Accudimento e adeguamento

prima parte

In queste settimane di domiciliari avrei voluto leggere moltissimo, e un po’ ho letto ma di questo vi parlerò nel prossimo post. Avrei voluto portare avanti tutti i risvolti possibili dei progetti di lavoro e di scrittura che sono stati inevitabilmente congelati dal lockdown, ma non ce l’ho fatta. A dire il vero non per questioni psicologiche legate al nuovo stile di vita ma perché il mio impegno è stato profuso soprattutto in termini di adeguamento materiale a una circostanza del tutto nuova.

Vivo in campagna. Ho la fortuna che quando la porta di casa si chiude ho di fronte a me diverse migliaia di metri di terra che è casa mia.  Mai come in questo frangente estremo legato a un’epidemia globale, ho potuto riflettere su aspetti nuovi relativi a questa eredità che mi lega da sempre prima ai miei animali e alla natura e poi alle mie origini.

Perciò l’impegno è stato soprattutto quello dell’accudimento transgenerazionale e del caregiving, poiché da buona contadina per scelta, vivo quotidianamente le vicende legate alla mia genealogia in una famiglia imperniata al matriarcato.  

Oltre all’accudimento l’impegno massimo è stato quello relativo all’adeguamento, cioè come rendere possibile in un luogo in cui non arriva il WiFi dei principali gestori, la possibilità quotidiana di connettere contemporaneamente in tre stanze diverse due video lezioni che la scuola pubblica italiana già da due settimane ha garantito ai miei figli, e una postazione smart working, la mia.

Quindi più che adattarmi a un affollatissimo isolamento, in questi giorni ho vissuto il problema dell’adeguamento, tipo quando il responsabile del minuscolo provider alternativo cui ho raccontato da essere umano a essere umano il mio problema, ha inviato un tecnico che con mascherina e guanti è salito sul tetto di casa in una giornata che pioveva, per installare una nuova antenna che rendesse possibile alla scuola e al lavoro di entrare in casa non potendo uscirne noi.

Così come ho visto il sindaco e il medico di un paese tutto sommato piccolo, senza alcuna retorica o narrazione superflua, fare molto più del loro dovere assistendo le persone capillarmente senza andare al telegiornale, e tenendo informato il territorio in tempo reale di tutte le notizie che riguardassero soprattutto la sicurezza sanitaria e l’economia reale di un’area di cui sentivano di avere evidentemente la piena responsabilità civile.

Poi ho anche visto degli insegnanti di una scuoletta di provincia garantire, senza metterlo su facebook, un numero di video lezioni impensabile fino al mese prima, che fossero inoltre fruibili anche attraverso i cellulari, per quelli, moltissimi qui, che non hanno il computer a casa. E impiantare su due piedi un’assistenza psicologica agli studenti davvero disorientati e spaventati assicurata da alcune docenti, anche durante gli interminabili pomeriggi e le domeniche. Tutto questo è un lavoro extra rispetto a un effettivo e constante proseguimento della didattica a distanza. Scuoletta che senza mettere i manifesti ha fatto la differenza rispetto a un lacunoso e zoppicante procedere che in un mese di emergenza, il più rinomato liceo classico di Roma, è riuscito a mettere in campo, adeguando la propria didattica solo parzialmente.

Dunque già pensavo prima dell’irruzione del covid-19 che la retorica dell’eroismo mi annoiava a morte, almeno quanto i selfie con la mascherina e la pubblicazione delle proprie video lezioni su web come se fossero tutte lectio magistralis. Noia è peggio che disturbo per me, i social ci hanno abituato a questo e altro. Ma mi ha rattristato più di quanto non dovesse incoraggiarmi la retorica del farsi carico in ambito culturale. Mi ha comunicato un senso di disfatta non sociale, perché da quello che ho visto la società reale sembra tenere, ma appunto culturale. Mi ha turbato la mancanza di responsabilità, non tanto di chiunque, quanto di chi si sente in prima linea nel fare cultura che in un momento delicatissimo per le persone e per lo Stato italiano, ha proseguito come se niente fosse dal pulpito dei social, come capendone qualcosa di una situazione senza precedenti, e in primo luogo essenzialmente tragica e rischiosa per moltissime persone.

Tutto questo solo per non riuscire a smettere di partecipare a una narrazione parossistica che di fronte a una situazione del tutto nuova, continuando con il linguaggio e le modalità di sempre, è in grado di connettersi poco o niente con quello che c’è davvero dietro le foto postate dei dolci fatti in casa con relativa ricetta.

La narrazione per non ripetersi in formule vuote dovrebbe saper guardare l’altro e per farlo dovrebbe non obedire al potere. Ma a me sembra che il potere cui si soggiace più spesso in questi tempi così opachi, più che costituirsi come una frizione esterna (vedi le indicazioni governative mai così restrittive e assolute rispetto alle prerogative di ciascuna cittadina e cittadino) corrisponda a un lasciarsi andare molto più grave visto che è in tutta evidenza fuori dal controllo anche di chi vi si abbandona. Dico un lasciarsi andare a quella forza maggiore che è la compulsione alla visibilità soprattutto in chi dovrebbe saperne qualcosa di cosa significa la responsabilità di raccontare in un momento davvero emergenziale, fosse anche a una sola persona. Questo disorientamento che tenta in tutti i modi di avere l’aria di saperne, mai come ora sembra un fenomeno del tutto orizzontale e coscienziosamente autogestito.

Di fronte a quello che è stata la mia esperienza di questi giorni di difficoltà, e di fronte alle molte narrazioni emotive che precocemente ho visto azzardare, mi sono detta che l’unica narrazione a cui mi sento di poter aderire oggi non può e non deve appartenere all’immediatezza, non può appartenere soltanto al terrore della scomparsa sociale se debbiamo stare per un periodo costretti a casa come tutti, né all’ansia di salire sul carro di tutte quelle meravigliose idee, di cui il mondo di prima del coronavirus non si era reso conto di avere così tanto bisogno e che, quando ci libereranno, ci troveranno sicuramente tutti pronti a cambiarlo, questo mondo.

In questi giorni in cui ho parlato a distanza con persone che non avrei mai immaginato così vicine, è stato chiaro per loro, come per me, che la paura rispetto all’enorme lavoro fatto fino adesso che si è nutrito di continuità, silenzio e fatica, quando scongelato dall’allentare dell’emergenza, possa non trovare più il contatto con l’inevitabile incognita costituita dal dopo. Ma credo anche che nell’entrare in un rapporto vitale con l’angoscia adulta di non sapere il dopo, si giochi molto della nostra efficacia di poi.

Condivido con molte e molti l’umanissima paura che il nostro valore, il nostro lavoro, quello che possediamo, quello che amiamo, quello che abbiamo costruito quando potremo di nuovo uscire di casa fisicamente potrebbe impattare, smarrirsi in un tempo che a differenza di noi che siamo stati obbligati a stare fermi, invece è trascorso. Ma resto dell’idea che una narrazione del presente in grado di riuscire a dire qualcosa a chi verrà dopo, non è mai stata figlia di una qualsiasi retorica e perciò non dipende da nessun potere. E che il pericolo più grande in cui incorre in questi tempi, anche una narrazione che vuole essere intellettualmente onesta, non lo corre confrontandosi con un fantomatico potere esterno ma con la propria compulsiva incapacità di guardare chi sono e che fanno davvero le persone che non sono il narratore o la narratrice medesima.

Così mi è venuto in mente un libro bellissimo e me lo sono riletto. È di Fabrizia Ramondino, L’isola reflessa, in cui l’autrice scrive una cosa importantissima che mi sono stampata a lettere di fuoco in cima a ogni file che apro in questi giorni

Del libro di Ramondino e di altri libri parlerò nella seconda parte di questo articolo che conto di pubblicare appena posso.

Vita con le parole

Il testo per Il Segnale 115 è stato scritto a dicembre scorso nel momento in cui stavo preparando i laboratori scolastici per il progetto L’albero capovolto. Nel testo ho illustrato quello che poi è stato il punto di partenza per la creazione dei materiali di lavoro proposti a studentesse e studenti della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto Falcone e Borsellino. Nel corso dei laboratori abbiamo lavorato infatti anche sul significato etimologico delle parole e sul loro significato immaginario. Soprattutto il significato immaginario è quello che spesso coinvolge in modo molto interessante l’immaginazione dei più giovani quando orecchiano certe parole entro i vari registri del linguaggio cui vengono a contatto nel loro quotidiano. I risultati dei laboratori così organizzati hanno confermato la fecondità dell’ipotesi che il significato immaginario di certe parole, legate alla prima infanzia, costituisce un affaccio prezioso su quel giacimento inestimabile che consente di non perdere creatività nella comunicazione e nel vero contatto con l’altro.


Grazie alla redazione de Il segnale, per me è sempre un onore scrivere per voi!



Escluse le donne

Così dissi io a la pia Madre antica
Per gran desio ch'io ho di pianger sempre;
E Lei, che par che gli occhi mai non tempre,
Col viso chino e l'anima pudica
La man mi prese ed a la soa mendica
Spelonca mi condusse lacrimando;
E quivi disse: - Quando
Io vidi a Roma intrar quella superba,
Che va tra' fiori e l'erba
Securamente, mi ristrinsi alquanto
Ove io conduco la mia vita in pianto. -
Girolamo Savonarola (1475) 

Questo tra l’altro scriveva Girolamo Savonarola, futuro frate domenicano, negli anni del noviziato in “De ruina Ecclesiae”, testo poetico scritto contro la “fallace / superba meretrice, Babilonia” in cui contrappone la prima chiesa alla curia romana di allora. Girolamo nel testo si figura in modo contrapposto il cristianesimo delle origini, come una donna madre e casta, e quello della sua contemporaneità, peraltro quasi tutto composto da uomini, paragonandolo a una donna lasciva e meretrice. Paragone fortunatissimo che per secoli mise i due presunti e diametrali attributi del femminile, cioè quelli della santa e della puttana, in relazione al degrado non soltanto della Chiesa. La figura di Savonarola non mi è mai particolarmente interessata, figuriamoci le sue poesie, finché, leggendo alcuni materiali che ho selezionato per il mio romanzo, mi sono imbattuta in un collegamento molto interessante che mi ha riportato ai famosissimi discorsi che Girolamo avrebbe tenuto poi in quel di Firenze. 

Filippo Neri, fiorentino, è uno dei santi di adozione romana, considerati tra gli alfieri della Controriforma. Filippo, detto da bambino Pippo bono per la famosa giovialità che fin da subito avrebbe manifestato, aveva un padre ex notaio e alchimista dilettante che in gioventù aveva fatto parte con molta probabilità, di quelle bande di seguaci di Savonarola che, con modi un poco spiccioli, si erano dati alla forzata epurazione del vizio a partire da Firenze. La figura di Filippo Neri, la sua importanza nell’ambito delle politiche della Controriforma, come la storia dell’ordine monastico domenicano, prima del momento di questa intersezione, mi avevano generato già dei sogni inquieti, diciamo delle immaginazioni che fuoriuscivano dalle parole riportate dai libri e dai documenti dell’epoca, quindi delle falsificazioni oniriche rispetto anche alla struttura sintattica di quello che leggevo, come immagini in sovrappiù fuoriuscite da universi esistenti ma paralleli e isolati dalle parole riportate in alcuni documenti  del tempo che avevo per le mani. 

Quando si è verificato il necessario balzo dentro i discorsi di Savonarola che tanto avevano infiammato il padre amatissimo di Filippo Neri, questa proliferazione immaginosa si è accentuata. Queste falsificazioni oniriche, sono diventate un carico insostenibile al punto che ho dovuto inserirle, come fossero essenziali pur essendo incongrue ai fini della mia trama, nel tessuto di un romanzo che parla in effetti apparentemente d’altro.  Ossia di una donna di nome Costanza nata cento anni dopo quel giorno in cui il giovane Girolamo vergava la poesia “De ruina Ecclesiae”. Questo perché tra gli altri, proprio Filippo Neri e il suo vivere in Roma, sono stati elementi fondamentali nella biografia che ho inventato per la mia amatissima santa viva Costanza. Resta che la poesia (anche quella di Girolamo Savonarola) più di tutto dice agli altri ciò che le donne e gli uomini che la scrivono, non sanno fino in fondo di avere negli occhi e nel cuore.


Per gli amici che mi leggono, dato che in questo periodo dobbiamo dare un valore altro a tutto il tempo che abbiamo a disposizione restando a casa, un capitolo abbozzato del mio romanzo in cui, liberando l’ennesima digressione, riporto quelle falsificazioni incongrue di cui sopra. 


Escluse le donne

Dovendo tu, popolo fiorentino, egli ricordo bene disse, indicandoci a uno a uno noi che eravamo lì a Palazzo Vecchio, io con il Nicotera, te lo ricordi? No, non te lo ricordi, che egli morì quando tua mamma era gravida. Noi che gli eravamo corsi dietro fin là da subito eravamo tra i primi della fila dattorno” 

A quel punto il babbo deglutì e Pippo vide il pomo che egli aveva pronunciatissimo, spostarsi da sotto il mento a un secondo posto, più giù lungo la gola, lo vide benissimo stavolta perché si trovava sulle ginocchia del padre. Gli osservava spesso questa sua enormità che spuntava vistosamente dal collo esile d’uccello e che faceva il paio, nel conferirgli l’aspetto da volatile con un naso a becco e con il capo quasi glabro, non fosse per qualche ciuffetto rado di pelo canuto. Sul qual capo del babbo, quei ciuffi davano l’idea inoltre che l’avessero spennato malamente.

Anche quando il babbo parlava senza badare al figlio che sempre lo guardava da sotto a sopra, di lontano, da vicino che suo padre era tutto il mondo per lui, mai perdendolo di vista che avrebbe perso dalla sua portata l’intiero creato. E poi quelle poche volte che si trovava sulle ginocchia di quell’uomo secco e di gamba corta, Pippo era proprio felice per quel giuoco cui il pomo di suo padre lo invitava nonostante le parole spesso severe, o che spesso il bambino non capiva, essendo stato trattato da omo fatto più o meno da che aveva anni tre. Ossia dal tristo giorno che mamma si spense.

“Ma c’erano quasi tutti i fiorentini pronti al suo ordine a sentirsi esclusivamente chiamati dal quel dito che diceva, Tu, Tu sei il soldato che brandisce la spada di Dio. Anche se il dito pareva indicare me medesimo e soltanto, tanto mi significava quel Tu essere rivolto esclusivamente a me: Tu, devi formare un nuovo governo, ti convocai qui, escluse le donne. Ti proposi quattro cose da fare: temere Dio, amare il bene comune, fare tutto un bene generale e riformare la nuova costituzione. Firenze, la tua patria, ha una missione divina, a essere la nuova Gerusalemme, tu la devi condurre a faro del mondo”.

A quel punto il babbo taceva commosso, si alzava senza badare che Pippo gli fosse sulle ginocchia, lo mollava, lasciandolo cadere di peso senza più ricordarsi di lui. Quasi sempre a quel punto di un racconto narrato decine di volte si avviava verso la botola che c’era di lato alla bocca del camino, la sollevava e discendeva come inghiottito dal pavimento giù per una scala scricchiolante che lo portava in un posto che Pippo non poté visitare prima del suo tredicesimo compleanno, giorno in cui, come fosse un rito lungamente propiziato e programmato per il compimento del genetliaco dell’erede, il padre ve lo introdusse. E poi ve lo chiamò ogni qual volta, avvinazzato a sufficienza per contenersi ancor meno del normale, fosse in vena di rivangare il passato. 

Filippo, anni dopo, giovanotto vagabondo e ilare, prima di addormentarsi su qualche giaciglio di fortuna nei pressi del ancor quasi servaggio rione Trastevere, spesso lo ricordava quel suo padre. Ricordava specie la notte di Natale del 1527. Qualche mese prima di quella notte, a maggio di quello stesso anno, la bellissima e fetida Roma si vide diminuita di oltre un terzo dei suoi abitanti da uno dei flagelli più inimmaginabili che mai dalla fondazione ne capitarono di uguali alla città eterna. Savonarola l’aveva vaticinato. Tra alambicchi opachi di calcare e stranezze da fattucchiera più che da alchimista, il babbo invece che procurargli una mensa natalizia, quella notte aveva fatto sedere il figliolo di tredici anni che era allora, su una sedia sfondata di fronte a lui, il quale padre intanto accendeva ben sette candele, lui avarissimo, disposte geometricamente sul suo sbilenco tavolo da lavoro



 “Sai cos’è la lesa maestà? La lesa maestà umana e divina è un reato che riguarda la sfera dell’eresia. Uno di quei reati per cui si applica la tortura senza limiti. Con strappi con la corda fino a dilacerargli i legamenti degli arti, fu spinto a confessare il domenicano nostro. Confessare che i suoi dialoghi con Dio che gli narrava della corruzione di Roma, la quale, figlio, ora a anni dalla morte di Girolamo, è distrutta finalmente dai Lanzichenecchi, egli, il domenicano eccellentissimo, lo disse molto prima che accadesse davvero perché era veggente. Disse che l’immonda città che Papa Borgia aveva reso ancora più empia, sarebbe stata definitivamente devastata, arsa e giustamente violentata dai germani. La tortura solo lo costrinse a ammettere un inganno che non aveva compiuto in modo che lo si potesse condannare. Alla suo ultima ora, con il fiato dei carnefici sulle sue carni dilacerate, Savonarola confessò che nelle sue predicazioni era stato spinto dalla vanagloria. Capisci, figlio? Egli che tanto l’ebbe contro la vanità di fiorentini sodomiti, ubriaconi, giocatori e pure contro le femmine tutte che odiava, che pure le costumate certo non le avrebbe chiamate mai a rifondare la repubblica, ma sicuro neanche l’altre, quelle che con abiti e capigliature attiravano peggio che il miele le api. Quelle erano cercate da quei ragazzi suoi che eravamo noi. Tu figlio ora mi vedi vecchio ma ero il più gagliardo specie con quelle femmine. E come gli ubriaconi e i giocatori nelle bische e nelle osterie, dentro i bordelli le cercavamo per strappargliele quelle vesti e lasciarle ignude e immonde che Dio voleva qualsiasi agire che noi facessimo loro per punirle”.

Per la verità non la scomunica della città convinse i fiorentini più puri di spirito, a recedere dal loro favore per Girolamo Savonarola ma una brillante trovata che ebbe Papa Borgia per dissuaderli nel giro di qualche giorno e far loro impiccare Girolamo, bruciarlo e disperdere le sue ceneri in Arno. Bastò che si minacciasse la confisca di tutti i beni che i mercanti fiorentini avessero in Roma. Che certo non significava solo fiumi di denaro toscano indirizzarsi nelle casse dello Stato Pontificio ma anche il decadimento del potere dei fiorentini più ricchi, che erano da anni ben inseriti nel cuore strategico dell’urbe altrimenti noto come curia. 

La vanità delle cose quanta energia toglie al compito che indubbiamente ha ciascuno di noi? E quale sarà il compito di Pippo, orfano di madre e figlio di un ex notaio, alchimista dilettante, infiammato e incenerito dalla predicazione di Girolamo? Cosa sarà significato amare incondizionatamente un padre tutto concentrato sull’inarrivabilità dello spirito del monaco suo, come appariva a Filippo suo padre. Non musiche, non libri, non femminei e allettanti spasmi da cui mai si è sempiternamente compresi e che per questo bisogna punirli e offenderli. Non cibi, non canti, non amicali bischerate. L’ex notaio aveva scelto di praticare, con qualche umana lacuna, questo non godere. 

In quanti si perdono la gioia più verace di questo non godere? Pochi ma l’ex notaio, egli non sarebbe stato tra questi, sebbene nelle multiple amarezze della vecchiaia finì per bere assai. La gioia di cui per la verità il babbo, sembrava insospettabile latore, sebbene avesse scelto la privazione già dalla prima gioventù per seguire le politiche del monaco suo, era un’invenzione di Pippo, in quanto il babbo mai di gioia parlava ad imitazione di Girolamo che solo distruzione sapeva vaticinare. 

Perdersi nei labirinti terreni in cui pochissime e essenziali cose giacciono come morte per l’uomo retto che non vede più la loro ineffabile somiglianza al creato? Mai! Urlava il babbo al figliolo che un po’ si spaventava, un po’ rideva per sdrammatizzare una furia paterna che lo esaltava ma anche lo terrorizzava.  Quanto questa vanità fatta di sensi di colpa, inutili desideri, bramosia di possesso che toglie spirito a ciò che davvero si ama, stornando soprattutto all’oggetto del desiderio la sua identità soprannaturale di creatura di Dio. Scuoteva la testa l’implacabile ex notaio.  Quanti tra gli uomini sanno fare di ciò che bramano l’oggetto che li conchiude al vero guardare gli orizzonti della propria anima? Che li trasla dalla strada in cui i sandali si mischiano con la polvere del cammino e il sentiero pedestre diventa destino che si frappone tra le cattive volontà nostre e i disegni superni cui l’anima sempre partecipa malgrado noi.

Pippo ascoltava e reinventava le parole del babbo che ripeteva stralci di certi discorsi uditi in gioventù, mimando il fervore predicatorio del domenicano Savonarola a più riprese, non appena ci fossero più di due persone nei paraggi. E che fece anche mentre la mamma spirava quasi inavvertitamente nel suo letto di cenci, sfiancata da tutto il lavorare che le era toccato da quando il marito aveva scelto per mestiere di fare il seguace di Savonarola. 

Quella mattina che finalmente il suo corpo disfatto di donna meno che trentenne, dopo aver partorito il quarto figliolo se ne andava dalla vita terrena con un sollievo irriferibile, vi lasciò Pippo che quasi non se ne accorse, tanto ascoltava a bocca aperta le fascinose e inquietanti predicazioni dell’amico di Girolamo. 

A una certa ora di un preciso giorno del 1515 Leone X, figlio del Magnifico, entrava in Firenze con tutto il clamore da cui un corteo papale non può astenersi quando si tratta di restaurare un certo potere. Il corteo entrò in Firenze da Porta Romana e attraversò la costa di San Giorgio e lo si sarebbe potuto scorgere in effetti  dalla finestra di quella casa in cui Pippo in quel momento neonato di pochi mesi giaceva dimenticato.  Pacifico e sorridente tra i cenci del giaciglio in cui di recente la madre lo aveva sgravato, solo, mentre il padre armeggiava nel sottosuolo, in quella tana in cui si sapeva fosse più o meno sempre, ancora inconsolabile dell’ormai antico rogo del suo monaco. E la madre che sarebbe morta solo qualche anno dopo, girava tra le case della costa di San Giorgio, e raccogliendo i panni che forse qualcuno avesse avuto da darle per farsi rammendare, andava chiedendosi tra sé che fosse tutto quel clamore e pompa al passaggio di un’altra inutile processione. 

VentiVenti 17 aprile La Sapienza spostato

Purtroppo il convegno VentiVenti per un’interpretazione della poesia di inizio secolo organizzato dalla rivista di poesia Polisemie presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” è stato spostato a data da destinarsi.


Pertanto la mia partecipazione ai lavori del convegno riguardante l’ambito:

Testo e società, azione e reazione – Rapporto tra testo poetico e realtà sociale: come la poesia possa farsi interprete del contesto attuale e quanto l’atto poetico riesca a incidere nella trama sociale

E’ rimandata.

In questi giorni sto comunque lavorando alla composizione e all’illustrazione dei dieci anni di attività di Contemporanea Fondo Librario di Poesia e a tutte le azioni sociali poste in essere attraverso l’organizzazione di progetti legati in vario modo alla poesia nel suo ruolo di agente e reagente sociale necessario a cogliere le criticità e le possibilità entro un discorso strettamente contemporaneo. Nello specifico avrò senz’altro modo di illustrare nella sede della nuova data che sarà designata per il convegno Ventiventi, e in altra sede, il progetto di laboratori scolastici L’albero capovolto 2020 che si è tenuto con la collaborazione organizzativa della professoressa Antonella Palummieri per tutto il mese di febbraio 2020 presso l’Istituto comprensivo Falcone e Borsellino.

Isolamento

Del libro come oggetto rivelatore

Ci sono scoperte che non si fanno senza lasciarsi modificare, ci sono guadagni di conoscenza che si fanno solo in concreto, scriveva nel 2013 Luisa Muraro nella prefazione alla seconda edizione di un libro intitolato Le amiche di Dio. Margherita e le altre, uscito per la prima volta nel 2001. Margherita è Margherita Porete, esponente del beghinaggio delle origini nata a Hennegau (in italiano storico Annonia nell’attuale Belgio) tra il 1250 e il 1260 e morta sul rogo a Parigi il primo giugno 1310, autrice de Lo specchio delle anime semplici, fu bruciata dopo un lungo processo per aver rifiutato di togliere il suo libro dalla circolazione e per aver rifiutato di ritrattare le sue idee.

Perché la parola isolamento mi fa tornare a questo libro? Il primo motivo è una coincidenza. Quando dieci giorni fa insieme a Anna Maria Curci abbiamo presentato Annina Tragicomica presso la libreria Odradek di Roma, avevo già in mente di comprare tre regali.

Poi, per raggiungere la libreria, attraversando il centro di Roma in una domenica mattina uggiosa, già abbastanza disertato per via del virus, con la sorpresa, proprio quel giorno, di trovare San Luigi dei Francesi sprangata, il mio proposito si è rafforzato. Tanto che appena arrivata in libreria ho comprato per mia figlia La scopa del sistema di David Foster Wallace (Einaudi, 2014) perché è un titolo che mi aveva già chiesto un paio di volte. Per mia madre ho comprato Bella mia di Donatella Dipietrantonio (Einaudi, 2018) lei sa il perché. E per me, ritrovamento junghianamente sincronico per eccellenza dato che non ero a conoscenza dell’esistenza di questo libro, La notte delle beghine (Beat edizioni, 2020) di Aline Kiner, scoprendo uno dei romanzi storici più belli e più utili di sempre.

Ma torniamo all’isolamento e alla nuova indicazione restrittiva di restarsene noi italiani, tutti in casa, restrizione che minaccia di essere sempre più stringente. Per la verità a me il senso di isolamento me lo ha dato di più, in tempi non infetti, l’aleggiare di relazioni sociali qualitativamente instabili e la latitanza sempiterna di orientamenti cui affidarmi. Certo non escludo che questo possa essere stato un problema mio o della mia generazione o di tutti quelle e quelli che nonostante l’età adulta non riescono, come me, per un motivo a o un altro, a individuarsi come soggetti di questo mondo. Parlo di quel brancolare in un tipo di isolamento che si finge socialità un po’ per consolazione, quando non ci relazioniamo in modo soddisfacente a un ordine simbolico vigente, prima che a un ordine sociale. Quando, restando un minimo onesti intellettualmente, si fatica a trovare un luogo comune entro il quale ci si possa ritrovare in una rappresentazione plausibile di noi stessi.


Letta nel momento storico di necessario e straordinario isolamento in cui ci troviamo ora, ciò che arriva dalle parole de Lo specchio delle anime semplici di Margherita Porete è una mistica che può in qualche modo incontrare la contemporaneità nella libertà di consentirsi a una solitudine, più che a un isolamento, di altra natura: nel silenzio delle passioni contraddittorie, dice Jung, l’io individuato può sentirsi oggetto di un soggetto ignoto e superiore. Certi lo chiamano Dio, io lo chiamo poesia. Margherita Porete da buona eretica e in largo anticipo su Lutero, professava tra l’altro la non necessità di intermediari nel suo dialogo con questo soggetto ignoto e superiore.

Le amiche di Dio inizia con una prefazione che testimonia un sorpasso metodologico attraverso cui Muraro ha dato luogo a un’indagine storica e filosofica del tutto nuova intorno un’esperienza erroneamente creduta isolata, quella della mistica medievale femminile. Ossia Muraro ha ipotizzato, come premessa l’esplorazione della “possibilità di una ricerca scientifica condotta e esposta in un linguaggio non specialistico” arrivando con ciò a un guadagno di conoscenza fatto in concreto che il romanzo di Kiner, con La notte delle beghine, edito in Francia nel 2017, sembra raccogliere e inserire in un contesto molto ampio, connettendo l’avvenimento “isolato” del rogo di Margherita a un orizzonte di eventi che ha dato luogo per secoli alla quasi totale sparizione di questo personaggio e del suo libro. E all’esclusione dell’importanza politica del primo beghinaggio dagli orizzonti della storia europea.

Kiner nel suo romanzo racconta anche quali potessero essere i motivi soprattutto economici per cui nella Parigi dei primi anni dieci del Trecento il rogo della, tutto sommato insignificante beghina Margherita Porete, segue di poco quello di un gran numero di importantissimi esponenti dell’ordine dei Templari.

Per via del romanzo che sto scrivendo, che tra l’altro riguarda una mistica minore italiana vissuta nel Seicento e appartenente all’ordine monastico delle domenicane, ho appreso che nel tredicesimo secolo le beghine non appartenevano a un ordine religioso ma avevano delle proprietà. Vivevano in eremitaggio o in case comuni, in collegi con delle regole molto precise in merito all’accoglienza e alla solidarietà da riservare alle donne non soltanto religiose, quanto bisognose di un rifugio per via della loro quasi totale esclusione dalla società a causa dell’indigenza o quando si trovavano al di fuori del matrimonio.

Nella Roma del Cinquecento tuttavia le discendenti di quella linea di pensiero erano diventate beghine della penitenza di San Domenico e quindi inevitabilmente collegate a quell’ordine monastico, fino a essere trasformate da Pio V nel 1566 attraverso l’imposizione di strette clausure e voti solenni a qualcosa di convergente nella monacazione vera e propria.

Kiner e Muraro, con un romanzo la prima e con un saggio la seconda, adottando un linguaggio non scientifico ma rigorosissimo, mettono in luce proprio un’ambivalenza che di questi tempi mi pare fondamentale individuare nella parola isolamento.

Afflato all’isolamento come raccoglimento volto a una qualche forma di indipendenza e la riduzione all’isolamento che rasenta la cattività, entrambe intese come dinamiche composte e contrapposte della storia, e non soltanto di quella relativa al beghinaggio delle origini. L’isolamento delle beghine si riferiva in entrambi i casi a una marginalità conscia di doversi intendere rifugio che scongiurasse l’abbandono o peggio le aggressioni da parte degli eventi legati a una forma di storia maggiore. Una forza maggiore che tende a cancellare (magari a un certo punto non riuscendoci più) la non appartenenza alle dinamiche del suo corso e di conseguenza l’essenza anomala della soggettività di ciascuno.

Luisa Muraro e Aline Kiner

Ma ben più preziosa è quella interezza per la nostra intelligenza della vicenda di Margherita e del suo libro. Lo specchio delle anime semplici, prima della scoperta del 1944, era il relitto di un mondo condannato, escluso dalla tradizione e reso così inafferrabile nella sua integrità, raggiungibile solo nei suoi sparsi documenti dalla ricostruzione erudita, e a sua volta frammentaria a causa dello specialismo. Luisa Muraro, Le amiche di Dio. Margherita e le altre, Orthotes Editrice, 2013 p. 131

Contemporanea Fondo Librario

Contemporanea Fondo Librario

Finalmente la nuova definizione del fondo librario è stata attivata. Nuovo il sito, nuove le iniziative, immutato l’impegno culturale. Contemporanea fondo librario c’è e continua il suo lavoro, ora e per l’avvenire da remoto. Conclusa la prima parte del progetto L’albero capovolto riguardante i laboratori scolastici si procederà a darne opportuno conto.

Ripensiamoci

L'8 marzo, la Ferrante Fever e il covid-19

Oggi è l’8 marzo e adesso come adesso non so più come pensare l’importanza di questa data. C’è da dire che la normalità non è mai stata il mio forte. Ma oggi soprattutto sento un’empatia profonda e una viva solidarietà con le persone “divise” negli affetti, dal decreto emanato dal Governo Italiano stanotte. In questo momento il legame con figli, genitori, nonni e amici veri, a mio avviso è qualcosa da riconsiderare in termini fondativi. Qualcosa che le donne più di tutti sono portate a considerare non solo culturalmente ma anche affettivamente, al di là delle questioni strettamente individuali, come il punto di contatto con una vulnerabilità personale e altrui che più che spaventare, deve essere accettata, rispettata e sorvegliata.  

Gli eventi pubblici programmati nei prossimi mesi, tutti in forse, non tolgono niente al mio entusiasmo di lavorare su quello che c’è in questo momento di veramente nuovo e a quello che c’è sempre stato. Perciò il rimpianto relativo alla perdita della normalità non ce l’ho. Senza nulla togliere al senso di responsabilità verso me stessa e verso gli altri, il rimpianto per la perduta normalità non mi riguarda. Anche perché prima di questi strani giorni la normalità mi è sempre sembrata qualcosa di deformante e posticcio, insomma una specie di diversivo che ho eluso più di quanto ora stia cercando di evitare a me e al prossimo mio il covid-19.  

