Ripensiamoci

L'8 marzo, la Ferrante Fever e il covid-19

Oggi è l’8 marzo e adesso come adesso non so più come pensare l’importanza di questa data. C’è da dire che la normalità non è mai stata il mio forte. Ma oggi soprattutto sento un’empatia profonda e una viva solidarietà con le persone “divise” negli affetti, dal decreto emanato dal Governo Italiano stanotte. In questo momento il legame con figli, genitori, nonni e amici veri, a mio avviso è qualcosa da riconsiderare in termini fondativi. Qualcosa che le donne più di tutti sono portate a considerare non solo culturalmente ma anche affettivamente, al di là delle questioni strettamente individuali, come il punto di contatto con una vulnerabilità personale e altrui che più che spaventare, deve essere accettata, rispettata e sorvegliata.  

Gli eventi pubblici programmati nei prossimi mesi, tutti in forse, non tolgono niente al mio entusiasmo di lavorare su quello che c’è in questo momento di veramente nuovo e a quello che c’è sempre stato. Perciò il rimpianto relativo alla perdita della normalità non ce l’ho. Senza nulla togliere al senso di responsabilità verso me stessa e verso gli altri, il rimpianto per la perduta normalità non mi riguarda. Anche perché prima di questi strani giorni la normalità mi è sempre sembrata qualcosa di deformante e posticcio, insomma una specie di diversivo che ho eluso più di quanto ora stia cercando di evitare a me e al prossimo mio il covid-19.  

In queste ore di riflessione, studi e cura dei miei cari, in qualche modo tutto si integra. Tutto trova una prossimità nella non esclusione: l’oggettiva preoccupazione, l’affacciarsi di idee davvero contemporanee e interessanti che il cappello della normalità collettiva è altrimenti teso a nascondersi, lo straniamento che le distanze di sicurezza imposte, arrecano entro gli spazi della topografia suburbana.

Inoltre, molto importante per me e per altre e altri, in questi giorni in Italia di pari passo con il crescere della conta dei contagiati, si è avuta una rinnovata diffusione della Ferrante Fever, attraverso la trasmissione della seconda stagione della fiction de L’amica geniale che riguarda il secondo libro della saga, Storia del nuovo cognome.

Ho seguito le puntate come molte e molti per amore, riflettendo anche che quello per Elena Ferrante è l’amore più longevo della mia vita. Avevo poco più di vent’anni e mi ricordo come se fosse ieri il colpo di fulmine così determinante per il mio destino, quel giorno in cui sono andata al cinema a vedere L’amore molesto. Però è un amore che nel mio caso non si è mai potuto permettere di essere acritico e che a ogni passo mi ha costretta a fare i conti con un imperativo tutto mio, di dovermelo circostanziare e ridiscutere sempre, di doverlo giustificare a me stessa, come se da ciò dipendesse tantissimo, quasi tutto quello che negli anni mi ha riguardato come fidanzata, amante, moglie (due volte), madre (tre volte), figlia, nipote, amica, italiana.

Negli ultimi otto anni e dopo la pubblicazione del mio libro in Germania nel 2018, e ancora di più negli ultimi sei mesi, mi sono dedicata, al mio libro su Ferrante a breve in uscita in Italia. Quello su questa autrice è stato il lavoro che più di tutti gli altri ha impegnata disciplinandola, la mia capacità di studio, traduzione, lettura, scrittura, riflessione fino dal mio primo intervento pubblico su questa autrice nel mese di dicembre 2012 per la Società Italiana delle Letterate attraverso Letterate Magazine.

In questo 8 marzo di calamitosa semiclausura, è proprio alla luce del lavoro su Ferrante che non posso fare a meno di ripensare al concetto di normalità e a come questa abbia un significato alternativo e fondamentale nell’opera di questa autrice, e secondo me anche nelle motivazioni più silenziose e profonde che hanno scatenato la diffusione della Ferrante Fever.

In  Storia della bambina perduta, ultimo libro della tetralogia  a partire da pagina  158 Ferrante inserisce  l’episodio del terremoto del 23 novembre del 1980 che, come tutti sanno, è stato un evento violentissimo che colpì Napoli, la Campania e la Basilicata in modo devastante. Questo avvenimento nell’economia della storia delle due amiche Lila e Lenuccia è un fatto decisivo, poiché è l’unico momento de L’amica geniale in cui Lila parla della sua visione della vita come qualcosa in ogni momento passibile di cedimento rispetto agli apparecchiamenti posticci che mette in campo il desiderio di normalità. Questo sentimento Elena Ferrante lo ha colto perfettamente e nominato con una sola parola: smarginarsi che è una parola su cui ora più che mai bisognerebbe riflettere in termini di genere e anche a prescindere dal genere, per sdoganare molte, troppe credenze e pretese in merito al pensare la pur necessaria normalità, come un diritto esclusivo di tutto quello che non è normale.

