Era dai tempi de Le correzioni di Jonathan Franzen, uscito in Italia per Einaudi nell’aprile del 2002, che un libro di un autore così profondamente americano non mi prendeva come mi ha preso Wellness di Nathan Hill. Nathan Hill, classe 1975, è originario dello stato americano dell’Iowa ed è considerato una delle voci più promettenti e originali della narrativa statunitense contemporanea. Ciononostante, ho letto Wellness, edito in Italia da Rizzoli nel 2024, il mese scorso senza aver mai sentito nominare prima questo autore. Mea culpa.
Quando mi sono immersa in Wellness, non ho potuto evitare di pensare a Franzen e a quel suo sguardo chirurgico sul fallimento del benessere promesso, una benedizione che nella sua narrativa si rivela spesso una trappola dorata. In Le correzioni il benessere era sinonimo di stabilità, controllo, successo, un ideale costruito su un soggetto maschile, razionale, produttivo, poco incline a lasciarsi andare o a mostrare la propria fragilità. E leggendo ora Hill, mi scopro a riflettere su una domanda che attraversava già Franzen: chi paga davvero il prezzo di questa corsa al wellness?
Wellness raccoglie il testimone di quell’immaginario, ma lo sposta qualche passo più in là. Hill ci mostra un’epoca in cui lo stare bene non è più solo una speranza o una moda, ma diventa un’ossessione, quasi un dovere morale che riguarda tutti, uomini e donne. Se con Franzen il disagio restava spesso nascosto tra le pieghe della narrazione, in Hill esplode in superficie, si manifesta nei linguaggi della mindfulness, nei manuali di auto-aiuto, nell’ansia da performance emotiva. Il wellness diventa disciplina, una promessa di libertà che spesso lascia in eredità solo sensi di colpa. Se non stai bene, la colpa è solo tua, perché non ti sei impegnata abbastanza nell’auto-miglioramento.
Il passaggio è netto, dal sogno americano infranto al fallimento di una perfezione personale impossibile, dove aggiustare se stessi diventa l’obiettivo infinito, irraggiungibile. E viene da chiedersi, chi ha, o si concede davvero, la possibilità di sottrarsi a questa richiesta soffocante?
La storia di Wellness è quella di Jack Baker ed Elizabeth Augustine, due giovani che si incontrano nella Chicago degli anni Novanta, in un tempo in cui tutto sembra ancora possibile e le coordinate del successo sono meno stringenti. Lui, artista concettuale, lotta nel profondo di sé con un lutto difficile da metabolizzare e una madre instabile. Lei, brillante e inquieta, si porta addosso le cicatrici di una madre ossessionata dalla positività e dalla ricchezza e di un padre duro, privo di scrupoli. Il loro incontro è reale, profondo, si riconoscono nella diffidenza verso le promesse facili, nel rifiuto delle narrazioni dominanti. Eppure, le loro storie personali sono così ingombranti che la loro vera intimità si svela solo quando rischiano di perdersi.
Qui Hill arriva dritto al punto. La forza spesso distruttiva sul piano individuale delle proprie origini e la difficoltà di lasciarle andare per reinventarsi insieme. Anni dopo ritroviamo i due sposati, con un figlio, immersi in una crisi silenziosa e strisciante. Non ci sono colpe evidenti né traumi, solo l’erosione lenta del tempo, la stanchezza emotiva, il senso di non essere diventati ciò che si sperava. È qui che inizia davvero il libro. Da questo presupposto Hill intreccia con maestria passato e presente, mostrando come le vite individuali siano inevitabilmente plasmate da forze più grandi, la cultura dell’auto-aiuto, i social, il mito della positività obbligatoria.
Quante volte ci è capitato, in palestra, in farmacia, online, di comprare una storia più che un prodotto? Elizabeth, per lavoro, si muove ogni giorno sul confine sottile tra ciò che davvero funziona e ciò che ci fa solo sentire meglio. All’inizio il placebo, quell’effetto rassicurante che ci permette di andare avanti, sembra un piccolo trucco della mente. Ma quando diventa una strategia di marketing aggressiva, si trasforma in altro. Non è più conforto, ma promessa di ottimizzazione, controllo, performance. Gli oggetti che Elizabeth promuove sono contenitori di narrazioni cui il cliente deve credere, confezioni create per adattarsi a ogni nuova moda, a ogni nuova ansia.È così che la retorica del self-care si trasforma da pratica privata a dovere, in cui il fallimento non è più una possibilità, ma una colpa da espiare scegliendo il prodotto, la storia, il percorso giusto.
Poi c’è Jack, artista a metà, padre che cerca a fatica una direzione. Jack finisce nella rete dei fitness bros online, guardando al corpo come strumento di riscatto e controllo, inseguendo l’ottimizzazione fisica per colmare un senso di inadeguatezza che viene da lontano, dal suo Kansas. La sua fragilità si manifesta soprattutto nel bisogno di ritrovare un’intimità emotiva con Elizabeth, mentre lei, stremata dal ruolo di pilastro familiare, sogna solo un po’ di spazio. E qui Hill è delicato e vero. Ci mostra come, a volte, l’amore abbia bisogno di distanza e di silenzio per ritrovarsi. Rimane impressa la potente metafora della nave di Teseo: se ogni pezzo di un matrimonio cambia nel tempo, resta ancora lo stesso matrimonio?
Dal romanticismo bohémien degli anni Novanta, Elizabeth e Jack come due moderni Romeo e Giulietta, alla realtà più fredda e spigolosa del 2014, dove persino la casa dei sogni racconta la distanza, con camere da letto matrimoniali separate, fino alla modernità al modo in cui l’informazione ci travolge. Hill è magistrale nel raccontare i rischi del sovraccarico, informazioni errate, teorie del complotto, consigli online spesso sbagliati o dannosi. Elizabeth si trova persa tra mille dati e ricette, nel tentativo disperato di essere la madre perfetta, mentre il senso di realtà le scivola tra le dita.
Implacabile, Hill ci mostra quanto gli algoritmi dei social, Facebook in primis, creino veri e propri rabbit hole che manipolano la percezione del sé e della realtà. Su Instagram e TikTok, la cura maniacale delle vite in vetrina genera negli altri solo insoddisfazione e un senso costante di inadeguatezza. La perfezione esposta diventa la misura con cui giudichiamo i nostri fallimenti quotidiani. Sullo sfondo, Chicago si trasforma. Dai quartieri alternativi come Wicker Park agli skyline della gentrificazione, la città diventa una metafora vivida del cambiamento dei personaggi. In parallelo, il romanzo attraversa la parabola che va dagli anni Novanta al capitalismo digitale. Se allora il selling out era un tabù tra gli artisti, oggi la sponsorizzazione è la norma, e la cultura si misura in like e analytics. Il capitalismo non è più solo un sistema economico, ma una lente obbligata su ogni aspetto della vita anche intima delle persone.
Un altro tema che Hill affronta coraggiosamente è il panico dei genitori contemporanei, bombardati da studi, articoli e consigli contraddittori, si sentono costantemente in bilico tra inadeguatezza e terrore di sbagliare. Hill tocca con delicatezza questa angoscia. Tocchiamo con mano la paura di non essere mai abbastanza per i propri figli, di sbagliare tutto, di dover sempre aggiustare qualcosa in sé, negli altri, nel mondo. Non manca, nelle pagine di Hill, un’ironia amara, l’aumento della cura di sé coincide spesso con la perdita di attenzione vera verso l’altro. L’ossessione per il benessere personale emerge come risposta, forse razionale, al fallimento di sistemi collettivi e alla sfiducia nelle istituzioni.
Arrivata all’ultima pagina di Wellness, mi ritrovo con molte domande senza risposta. Chi può decidere davvero per noi cosa significhi stare bene? Siamo davvero liberi di scegliere il nostro bene, o siamo solo consumatori di storie preconfezionate, persone in cerca di una pillola magica che ci sollevi dal peso della complessità?
In definitiva, il vero protagonista del romanzo è il tema del placebo e del potere universale della narrazione, e di come oggi questi elementi si intreccino con i concetti di efficacia e di rimedio, consegnandoci una visione opaca della realtà anche quando cerchiamo, in assoluta buona fede, di comprenderla. Il placebo delle storie che ci raccontiamo, allora, non è solo un trucco della mente che troppo spesso ci inganna senza che ne siamo consapevoli, ma diventa la metafora di una società che preferisce la rassicurazione delle narrazioni alla complessità del reale. Applausi per Hill.
C’è un gesto preciso, quasi programmatico, al centro di La seconda casa di Rachel Cusk: entrare in una casa che non è la tua e riorganizzarne lo spazio. La casa, in questione, è un altro romanzo: Lorenzo in Taos di Mabel Dodge Luhan, memoir sul soggiorno di nel New Mexico di D.H. Lawrence. Cusk lo occupa, lo attraversa e lo riscrive, spostando il baricentro del racconto dall’artista-genio alla donna che lo ha ospitato, sostenuto, desiderato e infine subito. Il risultato non è una semplice riscrittura, ma un romanzo che riflette sul potere dell’arte, sul privilegio maschile e sulla difficoltà, per una donna, di affermare una voce che non sia secondaria. La seconda casa però riflette anche su quella parte della vita adulta che declina e su come questo investa la narratrice M e l’artista L in una prospettiva, per così dire, di genere.
Per M il corpo che invecchia rappresenta una fonte costante di insicurezza e spaesamento. Il suo monologo interiore è percorso da un senso profondo di perdita: perdita di centralità e di appartenenza alla scena del mondo. In questa crisi, forse solo L, l’artista la cui opera aveva incrociato anni prima, potrebbe oggi restituirle la sensazione di essere ancora vista, ascoltata, riconosciuta. M è una scrittrice che ha scelto volontariamente un isolamento quasi ascetico, vivendo con un secondo marito taciturno in una casa immersa nella palude, uno spazio che assume di volta in volta i contorni di un sogno inquieto o di un incubo quotidiano. Proprio su questa proprietà, M e il marito hanno costruito una seconda casa con l’idea di offrire gratuitamente ospitalità ad artisti: una sorta di mecenatismo dalla generosità ambivalente, in cui il confine tra accoglienza e bisogno di riconoscimento personale è incerto.
Al contrario, L si presenta all’invito di M accompagnato da una giovane donna, ricchissima e affascinante, quasi a voler sottolineare la distanza tra sé e il mondo di M. L ostenta la propria ingenerosità con un certo orgoglio, rivendicando una libertà che spesso si traduce in una forma di distacco dalle esigenze altrui. Vive il passare del tempo e l’invecchiamento con superiorità sprezzante, protetto da uno status sociale e artistico che gli permette di restare sempre al centro della scena, sia nelle relazioni sia nell’ambiente creativo, anche quando il suo corpo gli manda i segnali del suo decadimento. La sua posizione privilegiata gli consente di sottrarsi alle vulnerabilità che invece segnano profondamente M, rafforzando così la dinamica di potere e di esclusione che attraversa tutto il romanzo.
In questo senso, La seconda casa è un romanzo profondamente politico, anche quando evita dichiarazioni esplicite. Anche e soprattutto quando la protagonista si confonde, si contraddice, si sbaglia, e l’autrice fallisce nella costruzione di una trama che, a partire dagli incisi tanto lapidari quanto memorabili, rischia di sembrare spesso troppo didascalica. Cusk mette in scena una dinamica che attraversa la storia culturale occidentale: il talento maschile legittimato come genialità, il desiderio femminile relegato a funzione di supporto. Il privilegio di L non è solo individuale, ma strutturale; si manifesta nella sua libertà distruttiva, nella possibilità di ferire senza conseguenze, di sottrarsi a ogni responsabilità emotiva.
Dal punto di vista formale, Cusk radicalizza la propria ricerca narrativa. Se nella trilogia che precede la pubblicazione de La seconda casa la protagonista esisteva soprattutto attraverso l’ascolto, qui M occupa tutto lo spazio possibile. È una narratrice insistente, febbrile, a tratti scomoda se non poco credibile. La sua voce non cerca di piacere: accusa, si contraddice, confessa, ritratta. La scelta di ridurre i personaggi a iniziali rafforza la dimensione simbolica del racconto, trasformando ogni figura in una funzione, in una posizione di potere o di marginalità all’interno di una vera e propria lotta relazionale.
