci il 15 giugno alle 17,30. Parleremo di Elena Ferrante ma anche della Società Italiana delle Letterate e del ruolo di ricerca, studio e promozione che questa istituzione ha saputo svolgere fin dalla sua fondazione, vi aspetto.
Questo testo è stato pubblicato sul sito della Società Italian delle Letterate il 15 maggio 2023
Ancora una bellissima puntata di Nina. Si parla di Sybille Bedford a cura di Anna Toscano con Antonella Cilento e Valeria Palumbo.
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In questa puntata a cura di Anna Toscano, Nina parla con Giusi Marchetta, da anni impegnata con le ragazze a lavorare sul femminismo, e con Giada Letonja.
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In questa puntata di NINA, a cura di Viviana Scarinci, con le scrittrici Giuliana Misserville e Maristella Lippolis parleremo di fantascienza e distopia nella scrittura delle donne.
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Ancora una bellissima puntata di Nina, stavolta sulla mitica rivista Leggendaria! Anna Toscano intervista Anna Maria Crispino dalla storia della fondazione ai giorni nostri. Mentre io ho chiesto a Silvia Neonato (Letterate Magazine) dell’importanza in Leggendaria del tema della scuola e a Elvira Federici (presidente SIL) in che misura Leggendaria si è resa protagonista in termini politici e filosofici nell’ambito dei femminismi italiani.
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La quinta puntata di NINApodcast a cura di Viviana Scarinci è dedicata a Laudomia Bonanni con Maristella Lippolis, Maria Vittoria Vittori e Martina Pala.
Laudomia Bonanni (L’Aquila, 8 dicembre 1907 – Roma, 21 febbraio 2002) è stata una scrittrice italiana di origine aquilana. Insegnante elementare e poi consulente del tribunale minorile. In questa puntata di Nina ideata a seguito della giornata di studio voluta dalla Società Italiana delle Letterate l’11 settembre 2021 presso l’università degli studi dell’Aquila, tre relatrici di eccezione ci regalano alcune riflessioni interessantissime sull’opera di questa importante scrittrice ancora tutta da studiare.
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Appunti su L’adultera di Laudomia Bonanni
di Viviana Scarinci
Emerson che visse tra il 1803 e il 1882 espresse con una capacità di sintesi fuori dal comune quello che era un avvertimento contro il materialismo emergente: “Le cose stanno in sella e cavalcano l’umanità”. Questo inciso è la frase che Laudomia Bonanni sceglie da mettere in esergo a L’adultera edito nel 1964. Si tratta di una vicenda focalizzata nell’arco di ventiquattro ore. Le ultime ore della vita di Linda, commessa viaggiatrice, moglie, madre e adultera. Si tratta di un viaggio di lavoro che racchiude come scopo il lavoro medesimo e con l’occasione un convegno amoroso clandestino.
Se non facessimo attenzione all’esergo, se da semplici lettrici e lettori ci volessimo concentrare sulla superficie della vicenda, se volessimo tralasciare il lavoro di ricerca letteraria e tematica che ha portato Bonanni a concepire la prosa di questo libro, L’adultera potrebbe sembrare ciò che è solo in parte. Cioè la storia di una donna per niente empatica che cerca e vive il proprio desiderio ponendolo al centro della sua vita. A ben guardare tema già enorme da esprimere così pienamente in un romanzo italiano uscito nel 1964, quando negli Stati Uniti nel 1973, quasi dieci anni dopo, Erica Jong con Paura di volare divenne una scrittrice femminista di fama mondiale mettendo al centro la vicenda dell’insicura Isadora che ricerca la pienezza del proprio desiderio, cozzando contro l’istituzione matrimoniale, e le sue sicurezze concepite secondo i principi patriarcali.
Ma torniamo in Italia, a Laudomia, a quasi quindici anni prima della pubblicazione de L’adultera. È venerdì 10 febbraio del 1950, il giorno successivo, sabato sera ci sarà l’assegnazione del XIV premio Bagutta. Circolano i nomi di Pavese, Soldati, Civinini, Piovene, Brancati, scartata la candidatura di Papini, e c’è Laudomia Bonanni una maestra elementare dell’Aquila del tutto nuova all’arengo letterario, come scriverà il cronista del Corriere della Sera di quel giorno. Una scrittrice che peraltro era favoritissima. E infatti quell’anno Bonanni vinse il premio Bagutta opera prima mai assegnato a una donna fino a quel momento con Il fosso.
Qui voglio aprire una parentesi sul posizionamento puramente sociale che il linguaggio della stampa e dei media rendono osservabile. Nel Medioevo, era chiamato arengo il luogo dove le cittadinanze insorte contro i feudatari signori delle campagne, si riunivano per deliberare. Perciò l’arengo è da intendersi come una specie di assemblea cittadina antesignana del moderno parlamento. Un luogo in cui la città, si sarebbe fatta Stato unitario e centrale creando così l’idea culturale dell’unicità del proprio potere e perciò della periferia e della marginalità di tutto l’altro da sé. L’arengo letterario nominato in riferimento alla posizione sociale e culturale di Laudomia Bonanni al momento della sua comparsa nel mondo maschile delle lettere nazionali, qui ci sembra essere una scelta lessicale particolarmente rivelatrice.
La notizia più rilevante su Laudomia Bonanni nella ricerca che ho compiuto all’interno dell’archivio digitale del Corriere della Sera si riferisce a qualcosa di noto per chi si occupa di Bonanni. È il 1960 Laudomia vince il premio Viareggio per la narrativa, che consiste nella cifra di un milione di lire che le viene assegnato per il romanzo L’imputata.
Inserendo nel motore di ricerca dell’archivio storico che contiene tutte le edizioni pubblicate fin dal primo numero del Corriere al 2017 il nome di Laudomia Bonanni ricorre 56 volte. La prima volta che Bonanni appare sul quotidiano nazionale tuttavia risale al 22 dicembre del 1939 in un articolo dal titolo significativo L’arte di regalare libri per ragazzi che si proponeva di illustrare una carrellata di romanzi di avventura. Laudomia Bonanni Caione viene citata per Men. Avventura al nuovo fiore romanzo coloniale per ragazzi.
È invece dell’edizione del 6 e 7 dicembre del 1949 il famoso articolo intitolato Aggredisce mostri la ragazza di Aquila in cui Eugenio Montale illustrando il tipo di neorealismo regionale e perciò per Montale esclusivamente verghiano, indica Bonanni tra quegli scrittori (uso il maschile non a caso). L’autrice è un’eccellenza capace di tagliare corto quando la verità si fa troppo vera. Cioè Montale riconosce a Bonanni le caratteristiche della meglio vocazione neorealista e l’originalità di una scrittura di ricerca davvero forte. Salvo prescrivere: “Se riuscirà a diventare più asettica e cederà meno alla tentazione (oggi così femminile) di una scrittura intensamente artistica, pregnante, densa, troppo insistita nei particolari, questa Laudomia farà certo strada”.
Ma già il 6 settembre 1964 nell’articolo che annunciava l’assegnazione del premio Campiello a Giuseppe Berto, sulle pagine del Corriere Carlo Laurenzi informava laconicamente: “Laudomia Bonanni, scrittrice abruzzese di non larga fama ma di probo impegno, è stata premiata per il romanzo L’adultera” che usciva quell’anno.
Sarebbero davvero molti gli elementi, oltre quelli puramente letterari, di tipo sociale, storico, ideologico e culturale da analizzare nella figura di Laudomia Bonanni e nell’estensione tematica della sua opera, partendo anche da particolari importanti come quella citazione da Emerson posta in esergo del romanzo L’adultera i cui temi come la corsa al consumo, l’impronta edonistica che la società stava prendendo, sono intesi come una questione non solo maschile ma anche femminile. Laudomia Bonanni tratta queste conseguenze epocali a partire da una prospettiva di genere. Sono le conseguenze dei fattori determinanti del suo tempo, quelle subite dalle donne come Linda, partite per la stessa corsa di tutti nell’arricchirsi al fine di finanziare finalmente il proprio piacere dopo tutti i bisogni che i conflitti e la povertà avevano reso endemici. Tra l’altro all’interno del matrimonio allora era considerato un reato soltanto l’adulterio da parte della moglie, punito con la reclusione fino a un anno (dall’art. 559 del Codice Penale del 1930). Solo nel 1968 la Corte Costituzionale con la sentenza n.126 ne dichiarò l’illegittimità cioè quattro anni dopo la pubblicazione de L’adultera.
L’adultera racconta, con un anticipo esorbitante e un linguaggio letterario davvero anomalo per il suo tempo, delle conseguenze psicologiche del trauma subito dalle donne italiane durante i due conflitti mondiali, degli stupri e dei numerosissimi e pericolosi aborti clandestini, del boom economico, della liberazione sessuale e del diritto al piacere femminile, di tutte le ambivalenze legate alla maternità, dell’irruzione della vulgata della psicanalisi di stampo freudiano nella società italiana e nel romanzo. Ma anche la dimenticanza del romanzo di Laudomia Bonanni ci dice dell’invisibilità di genealogie letterarie femminili di riferimento e della mancanza di questa cultura in chi era preposto a leggere e spiegare davvero la letteratura per tutto ciò che dovrebbe rappresentare per un Paese che si vuole unito dalla stessa lingua.
L’adultera ci parla anche indirettamente dell’invisibilità, della ricchezza e della pluralità delle origini culturali regionali italiane. E soprattutto dell’intelligenza e del talento femminile nell’emersione attraverso la scrittura di quella poetica del vivere, e del vivente, che finisce sempre per sapere molte più cose di quanto si creda in merito alla sua contemporaneità. Doti come quelle di Laudomia, valide per se stesse, per cui il giudizio dell’arengo cittadino e letterario è da considerare solo una clausola, per quanto tremenda.
La quarta puntata di NINApodcast a cura di Anna Toscanoè dedicata a Ida Travi, poeta, saggista, scrittrice per la radio e per il teatro, grande studiosa dell’aspetto orale della poesia. Ida Travi ci regala in questo podcast un tempo generoso, inedito, pieno di poesia e parole da ascoltare.
Nella prossima puntata a cura di Viviana Scarinci parleremo di Laudomia Bonanni e della giornata di ricerca su questa importante romanziera italiana organizzata dalla SIL presso l’Università de L’Aquila nel 2021.
NINA è il podcast della Società Italiana delle Letterate ideato e organizzato da Anna Toscano e Viviana Scarinci. Ogni 10 del mese una puntata nuova che poi potrete scaricare e tenere con voi per ascoltarla e riascoltarla quando volete a partire da Spotify e Audible di Amazon e altre piattaforme in cui l’ascolto è completamente libero da abbonamenti vincolanti.
È online la terza puntata di Nina a cura di Anna Toscano. Questo episodio è dedicato alla poesia di Alessandra Carnaroli. Si tratta dell’audio integrale dell’incontro avvenuto durante il convegno SIL “Ecopoetiche/Ecopolitiche. Poesia come cura del mondo“. Da questa puntata il podcast di Nina è disponibile anche su Amazon Music
NINA il podcast della Società Italiana delle Letterate ideato e organizzato da Viviana Scarinci da Anna Toscano. Ogni 10 del mese vi promettiamo una puntata nuova che poi potrete scaricare e tenere con voi per ascoltarla e riascoltarla quando volete a partire da Spotify e Audible di Amazon e altre piattaforme in cui l’ascolto è completamente libero da abbonamenti vincolanti. Tutto su Nina qui
NINA nasce per rilanciare parte del materiale audio prodotto dalla ricerca SIL e per presentare contenuti nuovi implementando l’attitudine alla comunicazione che ha sempre contraddistinto il lavoro di ricerca della Società Italiana delle Letterate.
Dopo mesi di progettazione sono molto felice di annunciare la pubblicazione della prima puntata di NINA il podcast della Società Italiana delle Letterate che ho ideato e organizzato insieme a Anna Toscano. Ogni 10 del mese pubblicheremo una puntata nuova su un sempre maggiore numero di piattaforme podcast a partire da Spotify e Audible di Amazon e altre piattaforme in cui l’ascolto è completamente libero da abbonamenti vincolanti. Il mio interesse, anche tecnico per il formato podcast è nato tre anni fa attraverso alcuni audio diffusi su Diaria Blog e non si è mai sopito. Se l’ho poco praticato rispetto a quanto avrei voluto è stato solo per mancanza del tempo necessario che serve a una cura adeguata a tutti gli aspetti tecnici, insieme a quelli contenutistici necessaria a una produzione qualitativamente fruibile e tematicamente interessante degli audio proposti. Quando ci siamo trovate con Anna Toscano insieme nel nuovo direttivo SIL a avere lo stesso tipo di interesse (Anna per la SIL si occupa dell’ufficio stampa e social, io della gestione del sito) per questa forma di comunicazione, abbiamo immaginato un podcast per la Società delle Letterate attraverso un progetto che è stato accolto dalle colleghe del direttivo con grande entusiasmo perciò qualche mese fa ci siamo messe al lavoro. L’idea di NINA nasce con l’obiettivo di rilanciare parte del materiale audio pregresso prodotto dalla ricerca SIL e di presentarne del nuovo implementando l’attitudine alla comunicazione che la Società delle Letterate ha sempre avuto nell’ambito di una prospettiva futura tanto prossima da essere già presente. Questo non solo per aggiornare SIL con i tempi ma soprattutto per individuare una forma di comunicazione più aderente al modo di essere SIL, stando più vicine alle proprie socie e così potenzialmente incontrarne altre. NINA quindi attraverso questo media del tutto nuovo per SIL che è il podcast sarà un contenitore e un luogo di suoni, parole e silenzi in cui ascoltare le nostre voci. Ascoltando Nina troverete interviste, letture, dialoghi, poesie, canzoni, dibattiti tutto attraverso la lente del femminismo.
Il primo podcast che potete ascoltare si intitola Passaggi metamorfici della poesia e riguarda l’intervento di Chiara Zamboni, introdotto da Elvira Federici (presidente SIL) che ha avuto luogo nell’ambito del convegno Ecopoetiche Ecopolitiche. Poesia come cura del mondo che si è tenuto nel mese di marzo 2022 presso la Biblioteca Consorziale di Viterbo (video integrale del convegno qui, qui e qui) . Il podcast del 10 luglio sarà una mia intervista a Chiara Zamboni sulla sua ricerca e sul libro Sentire e scrivere la natura
La musica: pochi secondi di studio di un duetto di Béla Bartók suonato dalle violiniste Daniela Santi e Sara Michieletto. L’immagine è di Anna Toscano.
Chiara Zamboni insegna Filosofia teoretica all’Università degli Studi di Verona. Nel 1984 ha fondato assieme ad altre (Luisa Muraro, Adriana Cavarero, Wanda Tommasi ecc) la comunità di filosofia femminile “Diotima”, all’università di Verona. L’impianto della ricerca filosofica si basa su una teoria della differenza sessuale, assunta come significante e non come significato, cioè come orientamento ermeneutico dei segni della realtà, come guida ad atti interpretativi del tessuto del mondo. La sua riflessione su linguaggio, basata sulla relazione di fiducia che abbiamo con la terra, fiducia che si sottrae al dispositivo soggetto oggetto, evoca fin nella sua scrittura filosofica, quell’attenzione poetica che ci consente di vivere la realtà “nutrendola creativamente di parole”. Tra le sue pubblicazioni: Parole non consumate. Donne e uomini nel linguaggio (2001); Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni (2009), Immaginazione e politica. La rischiosa vicinanza tra reale e irreale (2009) La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe (2019) e Sentire e scrivere la natura (2020)
“La libertà della donna newyorkese del primo decennio del secolo, il periodo della grande depressione, il proibizionismo, il rovinoso crollo della borsa di Wall Street del 1929 contribuiscono per Paulina Bren a creare modelli femminili profondamente contraddittori. Il modello di donna nuova di inizio secolo aveva lasciato il posto, quando Sylvia arriva a New York, alla pretesa di un ritorno alla tradizione, incoraggiato dal dilagare della povertà anche cittadina. Tuttavia non per questo la questione reale della donna lavoratrice per ambizione o necessità era passata in cavalleria, anzi. Il serpeggiare di questo modello di donna fieramente lavoratrice insieme a un preteso ritorno delle donne a un ruolo più tradizionale dentro la famiglia avrebbe consegnato anche Sylvia Plath ai doppi oneri che gli standard degli anni Cinquanta imponevano alla donna americana”
Il Consiglio Direttivo della Società Italiana delle Letterate, in carica per il biennio 2022-2023 che è stato eletto durante l’assemblea del 20 marzo 2022, vede confermata la mia presenza in questo organismo.
Qualche mese fa questo spazio del Convegno SIL Ecopoetiche Ecopolitiche, poesia come cura del mondo doveva essere riservato a un dialogo che si sarebbe riferito alla traduzione italiana di Zong! Come narrato all’autrice da Setaey Adamu Boateng di Marlene NourbeSe Philip, cui avrebbero dovuto prendere parte la traduttrice italiana Renata Morresi e l’editrice Mariangela Guatteri. Poi questo spazio di dialogo sarebbe dovuto essere riservato alla poeta e critica letteraria Bianca Battilocchi, infine al mio fianco oggi ci sarebbe dovuta essere la poeta Lidia Riviello ma come vedete non c’è, né lei né le altre persone che ho nominate. Perciò vi parlerò in questi pochi minuti sostituitivi di quello che avrebbe potuto essere, di alcune suggestioni che mi hanno accompagnato in questi mesi.
La prima suggestione che vi vorrei offrire mi è arrivata da un recente intervento di Roberta Mazzanti nell’ambito dell’incontro che ha avuto luogo meno di un mese fa presso il Giardino dei ciliegi di Firenze intitolato Incontrarsi ai crocevia. Eredità plurali di Liana Borghi. Mazzanti parlando di uno degli innumerevoli aspetti della ricerca e delle pratiche di Liana Borghi definisce la poesia un disegnare la mappa dei fallimenti, inserendo questa definizione tuttavia all’interno di un’investigazione fervidamente attiva e ambivalente (in termini di fiducia nel successo dell’impresa) in merito a quale sia il potere effettivo del linguaggio letterario nel suo descrivere, incidere, e cambiare la realtà.