In queste ore di riflessione, studi e cura dei miei cari, in qualche modo tutto si integra. Tutto trova una prossimità nella non esclusione: l’oggettiva preoccupazione, l’affacciarsi di idee davvero contemporanee e interessanti che il cappello della normalità collettiva è altrimenti teso a nascondersi, lo straniamento che le distanze di sicurezza imposte, arrecano entro gli spazi della topografia suburbana.

Inoltre, molto importante per me e per altre e altri, in questi giorni in Italia di pari passo con il crescere della conta dei contagiati, si è avuta una rinnovata diffusione della Ferrante Fever, attraverso la trasmissione della seconda stagione della fiction de L’amica geniale che riguarda il secondo libro della saga, Storia del nuovo cognome.

Ho seguito le puntate come molte e molti per amore, riflettendo anche che quello per Elena Ferrante è l’amore più longevo della mia vita. Avevo poco più di vent’anni e mi ricordo come se fosse ieri il colpo di fulmine così determinante per il mio destino, quel giorno in cui sono andata al cinema a vedere L’amore molesto. Però è un amore che nel mio caso non si è mai potuto permettere di essere acritico e che a ogni passo mi ha costretta a fare i conti con un imperativo tutto mio, di dovermelo circostanziare e ridiscutere sempre, di doverlo giustificare a me stessa, come se da ciò dipendesse tantissimo, quasi tutto quello che negli anni mi ha riguardato come fidanzata, amante, moglie (due volte), madre (tre volte), figlia, nipote, amica, italiana.

Negli ultimi otto anni e dopo la pubblicazione del mio libro in Germania nel 2018, e ancora di più negli ultimi sei mesi, mi sono dedicata, al mio libro su Ferrante a breve in uscita in Italia. Quello su questa autrice è stato il lavoro che più di tutti gli altri ha impegnata disciplinandola, la mia capacità di studio, traduzione, lettura, scrittura, riflessione fino dal mio primo intervento pubblico su questa autrice nel mese di dicembre 2012 per la Società Italiana delle Letterate attraverso Letterate Magazine.

In questo 8 marzo di calamitosa semiclausura, è proprio alla luce del lavoro su Ferrante che non posso fare a meno di ripensare al concetto di normalità e a come questa abbia un significato alternativo e fondamentale nell’opera di questa autrice, e secondo me anche nelle motivazioni più silenziose e profonde che hanno scatenato la diffusione della Ferrante Fever.

In  Storia della bambina perduta, ultimo libro della tetralogia  a partire da pagina  158 Ferrante inserisce  l’episodio del terremoto del 23 novembre del 1980 che, come tutti sanno, è stato un evento violentissimo che colpì Napoli, la Campania e la Basilicata in modo devastante. Questo avvenimento nell’economia della storia delle due amiche Lila e Lenuccia è un fatto decisivo, poiché è l’unico momento de L’amica geniale in cui Lila parla della sua visione della vita come qualcosa in ogni momento passibile di cedimento rispetto agli apparecchiamenti posticci che mette in campo il desiderio di normalità. Questo sentimento Elena Ferrante lo ha colto perfettamente e nominato con una sola parola: smarginarsi che è una parola su cui ora più che mai bisognerebbe riflettere in termini di genere e anche a prescindere dal genere, per sdoganare molte, troppe credenze e pretese in merito al pensare la pur necessaria normalità, come un diritto esclusivo di tutto quello che non è normale.

Ferrante scrive

Borbottò che non doveva mai distrarsi, se si distraeva le cose vere, che con le loro contorsioni violente, dolorose, la terrorizzavano, prendevano il sopravvento su quelle finte che con la loro compostezza fisica e morale la calmavano, e lei sprofondava in una realtà pasticciata, collacea, senza riuscire più a dare contorni nitidi alle sensazioni. Un’emozione tattile si scioglieva in visiva, una visiva si scioglieva in olfattiva, ah che cos’è il mondo vero, Lenù, l’abbiamo visto adesso, niente niente niente di cui si possa dire definitivamente: è così (p.162)


Buon 8 marzo allora a tutte e tutti, un abbraccio a distanza con la vicinanza di sempre e a presto! 

Domenica alla Odradek noi ci saremo!

Qualcuno mi ha detto che la poesia rivendica il diritto di ogni persona ad ascoltare parole diverse da quelle che si aspetta. Diverse da quelle dette anche in circostanze che poco hanno a che fare con la poesia. Mi piace pensare che un certo modo di scrivere esista soltanto per cogliere la rivendicazione muta che si trova ovunque, in febbrile attesa di tutte le parole che non sono state ancora pensate. Parole che vengono dal basso, dall’esperienza che di primo acchito è sempre muta, piuttosto che dall’alto, di uno scopo o da un sapere che sa già il fatto suo perché codificato in un modo ineludibile. Scrivendo da parecchi anni poesia, so quanto ci sia da perdere quando la propria scrittura non riesce a agganciare le anomalie della contemporaneità, insinuate nelle maglie dei vissuti passati e presenti. E quando dico “vissuti” penso sempre a qualcosa di empirico. Da donna so anche come un certo modo di scrivere, esattamente come la nascita e la morte, ha a che fare con un dato inesatto e spesso illeggibile con il quale anche senza scrivere, qualcuno si sente ancora chiamato a fare i conti. Forse per questo, a un certo punto, mi è capitato di ritrattare la parola verso anche dal suo etimo, in favore di una scrittura senza quell’argine, cercando qualcosa che si adattasse meglio alle complessità in perenne transito sotto le evidenze più ripetitive. Con ciò ho provato a rendere permeabili due complessità: quella che galleggia in superficie, legata a nuovi e vecchi linguaggi e quella di un quotidiano sempre più liquido. Questa rottura dell’argine che il verso rappresenta senza sconfinare nella prosa, né seguire strade già battute da altri poeti, nel mio caso spero abbia coinciso con una ricerca nell’ambito di quella rivendicazione di cui sopra. Dalla postfazione di Annina Tragicomica, Formebrevi, 2017.

Aspetto con ansia il piacere di incontrare gli amici di Roma alla presentazione di Annina Tragicomica che si terrà domenica prossima alle 10,30 presso la bellissima libreria Odradek. Grazie infinite a Fiammetta Bardelli e Anna Maria Curci con le quali non vedo l’ora di passare qualche ora nell’ambito di un incontro in cui la relazione tra persone dà il meglio di sé e inevitabilmente semina futuro. Il mio pensiero domenica è con Giovanni Duminuco, editore di Annina che ha creduto già nel 2016 quando gliel’ho proposto, in un libro così evidentemente non spendibile.

1 marzo Annina a Roma

Domenica 1 marzo ore 10,30 a Roma avrò il piacere di parlare del mio libro di poesia edito da Formebrevi (2017), Annina tragicomica. L’incontro avrà luogo presso la libreria Odradek via dei Banchi Vecchi, 57. L’occasione è di particolare rilievo perché avviene nell’ambito di un progetto di promozione culturale di singolare valore: “Mai innocua parola” ideato da Fiammenta Bardelli e Anna Maria Curci. Si tratta di un ciclo di incontri dedicati a libri scelti in cui il reading e l’intervento critico disegnano una prospettiva di lettura stimolante e fuori dall’ordinario.


Sono davvero felice dell’occasione di parlare di Annina Tragicomica con Anna Maria Curci che è anche curatrice del libro.  In questi anni il libro di poesia Annina tragicomica è stato presentato a Palazzo Fibbioni nel corso del Festival letterario de L’Aquila Week-end d’autore dall’associazione Le muse ritrovate, a Caltanissetta nell’occasione del conferimento del premio Le forme del dire indetto dalla casa editrice Formebrevi, a Campagnano a cura dell’amministrazione Comunale presso la Sala Conferenze del Polo Culturale Comunale di Palazzo Venturi e a Bracciano dall’associazione Laputa presso il Museo Civico Chiostro degli agostiniani nell’ambito della manifestazione Letti di Notte. Qui alcune note critiche sul libro.

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Il mondo è sessuato. Geneviève Fraisse

“Perché non si sfugge facilmente al gioco di prestigio che mostra e poi nasconde ciò che il sesso e il genere producono nella vita umana”

Sono arrivata a Geneviève Fraisse perché mi interessava un punto di vista non italiano, nel senso di non connotato dalla storia del nostro Paese, rispetto al possibile legame che sussiste tra la fondazione di una democrazia e il percorso di inclusione delle donne nella vita civica del loro Paese.

Fraisse è una filosofa francese e storica del pensiero femminista, parlamentare europea dal 1999 al 2004. Devo dire che inizialmente la cosa che più di tutte mi ha colpito del suo pensiero è il modo in cui approccia il concetto di storicità dei sessi e la sua posizione in merito al movimento #MeToo. Questi sono i motivi per cui ho deciso di comprare e leggere il suo libro Il mondo è sessuato. Femminismo e altre sovversioni uscito in Italia per nottetempo, pochi mesi fa, alla fine del 2019 ma edito in Francia nel 2016 con il titolo La sexuation du monde: Réflexions sur l’émancipation.

Non sono una storica, non sono una filosofa ma da donna che scrive mi sono interessata di questi argomenti perché il possibile legame fondativo che Fraisse rintraccia entro la genealogia storiografica della Francia (in cui la rivoluzione ha giocato un ruolo tanto importante quanto controverso) tra l’istituzione della repubblica e l’inclusione delle donne nel concetto di cittadinanza, mi risuona molto con alcuni temi dell’ultimo libro che ho scritto e in quelli del libro che sto scrivendo ora.

Come riporta sinteticamente Annarosa Buttarelli nella prefazione del libro, il risultato dell’analisi che Fraisse compie mette in luce un aspetto su cui a monte bisognerebbe riflettere di più parlando dell’importanza storica e sociale del movimento #MeToo come movimento globale: attraverso la protesta di un corpo femminile individuale si è attuata per la prima volta da quando si parla di globalizzazione, la rivolta di un corpo femminile collettivo. Una rivolta senza prevalente segno ideologico. La fuoriuscita dai saperi costituiti in merito al corpo femminile ha reso possibile il profilarsi di un’azione di protesta diffusa e accettata che però è partita come una rottura, ovvero da una mancanza di ortodossia rispetto alla conformità nell’ambito di pratiche accettate per quella che è una percezione del corpo della donna avallata, anche in contesti geografici e socio economici molto diversi tra loro.

Personalmente quello che del pensiero di Fraisse  mi è soprattutto interessato è la descrizione di una possibile origine storica che l’autrice illustra già a partire dalle prime pagine del suo libro, tra il percorso culturale  di un corpo individuale femminile in un contesto che inizia a considerarlo nella parzialità di ruoli attribuiti alle singole individualità, come quello di donna artista o donna alto borghese, riconosciuti nel corso della storia francese, e la distanza  sempre più marcata di questo riconoscimento appannaggio solo di alcune condizioni,  con quel che inizia a intendersi in termini globali come corpo collettivo femminile di cui sopra.

Dal punto di vista storico l’idea che il percorso di una sola persona fuori dal comune, scrive Fraisse, testimoniasse il riconoscimento del progresso per tutte, ha prevalso. Del resto sta nel concetto stesso di democrazia una possibile trappola che fa incorrere in questo fraintendimento: “In democrazia, l’eccezione può diventare la regola; in democrazia si sottolinea la similitudine di tutti piuttosto che le differenze categoriali; in democrazia la totalità degli esseri è teoricamente implicita (…) Ma “ognuna” è anche la persona che è solo l’”uno” singolare, senza l’obbligo di riconoscersi nella molteplicità del collettivo, mentre attinge allo stesso tempo, all’interno di questo collettivo, la possibilità di essere quell”uno” singolare”.

In parole povere l’assunto del libro di Fraisse è che la storia è sessuata perché la sessuazione è un fatto: “Non il fatto di una definizione della differenza sessuale, non il fatto di una categoria antropologica come la differenza dei sessi ma il fatto di una realtà politica semplice: i sessi fanno la storia.”

Al di là degli esigui appunti che riporto qui, i quali si riferiscono solo alle premesse del libro, quanto illustra Fraisse ricostruendo alcuni aspetti non sufficientemente considerati, rintracciabili tra le pieghe della storia e della filosofia europea, è davvero prezioso se si vuole comprendere meglio la difficoltà di passaggi decisivi in cui la storia delle donne ha spesso subito narrazioni molto distanti da quello che sarebbe oggi una  ricostruzione  accettabile, al di fuori delle importanti ricerche specifiche attuali, anche in termini di senso comune.

Chiude il libro di Fraisse una postfazione di Luisa Muraro in cui la studiosa italiana sottolinea in modo diretto e esplicito che nei moltissimi contesti storici in cui le donne compaiono eccezionalmente o marginalmente, ciò si deve alla selezione e alla lettura dei documenti storici: “selezione e lettura che sono fatte in vista di quello che risulta memorabile e degno di essere trasmesso alle nuove generazioni”.

Nella selezione di questi documenti, quanti sono rimasti muti, sono scomparsi, o sarebbero potuti essere e non sono stati? C’è sempre entrato in un modo o in un altro, il potere politico e culturale perlopiù patriarcale in questa cernita. Perciò, come prescrive Muraro è necessario ripensare molto di quanto è stato scritto dalla storia “la storia delle donne esige per essere tale un effetto di retroazione simbolica che consenta una ripresa della narrazione storica (…) Pena una storiografia scientifica fine a se stessa”. Questa evenienza penosa, a me personalmente, più approfondisco quello che mi interessa, più mi appare tutt’altro che remota.  

Perché la poesia contemporanea a scuola?

Con il mese di febbraio inizieranno presso l’Istituto Comprensivo Falcone e Borsellino i laboratori scolastici di poesia del progetto L’albero capovolto che quest’anno, più che negli anni precedenti, si dimostrano un’occasione importante per gli studenti e le studentesse che vogliano condividere la loro scrittura anche al di fuori delle pareti delle aule scolastiche.

Infatti una selezione degli elaborati prodotti nell’ambito dei laboratori sarà illustrata e introdotta il 17 aprile in una delle giornate del convegno VentiVenti, che l’Università La Sapienza dedica alla poesia contemporanea e andrà a fare parte, in un secondo tempo, del fascicolo della rivista Polisemie dedicato al convegno.

Perché fare un laboratorio di poesia contemporanea alle scuole medie? Si potrebbe rispondere genericamente che grazie alla lettura e alla scrittura di poesia, se liberata dai numerosi pregiudizi che la snaturano, ciascuno può conoscere meglio se stesso e in questo modo è portato a meglio definire la propria visione del mondo. Un testo poetico mostra gli oggetti, le persone, i sentimenti e le sensazioni più immateriali secondo un’angolazione imprevista che permette di considerare la realtà in modo nuovo.

Prima di addentrarci nella descrizione del nostro progetto però è bene ricordare che il termine poesia include modalità e significati che vanno oltre il canone utilizzato per l’insegnamento a scuola ed è dall’esplorazione di questa pluralità che partiremo.

Il pregiudizio relativo al fatto che la scrittura e la lettura di poesie suggellino una sorta di elevazione sociale, non è recente. Si tratta di un pregiudizio che fa parte prima della nostra storia di italiani e poi della nostra letteratura. Comporre versi infatti nell’Italia del Cinquecento era non soltanto una moda, ma anche un modo per definire la propria autorevolezza sociale in una cultura che anche quando popolare, risultava largamente intrisa del modello espressivo petrarchista. Perciò ogni non poeta al fine di apparire potenzialmente dotato di un certo livello intellettuale, riteneva di dover comporre qualche poesia, che veniva utilizzata oltre che negli scambi epistolari, amorosi e amicali anche in frangenti come il dileggio, l’accusa di qualche malefatta, la denuncia di circostanze equivoche ecc. Questa modalità bifronte della poesia, intesa in un certo senso come elettiva e nell’altro come una specie di canone espressivo legato a un’utilità propriamente assertiva in frangenti più quotidiani e bisognosi di una comunicazione diretta, ci aiuterà a attenuare il timore reverenziale verso la poesia iniziandola ad immaginare come uno strumento praticabile a tutti gli effetti.

Perché approcciare in questo modo la poesia attraverso i laboratori scolastici di Contemporanea – Fondo Librario? Il fondo librario quest’anno propone un progetto completamente nuovo che tuttavia esprime e sintetizza i temi che sono stati nostri fin dal principio. Infatti l’idea di raccogliere un fondo librario di poesia nasce nel 2011 allo scopo di lavorare alla costituzione di una piccola ma ultraspecializzata biblioteca capace di un valore testimoniale di stringente attualità. Questa attitudine si è andata via via coniugando con il nostro modo quotidiano di intendere la cultura in senso inclusivo che ci ha portato a sfatare anno dopo anno, quel pregiudizio di cui s’è detto, quello per cui la cultura in genere e la poesia nello specifico fossero qualcosa di distante, irraggiungibile, difficile, in qualche modo elitario. Non è così. Lo abbiamo dimostrato di fatto in questi anni attraverso progetti, iniziative, eventi che hanno saputo coinvolgere in modo transgenerazionale moltissime persone.

Quest’anno dunque la nostra proposta riguarda un laboratorio espressamente rivolto a coniugare la creatività dei più giovani con un concetto di poesia che per quanto spesso inconsapevolmente, li coinvolge quotidianamente attraverso le loro scelte linguistiche e estetiche. Il lavoro condiviso in classe sarà volto a infondere in questo senso una maggiore consapevolezza delle proprie modalità espressive.

In classe la poesia infatti quest’anno la intenderemo ponendola entro tre dimensioni temporali:

  • La presente, come sguardo sulla materialità delle cose e dei sentimenti più comuni, la cui lettura e dicibilità più sensibile rischia drammaticamente di essere sopraffatta dall’eccessiva immersione nei dispositivi tecnologici, dalla fretta e dalla poca cura nelle relazioni interpersonali.
  • Una dimensione rivolta al futuro analizzando il linguaggio attraverso cui la scrittura può essere condivisa in modo costruttivo e consapevole sui social e in rete. Si veda a questo proposito l’articolo che abbiamo pubblicato recentemente sul sito del fondo librario sulle piattaforme social utili a chi ama condividere la propria scrittura e le proprie letture.
  • Infine la dimensione del passato ossia rivolta alla prima memoria che ciascuno custodisce in merito al suono e al significato delle parole di un’infanzia che nel caso dei ragazzi della scuola secondaria di primo grado è ancora un giacimento cui si può attingere per ritrovare un rapporto emotivo vivido con il proprio linguaggio originario.

A chi si rivolge il laboratorio, secondo quale modalità? La fascia di età coinvolta va dagli undici ai tredici anni. Il laboratorio prevede 32 ore, 4 ore suddivise in 2 lezioni da 2 ore ciascuna per ogni sezione del primo, secondo e terzo anno della scuola secondaria di primo grado. Nelle prime lezioni di 2 ore avverrà un dialogo con gli studenti in cui verranno messi a fuoco in modo interattivo, le diversità del leggere e dello scrivere, come forma di comunicazione, al di fuori della scuola. Tra questi verrà annoverata la poesia e descritte le sue diverse funzioni e possibilità espressive nell’ambito soggettivo di ciascuno. Tramite la similitudine inoltre, rilevata nella poesia di autori più e meno noti i cui testi sono custoditi nel fondo librario e poi attraverso il linguaggio quotidiano, si formeranno le premesse per la lezione successiva dedicata alla rielaborazione personale. Infatti nella seconda lezione verranno suggeriti spunti (tenendo conto per ciascuna classe le diverse età coinvolte) per la messa in pratica in modo autonomo e personale delle conoscenze ottenute durante il percorso.

Qual è la spesa a carico delle famiglie? Nessuna. Il fondo librario svolge le attività suddette a carattere di volontariato al fine di diffondere la fruizione della poesia a partire dai più giovani.

La parola professione

Oggi sul sito del fondo librario parlo di poesia. E del significato della parola professione.

Cos’è che consente a una scrittura poetica un’uscita dalla conformità che non ripieghi nella retorica anticonformista? Legarsi a una griglia classica e esattamente definita come quella dell’endecasillabo necessita di accuratezza, nel senso che l’accuratezza sarebbe comunemente da intendersi come l’uso delle accortezze necessarie per il compimento della propria professione. Dove per professione è da intendersi il significato etimologico della parola.

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extra moenia

Cari che mi leggete, vi auguro un 2020 pieno di favole in cui credere.

Dicono che prima di noi c’era una gente molto selvatica che popolava i boschi delle colline e i roveti del fondo valle ai piedi del castello, lasciando a una popolazione più costumata, la coltivazione della valle che si spinge fino alle sponde del Tevere. Dicono che questi selvaggi vivessero assieme ai lupi, nella ferina convivenza prima e poi nell’eccidio che ne fecero quando accadde che le pelli di quegli animali potessero essere non solo tenute addosso per superare gli inverni ma anche scambiate e poi vendute a certa gente che si avventurava fuori dalle mura della città per cercare chi potesse uccidere il lupo per loro conto. Poi questi selvaggi amanti e assassini del lupo, furono sterminati pare da un terribile morbo contratto durante un rito magico allorché il lupo era già sparito da un pezzo dalle colline nostre per via del loro vigoroso debello. 

       Sempre che il morbo non si trattò di una vendetta del non del tutto morto spirito del lupo che prima fratello poi macellato da coloro che forse ben gli sta che sono tutti morti. Costanza, Costanza hai da essere più bona se un giorno ti vuoi maritare, se no chi ti piglia? Diceva nonna Cleofe la quale sempre fingeva mitezza per poter marranamente imperversare a suo piacimento. 

Lupo italiano

Ma che storie sapeva. Di lupi e di orsi eravamo il conclamato prodotto, diceva. Il castello nostro, a volerlo chiamare così, appena mezzo secolo prima che io nascessi, nell’anno 1573 un giorno che la povera Ortensia per fortuna non si avventurò in campagna, era di diretta proprietà del monastero benedettino di San Paolo fuori le mura che poi cedette le quattro pietre nostre e tutti noi miserabili a certa gente di recente nobiltà.

       Dentro e fuori le mura erano per me espressioni fiabesche che mi inserivano e disinserivano dall’essere partecipe delle cose vere, misteriosissime e magnifiche che appunto succedevano al di là del muro dietro cui c’era Roma tutta gremita di Santi e luoghi nominati coi nomi dei Santi medesimi che mai in ispirito li lasciavano. Fuori dalle mura, dove stentavamo a vivere noi, nulla esisteva e neanche noi esistevamo, nulla accadeva salvo il dibattito che le favole sollevano per essere credute vere dagli ingenui. E nel sollecitare credulità con affabulazione, mia nonna era una piccola autorità locale.  

       Aspetta figlia che il brutto deve ancora venire, mio nonno sempre raccontava, di quel giorno in cui si videro intorno l’assedio del nostro povero castello voluto da papa Martino per rimediare ai soprusi dei signori locali in favore dell’avvicendamento dei soprusi di altri signori. Ma lo scambio di padrone poi in vero non vi fu.

       Nonna, tu come fai a sapere? Io sapevo come lei sapeva più di quanto dicesse. Era altri, da quelli che noi sapevamo lei incontrasse, che in gioventù avevano narrato a lei in certi segreti momenti. Io questo lo sapevo, come a volte mi accadeva di sapere le cose senza aver visto o udito. Cleofe non rispondeva, né abbassava lo sguardo, e io sentivo che era hipocrita perché sua vita era anche altra da quella che noi sapevamo. 

       Ma la odiavo non per questo. Non so come già sapevo che il conoscere per me  non significava che qualcuno me lo avrebbe trasferito ma sarebbe stata una grazia che mi poteva accadere perlopiù imboccando vicoli ciechi. Punti in cui ciò che è visibile e piano è più menzogna di quello che non lo è. E io tanto volevo sapere, che senza perdonare Cleofe che vedeva solo il suo e mai il terribile che toccasse a me per via di quel bestiale zio che come mio padre era figlio suo, io sempre l’ascoltavo.    

       Mai più fui così severa nel giudicare i miei, come lo fui da bambina nei confronti di Cleofe, mia nonna. Allora non immaginavo certo che scaltrezze e cecità dei semplici, una volta svelate, erano colpe minori se confrontate, a certo reiterato peccare che vidi ammantato di fogge impensabili. Fogge mistificatorie di cui quel mio zio così pio, fu solo il primo e più rozzo usufruttuario. 

       Ora e sempre il peccato mio confronto, con quelle fogge che celavano sotto panni certo la presenza del Maligno in persona. Anche oggi, quando mi voltai verso la povera gente che mi acclamava priora, mentre entravo in questa mia agognata clausura, non cessavo di pensare a quel peccato mio. Ed infatti tra lo sconcerto generale, del peccato di cui mai oso proferire il nome, volli chiedere perdono a tutti, a voce ben udibile, prima di chiudermi la porta del monastero alle spalle, senza che quei semplici potessero immaginare di cosa chiedesse loro perdono quella ormai illustrissima madre. 

Questo brano è tratto dal romanzo che sto scrivendo. Un altro brano del romanzo può essere letto qui (di questo frammento è stata data lettura in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne). Una prima versione dell’incipit è stata ospitata qui dal numero 52 della rivista digitale Fili d’aquilone 

VentiVenti 16/18 aprile La Sapienza

Sono molto lieta di annunciare la partecipazione del Fondo Librario di Poesia Contemporanea di Morlupo al convegno VentiVenti 16/18 aprile 2020 organizzato dalla rivista di poesia Polisemie presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza“. L’ambito di partecipazione è quello sociale e prevede le seguenti tematiche:

Editoria e poesia oggi – Analisi della produzione poetica iper-contemporanea in rapporto alla realtà editoriale italiana ed estera. Nuove tecnologie e scrittura poetica – Incidenza dei nuovi strumenti tecnologici nella composizione e ricezione del testo e nella comunicazione dell’informazione poetica oggi. Testo e società, azione e reazione – Rapporto tra testo poetico e realtà sociale: come la poesia possa farsi interprete del contesto attuale e quanto l’atto poetico riesca a incidere nella trama sociale.


Qualche giorno fa è stato presentato il Rapporto di OCSE e della Commissione Europea (CE) “Supporting Entrepreneurship and Innovation in Higher Education in Italy” sulla capacità innovativa e imprenditoriale del sistema italiano di istruzione superiore.

L’indagine certifica un pesante declino culturale e il fallimento dei processi di inclusione scolastica degli ultimi 20 anni. Ciò che viene evidenziato è che oltre ai fondi da assegnare alla scuola e ai progetti culturali ad essa dedicati, siano indispensabili una certa continuità e una capacità di superare gli stereotipi educativi e culturali più dannosi e inefficaci ai fini del coinvolgimento reale degli studenti entro il processo educativo.

La mia partecipazione ai lavori del convegno VentiVenti sarà finalizzata a descrivere gli obiettivi e gli esiti che in quasi dieci anni di attività il Fondo Librario di Poesia di Morlupo ha posto in essere attraverso l’organizzazione di progetti legati in vario modo alla poesia nel suo ruolo di agente e reagente sociale necessario a cogliere le criticità e le possibilità entro un discorso strettamente contemporaneo. Nello specifico avrò modo di illustrare il progetto del tutto nuovo che da gennaio 2020 il Fondo Librario di Poesia Contemporanea attuerà in collaborazione con l’Istituto Comprensivo Falcone e Borsellino.

Le novità che si stanno prefigurando per quanto riguarda l’anno prossimo, sono al momento incoraggianti. Una su tutte riguarda appunto la maggiore precisazione del mio lavoro nell’ambito del Fondo Librario di Poesia che nei prossimi mesi attuerà attraverso ulteriori cambiamenti una più mirata politica di studio, ricerca e azione sociale.

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Gli adulti bugiardi, curiosità

Dato che la mia recensione de La vita bugiarda degli adulti di Elena Ferrante la redazione del sito Doppiozero curiosamente l’ha pubblicata nello stesso post in cui c’è un testo di un altro autore senza chiedere il mio parere né avvertirmi della data di pubblicazione del mio testo. Dato che curiosamente la mia recensione è stata pubblicata in ritardo rispetto ai tempi in cui l’ho inviata loro che peraltro me l’hanno espressamente richiesta. Tenendo conto di queste curiosità ho pensato di sentirmi libera di pubblicare la mia recensione anche qua. Se non altro per favorire la comodità di chi desidera leggerla.


Era il 1992. Enzo Siciliano con un articolo sul Corriere della sera datato 28 giugno salutava l’uscita de L’amore molesto, opera di esordio di una certa Elena Ferrante, come “un debutto sul difficile terreno della ricerca interiore” manifestando sorpresa per l’altezza stilistica raggiunta là dove un’originalità “non guidata” sceglie lo scavo entro destini individuali piuttosto che confrontarsi con la storia.

Confronto che in effetti doveva sembrare particolarmente urgente in quei mesi dato che il 1992 in Italia è un anno in cui avvengono degli eventi destinati a cambiare radicalmente il corso degli avvenimenti di natura civile e politica per come si erano configurati fino ad allora. Infatti finalmente ne sapemmo qualcosa di Gladio, ebbero luogo le sentenze del Maxiprocesso di Palermo, irruppe platealmente sulla scena pubblica tangentopoli. Ma soprattutto il 1992 è l’anno in cui saranno assassinati dalla mafia i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.  

Siciliano chiudeva il suo articolo elogiativo proponendo un’immagine estremamente significativa dal punto di vista del linguaggio e indicativa del contesto in cui quella storia di madri e figlie napoletane, per niente addomesticata dal buon senso, non poteva che stupire. Infatti Siciliano concludeva accostando in termini di esiti la “poesia della remissività donnesca (…) e l’idea che il riscatto arriva con la sofferenza del pensiero”.  

L’amore molesto arrivò a fare i conti con tutto quello che si era creduto in merito al ruolo del romanzo in Italia e segnava di fatto il mancato riconoscimento pubblico dell’esistenza di una precisa genealogia del romanzo italiano scritto da donne, proprio quella genealogia cui si riferisce Elena Ferrante a più riprese: “La posta in gioco è più alta: contribuire a rafforzare una nostra genealogia artistica che regga, per intelligenza, per finezza, per competenza, per ricchezza di invenzione e per densità emotiva, il confronto con quella maschile”[1]. Genealogia che tra l’altro nel 1992 la filosofia e la critica letteraria italiana di matrice femminista stavano contribuendo già a delineare.

Per tornare ai giorni nostri il 7 novembre scorso, accompagnato da un grande clamore dei media di tutto il mondo, ma anche italiani stavolta, esce La vita bugiarda degli adulti che ha tutta l’aria di costituirsi come il primo romanzo di una nuova saga. Proprio il clamore mediatico e il successo di pubblico, nel caso di Elena Ferrante, con buona pace dei detrattori, non stanno a smentire il valore di un’opera già tradotta in cinquanta Paesi e con all’attivo dodici milioni di copie vendute in tutto il mondo. Per non parlare delle precise e circostanziate ascendenze letterarie che legano l’opera di Ferrante a quella di Elsa Morante e Anna Maria Ortese. Ma stanno a sottolineare un fenomeno che ha portato l’Italia al centro di un discorso globale che attraverso la letteratura, riguarda finalmente le donne.

Dopo la tetralogia de L’amica geniale infatti Elena Ferrante, inizia il racconto in prima persona della vita di Giovanna Trada nata a Napoli il 3 giugno 1979, colta sul compiersi dei suoi 13 anni fino ad arrivare ai 16. Ma non è un inizio del tutto nuovo, semmai è un ricominciare daccapo a guardare all’Italia attraverso Napoli, ribattendo ostinatamente sugli stessi temi che da quasi trent’anni, si focalizzano sulle madri, le figlie e la famiglia italiana. Per giunta sapendo dire così tanto di quanto non era ancora stato scritto della storia di un Paese in cui il peso dei legami familiari si estende ad agire fin nei meandri più noti e più impensabili delle relazioni sociali con ciò descrivendone conseguenze pubbliche e private che non possono essere escluse dalla storia con la S maiuscola. Altrimenti si rischia di essere davvero troppo lontani dal racconto di chi siamo stati e di conseguenza dalla credibilità di quello che siamo diventati.