La forma diventa così inseparabile dal contenuto. Cusk sembra suggerire che non esista una verità “pura” da raccontare, ma solo strutture deperibili capaci di contenerla. La narrazione frammentata, l’uso ossessivo della riflessione, persino la ridondanza stilistica sono parte di questa strategia.
Letto nell’ottica di una genealogia femminile contemporanea, La seconda casa dialoga con opere come Bluets di Maggie Nelson, Maternità di Sheila Heti e La straniera di Claudia Durastanti. Come Nelson, Cusk dissolve i confini tra saggio e narrazione; come Heti, interroga il desiderio femminile senza offrire risposte pacificanti; come Durastanti, esplora la condizione di chi abita una soglia, un margine, un’identità non riconciliata.
La traduzione italiana di Isabella Pasqualetto, pubblicata da Einaudi, restituisce con precisione la durezza e la trasparenza della prosa di Cusk, mantenendo quella tensione costante tra controllo formale ed esposizione emotiva che rende il romanzo così disturbante.
La seconda casa non è un libro consolatorio, né di piacevole lettura a dirla tutta. È un testo che chiede al lettore – e soprattutto alla lettrice – di sostare su un conflitto che, a essere oneste e onesti, conosciamo bene. Cusk non offre una liberazione semplice, ma qualcosa di più radicale: la possibilità di nominare il problema, di guardarlo senza distogliere lo sguardo, e di arrivare, finalmente, alla fine della propria frase senza essere interrotte.
Dedico questo articolo della nuova diaria al libro “Cambiare”, un saggio che fin dalle prime pagine mi ha conquistata per la sua capacità di svelare il funzionamento delle reti sociali e di illustrare come le novità e le alternative di pensiero si diffondano, oppure – nel peggiore dei casi – come l’originalità possa essere ostacolata e bloccata dal funzionamento delle reti sociali e dei social media. Ma la lettura di questo libro mi ha anche fatto riflettere su come gli studi internazionali di pensatrici, soprattutto femministe, già da molto tempo abbiano affrontato temi su cui Damon Centola, autore di “Cambiare”, ha lavorato in modo così fruttuoso e interessante per molti anni. Oggi, grazie all’utilizzo di massa dei social media, la scienza mette a disposizione strumenti che consentono di misurare e analizzare comportamenti sociali un tempo inaccessibili alla matematica, sia nei piccoli gruppi sia nelle grandi dinamiche collettive. Riflettere su queste logiche rappresenta una grande opportunità, soprattutto per chi scrive e si confronta ogni giorno con le regole dell’editoria post-industriale, dove la viralità e la ripetizione collettiva sembrano avere più peso dell’originalità.
Damon Centola è una figura di rilievo internazionale nel campo della sociologia, consideratə tra gli innovatori nello studio delle reti sociali. La sua ricerca intreccia sociologia, comunicazione e scienze computazionali, indagando la diffusione di idee e comportamenti in tutti gli strati della società. Centola supera la visione tradizionale secondo cui le idee si propagano come virus, affidandosi al carisma di scrittrici e scrittori e/o influencer o alla forza dei cosiddetti messaggi “appiccicosi” – quei contenuti che sembrano avere un’attrattiva naturale, facili da ricordare e capaci di coinvolgere emotivamente, come un motivetto che non si scorda più. Nel mondo editoriale di oggi, l’influencer è spesso visto come motore della diffusione: si pensa che basti una personalità carismatica o una fan base numerosa per far decollare un libro o un’idea. Tuttavia, Centola con il suo studio invita a una riflessione che a mio avviso va oltre questa semplificazione.
Su questa scia, è interessante ricordare il contributo di autrici come Sherry Turkle, che nel suo testo “Insieme ma soli” esplora il modo in cui le tecnologie digitali plasmano le relazioni e la percezione di sé, evidenziando come la ripetizione e la condivisione nei social influenzino profondamente il pensiero collettivo. Allo stesso modo, Judith Butler riflette sul concetto di performatività sociale e di come le norme si consolidino tramite la reiterazione di comportamenti e discorsi, offrendo una prospettiva preziosa per comprendere la diffusione delle idee innovative nelle reti sociali.
Il messaggio “appiccicoso” si basa sull’immediatezza, la semplicità e la capacità di toccare le corde emotive del pubblico. Ma Centola mostra che la vera forza nella diffusione delle idee, specialmente quelle complesse che caratterizzano la letteratura più innovativa, non risiede nell’autorevolezza di una voce singola – anche se questa appartiene a un influencer – bensì nella ripetizione delle conferme che provengono da più membri della rete sociale. Non basta che un messaggio venga condiviso da una fonte rispettata: ciò che lo rende credibile e accettabile è la ridondanza sociale, ovvero il sentirlo ripetere da amicə, colleghə, altrə scrittorə e lettrici/lettori con cui abbiamo legami significativi. In editoria, questa dinamica si traduce in una vera e propria “cascata” di conferme, dove la posizione sostenuta da più voci diventa una nuova norma, spesso a scapito della diversità ancora non socialmente assimilata.
La struttura delle reti sociali nell’editoria è sempre stata cruciale ma oggi lo è di più. Oggi la rapidità con cui si diffonde una notizia, una recensione o una moda narrativa dipende soprattutto dai canali attraverso cui passa l’informazione e dalle connessioni tra chi è coinvolto. Le chat di scrittorə, i gruppi di lettura, le community online e le fan base di influencer sono diventati veri e propri motori di accelerazione (o di ostacolo) nella circolazione delle idee. In questo contesto, l’influencer può amplificare la visibilità di un contenuto semplice, ma fatica a promuovere narrazioni complesse che richiedono il sostegno reiterato di una rete sociale ampia e diversificata.
Un tema centrale che Centola affronta riguarda il bias: le distorsioni cognitive e sociali che influenzano invisibilmente le decisioni. Nel mondo post-industriale dell’editoria, il successo di un libro o di un’idea non dipende più solo dalla sua qualità intrinseca, ma dalla struttura delle relazioni che la sostengono e la alimentano. Ma la storia delle grandi innovazioni e dei movimenti letterari dimostra che il cambiamento nasce da una rete di conferme ripetute, capace di rendere accettabile anche ciò che inizialmente appariva rivoluzionario o impensabile.
I bias cognitivi sono scorciatoie mentali che permettono di prendere decisioni rapide, ma spesso portano fuori strada. Il bias di framing fa giudicare una notizia in base a come viene presentata, quello di conferma spinge a preferire informazioni che rafforzano le proprie convinzioni. In editoria, il conformismo sociale induce chi scrive e chi legge ad allinearsi alle scelte della maggioranza, favorendo la standardizzazione delle storie e soffocando la sperimentazione. Questi meccanismi, amplificati dalla dimensione collettiva delle reti sociali, trasformano le camere d’eco in veri e propri ostacoli alla creatività: la ripetizione di opinioni simili rafforza convinzioni condivise, creando una “zona di comfort mentale” che scoraggia il cambiamento.
La camera d’eco letteraria – dove scrittorə, criticə e lettrici/lettori condividono gusti e valori simili – rischia di generare una “standardizzazione creativa”, spingendo gli influencer a conformarsi alle aspettative del gruppo per ottenere approvazione o viralità. In definitiva, è la rete sociale a decidere quali idee meritano attenzione e quali vengono scartate: la sfida per chi scrive consiste nel riconoscere i limiti delle proprie camere d’eco e nel confrontarsi con punti di vista eterogenei, per arricchire la narrazione e sfuggire alla trappola dell’autocompiacimento.
Se i meme virali si diffondono rapidamente grazie ai legami deboli, le idee complesse e le narrazioni che lasciano il segno necessitano di una ridondanza sociale: il supporto reiterato di diversə membri della comunità trasforma una novità in una norma condivisa. Anche in editoria, l’innovazione non si afferma per il clamore iniziale dell’influencer, ma per la costante eco prodotta da gruppi diversi che riconoscono il valore di una proposta originale. Centola mette in luce un aspetto particolarmente significativo: l’illusione di introspezione. Si crede che le proprie scelte siano autonome, mentre si attribuisce agli altri il conformismo. Nella scrittura creativa, questa illusione si traduce nella convinzione che la propria voce sia indipendente, ignorando quanto sia influenzata dalle opinioni altrui, dalle mode editoriali e dalle aspettative delle/gli lettrici/lettori.
Ricapitolando se il bias nasce dalla struttura della rete, anche il cambiamento non dipende dal carisma di un influencer: essɜ sono efficaci nel promuovere contenuti semplici, ma meno capaci di far circolare idee complesse, che richiedono conferme sociali multiple. Questa dinamica favorisce la diffusione di notizie scorrette, false o superficiali, rafforzando il bias di gruppo. Per questo, per Centola, la vera strategia di cambiamento consiste nel cercare non tanto le persone speciali, ma i luoghi speciali della rete. Le grandi trasformazioni nascono nelle interconnessioni periferiche, dove si condividono scelte e difficoltà simili: sono lì che si sviluppano le correnti più potenti e durature.
Comprendere che si è plasmati dalle proprie connessioni e che il ragionamento è spesso frutto di un ambiente sociale invisibile è fondamentale per chi, oggi, vuole restare rilevante come scrittorə o influencer. Solo acquisendo consapevolezza di queste dinamiche si può spezzare la catena dell’automatismo e aprire la porta a nuove idee. In questa prospettiva, una narrazione credibile nasce dalla capacità di muoversi consapevolmente all’interno delle nuove dinamiche sociali, dialogando con i bias che dominano l’ambiente e riuscendo a riconoscerli e aggirarli proprio sul terreno in cui si manifestano: quello della rete sociale e delle relazioni interpersonali.
In conclusione, il lavoro di Damon Centola si intreccia profondamente con il pensiero femminista contemporaneo che da anni riflette sul valore della pluralità delle voci e sulla necessità di decostruire le gerarchie dell’influenza sociale. Pensatrici come bell hooks e Kimberlé Crenshaw hanno sottolineato come il cambiamento reale non nasca mai dall’imposizione di una singola prospettiva dominante, bensì dalla circolazione di idee attraverso reti di soggettività diverse, capaci di sostenersi reciprocamente e di creare nuovi spazi di riconoscimento.
Centola, con la sua analisi della ridondanza sociale e del ruolo delle interconnessioni periferiche, offre una chiave di lettura che si integra perfettamente con le teorie femministe sull’importanza della solidarietà diffusa e dell’azione collettiva. L’innovazione, che sia letteraria o politica, si realizza quando molteplici soggetti marginali si riconoscono e si rafforzano a vicenda, rompendo la logica dell’isolamento e della viralità effimera. In questo senso, la rete sociale diventa non solo il luogo della propagazione delle idee, ma soprattutto uno spazio di resistenza e di emancipazione, dove il pensiero multidisciplinare trova terreno fertile per incidere e per trasformare radicalmente le norme e i valori condivisi.
Smettete di cercare le persone speciali ma cercate luoghi speciali. Oggi nel video e nel podcast della nuova diaria, basandoci sul lavoro di Damon Centola in Cambiare sfatiamo i luoghi comuni secondo i quali si pensa che un’idea nuova, una innovazione possa raggiungere una grande diffusione. Come mai certe mode esplodono e altre no o certi movimenti e altri no? La tesi di Centola, ribalta il tavolo e ci spiega come sia fondamentale capire gli inganni dalla bolla sociale in cui ci troviamo e la nostra autonomia di pensiero sia minata più che dagli altri, dai punti ciechi della nostra mente e dalle nostre false introspezioni.
Didion, la coscienza di un passato importante della cultura americana. Ma cosa accade quando la voce più precisa del Novecento si rivolge a sé stessa?
Ci sono scrittrici che si leggono e scrittrici che si vivono: Joan Didion, per me, appartiene alla seconda categoria. La sua voce mi ha accompagnata nei momenti di smarrimento e nelle ore di scoperta, insegnandomi che la realtà spesso racchiude una ferocia che il mondo delle idee fatica a contemplare. Rileggerla oggi, tra le nuove pubblicazioni italiane e i suoi grandi capolavori, è come entrare in dialogo con una presenza che parla a chi scrive e, soprattutto, a chi si ostina a pensare.