Questa focalizazzione così precisa e sintetica mi ha colpito proprio perché evidenziava a mio avviso un legame forte tra i lavori che in parte questo convegno sulla poesia come cura, si è riproposto di fare e l’essenza per così dire poetica della pratica di Liana Borghi, per quel pochissimo che ho potuto conoscere in prima persona.
L’altra madrina ideale che nominava Elvira Federici in apertura che ho richiamato dalle pagine di Leggendaria 151 in occasione di un articolo che si riferiva a questa nostra due giorni così attesa, è Lidia Curti che attraverso l’ultimo libro Femminismi futuri (su questo blog ne ho parlato qui ) a sua cura e a cura di Marina Vitale, ha profilato un prospetto vastissimo in cui afrofemminismo, politiche femministe decoloniali, miti e figurazioni future hanno saputo integrarsi perfettamente con quello che Curti indica come un confronto con l’alterita’ da praticare attraverso un’estetica del discontinuo, dell’interruzione, del disordine, dell’asimmetrico, come in poesia del resto.
Quale introduzione può essere migliore a un incontro in cui si vuole parlare di ecofemminismo attraverso il linguaggio della poesia, in un momento storico cui voler essere comunque contemporanee senza sottrarsi alla nostra responsabilità di poete, di femministe, artiste, studiose senza ognuna di noi rinunciare alla propria agenda, come indicava Anna Maria Crispino ieri. Quale se non quella riflessione che richiama da un lato lo stare con tutto quello che anche i workshop di questo convegno hanno indagato in termini di cura: stare con il fallimento, la cura, la lingua madre e la lingua dell’altra, la ferita, ma anche con tutta la carica trasformativa e vitalistica di cui il linguaggio poetico è portatore.
Secondo una definizione abbastanza diffusa ormai l’ecofemminismo riafferma il mondo nella sua complessità e nello stesso tempo propone un impegno e una sintonizzazione con un mondo originario, un mondo dinamico e ricco, proprio perché concepito, in una prospettiva anche storica dentro un continuum di relazioni tra umani nelle loro diversità e non umani portatori tra loro e a loro volta di diversità per niente scontate. E’ tramite questo modo per così dire ecologico che il linguaggio poetico parte alla volta di una indagine che si insinua all’interno dell’habitat.
In questa definizione di habitat si può trovare un orientamento volto a una coabitazione dell’essere poeta e femminista dentro un linguaggio/casa in cui l’ambivalenza si fa indagine plausibile molto più che altrove. Così come nell’udire la definizione di poesia come mappa dei fallimenti, trovo molta più speranza che in ingannevoli rassicurazioni di successo o di possibile e illusorio raggiungimento di un qualche obiettivo in termini di una definizione provvisoria ma accettabile della realtà che ci circonda.
Un certo modo politico di intendere l’ecopoesia si misura con il potere che il linguaggio letterario ha di muovere da tutt’altra unità di misura stabilita. Quella della parola poetica ecologica ha come unità di misura un elemento che segna la sua differenza fondativa: l’ecosistema, come alcune e alcuni teorici dell’ecofemminismo hanno asserito. L’ecosistema è l’unità di misura della sopravvivenza come elemento che mette in relazione la percezione della nostra storia di umani, le pratiche, parole, traduzioni resistenti materialmente opponibili a qualsiasi potere e prevaricazione. La poesia dal canto suo segna, può segnare, un’estetica di quella misura che abbiamo chiamato ecosistema.
Questo frammento di discorso contrae un debito importante con il pensiero di Nasrullah Mambrol e getta idealmente le basi di uno svolgimento più articolato in cui storia, poesia, ambiente, relazioni quotidiane tra individui e degli individui con la natura si articolano e vengono comunicati globalmente attraverso il così detto landscape of fear, il paesaggio della paura, teorizzato da Peter Turchin, termine che a sua volta Turchin prende in prestito dal mondo animale come strumento di analisi sociale (e poetico/narrativa per quello che mi riguarda) attraverso il significato ecologico e di conservazione della paura. Sono stata messa sull’avviso di questa lettura relativa alla paura e al fallimento storico per così dire della lucidità, anche da una delle newsletter di MEDUSA in cui citando Turchin relativamente alle conseguenze delle guerre e carestie del Basso Medioevo, si tentava di dare una lettura ecologica, anche delle conseguenze storiche, sociali e ambientali degli stati d’animo per così dire attanagliati dall’idea della morte e dal “concetto” di lutto.
Giovedì 2 dicembre alle ore 21 presso la Biblioteca Pagliarani di Roma si svolgerà un incontro in presenza e in rete sul tema: “Fuori dal canone. Per una storia della poesia italiana delle donne”. Parteciperò all’incontro in qualità di direttivo SIL e redatrice del progetto editoriale con Elvira Federici, Loredana Magazzeni, Gabriella Musetti e Anna Toscano. Saremo in dialogo con Cetta Petrollo. Questo incontro intende fare il punto sul progetto di ricerca e compilazione del nuovo Repertorio delle poete contemporanee italiane e italofone avviato da questo Direttivo SIL nel corso dell’anno 2021, un progetto ideato da Gabriella Musetti. Altro argomento riguarderà il prossimo convegno SIL 2022 che si terrà a Viterbo dal 18 al 20 marzo, tema: Ecopoetiche, ecopolitiche. Chi volesse partecipare online può richiedere il link a societaletteratepoesia@gmail.com
Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo presentazione al Giardino dei Ciliegi con Liana Borghi e Clotide Barbarulli del 18 giugno 2021
Questo è il mio ricordo di Liana Borghi, scomparsa sabato notte. Nel riquadro al centro, nel corso di una presentazione a distanza (qui il video integrale) in cui ero davvero troppo emozionata, Liana non ha parlato mai ma c’era con Clotilde Barbarulli nell’acume delle domande e nella generosità dell’opportunità che loro mi stavano offrendo con un tipo di gratuità rarissima, di quelle che ti rimette al mondo. Oggi Anna Maria Crispino dallepagine del sito della SILscrive “forse l’idea più forte che Liana ed io avevamo in comune era la necessità che la nostra Associazione non dovesse essere una sorta di “lobby” accademica, ma un luogo di confronto e reciproca valorizzazione di studiose e appassionate. E così fu, anche se con non poche difficoltà nei primi anni per “mediare” tra differenze di interessi e collocazioni delle molte che sin dall’inizio e poi negli anni successivi si sono aggregate ad una impresa che sembrava una mission impossible. Ma è da lì che è cresciuta la SIL come associazione viva e vitale che ha appena festeggiato i suoi 25 anni”. Ieri Chiara Zanini dalle pagine di Rolling Stonericordava tra le molte altre imprese di Liana che “Anche Donna Haraway, la filosofa che più ha lavorato sul rapporto tra scienza e identità di genere, introducendo la figura del cyborg, fu tradotta da Borghi, per poi essere pubblicata da una casa editrice dalla presenza capillare come Feltrinelli, mentre le traduzioni di Paul Preciado sono diventati dei successi di Fandango”. Io avevo letto Manifesto Controsessualedi Paul Beatriz Preciado nel 2019, stupidamente senza fare caso alla traduzione che era di Liana. In una Leggendaria del novembre del 2018 mi sono accorta solo ieri grazie a Giuliana Misserville, che c’era un articolo di Liana in cui emergeva tutta la profondità del rapporto con la scrittura e i temi di Praciado che passavano per la traduzione ma definivano soprattutto l’impegno di Liana Borghi. Ormai si può frequentare regolarmente Paul Braciado su Libération e Internazionale, scriveva Liana in quell’articolo, lei frequentatrice di ben più lungo corso di quella e di molte altre letture di cui da attivista e traduttrice ha aiutato la diffusione. Spero che se ne parli più di quanto vedo in rete ora di Liana Borghi, spero che si ricostruisca e si pubblichi specialmente un itinerario che lega la traduzione, l’attivismo, la filosofia, il femminismo e la critica letteraria come indicazioni di un impegno intellettuale coltissimo e possibile ma totalmente sciolto da binari che lo limitino, lo riconducano a qualcosa di già noto e detto, che lo normalizzino.
L’autunno è arrivato decisamente portando con sé alcuni avvenimenti e temi su cui riflettere. È stato pubblicato il numero 120 deIl Segnalecon i suoi quaranta anni di pubblicazione, senza interruzioni, della rivista. Sta in quel numero così importante l’articolo cui ho fatto riferimentoquila cui traccia è stata così stimolante per me che tuttora non smetto nel mio piccolo di interrogarmi su quanto e come una scrittura possa davvero essere in grado di illustrare la realtà materiale e simbolica del vivente. Ammesso che sia questo l’obiettivo che si prefigga chi scrive, essendocene pure altri di rispettabilissimi.
È stata fissata per il 10 dicembre alle 17,30 alla Leopolda di Pisauna presentazione cui tengo moltissimo del Libro di tutti e di nessuno a cura della casa della donna che quest’anno compie i trentuno anni di attività. Quella della casa della donna di Pisa è la biblioteca di genere più importante della Toscana. Poter condividere osservazioni e dialogare con il gruppo di lettura di quella biblioteca mi onora e mi riempie di responsabilità.
Alla fine di questa stessa settimana poi avranno luogo due eventi che sento importanti per me per molti motivi. Uno a Roma e uno a Napoli. A Roma venerdì avrò il piacere di partecipare fisicamente come direttivo SIL all’importante giornata di studio su Maria Occhipinti organizzata da Serena Todesco e Gisella Modica presso la Casa delle donne di Roma qui il programma. Maria Occhipinti (1921-1996) scrittrice, comunista, poi anarchica, antesignana del femminismo, pacifista, apolide per necessità, lega il suo destino ai fatti del “non si parte” scoppiati in Sicilia nel ’45 La giornata sarà trasmessa in streaming dalla pagina facebook della Casa internazionale delle donne di Roma. Dopo la giornata aquilana organizzata da Maristella Lippolis per SIL su Laudomia Bonanni questa su Maria Occhipinti è un’altra occasione di riemersione di un profilo di donna estremamente significativo ma profondamente frainteso e ingiustamente dimenticato.
Chi era Maria Occhipinti e i fatti del “non si parte” Sicilia ’45
Era il 20 maggio 2020 e qui scrivevo durante il lockdown di due letture folgoranti che avevo appena fatto: “Femminismi futuri” a cura di Lidia Curti con Marina Vitale e Antonia Anna Ferrante (Iacobelli 2019) e Donna Haraway da Not Nero Edizioni (2019): “Chtulucene, sopravvivere su un pianeta infetto”. Due volumi imprescindibili. Domani giovedì 4 novembre a Napoli, a partire dalle 10, presso Palazzo Du Mesnil – sede del Rettorato UniOr, Via Chiatamone 61/62, un importante evento ricorderà Lidia Curti, scomparsa recentemente, e il suo profilo di intellettuale profondissima. Quiil programma dell’iniziativa a cura di Silvana Carotenuto. L’evento sarà trasmesso in streaming sul canale YouTube del CSPG – Centro Studi Postcoloniali e di Genere. A questo evento potrò partecipare purtroppo solo a distanza con un contributo scritto e pensato come scrittrice e come direttivo SIL per rappresentare il quale sono stata chiamata a partecipare. Il testo nella sua integrità è il seguente, lo riporto qui perché in queste parole credo ci sia una parte di quello che è rimasto della presenza di Lidia Curti, profonda e attentissima, anche un poco nel mio lavoro maldestro e impulsivo.
Quello di cui brevemente vi vorrei parlare è un ricordo che si lega a due saggi per mezzo dei quali ho conosciuto il modo in cui Lidia sapeva occuparsi dell’altra. Non ho avuto il privilegio di conoscerla dal vivo ma appunto solo attraverso due contributi, letti in tempi diversi, che ho reputato entrambi fondamentali per il mio percorso di scrittrice. Una volta, però, durante il primo lockdown grazie a un evento online organizzato insieme a Anna Maria Curci dedicato a Femminismi futuri. Teorie poetiche e fabulazioni (Iacobelli 2019) (credo l’ultimo libro che Lidia ha fortemente voluto insieme a Silvana e Marina, e di cui è stata tra le curatrici) ho potuto ascoltarla parlare, con tutto il trasporto che sapeva la sua passione, di un libro davvero imprescindibile. O che per lo meno lo è stato per me, in quanto acquistato e letto in formato eBook durante il primo lockdown, fortemente voluto recensire (qui e qui) e presentare anche se a distanza, ricomprato e riletto in cartaceo. E conservato infine tra i testi fondativi, per l’ampiezza tentacolare e le policromie analitiche che custodisce, capaci in concreto di suggerire una possibile prospettiva postpandemica. Cosa stupefacente se si pensa che il libro è stato pubblicato pochi mesi prima che l’emergenza COVID deflagrasse.
La prima volta invece che ho ‘letto’ Lidia è stata in un saggio compreso in un altro di quei testi fondamentali e ineludibili per una studiosa dell’opera di Elena Ferrante Dell’ambivalenza. Dinamiche della narrazione in Elena Ferrante, Julia Otsuka e Goliarda Sapienza (Iacobelli, 2016). Lidia in quel libro, con un saggio intitolato Tra presenza e assenza, immediatamente successivo a quello introduttivo di Crispino /Vitale, già individuava i cardini critici su cui molte analisi di poi si sarebbero riferite a Ferrante e alla favola novecentesca, che fu anche di Sapienza, come una sorta di altra faccia del secolo breve. Un volto cui fosse davvero impossibile attribuire un genere per via della presa di coscienza di un perturbamento di altro segno in cui il femminile si posiziona finalmente non da un concedersi ma da una decisa presa di parola su fatti privati e quindi politici dell’altra storia. Già allora l’ampiezza e il respiro della prosa critica di Lidia informavano di una prospettiva che non indicasse il ‘come’ ma la ‘libertà’ di guardare alla scrittura dell’altra inserendola nella vastità di un sapere che quando riguardava Lidia Curti, suggeriva e suggerisce profondità originalissime e ricche di inviti alla prosecuzione.
Infine proprio l’altro ieri la notizia di una perdita incolmabile per il mondo degli studi germanici, della traduzione e della poesia con la scomparsa del professor Luigi Reitani, mi ha lasciato una tristezza che non so ancora superare. La prima volta che ho incontrato Reitani era il 2014 a Verona nell’ambito del Premio Lorenzo Montano XXVIII edizione. ilPremio Speciale della Giuria “Opere Scelte – Regione Veneto” gli fu conferito nello stesso anno in cui io vinsi il Montano per la silloge inedita con Piccole estensioni. Nel 2018 poi alla Fiera di Francoforte nella veste di direttore dell’istituto italiano di cultura di Berlino moderò un indimenticabile incontro dal titolo “Napoli. Promessa o degrado, la sfida alla società civile” che riguardava anche Neapolitanische Puppen: Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante, con la direttrice del Goethe-Institut Neapel Maria Carmen Morese. Di quella mattina nel recarci con la metropolitana dall’hotel alla fiera, non parlammo dell’evento che ci attendeva ma dei vhs che i primi volumi stile libero di Einaudi proponevano, in un prima che già allora sembrava preistoria, portando in libreria, alla portata di tutti, un certo modo di intendere il teatro come quello di Marco Paolini. Poi ricordo che zoppicava perché con la famiglia era da poco tornato dalla Puglia di cui era originario, dove aveva avuto occasione di lasciarsi prendere dalla frenesia della Pizzica. L’evento alla Fiera di Francoforte andò bene, non poteva essere altrimenti, Luigi Reitani era bravissimo anche in quello.
Maria carmen Morese, Luigi Reitani, Viviana Scarinci
Il 24 settembre scorso il sito dell’Accademia della Crusca pubblica un articolo intitolato Un asterisco sul genere che avrà una notevole risonanza mediatica al punto che verrà ripreso da molti quotidiani. La maggior parte dei quali, come La Repubblica, sintetizzeranno il lungo articolo come un consiglio da parte della Crusca in questi termini: schwa e asterisco? Meglio il maschile plurale (vedi qui una buona spiegazione su tutto ciò che riguarda la genesi e l’utilizzo del simbolo della schwa).
Paolo D’Achille che scrive per il sito della prestigiosa Accademia, indica quanto sia confortante che i molti quesiti che hanno motivato la presa di posizione della Crusca fossero stati formulati secondo gli scopi più nobili, sdoganando la questione einserendola in un’universalità per così dire finalmente comprensiva e umanamente disponibile. A patto però che certe ideologie non pretendano di forzare gli usi istituzionali e standardizzati che si insegnano e si apprendono a scuola:
come sono stati formulati i quesiti, documenta una larga diffusione di atteggiamenti di civiltà, di comprensione, di disponibilità. È senz’altro giusto, e anzi lodevole, quando parliamo o scriviamo, prestare attenzione alle scelte linguistiche relative al genere, evitando ogni forma di sessismo linguistico. Ma non dobbiamo cercare o pretendere di forzare la lingua – almeno nei suoi usi istituzionali, quelli propri dello standard che si insegna e si apprende a scuola – al servizio di un’ideologia, per quanto buona questa ci possa apparire.
Colpisce che praticamente nello stesso periodo in cui la Crusca promulga il suo consiglio, cioè meno di un mese fa, imperversava e imperversa nell’ambito del panorama internazionale la scrittura sessuata (ma senza corpo) dell’italiana Elena Ferrante, attraverso discorsi per il ritiro di premi, dialoghi via email con importanti artiste di fama mondiale, film e serie tv di respiro internazionale. Al centro di ognuna di queste recentissime relazioni che Ferrante stabilisce tra la sua invisibilità e il mondo, come abbiamo visto, la mancanza del corpo femminile che si registra come autrice/marchio di produzione, è un fattore simbolico e mediatico determinante per il funzionamento in termini di comunicazionedi ogni operazione creativa e commerciale collegata al dispositivo Ferrante.