In ballo infatti stavolta è proprio un’eredità generazionale, storica, politica, ambivalente che è bene saper guardare da tutte le prospettive se si vuole crescere. E Giovanna lo vuole sicuramente, dato che il romanzo si chiude con un proposito di tutto rispetto, quello di diventare adulta come a nessuno è mai successo. Per non parlare della domanda che campeggia già in quarta di copertina: crescere per diventare cosa, per somigliare a chi? Intendiamoci: fare da sé per Giovanna non è una velleità ma una necessità sancita dalla sofferenza del pensiero, cui forse Siciliano si riferiva senza farne una questione di genere, che pagina dopo pagina renderà il linguaggio e le sue insidie più o meno consapevoli, il vero protagonista del libro e la vera posta in gioco in termini di eredità.   

La cornice di questa eredità è Napoli che per l’occasione è divisa esplicitamente in due. La città di sopra del Rione Alto e del Vomero e di San Giacomo dei Capri in cui, le famiglie ritratte nel libro, ossia quella di Giovanna e quella delle due bambine Ida e Angela sue amiche, pretendono si parli esclusivamente in italiano, pretendono si studi soprattutto per non incorrere nella vergogna di avere una figlia bocciata, cosa che invece accadrà sia a Giovanna che a Ida. Eppure le tre bambine apparentemente così ben accudite saranno lasciate da sole a raccogliere un’eredità che riguarda la distanza incolmabile tra il guardare e il vedere che in tutta evidenza è il problema che ha investito la vita di entrambe le loro famiglie.

Poi c’è la Napoli di sotto immersa nel grigiore di tutto quanto globalmente da Milano a Calcutta significa marginalità. Qui si parla solo in dialetto perché il dialetto è lingua madre e il problema è decidere se governare o meno la ferocia che in ogni posto al di sotto del mondo emerso, è la stessa. Di sopra padri e madri discorrono: “delle solite cose che gli stavano a cuore, parole che orecchiavo da sempre tipo politica, valore, marxismo, crisi, stato”. Di sotto la tremenda zia Vittoria, figura impresentabile cancellata dai genitori e riesumata dalla smania adolescenziale di Giovanna di capire davvero lei di chi ha preso il volto, imperversa imponendo alla figlia dell’odiato fratello, con tutta la sua sgradevolezza, di guardare, guardare davvero e decidere di quale racconto vuole far parte.

Sarà grazie a questa zia che Giovanna scoprirà che l’epica familiare che sta alla base della narrazione della sua venuta al mondo è il più bugiardo dei racconti e che tutto l’alto e tutto il basso da cui proviene costituisce un presupposto che non potrà esserle d’aiuto nel proposito di diventare un’adulta del tutto diversa da quanto sia risaputo essere le migliori qualità degli adulti.

Infatti degli adulti di questa storia nessuno è felice o ha ragione, nessuno ha vinto la sua battaglia, nessuno è depositario di qualcosa di significativo al punto di costituire un’eredità davvero solida e soprattutto nessuno ha agito con giustizia nei confronti degli altri pure avendo ampiamente attinto a un lessico fortemente polarizzato in questo senso. Sono i più giovani quelli che Elena Ferrante incarica attraverso Giovanna, non di evitare di dire bugie ma di trovare una sintesi simbolica che non cristallizzi lo sguardo in una polarità vuota: giusto o sbagliato, bene o male, alto o basso, tradimento o lealtà, perché questo scontro di mondi è talmente connesso con l’eredità di Giovanna Trada che tanto l’individuo socialmente qualificato come migliore o peggiore quanto la madre e il padre alla luce dei fatti, semplicemente non sono più credibili. Almeno rispetto a quanto di risaputo li abbia ricondotti al presente di una adolescente nata in Italia nel 1979, tanto addolorata quanto conscia e decisamente molto promettente: “una contiguità incongrua tra volgarità e finezza, e quell’ulteriore assenza di confini nitidi in un momento in cui stavo perdendo ogni vecchio orientamento, mi smarriva ancora di più.”

Ma niente paura, anche stavolta come è già accaduto in Ferrante, esiste un oggetto magico il quale avrà la funzione determinante che rende al guardare alle cose consuete, uno sguardo capace di andare molto oltre le dicotomie, le ambivalenze, gli equivoci, uno sguardo capace di recare alla menzogna un valore del tutto sorprendente. Questo oggetto magico non mette a posto proprio niente perché nell’economia delle storie narrate da Ferrante nessun luogo è sicuro. E non sarà più una bambola che pure nel libro ancora ricopre un valore simbolico importantissimo. L’oggetto magico dei bugiardi di Ferrante è un monile, un prezioso braccialetto da donna che grazie al suo potere maligno mette in circolo tutte le energie che fanno destino. Il tradimento sopra ogni cosa.

Maschile e femminile, immanente e trascendente, corpo e spirito, lealtà e tradimento sul finire del romanzo irrompono attraverso i personaggi di Roberto e di Ida. Il primo è l’uomo di cui Giovanna si innamorerà davvero e pare rappresentare con il suo legame di natura intellettuale con la religione, proprio quell’aggancio con la trascendenza che l’opera di Elena Ferrante, ha illustrato in altri termini attraverso la tetralogia de L’amica geniale.  La seconda è la giovanissima amica che si fa bocciare per aver troppo letto e scritto per conto suo. Giovanna sceglierà proprio Ida come compagna di un viaggio dal sapore iniziatico alla volta di Venezia, dopo avere indicato all’amica di essere la prescelta dandole senza vergogna un bacio sulla bocca ai giardini della Floridiana nonostante l’andirivieni di madri che sospingono passeggini.

Il romanzo finisce qui. Lasciamo con disappunto il bel Roberto che sta scrivendo un saggio sulla compunzione: “La chiamò più volte addestramento a pungersi nella coscienza, attraversandola con ago e filo come la stoffa quando bisogna farne un abito”. Oddio, compunzione ha a che fare con il rimorso, con il pentimento, corro a cercare sul vocabolario della lingua italiana Treccani, è un atteggiamento ostinato di umiltà e afflizione, talora ipocrita che nella teologia cristiana sta anche come sinonimo di contrizione… è troppo, quanto bisognerà aspettare per l’uscita del prossimo romanzo?

Ferrante sembra dire che tra il guardare e il vedere c’è un baratro che certi adulti ricolmano abilmente di parole sempre più scollate dal campo in cui accadono le cose della vita vera che è più tremenda e più magica di tutte le menzogne del mondo. Se davvero Elena Ferrante con La vita bugiarda degli adulti ha voluto dire questo, io ci credo.


[1] E. Ferrante, L’invenzione occasionale, Roma, Edizioni e/o, 2019, p. 82

Doppiozero La vita bugiarda degli adulti Elena Ferrante

Doppiozero pubblica il mio punto di vista sul nuovo libro di Ferrante e quello di Stefano Jossa. “Infatti degli adulti di questa storia nessuno è felice o ha ragione, nessuno ha vinto la sua battaglia, nessuno è depositario di qualcosa di significativo al punto di costituire un’eredità davvero solida e soprattutto nessuno ha agito con giustizia nei confronti degli altri pure avendo ampiamente attinto a un lessico fortemente polarizzato in questo senso. Sono i più giovani quelli che Elena Ferrante incarica attraverso Giovanna, non di evitare di dire bugie ma di trovare una sintesi simbolica che non cristallizzi lo sguardo in una polarità vuota.” https://www.doppiozero.com/materiali/elena-ferrante-la-vita-bugiarda-degli-adulti

Il punto su Elena Ferrante

I miei libri

in lingua tedesca (trad. di Ingrid Ickler) (2018)

le bambole napoletaneQuando il romanzo d’esordio L’amore molesto di Elena Ferrante appare in Italia nel 1992, nessuna delle prime recensioni né delle prime interviste diedero un’idea della dimensione internazionale che il fenomeno letterario avrebbe acquistato in seguito. Da lì in poi e per quasi trent’anni, Elena Ferrante illuminerà gli aspetti meno frequentati di molti destini femminili inquadrati nel contesto storico e sociale nel suo Paese ma non solo.  Questo mio ritratto letterario di Elena Ferrante edito dalla Casa Editrice tedesca Launenweber nel mese di marzo 2018 illustra tra l’altro come Elena Ferrante sia stata accolta in Italia prima e diversamente dal resto del mondo. Un punto di partenza legato all’origine italiana del fenomeno, quindi, ma con lo sguardo già rivolto alle motivazioni della consacrazione internazionale di Elena Ferrante come una delle maggiori scrittrici italiane di sempre.


in lingua italiana (2014)

Elena Ferrante copertina
saggistica

Elena Ferrante eBook. Chi è Elena Ferrante? Una donna? Un uomo? Un gruppo di scrittori che da oltre un ventennio pubblicano a turno, o collaborando insieme , con questo pseudonimo? O una scrittrice capace di rovesciare come un guanto i propri temi per renderli attualissimi, nel metodo e nel merito?

Un caso non solo letterario che da italiano è ora diventato, con clamore e consensi, internazionale. Doppiozero presenta la prima monografia sulla sua opera, scritta in modo insieme leggibilissimo e approfondito da Viviana Scarinci

 


Articoli 

La vita bugiarda degli adulti (novembre 2019)

Dcover_ferranteoppiozero pubblica il mio punto di vista sul nuovo libro di Ferrante e quello di Stefano Jossa. “Infatti degli adulti di questa storia nessuno è felice o ha ragione, nessuno ha vinto la sua battaglia, nessuno è depositario di qualcosa di significativo al punto di costituire un’eredità davvero solida e soprattutto nessuno ha agito con giustizia nei confronti degli altri pure avendo ampiamente attinto a un lessico fortemente polarizzato in questo senso. Sono i più giovani quelli che Elena Ferrante incarica attraverso Giovanna, non di evitare di dire bugie ma di trovare una sintesi simbolica che non cristallizzi lo sguardo in una polarità vuota” https://www.doppiozero.com/materiali/elena-ferrante-la-vita-bugiarda-degli-adulti


L’amica genaile in TV (novembre 2018)

Lamica-Geniale-1Il rione che vedremo stasera può essere dislocato ovunque, le due bambine potrebbero essere chiunque in un contesto che però è esistito prima e perciò illustra, attraverso le immagini di un agglomerato urbano circondato dal nulla, il suo carattere primigenio. Il rione ricostruito nella fiction de L’amica geniale è riconducibile all’apparizione di un prima universale in cui forze naturali e soprannaturali sfuggono al controllo umano: l’ira su tutte. La vera posta in gioco di questa chimerica identità tanto cittadina quanto femminile è la padronanza della strategia delle apparenze contro la violenza della realtà, o contro il potere che alla realtà noi tutti attribuiamo per default.  Leggi tutto l’articolo su Doppiozero


Elena Ferrante e il genio di Napoli (settembre 2018)

Qualche giorno fa alla Biennale del Cinema di Venezia in occasione della proiezione in anteprima delle prime due puntate della fiction L’amica geniale, che andrà in onda a breve sulla RAI (e l’1,2,3 ottobre in anteprima al cinema) Saverio Costanzo ha parlato della storia raccontata ne L’amica geniale come una narrazione politica, intesa come racconto empatico del sentimento diventato memoria, in grado di trasmettere un contenuto politico molto più efficacemente di quanto non possa fare l’ideologia. Saverio Costanzo in questo senso si riferisce al potere che l’Istruzione scolastica  e gli insegnanti avevano in Italia negli anni dell’immediato dopoguerra, sui destini di chi andava a scuola come Lila e Lenuccia nei tardi anni Cinquanta. Continua a leggere https://vivianascarinci.com/2018/09/08/elena-ferrante-e-il-genio-di-napoli/


Ciò che la realtà non sa essere per noi (dicembre 2017)

Alla fine del mese di agosto 2016, con l’uscita del primo volume della tetralogia de L’amica geniale in Germania, Elena Ferrante rilascia una lunga intervista a Klaus Brinkbäumer, direttore di «Der Spiegel». In questa intervista l’autrice dissemina molte indicazioni che, opportunamente lette, vanno ad argomentare diversi aspetti fondamentali della sua opera. In primo luogo, la questione dell’identità sessuale e come essa interagisca nella società diventando quella che Ferrante chiama «identità civile»: «recentemente la scienza ha iniziato a riconsiderare anche la questione del genere sessuale. Se devo essere onesta, ho più fiducia in un’identità letteraria che in un’identità civile».  L’autrice, che ha pubblicato nel 1992 in Italia il suo primo libro, L’amore molesto, oggi è tradotta in cinquanta Paesi. Ma è a partire dal 2011 che la sua fama letteraria è cresciuta di pari passo con quella mediatica, pur non essendosi mai mostrata fisicamente in pubblico. Nel 2011 infatti esce in Italia il primo dei quattro volumi della saga nota con il titolo del primo volume: L’amica geniale. Continua a leggere http://www.lavoroculturale.org/elena-ferrante-identita-poetica/


Chi sono i contemporanei di Elena Ferrante? (maggio 2017)

Nell’ambito di un incontro avvenuto la settimana scorsa al Salone internazionale del libro di Torino, Sandro Ferri editore, insieme a Sandra Ozzola, di Elena Ferrante, ha accennato, tra l’altro, a qualche dato che riguarda gli esiti editoriali prodotti in Italia dai romanzi di questa autrice: diritti ceduti ad oggi in cinquanta Paesi. Copie vendute da Elena Ferrante nel mondo, scrittrice che ha pubblicato per la prima volta nel 1992: oltre i cinque milioni. Di fronte a queste cifre è probabile che relegare l’importanza del fenomeno Ferrante al suo aspetto puramente commerciale sia un po’ riduttivo. Ma forse lecito se l’ottica da cui si guarda il caso Ferrante ha in sé la parzialità di uno sguardo estraneo ai suoi contenuti. Continua a leggere http://www.doppiozero.com/materiali/chi-sono-i-contemporanei-di-elena-ferrante


Storia della bambina perduta (novembre 2014)

Tutto ha inizio nel 2011 con la pubblicazione de L’amica geniale, primo volume della saga omonima che si conclude ora con l’uscita de Storia della bambina perduta e con la notizia, diramata dall’Ansa qualche giorno fa, che le oltre millecinquecento pagine de L’amica geniale diverranno una fiction. Sono in tutto quattro i libri che raccontano la storia di Lila e Lenuccia, amiche nemiche dal 1950 ai giorni nostri, senza mai chiarire del tutto di quale delle due sia la genialità cui si riferisce il titolo. L’autrice è Elena Ferrante, la cui vera identità dal 1992, data della pubblicazione in Italia del suo primo libro, è ancora oggetto di congetture. Continua a leggere http://www.doppiozero.com/materiali/parole/storia-della-bambina-perduta


L’amore o è molesto o non è (dicembre 2012)

In un’intervista rilasciata rigorosamente via e-mail al quotidiano Repubblica, nel settembre 2012, in occasione dell’uscita di Storia del nuovo cognome (seconda parte dell’Amica geniale), dopo aver parlato delle contingenze legate a queste due ultime prove narrative, in chiusura Elena Ferrante spiazza vecchi e nuovi lettori. Parafrasando L’amore molesto, il suo primo romanzo, sottolinea una continuità tutt’altro che scontata tra l’origine e l’attualità della sua scrittura. Continua a leggere https://www.edizionieo.it/review/3549

http://www.societadelleletterate.it/2012/12/lamore-o-e-molesto-o-non-e-il-romanzo-secondo-elena-ferrante/


Dove ne ho e ne hanno parlato


Università di Lipsia, Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana (CiCi) convegno annuale “Elena Ferrante –Genealogie e Archeologie del 20° secolo Lipsia il 4 e 5 novembre 2019. Con Uta Felten, Nicola Bardola e Olivia Santovetti.


Francoforte, 2018su Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante  (trad. di Ingrid Ickler) – Launenweber , aprile 2018

Un’interessantissima recensione a Bambole Napoletane nell’ambito di una pubblicazione riguardante le numerose autrici presenti alla Buchmesse 2018


Istituto Italiano di Cultura, programma Frankfurter Buchmesse 2018

Stand Istituto Italiano di CulturaFrancoforte 2018, con Morese, Reitani,Francoforte Fiera del Libro 2018, mercoledì 10 ottobredalle 14.30 alle 15.30NAPOLI ( Neapel – Verheißung oder Verderben. Über die Herausforderung an die Zivilgesellschaft) con Maria Carmen Morese e Viviana Scarinci, modera Luigi Reitani, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino. Traduzione simultanea. Il successo mondiale della tetralogia L’amica geniale di Elena Ferrante ha messo la città di Napoli al centro della scena internazionale e con essa i molteplici problemi della nostra società moderna e globalizzata. Maria Carmen Morese, direttore del Goethe-Institut di Napoli e autrice di Lieblingsorte: Neapel (Insel 2018) e Viviana Scarinci, autrice di Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt Elena Ferrantes, (Launenweber 2018) nell’ambito del Weltempfang – Centro per la politica, letteratura e traduzione di Francoforte Fiera del Libro 2018.

“Mentre la legione dei lettori di Elena Ferrante, in continua espansione, aspetta l’uscita della serie televisiva tratta dall’Amica geniale e insieme vagheggia la possibilità di poter leggere qualcosa di nuovo, si moltiplicano i saggi critici, come la monografia Elena Ferrante di Viviana Scarinci(pubblicata da Doppiozero e tradotta in tedesco) e la raccolta di articoli in inglese Reconfiguring margins (Palgrave McMillan) Vedi anche sul sito di e/o https://www.edizionieo.it/review/7953



Foejetong recensisce le bambole napoletane, giugno 2018

“Es sind noch viele weitere Aspekte die Scarincis Essay enorm spannend und lehrreich machen. Schade ist natürlich, dass uns (die, die wir kein italienisch sprechen) Scarinci weit voraus ist, was die Lektüre der Ferrante-Romane betrifft. Einige Aspekte und Details werden dadurch schwerer nachvollziehbar. Dennoch bietet „Neapolitanische Puppen“ eine wahnsinnig interessante Lektüre, die definitiv noch mehr Lust und Vorfreude auf die folgenden Übersetzungen der Ferrante-Romane macht, wovon letztendlich auch Suhrkamp profitieren wird.” https://foejetong.com/2018/05/07/affidamento-im-dialekt/

ferrante


Fiera del libro di Lipsia 2018, Elena Ferrante area Istituto Italiano di Cultura: Neapolitanische Puppen da Launenweber, giugno 2018 

23 novembre aneliti dal castello

Sabato 23 novembre alle 18 presso la sala cerimonie di Palazzetto Borghese a Morlupo avrò il piacere di leggere un mio testo Una voce dal castello, cronaca da un anelito con musiche originali elaborate in modalità live elettronics dal percussionista Alessandro De Iulis.

L’occasione è quella della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne che il Comune di Morlupo celebra con una serie di eventi volti alla sensibilizzazione rispetto a un tema che è di fondamentale importanza mantenere vivo nell’ambito del discorso pubblico.

Questa occasione mi ha consentito, grazie all’espressione orale del monologo, di esplorare una piccola parte di un mio lavoro più ampio che si sta cristallizzando nella forma del romanzo storico. Questa ricerca è iniziata diversi anni fa con alcune letture intorno alla figura medievale delle sante vive e poi è proseguita con la ricerca entro la scrittura femminile di tipo cronachistico nei conventi di clausura dell’epoca post tridentina. La possibilità di un dialogo sperimentale condotto dal vivo tra il testo e la produzione e manipolazione elettroacustica dei suoni in tempo reale, finisce per produrre a ogni performance una formulazione del tutto nuova dei contenuti di cui, chi scrive soltanto parole come me, non può che cogliere tutta l’opportunità vitalistica che offre questo tipo di lavoro non ‘cristallizzabile’ e del tutto provvisorio.

Mi fa piacere condividere di seguito un estratto dal monologo.


Fin dal 1578 ossia quando avevo anni cinque, e successivamente per molti anni, i fratelli Orsini, tutti giovanissimi, forti del diritto di portare le armi per via di essere signori del posto, insolentivano la popolazione e tentavano di sedurre le donne e quando non vi riuscivano se le prendevano con la forza. Nel senso proprio che capitavano queste scene turpi in istrada ogni volta che uno di loro prendeva di mira una che gli piacesse.

Prima cercava, l’Orsini, di convincerla con modi rustici e capitava che qualche fanciulla si recasse di propria sponte al luogo del convegno, magari speranzosa di piacergli teneramente. Ma anche capitava quella che si negava, alla quale con il favore di qualche momento in cui si trovasse in loco meno esposto, l’Orsini le sollevava le gonne con la forza e facesse il suo subitaneo comodo. Tanto che io dissi a Settimia e a l’altra mia sorella Lauretta che mai più dovessero andare da sole per commissioni, senza essere accompagnate dai nostri fratelli addestrati a gridare alla bisogna.

Avevo saputo che pure questo accadeva dopo che fu accaduto a una fanciulla di tredici anni che veniva a pulire la canapa in casa mia e da quell’episodio non fu mai più la stessa. Inoltre sapendo tutti che era successo, nessuno se la volle più prendere perché rosa già odorata, come si soleva dire a mezza bocca.

A me, neanche mi guardavano, anzi mi guardavano male, primo per la mia veste di terziaria di San Domenico poi per il mio aspetto che cercavo in tutti i modi di sbiadire e di incrementare in severità, per evitare di attirare su di me qualsiasi genere di attenzione. Il castello in una manciata di anni era diventato la signoria dei soprusi mentre l’ordine e la giustizia restavano soffocati dalla violenza, così ogni possibile forma di progresso languiva nel terrore e nell’assoggettamento delle menti e dei corpi che non conoscendo altro che terrore, finivano per essere capaci di desiderare solo la loro stessa soggezione. E ciò avveniva davvero a pochi chilometri da quella Roma che proprio in quegli anni meditava la più ardita controriforma di tutti i tempi, quella che, nonostante l’orribile Lutero, avrebbe restituito il primato e l’intangibilità al cristianesimo delle origini.

Antimo Orsini forse il fratello meno efferato, cui era stato affidato per diritto di primogenitura la guida del castello, non sapeva o non voleva riprendere i fratelli se non blandamente. Del resto le sale del castello prima deserte ora erano gremite su suo invito, di meretrici forestiere e concubine locali che spesso litigavano tra loro per avere le attenzioni di questo o di quel fratello.

Ce n’era una che si chiamava Chantal, me la ricordo perché aveva i capelli di un rosso che lei chiamava tiziano, evocandomi a me, non i capelli ma il colore, alcune immagini irriferibili che speravo con tutto il cuore non fossero visioni che l’avessero riguardata in futuro. Era arrivata al castello insieme a uno che diceva di essere il marito. E questi si tiravano dietro una sorta di baule con ruote e dicevano di essere degli attori venuti a mettere in scena da noi il teatro che si vedeva in Parigi. Una che stava a servizio al castello mi disse che dentro quel baule c’erano certi abiti incredibili, aperti sul petto che un’attrice che potesse comprarsi sete e damaschi in quel di Parigi mai li avrebbe indossati, che quella sicuro non attrice ma puttana era.

Attrice o no anche Chantal rimase finché non si stancarono di lei mentre il marito sparì quasi subito, poi sparì anche Chantal.

C’erano anche quelle femmine nostre che cugine, sorelle e spose dei compaesani che stavano al servizio dagli Orsini, veniva da sé che per quanto fossero mal pagati dovessero condividere con quel numero impressionante di padroni le loro donne.  Quando esse inevitabilmente rimanevano gravide, il marito o il parente che non voleva saperne di prole che tutti sapevano che poteva essere bastarda, le spedivano a Roma all’ospizio del Santo Spirito a sgravare e a lasciare lì un infante che sarebbe andato quasi sicuramente a ingrossare la schiera di orfani cenciosi e meretrici bambine di cui le strade di Roma pullulavano.

Ma c’erano anche quelle di noi che dagli Orsini ci andavano apposta, certe perché avevano fame in quanto in casa loro non bastava il mangiare e i parenti erano felici che non ci fosse, per il tempo che durava, la loro bocca a togliere cibo alla famiglia, per poi non riprendersele quando fossero tornate disonorate. E c’erano pure quelle che così affamate non erano, ma che si erano fatte fare dei filtri perché uno di quei brutali signori cadesse tanto innamorato da sposarle.

Una certa Erminia che si era invaghita di Perdanello, il quale manco la guardava, aveva fatto lo scongiuro notturno delle stelle e trecce, sciogliendosi i capelli alla luce delle stelle per togliere il sonno a quella bestia e nella veglia fargli indirizzare i pensieri notturni, che si sa essere i più perniciosi, verso di lei. Che Erminia aveva imparato questo scongiuro da una certa Virginia che frequentava la sua casa per impararle a ricamare. Un giorno infatti tra le due avvenne questo ragionamento di farsi voler bene dal signor Perdanello e Erminia disse a Virginia, sapendola figlia di una femmina nota per essere pratica di certe procedure, se di grazia potesse insegnarle anche a lei. E Virginia le insegnò facendo cambio di questo sapere con una pezza di stoffa ruvida.

Quando lo venne a sapere don Luigi si adirò moltissimo che in confessione glielo disse la stessa Erminia la quale pensava di aver fatto piccolo peccato da massimo tre Pater ave gloria. Don Luigi disse che per una cosa come quella si poteva essere denunziate per stregoneria anche da chi solo pensava che lei potesse averlo fatto, dato che oltre tutto lo andava dicendo in giro. E che la l’Inquisizione non stava nel suo confessionale a dispensare qualche Pater ave gloria ma in Roma a bruciare femmine scellerate e femmine idiote come se entrambe allo stesso modo fossero andate a braccetto con satana. 

….

Dieci gigli che non si sapeva da dove venissero, così freschi e uguali che noi non ce li abbiamo negli orti. Schierati uno dopo l’altro, un plotone stilante e candido. Uno per ciascuna come mai nessuno ne avesse dati a noi. E perdonate il peccato di orgoglio. Mi figuravo che fossi io ad averne dati loro. Uno scettro che nessun mortale poteva darci per renderci spose senza marito. Ortensia, Lucrezia, Lauretta, Settimia, Bernardina, Chantal, Doralice, Anastasia, Ludovica, Caterina …

       È qui che finalmente ha inizio la mia vita, in questo primo giorno in cui il vento scuote carni e coscienze come se il caos volesse di nuovo inghiottire i frammenti di una storia precedente al vivere, senza diritto né speranza, altrimenti che se venisse raccontata.

scambi iniqui

Prosegue con oggi la pubblicazione di alcuni estratti da La favola di Lilith sul sito Il cucchiaio nell’orecchio.


Sto nelle cose, all’inizio della traccia 11 del primo atto, è uno dei frammenti chiave dell’opera, è stato scritto nell’aprile del 2008, a pochi giorni dalla morte improvvisa di mio padre. Questi nell’ambito dell’opera sono i versi scritti anni dopo che precedono Sto nelle cose e introducono narrativamente il tema della morte del padre: “Una deflagrazione erompe nel corpo dell’amore. Le persone diventano storia come se nella normalità non lo si fosse, che troppo contenuti da un’evidenza, come se l’amore recasse un corpo espanso, percettivo e rendesse atti al farsi“. Ancora mi pare incredibile, ascoltando il CD di Lilith oggi, quanto la composizione musicale di Edo Notarloberti abbia potuto realizzare un quadro narrativo autonomo e credibilissimo da quelli che erano frammenti.

Sto nelle cose nella traduzione di Natalia Nebel

I am within things like an extension of yours I continue them and fight you and it does not appear in this hole but a flooding passing through narrow straights clotted to a center so pure that it does not exist as there does not exist a word for which one searches more than a muted need the deeper imprint of a limp, the step that doesn’t sustain and diminishes prolonging nothing else but this unjust exchange of weights and winds that the earth lifts up without supporting

Nascita della madre

è inesplicabile che il destino abbia scelto un epicureo per ripetere questa favola pia ed empia, intessuta di poesia, di ignoranza, di acutezza temeraria, e della tristezza non medicabile che cresce sulle rovine delle civiltà perdute. Primo Levi, LILÍT


Inizia con oggi la pubblicazione di alcuni estratti da La favola di Lilith sul sito Il cucchiaio nell’orecchio. Si tratta di un poema suddiviso in due atti per cui il compositore Edo Notarloberti ha scritto le musiche originali. Il Cd con il libretto dei testi tradotto in inglese da Natalia Nebel è stato registrato a Napoli nel 2014 per l’etichetta discografica Ark Records. L’opera è stata rappresentata tra l’altro nello stesso anno presso il Schauspielhaus centraltheater di Lipsia. La storia del mio personale attraversamento della figura di Lilith ha inizio con una prosa di tipo saggistico Nascita della madre che scrissi nei primi mesi del 2004 mentre ero alla mia seconda gravidanza. Allora erano i primordi del blogging e il saggio fu pubblicato su uno dei primi blog di poesia che si chiamava Liberi in versi. A seguito del saggio, scrissi sempre nel 2004, un piccolo nucleo di poesie senza forma, ispirate alla figura di Lilith e al mito platonico di Er che allora mi sentii di mettere in dialogo tra loro sia attraverso la prosa saggistica che attraverso la poesia. Alcuni anni dopo, quelle poesie inedite riscossero l’interesse del compositore violinista Edo Notarloberti con il quale ci impegnammo a costruire quel CD, lui con la scrittura della musica e io con la scrittura di altri testi dedicati a quella composizione. Mi fa piacere la pubblicazione su Il cucchiaio nell’orecchio di alcuni estratti da La favola di Lilith e pubblicare di seguito il testo di quel saggio che ha segnato l’inizio per me di una lunga fase creativa intorno all’identità di genere.