Ricordo il mio primo incontro con Didion: una copia de L’anno del pensiero magico ritrovata su uno scaffale di casa. Uno di quei libri che compri con l’idea che prima o poi leggerai, perché Didion non può mancare nel corredo di una donna che scrive. Vivevo giorni inquieti e tra quelle pagine ho incontrato una scrittura che non consolava ma chiariva: Didion raccontava la perdita e il dolore trasformandoli in pensiero, mantenendo una grana quasi soprannaturale, come se desse per scontato che ogni ferita potesse essere indistintamente carne e linguaggio. Da allora, ogni suo libro per me è stato un treno preso per necessità.
Se oggi Didion viene celebrata come maestra di lucidità, è perché la sua poetica si è costruita nel tempo su una posizione periferica rispetto alle idee più ascoltate. Il mio libro preferito, e credo anche paradigmatico per capire il suo schema di pensiero al di fuori dei romanzi politici, è Prendila così (Play It as It Lays), pubblicato nel 1970 e riportato in Italia da Il Saggiatore. Il romanzo mette in scena Maria, attrice di Hollywood, attraversata da una disperazione che diventa quasi lingua madre. Didion non cerca di spiegare il dolore della protagonista: lo mostra, lo fa pulsare nel ritmo frammentato e nelle pause, che sembrano respiri trattenuti. In Maria, come in tante sue protagoniste, la sofferenza femminile è analizzata senza autocommiserazione, senza paternalismo, senza ricorrere a facili etichette. Così Didion riesce a descrivere il legame tra genere e autodeterminazione e la difficoltà di definirsi in una realtà spesso caotica e incoerente.
Negli ultimi anni Il Saggiatore ha svolto un lavoro prezioso portando in Italia le opere più recenti e intime dell’autrice, offrendo ai lettori la possibilità di vedere Didion sotto una luce nuova. Dopo la sua morte, il 23 dicembre 2021, è stata trovata una cartellina con numerosi documenti, tra cui un manoscritto di circa centocinquanta pagine: un vero diario delle sedute con lo psichiatra MacKinnon, raccolte dal 1999 al 2012. Questo scritto nasce come una sorta di dialogo epistolare rivolto al marito John Gregory Dunne, iniziato dopo alcune sedute nel dicembre 1999 e proseguito soprattutto l’anno successivo. Il manoscritto, assieme all’archivio Didion-Dunne, è stato affidato alla New York Public Library dagli eredi, senza limitazioni di accesso. Proprio questa libera consultabilità ha spinto i fiduciari di Didion a trasporre il documento in volume, pubblicato negli Stati Uniti da Knopf e in Italia da Il Saggiatore.
La decisione di rendere pubbliche pagine così intime, ricche di dettagli sulla vita familiare e personale dell’autrice, ha suscitato comprensibili controversie. Amici e conoscenti hanno parlato di violazione della privacy, certi che Didion non avrebbe mai dato il suo consenso. Altri, invece, ritengono che, data la sua notorietà, l’autrice avrebbe potuto prevedere questa eventualità.
Il rapporto tra Didion e la figlia adottiva Quintana, scomparsa prematuramente, è il fulcro emotivo di Diario per John. Didion, su consiglio della stessa Quintana, inizia a confrontarsi con MacKinnon per affrontare la propria fragilità e la dolorosa consapevolezza della dipendenza emotiva tra madre e figlia. Da queste pagine emerge un’ossessione: la paura costante di perdere la persona amata, la sensazione di non meritare la felicità, la scelta di esprimere l’amore attraverso una protezione che rischia di essere soffocante. Seduta dopo seduta, l’autrice scava nelle origini di questo sentimento, radicato nell’infanzia e nel rapporto travagliato con il padre. MacKinnon cerca di guidarla verso un nuovo approccio: aiutare Quintana non significa proteggerla a tutti i costi, ma imparare a darle fiducia, lasciandole la libertà di cadere e rialzarsi, di diventare adulta. Joan fatica ad accettare che il suo sostegno non sia sempre risolutivo; emergono frustrazione e impotenza, così come il ricorso al lavoro per tenere a bada l’ansia e la rabbia. Didion riflette anche sulla relazione simbiotica con il marito John e sull’insoddisfazione per la routine delle sceneggiature, sentendo la necessità di impegnarsi in un progetto autentico. Nel tempo, impara a riconoscere lo schema di paure e sensi di colpa che si tramandano nella sua famiglia.
L’ultima seduta registrata, datata 9 gennaio 2003, precede di poco il lutto devastante per la morte di John e poi, a breve distanza, anche quella di Quintana. Didion affronterà queste perdite nei suoi libri più noti, L’anno del pensiero magico e Blue Nights, dove la scrittura diventa strumento di sopravvivenza: Didion si obbliga a prendere distanza dal proprio dolore, a scavare con lucidità tra le rovine della sua vita.
A questo punto, è impossibile non ricordare le stesse parole di Didion su Ernest Hemingway, quando si interrogava sulla legittimità delle pubblicazioni postume. In Ultime parole, la scrittrice sottolineava come queste uscite rischino di trasformare l’arte dello scrivere in produzione seriale, negando la natura profonda del mestiere: la creazione consapevole, il controllo sulla propria voce e sulla propria eredità. La grammatica delle frasi, ammoniva Didion, è un modo di essere nel mondo, di attraversarlo mantenendo una certa distanza emotiva che permette di raccontare senza esserne travolti.
Oggi, davanti a Diario per John, ci troviamo di fronte a un dilemma etico, senza però ignorare l’importanza che lo studio di questo documento potrebbe avere, non solo per la figura di Didion scrittrice, ma anche per una maggiore emersione della condizione femminile dal punto di vista storico e sociale. È un dilemma che attraversa molte autrici contemporanee: pensiamo a Rachel Cusk, che nei suoi memoir e romanzi mette in scena il conflitto tra conscio e inconscio, tra la voce individuale e quella collettiva, tra libertà e dipendenza. Rachel Cusk, scrittrice britannica di origini canadesi, si distingue per uno stile spietatamente analitico e una narrazione che destruttura le certezze dell’identità femminile. Cusk indaga con precisione quasi chirurgica la maternità, la dissoluzione della coppia e la solitudine, rifiutando ogni idealizzazione. Attraverso una scrittura fatta di sottrazioni e silenzi, l’autrice svela il conflitto tra desiderio di libertà e peso delle aspettative sociali, tra necessità di esprimersi e tentazione di dissolversi nella collettività. Come Didion, Cusk non cerca risposte definitive, ma spinge lettrici e lettori a interrogarsi sulla porosità dell’io, sulla fragilità della narrazione personale e sulla possibilità che la verità si costruisca solo nel dialogo con l’altro.
In Ultime interviste (sempre Il Saggiatore), Didion regala otto conversazioni con giornalisti e scrittori, da Sheila Heti a Dave Eggers, in cui ripercorre la sua vita, dalla California a New York, dagli anni a Vogue ai tremendi lutti. Questa delle ultime interviste è ancora un’altra Didion: ironica, severa, sempre con la sigaretta accesa e la battuta pronta, che mostra la sua ossessione per la verità e l’avversione per le narrazioni che anestetizzano il dolore. In queste pagine, però, si percepisce la continuità tra la Didion storica e quella più recente: la capacità di inventare sulla pagina senza sapere dove si arriverà, la consapevolezza che la scrittura è vera solo se chi scrive accetta di non avere il controllo sul finale.
Poi ci sono testi che sembrano attendere il loro momento, come il discorso di laurea che Didion tenne all’Università della California, Riverside, nel 1975: oltre tremila parole rimaste per quasi mezzo secolo confinate in una vecchia pubblicazione per ex studenti, mai digitalizzata, quasi dimenticata. Dopo la morte della scrittrice, quel testo è stato recuperato e restituito al mondo. Didion apre ricordando la sua cerimonia di diploma di terza media, quando aveva tredici anni: un abito verde pallido cucito dalla madre, una collana di cristallo fredda sulla pelle, una bandiera americana alle spalle. Quella ragazzina, che parlava con entusiasmo dell’“eredità californiana”, credeva che la storia della propria famiglia, pionieri che avevano attraversato le montagne un secolo prima, fosse la storia di tutti i presenti in sala. Solo da adulta capirà quanto fosse cieca quella convinzione: molti compagni non discendevano da cercatori d’oro, ma da famiglie arrivate a Sacramento durante le migrazioni della Dust Bowl o per lavorare nei cantieri navali durante la guerra. È il primo trauma cognitivo di cui Didion parla: la scoperta che gli altri non vivono nel nostro stesso film. Che ciò che crediamo universale è spesso soltanto personale. Che le nostre idee, composte da anni di studio o regalate da una qualsiasi eredità culturale, possono accecarci. Per Didion quella confusione infantile non è un episodio isolato, ma il sintomo di una fatica che avrebbe accompagnato tutta la sua vita: l’impegno costante a liberarsi dalle interpretazioni comode, dalle distorsioni, dagli automatismi mentali. Vedere davvero, sembra dirci, è un lavoro doloroso e continuo. Non basta osservare: bisogna rinunciare alle semplificazioni che ci rassicurano. Bisogna accettare che la realtà spesso non coincide con i nostri desideri, che gli altri non sono mai come li immaginavamo. Restare svegli, per Didion, è una disciplina e un obbligo morale.
Nel discorso, la scrittrice torna più volte sul rischio di vivere dentro un’idea invece che nel mondo. Racconta di aver letto, su un giornale, la poesia di un’adolescente che elogiava innocenza, natura e sneakers come simboli di purezza quasi rituale. Nulla di sbagliato, in sé. Eppure Didion, leggendo quei versi, si sente inquieta: percepisce l’ingenuità di chi tenta di costruirsi un rifugio ideale per non vedere la parte dolorosa del reale, quella raccontata dalle pagine successive dello stesso giornale, piene di violenza e oscurità politica. Insomma, per Didion, “piantare un albero” non può diventare uno stile di vita. Le buone intenzioni non bastano se diventano alibi per chiudersi dentro un’innocenza immaginaria.
Gran parte del discorso è dedicata agli anni Sessanta, che Didion osserva come un territorio in cui la distanza tra simboli e realtà è divenuta abissale. È stata un’epoca in cui ogni gesto, ogni capo d’abbigliamento, ogni alimento si è caricato di significati morali, e allo stesso tempo ha perso qualunque ancoraggio concreto. La scrittrice ricorda come persino il linguaggio si sia deformato: eufemismi di guerra, slogan politici, parole che suonavano importanti ma non dicevano nulla. Tutto era diventato segno, quasi più nulla somigliava a un’esperienza autentica. Chi è cresciuto in quel clima, suggerisce Didion ai neolaureati del ‘75, ha sviluppato una naturale diffidenza verso ideologie e formule, ed è forse al riparo da alcuni inganni. Ma resta il pericolo di non credere più a niente, di rimanere soli in un mondo in cui si pianta un albero e ci si convince che basti così. Il cuore del messaggio è un’esortazione che oggi suona ancora più urgente: non chiudersi, non semplificare, non ritrarsi in un eden interiore. Didion non promette progresso né redenzione, ma chiede un atto di volontà: abitare il mondo nella sua complessità, nella sua bruttezza e nella sua bellezza, assumendosi il rischio di vedere ciò che non vorremmo vedere.
Rileggere Didion oggi significa mettere in dialogo due voci che in realtà sono sempre state una: quella della scrittrice che inventa storie politiche per sopravvivere al mondo e quella della donna che scrive per capire se stessa e cosa generano intorno a lei, la visione degli altri, della realtà, della storia. La differenza sta nel grado di distanza, nella scelta di cosa mostrare e cosa tenere nascosto. Nei suoi romanzi e saggi lavora di sottrazione, osserva da lontano, cesella la forma per dare senso al caos. Nei libri più recenti, invece, si lascia andare a una verità quasi imbarazzante, una vulnerabilità che fa tremare i polsi.