L’addensarsi dell’attenzione intorno all’utilizzo non sessista della lingua italiana colpisce anche per come la Crusca articola le sue motivazioni, rendendole con ciò di largo consumo mediatico. L’Accademia privilegia cioè, come è di sua competenza, l’ortodossia grammaticale dell’italiano standard, ponendosi però in relazione a quesiti che testimoniano istanze contemporanee tra le più cocenti e lo fa riferendosi esplicitamente a un posizionamento consigliato a istituzioni come la scuola.
In un contesto in ogni caso così densamente orientato a porsi il problema dell’utilizzo non sessista della lingua italiana, praticamente negli stessi giorni, viene pubblicato da Iacobelli in versione eBook Il primo Quaderno del Centro di documentazione internazionale Alma Sabatini (autrici: Edda Billi, fondatrice e prima presidente del Centro, Maria Rosa Cutrufelli, attuale presidente del Centro, Alessandra Pigliaru, Bianca Pomeranzi, Giulia Caminito, Laura Fortini e Sara De Simone) che ha come filo conduttore la domanda Dove batte la lingua oggi? L’ebook racconta una storia anche per così dire istituzionale più specifica e puntuale relativa all’Italia e all’italiano in cui la figura di Alma Sabatini viene analizzata a partire, come scrive Alessandra Pigliaru, dalla “sua impresa più nota ovvero Il sessismo della lingua italiana. Edito per iniziativa della presidenza del Consiglio dei ministri e della Commissione nazionale della parità tra uomo e donna, è il 1987 quando fa la sua comparsa sulla scena pubblica”. Si veda tra l’altro l’articolo di Laura Fortini in cui viene riportato il saggio incluso nel primo Quaderno del Centro di documentazione internazionale Alma Sabatini di cui è autrice la stessa, che spiega come siano molte le accademie che in questi ultimi anni hanno varato o stanno discutendo su regolamenti e indicazioni di comportamento linguistico.
A indicare anche la risonanza mediatica oltre che politica di istanze linguistiche legate alla discriminazione di genere e al sessismo insito nella lingua scritta e parlata c’è anche la felice notizia del mese di maggio di quest’anno che riguarda la modifica da parte dell’Enciclopedia Treccani della voce relativa alla definizione della parola donna. La modifica è stata resa effettiva in risposta a una lettera aperta pubblicata il marzo precedente da La Repubblica che vedeva tra le firmatarie anche Elvira Federici per il direttivo della Società Italiana delle Letterate, in cui si chiedeva di eliminare i riferimenti sessisti che compaiono nel sinonimo della parola “donna” della versione online del vocabolario Treccani.
Un libro che per me è stato particolarmente significativo quando decisi di organizzare i materiali che desideravo includere nell’edizione italiana de Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo fu sicuramente Il mondo è sessuato di Geneviève Fraisse (Nottetempo, 2019 edito in Francia nel 2016 con il titolo La sexuation du monde: Réflexions sur l’émancipation) che mi ritrovai in mano in modo del tutto fortuito una mattina che curiosavo tra i molto politicamente eterogenei volumi che la storica libreria Minerva di Piazza Fiume a Roma mette in vetrina.
Mi è stato subito chiaro perché Geneviève Fraisse poteva interessarmi per articolare un punto di vista prettamente civile e italiano su Elena Ferrante e sul linguaggio da lei usato. La lettura di Fraisse infatti mi ha offerto parallelamente un punto di vista molto ben articolato, rispetto al possibile legame che sussiste tra la fondazione di una democrazia e il percorso di inclusione delle donne nella vita pubblica del loro Paese.
Già nell’ambito del convegno che ha avuto luogo presso l’Università di Lipsia nel mese di novembre del 2019, intitolato Elena Ferrante: genealogia e archeologia del XX secolo mi ero trovata a lavorare, nella relazione che mi competeva, su una domanda credo tra le più importanti rispetto a quelle che si debba porre una studiosa di Elena Ferrante: in che modo l’opera di Ferrante è connaturata all’archeologia e alla genealogia del XX secolo? E più precisamente secondo il mio sentire: avvalendosi di quale linguaggio, di quali temi, di quali storie quella scrittura osata da Ferrante è di fatto riuscita a rendersi interprete di una genealogia e di una archeologia mancante quando si tratta di raccontare la storia delle italiane non illustri? Quale linguaggio, quali i tempi, quali sono i riferimenti di Elena Ferrante che hanno potuto rendere il particolare della marginalità femminile e sociale Italiana, così profondamente dialogante con tutto l’altro da sé, cioè tutto quel pubblico universale che si è raccolto con la sua attenzione intorno all’opera di Ferrante?
È continuando a ragionare su questo che mi è parso di rintracciare un legame tra ciò che Fraisse coglie in alcuni aspetti della storia del suo Paese, la Francia, (in cui la rivoluzione ha giocato un ruolo tanto importante quanto controverso) tra l’istituzione della repubblica e l’inclusione delle donne nel concetto di cittadinanza, e quello che diversamente potesse essere stato lo stesso processo che con esiti diseguali, e in tempi diversi, avevano intrapreso le italiane. Quanto l’opera di Ferrante ha attinto dalle politiche dei movimenti femministi italiani? Quanto costituisce una denuncia volta all’irresponsabilità che per lungo tempo il canone letterario vigente ha agito verso la possibile emersione, e perciò verso la compilazione di studi adeguati, rivolti al riconoscimento del lavoro di scrittura delle italiane?
Come riporta sinteticamente Annarosa Buttarelli nella prefazione del libro di Fraisse (p. 7- 12) il risultato dell’analisi che l’autrice compie mette in luce un aspetto su cui a monte bisognerebbe riflettere di più parlando dell’importanza storica e sociale del movimento #MeToo come movimento globale: attraverso la protesta di un corpo femminile individuale si è attuata per la prima volta da quando si parla di globalizzazione, la rivolta di un corpo femminile collettivo. E questo non è avvenuto in un contesto di nicchia, non riguarda una qualche questione che può essere liquidata come ideologica ma risulta come un fenomeno illustrato dalla realtà dei fatti. A proposito del corpo femminile collettivo come vittima materiale e simbolica in un capitolo intitolato La scrittura di Ferrante e #MeToo Tiziana de Rogatis scrive
In questo scenario, la scrittura di Ferrante ha proposto all’immaginario internazionale un’etica femminile della sopravvivenza, che è anche una risposta indiretta al tentativo di ridurre #MeToo a un movimento vittimista. Nella quadrilogia, sopravvivere significa includere l’eredità subalterna delle antenate nel presente emancipato delle figlie, far convergere la corrente violenta del matricidio nel riconoscimento della madre e della sua genealogia, rielaborare il retaggio del dominio sulle donne attraverso un modello controverso ma solido di amicizia, fondare una nuova capacità assertiva e creativa proprio sulle inevitabili fragilità e contraddizioni della vittima (T. de Rogatis, Elena Ferrante. Parole chiave, Roma, edizioni e/o, 2018 p.17-18)
È una rivolta, quella del corpo femminile globale, che ha determinato una fuoriuscita dal margine di quei saperi raccolti dall’esperienza del corpo femminile e con ciò ha reso possibile il profilarsi di un’azione di protesta diffusa e socialmente accettata che però è partita da una rottura. Ovvero da una presa di posizione che ha potuto avere luogo solo da una scelta consapevole in merito alla necessità politica di una mancanza di ortodossia rispetto alla conformità nell’ambito di pratiche accettate, per quella che è una percezione del corpo della donna avallata anche in contesti geografici e socio economici insospettabili e molto diversi tra loro.
Personalmente quello che del pensiero di Fraisse mi è soprattutto interessato è la descrizione di una origine storica del baratro che separa il corpo femminile individuale con la sua singolarità e la sua condizione precipua e irripetibile e il corpo femminile collettivo che risiede nell’immaginario di donne e uomini, nelle politiche di alcune ideologie, ma anche e soprattutto nella lingua parlata e nella lingua scritta, di cui organi illustri come l’Accademia della Crusca e l’Istituto Treccani sono riconosciuti tra i principali custodi in Italia.
Fraisse illustra già a partire dalle prime pagine del suo libro il percorso culturale di un corpo femminile in un contesto che inizia a considerarlo nella parzialità di ruoli attribuiti alle singole individualità, come quello di donna artista, scrittrice, giornalista, donna alto borghese, riconosciuti nel corso della storia francese. Questo riconoscimento appannaggio solo di alcune condizioni femminili crea un’ulteriore disparità, che in Francia ad esempio ha preso un corpo evidente con la rivoluzione. Ma non ha un motivo solo storico, un motivo che riguardi l’economia, la politica e la cultura dei singoli Paesi, è qualcosa che nasce da una condizione femminile globale subalterna molto prima che la globalità potesse essere concepita e essere definita da linguaggi totalmente all’oscuro di quella condizione, proprio perché è una condizione materiale estranea al modo in cui si sono composte e studiate le categorie del pensiero e del linguaggio universale.
In altre parole questa rassicurazione è ciò che il linguaggio vigente, cioè plurale e maschile, ci ha da sempre rifilato in merito all’esperienza di quelle singole, come riconoscimento del fatto generale che la loro scrittura, la loro arte, la loro industria, le loro politiche, le loro bellezze, la loro indipendenza potessero soddisfare l’idea dell’emancipazione di un intero genere. Questa credenza è potuta entrare nel senso comune perché non è accaduto quasi mai che diverse definizioni e analisi avessero impegnato il genio linguistico e tutelare di chi poteva essere interessato nei secoli da questa responsabilità.
Sono stati certamente tanti ma non ce ne sono stati tramandati molti, i lavori di donne impegnate nell’atto di guardare realmente alla condizione senza linguaggio in cui i corpi femminili, e tutti i corpi mancanti all’appello della realtà di un linguaggio condiviso, risultano come vittime di una subalternità invincibile.
Oggi alcuni di questi lavori sono stati tratti in salvo dall’indifferenza, dalla furia censoria, dalla derisione, dall’albagia di alcune analisi totalmente estranee alla materia cui si riferiscono, e stanno a indicare come siano soprattutto i corpi mancanti all’appello del catalogatore volto all’ortodossia, e perciò al controllo, quelle e quelli che hanno visto il loro destino determinarsi nel bene e nel male per via, a causa e in conseguenza del loro essere solo corpi senza lingua, spesso in odore di vittimismo per via delle loro lacrime, dei loro silenzi, dei loro balbettii.
immagine di Christine Wang
Dal punto di vista storico l’idea che il percorso di una sola persona fuori dal comune, scrive Fraisse, testimoniasse il riconoscimento del progresso per tutte, ha prevalso. Del resto sta nel concetto stesso di democrazia una possibile trappola che fa incorrere in questo fraintendimento: “In democrazia, l’eccezione può diventare la regola; in democrazia si sottolinea la similitudine di tutti piuttosto che le differenze categoriali; in democrazia la totalità degli esseri è teoricamente implicita (…) Ma “ognuna” è anche la persona che è solo l’”uno” singolare, senza l’obbligo di riconoscersi nella molteplicità del collettivo, mentre attinge allo stesso tempo, all’interno di questo collettivo, la possibilità di essere quell”uno” singolare” (p. 15-22).
L’assunto del libro di Fraisse è che la storia è sessuata perché la sessuazione di tutto è un fatto: “Non il fatto di una definizione della differenza sessuale, non il fatto di una categoria antropologica come la differenza dei sessi ma il fatto di una realtà politica semplice: i sessi fanno la storia.”
A chiusura del libro di Fraisse, non a caso c’è una postfazione di Luisa Muraro in cui la studiosa italiana sottolinea in modo diretto e esplicito che nei moltissimi contesti storici in cui le donne compaiono eccezionalmente o marginalmente, ciò si deve alla selezione e alla lettura dei documenti storici: “selezione e lettura che sono fatte in vista di quello che risulta memorabile e degno di essere trasmesso alle nuove generazioni”.
È con questa considerazione in riferimento a Fraisse e Muraro che o scelto di aprire Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo con il capitolo Perché il romanzo di Ferrante è politico?Infatti ho voluto ricalcare il tracciato disegnato da queste due studiose per indicare quanto sia prezioso il desiderio che l’opera di Elena Ferrante ha universalmente suscitato. Cioè quello di ricostruire tutti quegli aspetti non sufficientemente considerati, rintracciabili tra le pieghe della storia universale e della filosofia classica europea e di quella contemporanea femminista. Solo così si può comprendere meglio la difficoltà di passaggi decisivi in cui la storia delle donne ha spesso subito narrazioni molto distanti da quello che sarebbe oggi una ricostruzione accettabile, al di fuori delle importanti ricerche specifiche attuali.
Nella selezione di questi documenti che sarebbe stato così necessario conservare, quanti sono rimasti muti, sono scomparsi o sarebbero potuti essere e non sono stati? In questa cernita così decisiva quanto è stato determinante un consiglio linguistico più o meno accettato dal senso comune, come l’unica competenza accreditata a legiferare in materia di linguaggio?
Continua
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I luoghi della terra sono incomunicabili, diceva. Anche la gente. Le espressioni non collimano, non corrispondono alle nostre. Facce chiuse. Basta cambiare latitudine e un uomo non si riconosce con un altro uomo. Una specie di sentenza. Non disse che non si riconoscevano tra loro due. L’ADULTERA, p.25-26 Elliot, 2016
Ci siamo, l’11 settembre finalmente il primo importante appuntamento culturale dopo il tempo pandemico che è parso interminabile e incerto. Non che le incertezze siano finite o che la pandemia lo sia ma forse ci troviamo a una ripartenza un po’ più consapevole rispetto alle pratiche fin troppo abituali e inavvertite del tempo prepandemico.
Si tratta della giornata che la SIL dedica a Laudomia Bonanni a L’Aquila, la città in cui la scrittrice visse per metà della sua vita. L’incontro con il patrocinio del DSU si terrà presso l’Università degli studi dell’Aquila. Nel rispetto delle normative anticovid, lo spazio disponibile in sala è esaurito.
Sarà possibile seguire il seminario in diretta a partire dalle ore 9,30 collegandosi attraverso la pagina facebook della Società Italiana delle Letterate https://www.facebook.com/socletterate/.
Il video integrale del seminario sarà poi pubblicato sul canale YouTube della SIL . Qui la locandina e il programma dell’incontro. Per il pomeriggio dello stesso giorno è prevista una passeggiata letteraria nei luoghi menzionati e raccontati da Bonanni nelle sue opere.
L’occasione di questo incontro mi è particolarmente gradita. L’organizzazione tematica e logistica a cura di Maristella Lippolis (direttivo SIL) con Serena Guarracino (Università dell’Aquila e socia SIL) e Lucia Faienza (Università dell’Aquila) è di straordinaria accuratezza e interesse, perciò capace di dedicare alla memoria di Laudomia Bonanni una giornata indimenticabile e alla scrittura di questa autrice tutto il senso vitalistico e contemporaneo che la sua opera ancora racchiude.
Per quanto mi riguarda questo è il primo incontro in presenza a cui partecipo come direttivo SIL, e la possibilità di illustrare nell’ambito un mio breve contributo su Laudomia Bonanni mi riempie di entusiasmo. Su Laudomia Bonanni certamente tornerò. Con Paola Masino, Anna Banti, Alba de Céspedes, Goliarda Sapienza, Alice Ceresa (e altre italiane il cui nome è ancora sepolto o poco pronunciato) Bonanni è una delle scrittrici attraverso le quali può e deve essere ricostruita l’altra storia del nostro Paese, quella non solo letteraria, di cui secondo me in questo momento abbiamo bisogno un po’ tutte e tutti, almeno quelle e quelli di noi che cercano di guardare al futuro con un minimo di buona volontà.
Casa Internazionale delle donne di Roma FEMINISM 3 ottobre 2020Università di Lipsia Biblioteca Albertina 5 novembre 2019Francoforte di fiera con Istituto Italiano di Cultura 10 ottobre 2018
Notizia su libro
Il libro di tutti e di nessuno viene presentato in presenza alla Casa Internazionale delle Donne di Roma 3 ottobre 2020 nell’ambito Femminism3 organizzato da Società Italiana delle Letterate, Leggendaria e Letterate Magazine. Successivamente a distanza (i materiali audio e video sono disponibili su questa pagina) il 5 novembre 2020 presso la Libreria IOCISTO, il 28 aprile 2021 da Feminism 4 Fiera dell’Editoria delle Donne, il 13 giugno 2021 da Mood Italia Radio, il 18 giugno dal Giardino dei Ciliegi di Firenze.
La Ferrante ha dato voce alle donne e a Napoli. Un saggio della Scarinci descrive il ribaltamento letterario realizzato dalla misteriosa scrittrice fin dai tempi di “L’amore molesto” “I suoi sono romanzi politici che mettono al centro della narrazione l’universo femminile e guardano l’Italia attraverso la città.
Una rivoluzione letteraria con un cambiamento di prospettiva dai riflessi internazionali: ecco di che cosa è stata capace la persona celata dietro il nom de plume “Elena Ferrante”. Lo sostiene Viviana Scarinci in “Il libro di tutti e di nessuno – Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo” (Iacobelli, pagg. 213, euro 16). Vi si percorre l’universo ferrantiano dal 1992, anno d’uscita de “L’amore molesto”, fino al successo avviato nel 2011 dall’apparizione italiana del primo volume della tetralogia de “L’amica geniale”, consacrata a notorietà mondiale dal critico James Wood sul New Yorker nel 2013. Il fil rouge della rivoluzione letteraria viene qui seguito nell’intera opera, comprese le raccolte come “La frantumaglia”. E in questo saggio non si trascurano nemmeno le ipotesi sull’identità di Elena Ferrante, seguendone le tracce vere o fuorvianti disseminate nelle varie interviste.