Nascita della madre

Lilith

Una nascita è un evento oscuro cui si fatica a riconoscere carattere di oscurità. È noto come Eva, la prima donna, sia stata creata secondo la Bibbia da una costola di Adamo (1), e sia stata condannata a soffrire l’oscura sofferenza del parto, per avere ceduto alla tentazione di andare oltre la forma di una mela, toccandone la buccia, assaporandone il gusto, preferendo una mela a tutto il creato, grazie alla seduzione demoniaca di un serpente, che le deve aver fatto balenare il piacere violento che dà la curiosità soddisfatta. A questa figura evocata dall’Antico Testamento si affianca, come l’altra faccia di una stessa medaglia, la figura di Lilith, la prima sposa di Adamo, figura rimossa dalla cristianità poiché compare soltanto nella grande tradizione della testimonianza orale precedente alla Bibbia cristiana e un’unica volta nella Sacra Scrittura (2). Eva senza Lilith risulta immancabilmente una figura bidimensionale, svuotata della sua personalità dall’aver accettato che la propria natura fosse condannata e punita. Lilith, la prima moglie di Adamo non viene come Eva creata dalla stessa sostanza del compagno, ma da polvere, forse da escrementi. É una donna dall’aspetto molto diverso di quello che offrirà successivamente l’immagine di Eva. Lilith dimostra immediatamente caratteristiche non “domestiche”, una lunga chioma indocile, il corpo impudicamente cosparso di saliva e di sangue, residui di mestruo, di aborti, di altre promiscuità. Lilith la creatura notturna colei che è, senza il pensiero di nascondere, la distruttrice di ogni ordine prestabilito, la madre dell’invisibile fertilità della morte, il motore vitale dell’unicità non dissimulata, la fame e la profonda solitudine che l’imperativo della fame impone. Lilith è tutto quanto Eva profondamente conserva ma nasconde: Eva nasconde alla società, lo sperdimento della gestazione, tempo in cui una donna si trova collusa irrevocabilmente col mistero dell’occupazione del proprio corpo da parte di un altro individuo. E poi, all’improvviso, si costringe ad accettare il dissolvimento di quel fardello in una mistura di liquidi che recano il piccolo corpo di uno sconosciuto. Eva nasconde la dolenza di rimanere madre quando si assiste sia alla nascita che alla morte del figlio. E quando il figlio cercato con la pervicacia di un’ingiunzione al destino non arriva, nasconde quell’identità di madre infeconda. Eva è la donna diurna, colei che pensa e sceglie, colei che accetta la caduta giocando secondo regole date; la madre pudica è il risultato di ciò che di Lilith, Eva ha rimosso. Lilith che in seguito venne rappresentata come metà donna e metà animale a sottolineare l’attrattiva e la repulsa che la ferinità femminile ha sempre rappresentato per l’uomo, da Adamo viene scacciata, perché nel coito chiede espressamente al compagno di essere sua pari, assumendo la posizione dello stare sopra. La scena dovette svolgersi in un notturno di quiete, la quiete inimmaginabile dell’innocenza del creato, nell’assoluta integrità degli spiriti naturali che non avevano ancora conosciuto il terribile bisogno dell’assassino reciproco per nutrirsi; e nel silenzio di Adamo e Lilith che senza il rovello di alcuna parola, lasciavano i gesti alla loro esattezza primigenia. Deve averla mimata Lilith la sua richiesta, in quella prima notte cosmica del loro incontro, ma non per questo fu lei la prima a perdere l’innocenza perché fu Adamo a perderla, ben prima della disubbidienza di Eva, per non aver compreso quel gesto, per aver vissuto l’assoluto candore della verità che rendeva la sua compagna più forte di lui, come una calamità. Trincerato nel suo privilegio di primo uomo, conobbe la paura e trovò in fondo a questo sentimento in risposta la violenza, il primo rifiuto per l’altro. A seguito del rifiuto di Adamo, Lilith fugge in una zona del Mar Rosso nota per essere il rifugio dei demoni. Tra i fumi di un paesaggio spettrale si perde definitivamente quando non obbedisce all’ordine di Dio che per bocca di tre angeli le ingiunge di tornare al marito. Lilith guardò bene i tre angeli che aveva di fronte. Il candore del loro piumaggio, la loro nobiltà di creature incorporee, la deve aver fatta sentire ancora più umana, se disse loro “Come posso tornare presso il mio uomo e vivere come una moglie, dopo questo mio gesto e questo vivere qui?”(3). Poi l’ingiustizia subita da colui che le avrebbe dovuto essere compagno, agì come una pietra che dilaniò definitivamente la sua umanità. C’è tutta la solitudine della notte femminile in queste parole e i motivi della scelta dell’oscurità per tutto quello che concerne la sua natura animale. Lilith è il contrario di Eva, dove Eva è bella, l’altra è brutta ma inesorabilmente attraente, dove Eva è curata l’atra è sporca ma nasconde il barlume del rinnovamento che Eva nel suo attaccamento all’estetica del femminile non può avere, dove Eva è nella famiglia l’altra è sola e perciò perennemente in cerca; ciò che è inaccettabile per la madre, Lilith è: predatrice della sua stessa prole, assassina di figli altrui, colei che preferisce non tacere la sua individualità in favore di alcuno; Lilith non sa più amare e versando in una simile condizione di aridità non fa che create continuamente condizioni per qualsiasi fioritura. A seguito del rifiuto dell’autorità di Dio, a Lilith succede quanto è accaduto a Lucifero, Dio le accorda di essergli contro, le accorda ed insieme la condanna ad essere la luna nera, il polo notturno della femminilità, eterna madre di parti oscuri che tuttavia mostra di avere uno strano rispetto per gli angeli che sono venuti a cercarla in capo al mondo “Se vedrò i vostri tre nomi o le vostre sembianze sopra un neonato come un talismano, prometto di risparmiarlo” (4). É la struggente promessa che l’angelo nero fa ai suoi fratelli di volo, la donna non-madre, e perciò ritenuta distruttiva, che trascinando se stessa negli inferi permette ad Eva di volgere lo sguardo verso l’alto a patto che Eva la riconosca oscura gemella del suo essere madre. Tra gli incontri che nei secoli vengono attribuiti a Lilith con angeli, spicca l’ammissione della sua natura più che diabolica e assolutamente centrale nel disegno divino “Io sono Lilith-Isis, l’anima nera del mondo./ Trema, l’essere ignoto, funesto, illimitato/ Che l’uomo, rabbrividendo, chiama Fatalità/ Son io. Trema! Ananke, son io. Il velo/ Son io. Sono la nebbia, tu non sei che la stella;/ Non sei che una delle fiamme possibili; ma io, /Io sono l’eterno e selvaggio buio della notte” (5). Lilith dice all’angelo che egli è solo una delle fiamme possibili, un araldo che per quanto nobile, rimane un esecutore, effimero come l’ordine che una volta eseguito esaurisce il ruolo del sottoposto, mentre lei è; Lilith è quindi molto di più di un angelo nero, Lilith è Ananke colei che dipana il fuso del destino dell’uomo, la dea che Er incontrò quando gli fu permesso di morire per dodici giorni per poi tornare in vita con il compito di annunciare a donne e uomini l’immortalità della loro anima.

Il mito di Er

Ad Er accadde di cadere in battaglia ed insieme a lui, quasi contemporaneamente morirono molti altri uomini tra nemici e suoi commilitoni. Ai piedi di quelli per cui la battaglia continuava i corpi calpestati giacevano, ma per ognuno di quei cadaveri che tenevano l’anima ancora serrata nella segreta del corpo come per Er, la vita non era finita. Un urto forse, qualcosa di roboante di cui però non conservò memoria, come dopo un brusco risveglio non ci si ricorda se un rumore interiore lo abbia provocato o un movimento della notte, fece destare Er dall’effettiva profondità in cui si trovava raccolto, si riconobbe per un istante dislocato in una precisa latitudine del suo corpo, prima di essere nuovamente vinto da un’ampiezza che di colpo lo portò a coprire tutto il campo di battaglia; e levandosi insieme ad altri simulacri d’uomo, fu attratto sempre più in alto. Tuttavia lo stupore che sentì non era rivolto a quella migrazione. Non era affatto stupito di fare parte di quello stormo che puntava univocamente al luogo che fu presto raggiunto. Un luogo pieno, in cui anche il cielo prometteva varchi oltre che la terra, e a presiedere quei varchi degli uomini della stessa sembianza di Er e dei suoi compagni di viaggio. Chi fossero quegli uomini e perché fossero chiamati a scegliere quali tra i loro simili dovessero discendere nel cuore infero del mondo e quali essere risucchiati dalla grazia, Er non lo seppe mai, per quanto quel rovello lo accompagnò per tutti gli anni di vita che dopo il ritorno, gli furono restituiti. Vide, perché chi l’aveva chiamato volle che egli vedesse, incomprensibilmente e con dolore, discendere alcuni suoi compagni marchiati alla schiena dall’evidenza di quanto in vita s’erano impegnati a celare e vide salire indegnamente alcuni nemici col distintivo lucente della grazia divina, conferita da quei giudici che per qualche oscuro editto, avevano prestato ad Er soltanto per quel viaggio, la loro chiaroveggenza, tralasciando di concedergli il dono dell’imparzialità, prerogativa riservata agli angeli e a quelle anime per cui il ritorno sarebbe stato lontano. Terminata l’affluenza ai cieli e a gli inferi della schiera che accompagnava Er, i giudici si dileguarono ma egli non rimase solo a lungo. Da una nuvola leggera ed immateriale che posava come un tendaggio diafano a celare un pertugio nel cielo, discesero creature purissime, somiglianti a certe brezze che spirano appena al disopra delle profondità marine più remote all’uomo e quasi di quelle avevano il sentore salino e disinfetto. In quel mentre con un rombo, un macigno livido e pesante rotolò quasi a travolgere Er che rapito dalla danza odorosa delle anime con un passato di mille anni in cielo, s’era seduto a terra per poterle meglio ammirare. Prima che potesse riaversi dallo spavento, dal pozzo che quel macigno serrava fuoriuscirono come tracimando delle anime incandescenti lente e lamentose, infiammate di pena come un ululato. Schizzarono al disopra di queste velocissime e contundenti, altre anime piccolissime come lapilli e nere, quasi morte del tutto: era i viaggiatori di mille anni d’inferno. Un’anima celeste e purissima ed un’altra tetra e rovente per un istante si abbracciarono tra le mani di Er perdendosi l’una nell’altra e facendo una cosa sola di due. Ma Er non comprese il prodigio, perché quell’uno perse velocemente la perfezione o la perfezione sfuggì velocemente ad Er, ed egli pensò di aver sognato. Poi spinto dalla stessa intenzione involontaria per cui l’anima gli si era levata dal corpo, grandeggiando sopra il campo di battaglia, Er s’incolonno a quelle anime multiformi d’odori appena fuoriuscite dalle due regioni, fino a giungere al cospetto d’un araldo riccamente vestito che con una grande aria di importanza dalla cima di un piccolo rialzamento pronunciò il seguente discorso: “Proclama della vergine Lachesi, figlia di Ananke! Anime effimere ecco l’inizio di un altro ciclo di vita mortale, preludio di nuova morte. Non sarà un demone a scegliere voi, ma sarete voi a scegliere il vostro demone. Chi è stato sorteggiato per primo, per primo scelga la vita alla quale sarà necessariamente congiunto. La virtù non ha padrone, e ognuno ne avrà in misura maggiore o minore a seconda che la onori o la disprezzi. La responsabilità è di chi ha fatto la scelta; la divinità è incolpevole” (6). Ma queste parole non trovarono forma nella mente di Er che sembrava non possedere più nulla degli oggetti terreni che il suo passato umano aveva accumulato, e vuota si faceva ascolto, lasciando sul fondo come in crogiolo serpeggiare, gelida la paura di non essere più, così dimentico e non poter essere mai più, confuso nell’informe sua mente. Da quel cielo, che Er nella sua vita terrena aveva più volte interrogato senza risposta e che da aruspice aveva scrutato invano dentro le viscere di animali sacri, nelle notti amarissime del non sapere, comparve Lachesi, il passato, leggiadra, annunciata e discolpata dall’araldo, figlia di quel firmamento finalmente assertivo. Fu il gesto della più vergine delle vergini, la bianca signora del tempo passato a denudarlo completamente; caddero panni e ancora armi sottopanni, inimmaginate anche al possessore, caddero anni, come scartocciati dall’abito più sottile della pelle, cadde il suo nome, fino a rivelarlo, afferrandolo al centro della sua anima e conducendolo a una virilità pura, che manteneva soltanto il suo seme, preciso, come la punta d’una freccia scagliata, segue una traiettoria sconosciuta eppure data, intenzionata a trafiggere un bersaglio lontanissimo ma evidente all’arciere. E in quella nudità estatica di primo uomo, fu trasportato ancora più in alto nell’aria, trattenuto da strani velami bruni che infine riconobbe per capelli. Era la chioma di Atropo, il tempo futuro, la chioma lunghissima ma non interminabile, di una delle sorelle di Lachesi, e figlia di Lilith-Ananke. Atropo doveva trattenerlo tra la sua chioma, ed impedirgli di oltrepassare il suo futuro terreno nei panni di Er, preparandolo così all’incontro con la divina Lilith, il destino, la prima donna, che di lì a poco si sarebbe palesata. Trattenuto dai capelli di Atropo, Er vide le anime cui il banditore s’era rivolto esortandole a scegliere un demone che le contraddistinguesse in vita e che le aiutasse a compiere il destino che quel demone portava in dote. Le anime esultavano per quell’insperata libertà di scelta, che alle meno acute parve dipendesse solo dall’essere sorteggiate per prime e perciò scegliere per prime il demone più potente, il destino più evidentemente brillante. E dal cielo piovvero i demoni ognuno col sembiante del destino che rappresentava. Cani, coccodrilli, gatti, maiali, angeli, diavoli, ma anche occhi, bocche, sessi, mani, dita, unghie, denaro, spade, tutto pareva cadere dal quel cielo gravido di simboli, destini contrassegnati dal solo demone di una cosa, di un senso, di un animale. Ma caddero anche simulacri di donne e uomini, enigmatici perché mostravano solo il loro volto. Molte anime ai piedi di quella strana pioggia, subito s’invaghirono di un occhio che pareva guardare proprio loro o di una mano che prometteva carezze ed indicazioni, e giunti al loro turno correvano a ghermirli, come predatori con la vista ingannata dall’idea che li guidava, e che conservavano da chissà quante vite passate, senza ancora essere riusciti a infrangerla per poter finalmente vedere oltre. Tutti sceglievano col discernimento e senza discernimento, proprio del passato terreno, che evidentemente non avevano dimenticato del tutto, condizionando ancora una volta la vita futura a quella passata. Fu allora che comparve la terza figlia di Lilith-Ananke, la più dimessa Cloto, il tempo presente. La sua apparenza, diversamente da quella delle sue due sorelle, non era di dea, ma di donna, che portava sul volto il solco delle ventiquattro ore della giornata. Non denudava gli uomini di ciò che si credevano essere come Lachesi, né segnava a misura di chioma quanto tempo avrebbero avuto per nuovamente cercarsi come Atropo; Cloto si limitava a fissare la scena della distribuzione dei destini con la neutralità di un arbitro; ma fu dietro alle sue spalle e non dietro quelle delle sorelle che d’un tratto si materializzò colei che sopra a tutte si attendeva, il destino riottoso ed imprevedibile che la prima vera donna era stata chiama a disvolgere da un fuso. Lilith comparve davanti ad Er così come doveva essere apparsa ad Adamo, vestita soltanto di una bestialità schiacciante. Intorno non c’era però più traccia dell’innocenza edenica; alla danza paradisiaca di un anima ad esempio, si sostituì presto il lamento, di sentirsi già divorata da un destino coccodrillo, scelto affrettatamente per ignoranza di brutalità o la risata amara di un’altra che vedeva paralizzate, per l’intera sua vita futura, le sue ali di farfalla dalla manata senza corpo di un destino verso cui s’era spinta con la stessa leggerezza che i multiformi fiori paradisiaci le ispiravano. Tutto intorno a loro era adesso retto dal campo gravitazionale della fatica, che rendeva livida e lentissima ogni cosa, persino la gioia appariva un po’ pallida, come quella delle anime per cui l’inferno era stato maestro di pazienza e che per questo s’erano date il tempo di ben guardare alla pioggia magica dei destini possibili che ora si aggiravano tra loro, persino quelle avevano i gesti segnati dalla vaga rassegnazione della fatica. Immersi nella fatica che pareva da sola regolare l’universo nel momento della distribuzione più importante, tra il destino ed Er si ripeté quanto accadde quella prima notte cosmica tra Lilith e Adamo; un incontro ingenerato dalla misteriosa coazione a ripetere che Lilith- Ananke, nella sua assoluta fiducia nell’uomo, impone agli eventi affinché tramite ogni vita, l’uomo possa continuamente affrontarsi e oltrepassarsi. Non sappiamo cosa scelse Er. Se scelse di non avere paura di ascoltare le inflessioni della verità nei gesti del destino. O se anche quella volta Lilith fu fraintesa. Ma sappiamo che Lilith è tuttora impegnata a presentare ad oltranza, al primo uomo il vero volto di sua madre, che gli rimandi come uno specchio ben lustrato un’immagine di se stesso spuria, scomoda, un ponte da attraversare, come forse fece Er amando Lilith per l’incognita che essa rappresenta, sottoforma di donna stravolta dalle doglie del parto, di strega impegnata in sortilegi inimmaginabili, di femmina fatale che dipana col suo incedere i fili notturni dell’eros, di assassina di bambini per cui il parto è negazione della sua solitudine cosmica.

(1) Gen. 2,22

(2) Isaia 34,14

(3) R. Graves, – R. Patai, I miti ebraici, tratto da R. Sicuteri, Lilith la luna nera.

(4) R. Sicuteri, Lilith la luna nera, Ubaldini. (5) V. Hugo, Fuori dalla terra L’angelo Libertà, da AA.VV., In forma di parole. Variazioni su Lilith. (6) Platone, Repubblica.

Tutti i poteri

da Tutti i poteri. Cinque presentimenti di Edoardo Cacciatore.

IX da Presentimento secondo. Il giuoco si scatena

(…)

Suffragio d’onde ha luogo dove fu il dire e il fare
Costeggiano strenue un greppo ieri leggende
V’ebbero un porto ma oggi chi più diffida
D’andarsene tra estranei le braccia tende
Vengo anch’io e arteria e lume aperto è il mare.
Pulsa affluendo pulsa s’increspano gli attimi
Ma esauste le risorse in siero in sedimenti
Chi insegue e caccia gli occhi ha immensi del suicida
Pigliò in sé tutto il chiaro e fa Tu mi frequenti
Non l’avrà il tempo di dire Ho sbagliato abbàttimi
 

Si conclude con oggi la pubblicazione di alcuni frammenti da Annina tragicomica sul sito Il cucchiaio nell’orecchio. Il frammento conclusivo è il numero 34 tratto dalla seconda parte del libro. Mentre descrivevo, o meglio cercavo di descrivere l’inconcludente tragicommedia di Annina, c’è stato un poeta importantissimo, incomprensibilmente tralasciato, la cui lettura in quel periodo mi ha influenzato oltre il lecito, come sempre accade, Edoardo Cacciatore (1912-1996). Questo pubblicato oggi, tra gli ultimi brani di Annina, nel suo piccolo, tentava [tra-gi-co-mi-ca-mén-te] il dialogo con quel suo linguaggio altissimo. Grazie ancora a Gaetano Altopiano che mi invita ora a proseguire con l’invio di altri materiali. Magari sì ma non da Annina. Annina finisce qui, grazie davvero.

Elena Ferrante. Lipsia 4 e 5 novembre

Secondo Suhrkamp (casa editrice tedesca di Elena Ferrante) ​​incluso l’e-book e i tre volumi pubblicati finora in Germania del libro in brossura, la sola edizione tedesca de L’amica geniale ha venduto 1,8 milioni di copie. Nell’ottobre 2016, il giornalista investigativo italiano Claudio Gatti ha indicato chi si nasconde, a suo parere, dietro Elena Ferrante. I nomi di questi non sono mai stati confermati né questa presunta rivelazione ha cambiato in nessun modo le cose. Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante parte dall’inizio, tracciando un excursus all’interno dei temi ferrantiani e del fenomeno Elena Ferrante, raccontando avvenimenti, riportando le voci più accreditate della critica letteraria internazionale, citando interviste e dichiarazioni tra le più significative. Quello che viene ritratto attraverso questo libro su Elena Ferrante è l’entrata sullo scenario globale, di un vero e proprio portento i cui presupposti iniziali negavano tutte le ricette conosciute fino ad allora per il raggiungimento del successo di un’autrice. Tuttavia il successo di Elena Ferrante non è un mistero. Per parafrasare la stessa autrice, si è trattato non solo di un portento notturno ma anche di un portento diurno che dall’anno 1992, un anno cruciale per la storia contemporanea italiana, con la pubblicazione de L’amore molesto, arriva al futuro, cioè all’attesissima data del 7 novembre prossimo, giorno dell’uscita del nuovo romanzo di Elena Ferrante, conservando intatto tutto il suo significato letterario, sociale e civile. L’ottica con cui è stato scritto Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante è quella di una lettrice della prima ora che non ha mai smesso di leggere Elena Ferrante e ciò che anno dopo anno, secondo un crescendo davvero strabiliante è stato scritto su questa autrice. Sono davvero lieta che questo mio lavoro abbia incontrato nel 2017 l’interesse della casa editrice tedesca Launenweber nelle persone di Christian Berglar e Salvatore Tufano fino alla pubblicazione del libro nel 2018 nella collana LW italica attraverso i cui libri, Launenwebwer svolge una ricerca encomiabile rispetto a tutto quanto di contemporaneo, e non scontato, anima il panorama culturale italiano. In ultimo sono doppiamente grata alla professoressa Franziska Andraschik del Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana (CiCi) dell’Università di Lipsia su indicazione della quale il mio lavoro su Elena Ferrante ora prenderà parte, insieme ad altre importanti iniziative correlate, al convegno annuale del CiCi “Elena Ferrante –Genealogie e Archeologie del 20° secolo” il quale si terrà a Lipsia il 4 e 5 novembre 2019. Di seguito il programma e il primo capitolo di Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante.

Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante.

di Viviana Scarinci

Il libro di tutti e di nessuno. Capitolo I

“Tra il libro che va in stampa e il libro che i lettori acquistano c’è sempre un terzo libro, un libro dove accanto alle frasi scritte ci sono quelle che abbiamo immaginato di scrivere, accanto alle frasi che i lettori leggono ci sono le frasi che hanno immaginato di leggere”[1] scrive Elena Ferrante in un breve saggio, intitolato Il libro di nessuno datato 10 ottobre 2005[2]. Di tutte le memorabili sentenze proferite nell’ambito degli scritti e delle interviste rilasciate da questa autrice invisibile, questa è una di quelle dichiarazioni che si è dimostrata profetica oltre l’immaginabile. Già nel 2005, quindi, Ferrante prefigurava l’importanza strategica e letteraria di quel terzo libro scritto tanto dall’autrice quanto dalle sue lettrici e dai suoi lettori.  

Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre 2016, la casa editrice e/o pubblica una nuova edizione ampliata de La frantumaglia. La prima edizione del libro usciva nel 2003. Quello che da qui in poi chiameremo la nuova frantumaglia, è un libro di quasi quattrocento pagine che integra materiali inediti e materiali circolati attraverso la stampa internazionale, fino ad aprile 2016. In queste pagine lettrici e lettori apprendono che la scrittrice ha tre sorelle, che la madre era una sarta napoletana e che ha vissuto a Napoli per la prima parte della sua vita.

Nello stesso periodo, nell’ambito di un’importante e lunga intervista rilasciata da Elena Ferrante a Der Spiegel[3], cui avremo modo di riferirci in seguito, abbiamo un’altra rivelazione sulla sua vita privata, rilasciata con l’usuale reticenza cui Ferrante ci ha abituato. Nell’occasione dell’imminente uscita del primo libro della saga de L’amica geniale in lingua tedesca infatti, Elena Ferrante dichiara di avere dei figli e che mantenere un equilibrio tra i due amori, quello per la scrittura e quello per loro, è stato un compito molto difficile.

Tra fine agosto e settembre 2016 alcune recensioni e segnalazioni si occupano delle novità e delle curiosità biografiche che via via emergono dalla pubblicazione della nuova frantumaglia. Insomma, tutto nella norma. Tutto come da copione, fino a una fatidica domenica di inizio ottobre 2016, giorno in cui il Sole24ore, pubblica un’inchiesta di Claudio Gatti[4] che svelerebbe una volta per tutte l’identità di Elena Ferrante. Non si tratta di una rivelazione come le tante che negli anni, si sono avvicendate in merito all’identità di questa autrice. Gatti circostanzia in modo per lui plausibile la sua scoperta e aggiunge nuove informazioni sul caso. La signora incriminata di essere Elena Ferrante non reagisce. Gli editori dell’autrice insorgono. L’inchiesta pubblicata contemporaneamente sul quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, dal sito di giornalismo investigativo francese Mediapart e da quello della rivista americana The New York Review of Books, a giudicare da tutto ciò che ne è conseguito, parrebbe destinata a mettere in luce alcuni aspetti che vanno oltre gli intenti giornalistici del caso.

In tempi non sospetti, alla fine di agosto 2016, cioè poco prima che si scatenasse lo psicodramma globale provocato dalla pubblicazione dell’inchiesta di Claudio Gatti, su La Repubblica, Stefano Bartezzaghi[5], in un articolo dedicato all’uscita della nuova frantumaglia scrive “tra la dimensione piena e incarnata dell’autore e quella vuota della pura voce letteraria, la Frantumaglia[6] insinua una dimensione frattale, frammentata”. Una dimensione intermedia, dichiaratamente incoerente che proprio per questo motivo apre la prima pagina di quel terzo libro, di cui Elena Ferrante scriveva molti anni prima. Ossia quello che tutti noi lettrici e lettori stiamo inscenando ora intorno a Elena Ferrante. Proprio quella dimensione interstiziale che mette insieme ambivalenze, racconti, bugie, verità letterarie lapidarie, passioni cocenti e passioni cialtronesche, ponendo l’autrice e i suoi lettori sullo stesso piano e di fronte alla madre di tutti i paradossi letterari e non: la propria autenticità.

L’indagine giornalistica è tutt’altra cosa dalla letteratura ma l’autenticità è qualcosa che riguarda sia l’ambito giornalistico che quello letterario, pur partendo da presupposti che possono apparire inconciliabili e perciò suscettibili di divergenze sostanziali. Tra i due ambiti, a divergere è essenzialmente ciò che si intende quando si parla di verità. Nel giornalismo la verità si lega ai cosiddetti fatti, mentre in letteratura questa si lega a ciò che il poeta Samuel Taylor Coleridge teorizzò per la prima volta in un suo scritto del 1817: la sospensione dell’incredulità.

Coleridge, in quel remoto scritto, indica che gli sforzi di chi scrive devono per lo più essere indirizzati verso l’invenzione di personaggi romanzati in modo tale da mettere in comunicazione l’intima natura umana a una parvenza di verità. Una forma di verità sufficiente a procurare il desiderio che queste rappresentazioni, create da chi scrive, possano essere vere, procurando così nell’immaginario di chi legge quel desiderio di sospensione del dubbio che costituisce la fede poetica. Ne la nuova frantumaglia viene riportato, con qualche correzione, un racconto scritto da Ferrante apparso su Sette, supplemento del Corriere della Sera, il 3 maggio 2002[7]. In quel capitolo che si intitola proprio Sospensione dell’incredulità, oltre al racconto di fantasia ospitato dal supplemento del Corriere e ispirato alla figura dell’allora premier Silvio Berlusconi, viene riportata una lettera di accompagnamento indirizzata al suo editore Sandro Ferri in cui l’autrice fa un’interessante premessa. Ferrante, infatti, con straordinario anticipo sui tempi, nota quella che diversi anni dopo sarebbe stata un’evidenza globale, ossia come un certo tipo di narrazione “politica” alla pari di quella “letteraria” possa beneficiare, avvalendosi della sospensione dell’incredulità, di una diffusa credulità “non di cittadini ma di pubblico” facendo balenare lo spettro di una società civile sempre più predisposta alla spettatorialità.

Volontaria in chi ascolta o indotta dall’abilità di chi affabula, è comunque quella sospensione dell’incredulità, accordata a un racconto, ciò che garantisce a torto o a ragione sull’autorevolezza di una storia che ci viene raccontata ma anche ci restituisce a quel piacere intenso e liberatorio con il quale soprattutto le favole, ci fanno partecipare al gioco delle possibilità messo in campo dal destino.

Forse è per questo che le divergenze, nel caso di ciò che riguarda Elena Ferrante, risultano tutte estremamente significative: riformulando all’infinito la propria versione, non approdano mai a nulla di definitivo. Ciò perché alla fine dei conti c’è sempre qualche cosa che manca, cioè il corpo della donna che si chiama Elena Ferrante.

Violazione della privacy di una persona che forse è l’autrice dei romanzi napoletani o legittima inchiesta giornalistica intorno a una notizia che comunque c’è, e a quanto pare interessa moltissimo. E perciò vende e fa vendere. Linguaggio sessista, invidie autoriali, misoginie, finti malumori, difese passionali, scetticismi, amore vero o presunto tale, appelli al diritto di non sapere, accorate dichiarazioni di menefreghismo: leggendo le decine e decine di articoli prodotti in mezzo mondo dopo l’inchiesta di Gatti, appariva chiaro che in questa storia così magica, è tutto vero, anche quello che non lo è.  

Nella nuova frantumaglia, Elena Ferrante ha mentito, dice qualcuno, e questo potrebbe togliere credibilità alla sua parola scritta. Ma assecondando proprio quella sospensione dell’incredulità di cui sopra, La frantumaglia può essere letta anche come un racconto su una scrittrice che ha scritto dei romanzi, un fascinoso libro nel libro, come ne sono stati scritti molti, in cui non c’è nessuna disonestà nel mentire se a scrivere è la regina dell’autofiction. In fondo Elena Ferrante a voler assecondare l’immaginazione che la parziale omonimia con la Elena Greco protagonista della tetralogia suscita facilmente, si chiama Elena Ferrante, come tutti noi. Walter Siti[8] docet.  

Nella filosofia esistenzialista, secondo il vocabolario della lingua italiana Treccani, l’autenticità dell’esistenza coincide con quell’esistenza in cui il singolo ritrova il proprio più profondo se stesso, lontano dal modo d’essere quotidiano, superficiale e impersonale, in cui l’uomo vive abitualmente[9]. Ma se la donna e l’uomo contemporanei faticassero, più che in altre epoche, a reperire quel lontano essere i veri se stessi? Se non riuscissero più di tanto a prendere le distanze da quello che è il modo d’essere quotidiano, la portata di quanto può affermare socialmente l’opera di Elena Ferrante rasenta la dismisura, soprattutto se guardata dal punto di vista degli effetti di cui, questa firma, è causa da più di vent’anni.

Più di chi sia Elena Ferrante, ciò che interessa qui è un’indagine su cosa di fondamentale abbia messo in atto il dispositivo Ferrante, volente o nolente chiunque lo abbia ideato. Se il meccanismo di identificazione che l’opera di Ferrante consente a lettrici e lettori è indiscutibile, le passioni che questa enigmatica autrice sa suscitare non riguardano soltanto la meravigliosa identificazione che ha consentito a tutti noi.

Autenticità, ambivalenza e invisibilità sono tre capisaldi inscindibili come principi radicati, mediati e lungamente meditati nell’opera complessiva di Elena Ferrante, fino dentro risvolti insospettati e forse incontrollabili.

In una raccolta di saggi edita in Italia nel giugno del 2016 e intitolata proprio Dell’ambivalenza[10] sul filo di un serrato confronto tra tre romanzi contemporanei scritti da donne, tra cui L’amica geniale, viene analizzato il potere dinamico dell’ambivalenza. Ossia tutte quelle detonazioni innescate da questo atteggiamento così bistrattato. Finalmente liberato dall’annoso pregiudizio dell’incoerenza, affibbiato per tradizione al femminile, questo modo di intendersi ambivalenti sul piano letterario di cui il romanzo di Elena Ferrante è un esempio tra i più fulgidi, sembra dare il meglio di sé proprio attraverso i romanzi napoletani. Scrivono a questo proposito Anna Maria Crispino e Marina Vitale: “L’ambivalenza, fuori dal suo ambito psico(pato)logico, ci appare sempre più come ciò che consente di tenere insieme le parti diverse e a volte conflittuali del proprio sé. Ma è pur vero che nell’ammirazione tra donne, l’ammirazione per l’altra può diventare affetto e amore, ma anche generare invidia e competizione […] in quella ricerca di identità che ha contrassegnato il Novecento, il rapporto a due (o a molte), tra donne, ci pare si giochi spesso in un rimbalzo continuo di rispecchiamenti e prese di distanza che investe le diverse forme di amicizia, le relazioni amorose e sessuali, le pratiche condivise dell’agire politico”

Elena Ferrante, ci parla di donne come nessuno ha saputo fare prima. Attraverso la propria immagine mancante ha infatti acceso i riflettori su un vuoto che urlava da tempo il bisogno di essere colmato. L’assenza dell’autrice come corpo e come identità femminile non è da considerarsi un elemento esterno al romanzo di Elena Ferrante ma è posto nell’ambito del dispositivo rappresentato da tutto ciò che concerne questa autrice, a segnalare una mancanza che investe in larga misura sia la società che lo statuto del romanzo. Evocare le molteplici possibilità conoscitive suggerite da un congegno in qualche modo agito da un’autorialità ed insieme alimentato da centinaia di migliaia di lettrici e lettori di tutto il mondo, è quanto tenteremo di fare nelle pagine successive. Vittima, anche chi scrive, del fascino esercitato da quel terzo libro partorito da una sorta di immaginario collettivo di cui sono alimento tanto i libri di Elena Ferrante che l’immaginazione di tutte le sue lettrici e lettori.

Le donne: amiche, madri, amanti, mogli, sorelle e per di più napoletane, in fuga ma anche donne decise a restare: sono loro le protagoniste indiscusse. Il culto dei figli, della famiglia, l’evanescenza della linea di demarcazione tra l’immanente e il trascendente, il territorio flegreo, il mitico vulcano, il mitologico Averno, sono soltanto alcuni degli elementi che hanno consentito a Elena Ferrante, come ad altre scrittrici italiane di provenienza meridionale, un’interessante rivisitazione delle proprie origini senza che queste fossero intese necessariamente in modo localistico ma anzi, passando per Napoli, si rivolgessero oltre ciò che Napoli significa geograficamente.

In questo senso i romanzi di Elena Ferrante riescono a offrire coordinate molto interessanti da considerare soprattutto perché capaci in qualche modo di rispondere alle esigenze di lettrici e lettori postmoderni e globalizzati.


[1] E. Ferrante, La frantumaglia. Nuova edizione ampliata, Roma, edizioni e/o, 2016, p. 185

[2] Op. cit., p. 186

[3] Der Spiegel, Nr. 34 / 20.08.2016, pp. 108-117

[4] http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2016-10-02/elena-ferrante-tracce-dell-autrice-ritrovata-105611.shtml?uuid=ADEqsgUB

[5] http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/08/31/indizi-e-paradossi-del-rebus-ferrante31.html

[6] Così nell’articolo

[7] Op. cit, pp. 86-92

[8] Qui è parafrasato l’incipit del romanzo “Troppi paradisi” (Einaudi 2006) in cui l’autore, Walter Siti inscena se stesso in un’opera di fantasia, esordendo nell’ambito del romanzo “Mi chiamo Walter Siti, come tutti. Campione di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è di massa. Più intelligente della media, ma di un’intelligenza che serve per evadere”. 