Quali sono, allora, le lezioni che una scrittrice contemporanea può trarre da Joan Didion? La prima è che la verità, in letteratura, non è mai trasparenza naturale, ma costruzione, esattezza, linguaggio. La realtà non va data per scontata: bisogna interrogarla, smontarla, guardarla sempre dal margine, dove le cose si vedono meglio.
La seconda lezione riguarda la fragilità: in un’epoca in cui essa viene percepita come una minaccia e la verità appare sempre più negoziabile, le opere di Didion, da Prendila così a Diario per John, passando per Ultime interviste, ci insegnano che la grande letteratura sa e deve dialogare con lo sconcerto e lo smarrimento.
In questa puntata di Diaria Podcast e del video della Diaria: Joan Didion. Oggi, le sue vere “ultime parole” ci raggiungono grazie alle pubblicazioni postume de Il Saggiatore, in particolare con due titoli cruciali: Ultime interviste, dove Didion risponde con estrema franchezza sui temi più dolorosi, dalla morte del marito John Gregory Dunne a quella della figlia Quintana; e soprattutto, con Diario per John.
In questo episodio di Diaria Podcast e video, scopriremo l’eredità lasciata da Joan Didion: la necessità di lottare contro le proprie idee distorte della realtà, e l’onestà brutale con cui ha saputo scrutare sé stessa, fino all’ultima parola.
Hai mai sentito che la casa che ti accoglie, in fondo, ti sta anche costruendo? Che i luoghi che attraversi, i muri che ti proteggono, non sono solo cornici, ma attori silenziosi che plasmano ogni giorno il tuo modo di stare al mondo. Ogni volta che entro in uno spazio che non è casa mia né il mio giardino, mi sorprendo nel pensare che l’architettura è una forza invisibile, capace di piegare, reinventare e a volte persino guarire o ammalare ciò che siamo.
La Moriyama House, a Tokyo, pensata da Ryue Nishizawa, mi ha insegnato che abitare non è solo il fatto di avere un tetto sopra la testa. È un processo identitario, un dialogo continuo tra te, lo spazio e la luce che filtra dalle finestre. Yasuo Moriyama, il protagonista di un documentario illuminante dedicato alla sua casa, non dice “faccio questo” o “sono questo”. Dice, semplicemente: “Abito qui”.
In fondo, la psicologia dell’abitare ci insegna che gli spazi non solo ci proteggono, ma diventano specchi delle nostre emozioni. Le teorie di Gaston Bachelard, ad esempio, ci ricordano quanto la casa sia “la culla dell’essere”. La disposizione delle stanze, la presenza della luce naturale, la qualità dei materiali, il pieno e il vuoto: abitare consapevolmente ogni dettaglio diventa un tassello della nostra atmosfera psichica.
È per questo motivo che questo terzo post della nuova diaria l’ho voluto dedicare all’abitare nella casa e nel giardino, nel solco del pensiero di Gilles Clément. Clément, con il suo celebre concetto di “giardino in movimento”, ci invita a vedere il giardino non come uno spazio statico e ordinato una volta per tutte, ma come un organismo vivo, in perpetua trasformazione. Il giardino, per Clément, diventa il simbolo stesso dell’abitare flessibile e aperto: un luogo dove natura e intervento umano dialogano senza mai fissarsi in una forma definitiva. Il suo approccio ci suggerisce che l’abitare autentico consiste nell’accogliere il mutamento, nel lasciarsi sorprendere e reinventare ogni giorno, proprio come fa un giardiniere che osserva crescere piante e relazioni in modo inatteso. Gilles Clément ci ricorda che “il vero giardino è quello che si lascia attraversare dal tempo”, e così anche la casa, quando si apre all’esterno, diventa parte di un ecosistema in continua evoluzione.
Frammentazione della vita contemporanea, abitare all’aperto, stili di vita non convenzionali, stravolgimento di quelle funzioni abitative che rendono una casa, casa o qualcosa di altro, una specie di il regno dell’intermezzo. In questo episodio della diaria video partiremo dal concetto di casa per esplorare come le molteplici esperienze abitative proposte da architetti visionari di tutto il mondo facciano dell’abitare una casa, un’esperienza capace di ricongiungere la materialità con il simbolico, la fisica con la metafisica.
Il podcast, invece, approfondisce questi temi dialogando con esempi di architettura, città e paesaggio che incarnano le visioni di alcuni pensatori contemporanei dell’abitare ed esplora come la frammentazione degli spazi, la presenza del verde e le soglie tra interno ed esterno possano generare benessere o disagio. La casa, allora, diventa non più stanze chiuse e convenzionali, ma padiglioni dispersi in un giardino che ti obbliga a uscire, a respirare il mondo di fuori, a esporre la tua vulnerabilità all’aria aperta e la materialità degli spazi ti costringe a ricomporre il tuo puzzle interiore ogni giorno, inventandoti un modo concreto di stare al mondo.
L’architettura dei giardini, in questa prospettiva, si fa davvero estensione poetica dell’abitare, proprio come Clément ci insegna: il giardino è il laboratorio della relazione tra umanità e natura, tra ordine e disordine, tra permanenza e cambiamento.
Architetti visionari hanno cercato di costruire case come domande aperte: chi siamo, dove stiamo andando. E’ così che fermarsi davvero in una stanza, lasciarsi attraversare dalla sua luce e dalla sua materia, diventa un esercizio di rivelazione, forse il più importante di tutti. La verità è che ogni casa ti ricorda che sei in transito ma costantemente abitato dai tuoi desideri e dalle tue paure. E che l’architettura non è semplicemente lo sfondo della tua vita, ma una delle voci che la compongono. Abitare non è possedere stanze, non è sentirsi al sicuro: è mettere in scena la tua umanità in un luogo che ti accoglie e ti sfida, che partecipa alla tua identità anche destabilizzandoti. Abitare, alla fine, è un verbo vivo come esistere.
Volendo descrivere l’uso dell’intelligenza artificiale in questo post, è impossibile elencare in modo esaustivo tutte le fonti coinvolte: da quelle che ho consultato nel corso degli anni nella mia ricerca personale, fino a quelle selezionate dall’AI stessa, in particolare per la composizione del podcast e del video, sulla base di prompt che ho proposto nell’idea di creare un contenuto più autentico possibile. Per autentico intendo non soltanto adeguato dal punto di vista linguistico e coerente con il tema dell’abitare, ma capace di rispecchiare un tono, un immaginario e una sensibilità che sento affini al mio modo di pensare e vivere questi argomenti. L’autenticità, in questo caso, non è una proprietà intrinseca dei testi generati dall’AI, ma il risultato di un dialogo: dipende dalla cura con cui vengono formulati i prompt, dalla precisione delle intenzioni che li guidano e dalla capacità di orientare l’AI verso una voce composita e coerente. Perciò, in questo caso più che una lista di fonti, posso fornire una nota sul processo: un intreccio tra materiali raccolti nel tempo e strumenti digitali che, se utilizzati con consapevolezza, possono contribuire a produrre contenuti sorprendentemente interessanti.
In questo secondo post della nuova Diaria il percorso è tra le pagine di due autori che sembrano legati da un filo rosso: Domenico Starnone e Elena Ferrante. La loro narrativa, apparentemente distante, si intreccia in modi sorprendenti, e scoprire questi legami è come sbirciare dietro le quinte di un grande spettacolo letterario. Il video della diaria di questa settimana Decifrare il codice Starnone è completamente dedicato alla figura del grande romanziere italiano e attinge a un’unica fonte Vero per finta. Scrittura e invenzione nella narrativa di Domenico Starnone di Lara Marrama Saccente. Diaria Podcast si concentra sul confronto a due voci tra Elena Ferrante e Domenico Starnone. Tutto in ogni caso parte da una curiosità che da anni fa discutere: c’è chi sostiene che dietro il nome di Elena Ferrante si nasconda proprio Domenico Starnone. Non sono solo voci: studiosi e appassionati hanno persino analizzato lo stile di scrittura con metodi scientifici, trovando somiglianze sorprendenti tra i due. Ma al di là di queste indagini, quello che conta davvero è il modo in cui entrambi affrontano il confine tra reale e immaginario.
Starnone, per esempio, si lascia guidare da una voglia incontrollabile di storie da una smania aneddotica che ti contagia. La sua letteratura nasce spesso da un piccolo fatto privato, un dettaglio apparentemente insignificante che può diventare anche plot. Nei suoi romanzi ritrovi sempre certi motivi ricorrenti, come la donna con la vestaglia verde o le scarpe allacciate in modo insolito: sono scampoli di realtà cuciti dentro la trama, la firma inconfondibile di chi sa manipolare la memoria come nessun altro.
Poi c’è il modo in cui Starnone alterna il dialetto napoletano e l’italiano, l’infanzia e la maturità. Il napoletano è la lingua della scoperta, dell’istinto; l’italiano, quella della riflessione. L’infanzia, la scuola, la famiglia diventano lenti indispensabili attraverso cui chi legge Starnone finisce per guardare se stess*.
Ferrante, invece, gioca in modo diverso. La sua invisibilità personale non è solo un mistero mediatico, ma una vera strategia letteraria. Con la saga de “L’amica geniale”, Ferrante dà spazio alle voci dimenticate, intrecciando storie personali a quelle collettive e mettendo in scena una genealogia femminile fondamentale da esplorare. Qui, chi legge è protagonista: c’è sempre spazio per l’ambiguità, per i segreti, per le menzogne che la realtà porta con sé. E l’opera finita parla da sé, lasciando che tu possa completarne il senso con la tua immaginazione.
Alla fine, Starnone e Ferrante partono dagli stessi materiali – l’infanzia, Napoli, i frammenti di realtà – ma mentre uno ti mostra ogni passaggio della lavorazione, l’altra lascia che tu possa solo ammirare il risultato e chiederti come sia stato possibile. Ecco, forse il vero miracolo della narrativa è proprio questo: un gioco infinito tra chi costruisce e chi interpreta, tra chi si espone e chi si nasconde.
La Diaria riparte con un nuovo progetto supportato dall’AI senza perdere di vista l’attendibilità delle fonti e la creatività umana. Un invito ad attraversare insieme la letteratura tornando al podcast e sperimentando il video con la stessa curiosità e la stessa cura che hanno guidato ogni pubblicazione della Diaria.
Nel podcast a due voci, ci addentreremo nella figura di Emily Dickinson, una delle personalità più enigmatiche della letteratura americana. Per anni, dopo la sua morte, la sua immagine pubblica è stata distorta da conflitti familiari e appropriazioni narrative, ma ciò che rimane oggi — intatto e quasi intoccabile — è l’enigma della sua interiorità. Come ha potuto una poetessa che scelse deliberatamente la reclusione vivere, attraverso le proprie percezioni, tutta la sfrenatezza del mondo? Quali strategie poetiche, quali visioni del reale, le hanno permesso di dare voce a un universo che sembrerebbe, a un primo sguardo, incompatibile con la sua vita appartata?
Nel video esploreremo la forza di una poesia che ha trasformato il silenzio in voce e la solitudine in una forma di resistenza creativa. Con un linguaggio ideato per farsi capire da tutte e tutti scopriremo una donna e la sua integrità radicale, la sua ostinazione nel non farsi inglobare dalle convenzioni sociali, e quel suo “stare lì”, quasi immobile, ma capace di costruire un cosmo di pensiero e linguaggio che continua a interrogarci.
Il giardino di Olivia Laing ci rimanda all’idea di un paradiso perduto, di un rifugio dalla realtà. Ma anche, come scrive Jamaica Kincaid, a un falso rifugio, a un luogo in cui le relazioni di potere tra persone e natura si presentano in modo solo falsamente rassicurante… per il meraviglioso collettivo di WeltLit un pezzo su cui meditavo da un sacco di tempo, grazie!
Marguerite Duras ne L’amante scriveva: “Difficile non è raggiungere qualcosa, è liberarsi dalla condizione in cui si è.” Ma cosa determina la percezione della condizione in cui si è, quando non si tratta di condizioni oggettivamente estreme? Ossia, come si fa a cambiarsi la vita? Anche Buddha aveva qualcosa da dire a riguardo: “O monaci, qualsiasi cosa un monaco pensi o consideri frequentemente, quella cosa diventerà un’inclinazione della sua mente.” Come a dire che diventerà la condizione della sua esistenza.