Il perno del cambiamento ferrantiano consiste nell’aver portato al centro della ribalta letteraria il femminile, capovolgendo il paradigma dominante strutturato sul maschile. Per questo, secondo Viviana Scarinci, “il romanzo di Elena Ferrante è politico”. Il rovesciamento rivoluzionario sta nell’assunto denunciato da una filosofa come Luisa Muraro per cui “tutto ciò che è donna da sempre non è risultato memorabile e quindi degno di esser tramandato alle nuove generazioni”. Altro punto di contatto tra lo sguardo di Elena Ferrante e quello della capofila del pensiero della differenza è la centralità del materno: lo vediamo nel rapporto tra Delia e sua madre ne “L’amore molesto”, ne “La figlia oscura” ma più di tutto nel riconoscimento-rinnegamento della figura materna operato da Lenuccia de “L’amica geniale”.
Ma poi Ferrante ha un altro merito: aver portato al centro della scena narrativa una città scoperta come paradigma non solo dell’Italia: fin ne “La vita bugiarda degli adulti”, c’è un rovesciamento della prospettiva letteraria che induce a “ricominciare a guardare l’Italia attraverso Napoli”. Le storie con cui è sempre stata rappresentata letterariamente la vita italiana- di madri, figlie, famiglie, mariti, fidanzati, rancori, dispiaceri, gioie – si rispecchiano e confluiscono nell’opera di Elena Ferrante, ma in un’ottica nuova. Così, la diade di “Menzogna e sortilegio” indicata da Elsa Morante torna nelle falsità scoperte da Giovanna ne “La vita bugiarda degli adulti”, con la fascinazione esercitata su di lei dalla zia Vittoria, un po’ strega un po’ fata che smaschera le ipocrisie paterne e materne.
Anche i sentimenti sempre percorsi in forma di romanzo sono da Ferrante illuminati di luce nuova, e in una chiave napoletana universalizzante. Per esempio la vergogna sociale raccontato da Annie Ernaux torna come forte elemento narrativo nell’incontro di Lenuccia con la famiglia Airota, o nel sentimento provato da Nino durante la convivenza con Lila e tutte le volte che, descrivendo la Napoli “alta” del Vomero e quella “bassa” del Pascone, “La vita bugiarda” inscena le differenze sociali.
Il gioco del rispecchiamento letterario messo in campo da Viviana Scarinci è vario e complesso, ed ha le sue pagine più convincenti dove si riflette sui punti di contatto con l’ottica di Anna Maria Ortese. Per entrambe, in ballo c’è sempre il conflitto tra natura e ragione. “Infatti, i figli della città, e la città loro madre, vivono di una connivenza che vota il luogo a quell’apparente immobilità di Napoli sotto la quale cova un sempiterno bradisismo. Questo perché Napoli, le sue figlie e i suoi figli sono l’incarnazione di un nefasto genio bifronte”. Così definito dalla somma Ortese: “Un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni”. Ed Elena Ferrante sottoscrive.
Laura Fortini su il Manifesto del 2 ottobre 2020
PERCORSI. Due recenti volumi sull’opera dell’autrice de «L’amore molesto». Isabella Pinto firma per Mimesis un articolato saggio filosofico sulle «Poetiche e politiche della soggettività». Viviana Scarinci, per Iacobelli editore, pubblica «Il libro di tutti e di nessuno», un ritratto storico-politico. La ricezione che accoglie in modo più o meno ideologico un’opera letteraria diviene anch’essa parte della storia che la accompagna, come accadde a Elsa Morante. Le sue personagge, come per esempio Lila e Lenù, sono nomadi in cerca di «heimat», perciò protagoniste di furti l’una all’altra. E continuano ad affascinarci. Domani se ne discuterà alla Casa internazionale delle Donne di Roma con la Società Italiana delle Letterate
Al fenomeno Elena Ferrante, divenuto ormai un Global Novel sia nella veste autoriale che nell’insieme delle sue opere, si accompagna un altrettanto fenomenico proliferare di studi critici variamente appassionati ad essa, alla sua identità, alla sua opera in tutti i suoi vari aspetti, con buona pace di detrattori e detrattrici che comunque costituiscono anch’essi parte del dispositivo Ferrante. Si può infatti notare, come nel caso del dibattito che nel 1974 ebbe inizio proprio sulle pagine del manifesto su La Storia di Elsa Morante, che la ricezione che accoglie in modo più o meno ideologico un’opera letteraria diviene anch’essa parte della storia che la accompagna, non sempre nel migliore dei modi come Morante e La Storia mostrano. A riprova però della vitalità delle opere delle scrittrici in lingua italiana, il cui straordinario successo mostra una capacità di narrazione che non sembra avere uguali e lo dirò chiaramente: lo scrivo con una certa soddisfazione, perché si tratta di fenomeno che va sotto il nome Ferrante ma al quale hanno contribuito molte, moltissime scrittrici, per altro sovente evocate a volte in forma esplicita a volte in modo implicito dalla stessa Ferrante nei suoi scritti di poetica raccolti nella Frantumaglia (e/o 2003, 2016 nuova edizione ampliata).
I LIBRI di Isabella Pinto e Viviana Scarinci, il primo dedicato a Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività (Mimesis, pp. 254, euro 22), il secondo intitolato Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo (Iacobelli editore, pp. 216, euro 16), si collocano nel dibattito intorno al contributo che l’opera della scrittrice nel suo insieme dà al costituirsi di soggettività differenti nel vario scandirsi delle ondate femministe che la stessa Ferrante – qualunque sia la soggettività che abita questo nome – attraversa a più riprese nel corso del tempo, da L’amore molesto a I giorni dell’abbandono per arrivare alla tetralogia de L’amica geniale e all’ultimo romanzo in ordine cronologico La vita bugiarda degli adulti, del 2019, anch’esso oggetto d’analisi. Entrambi i libri indagano in modi diversi eppur complementari l’opera complessa che va sotto il nome di Ferrante e costituiscono tappa di un fenomeno che bene si colloca sotto il nome di Ferrante Fever, titolo del documentario del 2017: le autrici si soffermano sul tremendo delle donne così ben raffigurato nelle sue opere, le collocano in un contesto filosofico l’uno (Pinto) e storico-politico l’altro (Scarinci), a dimostrazione di quanto e come la letteratura – soprattutto quella a firma di donne – abbia una capacità di narrazione collettiva che diviene narrazione politica quasi nonostante se stessa e che molto ci interroga sulle modalità di narrazione del nostro presente.
QUELLE DI PINTO E SCARINCI sono monografie che ambiscono a riattraversare l’opera tutta ferrantiana, riletta e chiosata attraverso parole chiave a volte simili a volte dissimili, e una bibliografia critica ormai amplissima difficile da contenere e rappresentare, a partire dalle stesse recensioni stratificate nel tempo. Tra tema della cancellazione e capacità stregonesca, tra soggetto emancipato, subalterno e diasporico arrivando al postumano, le personagge di Ferrante sono nomadi in cerca di heimat e perciò protagoniste di furti l’una all’altra, che continuano ad affascinarci nelle loro antecedenti – sia nelle opere di Ferrante che di molte altre – che nelle loro contemporanee. Così come diversamente epica è la vicenda di Lila e Lenù, entrambe strenuamente impegnate nel vivere una vita diversa da quella che la storia e il sistema patriarcale assegnerebbe loro, pure con tutte le ambivalenze che ciò comporta.
Utile a questo proposito la categoria critica focalizzata dalla Società Italiana delle Letterate in un volume del 2014 a cura di Paola Bono e Bia Sarasini (Epiche. Altre imprese, altre narrazioni, Iacobelli editore) che riprende la motivazione del premio Nobel per la letteratura a Doris Lessing nel 2007, «epica cantatrice dell’esperienza femminile, che con scetticismo, ardore e potenza visionaria ha sottoposto a esame una civiltà divisa». Bene si colloca accanto a epiche cantatrici di strambe epopee come Elsa Morante, epiche invettive come quelle di Paola Masino e all’epica della gioia di Goliarda Sapienza l’epica della differenza cantata da Elena Ferrante. In entrambi i volumi, quello di Pinto e quello di Scarinci, molte pagine sono dedicate alla questione dell’autorialità di Elena Ferrante, indubbiamente uno degli elementi che ha contato nel fenomeno global novel così ben descritto da Tiziana de Rogatis nel 2018 in Elena Ferrante. Parole chiave (e/o, recensito sul manifesto il 4.10.2018).
SI TRATTA DI QUESTIONE su cui Ferrante è tornata più e più volte nel corso delle numerose interviste rilasciate nel corso di questi anni, sottolineando – e come non condividere? – che quello che conta è la letteratura, non l’autorialità. Eppure il mondo intero e anche la critica recente continua a interrogarsi su possibili attribuzioni e molto tempo e molta acribia sono stati e continuano a essere dedicati a cercare elementi di coincidenza o meno di altre autorialità con la scrittura di Elena Ferrante.
ANDREBBE INDAGATO a fondo il meccanismo a volte morboso nei confronti dell’autorialità esplicita, là dove essa sembrava tramontata nel periodo della critica strutturalista in favore dell’opera iuxta propria principia. Fin dai tempi dell’Amore molesto – e quindi dal 1992 – era chiara infatti la sottrazione a quello che nel confronto con Nicola Lagioia a conclusione della nuova edizione della Frantumaglia viene definito «il pettegolezzo letterario che di letterario non ha niente»: nelle note diffuse sull’autrice dell’allora prima romanzo si dichiarava che essa viveva appartata in un’isola del mar Egeo, in solitudine.
DISTANTE almeno quanto il mar Egeo è ancora la sua identità ma quanto di meno identitario è il nome pubblico Ferrante, all’insegna di una solitudine assai ricca di però parole scritte, le uniche alle quali giustamente consegnare il proprio profilo pubblico, lasciando a sé la vita privata. Si potrebbe così collocare Elena Ferrante in un ideale prosieguo del ciclo dedicato al genio femminile da Julia Kristeva: geniali le amiche Lila e Lenù, geniale Ferrante stessa nel rappresentarsi in modo non identitario in un tempo affamato di pulsioni identitarie e sovraniste e questo sì, ha molto della politica nel senso proprio della parola.
Silvana Carotenuto su Leggendaria 147 e in Letterate Magazine
In Genesi, genealogie, generi, e il genio. I secreti dell’archivio, Jacques Derrida celebra il dono di Hélène Cixous della sua sterminata opera critica e letteraria (l’archivio composto dalla scrittura, dalle lettere, i documenti, i taccuini, i diari dei sogni, l’inconscio, la presenza della madre Eve, la prima donna, l’evento, il risveglio, la veglia, il revenant o il fantasma) alla Biblioteca Nazionale di Francia, la BNF.1 Derrida, in verità, saluta la “Tout-puissance-autre” – La “onnipotenza-altra”, il segreto, non la cripta da rivelare ma l’alterità incondizionata al potere, oltre ogni sovranità o autorità che governi la lettura, l’altro/a che arriva, il genio – della e per la Letteratura, per la sopravvivenza e l’afterlife della letteratura creata dalla scrittrice amica e, insieme, della Letteratura in generale.
Derrida entra in dettaglio nella famiglia di parole rette dalla “g” (il nome del padre e del figlio, Georges, onnipresente nella realtà biografica e nella finzione di Cixous, ed insieme, il personaggio Gregor de Lametamorfosi di Kafka), che mette in moto e sostiene la sua lettura decostruttiva: le genesi dell’opera, le genealogie che la articolano e ne aprono l’eredità, i generi che la ibridizzano, la sostanziano e la moltiplicano, e infine, il genio (parola che, in francese come in italiano, è declinata sempre e solo al maschile, e al singolare, aprendo così la riflessione derridaiana alla questione dei generi sessuali presenti nella opera della madre dell’ecriture feminine, e anche il nome proprio come patronimico di più-di-un-genio-in-“una”,alfemminile) che la firma e la controfirma, la carezza del «genio della lingua» (31) che apre nuovi orizzonti perché sempre in eccesso su se stesso.
L’eccesso è la generosità dell’opera letteraria; è qui il dono di Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante. Un ritratto delle italiane del XX secolo di Viviana Scarinci, che ricorda il saluto di Derrida al genio di Cixous costituendosi come un testo che, allo stesso modo, pur nella propria differenza, celebra le genesi, le genealogie, i generi e il genio “femminile” dell’opera (di “tutti e di nessuno”, se esso costituisce il “terzo libro” creato dall’immaginario collettivo delle lettrici e dei lettori) di Elena Ferrante – con la generosità che contraddistingue l’autrice e la sua interprete.
Le genesi
Sono effettivamente plurali le genesi dell’opera di Ferrante. Il debutto avviene nel 1992, un anno determinante per le vicende storiche, sociali e culturali dell’Italia datando la vicenda Gladio, l’emergere di Tangentopoli, l’uccisione di Falcone e Borsellino, la nascita della Lega, la pubblicazione di Petrolio di Pasolini. Nei confronti di questo contesto nazionale specifico, Ferrante compie un’altrettanta specifica scelta di campo, ponendo al centro del suo universo narrativo l’invenzione del “dispositivo finzionale” ospitale di una donna, in realtà, molte donne poste sullo sfondo di una Napoli-matrice, dove è possibile andare alla ricerca della madre, ricordare la molestia di un amore e, forse, anche costituirsi quale “soggetto” diverso.
Per Scarinci, L’amore molesto segna l’inizio politico del romanzo del “trauma”, la discesa individuale in una affettività negata, lo scontro con la brutalità di uno status quo determinato, gestito e manipolato dal maschile, dal patriarcato e dal potere. L’inizio segna l’indagine conoscitiva spinta dalla pulsione della “individuazione femminile”, che è la lotta strenua ad originare una “dicibilità” e una “visibilità” in un mondo – privato e pubblico – che rimanda il momento storico del riconoscimento della differenza femminile, creando intorno a essa il “vuoto” – che è, probabilmente, e forse polemicamente, incarnato dall’assenza voluta e ricercata di Ferrante dallo spazio pubblico se non tramite la sua scrittura.
Il romanzo del “trauma” continua ne I giorni dell’abbandono del 2002 e La figlia oscura del 2006, per arrivare, passando attraverso la fiaba La spiaggia di notte del 2007 e il ritorno de La frantumaglia (2003/2016), alla tetralogia de L’amica geniale, che nasce nel 2011 e si conclude nel 2015 (per estendersi, ancora, in L’invenzione occasionale, e infine, in La vita bugiarda degliadulti, entrambi apparsi nel 2019). Con la tetralogia, scrive Scarinci, il “dispositivo” è pronto per imporsi a un pubblico vasto; i meccanismi dell’identificazione sono stati esposti, mirati e costruiti per rendersi globali; il “terzo libro” della collettività condivisa – creato dalla penna autoriale e, insieme, dall’immaginazione di chi legge – è scritto e viene pubblicato con immenso successo di critica e di readership. Per dare conto di quanto interesse quest’opera abbia suscitato nel mondo, in particolare negli Stati Uniti ma, considerate le traduzioni e l’eco editoriale, consacrati sull’intero pianeta, Scarinci studia e pensa insieme all’immenso archivio di articoli, recensioni, interventi, dibattiti nazionali (il riferimento, a livello italiano, va a Luisa Muraro, a Elsa Morante e a Umberto Eco, in termini generali) e internazionali che si sono sviluppati intorno alla pubblicazione della tetralogia: il testo di Scarinci diviene così esso stesso l’“archivio” della produzione dell’ “archivio Ferrante”.
Il cambiamento
Ciò che importa è che l’opera segna il cambiamento nella poetica della scrittrice che, dopo l’intimismo dei primi tre romanzi, è qui alle prese con la relazione tra le donne, le due amiche nel quartiere Luzzati che funge da microcosmo degli incontri, delle aspirazioni, dei percorsi condivisi, speculari doppi e diversi, che narrano una parabola universale. Tramite la relazione, e sullo sfondo del luogo simbolico e metonimico di una generazione storicamente ben definita, si dipanano le dinamiche della crescita, le manipolazioni, gli amori (prevalentemente sotto l’egida delle convenzioni sociali), i matrimoni (fallimentari, il che non sorprende, se si pensa alla conquista popolare del divorzio degli anni Settanta), i destini e i futuri – del e al “femminile”.
La lingua di Ferrante comunica le vicende vissute – autobiograficamente, ma solo perché innervate di materiali conosciuti direttamente dalla scrittrice, e, per ciò, esponibili ed esposti alla condivisione e alla comunicabilità. L’infanzia, la maturazione, i risultati esistenziali e, insieme, le vicende dell’istruzione, del potere, le norme e i ricordi: Ferrante passa dal piano individuale a quello collettivo-mondiale. Il contraltare dell’euforia del secondo dopoguerra si costruisce sulle avventure – i percorsi, i cammini, le “frantumaglie”, le “smarginature”, le “vigenze”, le “incoerenze” (Scarinci dedica grande attenzione al ruolo di questi istanti di “non-senso” in Ferrante, che tentano di dire veramente la questione dell’eredità materna, l’identità fratturata, e la realtà negata al e del femminile) – e sulle metonimie del dispositivo creativo, riempiendo, infine, lo spazio “vuoto” col desiderio delle donne.
Donne che sono nell’ “ambivalenza” – come risposta “non-ideologica” alle forme “ideologiche” che può aver assunto il femminismo italiano (qui il riferimento va all’interessante volume curato da A.M. Crispino e M. Vitale, Dell’ambivalenza. Dinamiche della narrazione in Elena Ferrante, Julie Otsuke e Goliarda Sapienza).
Insieme all’ambivalenza, Scarinci cita la “vergogna sociale” (in relazione a Lavergogna di Annie Ernaux), sottolineando come esse nascono al reale, si generano autonomamente nella Letteratura, costruiscono genealogie alternative (per Ferrante, il cuore della sua poetica pulsa insieme a Anna Maria Ortese), piegano i generi (la favola, il territorio flegreo, il mitico Vesuvio, il mitologico Averno, la saga, il Bildungsroman, il romanzo stesso, i Neapolitan Novels) al dinamismo della condivisione, concentrandosi, infine, sul genio o sulla “brillantezza” (al femminile) dell’amicizia.