[9] http://www.treccani.it/vocabolario/autenticita/

[10] A. M. Crispino e M. Vitale (a cura di), Dell’ambivalenza. Dinamiche della narrazione in Elena Ferrante, Julie Otsuka e Goliarda Sapienza, Roma, Iacobelli editore, 2016, p. 10

figure deprivate

Prosegue la pubblicazione di alcuni frammenti da Annina tragicomica sul sito Il cucchiaio nell’orecchio. Oggi si tratta del frammento numero 3 tratto dalla seconda parte del libro. Annina è un libro strano, a posteriori, non fa che testimoniare una specie di fine che non vuole finire reiterandosi in figure deprivate. L’immagine del naufragio qui è associata all’azione del l’accumulo e alla pratica del sondaggio (carotaggio se il sondaggio avviene su una stratificazione solida di materia inerte). Grazie ancora a Gaetano Altopiano e soprattutto a Giovanni Duminuco, coraggioso editore e scrittore.

non intelligenze

Prosegue la pubblicazione di alcuni frammenti da Annina tragicomica sul sito Il cucchiaio nell’orecchio . Oggi si tratta del frammento numero sette tratto dalla prima parte del libro. Il microracconto narra dell’entrata in scena, proprio in senso teatrale, di una bambina. Grazie infinite agli eroi della redazione di questo sito di poesia quotidiana.

Elena Ferrante. Genealogie e Archeologie del XX secolo, Lipsia 5 novembre

Sono particolarmente lieta di annunciare, in coincidenza della prossima uscita del nuovo romanzo di Elena Ferrante il 7 novembre, la mia partecipazione presso l’Università di Lipsia al Convegno annuale del Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana quest’anno intitolato Elena Ferrante – Genealogie e Archeologie del XX secolo 4 e 5 novembre 2019. Il mio intervento Elena Ferrante, il libro delle madri e delle figlie si basa sui contenuti di Neapolitanische Puppen Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante (Launenweber) pubblicato in Germania nel 2018 e sul mio ulteriore lavoro di ricerca entro l’opera dell’autrice che ha avuto inizio in Italia attraverso la pubblicazione di contenuti legati alla Società italiana delle letterate prima e a Doppiozero poi.

Università di Lipsia Convegno annuale del Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana

Elena Ferrante – Genealogie e Archeologie del XX secolo 4 e 5 novembre 2019

Martedì 5 novembre workshop biblioteca Albertina, Viviana Scarinci Elena Ferrante, il libro delle madri e delle figlie

Il tema del convegno

La saga napoletana di Elena Ferrante può essere letta come una genealogia ed archeologia dell’Italia e dell’Europa nel 20° secolo narrata dal punto di vista di due amiche diversissime tra loro. Nel corso di quattro volumi seguiamo la narratrice Elena e la sua amica Lila attraverso l’ infanzia, l’adolescenza, l’età adulta fino alla vecchiaia, diventando testimoni non solo dei loro conflitti interiori e dei loro rapporti con il mondo esterno durante gli anni della a scuola, dell’università, nel mondo del lavoro, nelle relazioni sociali, all’interno del matrimonio e della famiglia, ma anche delle trasformazioni della società nel precario microcosmo del rione di Napoli in cui crescono le due amiche. In questa narrazione confluiscono in modo quasi casuale i dibattiti intellettuali e le dinamiche politiche che hanno luogo in Italia dagli anni ‘50 fino ad oggi. La terza segreta protagonista della storia è Napoli, come luogo in cui nasce questa amicizia al femminile, ma anche come depositaria di tracce sepolte di latenti conflitti e non espresse tensioni. Il convegno internazionale si propone di indagare il fenomeno Elena Ferrante in prospettiva letteraria. Al centro degli interventi saranno questioni come il rapporto tra testo e contesto, la mediazione letteraria, la scrittura anonima attraverso l’uso dello pseudonimo, al di là di inutili speculazioni circa la vera identità dell’autrice, nonché riflessioni su genealogie, relazioni e relazionalità (al femminile). Verranno trattate anche le precedenti opere dell’autrice, riscoperte grazie alla dilagante Ferrante fever.


Appartenere a un gruppo

Oggi sul sito di poesia quotidiana il cucchiaio nell’orecchio c’è la prima pagina di Annina tragicomica cui seguirà la pubblicazione di altri quattro estratti dallo stesso libro. Grazie assai alla redazione. E  a Marco. Annina tragicomica è un libro edito da Formebrevi

Cos’è il cucchiaio nell’orecchio? “un’arena di pillole essenziali, la cui brevità non obblighi a fare riposare i testi sulla carta, ma esaurisca in rete tempi e curiosità di lettura”.

Sorelle & Fratelli. Fili d’aquilone 52

 

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Solo tempo dopo quei poveri cinque anni miei in cui non avevo parole per definire le cause di tutto quello sgomento, un Santo, tra quei santi veri e falsi che incontrai prima di nascere in religione Teresa di Maria e Gesù, mi disse che l’eccezione, a tutta quella incomprensibile e spaventosa regolarità che sembra pascere indisturbata dentro le forme visibili, è fatta di un silenzio inumano che non tutti chiamano Dio. E solo un certo rarissimo intento nostro può farsi carico di quell’eccezione, potendo brevemente spezzare il tacere, con scarse parole e scarsissime opere. Perché è quello che viene dopo il molto inumano silenzio, a far nascere, come per caso, il non ancora nato dentro e fuori di noi, poverelli di ogni censo che tutto pare costringere a ingannevoli forme definitive.  leggi tutto


Ringrazio infinitamente Viviane CiampiMarco Furia per  aver pensato a me per questo ricchissimo numero 52 di Fili d’aquilone dal tema così coinvolgente. Diversi mesi fa avevo inviato su richiesta della redazione, quelle che credevo essere delle prose preparatorie per un romanzo in versi che poi in corso d’opera è diventato un’altra cosa, e poi ancora un’altra cosa. Ora pare che quella cosa si sia cristallizzata nella forma di romanzo storico ambientato nella Roma della controriforma. 


Il numero 52 di Fili d’aquilone ha inizio con la silloge poetica inedita “Sororanze” di Viviana Scarinci, alla quale si affianca quella di Viviane Ciampi intitolata “L’albero della sorellanza”, accompagnata da lavori artistici della stessa autrice. Restando nella poesia italiana, Roberta Truscia propone la silloge in tema “Sorelle & Fratelli” e Iluliana Olariu (rumena che scrive anche in italiano) presenta “Fratelli diversi”.

PER LA POESIA STRANIERA
Ricca la sezione della poesia straniera. In “Come sorelle a Itaca” Roberta Truscia ci introduce alla poesia della spagnola Francisca Aguirre, morta nell’aprile del 2019. Sempre dalla Spagna arriva la poesia della giovane Virginia Navalón con il suo Bestiario, presentata e tradotta da Alessandro Mistrorigo. Jolka Milič presenta la poesia della sua connazionale slovena Maja Vidmar.
Passando al Sudamerica, Alessio Brandolini in “Quanto tempo un giorno” propone un lavoro sulla poesia dell’argentina Mori Ponsowy; Giovanni Gemito in “Luce dell’ultima ora” sull’uruguayano Horacio Cavallo. Dal Messico giungono le voci poetiche di Leticia Luna (“Fuoco azzurro”) analizzata e tradotta da Federica Silvino, di Jorge Ortega (“Quanta luce sotto le pietre) e di Maria Baranda (“Teoria delle bambine”) presentate da Alessio Brandolini.

PER LA PROSA
Abbiamo i racconti in tema di Stefano Cardinali “Giochi gemelli. (The Musical Box – Genesis 1971); di Armando Santarelli “Comunque fratelli” e di Matteo Moscarda, intitolato “Tre croci”. Per i più giovani Annarita Verzola propone un brano (“Fratello e sorella”) tratto dal suo romanzo Quando l’usignolo pubblicato nel 2012 e Jolka Milič “Il cappello del signor Costantino” dello sloveno Peter Svetina (con illustrazioni di Peter Škerl).

PER LA CRITICA
Marco Testi in “Essere senza testa” recensisce l’ultimo libro di Maria Grazia Di Mario e in “Senza mai arrivare in cima” la storia pubblicata recentemente da Paolo Cognetti. Marco Benacci in “La pelle dell’anima” ci parla dell’omonimo romanzo uscito in Italia dell’uruguayana Teresa Porzecanski. Federica Silvino analizza il libro di poesia di Adalber Salas Hernández (Ai margini di un mondo sconosciuto) pubblicato recentemente da Edizioni Fili d’Aquilone. Per la critica d’arte, in “Il pittore e lo spirito del tempo”, Marco Testi propone alcune riflessioni sulla mostra romana di Ennio Calabria.

PER LE RUBRICHE
Gabriele Nicosia ha realizzato per la sua rubrica la vignetta … in arrivo. Verónica Becerril per il sua consueto intervento dedicato al “Cinema a parole” ha selezionato il film italiano Euforia di Valeria Golino, storia di due fratelli molto diversi. Infine, per l’Angolo di ED, Giuseppe Ierolli ha messo a punto la breve silloge (con traduzioni e commenti) “Fratello mio, vieni nel mio giardino!”, con testi poetici di Emily Dickinson e due lettere, una al fratello Austin e l’altra alla sorella Lavinia.

Disparità. Piera Oppezzo

Ho avuto la possibilità di conoscere l’opera di Piera Oppezzo nel 2016, in occasione del conferimento del premio Lorenzo Montano. Quell’anno la mia poesia amanda fiore o tartaruga, risultò vincitrice della sezione una poesia inedita e Una lucida disperazione di Piera Oppezzo, a cura di Luciano Martinengo, edito da Interlinea (2016), era risultato il libro vincitore della sezione opera edita.

L’elemento che mi ha colpito immediatamente è stato come la poesia di Oppezzo potesse valere da indicatore di una disparità per nulla astrusa. Una sorta di realistica disparità, in cui ogni elemento additivo di molta poesia che avevo letto fino ad allora, i versi di Oppezzo finivano per rivelarla un esercizio di puro volontarismo, la rendevano cioè superflua in termini di comunicazione di un contenuto profondamente cosciente e perciò puntualmente connotato e evidentemente autonomo da formule già ampiamente praticate.

Raramente lo spessore non mistificato di una coscienza puramente soggettiva fa la differenza in termini sostanziali, entro un genere come quello della poesia per come la si intende nella contemporaneità, culturalmente refrattario ad essere il luogo di una ricerca che somma ‘semplicemente’ la soggettività a un posizionamento temporale e logistico precipuo. In questi termini la poesia di Oppezzo è femminile e rivoluzionaria nel vero senso, perché il principio è quello dell’individuazione di una soggettività scevra che neanche si auto rappresenta ma si rivela per assenza di riconoscibilità, emergendo con una nitidezza senza precedenti. Per inciso, questo è anche uno dei motivi per cui il titolo che lega questa raccolta alla disperazione, appare dopo molte letture, piuttosto forviante e riduttivo.

La coloritura dei versi è spesso quella di uno stato di sé che non prevede approcci o variabili perché ridiscende a un precedente originario, che Oppezzo chiama ‘Vivente’. Vivente diventa un soggetto incluso di volta in volta in un palcoscenico, che lo chiama direttamente o indirettamente in causa come elemento presente ma irraggiungibile, perché a Vivente è precluso l’iter di qualsiasi svolgimento che comporti un posizionamento mediano, un compromesso qualsivoglia che lo distolga dalla sericità della propria mandorla.

Ho scelto di riportare qui una delle poesie, a mio avviso, indicativa dell’intera raccolta, anche se possiede un tono differente dal distacco raggiunto in gran parte di questa opera. Qui Oppezzo incarica inconsuetamente e direttamente i versi di definire la disparità tra un’entità definita dalla prima persona femminile, in ogni caso collusa, ma che si dibatte in un posizionamento impossibile entro il luogo di una collettività, nella quale non esiste la taratura che definisca la sua partecipazione.


Attorno mi circondano (1976)

Tengo la porta chiusa con tutto il corpo
perché almeno oggi nessuno entri.
Ho qui tutti questi conti da regolare
con l’orgoglio il tono di voce
la lucidità il razionale e l’irrazionale.

Non posso farlo se attorno mi circondano
qualche volta magari indifferenti
la loro vita completamente da un’altra parte.

Se capitano
cerco subito di raggiungere il loro posto
senza allontanarmi dal mio
perché il mio è una sedia con lo schienale
che almeno mi tiene le spalle.
Così li raggiungo sempre in bilico
illudendomi per un po’
di non avere problemi di equilibrio.

Continuo a fantasticarci su
anche quando sono ormai distesa dalla loro parte
e mi dico che questo che volevo.
Ma quando sono li distesa
e mi sento chiedere sempre di più
e sorrido e regalo con entusiasmo
scopro che quelli si stanno gustando il superfluo
mentre io mi svuoto dell’essenziale.



«Invece, sto solo tentando la lotta / per dare alla mia vita… / che so, un gusto di pesca / e un suono umano, / come si ode spesso per strada» (Piera Oppezzo in Una lucida disperazione, Interlinea 2016, collana “Lyra”)


una-lucida-disperazione

Intanto su Ferrante

Intanto di recente in Germania esce la traduzione de La frantumaglia di Elena Ferrante. Ne dà notizia con un articolo, tra gli altri, il quotidiano Neues Deutschland che nomina a questo proposito Neapolitanische Puppen, proprio quelle bambole napoletane con le quali l’editore Launenweber ha sagacemente deciso di intitolare un mio libro su Ferrante, su Napoli e sulle bambole e bambine italiane.

RECE

Pratiche dell’ora madre Biblioteca della Camera 21 maggio

Biblioteca della Camera dei Deputati martedì 21 maggio dalle ore 15 alle 19
Roma, via del Seminario, 76 (Pantheon)

FUIS  reading LA MADRE

Lieta di  prendere parte con una breve silloge inedita da
Pratiche dell’ora madre, poesie dimenticate 


liz

 

 

sei figlia di questa morte scolorata
feroce lucertola che si sogna geco
nel buio che le assidera i colori
nel freddo che le morde la virtù
di perdere in coda la vita che non serve

sei figlia come fossi sempre da venire
da un coagulo bruno, gli occhi mai
sperduti alla tua rotta sconosciuta, le labbra
arrossate dal rilievo minuto di una parola
esatta erede del bacio che io sono

 

21 febbraio. Poesia e Plurilinguismo

Poesia e Plurilinguismo

Percorsi per un ampliamento dell’orizzonte formativo e letterario

Cosa: Prima giornata di formazione in presenza
Quando: Giovedì 21 febbraio 2019 – ore 8,30 – 13,30
Dove: I.T.C. Vincenzo Arangio Ruiz -Viale Africa, 109, Roma
Chi: Lend, lingua e nuova didattica, gruppo Roma. 
Organizzazione: Cristina Polli  

In sintesi: corso di formazione di 25 ore rivolto a docenti della scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado, studenti universitari delle discipline interessate, dirigenti scolastici, personale della scuola.

Titolo dell’intervento: Il giornale cittadino Zer0Magazine: un’esperienza di accoglienza di più realtà culturali e linguistiche attraverso la poesia.

Presentazione: L’intervento illustrerà il percorso culturale e etico attraverso il quale il fondo librario di poesia contemporanea di Morlupo, raccolto dall’associazione Libellula, abbia potuto instaurare una sinergia fattiva tra associazionismo, istituzioni e società civile, con il fine di compilare una pubblicazione che sia l’espressione autentica delle pluralità linguistiche e culturali tanto della comunità locale quanto della comunità extra territoriale legata alle attività di scrittura e di ricerca del fondo librario di poesia di Morlupo. L’intento è quello di trasferire ai corsisti tutte le indicazioni relative a un preciso modus operandi, che possa ispirare pratiche consimili, adattandole a esigenze precipue e differenti ambiti di appartenenza. Quanto detto sarà supportato dall’illustrazione delle varie sezioni e modalità di compilazione, attraverso gli esemplari cartacei del giornale Zer0Magazine, precedentemente editi.

Relatrice: Viviana Scarinci è fondatrice dell’associazione Culturale Libellula dove attualmente ricopre, su incarico diretto del presidente dell’associazione Giovanni Roncacci, la funzione di direttrice del Centro Culturale Libellula e del Fondo Librario di Poesia Contemporanea di Morlupo. In queste vesti è ideatrice e organizzatrice del progetto Zer0Magazine giunto quest’anno alla terza edizione. Il progetto si avvale della partnership del Comune di Morlupo, dell’istituto Comprensivo Falcone e Borsellino e per i primi due anni del CSM della ASL Rm4 per gli utenti del quale l’associazione Libellula ha organizzato corsi di scrittura finalizzati all’inclusione dei materiali prodotti all’interno del giornale cittadino Zer0Magazine 2017 e 2018. Viviana Scarinci è inoltre autrice di saggistica con Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante Un ritratto letterario di Elena Ferrante tradotto da Ingrid Ickler (Launenweber, 2018) presentato dagli Istituti Italiani di Cultura di Berlino e Colonia alla Fiera di Francoforte 2018. È autrice dell’ebook monografico Elena Ferrante (Doppiozero, 2014) presentato a Milano nel 2015 nell’ambito della rassegna Writers #2. Per la poesia è autrice con Annina tragicomica (Formebrevi, 2017) presentato nel 2018 al Festival letterario de L’Aquila Week-end d’autore, e de La favola di Lilith (Libro e CD con musiche originali di Edo Notarloberti per l’etichetta discografica ARK Records) opera selezionata per la partecipazione al Wave-Gotik-Treffen di Lipsia e a questo proposito rappresentata in anteprima europea presso Schauspielhaus centraltheater di Lipsia nel 2014. È autrice di Piccole estensioni (Anterem, 2014) con cui si è aggiudicato Premio Lorenzo Montano per la raccolta poetica inedita, sezione promossa dalla Biblioteca civica di Verona. È curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte della poetessa finlandese Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Doppiozero, Il lavoro culturale, Nazione Indiana, Leggendaria, Il Segnale, L’Ulisse. È co-redattrice del progetto editoriale Formebrevi.


Programma della giornata

8,30 – Accoglienza
9,15 – Saluti e introduzione ai lavori.
Interventi :
9, 40– Anna Maria Curci – Lend Roma: “La parola terra materna”: lingua e poesia come dimora e come ricerca.
10, 20– Manuel Cohen. Essere tra le lingue: la geocritica e la poesia dialettale
11,00– Paola Del Zoppo. Poesia come traduzione continua
11,40 – pausa caffè
12,00– Viviana Scarinci– Direttrice del Fondo librario di Poesia Contemporanea di Morlupo. Il giornale cittadino Zer0magazine: un’esperienza di accoglienza di più realtà culturali e linguistiche attraverso la poesia
12,40 – Tavola rotonda con: Germain Droogenbroodt, Rosangela Zoppi: poeti; Luca Benassi, Manuel Cohen, Anna Maria Curci, Paola Del Zoppo: traduttori e critici; Vincenzo Luciani.: editore. Modera: Cristina Polli – Lend Roma.
13,20 – Conclusione dei lavori
13,30 – consegna degli attestati di frequenza della giornata

In collaborazione con:
Associazione Culturale e Rivista di poesia “Periferie”
Centro di documentazione della poesia dialettale “Vincenzo Scarpellino”

L’amica geniale in TV su Doppiozero

Lamica-Geniale-1Il rione che vedremo stasera può essere dislocato ovunque, le due bambine potrebbero essere chiunque in un contesto che però è esistito prima e perciò illustra, attraverso le immagini di un agglomerato urbano circondato dal nulla, il suo carattere primigenio. Il rione ricostruito nella fiction de L’amica geniale è riconducibile all’apparizione di un prima universale in cui forze naturali e soprannaturali sfuggono al controllo umano: l’ira su tutte. La vera posta in gioco di questa chimerica identità tanto cittadina quanto femminile è la padronanza della strategia delle apparenze contro la violenza della realtà, o contro il potere che alla realtà noi tutti attribuiamo per default.  Leggi tutto l’articolo su Doppiozero

Su Elena Ferrante


Articoli

Elena Ferrante e il genio di Napoli (settembre 2018)
Ciò che la realtà non sa essere per noi (dicembre 2017)
Chi sono i contemporanei di Elena Ferrante? (maggio 2017)
Storia della bambina perduta (novembre 2014)
L’amore o è molesto o non è (dicembre 2012)

Libri

in lingua tedesca (trad. di Ingrid Ickler)

le bambole napoletaneQuando il romanzo d’esordio L’amore molesto di Elena Ferrante appare in Italia nel 1992, nessuna delle prime recensioni né delle prime interviste diedero un’idea della dimensione internazionale che il fenomeno letterario avrebbe acquistato in seguito. Da lì in poi e per oltre vent’anni, Elena Ferrante illuminerà gli aspetti meno frequentati di molti destini femminili inquadrati nel contesto storico e sociale nel suo Paese ma non solo.  Questo ritratto letterario di Elena Ferrante edito dalla Casa Editrice tedesca Launenweber nel mese di marzo 2018 illustra tra l’altro come Elena Ferrante sia stata accolta in Italia prima e diversamente dal resto del mondo. Un punto di partenza legato all’origine italiana del fenomeno, quindi, ma con lo sguardo già rivolto alle motivazioni della consacrazione internazionale di Elena Ferrante come una delle maggiori scrittrici italiane di sempre.


 in lingua italiana

saggistica

Elena Ferrante eBook. Chi è Elena Ferrante? Una donna? Un uomo? Un gruppo di scrittori che da oltre un ventennio pubblicano a turno, o collaborando insieme , con questo pseudonimo? O una scrittrice capace di rovesciare come un guanto i propri temi per renderli attualissimi, nel metodo e nel merito?

Un caso non solo letterario che da italiano è ora diventato, con clamore e consensi, internazionale. Doppiozero presenta la prima monografia sulla sua opera, scritta in modo insieme leggibilissimo e approfondito da Viviana Scarinci

La tragicommedia. Una recensione

Ma perché tragicomica? Perché quella dell’alter ego che si libera al posto nostro è forse la più furba, ma anche la più stupida delle tragedie, perché dimostra sì la grandezza della scrittura – soprattutto se tratta di una scrittura reinventata come quella di Viviana Scarinci- ma anche la sua sconfitta, i suoi limiti, e il suo lato ridicolo, patetico, tragicomico appunto.

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IL SEGNALE. Percorsi di ricerca letteraria n. 111 ottobre 2018.  Una recensione a Annina Tragicomica. Formebrevi Edizioni, Caltanissetta 2017


Creare un personaggio, una sorta di alter ego, e poi entrare in continua dialettica con lui, proiettandolo in ambiti assurdi, fino al limite del comunicabile, lottando con il senso, i significati, la stessa leggibilità, alla ricerca, evidentissima, di una nuova impostazione non solo poetica, ma addirittura linguistica e semantica. È lo sforzo compiuto da Viviana Scarinci nella sua raccolta Annina tragicomica, una serie di poesie in prosa, potremo dire “mozzafiato”, in cui il lettore si trova avvinghiato, sballottato, alla ricerca di un nesso che sfugge di continuo.

at_cover_3DTuttavia è la stessa poetessa a dare una chiave di lettura per le sue sinfonie concettuali, si tratta di tre consecutive poesie in prosa, l’ottava, la nona e la decima, in cui l’autrice chiamando in causa un secondo personaggio, definito “poeta”, mostra il rapporto particolare che la sua “Annina” ha con lui, di derisione e deragliamento. Da questo punto di vista Annina non è solo un personaggio, è un mito, è il mito dello scarto perenne, della differenziazione come ricerca di autenticità. E infatti costringe il poeta a fare i conti con i propri conformismi inevitabili, a vivere la sconfitta per non poterla afferrare, a vederla in una perenne autenticità dovuta alla mancanza di una posizione fissa, di una tappa, di una stasi.

Non per niente in un’altra prosa poetica Viviana Scarinci descrive proprio la continua mancanza di sede di Annina. “Annina sta” scrive l’autrice “nel passo che non si consegna alla sede”. È il tentativo, che la poetessa stessa riconosce nella postfazione, di superare l’argine, di sconfinare, straripare, o, come abbiamo affermato in precedenza, deragliare dai binari ordinari del linguaggio e dell’intelletto. In fin dei conti Annina rappresenta anche una proiezione dell’inconscio, un inconscio intellettualizzato, esteticamente ripulito, ma sempre inconsapevole, inarrestabile, indefinibile, parte di quella duplice complessità che la poetessa stessa testimonia nella postfazione quando parla di “complessità che galleggia in superficie” da una parte “e quella del quotidiano sempre più liquido” dall’altro. Da una parte dunque abbiamo la solidità e la razionalità, dall’altra la liquidità dell’inconscio, o della vita nella sua fluidità infinita, la liquidità appunto di Annina. Ma perché tragicomica: Perché quella dell’alter ego che si libera al posto nostro è forse la più furba, ma anche la più stupida delle tragedie, perché dimostra sì la grandezza della scrittura – soprattutto se tratta di una scrittura reinventata come quella di Viviana Scarinci- ma anche la sua sconfitta, i suoi limiti, e il suo lato ridicolo, patetico, tragicomico appunto.

Così mentre il poeta cerca l’equilibrio, nella sua vocazione conscia e razionale, Annina vive nell’instabilità. Annetta, ride ed è la stessa poetessa a sottolineare in un passaggio chiave “ Annetta rideva spesso. La testa in cui crebbe non curata affatto, aveva prodotto il pneumatico idiota che sempre da capo la smagliava, impedendo ora la semina di una stia di silenzio o un ritardo che mancasse finalmente di umiltà”.  E probabilmente a questa spontaneità pre-culturale di Annina-Annetta può essere riferito il linguaggio utilizzato da Viviana Scarinci nei suoi brani, una lingua a tratti anch’essa pre- grammaticale, in cui vengono a volte abolite le preposizioni e i connettivi quasi per offrire un dettato il più possibile diretto, empatico, anche se la difficoltà lessicale rende la maggior parte dei testi oscuri ed inevitabilmente ermetici.

L’autrice giunge talora anche a dubitare dell’esistenza stessa della bambina, come per mascherare le sue urla, le sue eccedenze. “Tra le conseguenze che la bambina mente c’è il fatto di esistere”. Emerge in asserzioni di questo tipo una sorta di assurdo, perché il mentire di Annina, che le permette poi di esistere, sembra imitare il mentire stesso e innocente dei fanciulli. Il che comporta una nuova sorpresa, dato che in fondo la bambina tragicomica, la bambola birichina e più che mai libera, probabilmente non è che la scrittura poetica stessa, la mania a sua volta assurda che i poeti hanno di rendere reale le loro immaginazioni, di considerarle più reali della realtà stessa, una sorta di dimensione libera in cui tutto diventa possibile, tutte le sconfitte possono essere riscattate, tutto può essere trasformato in un gioco. E ciò permette di chiarire ulteriormente il dialogo e le contrapposizioni tra la figura del poeta e la figura della bambina, essendo quest’ultima la sostanza che consente alla poesia di forgiarsi, di prendere concretezza, di materializzarsi e farsi dunque esistente, nonostante sia contaminata da una menzogna di fondo, secondo la quale la scrittura (mondo di segni e di fantasia) sarebbe vera, più vera della realtà. “Tra le conseguenze che la bambina mente c’è il fatto di esistere”.


Grazie a Il segnale. Grazie sopratutto a Giovanni Duminuco che con il progetto editoriale Formebrevi ha consentito che un testo come Annina Tragicomica vedesse luce. Onoratissima di aver pubblicato con lui.

Elena Ferrante: Napoli uguale Italia

La Napoli del libro di Maria Carmen Morese nella sua bellezza più realistica: quella di città delle meraviglie vere e sempre possibili. Il rione Luzzatti negli scatti di Ottavio Sellitti ospitati in questi giorni alla Fiera del Libro di Francoforte  a cura dell’Istituto Italiano di cultura di Berlino che rendono visibile Napoli come giacimento di quotidiana umanità. I romanzi di Elena Ferrante che grazie soltanto al genio letterario dell’autrice hanno allargato a dismisura il perimetro dei lettori ponendo le donne, la città e l’identità di ciascuno di noi al centro di un discorso pubblico che è urgente affrontare soprattutto oggi. Grazie infinite a Launenweber (nelle persone di Christian Berglar e Salvatore Tufano) che mi ha consentito di seguire in totale libertà la mia strada entro tutte le complessità che articolano il mondo di Elena Ferrante. Grazie ai direttori degli Istituti Italiani di Cultura in Germania Luigi Reitani e Maria Mazza e ai loro straordinari staff:  è veramente bello vedere dal vivo con che professionalità e profondità di pensiero viene promossa l’immagine dell’Italia all’estero. Infine mille grazie alla Fraunen Buch Kritik “Virginia che nell’ambito di una pubblicazione riguardante le numerose autrici presenti alla Buchmesse 2018 ha dedicato un’interessantissima recensione a Bambole Napoletane.

Vedi anche https://napoli.repubblica.it/cronaca/2018/10/10/news/alla_buchmesse_di_francoforte_la_napoli_di_elena_ferrante-208628039/

 

 

LW italica: si comincia mercoledì

Titoli “napoletani” del LAUNENWEBER Verlag GmbH & Co.KG alla Frankfurter Buchmesse 2018 – Padiglione 4.1. Stand F87:

Viviana ScarinciNeapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante (Bambole napoletane. Un saggio sul mondo di Elena Ferrante) – ed. accresciuta e rivista

Fabrizio CosciaUnd einsam waren wir (Soli eravamo) – la biografia intellettuale di un napoletano che si confronta con i grandi dell’arte

Prossimamente la traduzione tedesca del romanzo di Nicola Pugliese, Malacqua


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La casa editrice tedesca Launenweber Verlag dedica un’importante collana all’Italia contemporanea. LW Italica pubblica saggistica e narrativa scritta da autori italiani che entrano nel vivo dell’attualità del nostro Paese attraverso la letteratura contemporanea e il giornalismo di qualità. Il 10 ottobre alla Fiera di Francoforte, nell’ambito di un incontro dedicato alla città di Napoli: “Napoli – profezia o rovina. Sulla sfida alla società civile” organizzato dall’Istituto Italiano di Colonia e di Berlino verrà presentato il libro della collana LW Italica Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt Elena Ferrantes (Bambole napoletane. Un saggio sul mondo di Elena Ferrante) di Viviana Scarinci. 

 

Elena Ferrante e il genio di Napoli


le bambole napoletaneNe parliamo il 10  ottobre ” Napoli – profezia o rovina. Sulla sfida alla società civile
ore 14.30 – 15.30 Frankfurter Buchmesse, Salon, Halle 4.1.

Partecipanti: Maria Carmen Morese, Viviana Scarinci, moderazione: Luigi Reitani, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino. Con traduzione simultanea.

Il successo globale della tetralogia di Elena Ferrante ha posto la città di Napoli al centro dell’attenzione: seguendo lo sviluppo della terza città più grande d’Italia è possibile identificare i numerosi problemi della nostra società moderna e globalizzata. Si pone la questione della responsabilità politica, così come la questione della coesione sociale e della nostra umanità.

L’autrice napoletana Maria Carmen Morese, da molti anni direttrice del locale Goethe-Institut, che nel suo nuovo volume su Napoli (Luoghi del cuore: Napoli, Insel 2018) si dimostra esperta della città in tutte le sue sfaccettature, discute con Viviana Scarinci, che si è immersa nel mondo della città di Napoli con un saggio su Elena Ferrante. (Bambole napoletane. Un saggio sul mondo di Elena Ferrante, Launenweber 2018).

Nell’ambito del Weltempfang – Centro per la politica, la letteratura e la traduzione alla Fiera del Libro di Francoforte 2018.

L’ingresso alla Fiera del Libro è soggetto alle tariffe e alle regole stabilite dalla Fiera stessa: http://www.buchmesse.de/besuchen/privatbesucher/tickets

Francoforte 2018: Neapolitanische Puppen

Francoforte Fiera del Libro 2018, mercoledì 10 ottobre, dalle 14.30 alle 15.30: NAPOLI ( Neapel – Verheißung oder Verderben. Über die Herausforderung an die Zivilgesellschaft) con Maria Carmen Morese e Viviana Scarinci, modera Luigi Reitani, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino. Traduzione simultanea.

iculturaIl successo mondiale della tetralogia L’amica geniale di Elena Ferrante ha messo la città di Napoli al centro della scena internazionale e con essa i molteplici problemi della nostra società moderna e globalizzata. Maria Carmen Morese, direttore del Goethe-Institut di Napoli e autrice di Lieblingsorte: Neapel (Insel 2018)  e Viviana Scarinci, autrice di Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt Elena Ferrantes, (Launenweber 2018) ne parleranno nell’ambito del Weltempfang – Centro per la politica, letteratura e traduzione di Francoforte Fiera del Libro 2018. Frankfurter Buchmesse, Salon, Halle 4.1.