Allora io, che sono sempre stata una lettrice accanita, ho deciso di pensare anche al mio giardino come penso ai libri, più spesso possibile, anzi tutti i giorni, come faceva Frances Hodgson Burnett, autrice de Il giardino segreto. “Fintanto che avrete un giardino,” scriveva Frances, “avrete un futuro, e fintanto che avrete un futuro sarete vivi.” Come a dire che, se volete avere una vita in cui il tempo abbia senso per voi, in ogni direzione della vostra esistenza, allora fatevi un giardino.
Il giardino segreto è un romanzo di formazione e trasformazione identitaria in cui una bambina e due ragazzi cambiano la loro condizione di vita, di salute, di felicità fisica e psichica perché impiegano tutti i loro pensieri, il loro tempo, le loro energie, il loro desiderio, e soprattutto la carica trasformativa della loro relazione, nel restauro di un giardino abbandonato. Quel lavoro materiale, come sempre accade in giardino, assumerà una forza simbolica che cambierà i loro destini, andrà oltre un piccolo spazio così amato, verso il futuro delle loro vite adulte, ma agirà anche retrospettivamente, trasformando i sentimenti amari di chi aveva abbandonato anni prima quel giardino in un’inclinazione più vivibile e conciliata.
Così ho fatto io in questi anni, e ho fatto bene, perché nel giro di qualche stagione mi sono trovata convinta anche per me stessa di qualcosa che Olivia Laing, a sua volta restauratrice di un antico giardino, scrive con luminosa chiarezza ne Il giardino contro il tempo. “Volevo entrare in una diversa concezione del tempo, un tempo che si muove in spirali e cicli, che pulsa tra marciume e fertilità, luce e oscurità. Già allora intuivo che il giardiniere viene iniziato a un’altra concezione del tempo, che potrebbe anche suggerire modi per sventare l’apocalisse verso cui sentiamo muoverci.” Dunque il giardiniere percepisce il tempo in modo non lineare: come nella poesia, come nella meditazione buddhista vipassana, come nell’arte di chi fa veramente arte.
La mia cameretta di bambina era al secondo piano di una orrenda palazzina, ma c’era un’albizia così alta che d’estate invadeva con la sua chioma il mio balcone. L’albizia è solitamente un alberello, ma nel caso di quella che mi saliva sul balcone, il tronco allora riuscivo appena ad abbracciarlo. Aveva una fioritura gloriosa di piumini rosa, un profumo fiabesco e le foglie erano magiche perché erano composte a loro volta da minuscole foglie. Mi sembravano foglie fatte di foglie, che di notte, o quando c’era vento forte o temporale, si chiudevano a una velocità visibile. In botanica, la nictinastia è il movimento che risponde alle variazioni ambientali in tempo reale.
La prima albizia che ho comprato per il mio giardino sono andata a prenderla in un vivaio a cinquanta chilometri da casa mia. È una albizia julibrissin, che in persiano significa “albero della seta.” La seconda l’ho comprata questo fine settimana, inaspettatamente, a Bolsena, alla Festa delle Ortensie: una piccola esposizione florovivaistica tra le più interessanti che il Lazio propone nella stagione, in cui questo tipo di manifestazioni sono parecchie. Prima di andare mi sono detta che avrei comprato solo qualcosa di impossibile da trovare altrove, qualcosa che nelle mie escursioni in vivai, consorzi agricoli, laboratori di artisti del giardino non avevo mai visto. E infatti ho trovato niente meno che un lupo e un’albizia Julibrissin Summer Chocolate, unico espositore ad averla in un unico esemplare: Piante Biagini Saveriodi Biagini Leonardo a Pistoia.
La Julibrissin Summer Chocolate è una varietà di albizia strepitosa, che si distingue per il suo aspetto unico e le foglie color cioccolato, un colore ricco, pastoso, scuro, che dona alla pianta un aspetto esoterico. Questa varietà è conosciuta anche per la sua splendida fioritura estiva, che produce fiori piumosi di colore rosa intenso a forma di pompon, simili a quelli della mimosa, ma più grandi. Questi fiori attirano numerosi impollinatori, come api e farfalle, e creano un bellissimo contrasto con le foglie quasi nere.
Quasi dello stesso colore è il lupo di Art Design Corten. Ma come potevo lasciare a Bolsena la silhouette di un lupo d’acciaio corten dopo che mio figlio si è offerto di regalarmelo? Un lupo che nel giardino si distinguerà per inamovibilità e resistenza alla corrosione atmosferica, e per la caratteristica patina rosso-brunastra che si forma sulla sua superficie. L’acciaio corten è un materiale virtuosissimo che, esposto agli agenti atmosferici, sviluppa una patina protettiva che si comporta come uno scudo contro ulteriori ossidazioni. Questa patina, inizialmente arancione, assume poi una colorazione bruno-rossastra ed è composta da uno strato esterno poroso e uno interno ricco di elementi come rame, cromo e fosforo, che lo rendono impermeabile.
Non so dire quanto mi ha emozionato trovare questi due doni delle circostanze o dell’aspirazione a una mia ulteriore condizione di giardiniera, che più che seguire l’orologio da polso segue una specie di Horologium Florae, un po’ come quello dell’albizia. L’Horologium Florae, o orologio floreale di Linneo, è un concetto ideato da Carl Linneo il Giovane, figlio del famoso botanico, che consisteva in un giardino ideale in cui le piante venivano disposte in modo che, aprendo e chiudendo i loro fiori a orari diversi, potessero indicare l’ora. Linneo, dopo anni di osservazioni della nictinastia—anche dell’albizia—aveva stilato infatti una lista di piante con i rispettivi orari di fioritura, organizzandole in modo da creare un vero e proprio orologio floreale.
In pratica, l’idea del figlio fu quella di utilizzare la ciclicità delle fioriture per misurare un tempo speciale, impossibile da definire fuori dall’esperimento, perché le fioriture quotidiane non coincideranno mai con le ore dovute. Una meravigliosa contraddizione, come quella di un lupo da giardino che esiste solo in acciaio corten.
Preciso per tranquillizzare che la mia nevrosi botanica al momento non ha raggiunto le vette del figlio di Linneo, tuttavia ci credo fermamente che per chi ha una vera capacità di creazione, non sia tanto importante raggiungere obiettivi ma inventare la propria condizione ulteriore, cosa difficilissima come diceva Duras, perché viene dalla fede ostinata nella scansione di un tempo proprio e naturale che anche se fallisse, come l’esperimento del figlio di Linneo, fallirebbe solo meravigliosamente.
Ho visto il paese della tua infanzia: case piccole a due piani, cubi di cemento con i giardinetti delimitate da ringhiere e fiori coltivati. Piccoli giardini di una tristezza devastante, una periferia povera di gente che lavora duro, case con l’intonaco grigio, giallino, rosa pallido, dondoli sotto le verande, finestre con i serramenti in alluminio anodizzato, vetri lustri e tendine di pizzo cucite a mano.
Sono giorni che pioviggina alternando mezze giornate di sole a plumbei ritorni all’inverno, con un freddo che a primavera mi riporta agli inverni di quando ero piccola. Mi ricordo il pizzicore del passamontagna che mia madre mi infilava, distruggendo in una sola mossa il lavoro meticoloso di farmi due codini perfettamente geometrici. Prendeva questo passamontagna ruvido e per giunta blu scuro e prima di uscire me lo infilava in testa, rovinando a malincuore quello che consideravo la punta di diamante del mio fascino. Mi ricordo la difficoltà a reperire un passamontagna per accompagnare mia figlia all’asilo, mentre il caldo di certe mattine di gennaio mi faceva realizzare, non so se il fatto che il clima stesse cambiando o che ero finita, pure io, a interpretare il ruolo che aveva interpretato mia madre, incappucciandomi fino agli occhi quando forse già non serviva più.
Quanti sono gli inverni cui il cambiamento climatico e ciò che se ne dice, si frappone come un blocco intransigente rispetto alla memoria che dobbiamo alle stagioni della nostra vita? La stagionalità richiede un altro modo di vivere il tempo. Un tempo circolare sicuramente meno intransigente di quello lineare. Un tempo come quello circadiano, quello del karma, quello dell’uroboro, quello rischiosamente rivolto alle nostre genealogie. Per il calendario non è possibile tornare alle primavere della nostra infanzia. Al contrario il tempo della stagionalità si dipana in una continuità che è un rimbalzo tra partenze e ritorni, marcescenze e germogli, aridità e allagamenti. Ma non si creda che il tempo ciclico vissuto al presente sia un tempo privo di rischi.
Quando Vitaliano Trevisan pubblicò Tristissimi giardini era il 2010. Da due anni era diventato proprietario di una casa con giardino. Non perché l’avesse comprati ma perché aveva ereditato nel 2008 la casa e il giardino di sua madre, morta nel mese di settembre di quell’anno. Non sarebbe mai diventato proprietario di una casa con giardino altrimenti. Si era preso la libertà di non finire schiavo di un mutuo: “i debiti non sono che aggressioni del morto passato contro il meraviglioso presente” (p.38). Poi dopo sette traslochi in quindici anni era accaduto quello che al di là del lutto, gli avrebbe consentito di diventare proprietario. Ma la casa e il giardino che adesso diventavano suoi erano anche quelli della sua infanzia che Trevisan tornava a abitare a quasi cinquant’anni d’età.
“In ogni momento, ovunque si volge lo sguardo, si corre il rischio di essere proiettati in un passato remoto, anzi remotissimo, che porta in sé anche uno stato emozionale, riferito a quel passato, che finisce per proiettare la sua ombra nel presente rovinandoci la giornata. La memoria a breve termine, che ha il compito di orientarci nel tempo e nello spazio, facendo da ponte tra l’esperienza e l’immediato, è completamente disturbata da un ambiente che, inevitabilmente, stimola in continuazione le aree della memoria a lungo termine, e così i dati si accumulano, i corridoi si intasano, il cervello si confonde, e uno si trova a vagare nel passato nell’atteggiamento emozionale del presente”. p 41
La casa si ribella al modo diverso di essere abitata, almeno così crede l’autore e non si può far niente, passerà. Il sistema giardino, con casa annessa, è tarato dall’uso che ne aveva fatto la madre e il cambiamento messo in circolo da un nuovo abitare mette in crisi il tempo lineare, ça va sans dire. Soprattutto il giardino di devastante tristezza che sua madre coltivava meticolosamente, ecco su quello, l’autore agirà ancora di meno, esponendosi da poeta a quella frattura del tempo, estranea tanto alla disperazione quanto alla speranza che il tempo sia qualcosa che passi per non tornare mai più. Al di là di abbeverare ciò che lei ha piantato nel tempo, il neoproprietario non farà proprio nulla. Quel ritorno al piccolo mondo abitato da quel che resta della sua infanzia con la madre è un grosso rischio ma non solo
“Poter dunque disporre, rispetto al nostro ambiente, di uno sguardo esterno, altro da noi, che di quell’ambiente siamo parte, è dunque, sempre, una grande opportunità” p.37
“quella freschezza di sguardo che sola ci permette di discernere ciò che, presi come siamo a vivere la vita di tutti i giorni nei luoghi di tutti i giorni, riusciamo al massimo a scorgere, ma che spesso e volentieri semplicemente ignoriamo” p.36
Mi ricordo che mia madre quando facevo i capricci mi guardava di traverso e mi esortava: fai la bambina grande! e io abituata a prendere da sempre e per sempre alla lettera ogni singola frase che mi viene detta, non riuscivo sinceramente a capire cosa dovessi fare: una bambina che finge di essere grande? O smascherare un essere millenario travestito da bambina? Adesso penso che quella freschezza di sguardo un po’ capricciosa del tempo disallineato dell’infanzia, bisogna allenarla, perché alla fine dei conti è la libertà più reale cui si possa aspirare.