L’angelo-demone, il dono o genio della relazione: il “libro di tutti e di nessuno” è finito (in realtà, La vita bugiarda degli adulti è una opera tanto palpitante e vicina che, pur arrivando per ultima, apre o ri-apre l’interpretazione-in-progress di Scarinci a un ulteriore giro di vite che illumina nuovamente, à nouveau, gli esiti della scrittura di Ferrante, che ora si concentrerebbe sul meccanismo della “verità” storica, che è insieme individuale e collettiva).
In conclusione, mi chiedo se, in realtà, questa fine non possa aprire il dibattito a una condivisione del genio non solo tra i personaggi dell’opera di Ferrante, ma anche nella relazione tra colei che interpreta e colei che legge qui la sua generosa interpretazione. Ad un certo punto della sua analisi, Scarinci dice che il genio è ciò che stimola, che mette in atto la trasformazione, «che ispira grandi opere e guasta passo passo ogni certezza». Vorrei interpretare per un istante io stessa questo demone, la genialità dell’altra, chiedendo, dall’interno della nostra recente ma intensa relazione di amicizia, a Viviana alcune cose:
La lingua: Virginia Woolf, Ingeborg Bachmann, Clarice Lispector e prima, e insieme a loro, Anna Maria Ortese (per non parlare, in campo filosofico, di Luce Irigaray), hanno avvertito ed esperito la “pulsione dall’individuazione” solo e sempre all’interno della scrittura, tramite la sperimentazione di una lingua che mai ha potuto o voluto semplificarsi al fine di condividersi. Per queste scrittrici, preziose generatrici di pensiero femminile, mi sembra che l’individuazione sia sempre e solo passata attraverso l’invenzione di un’altra lingua, una lingua che non si piega ai dettami della comunicabilità in termini di convenzioni, norme, strutture, o conformità d’espressione. Sarà il ritorno di una logica arcaica, ma giusta: non esistono contenuti nuovi se non veicolati da una nuova forma.
La popolarità, il superamento della dialettica cultura alta/cultura popolare, il margine vissuto come chance e rivendicato come potenza di condivisione, tra le donne, con l’umano, l’altro dall’umano, oltre l’umano, impegnano, secondo l’eredità e la filiazione della sperimentazione femminile, all’immanenza di pratiche innovative col corpo stesso della scrittura. Era ciò che, personalmente, trovavo e amavo nei romanzi di Ferrante che Viviana definisce del “trauma”, chiedendomi perché questa indagine, che era, anche e soprattutto, l’analisi militante del trauma della lingua stessa, sia rimasto al riparo delle ingerenze dell’editoria mondiale, che invece hanno “scoperto” e “venduto” con tanto guadagno, la Saga di Ferrante…
L’assenza: mi ritorna qui in mente Emily Dickinson, la donna minuta, vestita di bianco, solitariamente dimorante nel perimento della sua stanza con finestra, comunicando con il mondo tramite la poesia, e con le lettere passate nel segreto, indecidibile e indicibile, “geniale”, del riserbo, oltre ogni spettacolarizzazione. ll ricordo e la forza del suo enigma lirico mi aiutano a difendermi dal noise assillante e invasivo del “caso” Ferrante…
La condivisione: per il demone che interpreto, è qui in gioco l’ultimo e forse il più importante tratto della “differenza”. Se il presente ha sancito la capacità del “dispositivo Ferrante” di rappresentare l’individuazione comune al femminile che, in realtà, ancora oggi fa ancora fatica ad accedere alla visibilità e alla dicibilità privata e pubblica (attirando a sé, letalmente, sempre più violenza e aggressività), si potrà mai rivendicare una “singolarità” che egualmente appartiene a una generazione di donne che non possono condividere in nessun modo i percorsi dei personaggi femminili di Ferrante?
Sono nata nel 1959, nei pressi di Napoli, da una madre di famiglia contadina, povera e solidale, affettuosa e premurosa. Mia madre era una donna libera, intelligente e forte; mi ha insegnato il senso della giustizia e del rispetto. Anche lei migrata nella cultura nazionale urbana, anche lei sposa per amore e libera per disamore, non ha mai sentito e vissuto il rancore, il risentimento o il pregiudizio storico e culturale (se lo ha fatto, ha lottato una vita per superarlo) ma, da essere libero e solo, ha sostenuto indefessamente la mia curiosità intellettiva, la mia “istruzione”. Non ho conosciuto violenza da mio padre – certamente euforico per il boom culturale degli anni Sessanta, e così aderente al mito del “vitellone” da perdere progressivamente ogni fascino e affezione… Potrei continuare la mia saga – che è sicuramente meno geniale di quella di Ferrante ma che appare, alla consapevolezza della mia vita, sempre irrequieta e insofferente a conformarsi alla “tipizzazione”.
Che spazio offre il “dispositivo Ferrante” all’altra da sé? Che interesse può avere a tipizzare ciò che non può e non vuole esserlo? Quale visibilità propone se la sua individuazione si associa allo stereotipo, e alla devastante malinconia che lo stereotipo porta con sé? La serie televisiva, ancor più che il romanzo, a me si rilevava impossibile da guardare e da ascoltare; che lingua era quella? Perché risuonava così falsa? E perché proprio da Napoli doveva inviarsi al mondo quel tono malinconico, triste, affannato, così imbalsamato, rigido e severo, addirittura da “cattivo auspicio”? Le donne che ho amato e amo nella letteratura e nella vita, sono benedette dalla jouissance, insofferenti al suo dialettico e destinale opposto, il “sole nero” che ha impegnato Julia Kristeva in un’opera magistrale per la liberazione delle donne, ma che certo non ne indica l’irremovibilità e/o la condivisione globale….
E perché, questa “insormontabile malinconia” condivisa dalle donne del globo, è così dolorosamente associata, all’interno della Tetralogia, alla scrittura stessa, al Libro, che, invece e diversamente, come mi hanno insegnato le dee della differenza sessuale, vola/ruba in singolarità e in differenza, facendosi progetto totale, già e sempre, inscritto nella vita delle donne avvenuta prima di ogni genesi, e sempre futura, ancora a-venire… ?
Quanti passi il genio vorrebbe ancora percorrere, forse un po’ provocatoriamente a mettere in discussione ogni certezza… Rimane, infine, l’evocazione di Derrida che, parlando della Tout-puissance-autre della Letteratura, conclude affermando che il genio è ciò che accade – contro, oltre, fuori da, e in rottura con ogni omogeneità familiare genetica, generazionale, e genetica, costituendo il gettito imprevedibile e incontrollabile di ciò che arriva a portare con sé la mutazione e la discontinuità, l’imprevedibilità e la contingenza:
Geniale non è un soggetto, né un soggetto immaginario, né un soggetto della legge o del simbolico, un soggetto possibile, ma ciò che succede […] Geniale è l’unicità di una arrivance impossibile alla quale ci si indirizza, che non è che l’improbabile destinazione dell’indirizzo – e è sempre “tu”… (p. 91)
Grazie per l’arrivo della tua generosità, Viviana.
1. J. Derrida, Genèses, généalogies, genres, et le gènie. Les secrets de l’archive, Paris, Galilée, 2003 (mia traduzione).
Su Mangialibri una recensione di Andrea Pozzali aprile 2021
Cosa si nasconde dietro il successo di un’autrice che, con la sola forza della sua scrittura, è riuscita a occupare un posto di primissimo piano nel panorama italiano e internazionale? Un’autrice che ha volutamente posto al centro del suo lavoro il tema della marginalità, che ha saputo rivisitare in modo del tutto originale una città come Napoli facendo di essa, al di là di ogni facile tentazione folcloristica, il simbolo di una condizione che riesce a colpire i lettori di tutti i luoghi del mondo? Un’autrice che parla di donne “come nessuno ha saputo fare prima”, accendendo i riflettori “su un vuoto che urlava da tempo il bisogno di essere colmato” e gettando le basi “di una concezione nuova di approccio all’esperienza di genere” in grado di superare i limiti stessi degli studi femministi? Una scrittrice “riconosciuta a livello internazionale come un’artista capace di un’influenza globale a tutti gli effetti, pur senza essersi mai presentata in forma corporea ed esprimendo la propria soggettività esclusivamente attraverso la parola scritta”?
La figura di Elena Ferrante si è imposta all’attenzione di pubblico e critica fin dal suo esordio nel 1992 con il romanzo L’amore molesto, oggetto anche di una riduzione cinematografica ad opera di Mario Martone. Il grande successo è poi arrivato nel 2011 con L’amica geniale, primo volume di una tetralogia a cui hanno fatto seguito Storia del nuovo cognome (2012), Storia di chi fugge e di chi resta (2013) e Storia della bambina perduta (2014). Libri tradotti in più di cinquanta Paesi e che hanno venduto milioni di copie, opere di una scrittrice per certi versi “misteriosa”, che ha sempre protetto il suo anonimato, facendo sorgere anche tesi discordanti in merito alla sua reale identità. Una scrittrice che nel 2016 ha avuto l’onore di essere inserita da “Time” nella lista delle 100 persone più influenti al mondo, a riprova di un successo in grado di andare ben oltre i confini nazionali. In questo Il libro di tutti e di nessuno Viviana Scarinci ripercorre tutte le tappe del percorso autoriale della Ferrante, prendendo in considerazione non solo i romanzi ma anche le interviste e i saggi contenuti nel volume La frantumaglia. Il libro analizza i temi fondamentali della narrativa della Ferrante, mettendo in luce il rapporto simbiotico dell’autrice con Napoli e l’influenza di scrittrici come Elsa Morante e Anna Maria Ortese, oltre a sottolineare la centralità delle figure femminili, colte nel loro difficile processo di emancipazione da una società nella quale il potere degli uomini è ancora predominante. Per chi ama i romanzi della Ferrante è un libro da consigliare, coloro che non conoscono le opere di questa scrittrice rischiano di perdersi in questo saggio così denso e appassionato.
Su Leggere donna una recensione di Mariana Vitale aprile 2021
Nel 2020 la SIL, Società Italiana delle Letterate, ha fatto la scelta arguta di rintuzzare con un punto interrogativo questa perdurante condanna all’invisibilità, intitolando “Invisibili?” il proprio convegno, la cui prima sessione era dedicata alla presentazione di due monografie appena uscite: Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività, di Isabella Pinto (Mimesis) e Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo, di Viviana Scarinci (Iacobelli)” (…) Scarinci, dichiara fin dal sottotitolo la volontà di delineare «un ritratto delle italiane del XX secolo», e lo fa scrupolosamente, come quando traccia la mappa urbanistico-sociologica di una «città di sopra» e di una «città di sotto» che sottende le aspirazioni e i cambiamenti di status che sono raccontati in tutti i romanzi, e che si attaglia alla città di Napoli, ma anche a un panorama dell’anima. Ma ci regala soprattutto una modalità di scrittura coinvolgente e poetica, quasi mimetica rispetto a certe caratteristiche della scrittura di Ferrante che spalanca spaccati di trascendenza avvicinabili ai woolfiani “momenti di essere”, facendoci «affacciare sul tremendo»”
Su L’adigetto una recensione di Luciana Grillo del 10 dicembre 2020
Storie di donne, letteratura di genere. Un saggio che descrive l’intera produzione dell’autrice
Chi ha letto i romanzi di Elena Ferrante non può non avvicinarsi con curiosità a questo saggio che non soltanto racconta l’intera produzione dell’autrice, ma ne spiega i rapporti con la cultura internazionale e ne descrive i successi, operando confronti, ad esempio con Virginia Woolf, e recuperando brani di interviste e di articoli della misteriosa scrittrice. Il grande successo arriva poco dopo la pubblicazione del primo dei quattro romanzi, «L’amica geniale», velocemente tradotto e pubblicato all’estero, e degli altri che seguiranno tra il 2011 e il 2015. La fama letteraria e mediatica di Ferrante si diffonde a livello internazionale, mentre solo un anno dopo Time inserisce la scrittrice fra i 100 personaggi più influenti dell’anno. A quel punto, tanti studiosi si interrogano su un successo così rapido, coronato infine dalla fiction «che allargherà a dismisura il pubblico di Elena Ferrante aggiungendo a quello dei suoi lettori, il numero sterminato dei fruitori delle serie televisive». Scarinci segue il lungo fil rouge che ha tessuto l’autrice, partendo dai suoi primi scritti fino a «La vita bugiarda degli adulti», considera che sempre si incontrano ambienti umani e sociali assai diversi fra loro – basti pensare al binomio Greco-Airota nella quadrilogia e alla città di sopra e di sotto, ad Andrea, il migliore, e a sua sorella Vittoria, la peggiore nell’ultimo lavoro, – esamina il contesto storico in cui si sviluppano le storie, ritrova fra le pagine il boom economico, l’evoluzione del matrimonio, i problemi legati all’istruzione, alla migrazione, alla marginalizzazione, ecc . E non trascura la letteratura di genere, a partire dal 1700 e venendo via via incontro al ’900, quando finalmente le lettrici «compiono un significativo progresso di consapevolezza grazie alla novità assoluta costituita dal racconto di autrici donne che parlano dalla parte delle donne». Dunque Neera, la Marchesa Colombi, Matilde Serao sono in qualche modo le apripista, non autrici di diari nascosti agli occhi degli uomini, ma «coscienti del loro ruolo privilegiato innanzi tutto perché scrivono per professione e il loro è un lavoro retribuito». Da queste scrittrici parte Ferrante, non a caso l’amicizia tra Lila e Lenuccia nasce grazie al romanzo Piccole donne… e poi riprende Anna Maria Ortese e le sue folle di personaggi, ricorda Elsa Morante, ammette l’uso del dialetto sapendo che «nella visceralità della propria lingua sta annidata tutta la furia e la quiescenza di cui un individuo e un popolo possano dirsi eredi», immerge «lettrici e lettori in una totalità ipotetica del vissuto sociale composta soprattutto dai violenti attriti, dagli ostacoli, dai congelamenti e dalle retromarce che le donne non solo italiane hanno vissuto quotidianamente dal momento in cui hanno iniziato il loro cammino verso il perseguimento di un percorso di autonomia». Altro personaggio a cui Ferrante fa riferimento è Didone, «che soccombe perché simboleggia la donna abbandonata… figura chiave, tanto che l’autrice la usa per mettere in relazione la donna e la città», mentre Scarinci ci riporta, oltre che a Virginia Woolf, a Umberto Eco, a Sylvia Plath, a Silvia Vegetti Finzi, fino a Thomas Mann e a Goethe. Dunque, per 210 pagine, viviamo seguendo i romanzi di Elena Ferrante, ci immedesimiamo nelle vicende, condividiamo i pensieri delle protagoniste, almeno di alcune. Chi non si è mai posta una domanda come quella che Lenuccia pone a se stessa, dopo l’incontro fra la sua famiglia di origine, proletaria e caotica, e quella di suo marito Pietro, una famiglia atea, socialista, simbolo di cultura e di lotta per la giustizia sociale? Eccola, la domanda che prova la realistica incertezza esistenziale della scrittrice (il cui libro è stato pubblicato solo «grazie all’intervento della suocera»): «Ciascuno si portava nel corpo i suoi antenati. Come sarebbe andato il nostro matrimonio? Cosa mi aspettava? Le affinità sarebbero prevalse sulle differenze?».
Su Teatri e culture una recensione di Elide Apice 14 dicembre 2020
Sono tanti gli appassionati e le appassionate delle parole di Elena Ferrante e “Il libro di tutti e di nessuno” di Viviana Scarinci ( Iacobelli editori) prova a dare risposte alle infinite domande che i lettori e le lettrici si sono poste riguardo ai temi trattati e anche rispetto all’identità sempre celata dell’autrice. Una scrittrice dal meritato successo non solo in Italia, ma a livello mondiale che pone Elena Ferrante tra le narratrici più famose in assoluto. Viviana Scarinci accompagna i lettori in un lungo percorso di conoscenza di Elena Ferrante fin dal suo esordio e naturalmente attraverso la arcinota tetralogia dell’Amica geniale. In tutti i testi di Elena Ferrante l’eterna lotta sociale, la voglia di cambiamento, l’impossibilità di un cambiamento per la necessità di restare legati alla propria estrazione sociale e al proprio luogo con uno sguardo attento alla società a ai suoi mille problemi. Libri nei quali sono palesi i riferimenti a un certo tipo di narrazione di genere, protagoniste le donne. Un libro, questo della Scarinci, molto articolato, apparentemente complesso, ma decisamente fruibile, soprattutto a chi ha letto la produzione della Ferrante, ricco di citazioni letterarie e naturalmente aperto a diversi spunti di riflessione su un tipo di narrazione che mette al centro le donne. Tanto si è detto della “invisibilità”, della Ferrante, una scelta, secondo la saggista, che crea un vuoto che viene riempito dalle donne protagoniste dei suoi romanzi, assunte ad esempio delle vessazioni subite dalle donne nel corso dei secoli. Per tutte, violenze psicologiche e non solo dettate dalle convenzioni sociali e quindi familiari che hanno sempre impedito alle donne di esprimersi secondo le proprie volontà, di scegliersi il partner giusto, obbligate a obbedire tacendo e solo per una questione di genere.