Dal momento che l’Italia sarà ospite d’onore al Salone del libro di Francoforte nel 2023, da quest’anno l’Istituto Italiano di Cultura arricchirà il programma con numerosi ospiti italiani. L’Istituto Italiano di Cultura di Colonia sarà affiancato dal Consolato Generale d’Italia a Francoforte, dall’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, dall’ENIT (Associazione Italiana per il Turismo), dall’AIE (Associazione degli Editori italiani), dall’Accademia Italiana della Cucina, dall’Italia Altrove e dal DIV (Associazione Tedesco-Italiana) Francoforte Piazza Italia (Pad. 5.0, C37) presenterà eventi letterari, culturali e turistici nell’area dello stand collettivo degli editori italiani e fuori dalla fiera.

su Internazionale del 6 luglio

Tra le cose che fanno piacere c’è la segnalazione di Giuliano Milani nell’ambito dell’articolo Attraverso Ferrante per Internazionale del 6/12 luglio in occasione dell’uscita del libro di Tiziana De Rogatis  Elena Ferrante. Parole chiave:

“Mentre la legione dei lettori di Elena Ferrante, in continua espansione, aspetta l’uscita della serie televisiva tratta dall’Amica geniale e insieme vagheggia la possibilità di poter leggere qualcosa di nuovo, si moltiplicano i saggi critici, come la monografia Elena Ferrante di Viviana Scarinci (pubblicata da Doppiozero e tradotta in tedesco) e la raccolta di articoli in inglese Reconfiguring margins (Palgrave McMillan) continua https://www.edizionieo.it/review/7953

Giuliano Milani


Per amore di precisione aggiungo che l’edizione tedesca del mio libro su Elena Ferrante è stata notevolmente ampliata e aggiornata rispetto all’ebook edito da Doppiozero  e che sto felicemente continuando il mio lavoro critico su Elena Ferrante

21 giugno alle 21 con LAPUTA

Silenzio vuoto e pieno, empatia e impoverimento delle relazioni, fumetto, poesia, traduzione e libri, tanti libri da raccontarci. Grazie a Laputa, grazie Paola Del Zoppo per tutte le bellissime ipotesi di condivisione da cui costruire un piccolo pezzo di strada comune. Giovedì 21 alle 21 con Luigi Bigio Cecchi, Pietro Del Vecchio, la partecipazione della Biblioteca comunale Bartolomea Orsini e il Patrocinio del comune di BraccianoLetti Di Notte. Vedi alla voce: relazioni. Le parole del silenzio“. “Il principio di crudeltà è la diminuzione dell’empatia: l’altro è disponibile per un solo uso, se ne può fare a meno, nessun filo ci unisce, i nostri destini non hanno nulla in comune. Vi è tutta una “programmazione neurobellica della bassa empatia” nelle nostre società. E la violenza è lo strumento chiave: lancia il messaggio imbarazzante per cui l’altro (donna, vecchio, migrante, povero, nero, dissidente) è un di più, si può eliminare.” Qui, un articolo di Amador Fernández-Savater che, partendo da un suggestivo testo dell’antropologa Rita Segato, connette la situazione politica con la ricerca dell’assenza di relazioni e l’annullamento e lo sminuimento di quelle esistenti. Su Comune-info https://comune-info.net/2018/06/la-distruzione-dellempatia/

LocLettiDiNotte

Idee esiliate e supporti materiali

Ostrakon, è stata allestita dal 24 marzo al 5 maggio 2018 negli spazi della galleria Cardelli e Fontana di Sarzana.  In occasione della mostra la rivista d’arte antica e contemporanea “Finestre sull’arte” ha pubblicato un articolo (firmato Federico Giannini e Ilaria Baratta) di estremo interesse che riguarda l’opera complessiva di Simone Pellegrini. Parte dell’articolo si riferisce ai libri istoriati che costituiscono un aspetto separato e distinto della produzione di Pellegrini. Poiché la questione del supporto di trasmissione e rielaborazione di un certo tipo di contenuti, è di mio particolare interesse in primo luogo come poeta,  di seguito propongo un estratto dell’articolo di Giannini Baratta che riporta un mio intervento scritto in occasione della mostra dei libri istoriati che si è tenuta nel 2011 presso il Fondo Librario di Poesia di Morlupo. In quell’ambito Pellegrini ha avuto modo di introdurre i presenti alla fruizione dei libri istoriati ed io ho avuto l’occasione di scrivere di questo aspetto peculiare della sua opera.

Sorrido pensando come tutto torna.  


Ostrakon, dunque, anche come “esilio” dell’idea sul supporto materiale.

“In mostra sono esposti anche i libri sui quali Simone Pellegrini traccia i suoi disegni. Quella del disegno sulle pagine dei libri è una pratica che l’artista da sempre frequenta, e gli permette di fissare su carta le prime idee per le sue composizioni di più grande respiro. I libri (Simone Pellegrini dimostra una particolare predilezione per la mistica, la religione, la poesia, la filosofia) generano idee, e le idee vengono subito fissate sulle loro stesse pagine, anche senza che ci sia un rimando diretto a quanto emerso dalla lettura: l’arte di Simone Pellegrini, sottolineava Viviana Scarinci, non ha debiti di riconoscenza nei confronti del libro, dacché l’artista “difende la purezza della sua visione” anche da quelle stesse pagine che spesso costituiscono le scaturigini del suo universo figurativo. Tuttavia non si potrebbe comprendere del tutto l’arte di Simone Pellegrini senza conoscere questi disegni che ci appaiono quasi istintivi, ma che in realtà sono frutto di meditate elaborazioni: perché l’immaginazione dell’artista è spesso stimolata dalle parole. Che altro non sono, se non segni loro stesse (un linguaggio, in tutto e per tutto simile a quello che l’artista cerca di creare per mezzo delle figure). Si tratta, peraltro, di prodotti profondamente diversi rispetto alle opere destinate a essere appese alle pareti. Perché in quei libri l’artista entra a contatto diretto col supporto”. Leggi tutto

 

Simone Pellegrini è nato ad Ancona nel 1972, attualmente vive e lavora a Bologna. Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Urbino nel 2000, ma espone le sue opere dal 1996. Dal 2003 collabora con la Galleria Cardelli e Fontana di Sarzana e, dal 2006, con la Galerie Hachmeister di Münster in Germania. Ha esposto in diverse mostre in contesti internazionali (tra questi, tre edizioni della Biennale di Venezia, nel 2015, nel 2013 e nel 2011, oltre a fiere di rilevanza mondiale e importanti mostre collettive) e ha tenuto personali in Italia e all’estero. Sue opere si trovano al MAMBo di Bologna, nella collezione permanente di Bologna Fiere, presso la Collezione Volker Feierabend di Francoforte sul Meno, nei Musei Civici di Monza, nelle raccolte di Palazzo Forti a Verona e in molte altre collezioni. È inoltre insegnante di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna.

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*Immagine in  primo piano: Simone Pellegrini, L’ordo degli incomparabili, dettaglio

Foejetong bambole napoletane

Le bambole napoletane iniziano a camminare sulle loro gambe. Lunga vita ai romanzi di Elena Ferrante


“Es sind noch viele weitere Aspekte die Scarincis Essay enorm spannend und lehrreich machen. Schade ist natürlich, dass uns (die, die wir kein italienisch sprechen) Scarinci weit voraus ist, was die Lektüre der Ferrante-Romane betrifft. Einige Aspekte und Details werden dadurch schwerer nachvollziehbar. Dennoch bietet „Neapolitanische Puppen“ eine wahnsinnig interessante Lektüre, die definitiv noch mehr Lust und Vorfreude auf die folgenden Übersetzungen der Ferrante-Romane macht, wovon letztendlich auch Suhrkamp profitieren wird.” https://foejetong.com/2018/05/07/affidamento-im-dialekt/

Emily Dickinson Il lavoro culturale

La faida familiare per i diritti sull’opera alla morte della poetessa. Il modo distorto con il quale fu orientata inizialmente la sua immagine pubblica. Una consapevolezza autoriale incrollabile. Esce oggi per “Il lavoro culturale” un mio articolo che vuole sottolineare l’attualità della figura di Emily Dickinson. Grazie alla redazione  per l’accuratezza e il rispetto dei miei contenuti.

Una visione inedita di Emily Dickinson


 

Neapolitanische Puppen da Launenweber

di Viviana Scarinci in lingua tedesca (trad. di Ingrid Ickler)

le bambole napoletaneQuando il romanzo d’esordio L’amore molesto di Elena Ferrante appare in Italia nel 1992, nessuna delle prime recensioni né delle prime interviste diedero un’idea della dimensione internazionale che il fenomeno letterario avrebbe acquistato in seguito. Da lì in poi e per quasi trent’anni, Elena Ferrante illuminerà gli aspetti meno frequentati di molti destini femminili inquadrati nel contesto storico e sociale nel suo Paese ma non solo.  Questo mio ritratto letterario di Elena Ferrante edito dalla Casa Editrice tedesca Launenweber nel mese di marzo 2018 illustra tra l’altro come Elena Ferrante sia stata accolta in Italia prima e diversamente dal resto del mondo. Un punto di partenza legato all’origine italiana del fenomeno, quindi, ma con lo sguardo già rivolto alle motivazioni della consacrazione internazionale di Elena Ferrante come una delle maggiori scrittrici italiane di sempre.


Università di Lipsia, Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana (CiCi) convegno annuale “Elena Ferrante –Genealogie e Archeologie del 20° secolo Lipsia il 4 e 5 novembre 2019. Con Uta Felten, Nicola Bardola e Olivia Santovetti.


Francoforte, 2018su Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante  (trad. di Ingrid Ickler) – Launenweber , aprile 2018

Un’interessantissima recensione a Bambole Napoletane nell’ambito di una pubblicazione riguardante le numerose autrici presenti alla Buchmesse 2018


Istituto Italiano di Cultura, programma Frankfurter Buchmesse 2018

Stand Istituto Italiano di CulturaFrancoforte 2018, con Morese, Reitani,Francoforte Fiera del Libro 2018, mercoledì 10 ottobredalle 14.30 alle 15.30NAPOLI ( Neapel – Verheißung oder Verderben. Über die Herausforderung an die Zivilgesellschaft) con Maria Carmen Morese e Viviana Scarinci, modera Luigi Reitani, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino. Traduzione simultanea. Il successo mondiale della tetralogia L’amica geniale di Elena Ferrante ha messo la città di Napoli al centro della scena internazionale e con essa i molteplici problemi della nostra società moderna e globalizzata. Maria Carmen Morese, direttore del Goethe-Institut di Napoli e autrice di Lieblingsorte: Neapel (Insel 2018) e Viviana Scarinci, autrice di Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt Elena Ferrantes, (Launenweber 2018) nell’ambito del Weltempfang – Centro per la politica, letteratura e traduzione di Francoforte Fiera del Libro 2018.

“Mentre la legione dei lettori di Elena Ferrante, in continua espansione, aspetta l’uscita della serie televisiva tratta dall’Amica geniale e insieme vagheggia la possibilità di poter leggere qualcosa di nuovo, si moltiplicano i saggi critici, come la monografia Elena Ferrante di Viviana Scarinci(pubblicata da Doppiozero e tradotta in tedesco) e la raccolta di articoli in inglese Reconfiguring margins (Palgrave McMillan) Vedi anche sul sito di e/o https://www.edizionieo.it/review/7953



Foejetong recensisce le bambole napoletane, giugno 2018

“Es sind noch viele weitere Aspekte die Scarincis Essay enorm spannend und lehrreich machen. Schade ist natürlich, dass uns (die, die wir kein italienisch sprechen) Scarinci weit voraus ist, was die Lektüre der Ferrante-Romane betrifft. Einige Aspekte und Details werden dadurch schwerer nachvollziehbar. Dennoch bietet „Neapolitanische Puppen“ eine wahnsinnig interessante Lektüre, die definitiv noch mehr Lust und Vorfreude auf die folgenden Übersetzungen der Ferrante-Romane macht, wovon letztendlich auch Suhrkamp profitieren wird.” https://foejetong.com/2018/05/07/affidamento-im-dialekt/

ferrante


Fiera del libro di Lipsia 2018, Elena Ferrante area Istituto Italiano di Cultura: Neapolitanische Puppen da Launenweber, giugno 2018 

Il privilegio della poesia

SAM_3362.JPGSabato 13 gennaio ha avuto luogo con successo, presso il polo Bibliotecario di Palazzo Venturi a Campagnano la presentazione di Annina tragicomica. L’evento  è stato curato da Anna Maria Curci e organizzato dall’Assessore alla Cultura del Comune di Campagnano Giovanna Mariani.

L’evento è stato possibile grazie alla sensibilità e l’ospitalità all’Amministrazione Comunale di Campagnano, e il ringraziamento che ho la necessità di esprimere anche in questa sede, non è retorico. Non è stato facile trovare una sede editoriale opportuna per la pubblicazione di un libro come Annina tragicomica che non appartiene a nessun genere letterario. E di conseguenza non è semplice trovare un luogo opportuno per la presentazione di un libro sui generis come Annina. Il fatto che questa opportunità sia stata offerta da contesti istituzionali e semi istituzionali, come nel caso di Campagnano, e delle presentazioni del libro avvenute in precedenza a L’Aquila e Caltanissetta, va sottolineato come un dato civico estremamente positivo.

Annina tragicomica come libro, nasce ed esiste perché si fonda su logiche estranee a quelle commerciali fin da quando, in modo del tutto inaspettato da parte mia, è stato pubblicato da Formebrevi. In effetti con le stesse finalità non commerciali attraverso le quali l’etichetta discografica ARK Records, rese possibile nel 2014, l’uscita del CD La favola di Lilith.

Formebrevi è  un’associazione culturale, impegnata in un progetto editoriale no profit, attraverso il quale sono stati pubblicati libri con caratteristiche estremamente differenti tra loro ma tutti orientati verso un modo di intendere la scrittura come qualcosa di non conforme a quelle che sono le linee guida relative alla commerciabilità del libro come prodotto.

Ciò anche e soprattutto intendendo il libro come oggetto d’arte, ad esempio nel caso di Annina tragicomica la pittrice Klaudia Jaworska, autrice dell’immagine di copertina, ha collaborato direttamente alla produzione editoriale del libro.

I libri Formebrevi, quindi, sono scelti e trattati con estrema cura dall’editore che non richiede alcun contributo agli autori. I proventi della vendita dei libri editi serviranno a finanziare la pubblicazione dei libri che lo saranno successivamente.

L’ associativismo e le Istituzioni in questo senso ricoprono un ruolo fondamentale per restituire luogo a certe realtà culturali, ma anche sociali, le cui logiche sono naturalmente estranee alle dinamiche di massa, le quali dinamiche puntano spesso alla spersonalizzazione dei contesti e dei contenuti ponendo a scusa la non immediatezza della fruibilità di quanto, di creativo e interessante, si manifesti sulla base di presupposti differenti rispetto a quelli noti. 

L’attenzione alle esigenze delle comunità reali passa anche attraverso la promozione di un linguaggio performativo che ha luogo nelle dinamiche di un certo modo di intendere l’evento culturale legato all’arte intesa come unicità e originalità dei contenuti. Ciò significa riconosce pubblicamente e collettivamente la poesia come esigenza dell’umano. Questo è qualcosa, che posso testimoniarlo, fa bene a tutti quelli che ne vengono anche solo sfiorati.

Le foto dell’incontro di oggi 13 gennaio!

Grazie a Anna Maria Curci e all’Assessore Giovanna Mariani per aver realizzato una presentazione di Annina tragicomica bellissima. Grazie la Comune di Campagnano per l’ospitalità e l’organizzazione perfetta. E grazie soprattutto a Formebrevi per aver pubblicato Annina contro ogni logica commerciale, dimostrando che si può fare e funziona!

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Elena Ferrante poetica e identità

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Oggi Il lavoro culturale pubblica un mio saggio su Elena Ferrante. Tra identità e poetica, i romanzi, le interviste e alcuni studi più recenti per aggiungere un nuovo tassello sull’opera della grande scrittrice italiana. Grazie infinite alla redazione.

su Elena Ferrante

Elena Ferrante copertina
saggistica

Elena Ferrante eBook. Chi è Elena Ferrante? Una donna? Un uomo? Un gruppo di scrittori che da oltre un ventennio pubblicano a turno, o collaborando insieme , con questo pseudonimo? O una scrittrice capace di rovesciare come un guanto i propri temi per renderli attualissimi, nel metodo e nel merito?

Un caso non solo letterario che da italiano è ora diventato, con clamore e consensi, internazionale. Doppiozero presenta la prima monografia sulla sua opera, scritta in modo insieme leggibilissimo e approfondito da Viviana Scarinci

saggistica, Starter, anno: 2014
isbn: 9788897685425
prezzo: €3,00
Categoria: Arte

Copia elettronica: PDF e ePub acquista qui 


Febbraio 2015, di Anna Maria Crispino da Leggendaria 109

Nel turbinio di recensioni sulle pagine e inserti culturali dei maggiori quotidiani inglesi e americani uscite in occasione della pubblicazione del terzo volume della quadrilogia de L’amica geniale in inglese (definiti Neapolitan Novels, si veda la rassegna stampa sul sito americano dell’editore http://www.europaeditions.com), esce la monografia di Viviana Scarinci, che ha il grande merito sistematizzarne l’opera complessiva e rintracciare i temi interni nel farsi di una narrazione che parte da (L’amore molesto) (1992) per arrivare al quarto volume della storia di Lila e Lenù. Se, per fortuna, sulla stampa internazionale si riscontra una minore ossessione sulla questione “chi è Elena Ferrante?” – e si entra invece nel merito della scrittura e della rappresentazione di una straordinaria amicizia femminile come chiave per raccontare l’ultimo mezzo secolo di storia italiana – Scarinci prende il toro per le corna e parte proprio dalla “invisibilità” dell’autrice per collegarla però alle tematiche più profonde della sua narrativa: ”In mancanza di dati biografici il percorso di Elena Ferrante può essere sommariamente ricostruito attraverso la sua bibliografia”. E subito dopo, entrando pienamente nel merito: “Scomparse o tentativi di cancellazione di tutta un’esistenza, micidiali isolamenti, tormentati rapporti madre figlia, incursioni dell’eros nella vita pubblica e privata, genialità proprie e delle amiche, “sororanze” deleterie e ambivalenti sono alcuni dei temi principali, ma anche segni descrittivi estremamente persistenti per mezzo dei quali l’autrice rende riconoscibile a chi legge un mondo tutto al femminile nient’affatto risaputo. Lontano dall’essere sviluppati secondo un discorso lineare, questi segni sono disseminati di romanzo in romanzo, come fossero oggetti di scena che suggeriscano alle lettrici e ai lettori soprattutto quello che resta di non detto rispetto a ogni fatto e personaggio che l’autrice in un primo momento dispone regolarmente su una scacchiera” (p.2). D’altronde, l’intero saggio di Viviana Scarinci si articola sull’originalità di una scrittura che fa del non detto e non dicibile la sua chiave di volta: “Per Elena Ferrante l’illustrazione dei pensieri irriferibili è un metodo. Con questa modalità l’autrice orchestra la sintassi di molte esistenze che, attraverso la singolarità della loro vicenda, dimostrano l’indicibilità da segreto possa farsi vita e condivisione” (p.49). Dividendo la produzione di Ferrante in due “cicli” – Il primo comprendente L’amore molesto, I giorni dell’abbandono, La figlia oscura e il secondo i quattro volumi dell’Amica geniale – Scarinci segue le tracce di alcune parole-categorie che sono altrettanti fili rossi che percorrono – espliciti o sottotraccia – l’intero arco: “molestia”, “isolamento”, e la maternità non idealizzata. E una “condizione”, quella dell’ambivalenza (vedi Leggendaria n.103/2014 e 108/2014): che c’è sin dall’inizio – ed è ciò che consente a Ferrante di mettere in scena con tanta potenza le sue personagge – ma – “ Nelle pagine de La figlia oscura finalmente deciso che l’ambivalenza sia una condizione da accettare”. Il che porta chi legge ad assorbire una modalità di narrazione ( e di ascolto) in cui quella “sospensione dell’incredulità” che è tipica della letteratura diventa anche ciò che “governa (…) la vita quotidiana” (p. 35). Quella delle protagoniste ma anche la nostra.

La favola di Lilith, libro e CD ARK Records

un concerto, un CD, un libro di poesia …


logo-arkLA FAVOLA DI LILITH

un’opera in due atti
di edo notarloberti e viviana scarinci
Libro e CD


La prima edizione comprende il CD e un libro di 24 pagine
per una tiratura limitata di 500 copie
PREZZO DI COPERTINA: 15,00 euro

ordini: info@arkrecors.net e su Amazon

 


La favola di Lilith è un’opera musicale suddivisa in due atti e nata nell’ambito del Fondo Librario di Poesia Contemporanea di Morlupo, dall’incontro di due linguaggi artistici diversi e insieme profondamente affini, quello della musica e quello della poesia. Il compositore edo notarloberti e la poetessa viviana scarinci, hanno accettato di confrontarsi attraverso un vero e proprio work in progress, la cui profonda vocazione interculturale viene pienamente rappresentata dal tema costituito dalla figura di Lilith. Il progetto è diventato un’opera musicale e un libro edito in versione bilingue da ARK Records e presentato in anteprima europea in Germania nell’ambito del Wave Gotik Treffen Lispia 2014.

L’opera
Lilith è un personaggio della mitologia ebraica e prima ancora di quella babilonese. È un diavolo femmina ma risulta anche essere la donna esistita prima di Eva, colei che fu creata spaccando in due la prima creatura umana che era duplice, come Ermafrodito. La favola di Lilith tuttavia non nasce dall’intento artistico di mettere in scena la rielaborazione narrativa di una storia nota ma da una riflessione che vuole accomunarsi all’attualità, attraverso gli strumenti della musica e della poesia contemporanea. Il violino di edo notarloberti cavalca l’onda delle parole di viviana scarinci sintetizzando i percorsi pregressi delle esperienze passate (vedi Argine e Ashram) proiettandoli in una direzione ancora più essenziale in quanto affrancata dalla schematica forma canzone che da un lato garantisce integrità formale, dall’altro limita il fluire liquido delle note che come le parole, in quest’opera intensa, sono alla ricerca di una verità essenziale attraverso una dimensione sonora assolutamente acustica, neoclassica.


CRITICA E RECENSIONI

Luglio 2015,  su Il Segnale 101 una recensione di M.T.

Con il sottotitolo di “due atti di Viviana Scarinci e Edo Notarloberti” viene distribuita La favola di Lilith, poema sonoro recitato su base di archi e pianoforte e inciso su un cd. Ci si trova dunque di fronte ad una poesia che recupera la dimensione non solo della vocalità, e dell’oralità, ma anche quella della performance, o meglio della irripetibilità performativa, che non consente la tradizionale lettura e rilettura a cui la poesia lineare da sempre ci ha abituati.
Tuttavia i significati del testo, pur nella versione con sottofondo musicale, non sfuggono alla decifrazione, magari nella solita sfumatura e incertezza dell’enigma, che la poesia, come arte votata al simbolico, inevitabilmente si trascina dietro. La favola di Lilith si mostra così, ad un ascolto attento, come la vicenda etica e intellettuale di un’anima e dei suoi tentativi di comprensione di tutto un mondo di relazioni. E’ la parola che interroga l’universo, e offre come risposta l’intreccio tra suoni della musica e suoni del linguaggio. Da questo punto di vista le melodie e le armonie musicali divengono speculari e simboliche rispetto alle armonie della voce, ma anche, semanticamente, rispetto alle armonie e alle empatie a cui i rapporti interpersonali cercano disperatamente di dar vita. Nella favola di Lilith, infatti, pianoforte e archi entrano in simbiosi con le parole, una simbiosi evidentemente cercata, e alla fine perfettamente ottenuta. La recitazione, in sé quasi monotona, volutamente neutra nell’intonazione, dà rilievo al ritmo e alla forza semantica dei versi, e consente alle parole quasi di spogliarsi per rivestirsi appunto di musica. In questo modo si crea una unione unica tra i suoni, quelli degli strumenti e quelli della poesia. Certo, si tratta di una poesia dimezzata, una poesia che rinuncia sia alla ripetibilità del foglio bianco sia alle tonalità del parlato, e si ricompone in una lingua univoca, densa di contenuti complessi, ma per assurdo priva di cantabilità a causa della sottrazione di accenti e fenomeni tonici. Tuttavia, come detto, questo spogliarsi di tonalità si traduce in un rivestirsi di altra melodia, di altra armonia, quella appunto suadente della musica, che da sottofondo diviene protagonista, quasi si trasforma a sua volta in parola. In realtà le coloriture romantiche ed emotive non sono solo quelle della composizione sonora, ma anche le parole, proprio nel loro essere controcanto al canto musicale, divengono esteticamente belle e attraenti, nonostante gli sforzi indubitabili della voce recitante di restare in una specie di anonimato interpretativo, quasi per evitare le intonazioni e le forzature di una resa da attore e da interprete vocale.
Si prenda ad esempio la traccia due, dove l’attacco determinato dalla pregnanza semantica del termine “placenta” è sottolineato da un singulto di archi davvero notevole, capace di dare vita ad una espressione raddoppiata, potenziata dall’alleanza fra le due forme d’arte. E’ così anche nella traccia 25, dove la voce recita “Non subito cielo amore” e la malinconia, rimarcata dalla musica, può finalmente liberarsi senza finte retoriche.
Musica e voce danno vita così ad una danza che coinvolge l’ascoltatore, gli fa comprendere un super-significato, denso di segnali emotivi. Quello che si riesce a cogliere, anche nella fuggevolezza delle parole recitate, è il tentativo, ma si potrebbe dire destino, di comprendere le cose e gli esseri, di determinarne giudizi; anche se le cose si fanno spesso ombra e frenano, sembrano bloccare le soluzioni, in realtà una verità è possibile rinvenirla, essa è nella “mescita di nascita e morte”. Parole, isole di contenuto che rimangono nella memoria dell’ascoltatore, commentata da una musica bellissima, coinvolgente come forse le parole non sanno essere. Però le parole di questo poema riescono a fare di più della musica, riescono a dire anche il senso della musica. E’ il senso è in un dolore testardo che si percepisce dietro l’alternarsi dei versi detti, un dolore che alla fine la meravigliosa mescolanza di voce e note riesce a dileguare. Insomma un esperimento più che riuscito questo della favola di Llith, che dimostra la necessità per la poesia contemporanea di cercare altre vie oltre quella della parola.

Luglio 2015,  su Poesia 2.0 una recensione di Loredana Magazzeni

La favola di Lilith, edita da ARK Records, con testo inglese a fronte, nella traduzione di Natalia Nebel, presentata nel 2014 in anteprima europea occasione del festival internazionale musicale di Lipsia, è un poema musicale in versi, su testi di Viviana Scarinci e musiche del compositore Edo Notarloberti. Il poema, che riprende e dà voce a nuclei tematici forti già presenti nella poesia di Viviana, come il rapporto col femminile, la conoscenza di sé e il tempo, si presenta nutrito di un “sentire tattile”, come scrive Giorgio Bonacini in margine a Piccole estensioni, raccolta vincitrice del premio Montano 2014. Un sentire sinestesico dunque, tattile e visionario, in cui la musica si addensa attorno all’andamento “poematico”, tipico della migliore parte della poesia femminile del Novecento (Rosselli, Vicinelli), che attraversa e rilegge l’esperienza e la coscienza. Il poema è diviso in due atti: il primo in cui Lilith torna da uno stato di lutto ottundente o dalla regione vita/morte del mito. E il secondo atto, al cui inizio, con un monologo, Lilith si rivolge a Dio (di cui secondo una credenza dell’ebraismo è stata amante), e che prosegue con un dialogo tra Lilith ed Er, il personaggio del mito platonico cui è stato dato modo di andare e tornare dalla morte. Così come Lilith è creatura di confine tra visibile e invisibile, porta di ogni ambiguità, Er, che conosce vita e morte diviene il “vedente” per antonomasia, restando pur sempre uomo. Come insegna Ida Travi, in Poetica del basso continuo, poeta che accosto a questo esito poetico di Viviana Scarinci, scrivere poesia oggi è cercare un varco continuo, non una verità ma una delle verità possibili fra noi e “lo spiazzo millenario nel quale irrompono le civiltà che forse dormono”. Dichiaro di voler leggere eventuali successive raccolte pubblicate dall’autore per seguirne la futura scrittura, riferendone in questa rubrica.

Marzo 2015,  su Darkroom una recensione di Ferruccio Filippi

Quanto è difficile recensire un’opera come questa… Difficile perché “La Favola di Lilith” è un qualcosa che sta a metà fra una composizione neoclassica e il reading poetico. È conveniente forse partire proprio dalla parte lirica per capire il lavoro. Lilith è considerata la donna che venne prima di Eva, e quindi, per certi versi, lo spirito della donna, al di là del tempo e dello spazio. La poetessa Viviana Scarinci costruisce un possente corpus poetico intorno a questo concetto, a questo voler rappresentare la femminilità stessa nella sua duplice natura, divina e terrena, nella sua potenza e nella sua fragilità. Il linguaggio è complesso e raffinato senza essere didascalico o dottrinale, e possiede un ritmo che lo rende sempre vivo e interessante. La cosa si sarebbe potuta fermare alla realizzazione di un poema sul femminino eterno ma, e qui sta l’originalità, si è deciso di far sposare quelle parole con la musica. Per questo non ci poteva essere autore migliore di Edo Notarloberti (già con Argine, Ashram e Corde Oblique), anima fra le più sensibili dell’odierna scena musicale italiana. Una composizione per archi ora drammatica, ora onirica, ora sperimentale che accompagna e dà il mood giusto a tutta l’opera. Non a caso il testo è recitato dalla Scarinci in maniera quasi atonale, senza espressione, per dare alla musica il compito di trasmettere ed enfatizzare l’emozione di tutto il lavoro. “La Favola Di Lilith” è un opera difficile e coraggiosa che merita ascolti e letture approfondite.

Febbraio 2015,  su Rock Impressions

Progetto piuttosto ambizioso e culturalmente pregno quello condiviso dalla poetessa Viviana Scarinci e dal violinista Edo Notarloberti. La Scarinci ha vinto nella sezione Scrivere i Colori del Premio Grinzane Cavour ed ha pubblicato una manciata di testi. Edo è un musicista coinvolto in diversi progetti, come Ashram, Corde Oblique, bellissimo il suo disco solista edito sempre dalla Ark. I due hanno condiviso questa avventura artistica, con l’intento di unire musica e poesia, con uno stile spoken words a tinte neoclassiche, musica da camera se volete. Non è un episodio del tutto isolato, ma desta sempre un certo stupore trovarsi di fronte ad un’opera così complessa, nella sua apparente semplicità. Ai due si aggiunge anche il contributo della pianista Martina Mollo.

Ci sono delle tradizioni, in particolare ebraiche, per cui la prima moglie di Adamo non fu Eva, bensì Lilith, questa, pare, non volle sottomettersi ad Adamo e venne quindi scacciata dall’Eden. Poi in altre tradizioni è stata anche considerata un demone (o tale è divenuta a seguito dell’allontanamento dall’Eden), per diventare più tardi simbolo per la rivoluzione femminista, insomma un personaggio pieno di richiami e riferimenti, tra l’esoterico e la modernità. Onestamente non ho colto in quest’opera dei riferimenti precisi alle tradizioni di cui ho accennato, i versi della Scarinci sono piuttosto ermetici e ricchi di cenni colti, per cui non è facile comprendere appieno il significato:

“Se all’assemblea delle forme
i corpi si dimettono
io il tuo ordito sboccio
fiore di questo dolo”

non manca la suggestione nella forza delle parole, però il senso spesso sfugge. Discorso a parte per le musiche, che sembrano improvvisate sul declamare dei versi, Edo mette in campo esperienza e gusto, dimostrandosi raffinato e passionale al tempo stesso. Viviana declama i suoi versi con trasporto, anche se a volte la sua voce appare distaccata e quasi asettica, con una cadenza poco armonica. Francamente ho faticato ad entrare nel senso del testo, che richiede un’attenzione molto elevata, tale da cannibalizzare le musiche, difficile concentrarsi sulle seconde se si vuole approfondire l’opera poetica.