L’ora di greco è la storia di un personaggio femminile che chiameremo Lei e di un personaggio maschile che chiameremo Lui. I due si incontrano casualmente in un’aula in cui si svolge un corso di greco. Entrambi si trovano in un punto della loro vita che sembra conclusivo, non tanto anagraficamente, quanto nei termini della disperazione che li accomuna. Lui sta per diventare cieco. Lei per qualche motivo non riesce più a parlare. La cecità per Lui è una sentenza che è stata pronunciata precocemente dalla medicina. Una promessa anzitempo che gli avrebbe dovuto dare modo di prepararsi pragmaticamente, all’eventualità di sprofondare nel buio. E forse uno dei punti salienti di questo romanzo è proprio il tipo di ricerca personale che la disperazione può o non può mettere in circolo. Ci spinge a pensarla in questo modo un personaggio minore ma importantissimo per la trama de L’ora di greco. Un personaggio che si chiama Joachim Gründel, l’unico in questa storia a avere un nome e un cognome. Gründel noi da qui in poilo chiameremo Amore.
Il nostro protagonista è emigrato con la famiglia dalla Corea in Germania in quell’età in cui si formano la lingua e la cultura di un bambino e questo non l’ha reso una persona solida. Con questa frattura esposta Lui, adolescente in terra straniera, prima si innamorerà di una ragazza madre sordomuta pratica di falegnameria e figlia del medico che gli ha proferito la sentenza della cecità:
“Mi diresti qualcosa, una qualunque, nel metodo che ti hanno insegnato alle lezioni di lettura labiale?” (…) prima o poi saremo andati a vivere insieme, un giorno io sarei diventato cieco a quel punto avremmo avuto bisogno delle parole parlate. p. 45
Amore compare nella vita di Lui in un secondo momento, all’università. È un ragazzo malato che si innamora anima e corpo di Lui. Amore è anche un filosofo che diversamente da Lui ha capito grazie alla malattia del proprio corpo che una risposta pragmatica al buio e alla morte è più vera di qualsiasi ricerca intellettuale, estetica, letteraria, ideale. Non è forse Amore che dice a Lui tutto quello che il nostro protagonista ancora non sa: la virtù per gli antichi greci non è la bontà o la nobiltà ma è fare una cosa nel migliore dei modi (p 101). Ed è ancora Amore cui Han Kang ha dato le sembianze della malattia a dirci la verità, quella che cancella anche la stupiditàdi un certo modo di intendere la letteratura:
Sei troppo orientato alla letteratura per fare filosofia (…) quello che cerchi di raggiungere attraverso il ragionamento è solo una specie di estasi letteraria. p. 104
Anche la storia tra Lui e Amore andrà male. Lui scapperà spaventato dall’intensità del desiderio di Amore per venire a sapere, una volta tornato in Corea che Amore è morto a trentasei anni, sopraffatto dalla malattia.
E poi c’è la storia di Lei. Una donna che smette di parlare forse per via di eventi dolorosi che avrebbero sopraffatto chiunque. La perdita del figlio sottrattole a norma di legge dall’ex marito. La perdita della madre. La solitudine data dalla mancanza di uno status sociale. Ma forse non è questo. Forse non è così semplice. Era una bambina intelligente poi una prima frattura che lega il corpo tenero che inizia a proferire le parole al sistema di segni rappresentato dal linguaggio. Un’interruzione che già dall’adolescenza fa di Lei una persona che sarà per sempre priva di quella solidità di chi perde fiducia nella lingua e nella cultura a fronte della brutalità umana.
La motivazione dell’attribuzione del Nobel per la letteratura 2024 all’autrice de L’ora di greco recita così: “nella sua opera Han Kang affronta traumi storici e insiemi invisibili di regole e, in ciascuna delle sue opere, espone la fragilità della vita umana. Ha una consapevolezza unica delle connessioni tra corpo e anima, i vivi e i morti, e nel suo stile poetico e sperimentale è diventata un’innovatrice nella prosa contemporanea”. L’ora di greco è un romanzo su questa connessione degli estremi e in qualche modo sulla difficoltà per donne e uomini di rapportarsi al tema della dualità di anima e corpo. È un romanzo in cui il Buddismo si confronta con la cultura classica rappresentata dal pensiero filosofico occidentale e questo confronto fa da perno a una riflessione intensamente umanista. Una riflessione che tuttavia non vuole dare soluzioni, non vuole essere salvifica ma neanche disperata. Lui e Lei di madrelingua coreana, si ritrovano a coabitare nella loro disperazione il greco come sistema simbolico e grammaticale di una lingua morta che non è la loro. Non è un caso che quando Lui viene sradicato dalla Corea per essere condotto in Germania il suo libro preferito diventa l’Avataṃsakasūtra “in nessun altro testo ho mai trovato un sistema di pensiero reso con immagini tanto sfolgoranti” (p. 28), dice.
L’Avataṃsakasūtra è un testo alla base della filosofia Hua Yen e consiste nella descrizione mirabolante e paradossale di come avviene l’Illuminazione del Budda. La cosa che impressiona de L’ora di greco è che ogni elemento, dalla trama ai temi, viene esposto secondo gli insegnamenti che sono alla base del pensiero Buddista: ogni oggetto per come appare in questo mondo contiene il riflesso di tutti gli altri. Tutti gli oggetti di questa meravigliosa trama sembrano riferiti alla loro interdipendenza casuale. Fino al punto che l’autrice sembra svelare questo metodo usato per strutturare il racconto dentro il racconto stesso:
Le torna in mente il caleidoscopio che aveva costruito alle elementari. Prima si era fatta tagliare in un negozio di vetri tre rettangoli di specchio e li aveva assemblati in un prisma triangolare, poi ci aveva messo dentro minuscoli pezzetti di carta colorata. Era rimasta immediatamente incantata dallo strano universo che si dispiegava all’interno ogni volta che accostava una estremità all’orecchio e lo ascoltava. Da quando ha perso l’uso della parola, ogni tanto quell’universo le appare davanti agli occhi sovrapponendosi al mondo reale. (…) Una volta perse le parole, tutte quelle scene si sono trasformate in una serie di frammenti distinti. Come i pezzetti di carta colorata nel caleidoscopio, che si muovevano insieme creando figure sempre diverse: una miriade di petali freddi, ostinatamente silenziosi p. 89
Tutto e tutti sono l’Uno e ogni cosa è interpenetrata da tutte le altre. Così attraverso una trama frammentata ma solidissima Han Kang ci spinge a leggere fino all’ultimo rigo de L’ora di greco. Ma se questo assunto di fondo risuona con l’idea chiave del buddismo: niente ego, niente piccolo sé, solo vuoto evacuità, anche questo non rende la comprensione ultima che serve al dolore dei protagonisti per diventare significato. È il nostro Lui che accetta questo assunto e lo confuta allo stesso tempo:
“il mondo è un’illusione e la vita un sogno” mormorai all’improvviso.
Ma il sangue scorre e le lacrime sgorgano p. 66
Naturalmente L’ora di greco che, a differenza de La vegetariana è anche una storia d’amore, è molto di più di quello che ci ho voluto leggere e che ho tentato di descrivere qui. C’è il rapporto stringente tra poesia e prosa di cui la scrittura di Han Kang si nutre. C’è una visione di genere assolutamente fuori dagli schemi e dalle categorie del così detto femminismo. C’è il significato del cane trucidato che ricorre anche ne La vegetariana e insieme il ruolo fondamentale che l’animalità assume quando è posta in relazione alla delicatezza e alla fragilità degli equilibri umani. Ma volutamente mi sono soffermata soltanto sulla sapienza commovente che viene dal senso del limite che la prosa di Han Kang non cessa mai di significare. Limite di tutte le teorie, della parola, della letteratura, della poesia, dell’arte, della religione di fronte al dolore proprio e altrui e al rispetto che questo richiederebbe. E di come le parole in questo umanissimo frangente possano contare tutto ma anche niente.
Articolo scritto al 99% dall’AI, con una correzione opzionale da parte dell’essere umano. Le immagini, create dall’AI, potrebbero avere poca o scarsa attinenza con il contenuto dall’articolo.
L’amica geniale esplora l’amicizia non convenzionale tra Lila e Lenù, ambientata in un quartiere povero di Napoli.
La tetralogia di Ferrante è stata definita dal New York Times come uno dei migliori libri del 21° secolo.
Il saggio di Viviana Scarinci, Il libro di tutti e di nessuno, esamina l’impatto delle opere di Ferrante sulla letteratura contemporanea.
All’interno delle pagine de L’amica geniale, l’opera di Elena Ferrante intreccia la trama di un’amicizia non convenzionale, danzando lontano dai luoghi comuni sentimentali ed esplorando sfumature ruvide e sincere del legame umano. L’amicizia tra le due protagoniste, Lila e Lenù, non si manifesta come un morbido velo di seta, ma come un pezzo di carta vetrata che leviga e graffia, svelando verità aspre dell’anima. In un’epoca in cui i legami sono spesso idealizzati per nascondere le imperfezioni, Ferrante presenta una relazione idilliaca, ma cruda e dolorosa.
Lila e Lenù crescono insieme in un quartiere povero di Napoli, dove la violenza e le sgradevoli realtà della vita si intrecciano alle loro esistenze. La loro è un’amicizia “grintosa, scivolosa e snervante” tanto quanto andare in bicicletta sulla ghiaia. Questa metafora potente risuona nel mondo, trovando eco nei cuori di milioni di lettori che riconoscono l’autenticità con cui Ferrante dipinge i rapporti umani. La tetralogia, che si snoda attraverso quattro volumi, esplora l’evoluzione di un’amicizia che diventa il palcoscenico per rappresentare temi universali come arte, politica, classe e genere.
Scrivendo sotto pseudonimo, Ferrante mantiene un grado di distacco tra la sua vita personale e i contenuti del libro, avvolgendo nel mistero la sua identità. Tuttavia, la realtà locale che descrive è comprensibile e rilevante per un pubblico mondiale, partendo da dettagli specifici e locali. L’amica geniale ha ricevuto consensi internazionali per la sua capacità di catturare l’essenza delle dinamiche umane, tanto che il New York Times l’ha definito uno dei migliori libri del 21° secolo, posizionandolo al primo posto del podio.
Il contesto storico e letterario di Elena Ferrante
Il saggio di Viviana Scarinci, Il libro di tutti e di nessuno – Elena Ferrante, ritratto delle italiane del XX secolo (Iacobelli, 2020), descrive il ribaltamento letterario operato dalla scrittrice. Ferrante ha dato voce alle donne di Napoli, ponendo al centro della narrazione l’universo femminile e guardando l’Italia attraverso la città partenopea. Questo cambiamento di prospettiva ha avuto riflessi internazionali, portando la scrittrice a essere riconosciuta come una delle figure più influenti della letteratura contemporanea.
Il fil rouge della rivoluzione letteraria di Ferrante è seguito nell’intera opera, comprese raccolte come La frantumaglia. Il saggio di Scarinci ipotizza sull’identità di Elena Ferrante, tracciando interviste e cambiamenti che hanno portato al centro della ribalta letteraria il femminile, capovolgendo il paradigma dominante sul maschile. La centralità del materno è un tema ricorrente nelle opere di Ferrante, come nel rapporto tra Delia e la madre ne L’amore molesto e nel riconoscimento-rinnegamento della figura materna da parte di Lenuccia ne L’amica geniale.
Ferrante ha portato al centro della scena narrativa una città scoperta come paradigma dell’Italia. Le storie di vita italiana – di madri, figlie, famiglie, mariti, fidanzati, rancori, dispiaceri e gioie – rispecchiano e confluiscono nell’opera di Ferrante, in un’ottica nuova. La diade di Menzogna e sortilegio di Elsa Morante torna nelle falsità scoperte da Giovanna ne La vita bugiarda degli adulti, con la fascinazione dalla zia Vittoria che smaschera le ipocrisie paterne e materne.
Il fenomeno globale di Elena Ferrante
Il fenomeno Elena Ferrante è divenuto un Global Novel, accompagnato da un proliferare di studi critici appassionati. Le opere di Ferrante sono state accolte con entusiasmo in tutto il mondo, in particolare negli Stati Uniti, dove le traduzioni e l’eco editoriale hanno consacrato la scrittrice a livello planetario. Il documentario del 2017 Ferrante Fever ha ulteriormente amplificato l’interesse per la sua opera.