Su Vitamine Vaganti una recensione di Sara Marsico 7 novembre 2020
«Il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell’una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell’altra.» Elena Ferrante (da Storia del nuovo cognome)
Il libro di tutti e di nessuno – Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo di Viviana Scarinci è un testo «ad alta densità di conoscenza ma di forte leggibilità», come recita l’apertura della collana Workshop diretta da Anna Maria Crispino ed edita da Jacobelli. L’autrice ci accompagna in un percorso, ricco di citazioni, collegamenti letterari e filosofici, spunti di riflessione e recensioni e ci avvicina alla scrittrice che ha fatto dell’invisibilità la sua caratteristica principale. Credo che, dopo aver letto questo libro, ne capiranno le ragioni anche le persone più scettiche di fronte ad un successo tanto grande, avvenuto, come spesso accade, prima all’estero e poi in Italia. Checché se ne pensi, l’opera dell’autrice invisibile è già stata tradotta in cinquanta Paesi ed ha venduto dodici milioni di copie in tutto il mondo, contribuendo a portare l’Italia all’interno di un discorso globale sulla centralità delle donne. La fama di Ferrante arriva con l’uscita della prima parte della saga L’amica geniale, nel 2011. Il ” Time” la inserisce tra i 100 personaggi più influenti dell’anno 2016. L’“effetto Ferrante” sarà tale da far schizzare i libri scritti da donne tra la metà dei venti migliori best seller italiani nella narrativa. Chi recensisce questo libro di Scarinci è un’appassionata lettrice dell’autrice napoletana, e vi ha trovato spunti interessanti anche per i/le non addette ai lavori come lei. «Il romanzo di Ferrante è politico» ha dichiarato il regista Saverio Costanzo in occasione della presentazione della fiction di L’amica geniale, alla cui sceneggiatura ha partecipato la stessa autrice, e politica la scrittura di Ferrante indubbiamente la è, perché in grado di trasmettere contenuti politici molto più di un’ideologia. Il romanzo dell’autrice è politico «soprattutto perché segna un approdo a un modo di raccontare il femminile in una totalità che esiste da sempre, senza prevedere la centralità del femminile» (G. Fraisse, Il mondo è sessuato. Femminismo e altre sovversioni). Nella tetralogia di L’amica geniale temi come, tra i tanti, il potere dell’istruzione e della scuola negli anni Cinquanta o il matrimonio come mezzo per compiere una scalata sociale o professionale sono trattati attraverso il racconto della vita delle due amiche, Lila e Lenuccia, che si rispecchiano una nell’altra, e di quelle dei tanti personaggi di contorno, che vivono nel “Rione” di Napoli. In questi libri si racconta una genealogia femminile, partendo da un periodo, il secondo dopoguerra, in cui le vicende femminili non erano degne di essere tramandate alle nuove generazioni. Il romanzo di Ferrante è politico e contemporaneo anche perché «qui più che altrove, il margine è inteso come il luogo più popoloso e interessante del mondo». Insieme all’autenticità e all’invisibilità, la cifra che accompagna i romanzi ferrantiani è certamente l’ambivalenza: «Ma è pur vero che nell’ammirazione tra donne, l’ammirazione per l’altra può diventare affetto e amore, ma anche generare invidia e competizione […] in quella ricerca di identità che ha contrassegnato il Novecento, il rapporto a due (o a molte), tra donne, ci pare si giochi spesso in un rimbalzo continuo di rispecchiamenti e prese di distanza che investe le diverse forme di amicizia, le relazioni amorose e sessuali, le pratiche condivise dell’agire politico». Scarinci, grande conoscitrice di Ferrante, ne esamina l’intera produzione letteraria e saggistica, da L’amore molesto, La figlia oscura, I giorni dell’abbandono fino a La vita bugiarda degli adulti, sviscerandone le tematiche più importanti e i collegamenti con le madri letterarie e filosofiche, oltre alla sua conoscenza profonda del femminismo e della storia delle donne. Poche sono le informazioni in nostro possesso su Ferrante e molte discendono da quella che Scarinci chiama La nuova frantumaglia, unlibro di quasi quattrocento pagine che ripubblica ed amplia il numero di materiali inediti e materiali diffusi dalla stampa internazionale fino ad aprile 2016. Non importa in questa sede raccontare su chi si siano focalizzati i sospetti sull’identità di Ferrante dopo un articolo di “Il Sole 24 ore” che ne svelava l’identità. È indubbio che, nel dibattito che ne è seguito, con toni e parole spesso misogine e sessiste, il grande assente è stato il corpo della scrittrice, con una scelta voluta da lei stessa, quasi a confermare l’invisibilità del femminile sia nella società che nel romanzo. L’autrice del libro lo dice in modo superlativo: «Elena Ferrante ci parla di donne come nessuno ha saputo fare prima. Attraverso la propria immagine mancante ha infatti acceso i riflettori su un vuoto che urlava da tempo il bisogno di essere colmato. L’assenza dell’autrice come corpo e come identità femminile non è da considerarsi un elemento esterno al romanzo di Elena Ferrante ma è posto nell’ambito del dispositivo rappresentato da tutto ciò che concerne questa autrice, a segnalare una mancanza che investe in larga misura sia la società che lo statuto del romanzo». In un’intervista riportata dalla saggista blogger la scrittrice, che ha scelto Napoli come ambientazione dei suoi libri e Anna Maria Ortese come riferimento culturale importante, confessa che quello che ha scritto ha avuto su di lei una portata emotiva talmente forte da spingerla a ritrovare l’integrità perduta solo attraverso il rifiuto radicale nei confronti delle manifestazioni e degli incontri pubblici in cui si presentavano i suoi romanzi. Ferrante, attraverso le storie che racconta e significativamente attraverso L’amica geniale, riesce a far percepire ai lettori e alle lettrici contemporanee le violenze, non solo psicologiche, inflitte alle donne negli anni in cui le trame dei libri si svolgono, i forti condizionamenti sociali e culturali, la difficoltà di scegliere il loro destino, un rapporto con gli uomini complesso e difficile, l’emergere del femminismo e delle riflessioni tra donne che l’unica rivoluzione nonviolenta del Novecento, il femminismo appunto, ha provocato. Imprescindibile, per chi si accosta alla saga del Rione, la citazione di una pensatrice femminista visionaria, fondamentale per capire che cosa sono il patriarcato e il potere maschile nella descrizione della realtà e nel nominare il mondo. Mi piace ricordarle, insieme alla riflessione di una Elena Greco, ormai diventata donna. «Sputare su Hegel. Sputare sulla cultura degli uomini, sputare su Marx, su Engels, su Lenin. E sul materialismo storico. E su Freud. E sulla psicanalisi e l’invidia del pene. E sul matrimonio e la famiglia. E sul nazismo, sullo stalinismo, sul terrorismo. E sulla guerra. E sulla lotta di classe. E sulla dittatura del proletariato. E sul socialismo. E sul comunismo. E sulla trappola dell’uguaglianza. E su tutte le manifestazioni della cultura patriarcale. E su tutte le forme organizzative. Opporsi alla dispersione delle intelligenze femminili. Deculturalizzarsi. Disacculturarsi a partire dalla maternità, non dare figli a nessuno. Sbarazzarsi della dialettica servo-padrone. Strapparsi dal cervello l’inferiorità. Restituirsi a sé stesse. Non avere antitesi. Muoversi su un altro piano in nome della propria differenza. L’universalità non libera le donne ma perfeziona la loro repressione. Contro la saggezza. Mentre i maschi si danno a imprese spaziali, la vita per le femmine su questo pianeta deve ancora cominciare. La donna è l’altra faccia della terra. La donna è il Soggetto Imprevisto. Liberarsi dalla sottomissione, qui, ora, in questo presente. L’autrice di quelle pagine si chiamava Carla Lonzi. Com’è possibile, mi dissi, che una donna sappia pensare così? Ho faticato così tanto sui libri.» Oltre a Lonzi, Scarinci ci ricorda i riferimenti filosofici di Ferrante: Shulamith Firestone, Luce Irigaray, Adriana Cavarero, Elena Gagliasso, Donna Haraway, Judith Butler, Rosi Braidotti, Luisa Muraro. Tra quelli letterari, Morante di Menzogna e sortilegio, oltre a Ortese di Il mare non bagna Napoli. Quelli della scrittrice invisibile sono romanzi di genere che, attraverso la conoscenza approfondita della cultura, della filosofia e della storia delle donne del suo tempo, la portano a veicolare saperi filosofici, psicologici e sociali relativi al femminile ancora non metabolizzati socialmente, che però hanno saputo catturare lettrici e lettori in tutto il mondo. Soprattutto le lettrici hanno potuto trovare nei suoi testi gli strumenti per acquisire una maggiore consapevolezza dei loro ruoli di mogli, figlie, madri e ad «addentrarsi in un percorso difficoltoso ma necessario verso l’individuazione della loro soggettività in senso civico». Il denso e ricco testo su Ferrante scandaglia tutti i suoi scritti e ci introduce ad alcuni termini, come la Frantumaglia o la Smarginatura di Lila e non solo, che sono di un interesse estremo per comprendere la sensazione di incompletezza provata dalle donne in un mondo in cui sono a disagio perché fanno fatica a riconoscervisi, un mondo che non è stato pensato da loro e per loro, in cui si percepiscono come soggetti mancanti nella cerchia familiare, professionale, affettiva, sociale. Anche la parte sulla trascendenza merita una lettura approfondita, come quella che ci illustra il suo interesse per la figura di Didone, che ci richiama Una donna spezzata di Simone di Beauvoir. «Sembra un tema abbastanza screditato, ma in realtà è la tematica più crudelmente posta dalle esistenze femminili. – scriverà” la scrittrice nascosta” in una lettera a Goffredo Fofi – La perdita dell’amore è una falla, causa un vuoto di senso. La città senza amore è una città ingiusta e crudele.» Il saggio di Scarinci, poeta e saggista, è accurato e profondo e costituisce una lettura fondamentale per comprendere appieno i testi della scrittrice invisibile, che ha saputo affascinare cittadine e cittadini globali iperconnessi di tutto il mondo, raccontando molto dell’identità di ciascuno di loro. Estremamente interessanti, anche se più complessi, sono i capitoli intitolati al concetto di trascendenza e alla sospensione dell’incredulità, utilissimo, quest’ultimo, per capire il presente della società della spettacolarizzazione. Anche il capitolo sulla questione del potere è ricco di spunti preziosi di discussione. Il titolo del numero 30 della collana Workshop prende spunto da una dichiarazione della scrittrice invisibile: «Tra il libro che va in stampa e il libro che i lettori acquistano c’è sempre un terzo libro, un libro dove accanto alle frasi scritte ci sono quelle che abbiamo immaginato di scrivere, accanto alle frasi che i lettori leggono ci sono le frasi che hanno immaginato di leggere» (Elena Ferrante Il libro di nessuno, 2005). Il saggio di Scarinci finisce infatti così, con queste parole: «Qui finisce il libro, ma non finisce qui…» lasciando una riga tratteggiata a disposizione di chi lo ha letto e vuole continuare a scrivere le sue riflessioni. Tra i romanzi di Ferrante la saga di L’amica geniale, in particolare, è stato per noi che l’abbiamo incontrato trasmissione diffusa della cultura di genere, attraverso la narrazione dell’amicizia tra due persone che raccontano e interpretano finalmente con voce e sguardo di donna la loro vita e le loro scelte, innamorate l’una del cervello dell’altra, condizionate dalla situazione sociale di provenienza e dall’accesso all’istruzione e alla cultura. Ad una, l’omonima dell’autrice, Elena, in perenne crisi identitaria, scuola e cultura saranno consentite, all’altra, ribelle alle convenzioni sociali e al potere maschile, vietate. È indubbio che «Il rapporto più intenso, più duraturo, più felice e più devastante risulti essere quello tra Lila e Lena. Quel molto dell’identità di ciascuno di loro. Estremamente interessanti, anche se più complessi, sono i capitoli intitolati al concetto di trascendenza e alla sospensione dell’incredulità, utilissimo, quest’ultimo, per capire il presente della società della spettacolarizzazione. Anche il capitolo sulla questione del potere è ricco di spunti preziosi di discussione. Il titolo del numero 30 della collana Workshop prende spunto da una dichiarazione della scrittrice invisibile: «Tra il libro che va in stampa e il libro che i lettori acquistano c’è sempre un terzo libro, un libro dove accanto alle frasi scritte ci sono quelle che abbiamo immaginato di scrivere, accanto alle frasi che i lettori leggono ci sono le fr
«Quando da Bambina passavo molto tempo nei Boschi, mi si diceva che il Serpente mi avrebbe morso, che avrei potuto raccogliere un fiore velenoso, o che gli Spiriti Maligni mi avrebbero rapita, ma io non rinunciai e non incontrai altro che Angeli che erano ancora più timidi al mio cospetto, di quanto lo fossi io al loro, per questo non ho quella sicurezza nella menzogna che molti invece praticano».
Attualmente faccio parte del consiglio direttivo della Società Italiana delle Letterate (presidente Elvira Federici, vicepresidente Loredana Magazzeni, con Marta Cariello, Maristella Lippolis, Gabriella Musetti e Donatella Saroli). La mia mansione è tra l’altro quella di gestire i contenuti del sito web https://www.societadelleletterate.it/ Il sito della Società Italiana delle Letterate svolge un attività informativa, testimoniale delle attività e dei documenti multimediali prodotti in venticinque anni di ricerca nell’ambito della critica letteraria femminista e della scrittura delle donne. Alcune pubblicazioni frutto di studi collettivi e individuali sono in parte scaricabili gratuitamente dal sito e in parte pubblicati dalla casa editrice Iacobelli. In un incontro per i 25 anni della SIL del 5 giugno 2021 che ha avuto luogo nell’ambito di Feminism Fiera dell’Editoria delle Donne , di cui SIL è tra le organizzatrici, è stata illustrata una cartografia parziale delle attività della Società delle Letterate tramite i principali temi e le principali pubblicazioni prodotte dall’epoca della fondazione. Il giornale digitale della Società Italiana delle Letterate è Letterate Magazine diretto da Silvia Neonato. La rivista cartacea e digitale Leggendaria, diretta da Anna Maria Crispino (tra le fondatrici della SIL) è una pubblicazione indipendente ma strettamente connessa dal punto di vista politico, etico e relazionale alla Società Italiana delle Letterate.
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Trovo particolarmente stimolante questo documento video perché illustra come il dispositivo Ferrante si possa configurare come un lavoro ininterrotto capace di portare all’emersione sempre nuovi aspetti che riguardano i temi, le genealogie e il simbolico della scrittura contemporanea al di fuori dei paradigmi critici canonici.
Sono molto lieta perciò di poter finalmente condividere l’incontro online su Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secoloorganizzato dal Giardino dei Ciliegi il 18 giugno scorso. I temi che sono stati toccati in questo dialogo sono molti: la particolare struttura de Il libro di tutti e di nessuno, la sua vocazione interlocutoria rispecchiata anche dalla molteplicità dei riferimenti bibliografici. Di particolare rilievo quelli relativi agli studi critici di genere pubblicati nell’ambito della Società delle Letterate da Iacobelli. Le teorie femministe presenti nei testi di Ferrante e la ricerca sull’aspetto simbolico della sua opera con particolare attenzione al tema del trauma che analizzo già nella mia prima monografia su Ferrante edita da Doppiozero nel 2014.
Elvira Federici ha parlato di Elena Ferrante come una questione letteraria controversa che rende questa autrice un fenomeno politico anche nel caso in cui si tratti di un’opera scientemente costruita da un gruppo autoriale. L’intervento di Monica Farnetti (autrice tra l’altro della monografia fondamentale Anna Maria Ortese ) che si è anche riferita allo scritto di Ferrante su Dante recentemente pubblicato, ha posto un’importante accento sul valore dell’immedesimazione, consentendo con ciò al discorso di essere ampliato anche in riferimento al suo significato ambivalente di colonizzazione. Significato ripreso dall’intervento radiofonico su Mood Italia Radio e dal dialogo su Ferrante pubblicato da Leggendaria 147 in cui Silvana Carotenuto illustra proprio questo aspetto inedito di immedesimazione/colonizzazione che l’opera di Elena Ferrante incarna così intimamente. Infine Anna Maria Curci, ha messo in luce l’importanza della conoscenza della lingua tedesca e il suo coinvolgimento come terza lingua/cultura oltre all’italiano standard e il dialetto per comprendere la profondità di alcuni riferimenti reconditi dell’opera ferrantiana.
Le puntualissime domande di Clotilde Barbarulli hanno dato a ciascuna di noi l’opportunità di pensare insieme il dispositivo Ferrante attraverso alcuni temi affrontati nel Il libro di tutti. Per questo ringrazio tantissimo Il giardino dei ciliegi di Firenze, sono questo genere di incontri che danno senso al tempo e alle energie che ho impiegato fin qui nello studio di Elena Ferrante.
Il Direttivo SIL in carica ( Marta Cariello, Elvira Federici, Loredana Magazzeni, Gabriella Musetti, Donatella Saroli, Viviana Scarinci) sta lavorando dall’inizio del suo mandato alla costruzione di un evento che rilegga l’opera di Laudomia Bonanni. Già nel 2013, all’interno del Seminario nazionale SIL che si tenne all’Aquila Terra eparole: donne riscrivono paesaggi violati, fu organizzata una passeggiata letteraria dedicata alla scrittrice aquilana; l’iniziativa fu preparata da Maria Vittoria Tessitore, il cui intervento su Bonanni si può leggere nel volume Terra e Parolepubblicato sul sito SIL. La passeggiata si svolse in una città ancora profondamente segnata dal terremoto del 2009, con la maggior parte del centro storico chiuso alla circolazione. Oggi la città è rinata e i suoi storici palazzi risplendono più di prima. E anche per Laudomia Bonanni è arrivato il tempo di restituirle tutto lo spazio che merita la sua voce forte e unica nel panor ama letterario. Che questo tempo sia arrivato è dimostrato dalla nuova e per molti versi inaspettata attenzione da parte della critica, da riletture contemporanee da parte di giovani studiose e da nuove iniziative editoriali, come l’ultima in ordine di tempo della casa editrice Cliquot che ha ripubblicato il romanzo Il bambino di pietra .Leggi una recensione di Maristella Lippolis a riguardo.