Per questo il mio giudizio resta sospeso, pur riconoscendo che l’opera possiede un certo fascino.

Settembre 2014, su theregionofunlikeness – UNA RECENSIONE DI PAOLO FICHERA

Lilith è un nome,
che scrive nel proprio nome la donna che parla di lei, che è lei.

La voce si impone fin dai primi versi precisa, salmodiante, incalzante come una litania. Comandamenti: bruciare, trovare, resistere e studiare il buio. E il buio è il luogo della propria genesi attesa, il sapere che la convergenza dell’acqua al buio è possibile, ma soltanto per chi, e non per lei, si è perfezionato nella distanza che scinde una persona in due.

È la constatazione che oltre la dualità apparente, esiste un varco aperto come una ferita in cui curare è precipitare per raffinare le mani e la percezione, oltre le mani di un uomo invocato o desiderato, la cui pelle toccata priva il corpo della mano che tocca, come la notte tocca la sua ombra e la ingloba senza possederla. E pare che il desiderio e la mancanza di Diotima qui non abbiamo luogo. Non vi è neanche la finzione della mancanza o del desiderio. La pelle è l’unica forma del giorno che appare nella notte. Nulla manca perché a mancare è la stessa Donna che parla e che scrive la sua mancanza nella voce che si avvera, dando al presente l’instancabilità del senso che non si compie.

L’amore erompe, perché non c’è attrito che possa essere negato. Un amore che non si dà in atti espansi oltre il proprio pensiero. C’è qualcosa, nell’amore, che rende questa donna un’estensione nelle cose, ma non per negare né per affermare perché “non esiste parola/per cui si cerchi più/di un bisogno ammutolito”. La presenza, si afferma, sempre e comunque, perché è, nell’istante di sapersi e di eclissarsi in quell’attimo che ha la coerenza perduta e manifesta che attende chi sa di non poter toccare la mole enorme di un’esistenza che si stende oltre se stessi.

Il nodo disciolto non esprime la vita, resta quel che non deve apparire. L’incessante risvegliarsi che torna non compiuto. La litania non cessa, i Se si susseguono: l’ustione della doglia, l’arsura, la fitta sono chiamate, avocate, elette a ipotesi di una mutazione che appunto perché invocata non può avere altro corso che nell’invocazione e non in qualche atto manifesto di cambiamento. La lotta è nell’immobilità di fronte al proprio Dio a cui si annuncia che l’inevitabilità dell’atto al suo interno manca, come chi chiama pur non volendo risposta.

L’intensità non rinuncia a nulla, resta immobile a fissare quanto le asperità del bianco intorno e il suo corollario di forme rinuncino a Lei. L’anima non ha volto, perché il volto è una maschera, l’ambizione suprema è quella di non esserci, come la constatazione di un’attesa a cui non si può rinunciare. Il luogo che si abita è quello del taglio, dove il mestruo è ostinato come la grazia che nutre certi animali. La minuzia delle ossa ne forma e ne sostiene la loro assenza. E il Dio che ha donato i figli, quegli occhi che raspano e avvinghiano alla vita, nonostante noi, quel Dio ha vietato un pane che è al di là di ogni forma pensata e voluta, in un nucleo compatto che pare non poter essere colmato, come una enorme distesa di sassi bianchi lasciati lì perché le mani possano erigere altari sommessi, o altre mani desiderino scagliarli sulla superficie dell’acqua.

Lo spazio dell’alterità è quello che Lilith nonostante se stessa abita. L’Altro, che ha la voce di un figlio-amante, invoca una salvezza che soltanto la venuta dei passi può dare e chiama sposa l’ombra, come un rabdomante che sa di poter dialogare con la pietra nell’occhio; e Lei lo invoca come si invoca la venuta insieme all’addio, la catastrofe insieme alla notte. Ed entrambi sono grembo d’assenza vissuta una nell’altro, come un principio di menomazione che muove il destino di una perversione per morire insieme, nella macerazione germinale che il veleno della vita suscita a contatto con la bellezza di alcuni incontri. E a dispetto del figlio la luce incarna la liquidità delle forme su cui s’adagiano i segni delle veglie non vissute, della speranza non vissuta perché non invocata, di una visione incarnata. E alla fine del libro la venuta della luce diluisce l’ossessione delle ombre, come a lavare gli umori di un parto sulla pelle di un neonato che vivrà nonostante la luce e l’ombra, perennemente infisso nella mancanza che resta alla sua fonte.

La voce di Lilith è un grumo di sangue che si scrive leggendolo. Che cerca di fissare i propri artigli in pelle e muri che non le rispondono o che forse non esistono. È un’alluvione che si muove secca e fluente, come alcuni occhi lasciati in qualche luogo del mondo e visti di sfuggita, come un monolitico grumo d’amore che ha resistito a ferite, aborti, morti, frustrazione. Più viva delle ombre che la muovono.

Luglio 2014, su SIL – Società Italiana delle Letterate, UNA RECENSIONE DI PAOLA DEL ZOPPOLa favola di Lilith di Viviana Scarinci e Edo Notarloberti è un poema in musica, un’opera composita, che si dipana all’ascolto con il ritmo dissociato e insieme consonante di due espressioni creative diverse. La messa in scena della compatibilità dell’incompatibile illumina la complessità della materia. Lilith è innanzitutto mito. Prende forma nella voce poetica come plasmata dalla sabbia, e si fa così donna prima, creazione originale, creatrice. Un’opera ridotta al necessario nella sua esecuzione, nell’utilizzo di pochi strumenti ad arco, suonati da Edo Notarloberti, e della voce intensa di Viviana Scarinci, ma che non ci lusinga con un’apparente semplicità.
Il testo si compone di tre parti: nella prima, Lilith racconta di sé, della sua storia, dal suo preciso e veritiero punto di vista. Veritiero perché suo, senza elaborazioni, senza spazi per il tempo. Nella seconda parte Lilith dialoga con Dio. Nella terza Lilith dialoga con ER.
Viviana Scarinci si era accostata alla figura di Lilith già nel suo Nascita della madre, in cui la dimensione del dialogo in absentia era sviluppata proprio nella declinazione dello svelamento delle mitologie. Lilith è creatura notturna che vuole abbattere tutti gli schemi, e così si sporca, si contamina per evidenziare la sua non domesticità. E’ un essere indomito, non per forza ribelle, perché è prima della necessità di ribellione. Personaggio della mitologia babilonese prima che di quella ebraica che la porta fino a noi, Lilith è donna prima di Eva ma anche ermafrodito, creatura senza sesso che è di entrambi i sessi.
Ma non per questo in sé distruttiva, solo non sistematica. La connotazione antivitale di Lilith giunge non prima del medioevo: il mito della donna incontrollabile attraente e terrificante, si genera con la società de secoli bui, e nel romanticismo e nei movimenti letterari dell’Ottocento riprende la sua ambivalenza per svelare le perverse attitudini sessuali dovute alla repressione.
Basti citare il Faust di Goethe, in cui Lilith è, nell’universo multifocale delle figure femminili, al centro della svolta nella notte di Valpurga. Mefistofele incita Faust a ballare con lei, come se lei potesse, diversamente da altre donne che Faust ha incontrato, fargli intravedere l’attimo e costringerlo a cedergli l’anima. Ma quando Faust torna schifato perché dalla bocca di Lilith è uscito un topolino, Mefistofele lo prende in giro «e che sarà mai, non era mica rosso, il topo». Mefistofele, l’ironico per eccellenza, non sta prendendosi gioco solo di Faust, ma della concezione medievale e maschile di Lilith, ridotta a un essere femminile dagli attributi seducenti in quel determinato sistema, le stesse caratteristiche descritte da Viviana Scarinci nel suo già citato Nascita della madre «caratteristiche non ‘domestiche’, una lunga chioma indocile, il corpo impudicamente cosparso di saliva e di sangue, residui di mestruo, di aborti, di altre promiscuità. Lilith: la creatura notturna, colei che è, senza il pensiero di nascondere, la distruttrice di ogni ordine prestabilito, la madre dell’invisibile fertilità della morte, il motore vitale dell’unicità non dissimulata, la fame e la profonda solitudine che l’imperativo della fame impone». La danza di Faust con Lilith richiama anche il mito di Salomone, l’unico ad aver danzato con lei, donna demone, madre di demoni e regina. Ma soprattutto, come Viviana Scarinci in questo testo, Goethe metteva in scena la debolezza dell’uomo, che non è del diavolo, bensì profondamente umana. Il suo bisogno di controllo, di percezione del potere, di domesticazione dell’innocenza oltre la bontà.
Lilith, che è e rimane la parte rimossa di Eva, che accetta la sua cacciata dal Paradiso, fa della sua identità un tesoro. Chiede ad Adamo di essere sua pari, di non dovere giacere sotto di lui durante il coito, ma sopra, in un tempo primigenio, in cui i rapporti di potere non erano ancora stabiliti. Come nota Viviana Scarinci, «non fu lei, con questo gesto, a perdere l’innocenza», bensì Adamo, che risponde alla richiesta con la volontà di dominio, con la violenza. Perché conosce la paura dell’abbandono e insieme la paura della verità: Lilith è più forte di lui, perché non ha paura di se stessa. Lui, primo uomo, si fa schermo della sua posizione oltre qualunque altra considerazione, e scaccia la sua compagna. Secondo il mito, Lilith fugge in una zona del Mar Rosso nota per essere il rifugio dei demoni.

avrei subito l’ansa come un fatto silente
avrei appreso la laguna come la convergenza
dell’acqua al buio se altri moventi
se altri garanti non mi avessero emulsionata
in una fisica dirimpetta e io non mi fossi perfezionata
nella distanza che mi divide, una dall’altra
innervata che sloga volo e caduta.

Ma ancora trattiene il suo passato, fino a quando non disobbedisce all’ordine di Dio che per bocca di tre angeli le ingiunge di tornare al marito, perché la sua identità è ormai altro, ed è più importante di ogni altra cosa, anche del perdono divino. Non può tornare a essere moglie, dopo essere stata se stessa, nonostante il suo amore per Dio.
Della complessità di Lilith Viviana Scarinci rende conto in una brevissima introduzione, in cui riprende tutti tratti principali del mito: l’origine Babilonese, demoniaca e regale, e i contorni ebraici, più noti: Lilith, prima moglie di Adamo, si rifiuta di essere sottomessa e si fa demone. Ma, ricorda Scarinci: «era segretamente innamorata di Dio, tentava spesso di volare verso l’amante e Adamo, per trattenerla, si alzò da carponi e prese a camminare diritto su due gambe. Forse l’uomo ha guardato al mondo perché Eva ha procreato ma si rivolto al cielo perché prima di Eva è esistita Lilith». Prima che l’uomo fosse uomo, Lilith era:

Tutti i fatti subiti e orditi dal corpo
mi dicono che rimane sul polpastrello
l’impronta, più che in questa creta plasmata altrove

L’intento artistico non sembra quindi quello mettere in scena la rielaborazione poetica di una storia nota, bensì di riportare alle origini del senso del mito una figura troppo raccontata: una riflessione che vuole accomunare Lilith all’attualità nella spinta all’indietro nel tempo, alle origini del mito. L’operazione di parallelismo con la parola poetica appare chiara nella scelta dei termini. Lilith, prima donna, è potenzialmente generatrice di ogni creatura. Così è la parola lirica, collocata in uno spazio ibrido in cui le connessioni binarie sono inutili e inesistenti. È una parola che guarda al tempo da cui proviene, universale e nucleare, parola in potenza.
Viviana Scarinci sceglie quindi parole fenotipiche per descrivere stati d’animo, gesti, avvenimenti, che nella loro natura di intimità, allargano la percezione su un universo di possibilità, definendo e sfumando la figura di Lilith nella sua appartenenza a una natura primigenia che dà vita prima che vi sia ordine: Osso – Pelle –Concrezione – Crescita – Albero – Bambino – Cammino.
La parola poetica è antica, minerale, fossile, frutto della creazione e principio generatore, quindi unione di presente e passato, fusione di padre e figlio:

l’unico modo
sfalda le cortecce
dei pini fino
al cerchio
che contiene
il bambino nel folle
trattenimento
del tronco
padre di sé piccolo

Ulteriore simbolo della congiunzione tra un remoto passato e un presente che si può conoscere solo in assenza è il fossile, pietra di memoria, che contiene ere e sostiene in futuro. La pietra fossile inerte annuncia una vita impossibile ma reale.

per un lungo attimo
la notte ti asciuga, fossile
indeducibile dalla sua pietra
cosa inerte, mio frantume

É una pietra che deve rivivere, nel richiamo a Paul Celan, («è tempo che la pietra ritorni a fiorire») toccata dalla forza creatrice dell’io lirico, l’unica che può annullare la stasi :

Se entri in un accadere
paralizzato di sequele
io fruttifico le stasi
che mi trasogni

Nel dialogo con Dio, culmine del secondo atto, Lilith esprime dubbi e rabbia, e si dice costretta alla rinuncia:

la mia eternità è una formula
un rilevo un’asperità fittizia
tre punti di sospensione
un braille trafitto senza rumori
di bianco, un morse
a guerra finita che non
serve il segreto
ora l’intensità è minore
si vede la coazione
alla rinuncia

Ma Lilith è anche, qui figura che ricorda Sisifo, determinata a non accettare davvero la sua pena, nella “coazione” abbandona una lotta senza senso nello spegnersi della lotta. E così è anche legittimazione della poesia stessa, della scrittura, che come nel mito di Sisifo di Camus, è antidoto al suicidio, dunque alla morte.
Il testo e la musica si appropriano dell’ascoltatore: la percezione della poesia si fa parte della poesia stessa, nella fusione delicata e mai ridondante di metafora e rappresentazione.
Un’opera, questa di Scarinci e Notarloberti, che appare necessaria nella sua non semplicità e non semplificazione e nella passione vitale, corposa, forte della voce della lettrice che è voce di Lilith, voce di Dio ma soprattutto, voce limpida della poesia e della musica che plasmano nascite di intensa percezione, fioriture dalla pietra, da ricordi dimenticati e da tempi senza memoria. Lilith, la sua figura, il suo mito, è il fossile e la pietra, identità nuova che si pone in essere con l’accettazione della propria esistenza. Ma soprattutto La favola di Lilith è un’opera di grande coerenza, che sviluppa l’assunto iniziale in ogni risvolto, senza però cedere al concettualismo. Ogni piano di lettura è uno strato della compatta formazione geologico-poetica dell’opera, in sé tagliente e significativo, ma ancor più denso se esaminato nella sua stratificazione.

Luglio 2014, Luigia Sorrentino pubblica un’ampia pagina dedicata sul blog di poesia di RAINEWS  Con una mia nota sulle modalità compositive dell’opere e un estratto dal testo http://poesia.blog.rainews.it/2014/07/13/viviana-scarinci-la-favola-di-lilith/

SU lurker’s realm luglio 2014, una segnalazione –  Che cosa possiamo aspettarci quando un musicista virtuoso e un poeta di talento si incontrano per lavorare insieme? La risposta può essere data da Ark Records, con l’uscita di “La Favola di Lilith”, un’opera realizzata da Edo Notarloberti e Viviana Scarinci.

La figura di Lilith è l’elemento comune del confronto tra il violino e la parola nell’ambito di un’opera divisa in due atti. Quest’opera è il frutto di due menti di talento e un pezzo d’arte delicato che rivela tutto il suo splendore a ogni ulteriore ascolto.

Chi ha già familiarità con il violino di Edo (e chi non la ha deve assolutamente colmare questa lacuna!) qui può realizzare il suo ulteriore potenziale espresso quando si combina alla parola poetica di Viviana. Questo potenziale si esprime completamente nell’intensità di questo lavoro. Non è un disco tradizionale, ma è un’esperienza che ci  parlerà sicuramente a lungo.

da http://lurkersrealm.blogspot.ae/2014/07/noticiaa-fusao-de-dois-mundos.html

IL NUOVO luglio 2014, una recensione di Maurizio Lancellotti –  La tradizione religiosa ha contribuito non poco a corroborare per secoli la subalternità della donna nel tessuto sociale, considerandola asservita all’uomo da cui ella deriverebbe e a cui dovrebbe sottomettersi.
Ebbene, vi sono miti arcaici secondo cui prima di Adamo, Dio avrebbe creato una donna, Lilith, formandola a partire dalla TERRA e non dall’uomo. Lilith, quindi, sarebbe stata scacciata da Dio per via del suo rifiuto a sottomettersi all’uomo (ne L’alfabeto di Ben-Sira viene raccontato che Lilith abbandonò il Giardin dell’Eden a fronte del rifiuto di Adamo di riconoscerla come sua pari “Ella disse – non starò sotto di te – e egli disse – e io non giacerò sotto di te, ma solo sopra. Per te è adatto stare solamente sotto, mentre io sono fatto per stare sopra ”. In questo modo Lilith figura di origine mesopotamica, divenne nell’immaginari ebraico un demone, emblema di adulterio e lussuria per poi subire nel cristianesimo una damnatio memoriae.
Nella sua Favola di Lilith, Viviana Scarinci, poeta e critico del nostro territorio, condensa degli studi condotti per anni in genere sulla questione femminile in filosofia e nella letteratura e in particolare sulla figura di Lilith. Si tratta di un’opera musicale in due atti che mostra un connubio, tra poesia e musica, due generi così diversi ma la contempo così affini, di Viviana Scarinci (poeta) ed Edo Notarloberti (musicista). Nell’intenzione degli autori “La favola di Lilith non nasce dall’intento artistico di mettere in scena la rielaborazione narrativa di una storia nota ma da una riflessione che vuole accomunarsi all’attualità, attraverso gli strumenti della musica e della poesia contemporanea. Il violino di Edo Notarloberti cavalca l’onda delle parole di Viviana Scarinci sintetizzando i percorsi pregressi delle esperienze passate (vedi Argine e Ashram) proiettandoli in una direzione ancora più essenziale in quanto affrancata dalla schematica forma canzone che da un lato garantisce integrità formale, dall’altro limita il fluire liquido delle note che come le parole, in quest’opera intensa, sono alla ricerca di una verità essenziale attraverso una dimensione sonora assolutamente acustica, neoclassica.”
Il testo presenta pertanto elementi di complessità che lo rendono di non immediata comprensione per chi non abbia una certa dimestichezza con la filosofia e la poesia, tuttavia nel suo connubio con la musica risulta molto suggestivo e godibile anche a un pubblico più ampio.

SUONO 487 maggio 2014, nella sezione “SELECTOR tutto il meglio in arrivo sul mercato” una recensione di Guido Bellachioma  –  Un disco complicato e semplice al tempo stesso. Persino spoglio nell’utilizzo dei pochi strumenti ad arco (suonati da Edo, violinista anche di Ashram, Argine, Corde Oblique e di notevoli progetti solisti) e dell’espressiva voce di Viviana (poetessa alla prima performance artistica di questo tipo). Apparentemente una situazione già vissuta, non solo in ambito neoclassico, neofolk e dark, dove i momenti rarefatti e lirici vedono musiche avvolgenti fungere da tappeto per voci recitanti, più o meno sognanti. In questo caso, 32 tracce legate senza soluzione di continuità, il percorso è piuttosto diverso perché si tratta di una reale connessione tra i due universi; dove il fatto che non ci sia la classica forma canzone, sia pure “diversa”, finisce per dar risalto al ritmo che connette profondamente musica e parole, in grado di esplorare Lilith non come donna del mito (quella prima di Eva) ma come aggancio alla contemporaneità. Il disco richiede inizialmente grande concentrazione; una volta perforato il mare di emozioni, però, non si può che andare fino in fondo e, spesso, ricominciare da capo. Inutile fare confronti con momenti acusticamente simili di gruppi come i Current 93, anche se punti di contatto ci sono… Lilith è una moderna opera “antica”, dove al posto delle voci del melodramma c’è lo scavare nell’anima, modulando le parole negli spazi lasciati liberi dalle note e spesso avvinghiandovicisi mortalmente. L’operà sarà rappresentata in anteprima europea al The Wave-Gotik-Treffen 2014 di Leipzig Germania), il più importante festival per questi territori di confine, dove Edo non suonerà ma dirigerà un quartetto d’archi (due violini, viola, e violoncello). Per capire l’anima del suono dell’affascinante favola di Lilith abbiamo preso in prestito le parole di Antonio Esposito, tecnico del suono del Tp Studio di Napoli, dove è stato registrato:”Edo è uno di quei musicisti che più che per la tecnica ti affascina per la capacità evocativa del suono. Suonando assieme a lui e registrando la sua musica in contesti molto diversi, ho imparato a conoscere la particolarità di questo suono; dovendo scegliere come riprenderlo in un contesto “atipico” (3 violini e un violoncello, suonati tutti da lui), ho scelto di provare a renderlo il più naturale possibile, utilizzando un AKG 414 TLII come microfono principale, in coppia con un pre Universal Audio 710 e un AKG C4000 alle sue spalle per recuperare alcune frequenze basse. Altra scelta di base è stata quella di dare grande spazio ai suoni d’ambiente, posizionando due Rode Nt2-A, preamplificati da due API 512c, a grande distanza tra loro. Queste due room si sono rivelate poi centrali nell’equilibrio del mix finale di Giuseppe Spinelli, mix fatto ITB utilizzando un Reverbero Lexicon PCM 70 e un compressore DBX. Il piano, un Kawai verticale, è stato ripreso con tecnica A-B. Per la voce di Viviana, dopo aver provato varie soluzioni, l’AKG 414, accoppiato a un pre Universal Audio 610, si è rivelato la scelta migliore, soprattutto nel gestire le dinamiche molto differenti all’interno dei vari brani. Il mix ha provato a lasciare inalterata questa realtà sonora, senza puntare ad elevare il volume”. Le prime 500 copie hanno il libro dell’opera.

sito http://lafavoladililith.wordpress.com/
pagina facebook https://www.facebook.com/lafavoladililith

contattati
rossana rossi: info@arkrecors.net
edo notarloberti: info@edonotarloberti.it
viviana scarinci: vivianascarinci@gmail.com
Fondo Librario di Poesia di Morlupo: c.libellula.m@gmail.com

Piccole estensioni, Anterem

cop libro

Piccole estensioni è la raccolta edita da Anterem Edizioni a seguito del conferimento del Premio Lorenzo Montano 2014 per la raccolta poetica inedita. Si tratta di un lavoro unitario per quanto suddiviso in due parti. La prima parte presenta dieci componimenti in una forma in cui i versi non sono separati da cesure essendo riportati di seguito secondo una continuità che appare prosastica ma non lo è. La seconda parte è composta da sette poesie.

Dovendo individuare a posteriori un tema delle Estensioni al fine di comprenderne quanto più precisamente il possibile sviluppo, credo che sia il tema della “differenza” quello principale. L’ipotesi immaginosa formulata dalle Estensioni è che al principio non ci sia il verbo, né il silenzio ma una minuscola differenza. Prima di nascere esiste nel microscopico mondo delle Estensioni solo un infinitesimo differire delle singolarità. Ma dopo, al di fuori di questa figurazione nostalgica l’esposizione delle forme visibili avviene nel macrocosmo attraverso un linguaggio che non evita sinonimi né sperimenta vere mutazioni. Invece è piccola anzi piccolissima l’estensione pregressa e nascitura che può raggiungerci in quell’ipotetico stallo che è il tentativo di misurare un suolo su cui non c’è nessun ricordo che garantisca di essere fuoriusciti. Se per La favola di Lilith la complessità del discorso si gioca anche attraverso l’uso metaforico del mito oltre che in altre variabili che consentono di leggere l’opera attraverso molti registri, nelle Estensioni la panoramica è più semplice né esistono metafore. Si tratta soltanto di un tentativo di recupero in extremis di qualcosa di sempiterno e attuale che non si colloca apparentemente nel presente né può essere restituito dal ricordo. Una differenza rintracciabile nelle minuterie più recondite che stanno sotto un occhio interiore che le restituisce sfuggenti, come se tutto quanto intorno servisse oltre il visibile. Servisse da indicatore di un dirigersi differente e non saputo che pure guida. Ciò almeno nella speranza di chi ha scritto.

  “Mai accaduto prima in quanto iniziato con un passo il succedere
diversamente quantunque il succedere prima era uguale. Isolata
da questo stacco la differenza sta in torto di avere l’orizzonte nella
crescita e lievito bastante a produrre di concerto il giacere. E nessun
rimedio menta lo stato di questo saperlo che tornata indietro
dalle cose successe ridivento quella non stata.


CRITICA E RECENSIONI

Settembre 2014, DALLA POSTFAZIONE DI GIORGIO BONACINI

SENTIRE IL VISIBILE
La lingua poetica, qualunque direzione prenda la sua voce, porta sempre con sé un potenziale fisico che ha in germe una concretezza, che non è solo uditiva o immaginativa, ma è un vero e proprio sentire tattile. Sembra impossibile poter toccare la parola, che è suono e scrittura, ma quando la lettera subisce la metamorfosi che la poesia imprime al suo alfabeto, allora il segno cambia e un’altra percezione (innaturale, potremmo dirla, se per naturale intendiamo non la natura delle cose, ma la loro apparenza superficiale e conforme) avvolge il sentimento del testo. La parola, allora, com’è il caso di queste Piccole estensioni, si svolge in un movimento senza obblighi o costrizioni, un’ondulazione nel sintagma che rivolge il suo sguardo verso un’oscura ma limpida, (ri)cognizione, fino a scaturire in un’inversione che interroga l’autrice e noi stessi: se conoscere è vedere nella sua continuità, che cosa percepiremmo se spostassimo l’occhio verso il non visibile? Domanda che apre ad altri versi, più minuziosi, che riportano tutta l’estensione del vivere in un piccolissimo contesto, determinante per la visione lacerante che questo poemetto porta con sé: il campo di una lacrima.
Ed è così che l’andamento interiore, che si costituisce insieme al suo dire, mostra in queste poesie (prosa o versi non è importante, quello che conta è ciò che il linguaggio costruisce in sostanze significanti) la sua determinazione, lieve e precisa, di delineare il corpo: seppur sfilacciato dalla “rapina” o dalla “interdizione” che soggiace al suo essere, o, come precisa l’autrice, derubricato dal vuoto, quindi senza difesa. Ma la consapevolezza di pensare una parola vivente, una voce esistenziale, si trova proprio lì dove sembra concludersi la prospettiva dispersa di un sapere. Invece, così ingarbugliato in ciò che si è (salda alla luce che orizzonta) o si vorrebbe essere (un segno che fermi la terra), un’oscillazione continua mantiene paradossalmente l’equilibrio e a ogni sbando rimanda a un’instabilità costante fra resistere e restare, in una situazione che è luogo di necessità e volontà, che Viviana Scarinci chiama l’estensione del piccolissimo.
Ma tutto questo estendersi minuto è però innumerabile; non viene né arriva soltanto da una dimensione di misura emotiva, ma da un vero e proprio sguardo sull’esistenza a cui la nominazione sembra appartenere: un luogo precedente la parola. Come un mondo-senza-mondo che si riempie di sé, a partire da un suono preverbale che genera il suo dire con piccole fluttuazioni, germinando nell’inquietudine o in una goccia di sofferenza o in un lampo di dolore. Non però un magma incontrollato, ma una crescita attraverso immagini che confida¬no nello stupore e si affidano alla fermezza di piccoli gesti lenti: il contatto con la terra, il colore dell’alba, una pausa nel respiro. Senza però sostare in un’autoconservazione sterile, ma ripartire ogni volta zigzagando dentro paradigmi che, nel camminamento, aprono e danno ossigeno, o condensano ferite; o ancora lucidamente segnano corpo e mente nella forma di un sintagma che è concetto e poesia, così come si fa sognando, dove le cose proiettano la loro estroversione intima e generano non mere realtà, ma vero reale.
E sembra proprio che sia per questa ri-generazione (e forse solo e semplicemente per questo) che Viviana Scarinci riesce nel tentativo di scardinare le circonvoluzioni che si estendono, nella pagina, dal pensiero alla scrittura, per arrivare alla precisazione lucida di versi che si muovono, ma per andarsene con ironia, dalle acque amiche dove tutto è già detto, stabile, abituale anche in ciò che si ritorce contro. E da lì, dunque, bisogna uscire, estendersi in luoghi e vite e descrizioni inconsuete, e metafore che significano ciò che dicono, anche con durezza, ma senza fronzoli: con la sola bellezza dell’evolversi da piccolo a piccolo. Quasi che tutto ciò che è visibile si concentri in un punto marginale (quindi poeticamente centrale) definito solo nel suo esserci come qualcosa che fa e disfa, e scardina e congiunge. Una cosa e il suo nulla senza altra associazione, come se non fosse importante il legame ma soltanto i due estremi. Ma è solo un’illusione, perché la consistenza del senso che si muove e popola tutta la filatura e la maglia di questo testo, non permette vuoti o insignificanze, anzi, trova nell’atto poetico l’ampiezza del vibrato che assolve ogni apparente e inesplicabile disarticolazione del discorso. Proprio perché non vuole essere discorso, ma indicazione capace di ricomprendersi ed esporsi al pericolo della propria voce che riesce a flettersi nei volti o a ritrovare l’incertezza di un riverbero in suoni che si vedono. Questo fa la poesia: estende la percezione in luoghi capaci di delineare una visione e mantenerla su un assetto che fa della discontinuità il suo interno e speciale valore, leggibile in un dopo che orienta.

Maggio 2015, MARCO FURIA su GRADIVA. International Journal of Italian Poetry n .47

Con Piccole estensioni, opera vincitrice del Premio “Lorenzo Montano” 2014, Viviana Scarinci presenta una raccolta in cui prosa e poesia si alternano. Prosa e Poesia? Mai come in questo caso la differenza tra generi letterari appare non idonea a definire una scrittura capace di snodarsi, sicura, per via di vivide pronunce testimoni di un esistere consistente nel suo stesso idioma.
Scrive, con acutezza, Giorgio Bonacini all’inizio della sua nota critica: “La lingua poetica, qualunque direzione prenda la sua voce, porta sempre con sé un potenziale fisico che ha in germe una concretezza”. E’ significativo che il sapere sia considerato dalla poetessa, anziché una sorta di contenitore, un vero e proprio modo d’essere che trova la sua più intima giustificazione nella ricerca di anche minime persistenze ricche di qualità. Si legge a p.11: “Non è sapere quanto ma piuttosto chi e come può essere che ambientando questo spaesamento trovarsi sovrinmplicati irretiti ai fianchi dallo stesso labirinto”.
Le “piccole estensioni” non sembrano luoghi facili da frequentare: il senso della qualità implica un’assidua dedizione. Chi ne è davvero affascinato sarà sempre disponibile a un’indagine per nulla fine a se stessa, poiché consistente in uno studio dell’esistenza: l’emozione estetica può risultare molto feconda se riesce a delimitare immagini maggiormente complete. Cito a questo proposito: “Nonostante tutto resti immobile, come se l’aurora disegnasse il suo colore rubando qualche istante in più ogni mattino”. Dopo aver letto questo breve brano, siamo in grado di guardare (e di vivere) l’alba anche nel nuovo modo propostoci: abbiamo qualcosa in più, siamo, dal punto di vista esistenziale, più ricchi.
D’altronde “le cosmogonie riprendevano / un’evoluzione marginale”, ossia le origini dell’universo, fermo restando il loro valore in campo scientifico, rientrano nell’esserci e l’occhio umano può considerarle “il contesto minuzioso / di una qualunque realtà”.