Due recenti volumi sull’opera di Ferrante, Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività di Isabella Pinto (Mimesis, 2018) e Il libro di tutti e di nessuno di Viviana Scarinci (Iacobelli, 2020), collocano il dibattito intorno al contributo dell’opera della scrittrice al costituirsi di soggettività differenti. Entrambi i libri indagano diversi aspetti complementari dell’opera complessa sotto il nome di Ferrante, dimostrando come la letteratura – soprattutto a firma di donne – abbia la capacità di narrare collettivamente e di interrogarsi sulle modalità di narrazione del nostro presente.
Le opere di Ferrante sono caratterizzate da un’epica che racconta la vicenda di Lila e Lenù, impegnate a vivere una vita diversa da quella imposta dal sistema patriarcale. Le loro storie sono illuminate di luce nuova, in chiave napoletana e universalizzante, e continuano ad affascinare i lettori di tutto il mondo.
Per orientarsi fra testo e contesto
L’opera di Elena Ferrante rappresenta un punto di riferimento fondamentale per comprendere le dinamiche dell’amicizia femminile e le complessità dei rapporti umani. L’amica geniale non solo esplora le asperità dell’amicizia, ma offre anche un ritratto senza veli della società italiana, mettendo in luce le contraddizioni e le sfide del vivere quotidiano.
Per i lettori occasionali, un consiglio di lettura correlato potrebbe essere La figlia oscura, un altro romanzo di Ferrante che esplora il rapporto madre-figlia e le dinamiche familiari. Per i lettori esperti, invece, potrebbe essere interessante approfondire il saggio Il libro di tutti e di nessuno di Viviana Scarinci, che offre una prospettiva storica e politica sull’opera di Ferrante.
L’opera di Ferrante stimola una riflessione personale sulle modalità con cui le persone si influenzano vicendevolmente e crescono insieme, talvolta ferendosi. La sua capacità di rappresentare la realtà in modo crudo e autentico invita i lettori a guardare oltre le apparenze e a confrontarsi con le proprie esperienze e relazioni.
Il romanzo storico è quello che ho studiato e su cui mi sono arrovellata di più negli ultimi anni. Del romanzo storico mi interessa come l’invenzione narrativa si relazioni ai documenti che a loro volta hanno in sé una variabile legata a un’involontaria o volontaria menzogna. Chi li ha scritti è figlio del suo tempo, si sarà sicuramente misurato con le fake news della sua epoca, avrà fatto i conti di quello che potevano essere le opinioni diffuse, il modo in cui l’informazione veniva veicolata e pilotata. Se l’informazione era contenuta in una lettera o gli fosse pervenuta a bocca come si diceva nel tardo medioevo. Se le informazioni su cui ragionare stavano in un dispaccio militare, in una legge, in una sentenza di tribunale o se venivano da spie disperate o prezzolate o tutte e due. Se la fonte dovesse o volesse rimanere anonima, allora a chi attribuire l’informazione per darle credibilità? E se qualcuno avesse riferito qualcosa di cruciale a qualche cronista che era noto per l’efficacia con la quale avrebbe fatto trapelare quel segreto, magari inventando o componendo artatamente una storia bella, o utile a qualcuno, cui il tempo avrebbe dato dignità documentaristica? Lo scrittore o scopritore di quel documento poi doveva essere persona socialmente abbastanza in vista perché quella testimonianza potesse essere accreditata come un fatto e non una ciarla. Inoltre questo ipotetico latore del documento che ci interessa oltre che avere le sue buone ragioni per redigerlo avrà anche dovuto considerare le opinioni del suo partito, le idee degli avversari, il grado di credulità dei suoi simili. Infine e prima di tutto, per gran parte della storia che conosciamo, lo scrittore del documento che ci è pervenuto, è maschio. Dicevo, ho cominciato a leggere i romanzi storici scritti da donne a partire da una decana, Maria Bellonci. Ho iniziato dalla suaLucrezia Borgia nonostante mia madre mi avesse regalato intorno ai diciott’anni Rinascimento privato. Lucrezia l’ho letta prima e poi ascoltata attraverso un audio libro in una conturbante e travolgente lettura di Anna Bonaiuto. La penna di Bellonci e la voce di Bonaiuto insieme mi hanno fatto capire una cosa sul romanzo storico per come me lo sento, che altrimenti non avrei capito mai, credo. Quello scrittore di documenti i cui fatti si stagliano non inconfutabili oggi grazie al lavoro di ricerca storica che continua da parte di molte e molti, Bellonci con un romanzo scritto parecchi anni fa l’ha confutato. Non in modo diretto ossia negando l’attendibilità dei documenti da cui tutte le sue pagine sono sostenute ma con un linguaggio non da scrittore ma da scrittrice. Poi Anna Banti con la suaArtemisia mi ha confermato che l’invenzione calibrata su altri pesi e misure può dire una parte femminile della storia che lo scritture di documenti neanche si immaginava che esisteva realmente, mentre cercava di risolvere il problema di accreditarsi come fonte degna di passare agli onori della storia. Proprio stamattina su Rai5 si parlava di Umberto Eco, de Il nome della rosa, di come Eco cambiò idea provocando lo sdegno dei suoi sodali sul fatto che una trama classica, una trama addirittura ispirata ai libri di Conan Doyle potesse ancora dire qualcosa a lettrici e lettori. Eco si documentò moltissimo, e chi lo nega? Ma un po’ inventò, giustamente, perché il suo voleva che fosse un romanzo. Cambiò idea insomma e cambiò genere e per quel libro da saggista ossessionato dall’accuratezza delle fonti, divenne uno che mise nel suo romanzo nomi di erbe che al tempo dei frati dell’abbazia dei delitti del suo giallo non erano conosciute. Ma scrisse Il nome della rosa e come andò lo sappiamo tutti. A un certo punto del documentario che ho visto stamattina Eco dice una cosa fighissima, una cosa tipo che nel romanzo basta che la bugia che vogliamo raccontare sia consistente. Ha utilizzato proprio la parola consistente, mi pare. Io Il nome della rosa non sono mai riuscita a leggerlo fino in fondo. Colpa mia perché lo so che è un monumento del romanzo storico e della letteratura italiana. Ma Lucrezia Borgia e Artemisia sì. Bellonci e Banti le ho lette e rilette perché nel doppiofondo della loro voce, nel controcanto delle loro immagini si avverte che quello che mancava alla storia nota di queste due personagge era anche ciò che premeva di più alle autrici. Quello che non si trovava nei documenti scrupolosamente consultati, Bellonci e Banti lo hanno creato, ciascuna a suo modo, con una operazione simbolica legata al linguaggio, relativa alla trasposizione narrativa di una esperienza di genere. Non esperienza di vita ma di genere sessuale, voglio dire. Non sto dicendo esperienza biografica di un’autrice che usa una vicenda storica per raccontare la propria vita ma esperienza di una dimensione di genere e di come renderla universalmente riconoscibile attraverso un linguaggio che ne sappia raccontare risvolti fino ad allora impensati. Biografia e esperienza di genere del resto sono due dimensioni correlate ma non sovrapponibili. Rileggetele oggi Banti e Bellonci e vi accorgerete che questa operazione creativa e letteraria di inventarsi di sana pianta un linguaggio senza passato, ha sopperito in parte al tantissimo che ancora manca al racconto della grande storia.
Questo è un periodo in cui sto scrivendo poco e sto leggendo molto. Un cane che si morde la coda, siccome non riesco a scrivere, leggo. Siccome leggo ogni ipotesi di scrittura evapora nella lettura perché leggere mi è sempre piaciuto di più di scrivere e forse mi viene pure meglio. Comunque è complice di questo momento anche la riorganizzazione della libreria della soffitta in cui scrivo e in cui tengo i libri miei. Leggo un po’ qua e un po’ là su web e anche libri recenti di cui si parla. Insomma mi aggiorno da lettrice e da lettrice a volte mi assale il dubbio che sia diventato un po’ troppo facile capire dove andrà a parare l’autrice o l’autore che mi capita di leggere. Capita che tra tutto il rimasticato, tra tutto lo stesso ma altrimenti detto che autrici e autori si rimpallano di pagina in pagina, di schermo in schermo, di post in post finisci per annuire intanto che leggi solo perché ci ritrovi quello che già hai sentito da qualche parte ma non ti ricordi dove. Eppure ci sono casi in cui servirebbe più tempo, un tempo che non c’è più per cogliere fino in fondo la rivelazione di un linguaggio quando è davvero fuori dalle righe. Ad esempio riorganizzando le edizioni Einaudi mi sono trovata in mano un libro che mi è stato regalato una ventina di anni fa e ho iniziato a leggerlo perché ieri era sabato e il libro era breve. Trovando delle sottolineature ho scoperto che allora l’avevo già letto e totalmente rimosso. Non mi ricordavo nulla, tanto che senza leggere la quarta di copertina che spoilera spudoratamente la trama, le prime dieci pagine che contengono la descrizione di una coppia, moglie e marito, mentre fanno colazione mi sono parse noiose. Si tratta di Body Art di Don Delillo. Dopo la colazione dei coniugi mi sono costretta a continuare a leggere, perché comunque non c’era niente di rimasticato in quella descrizione e si capiva che non c’era nessuna paura da parte dell’autore che la lentezza inabissante di quella descrizione iniziale facesse naufragare l’attenzione di lettrici e lettori. Allora mi sono ricordata perché me lo sono fatto regalare quel libro. Me lo feci regalare perché il fulcro della trama è il lutto. Ci sono dei libri la cui chiave di lettura è una frase, nascosta tra le righe, Body Art è uno di questi. La frase è la seguente:
Ci volevano parecchi livelli di percezione. Ci voleva l’intera storia sociale di come le persone ascoltano quello che dicono le altre persone.
Questo lo si legge a pagina 39 mentre a pagina 21 Delillo aveva lasciato cadere come se niente fosse una roba così:
Tutto è lento e bianco e esangue e tutto accade intorno al verbo sembrare.
Insomma qualora tu non capissi dove vuole andare a parare, come non lo avevo capito io anche spazientendomi che se non fosse stato sabato avrei mollato il libro, Delillo ti dice cosa sta facendo con sconcertante precisione nel metodo e nel merito, in un libro di poche pagine in cui un romanziere sonda il confine tra racconto, poesia e esoterismo. Il punto di contatto tra l’estrema periferia del sembrare e il nucleo infuocato del sentire, diventano linguaggio, un linguaggio in cui fatichi a raccapezzarti perché non l’hai mai sentito prima, perché non l’hai letto da nessuna altra parte, pur capendo che in quello che stai leggendo c’è chi resta e chi non è più che in qualche modo si guardano e si toccano. Certo bisogna darsi tempo, avere pazienza e credo anche essere innamorati dei termini poco rassicuranti in cui la poesia ferisce la realtà e la penetra per capire questo libro di Delillo. Ecco adesso vi voglio dire questo. Non è che io voglio sempre tornare a Vitaliano Trevisan perché ne sono ossessionata, o forse sì, ma con 7 pagine cioè da pagina 5 a pagina 12 diTristissimi giardini, Trevisan mette in guardia dal perdere quella pazienza e la qualità del tempo necessaria a davvero leggere. In mancanza di questo la realtà dissolve in un delirio di interpretazioni che più che altro delineano un’estetica risaputa di chi scrive come se fosse il racconto più interessante del mondo. Perché? Perché è tutta roba che rincoglionisce allo stesso modo chi la scrive e chi la legge soprattutto quando ha successo. E più ha successo più chi scrive si convince a ottimizzare quel rincoglionimento generale fino a farne un format sempre più efficacie. Proprio di fronte a questo format quando lo chiamano letteratura, finisci per annuire e capire tutto nel tempo breve che ti dai per leggere tra una cosa e l’altra. Ecco volevo dire che a me Body art mi ha fatto un grande favore, mi ha ricordato come leggevo e quello che leggevo e mi ha messo paura che abbia potuto dimenticarlo come qualcosa che invece non sono mai stata capace a fare.