Sabato 11 settembre a L’Aquila organizzeremo insieme alla Facoltà di Lettere dell’Universitàun seminario, della cui struttura daremo conto più avanti, e una passeggiata letteraria nei luoghi a cui si ispirano alcune delle opere e degli scritti di Bonanni. Informazioni societaletterate@gmail.com
Chi non la conosceva prima, ha potuto amare Elena Ferrante attraverso film per il cinema e la televisione tratti dai suoi romanzi “L’amore molesto”, “I giorni dell’abbandono” e “L’amica geniale”. Una scrittrice, che ha fatto proprie grandi battaglie per i diritti delle donne e che è, quindi, il ritratto delle italiane del XX secolo. Di seguito la puntata in cui se ne è parlato domenica 13 giugno alle 9 su www.mooditaliaradio.it, nella trasmissione “Donne e Dintorni” programma condotto da Gilda Sciortino e Rita Barbera con Viviana Scarinci, autrice de Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo (Iacobelli) e direttivo SIL, Società Italiana delle Letterate, e Silvana Carotenuto CSPG Centro Studi Postcoloniali e di Genere. Presenti a questo importante momento culturale voluto da Pina Mandolfo, socia fondatrice della SIL, anche Elvira Rosa, Antonella Monastra, Loredana Rosa e Maria Grazia Lo Cicero dell’associazione “Il femminile è politico. Potere alle donne”
Grazie all’organizzazione di Il femminile è politico: potere alle donne una associazione politica e culturale di donne che hanno alle spalle una lunga vita di confronti e di elaborazioni personali e collettive, unite oggi dalla voglia di affermare il loro punto di vista su quanto sta accadendo attorno a tutti noi. Il loro principale obiettivo è quello di concorrere, con altre associazioni e singole donne, in tutto il territorio nazionale, alla creazione di soggetti politici femminili femministi. Donne e dintorniè un programma radiofonico che nasce dall’esigenza, ma anche dal piacere di ritrovarsi, donne siciliane e non solo, di diversa estrazione sociale e culturale, su temi necessari e utili a mettere al mondo il soggetto donna.
Con Feminism 4, il Centro Studi Postcoloniali e di Genere – CSPG dell’Università L’Orientale di Napoli, Società Italiana delle Letterate e Iacobelli verrà trasmessa mercoledì 28 aprile alle 18 la presentazione di “Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo” di Viviana Scarinci (Iacobelli Editore). Con l’autrice intervengono Silvana Carotenuto e Tiziana de Rogatis.L’incontro sarà trasmesso in diretta attraverso questi link o potrà essere guardato in seguito
In un articolo sul New York Times Magazine di Jordan Kisner pubblicato a metà febbraio scorso si parla di come la filosofa Silvia Federici avesse previsto una delle conseguenze più importanti della pandemia 2020 sottolineando come tutti oggi negli USA, dicano di lei che aveva ragione. Emigrata da Parma quasi mezzo secolo fa di Federici se ne era parlato molto negli anni 70 come una delle fondatrici di Wages for Housework, un collettivo internazionale che per la prima volta nella storia propose una retribuzione statale per le faccende domestiche. Oggi su Letterate Magazine un mio commento, che è anche il racconto, di come, cosa e perché dagli Stati Uniti all’Italia siamo sempre di più quell* convint* che Silvia Federici già negli anni 70 aveva capito tutto. Grazie moltissimo a Silvia Neonato e alla fantastica redazione, che bello tornare a scrivere per voi!
Perché abbiamo scelto Piera Oppezzo come madrina ideale di questo reading? E perché ci è sembrato così importante che SIL organizzasse un reading di poesia rivolto alle poete ma anche a tutte/i coloro che vogliono prestare ascolto e voce alla poesia dell’altra? Intorno alla metà degli anni Sessanta Piera Oppezzo abbracciò i temi politici di allora e fu una femminista senza recedere di un passo dall’integrità del suo intendimento poetico: “per sua stessa ammissione, il decennio 1968-1978 fu il periodo più intenso della sua vita, quando il fervore delle speranze e la passione di tutta una generazione le fecero intravedere la possibilità di conciliare vita e scrittura” (L. Martinengo http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/piera-oppezzo/). È da ricercarsi nella speranza, nella conquista e nella riconquista di quella conciliazione: vita con scrittura, il nostro intendimento e il nostro auspicio espresso attraverso le voci che si alterneranno il 3 aprile. Un invito rivolto a poete, lettrici, scrittrici, artiste, cineaste, giornaliste, performer, letterate, studentesse, studiose, traduttrici, editrici, docenti, amanti della cultura, amiche di cui ascoltare la voce poetica, o che prestano la voce alla poesia dell’altra. Ci sembra che ora in un momento complesso come questo la poesia serva più che mai perché appunto, come scriveva Oppezzo, nell’apprensione si perde la memoria, e almeno in questa occasione potremo fare in modo che questo non accada.
Cosa: si tratta di un reading online di poesia su piattaforma Zoom organizzato dalla Società Italiana delle Letterate
Quando: sabato 3 aprile ore 17
Chi: possono partecipare tutte le poete (socie SIL e non) che desiderino leggere una propria poesia (max 25 versi), chi voglia proporre all’ascolto una poesia di altra poeta, chi voglia semplicemente ascoltare il reading
Come: inviare entro il 28 marzo una email a societaletterate@gmail.com specificando il proprio nome e cognome. Per chi voglia partecipare da poeta o da lettrice occorre specificare comunque il titolo e l’eventuale autrice della poesia che si leggerà se si tratta di un inedito o da quale libro sono tratti i versi
Perché: con questo focus sulla poesia contemporanea la SIL inaugura la campagna associativa 2021 ritenendo la promozione della poesia delle donne un’azione politica e culturale di grande importanza. A questo scopo la registrazione del reading verrà inserita su questo sito con la lista delle poete e delle letture eseguite
Sta spopolando su Netflix una miniserie televisiva in sette puntate che in pochissimo tempo ha catturato l’attenzione di una quantità incredibile di pubblico, in prevalenza femminile, che grazie al passaparola ha divorato le puntate, appena sono state disponibili, a due o tre alla volta.
Società delle Letterate ha pensato di aprire un confronto tra amiche, letterate, lettrici e spettatrici non necessariamente iscritte alla SIL, per raccoglierne le opinioni, che in questi giorni si sono intrecciate in Rete. Volete partecipare?
L’incontro è sabato 5 dicembre alle 17 e vedrà in apertura un dialogo tra Maristella Lippolis e Viviana Scarinci che preluderà agli interventi delle partecipanti.
Come si partecipa:
– inviare una email a societaletterate@gmail.com necessariamente contenente nome e cognome – l’email deve avere come oggetto: regina degli scacchi – entro il 4 dicembre riceverete in risposta il link per partecipare all’incontro
Sarà un’ottima occasione per rompere il ghiaccio dei primi nostri incontri pubblici online con SIL attraverso una chiacchierata su una serie TV davvero speciale
Maristella Lippolis ed io aspettiamo le socie SIL ma anche amiche e amici in un incontro aperto organizzato da Società delle Letterate su piattaforma ZOOM
Martedì 10 novembre la Società Italiana delle Letterate ha ratificato e reso operativo il mio ingresso nell’attuale direttivo. Ringrazio la presidente Elvira Federici e le altre componenti: Marta Cariello, Maristella Lippolis, Loredana Magazzeni, Gabriella Musetti, Donatella Saroli. L’invito mi inserisce nel momento in cui la carica si è resa vacante per via di un membro dimissionario. Questa ulteriore possibilità di partecipazione mi ha portato a riflettere sulla mia effettiva efficacia nel ricoprire un ruolo attivo in SIL svolgendo un servizio così importante come quello legato alla comunicazione, tuttavia non discostandomi dalle ricerche, dai temi e dai linguaggi che mi appartengono da sempre, come quelli della critica letteraria e della poesia.
È un’identità di orizzonti quella che mi ha spinto a accettare di fare parte del direttivo SIL, la quale si basa su interessi comuni forti come quello legato alla questione problematica e annosa del canone letterario nel mondo dell’istruzione scolastica, allo studio delle genealogie femminili in ambito storico e letterario e all’interesse nelle frontiere di sostenibilità realisticamente raggiungibili per tutte e tutti, attraverso lo studio del pensiero ecofemminista. Sono questi i temi che mi spingono a credere di poter svolgere, insieme a questo direttivo, un lavoro di promozione del femminile davvero condiviso e fertile.
L’incarico oltre che onorarmi mi rende profondamente conscia dell’importanza e della responsabilità di un ruolo, come quello che mi si propone, cioè legato alla rappresentazione e comunicazione di SIL. Perciò fortemente impegnato sull’accuratezza di un linguaggio che rispecchi una pratica e una politica che a partire dalle modalità espressive e relazionali nonché dai temi scelti, renda evidente per contrasto quanto la disparità di genere e sociale si nutra di linguaggi, luoghi comuni e pigrizie culturali che creano mondi e relazioni su presupposti ogni giorno più irrealistici.
Concordemente al direttivo ritengo che in questo momento così difficile per tutte e tutti, la SIL possa e debba avvalersi dei molti contenuti, pratiche relazionali e energie che in venticinque anni le socie hanno saputo mettere in circolo per affrontare e rappresentare la sfida proposta dalla complessità di ogni momento presente. È questa capacità che ha reso la SIL oggi più che mai riconoscibile in quanto ente accreditato nella produzione creativa femminile in ambito italiano e internazionale, nonché nella cura, studio e promozione delle pratiche femministe.
Nei dieci anni di interventi pubblici indipendenti sull’opera di questa autrice posso dire come Elena Ferrante, le sue tematiche, la sua assenza simbolica abbiano agito di volta in volta in modo estremamente rivelatore, soprattutto rispetto all’indipendenza reale e alla tutela della libertà di pensiero che certe istituzioni culturali, redazioni, siti, case editrici, librerie sanno ancora veicolare in termini di diffusione mediatica di contenuti non allineati a certi linguaggi correnti. Linguaggi che pur legandosi a tematiche marcatamente culturali e contemporanee, vivono ancora di schematismi relazionali e linguistici desueti, sessisti e classisti.
Società Italiana delle letterate e Letterate Magazine, Leggendaria, Il lavoro culturale, Nazione Indiana, gli Istituti italiani di cultura tedeschi, le case editrici Iacobelli e Launenweber sono stati tra quei veicoli mediatici originariamente strutturati perché l’ostacolo prefigurato come sopra semplicemente non si ponesse. Ne sono dimostrazione la non scontata emersione del mio lavoro indipendente e non sponsorizzato in due libri: Neapolitanische Puppen: Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante (2018) e Il libro di tutti e di Nessuno. Elena Ferrante (2020).
Oggi su Nazione Indiana un mio articolo che parla dell’invisibilità e dell’autorialità di Elena Ferrante e dei media italiani. Grazie infinite a Andrea Raos per la condivisione.
“La questione della ricezione dell’opera di Elena Ferrante presso i suoi connazionali mette in luce alcuni problemi rispetto alla gerarchia di valori applicata da alcuni recensori all’analisi dei libri scritti da donne e nella loro valutazione giornalistica oltre che critica. L’evidenza di questa questione non è affatto materia nuova di cimento accademico, oltre che di curiosità, per chi guarda al panorama letterario italiano dal di fuori”.
Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo
SAGGISTICA
di Viviana Scarinci
nelle librerie da ottobre 2020
COMUNICATO STAMPA
L’editore Iacobelli pubblica un saggio monografico imprescindibile per comprendere l’opera di Elena Ferrante, dai romanzi alla serie TV con un ricco apparato bibliografico.
“Il libro di tutti e di nessuno” Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo” sarà presentato a cura di Tiziana de Rogatis sabato 3 ottobre alle 10,30 con il libro di Isabella Pinto “Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività (Mimesis 2020) nel corso di Invisibili? Un evento di femminism3 organizzato da Società Italiana delle letterate, Leggendarie e Letterate Magazine. All’evento si potrà partecipare dal vivo prenotandosi via email: silcomunicazione@gmail.com o potrà essere seguito in streaming collegandosi con la pagina facebook della Casa Internazionale delle Donne di Roma.
L’ottica del saggio di Viviana Scarinci offre una pluralità di spunti utili alla comprensione dei motivi dell’ascesa di un fenomeno senza precedenti riguardo a un’autrice italiana, come recita la quarta di copertina del libro: ‘Questa appassionante monografia – un lavoro critico che appare come imprescindibile per studiosi e appassionati, ma anche per semplici lettori e lettrici – segue i temi, le trame e il linguaggio dei romanzi, dall’Amore molesto alla quadrilogia dell’Amica geniale – anche in versione serial TV – e ancora fino al recentissimo La vita bugiarda degli adulti.’
È l’autrice stessa a chiarire il punto di partenza della sua ricerca nel capitolo introduttivo: ‘È stato l’approccio dubitativo nei confronti della verità come dogma che probabilmente, oltre al coinvolgimento di milioni di lettrici e lettori, decine e decine di studiose e studiosi in tutto il mondo, si sono fatti portavoce di un vero bisogno di cercare “oltre”. Ossia quello di seguire il tracciato ferrantiano ognuno nel proprio ambito disciplinare, esprimendo la necessità creata da un vuoto speculativo: la ricostruzione di una genealogia femminile, la ricostruzione del rione come contesto di prossimità esclusivamente fisica, la ricostruzione di un concetto di periferia che si avvalga di un’inaspettata forza centripeta, la riconsiderazione del ruolo storico delle classi subalterne e soprattutto la marginalità scagionata dalla vergogna di non trovarsi al centro.’
Iacobelli editore inoltre sarà presente dal vivo con questa ultima pubblicazione e con i suoi libri a “Insieme festival lettori autori editori” Auditorium Parco della Musica di Roma allo stand 139 dal 1° al 4 ottobre, come indicato dagli organizzatori, nel completo rispetto delle norme anti-covid: “approdano a Roma i libri, gli scrittori, gli scienziati, i filosofi, gli artisti, i musicisti e i lettori, in una grande manifestazione dal vivo. Non una versione adattata dei tre festival, ma un nuovo format, adeguato alle esigenze dettate dalla situazione sanitaria’. Tutto quello che c’è da sapere qui https://insiemefestival.it/
L’autrice
Poeta e saggista, Viviana Scarinci ha pubblicato Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante, ritratto letterario di Elena Ferrante tradotto da Ingrid Ickler (Launenweber, 2018) e l’e-book monografico Elena Ferrante (Doppiozero, 2014). Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Doppiozero, Il lavoro culturale, Nazione Indiana. Si occupa di Contemporanea fondo librario.
Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo
Organizzato da Società Italiana delle Letterate con Leggendaria e Letterate Magazine
INVISIBILIautorialità. Cos’è? A proposito di Elena Ferrante
Viviana Scarinci. Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante Un ritratto delle italiane del XX secolo, Iacobelli editore 2020
Isabella Pinto. Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività, Mimesis, 2020
Coordina Tiziana de Rogatis. Elena Ferrante. Parole chiave, edizioni e/o 2018
“Volontaria in chi ascolta o indotta dall’abilità di chi affabula è comunque quella sospensione dell’incredulitàaccordata a un racconto ciò che si fa garante dell’autorevolezza di una storia che ci restituisce il piacere intenso con il quale soprattutto le favole ci fanno partecipare al gioco delle possibilità messo in campo dal destino” Il libro di tutti e di nessuno. Viviana Scarinci
“Forse è per questo che le divergenze nel caso di Elena Ferrante risultano tutte estremamente significative: riformulando all’infinito la propria versione, non approdano mai a nulla di definitivo. Perché alla fine dei conti c’è sempre qualche cosa che manca cioè il corpo della donna che si chiama Elena Ferrante”.
La giornata del 3 ottobre si apre con il tema INVISIBILI? che introdurrà l’assemblea nazionale della SIL, Società Italiana delle Letterate.
Come sottolinea Elvira Federici, presidente della SIL: “Questo appuntamento è stato promosso anche come gesto apotropaico rispetto alla situazione covid 19, è in realtà il primo che quest’anno la SIL promuove in presenza, dopo che abbiamo dovuto sospendere la nostra partecipazione a Feminism3 e rimandare a data da destinarsi il seminario residenziale estivo di Viterbo. È un appuntamento costruito con l’apporto delle riviste Leggendaria e Letterate Magazine e riepilogativo di alcuni temi e linee di lavoro cari alla Società delle Letterate e alle riviste citate.
Nell’arco di 25 anni la Società Italiana delle Letterate ha elaborato e prodotto, attraverso i convegni, i seminari, i focus delle riviste. Ciò è testimoniato da un ricco bagaglio di studi e pubblicazioni. Dalla collana Workshop di Iacobelli, in cui troviamo, ad esempio, Epiche o L’invenzione delle personagge o Morante la luminosa o Il romanzo del divenire o l’ormai leggendario Oltrecanone o Dell’ambivalenza, tra l’altro a proposito di Elena Ferrante o Terra e parole, da cui addipaniamo il filo che porta a Laudomia Bonanni.
Le pubblicazioni curate da socie come tra le altre Laura Fortini, Serena Guarracino, Anna Maria Crispino, Adriana Chemello, Luisa Ricaldone, Bia Sarasini, Paola Bono, Silvia Neonato rappresentano, per la SIL un punto di partenza ma anche anelli di più vaste genealogie da costruire, grazie a nuovi apporti.”
Con l’importante giornata del 3 ottobre continua Federici: “Riprendiamo dai temi che non si archiviano mai, perché sono tra i moventi della nostra ricerca e del nostro agire politico, ma non cominciamo daccapo. E che l’anno che in qualche modo, ostinatamente, ci accingiamo ad aprire, sia pieno di occasioni, di pensiero, di relazione, di ricerca, di politica!”
Per quasi dieci anni ho gestito il fondo librario di poesia contemporanea che è stata un’attività di tipo associativo supportata dalle istituzioni (scuola e comune) e anche da un forte consenso della comunità locale in cui sono nata e vivo. La pandemia come per tutti è stata uno spartiacque anche per me. Questa necessità che ci ha colpito, di cercare di riorientarsi alla luce di un evento così imperscrutabile, si è confrontata nel mio caso di intellettuale con tutti i ruoli che come donna, mi si richiede di incarnare. Ma anche e inevitabilmente con il lavoro, le scritture e le esperienze relazionali che hanno contraddistinto il periodo in cui il massimo impegno che ho profuso, figli a parte, è stato quello della gestione del fondo librario di poesia e delle sue attività. La mia personale collusione con la poesia, insomma, mi ha condizionato non poco in termini di responsabilità.