Ferrante scrive

Borbottò che non doveva mai distrarsi, se si distraeva le cose vere, che con le loro contorsioni violente, dolorose, la terrorizzavano, prendevano il sopravvento su quelle finte che con la loro compostezza fisica e morale la calmavano, e lei sprofondava in una realtà pasticciata, collacea, senza riuscire più a dare contorni nitidi alle sensazioni. Un’emozione tattile si scioglieva in visiva, una visiva si scioglieva in olfattiva, ah che cos’è il mondo vero, Lenù, l’abbiamo visto adesso, niente niente niente di cui si possa dire definitivamente: è così (p.162)


Buon 8 marzo allora a tutte e tutti, un abbraccio a distanza con la vicinanza di sempre e a presto! 

Elena Ferrante. Genealogie e Archeologie del XX secolo, Lipsia 5 novembre

Sono particolarmente lieta di annunciare, in coincidenza della prossima uscita del nuovo romanzo di Elena Ferrante il 7 novembre, la mia partecipazione presso l’Università di Lipsia al Convegno annuale del Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana quest’anno intitolato Elena Ferrante – Genealogie e Archeologie del XX secolo 4 e 5 novembre 2019. Il mio intervento Elena Ferrante, il libro delle madri e delle figlie si basa sui contenuti di Neapolitanische Puppen Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante (Launenweber) pubblicato in Germania nel 2018 e sul mio ulteriore lavoro di ricerca entro l’opera dell’autrice che ha avuto inizio in Italia attraverso la pubblicazione di contenuti legati alla Società italiana delle letterate prima e a Doppiozero poi.

Università di Lipsia Convegno annuale del Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana

Elena Ferrante – Genealogie e Archeologie del XX secolo 4 e 5 novembre 2019

Martedì 5 novembre workshop biblioteca Albertina, Viviana Scarinci Elena Ferrante, il libro delle madri e delle figlie

Il tema del convegno

La saga napoletana di Elena Ferrante può essere letta come una genealogia ed archeologia dell’Italia e dell’Europa nel 20° secolo narrata dal punto di vista di due amiche diversissime tra loro. Nel corso di quattro volumi seguiamo la narratrice Elena e la sua amica Lila attraverso l’ infanzia, l’adolescenza, l’età adulta fino alla vecchiaia, diventando testimoni non solo dei loro conflitti interiori e dei loro rapporti con il mondo esterno durante gli anni della a scuola, dell’università, nel mondo del lavoro, nelle relazioni sociali, all’interno del matrimonio e della famiglia, ma anche delle trasformazioni della società nel precario microcosmo del rione di Napoli in cui crescono le due amiche. In questa narrazione confluiscono in modo quasi casuale i dibattiti intellettuali e le dinamiche politiche che hanno luogo in Italia dagli anni ‘50 fino ad oggi. La terza segreta protagonista della storia è Napoli, come luogo in cui nasce questa amicizia al femminile, ma anche come depositaria di tracce sepolte di latenti conflitti e non espresse tensioni. Il convegno internazionale si propone di indagare il fenomeno Elena Ferrante in prospettiva letteraria. Al centro degli interventi saranno questioni come il rapporto tra testo e contesto, la mediazione letteraria, la scrittura anonima attraverso l’uso dello pseudonimo, al di là di inutili speculazioni circa la vera identità dell’autrice, nonché riflessioni su genealogie, relazioni e relazionalità (al femminile). Verranno trattate anche le precedenti opere dell’autrice, riscoperte grazie alla dilagante Ferrante fever.


Un saggio su Elena Ferrante

E’ uscito in questi giorni un mio lungo saggio su Elena Ferrante per la Società Italiana delle Letterate. Il saggio mi ha fornito l’occasione di evidenziare alcune tematiche che Elena Ferrante negli anni ha posto in luce attraverso i suoi romanzi e la sua scelta di non apparire pubblicamente. Ho intrapreso questa scrittura perché ritengo che il lavoro di questa scrittrice abbia posto e pone tuttora i presupposti per un’analisi molto profonda del femminile contemporaneo e della società che a vario titolo vi si relaziona. Ho dato il mio contributo al riguardo sopratutto perché considero i temi trattati da Elena Ferrante oggi ancora più nevralgici di quanto sembrassero molti anni fa, quando la scrittrice li intraprese:  il rapporto delle donne con la propria comunità d’origine, le molteplici ripercussioni del dolore psichico, il delicatissimo rapporto madri figlie, il cambiamento profondo che significano  i passaggi generazionali nell’ordine delle cose femminili, l’autodeprivazione cui può condurre la gestione disfunzionale della propria immagine pubblica ed infine gli intendimenti e i fraintendimenti relativi all’eros e conseguenti disordini. Leggendo Elena Ferrante fin da giovane, ho avuto la fortuna che la lettura dei suoi libri mi accompagnasse in tutte le mie età, e scrivere appassionatamente questo saggio è significato per me soprattutto un ringraziamento a lei, loro … lui, chissà.