Ottobre 2014, DA UNA NOTA CRITICA DI GIACOMO CERRAI su Imperfetta Ellisse

Piccole estensioni o estensioni del piccolo? Una domanda che subito si affaccia perchè per due volte, nei suoi testi, Viviana Scarinci parla di “estensione del piccolissimo”, sottolineando così l’importanza e la natura dell’oggetto poetico che affronta. Il titolo, se così è, è però una maschera o un rovesciamento, un artificio retorico. Ma in nuce è il piccolissimo ad essere la componente atomica del pensiero poetante di Viviana, imprescindibile. Tuttavia il titolo già propone un concetto che offre non poche suggestioni a chi legge, tutte però utili a capire questo libro.
L’estensione come misura: quella di un’area, di un campo poetico, dai confini però non facilmente delimitabili perché la poesia non si rinchiude. Quella di uno spazio, mentale, onirico, psicologico, semantico nel quale, proprio per l’indefinitezza dei confini, le variabili del dire possono essere molteplici ma solo una, quella scelta dal poeta, assume un significato risonante. O come concetto logico includente: la condivisione dell’esperienza, dell’amore e del disamore, del dolore o del rammarico, e – di più – la loro estensione metaforica e quindi, in ultima analisi la loro connotazione. Ovvero – ecco un’altra suggestione – l’estensione come allargamento del significato: il piccolissimo, nella scrittura, il particolare che è però marcatore di vicende anche più complesse che forse nella vita di ciascuno possono apparire collaterali ma che segnano quanto un gesto o uno sguardo che diventino per qualche misteriosa ragione indimenticabili. E Scarinci, con la sua scrittura che è giusto definire consapevole, ha ben presente questo ventaglio di possibilità, tanto che questi territori e i loro sconfinamenti diventano secondo e non minore strumento e oggetto poetico della raccolta.
Ma di quale piccolissimo stiamo parlando? In questo libro, come in altre prove di Viviana, è la parte sentimentale di noi, è l’affettività, è la materia impalpabile e tagliente di cui è fatta la vita, o i sogni come direbbe il Prospero della Tempesta, quella che comunque ci denota come uomini e donne. E’, in altre parole, quello straordinario intrico di cui siamo fatti, tra il pensiero (la mente, la psiche) e qualla vasta res extensa – ecco che ci torniamo – che è il mondo, il tangibile, le cose compreso il nostro corpo, ma anche il nostro stesso esistere, la coscienza di noi. E’ – non tutto, che l’impresa sarebbe immane, ma qualcosa – quello che percepiamo come esseri – direbbe Merleau-Ponty – incarnati nel mondo. E’ evidente quindi che tutto questo bacino poetico è ipoteticamente inesauribile e tutt’altro che “piccolo” (meno che mai minimale), che il “piccolo” debba essere alla fine tralasciato, che esso sia un’unica e dominante metafora, qualcosa che precede anche l’ideazione stessa della scrittura, il seme di una evoluzione creativa, come un frammento di DNA. E’ chiaro che quest’opera è fieramente e orgogliosamente concettuale, senza che questo tuttavia porti l’autrice a rinnegare o radicalizzare quella matrice affettiva e sentimentale (ma questi due termini non devono essere fraintesi) di cui parlavo prima. Senza, in ultima analisi, che questa visione apparentemente centripeta denunci il benché minimo ripiegamento ermetico, il benché minimo crepuscolo.
Non piccolo, allora, e difficile da scandagliare. Scarinci ci prova – e ci provoca – al meglio di sé, organizza questa materia in 17 brani squadrati e densi, che rispondono felicemente alle direttive di una scrittura effusiva, svolta in lunghe catene sintattiche che sono linee di pensiero e che hanno fame di un respiro altrettanto lungo, “in un movimento senza obblighi o costrizioni, un’ondulazione nel sintagma”, dice Giorgio Bonacini nella postfazione. Ricordandomi in questo sia certi amatissimi testi di Variazioni della Rosselli sia i suoi Spazi metrici, ispirazione e metodo, forma e sostanza, accurata selezione delle parole ma senza innamoramenti o facili associazioni d’idee, indagine delle potenti correnti metaforiche che la lingua nasconde, rischio calcolato negli accostamenti semantici, in altre parole quelle molteplici estensioni di cui parlavamo prima. Per capire cosa intendo basta leggere con la dovuta attenzione, l’attenzione capillare o “piccola ” che queste poesie si meritano, un testo come Non è sapere quanto ma piuttosto chi… (v. sotto) con il largo campo semantico che lo innerva, rimandando ai numeri, al doppio, al paio, ai punti, in ultima analisi alla coppia, a una dualità esistenziale e affettiva che abbiamo sperimentato; oppure la poesia le cosmogonie riprendevano, una perfetta allegoria del vuoto che parte dal maestoso cosmogonico e attraversa il marginale, il minuzioso, il qualunque, il tempo frammentato (e ambiguamente “minuto”) e giunge alla telecamera che, come sa chiunque viva in un ambiente urbano, in realtà riprende un nulla identitario di comparse. Una poesia di concreta astrattezza, in cui il vuoto (o il non visibile, come dice Bonacini) ha una gran parte e nella quale le poche cose “concrete” (la casa, la pioggia, il cielo, la mareggiata, una bambola, un passero ecc.) o sono de-mansionate a fondali di uno scenario o innalzate a simulacri, se non ad amuleti, di fatti luoghi e incontri che hanno popolato la vita. Una poesia insomma dalle molte suggestioni e con un alto grado di resistenza. Nel senso che, a differenza di molta poesia di ricerca alla cui durezza alla fine bisogna arrendersi per mancanza di indizi, questa – che poesia di ricerca è – resiste alla banale domanda “che cosa vuol dire?”, alla mera riduzione a parafrasi di un “significato”, per offrire al lettore accorto più significati ulteriori.

info http://www.anteremedizioni.it/

 

Caltanissetta 2017: tra limite e senso

Sul sito di Formebrevi le bellissime immagini della cerimonia di premiazione del premio letterario, avvenuta il 7 ottobre 2017 a Caltanissetta. Quello di sabato è stato un momento di verifica importantissimo per il nostro progetto editoriale. Per citare Giovanni Duminuco (ideatore e organizzatore Formebrevi) cercare in quello che sono le “nuove forme della parola, tra il limite e i percorsi del senso” può significare anche un progetto culturale che funziona e un modo diverso di immaginare i legami che animano i processi della produzione artistica e editoriale

⇒ http://www.formebrevi.it/del-premio-letterario-formebrevi/

 

 

Oggi Anna Maria Curci su Poetarum Silva scrive di Annina

Annina tragicomica. Ne scrive oggi la curatrice dell’opera Anna Maria Curci su Poetarum Silva ⇒ https://poetarumsilva.com/2017/09/28/viviana-scarinci-annina-tragicomica-2/

“Annina tragicomica. Il nome è fortemente evocativo, in più direzioni, dal significato originario dell’ebraico Hannah, che ha a vedere con la grazia, alla spontanea associazione con Anne, Annette, Nannine, Annie, Nannarelle, (…) Anna Perenna, la sorella di Didone, divenuta divinità proprio nella regione natia dell’autrice, quel Lazio nel quale Marziale, menzionato in quest’opera,collocava un luogo di culto). (…)
Annina tragicomica esplora e invita a esplorare altre modalità di accesso alla conoscenza. Indica subito in un aggettivo, «secondario», il punto di partenza e la meta alternativa. Nell’individuare questo angolo di visuale, Viviana Scarinci da un lato evidenzia espliciti richiami intertestuali in particolare alla sua opera Il significato secondo del bianco…(…)”

L’Aquila: Week End d’Autore continua!

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L’Aquila tutte le informazioni sulla prima rassegna di Week End d’Autore a cura di Sonia Ciufettelli, Associazione “Le Muse Ritrovate” http://www.aqbox.tv/notizie.php?view=10414

La prima giornata della rassegna: http://news-town.it/cultura-e-societa/17476-al-via-week-end-d-autore-,-la-rassegna-dedicata-ai-libri-il-programma-della-prima-giornata.html


… e domani sabato 23 settembre presso il

Centro Libellula 

21 e 23

Tutti i nomi di Anna. O quasi

Diario Provvisorio

La cosa peggiore che possa fare una autrice è mettersi a spiegare il suo libro. Eppure nel caso in cui dietro un libro di poesia insistano alcune intenzioni e necessità, forse è bene segnalarle, a prescindere se queste siano state più o meno in grado di manifestarsi nell’ambito del testo.

Inizierei con i tre esergo del libro che hanno avuto una certa importanza rispetto alla stesura di Annina tragicomica. L’esergo che apre le due parti di cui il libro si compone è tratto da Illuminazioni di Arthur Rimbaud ed è una dedica

giovani madri e sorelle maggiori dagli sguardi pieni di pellegrinaggi, sultane, principesse tiranniche nell’abito e nell’andatura: piccole straniere e creature dolcemente infelici

credo che nella mia esperienza di lettrice questo di Rimbaud sia stato il primo libro in assoluto che mi ha indicato una possibilità di scrittura davvero libera da quelli che comunemente vengono definiti generi letterari. Libera anche dagli eccessi teorici intorno alla definizione di poesia in prosa o prosa poetica.

Il libro di Annina si divide in due parti ognuna contenente trentacinque brani. Per la prima parte l’esergo che ho scelto è della poetessa e filologa Florinda Fusco

Tre donne una è sul water l’altra è torturata la terza si trucca

Infine l’ultimo esergo che apre la seconda parte del libro è del poeta Giuliano Mesa

lo spreco di minuzie è per approssimarsi senza fremiti senza vuoti al dove dimora invariabile il senso degli atti

Gli esergo e il rilevante numero di citazioni mi sono serviti in parte per comporre questo libro come una sorta di cut-up volutamente falsificato. Su wikipedia si trova questa definizione di cut-up

è una tecnica letteraria stilistica che consiste nel tagliare fisicamente un testo scritto, lasciando intatte solo parole o frasi, mischiandone in seguito i vari frammenti e ricomponendo così un nuovo testo che, senza filo logico e senza seguire la corretta sintassi, mantiene pur sempre un senso logico anche se a volte incomprensibile.

Questo procedimento mi ha consentito di isolare e poi riconnettere diverse logiche e stili nell’ambito di un discorso mio, inserito in modo estemporaneo all’interno di questa ricostruzione collettiva. Un condominio di scritture (non importa se di autori o autrici) che già a monte ho sentito fortemente orientato verso il femminile.

La stesura di Annina tragicomica per me è significato un momento riepilogativo importante di molte esperienze di scrittura e di lettura. Senz’altro ha preteso la sua parte anche lo stile della mia scrittura saggistica e le nozioni pervenute dagli studi sull’identità di genere che ho assorbito in altri contesti rispetto a quello della poesia.

Soprattutto, però, come è evidenziato dal titolo, c’è un nome che, nell’ambito di questa polifonia che risulta da Annina tragicomica, si è fatto carico del ruolo di personificare il femminile, la donna, l’altra donna. Le pluralità e la singolarità che voleva esprimere la scelta di questo nome, è spiegata come meglio non si potrebbe dalla prefazione di Anna Maria Curci oltre che dal fatto che Anna è anche il nome della nonna paterna che non ho mai conosciuto.

Ci sono molti incontri e scontri cui questo femminile plurale di nome Anna si sottopone, è sottoposta, e sottopone l’altra e l’altro per inesauribile ansia di un’autodefinizione che sia sufficientemente autonoma. Ciò creando circostanze di segno completamente diverso tra loro e riproducendo la quasi illegibilità espressa da differenti linguaggi che tuttavia coabitano sempre, come nella vita del resto, suggerendo tutt’altro.

Nell’ambito di questi confronti ce n’è uno che ho cercato di riprodurre anche un po’ per liberarmene dato che è stato fortemente condizionante per me: quello con la poesia del canone, cioè che si trova nei manuali di letteratura, quasi esclusivamente maschile almeno per quanto riguarda l’Italia.

Infine, ma forse come prima cosa, ad animare la scrittura di Annina c’è stato lo sconcerto di fronte alla violenza di un atteggiamento giudicante sottaciuto e manifesto in merito alla scelta che un soggetto femminile attua nell’assentarsi dalle categorie e dai ruoli di più o meno recente fabbricazione altrui.

 

Una recensione di Marco Furia su Annina Tragicomica

IMG-20170509-WA0003Il sito La Recherche pubblica una recensione di Marco Furia su Annina Tragicomica. Sono veramente grata per la prolungata attenzione di Marco Furia per la mia scrittura. E per il disinteresse con il quale ha messo a servizio nel tempo il suo prezioso punto di vista. L’attenzione (e la sua continuità) è un bene raro e riscontrarlo nel caso della mia scrittura poetica ha del miracoloso. Grazie infinite caro Marco.


marco   Il lettore non è coinvolto, è già lì. Leggi tutto


 

Una nota di Giacomo Cerrai su Annina

Rimango sempre colpita dalla capacità di analisi di Giacomo Cerrai. La poesia si regge su equilibri fragilissimi in cui le intenzioni, sia di chi la scrive che di chi ne scrive, non contano niente. Bisogna cogliere il punto in cui le parole sono organizzate intorno al loro stare in bilico, per poterne scrivere a propria volta in modo utile. Non è facile, non è dovuto, ed è un gran servizio che si fa alla scrittura dell’altro. Per questo mi sento grata e onorata dell’attenzione di Giacomo Cerrai. E penso che abbia ragione, certi limiti (forse) non si  possono sfidare “come la conduttività del silicio, la cui riduzione pone una barriera oltre la quale è difficile andare”.


g “Penso che questa lettura polifunzionale sia dovuta a un certo grado di neutralità della lingua adottata, parlo di neutralità emotiva che non “pilota” necessariamente verso direzioni specifiche, parlo anche della selezione semantica, della voluta ambiguità di un tono talvolta verbalizzante, delle tecniche di disallineamento sintattico o di diacronia, come ad esempio la sospensione delle clausole (chiusure) in certe catene sintattiche, che tende a rivoluzionare l’aspettativa ordinaria di chi legge, e così via. Un effetto anche molto affascinante, come l’osservazione di un frammentato ma continuo pensiero dominante.” http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/902-Viviana-Scarinci-Annina-tragicomica.html

su Doppiozero chi sono i contemporanei di Ferrante

Elena FerranteTutte le protagoniste di Ferrante fanno riferimento alle molte possibili interpretazioni di un femminile singolarmente vissuto nell’ambito di un tempo storico collettivo. Scrive la stessa Ferrante a questo proposito su Delia e Olga, protagoniste rispettivamente de L’amore molesto (1992) e de I giorni dell’abbandono (2002): “Sono donne che dicono la loro storia dal centro di una vertigine. Quindi non soffrono per il conflitto tra ciò che vorrebbero essere loro e ciò che sono state le loro madri, non sono il punto d’approdo sofferto di una genealogia femminile cronologicamente ordinata che muove dal mondo arcaico, dai grandi miti dell’area mediterranea, per arrivare a loro in quanto picco visibile di progresso. Il dolore deriva invece dal fatto che intorno a loro, simultaneamente, in una sorta di acronia, si affolla il passato delle loro antenate e il futuro di ciò che cercano di essere”

⇒ http://www.doppiozero.com/materiali/chi-sono-i-contemporanei-di-elena-ferrante

Annina tragicomica …disponibile da oggi!

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Collana: Prosa | ISBN: 9788894161922
Pagine: € 11 Euro
Formebrevi Edizioni: formebrevi.it

ORDINI: formebrevi@gmail.com . c.libellula.m@gmail.com
UFFICIO STAMPA 06.98267808/ 333.2045759

Annina dal 9 maggio 2017 vi raggiungerà ovunque!

La tragicommedia è un tipo di componimento nel quale a vicende gravi e dolorose proprie della tragedia fanno contrasto spunti e procedimenti propri della commedia. Tale mescolanza genera spesso dei risultati sorprendenti sia dal punto di vista narrativo che da quello linguistico. Si inquadra in questa modalità Annina tragicomica, terzo libro di poesia di Viviana Scarinci autrice tanto poliedrica quanto anticonvenzionale. Nella poesia contenuta in questo suo ultimo libro Scarinci vede una sorta di rivendicazione sui generis “la poesia può rivendicare il diritto di ognuno ad ascoltare parole diverse da quelle che si aspetta”. Anna, in questa tragicommedia che si situa tra prosa e poesia, è l’altra da sé, in ogni caso un’identità femminile “in febbrile attesa di tutte le parole che non sono state ancora pensate” per definirla. “Parole che vengono dal basso, dall’esperienza che di primo acchito è sempre muta, piuttosto che dall’alto, di uno scopo o da un sapere che sa già il fatto suo perché codificato in modo ineludibile» scrive Scarinci nella postfazione.
Come afferma Anna Maria Curci nell’introduzione a questo libro: “Annina si oppone alla rinuncia e al soffocamento, alla menzogna travestita con gale e merletti, al trafugare, per distruggerli, i reperti. Sta, imperterrita eppure consapevole del rischio fatale, «molto vicino al bordo», fruga, un po’ Antigone e pur sempre Anna (sorella Anna?) tra «queste alture brulle» e intanto pensa «dovrebbe cercare tra il cocciopesto, i destinatari di questa maledizione». Possiede, la sua ricerca, un fondo e un fondamento prezioso, trascurato da molti: «Fremono gli oggetti spiati, sotto l’universo che li ignora.» e, aggiungo io, se la ridono di qualsiasi catalogazione, ché etichettarli come “versi” o “prosa”, come argomenta Viviana Scarinci nella sua Postfazione, è anch’essa manovra fuorviante”. Quelli di Scarinci sono versi che denunciando il loro continuo legame con la prosa e con la componente saggistica che ha sempre contraddistinto la scrittura di questa autrice, raccontano da capo più di una vecchia storia ma cercando parole nuove per dirla.

L’autrice

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Viviana Scarinci (1973) Vince nel 1995 il Premio Grinzane Cavour, per la sezione Scrivere i Colori. È due volte vincitrice del Premio Lorenzo Montano (nel 2014 sez. raccolta inedita e nel 2016 sez. una poesia inedita). È autrice di poesia con La favola di Lilith (ARK Records, 2013) e Piccole estensioni (Anterem, 2014). Curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte di Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Per la saggistica è autrice di un ebook monografico su Elena Ferrante (Doppiozero, 2014). Suoi testi sono presenti in numerose antologie. Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Nazione Indiana, Leggendaria, Doppiozero, Il Segnale, L’Ulisse. Si occupa del fondo librario di poesia di Morlupo. E’ co-redattrice di Formebrevi Edizioni. Gestisce il Centro Culturale Libellula.


Critica e recensioni

«A questa scrittura, senza dubbio, non è estraneo il carattere enigmatico, ma simile aspetto, lungi dal costituire una sorta di misteriosa dimensione esterna, quasi aggiunta, è il cardine attorno al quale ruota un vivido divenire linguistico che, non rifiutando del tutto il nesso logico, considera tale nesso una semplice possibilità del dire.»
Marco Furia su Amanda fiore o tartaruga

«Ma la consapevolezza di pensare una parola vivente, una voce esistenziale, si trova
proprio lì dove sembra concludersi la prospettiva dispersa di un sapere. Invece, così
ingarbugliato in ciò che si è (salda alla luce che orizzonta) o si vorrebbe essere (un segno che fermi la terra), un’oscillazione continua mantiene paradossalmente l’equilibrio e a ogni sbando rimanda a un’instabilità costante fra resistere e restare, in una situazione che è luogo di necessità e volontà»
Giorgio Bonacini su Piccole estensioni

«Come insegna Ida Travi, in Poetica del basso continuo, poeta che accosto a questo esito poetico di Viviana Scarinci, scrivere poesia oggi è cercare un varco continuo, non una verità ma una delle verità possibili fra noi e “lo spiazzo millenario nel quale irrompono le civiltà che forse dormono”.
Loredana Magazzeni su La favola di Lilith

La copertina

La copertina di Annina tragicomica è di Klaudia Ka. Nata nel 1984 a Varsavia, dove vive e lavora,  oltre alla pittura, si occupa anche di graphic designer. I suoi quadri si trovano in collezioni private in Polonia, Regno Unito, Belgio, Germania, Italia, Macedonia, Canada e Stati Uniti. Il suo sito web è: http://klaudiaka.art.pl

Elena Ferrante

E’ prevista verso la fine del 2017 l’uscita in Germania del mio nuovo libro su Elena Ferrante tradotto da Ingrid Ickler per la casa editrice tedesca LAUNENWEBER Verlag nella collana LW italica. L’uscita del libro, che sarà probabilmente annunciato alla fiera di Francoforte in ottobre, è prevista tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018. Davvero lieta di questa bellissima opportunità di coronamento della mia attenzione ventennale indirizzata soprattutto alla scrittura di un’autrice italiana importantissima come Elena Ferrante.


Ferrante sparwasser

 

Di Elena Ferrante parleremo con Giuliano Milani  mercoledì 22 marzo a Roma alle ore 19,00 allo SPARWASSER (http://www.sparwasser.it/) sulla base di questa interessante traccia proposta dagli amici del Pigneto: “Elena Ferrante (Napoli, 1943) è una scrittrice italiana, pubblicata dalla romana E/O. L’amica geniale, primo romanzo della tetralogia che l’ha resa famosa in tutto il mondo, ha venduto in Italia più di 150.000 copie. Un successo sicuramente inaspettato per un’autrice di una casa editrice indipendente. Ma la vera sorpresa arriva dall’estero: tradotta prima in inglese, poi nelle maggiori lingue europee, per approdare recentemente anche all’arabo. I quattro romanzi hanno superato il milione di copie in Canada e negli Stati Uniti, dove la Ferrante è diventata uno dei fenomeni letterari più seguiti negli ultimi anni, tanto da spingere il settimanale «Time» nel 2016 ad inserirla tra le 100 persone più influenti al mondo e il «New York Times» ad annoverare la saga fra i 10 migliori libri del 2015.

La scelta dell’anonimato fin dal suo primo romanzo (L’amore molesto del 1992) è stata causa in Italia e non solo di un dibattito fuorviante, troppo spesso morboso. Chi è Elena Ferrante? Quanto guadagna? Cosa ha da nascondere? Quanto si tratta di una reale scelta autoriale e quanto di un’operazione commerciale?

Sono domande che c’interessano poco, che poco hanno da dire rispetto alla portata del successo della sua scrittura e che difficilmente spiegano questi numeri di vendita.

Vogliamo costruire dunque un’iniziativa che vada oltre gli scoop e i pettegolezzi e rimetta al centro i lettori, l’Elena Ferrante che siamo diventati tutti immergendoci nei suoi libri, nella Napoli narrata attraverso le vicende di Elena e Lina, in quei pezzi di storia d’Italia che filtrano dalle vite delle due ragazze in tutta la loro crudezza e complessità. Vogliamo interrogarci insieme sul come e perché un libro possa avere successo, su quali siano i meccanismi che ne decretano la qualità e appassionano i lettori e le lettrici.

Giuliano Milani, insegna Storia medievale all’Università di Roma La Sapienza. Studia la storia dei comuni italiani tra XII e XIV secolo interessandosi soprattutto della giustizia, dell’amministrazione, dei conflitti politici e dell’uso pratico di scritture e immagini. Ha scritto: L’esclusione dal comune. Conflitti e bandi politici a Bologna e in altre città italiane tra XII e XIV secolo, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Roma 2003; I comuni Italiani, Laterza, Roma-Bari 2005, e recentemente Avidité et trahison du bien commun. Une peinture infamante du XIIIe siècle in «Annales. Histoire, Sciences sociales», 66, 2011, pp. 705-39. > goo.gl/wKUahb


Da qui http://rome.carpediem.cd/events/2857478-elena-ferrante-a-sparwasser-at-sparwasser/

L’orrenda carezza

Io volevo che l’ossimoro “carezza-orrore” fosse strutturale, fosse scritto nel DNA del pezzo. Francesco Bellomi da Carte nel vento n.34

Francesco Bellomi sulla composizione per Amanda fiore o tartaruga di Viviana Scarinci


 

Nelle 24 righe del testo Amanda fiore o tartaruga  che ho avuto a disposizione ho sottolineato subito la frase finale: «quella carezza che ti fa orrore». Questo ossimoro è stata per me la chiave di tutti gli ossimori e le contrapposizioni precedenti. Quello che ha innescato il mio procedimento di invenzione.

Ora, in questo testo come in tutti gli altri, c’è ben di più di un ossimoro o simili, ma io avevo bisogno di una chiave di lettura abbastanza astratta da poter essere trasposta in musica e abbastanza semplice da essere comprensibile a chi ascolta la musica. In pratica ho immaginato che questa contrapposizione potesse essere il filo rosso che tiene insieme le centinaia di altre cose che l’analisi di questo testo può rivelare e ho provato a scrivere una musica infarcita di “carezze” e di “orrore”. A cominciare dai materiali di base. Si può mimare musicalmente una carezza in molti modi (e ho provato a usarne qualcuno di quelli usabili sulla tastiera di un pianoforte) ma io non volevo fare il Pierino e il lupo del premio Montano (con i suoi temini-personaggi da asilo infantile: “senti? il tema cullante della carezza? adesso arriva il cluster dell’orrore…”). Io volevo che l’ossimoro “carezza-orrore” fosse strutturale, fosse scritto nel DNA del pezzo.

Così sono partito da un materiale, una scelta di altezze, che potesse già di per se suggerire l’ambiguità di questa orrenda carezza. Il materiale migliore che ho trovato è un accordo ben conosciuto dai musicisti: la triade aumentata o eccedente. Un accordo accuratamente classificato ed etichettato in tutti i manuali di armonia, ma che musicisti come Debussy, Berg (Sonata op.1) e Scriabine hanno usato in modo intensivo e magistrale.

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Questo accordo si porta dentro tutta una serie di ambiguità:

– è dissonate (poco) ma è costruito con due intervalli consonanti (due terze maggiori);

– può appartenere a varie tonalità e quindi risolvere in molto modi, basta cambiare il modo con cui si scrivono i suoi suoni (enarmonia);

– mettendo in fila almeno tre triadi aumentate si ottiene una scala “esatonale” o “di Debussy” che ha la singolare caratteristica, essendo composta solo di intervalli di tono, di non avere delle tensioni orientate verso qualche nota di risoluzione della tensione; come succede in tutte le scale tonali che si adoperano nel 97% della musica che ascoltiamo. Nelle scale esatonale la tensione è bassa e diffusa, come una nebbia impalpabile e priva di punti di appoggio; non a caso Debussy adorava questa scala.

2

La triae aumentata è un accordo dolce e morbido come una carezza ma appena lo adoperi per più di due secondi diventa (se non sei un genio come Debussy) veramente nauseante e insopportabile.

Così ho messo sulla mia tavolozza un insieme di altezze (un “impasto”, una scala, un arpeggio, insomma chiamatelo come che vi pare) che contiene questo accordo. Per gli amici possiamo chiamarlo insieme x:

3

L’insieme y è dato invece da tutte le altre altezze (fra le 12 che usiamo in occidente) che non appartengono all’insieme x.

3a

La somma; x + y = z

4

dove z è l’insieme di tutte le altezze possibili nel nostro sistema musicale e sulla tastiera di un pianoforte (se è accordato correttamente, cosa che non succede quasi mai, ma questo è un’altra storia).

Il brano oscilla continuamente fra questi due insiemi che costituiscono i due poli di attrazione di tutto il materiale melodico e armonico. In pratica: dopo un po’ di tempo che si lavora con l’insieme x l’ascoltatore comincia a sentire il bisogno di qualcosa, non sa bene cosa, una specie di cambiamento, ma non sa bene quale cambiamento. Cambiamenti di ritmo, di intensità, di testura sono solo palliativi, e servono solo a tirarla in lunga ancora un po’ (prolungamento nell’analisi Schenkeriana) ma alla fine, il desiderio di un cambiamento di “tavolozza armonica” è così forte che non c’è acrobazia che tenga: bisogna cambiare le altezze adoperate altrimenti l’ascoltatore “esplode” o, meno clamorosamente, distoglie l’attenzione.

Nel mondo modale e tonale questa tecnica era chiamata modulazione ed è basata su uno dei meccanismi percettivi più forti (e forse innati) del nostro efficientissimo orecchio tonale.

Nel brano ho poi utilizzato gesti strumentali tipici della morbidezza: sonorità tenui, una certa lentezza, indugio su formule ritmico melodiche ripetitive, arpeggi, pedali, ecc.

Il pezzo finisce con tre accordi: l’insieme x, l’insieme y, e l’insieme z. Una sorta di cadenza riepilogativa di tutta la storia e, casualmente, l’ultimo accordo, l’insieme z, composto di tutte e 12 le altezze di un’ottava del pianoforte può essere suonato solo come un doppio cluster (tasti bianchi + tasti neri) mettendo le mani distese trasversalmente come per accarezzare la tastiera: è l’ultima orribile carezza del pezzo.

Il video dell’esecuzione


Si, effettivamente, spiegare la musica usando le parole è piuttosto complicato e spesso totalmente inutile e fuorviante, specie quando a farlo sono proprio i musicisti.

I critici se la cavano molto meglio, anche se barano tutti alla grande fingendo di capirci qualcosa.

Gli scienziati sono quelli che si avvicinano di più alla sostanza dei fatti musicali, forse perché il lavoro scientifico utilizza alla fin fine gli stessi identici mezzi e procedimenti del lavoro artistico: è un lavoro creativo esattamente come l’arte, la danza, la musica, la poesia, ecc.

Detto questo ci sono validi ripieghi: parlare del contesto storico, delle strutture musicali, delle forme, dei trucchi del mestiere, e così via. Ma alla fin fine, in qualunque modo la si metta, si finisce per raccontare una storia. In fondo anche le leggi fisiche o i teoremi matematici raccontano delle storie: le raccontano con formule numeri ed equazioni, ma sono storie.  Francesco Bellomi 

Febbraio 2017, anno XIV, numero 34 Carte nel vento

Il bando della trentunesima edizione del Premio Lorenzo Montano  

L’estensione del piccolissimo

 

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  Piccole estensioni

da oggi può essere richiesto per l’invio al

Centro Libellula – Fondo Librario
info c.libellula.m@gmail.com


Ma tutto questo estendersi minuto è però innumerabile; non viene né arriva soltanto da una dimensione di misura emotiva, ma da un vero e proprio sguardo sull’esistenza a cui la nominazione sembra appartenere: un luogo precedente la parola. Come un mondo-senza-mondo che si riempie di sé, a partire da un suono preverbale che genera il suo dire con piccole fluttuazioni, germinando nell’inquietudine.

Giorgio Bonacini

D’altronde “le cosmogonie riprendevano / un’evoluzione marginale”, ossia le origini dell’universo, fermo restando il loro valore in campo scientifico, rientrano nell’esserci e l’occhio umano può considerarle “il contesto minuzioso / di una qualunque realtà”.

Marco Fura

E’ evidente quindi che tutto questo bacino poetico è ipoteticamente inesauribile e tutt’altro che “piccolo” (meno che mai minimale), che il “piccolo” debba essere alla fine tralasciato, che esso sia un’unica e dominante metafora, qualcosa che precede anche l’ideazione stessa della scrittura, il seme di una evoluzione creativa, come un frammento di DNA

Giacomo Cerrai


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XXX Premio L. Montano il video

Contenuti del video: “Amanda fiore o tartaruga” reading. Premiazione Presidente I Circoscrizione Comune di Verona. Marco Furia, motivazione del conferimento. Francesco Bellomi, composizione su “Amanda” esecuzione e commento. Forum Anterem a cura di Flavio Ermini e Ranieri Teti.

Motivazioni del conferimento

di Marco Furia 

Con “Amanda fiore o tartaruga” Viviana Scarinci propone un componimento che si colloca nel territorio comune a prosa e poesia, ossia in una regione ove certi confini non vengono aboliti, bensì, semplicemente, ritenuti inesistenti.
Prosa poetica? Prosa d’arte di novecentesca memoria? Le definizioni poco interessano.
Interessa invece la presenza di una scrittura capace di superare, con agile consapevolezza, ogni rigida classificazione dei generi letterari: a Viviana non importa definire che cosa sia prosa e che cosa sia poesia, poiché le preme soprattutto esprimersi in maniera consona.
Elabora, così, uno stile leggero, quasi volatile, eppure complesso, ossia tale da promuovere articolate cadenze che, pur non soffermandosi, tendono a persistere.
Una pronuncia mi è parsa particolarmente significativa:
“Poteva essere quel ripiegamento il corollario della dismissione focalizzato di ogni petalo il non farsi corolla”.
Il petalo esiste anche se non è parte di una corolla, possiede una propria individualità, non è necessariamente un frammento di qualcos’altro.
A questa scrittura, senza dubbio, non è estraneo il carattere enigmatico, ma simile aspetti, lungi dal costituire una sorta di misteriosa dimensione esterna, quasi aggiunta, è il cardine attorno al quale ruota un vivido divenire linguistico che, non rifiutando del tutto il nesso logico, considera tale nesso una semplice possibilità del dire.
Scrive la poetessa:
“l’accaduto rinvenirlo a posteriori”
Indicando in quell’ “a posteriori” un certo modo di esistere nel (e con il) linguaggio consistente non in ragionamenti, bensì in prese d’atto verbali direttamente collegate ai loro oggetti: la scrittura, qui, tende con evidenza a ridurre al minimo lo spazio tra se stessa e la vita, tra ciò che si può narrare e ciò che è.
Insomma, se riconosciamo un mentre e un dopo, il racconto, con la sua sistemazione canonica, si delinea nel dopo.
La scrittura di Viviana aspira a svolgersi nel mentre?
A mio avviso, sì.


vedi:  Piccole estensioni (Anterem 2014) e Francesco Bellomi su Piccole estensioni