Questo potrebbe sembrare una contraddizione per coloro che pensano la poesia allocata in un ipotetico altrove. Cioè non strettamente connessa a un modo di intendere la realtà che comprende i linguaggi che competono la società, l’ecologia, l’economia, l’oppressione di tutte le minorità. E soprattutto per coloro che disdegnano il linguaggio diciamo ‘basso’ non capacitandosi della stringente necessità di ammetterlo in un discorso condiviso tanto letterario quanto sociale che sia intragenerazionale, interclassista e interraziale.
Diversamente non si avrà difficoltà a seguirmi se si pensa la poesia come io la penso, e come la pensava Nadia Campana cioè come qualcosa che consente di vedere quanto si rende ammesso al dicibile, e mutare tutte le volte di conseguenza i registri del linguaggio entro i temi e gli agenti incontrollabili più o meno conclamati che ci investono.
Nadia Campana (1954-1985) è stata una figura importante nel panorama della poesia e della traduzione italiana ma come molte intellettuali donne, messa al margine dalle non alternative imposte dal tempo in cui è vissuta. Campana professava attraverso i suoi saggi e le sue traduzioni di Dickinson, Brontë, Cvetaeva il modo precipuo in cui la poesia e la letteratura si configurano attraverso il corpo e la condizione femminile. Ma anche l’impossibilità per la poesia e la letteratura femminile di essere apertamente e direttamente gravate della responsabilità politica e sociale pretese dalle ideologie del suo tempo. Campana ascriveva fiduciosamente alla bellezza, che secondo la poeta ha un rilascio lento, il compito di sortire i suoi effetti, all’interno di quel continuo mutare di cui sopra.
Mutamento che però ai giorni nostri, i fatti del presente mostrano come l’estensione di una complessità di cui i corpi contemporanei subiscono conseguenze dirette che sfumano nell’ignoto e nel paradossale. Vedi gli effetti della profondissima crisi economica che non molla la sua presa, della recente pandemia e dei cambiamenti climatici sul particolare della vita di ciascuna/o.
“Anche il discorso sulla letteratura femminile, che prima abbiamo sfiorato, ci pare ora viva su fondamenti eccessivamente rigidi e contrappositivi. Se fosse vero che il linguaggio delle scrittrici è solo orizzontale e troppo legato al corpo non avremmo altre artiste eccellenti seppur passionali come Gaspara Stampa, Marina Cvetaeva, le sorelle Brontë. La poesia autentica è più forte dell’ideologia e la violenza dispotica di ogni interpretazione, politica o psicanalitica che sia, spesso è incapace del principio di individuazione, di scorgere il particolare nel generale, riducendo tutto a un deja vu senza appello. Inoltre resta da chiedersi se è giusto sovrastare la figura di una poeta-donna con forme di responsabilità sociologiche e politiche così gravi. Pretendere insomma che cambiasse un orizzonte di pensiero, e se non sia più giusto puntare lo sguardo sulla poesia e sul coraggio che questo lavoro imponeva a quei tempi come in tutti i tempi. La bellezza è di per sé rivoluzionaria e suoi semi portano frutti, anche se non nell’immediato, perché i modi della sua trasmissione non sono così semplici come avviene per i sistemi di pensiero più innocui. Del resto questo racchiudere la poesia in griglie ideologiche ha sempre significato rimozione”
Campana viveva con piena coscienza la necessità di un principio di individuazione estraneo all’ideologie di segno diverso tra loro, ma custodi tutte di un carattere esclusivista che nessuna poetica culturale, a mio avviso, dovrebbe più consentirsi. Scrive Campana in merito a una delle possibili definizioni dell’agire poetico: fa parte di un gioco tragico quello di non lasciare che le immagini vengano strutturate dal pensiero o dal credo politico gettandosi invece contro le cose fuori dall’adeguamento e dalla registrazione.
Era soprattutto questo ciò che scandiva a chiare lettere Campana anche attraverso il suo destino personale, situandosi come corpo scrivente in questo gioco tragico con lucidità e sacrificio. E a mio parere anche segnando una possibilità di individuazione ancora più precisa per il corpo femminile scrivente articolato entro quel rilevamento linguistico che pure non si adeguava.
Molto interessante e a mio avviso assonante in questo senso è il contributo di Elvira Federici, presidente della Società Italiana delle Letterate che attraverso un articolo pubblicato per Letterate Magazine l’11 luglio scorso, analizza il celebre grafico della ciambella dell’economista inglese Kate Raworth. La studiosa è conosciuta per il suo lavoro che descrive come un modello economico in equilibrio, i bisogni umani essenziali e i confini planetari conosciuti dalle scienze umane, sociali e naturali. Federici nella descrizione del fondamentale contributo di Raworth conclude che un modello come quello dell’economista inglese, una rappresentazione cioè in grado di rilevare un numero più alto possibile di variabili e interazioni, costituisce quanto di più auspicabile in termini necessariamente cooperativi tra persone e specie.
Questa rubricazione dei vari piani del linguaggio specifico all’interno di una visione estesa e multidisciplinare non può non essere tenuta in considerazione da chi si occupa di poesia, là dove poesia è da intendersi come mutuabilità del proprio linguaggio entro una visione esterna di tutti i linguaggi per mezzo dei quali agisce il reale. Allo stesso modo non si può non tener conto della società in termini di diseguaglianze di genere, razziali, economiche e dei gruppi che costituiscono il tramutarsi di queste disuguaglianze in risultanti culturali non pervenute a ciò che intende se stessa come cultura universale.
L’emergenza climatica è rilevabile all’interno degli agenti che condizionano l’equilibrio naturale immediatamente fuori dalle grandi città. L’esperienza precipua che il corpo femminile scrivente, e non scrivente, quotidianamente compie entro tutti i ruoli che competono al suo agire configura una consapevolezza la cui precisazione oltranzistica è doverosa, soprattutto ai fini di una responsabilità generazionale che riguarda donne e uomini i quali consentono al proprio agire una posizione situata e fluida.
Perciò nel mio piccolo sto immaginando daccapo un lavoro redazionale e organizzativo per Contemporanea – fondo librario, con tempi diversi da quelli frenetici imposti dal blogging ma con una cura d’eccezione ai contenuti e alla loro presentazione grafica. In quest’ottica mi pare un’opportunità del tutto connessa alle necessità nuove di questo presente, quella della pubblicazione di testi di interesse al discorso di cui sopra, quella dei rapporti con le scuole e le università, ma anche l’organizzazione di eventi e promozioni di materiali connessi a tutto questo.
Ciò perché ancora credo che siano scelte indispensabili a una poetica, e quindi in questo senso diversamente politiche, tutte quelle relative al non adeguarsi dei linguaggi per mezzo dei quali ci si relaziona comunemente con il mondo di fuori. Non adeguarsi alla frenesia e alla sovraesposizione del corpo scrivente secondo le modalità prevalenti, non adeguarsi alla necessità di consenso che inevitabilmente agisce e tradisce l’eventuale originalità dei contenuti.
Penso che a questo punto sia più importante che mai la partecipazione ragionata come intellettuali su web e ciò che potrà ancora significare la partecipazione dei nostri corpi alla vita pubblica. Partecipazione reale che non potrà esimersi dal costituirsi come presenza agita attraverso la consapevolezza del percorso fatto da altre e altri in quello che possiamo considerare ormai passato. Ma allo stesso tempo aderendo quanto più consapevolmente possibile alle contingenze del presente, qualsiasi sia l’azione poetica, sociale e lavorativa all’interno della quale si abbia un ruolo.
Il numero doppio #141-142 di Leggendaria a tema Scuola, torna a settembre pubblica in anteprima il primo capitolo del mio libro di prossima uscita da Iacobelli editore, Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo. Nell’ambito di questo numero di Leggendaria sono stati infatti realizzati tre interessantissimi focus: Democrazia, Eterossessualità, e Elena Ferrante. Ben 100 pagine con la versione in Pdf a colori!
Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo sarà pubblicato a settembre 2020 a cura di Anna Maria Crispino, direttore di Leggendaria e socia fondatrice della SIL-Società Italiana delle Letterate, e comprende l’illustrazione ragionata di tutto il mio lavoro di ricerca e rielaborazione sull’opera e sulla figura pubblica di Elena Ferrante a partire dal mio primo intervento per SIL – Società Italiana delle Letterate nel 2012, e i successivi lavori per Doppiozero e Il lavoro culturale, passando per la pubblicazione in Germania di Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante da LAUNENWEBER Verlag e per la relazione al convegno internazionale Elena Ferrante Genealogie e archeologie del XX secolo Università di Lipsia novembre 2019, fino all’analisi dell’ultimo libro di Elena Ferrante La vita bugiarda degli adulti.
Oggi è l’8 marzo e adesso come adesso non so più come pensare l’importanza di questa data. C’è da dire che la normalità non è mai stata il mio forte. Ma oggi soprattutto sento un’empatia profonda e una viva solidarietà con le persone “divise” negli affetti, dal decreto emanato dal Governo Italiano stanotte. In questo momento il legame con figli, genitori, nonni e amici veri, a mio avviso è qualcosa da riconsiderare in termini fondativi. Qualcosa che le donne più di tutti sono portate a considerare non solo culturalmente ma anche affettivamente, al di là delle questioni strettamente individuali, come il punto di contatto con una vulnerabilità personale e altrui che più che spaventare, deve essere accettata, rispettata e sorvegliata.
Gli eventi pubblici programmati nei prossimi mesi, tutti in forse, non tolgono niente al mio entusiasmo di lavorare su quello che c’è in questo momento di veramente nuovo e a quello che c’è sempre stato. Perciò il rimpianto relativo alla perdita della normalità non ce l’ho. Senza nulla togliere al senso di responsabilità verso me stessa e verso gli altri, il rimpianto per la perduta normalità non mi riguarda. Anche perché prima di questi strani giorni la normalità mi è sempre sembrata qualcosa di deformante e posticcio, insomma una specie di diversivo che ho eluso più di quanto ora stia cercando di evitare a me e al prossimo mio il covid-19.
In queste ore di riflessione, studi e cura dei miei cari, in qualche modo tutto si integra. Tutto trova una prossimità nella non esclusione: l’oggettiva preoccupazione, l’affacciarsi di idee davvero contemporanee e interessanti che il cappello della normalità collettiva è altrimenti teso a nascondersi, lo straniamento che le distanze di sicurezza imposte, arrecano entro gli spazi della topografia suburbana.
Inoltre, molto importante per me e per altre e altri, in questi giorni in Italia di pari passo con il crescere della conta dei contagiati, si è avuta una rinnovata diffusione della Ferrante Fever, attraverso la trasmissione della seconda stagione della fiction de L’amica geniale che riguarda il secondo libro della saga, Storia del nuovo cognome.
Ho seguito le puntate come molte e molti per amore, riflettendo anche che quello per Elena Ferrante è l’amore più longevo della mia vita. Avevo poco più di vent’anni e mi ricordo come se fosse ieri il colpo di fulmine così determinante per il mio destino, quel giorno in cui sono andata al cinema a vedere L’amore molesto. Però è un amore che nel mio caso non si è mai potuto permettere di essere acritico e che a ogni passo mi ha costretta a fare i conti con un imperativo tutto mio, di dovermelo circostanziare e ridiscutere sempre, di doverlo giustificare a me stessa, come se da ciò dipendesse tantissimo, quasi tutto quello che negli anni mi ha riguardato come fidanzata, amante, moglie (due volte), madre (tre volte), figlia, nipote, amica, italiana.
Negli ultimi otto anni e dopo la pubblicazione del mio libro in Germania nel 2018, e ancora di più negli ultimi sei mesi, mi sono dedicata, al mio libro su Ferrante a breve in uscita in Italia. Quello su questa autrice è stato il lavoro che più di tutti gli altri ha impegnata disciplinandola, la mia capacità di studio, traduzione, lettura, scrittura, riflessione fino dal mio primo intervento pubblico su questa autrice nel mese di dicembre 2012 per la Società Italiana delle Letterate attraverso Letterate Magazine.
In questo 8 marzo di calamitosa semiclausura, è proprio alla luce del lavoro su Ferrante che non posso fare a meno di ripensare al concetto di normalità e a come questa abbia un significato alternativo e fondamentale nell’opera di questa autrice, e secondo me anche nelle motivazioni più silenziose e profonde che hanno scatenato la diffusione della Ferrante Fever.
In Storia della bambina perduta, ultimo libro della tetralogia a partire da pagina 158 Ferrante inserisce l’episodio del terremoto del 23 novembre del 1980 che, come tutti sanno, è stato un evento violentissimo che colpì Napoli, la Campania e la Basilicata in modo devastante. Questo avvenimento nell’economia della storia delle due amiche Lila e Lenuccia è un fatto decisivo, poiché è l’unico momento de L’amica geniale in cui Lila parla della sua visione della vita come qualcosa in ogni momento passibile di cedimento rispetto agli apparecchiamenti posticci che mette in campo il desiderio di normalità. Questo sentimento Elena Ferrante lo ha colto perfettamente e nominato con una sola parola: smarginarsi che è una parola su cui ora più che mai bisognerebbe riflettere in termini di genere e anche a prescindere dal genere, per sdoganare molte, troppe credenze e pretese in merito al pensare la pur necessaria normalità, come un diritto esclusivo di tutto quello che non è normale.
Ferrante scrive
Borbottò che non doveva mai distrarsi, se si distraeva le cose vere, che con le loro contorsioni violente, dolorose, la terrorizzavano, prendevano il sopravvento su quelle finte che con la loro compostezza fisica e morale la calmavano, e lei sprofondava in una realtà pasticciata, collacea, senza riuscire più a dare contorni nitidi alle sensazioni. Un’emozione tattile si scioglieva in visiva, una visiva si scioglieva in olfattiva, ah che cos’è il mondo vero, Lenù, l’abbiamo visto adesso, niente niente niente di cui si possa dire definitivamente: è così (p.162)
Buon 8 marzo allora a tutte e tutti, un abbraccio a distanza con la vicinanza di sempre e a presto!
Sono particolarmente lieta di annunciare, in coincidenza della prossima uscita del nuovo romanzo di Elena Ferrante il 7 novembre, la mia partecipazione presso l’Università di Lipsia al Convegno annuale del Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana quest’anno intitolato Elena Ferrante – Genealogie e Archeologie del XX secolo 4 e 5 novembre 2019. Il mio intervento Elena Ferrante, il libro delle madri e delle figlie si basa sui contenuti di Neapolitanische Puppen Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante (Launenweber) pubblicato in Germania nel 2018 e sul mio ulteriore lavoro di ricerca entro l’opera dell’autrice che ha avuto inizio in Italia attraverso la pubblicazione di contenuti legati alla Società italiana delle letterate prima e a Doppiozero poi.
Università di Lipsia Convegno annuale del Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana
Elena Ferrante – Genealogie e Archeologie del XX secolo4 e 5 novembre 2019
Martedì 5 novembreworkshop biblioteca Albertina, Viviana Scarinci Elena Ferrante, il libro delle madri e delle figlie
Il tema del convegno
La saga napoletana di Elena Ferrante può essere letta come una genealogia ed archeologia dell’Italia e dell’Europa nel 20° secolo narrata dal punto di vista di due amiche diversissime tra loro. Nel corso di quattro volumi seguiamo la narratrice Elena e la sua amica Lila attraverso l’ infanzia, l’adolescenza, l’età adulta fino alla vecchiaia, diventando testimoni non solo dei loro conflitti interiori e dei loro rapporti con il mondo esterno durante gli anni della a scuola, dell’università, nel mondo del lavoro, nelle relazioni sociali, all’interno del matrimonio e della famiglia, ma anche delle trasformazioni della società nel precario microcosmo del rione di Napoli in cui crescono le due amiche. In questa narrazione confluiscono in modo quasi casuale i dibattiti intellettuali e le dinamiche politiche che hanno luogo in Italia dagli anni ‘50 fino ad oggi. La terza segreta protagonista della storia è Napoli, come luogo in cui nasce questa amicizia al femminile, ma anche come depositaria di tracce sepolte di latenti conflitti e non espresse tensioni. Il convegno internazionale si propone di indagare il fenomeno Elena Ferrante in prospettiva letteraria. Al centro degli interventi saranno questioni come il rapporto tra testo e contesto, la mediazione letteraria, la scrittura anonima attraverso l’uso dello pseudonimo, al di là di inutili speculazioni circa la vera identità dell’autrice, nonché riflessioni su genealogie, relazioni e relazionalità (al femminile). Verranno trattate anche le precedenti opere dell’autrice, riscoperte grazie alla dilagante Ferrante fever.
E’ uscito in questi giorni un mio lungo saggio su Elena Ferrante per la Società Italiana delle Letterate. Il saggio mi ha fornito l’occasione di evidenziare alcune tematiche che Elena Ferrante negli anni ha posto in luce attraverso i suoi romanzi e la sua scelta di non apparire pubblicamente. Ho intrapreso questa scrittura perché ritengo che il lavoro di questa scrittrice abbia posto e pone tuttora i presupposti per un’analisi molto profonda del femminile contemporaneo e della società che a vario titolo vi si relaziona. Ho dato il mio contributo al riguardo sopratutto perché considero i temi trattati da Elena Ferrante oggi ancora più nevralgici di quanto sembrassero molti anni fa, quando la scrittrice li intraprese: il rapporto delle donne con la propria comunità d’origine, le molteplici ripercussioni del dolore psichico, il delicatissimo rapporto madri figlie, il cambiamento profondo che significano i passaggi generazionali nell’ordine delle cose femminili, l’autodeprivazione cui può condurre la gestione disfunzionale della propria immagine pubblica ed infine gli intendimenti e i fraintendimenti relativi all’eros e conseguenti disordini. Leggendo Elena Ferrante fin da giovane, ho avuto la fortuna che la lettura dei suoi libri mi accompagnasse in tutte le mie età, e scrivere appassionatamente questo saggio è significato per me soprattutto un ringraziamento a lei, loro … lui, chissà.