Il 23 dicembre del 2021 moriva #JoanDidion. Ma oggi non vi voglio parlare della sua vita o della sua morte. Vi voglio parlare di un discorso che Didion tenne nel 1975 per l’apertura di un anno accademico come tanti, a un gruppo di studenti come tanti. Un discorso molto citato negli anni ma smarrito nella sua interezza per poi essere ritrovato e giudicato uno dei migliori discorsi di sempre. A leggerlo oggi dopo aver letto Da dove vengo. Un’autobiografia si capisce come già allora Didion fosse conscia della necessità di avere uno sguardo critico sull’eredità sociale che pesava su di lei e che inevitabilmente sarebbe pesata sulle scelte di quelle ragazze e di quei ragazzi che iniziavano il loro anno di studi. Tutte persone che sarebbero state definite dalle scelte culturali della propria epoca così come Didion si sentiva tenuta in quel momento a smascherare, a partire dalle proprie illusioni, tutte quelle dinamiche che si sostituiscono a uno sguardo perennemente e faticosamente indagatore sulle cose. In quel discorso memorabile Didion disse più o meno che come scrittrice aveva dovuto lottare per tutta la vita contro le sue proprie incomprensioni, le false idee, le percezioni distorte della realtà, consapevole che lo sguardo di ciascuno vive di questo tipo di distorsioni sempre. Distorsioni su cui bisogna lavorare duramente, rendersi infelici, rinunciare alle idee che ci mettono a nostro agio. Per capirci: le idee che ci fanno sentire al sicuro perché largamente condivise da fazioni riconoscibili. Per Didion la realtà sociale non ha in sé niente di relativo, di simbolico, di ideale. È proprio questo assunto che fa capire quanto siano guai quando ci si affida alle suggestioni della comunicazione che finge interpretazioni funzionali ai vari contesti, sviando dalla brutalità vera che è quella delle cose che staranno pure in basso ma comunque stanno alla base di tutto. Ho trascorso tutta la mia vita adulta, scrive Didion, in uno stato di profondo shock culturale. Tutti noi distorciamo ciò che vediamo per mille motivi che stanno nell’umano. A quegli studenti Didion disse proprio così: non avviene a tutti, non avviene subito di iniziare a vivere davvero nel mondo. Le idee paralizzano la possibilità di vivere davvero, i linguaggi esclusivamente ripiegati sulle idee, annichiliscono. A questo che è uno shock culturale, Didion attribuisce la mancata responsabilità di saper guardare alla propria provenienza sociale inquadrandola nella storia del proprio Paese. Nella sua autobiografia riprende esattamente questo tema, Da dove vengo raccontaquesta fatica bifronte: da una parte il disincanto rispetto alla favola della propria venuta al mondo e dall’altra l’assenso a riformulare la storia di quella venuta mettendola a contatto con il mondo reale dal momento in cui si aprono gli occhi e si guarda quello che c’è, senza farsi vincere dalla tentazione di distogliere lo sguardo. C’è una realtà oggettiva, diceva Didion, c’è una realtà sociale oggettiva, è di quella che ti devi fidare. Concludo con una citazione lontanissima da Didion ma che traduce all’oggi il senso di quel famoso discorso: le classi sociali esistono oggi più che mai, ma sono state tolte dalla lingua e di conseguenza anche dall’immaginario (da qui ). Ancora #VitalianoTrevisan che si incrocia con Didion, due che si sono sicuramente resi infelici inventando storie in copia carbone di quella realtà sociale che già in America nel settantacinque, sembrava non avesse più un linguaggio che inventando la realtà, potesse davvero renderla. Ammesso che la resa della realtà sociale una volta espulsa dall’immaginario sia ancora di un qualche interesse per chi scrive e per chi legge.
Quest’anno trascorso ho letto qualche romanzo in più scritto da uomini bianchi e italiani su per giù della mia generazione. Non so se ne abbia letti più del necessario ma tant’è. Preferisco quelli scritti da donne comunque. Come sa chi ha letto qualcosa che ho scritto negli anni, secondo me la differenza di genere nella composizione di una storia inventata c’è, e quasi sempre, dove la trovo, è lì che il libro mi piace di più, anche se la storia non è perfetta. Ma a volte la differenza che fa l’autenticità cioè la rivelazione che si può trovare in un romanzo, non sta tanto nella differenza di genere ma sta nelle sbavature, nell’ imperfezione o meglio nella serena indifferenza per quel meccanismo di precisione costituito da regole da rispettare per far piacere e vendere una storia. Un po’ di compassione. Un po’ di questione di genere e sensibilità per la condizione femminile, i figli come emanazioni di sé stessi che si ha il diritto di avere o non avere. Di questi tempi sono temi necessari per tutti e tutte almeno come è necessario parlare di ambiente per astratto anche se con cifre alla mano. Quest’anno ho letto l’ultimo di #PaoloGiordano e l’ultimo di #NiccolòAmmaniti che in questi romanzi sono due scrittori di una precisione sconcertante e ho letto anche #PaoloCognetti che è meno preciso e infatti è l’unico della terna che mi sia rimasto. Quando ho riletto Le otto montagne dopo aver visto il film, mi è successo che ho sognato qualcosa che stava nel libro, come quando da ragazzina leggevo #Proust e sognavo quell’immensa e tremenda malattia che è l’adolescenza. Un’adolescenza come quella di tutti da cui è molto difficile guarire. Ammesso che dall’adolescenza si guarisca o invece, ci si riduca a crederci adulti soltanto per inerzia o necessità. Detto per inciso credo che sia proprio quell’adolescenza che ha portato Giordano e Ammaniti prima del grande successo degli ultimi libri a scrivere ai tempi del loro esordio dei romanzi densi e toccanti, molto meno perfetti di Tasmania e La vita intima. Allora ho letto anche La felicità del lupo sempre di Cognetti e ho capito perché questo autore mi ha smosso e tuttora mi smuove. È l’irrimediabile a colpirmi in fronte come lo zoccolo d’oro di #AldaMerini. Lo dice pure Cognetti in modo abbastanza esplicito a un certo punto de La felicità del lupo. Sarà da farci pace, dico con tutto ciò che è irrimediabile e imperfetto, per capire fino in fondo cos’è letteratura e cosa non lo è? Una irrimediabilità che rende i libri imperfetti arriva anche dal senso di sconfitta relativa al danno subito, o all’ineluttabile recidiva generazionale di quel danno che può rendere la scrittura un po’ inconcludente, meno concentrata sugli obiettivi a volte ma quasi sempre autentica. Questo genere di autenticità fuori dalle corde abituali è anche quella di certa scrittura femminile che non racconta storie di genere ma storie al modo della circostanza di uno svantaggio incalcolabile. Uno svantaggio biblico, storico, sociale, psichico, geografico o anche “solo” lavorativo è sempre uno svantaggio radicale che può solo tracimare dalla totalità del vissuto di una persona. E le svantaggiate è più facile che siano femmine, tutto qua. Mentre leggevo gli ultimi due libri di Giordano e Ammaniti li ho apprezzati molto, lo giuro. Questo finché non mi sono messa a rileggere #WalterSiti e ho capito perché dopo un po’ è stato come non averli letti i libri di quei due 1. Gli autori (maschi) bravissimi mi piacciono di meno delle scrittrici perché maturando ci sanno proprio fare a scrivere i romanzi 2. Il genio letterario con la bravura c’entra poco o niente, anzi mi sa proprio che è un deterrente, la bravura, se si vuole scrivere per davvero, e di tutti gli annessi e connessi chi se ne frega. Resistere non serve a niente è il manifesto dell’irrimediabilità. Tommaso è un protagonista senza scampo, ha un vissuto irrimediabile e lo sa benissimo mentre gioca tutte le sue carte. Resistere non serve a niente è uscito nel 2011, i social c’erano ma non erano ancora la condanna senza appello della quotidianità. La finanza, i poteri malavitosi, la televisione sono maneggiati da Siti con la cruda convinzione di restare con quello che c’è, fare quello che si può, senza lo specchietto colorato dei sentimenti che bisognerebbe avere. Senza propinare le lezioni che quelli bravi devono saper dare. Questo Siti che vinse il #PremioStrega (come Cognetti con Le otto montagne, Ammaniti con Come Dio comanda e Giordano con La solitudine dei numeri primi) non ci dice di resistere al male ma neanche al bene e con ciò spande da una storia inventata tutto un saper guardare e saper dire certe cose, come nessun altro potrebbe. L’irreparabilità in Resistere non serve a niente coincide con la crisi dell’economia occidentale, per dirla con #GianluigiSimonetti in Caccia allo Strega, colpisce non tanto e non solo il capitalismo postindustriale, quanto il modello di individuo nato con la modernità, inventore e depositario dei diritti dell’uomo. A dire come Siti l’inaudito che c’è nello scandalo quotidiano della realtà non ci si arriva seguendo regole conosciute. Poi l’anno scorso ho letto anche quasi tutto #VitalianoTrevisan e tutta #JoanDidion ma questi due per me sono come è la terra (dico la terra terra, quella che si infanga, gela e si spacca quando non piove e ti rende le mani uno schifo se ci traffichi tutti i giorni) dicono di me e di chiunque sappia leggerli davvero, al di là delle vite imperscrutabili e dei tempi e luoghi diversi in cui sono vissuti e vivono come persone pur sempre qualunque lettrice e lettori, scrittrici e scrittori. Sono come un posto senza via di fuga certi libri irrimediabili, come sono, forse, per Cognetti le sue montagne, che lo svantaggio di volerci stare e scriverle arriva al punto di scavalcare le categorie del sentimento, del genere e diventare inavvertitamente letteratura.
Il pathos non è un’emozione, tanto meno c’entra col mistero custodito in ciò che non sappiamo del presente. Piuttosto definisce la sospensione di un luogo e un tempo già vissuti, capaci di stabilire direttamente dal passato un contatto attuale con noi. Un contatto per questo motivo straniante. #Lafigliaoscura di #ElenaFerrante è il romanzo che più di tutti gli altri dell’autrice evoca questa eventualità. La trama che la voce di Leda, l’io narrante, dipana, riguarda una piccola comunità familiare di origine campana, stretta intorno al personaggio di Nina, una giovane e bellissima madre. Leda, la protagonista, incontra quella famiglia casualmente, perché tutti loro si trovano in un non precisato paesino della costa ionica per una vacanza. Da qui in poi l’autrice opera un cambiamento di prospettiva continuo che oscilla dall’introspezione di Leda a una visione introspettiva di quella piccola comunità cui in qualche oscuro modo Leda si sente di appartenere. Ma l’introspezione di una comunità di cui un componente, per necessità, virtù o sfortuna, si faccia carico, è un’operazione psichicamente complessa. Leda, evoluta, emancipata, coltissima, del tutto inaspettatamente si trova a condividere la spiaggia con un nucleo familiare in odore di camorra, molto simile a quello delle sue origini, e ciò la condurrà a una fatale dissociazione. Soprattutto Nina pare il ricettacolo di tutto ciò di cui a torto o a ragione Leda si sente priva. Sarà perciò Nina il fulcro psicologico che porterà Leda all’azione che sta al centro della trama di questo romanzo (dal Libro di tutti e di nessuno Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo p.176 ) Tanto per ricominciare vi volevo dire che se non l’avete ancora visto su #Netflix c’è La figlia oscura, tratto dal romanzo omonimo di Elena Ferrante, forse il più conturbante di tutti. Dato che il 2024 sarà l’anno della #serieTV #L’amicageniale4, la #befana in arrivo con il freddo può essere una buona occasione per mettervi comodi e farsi stranire ancora una volta da una trama ferrantiana prestata al cinema e sbalzata da #Napoli in #Grecia. Infallibile #OliviaColman. #DakotaJohnson sembra appena uscita dal set di #Cinquantasfumaturedigrigio ahimè e con l’enigmatica Nina c’entra poco. Ma a #MaggieGyllenhaal, la regista, perdonerò sempre tutto dopo che nel 2002 e’ stata #TheSecretary. Guardate il film e leggete e rileggete il libro e capirete come certa complessità Ferrante ve l’ha sempre messa sotto gli occhi facendola sembrare facile facile
È disponibile all’acquisto IL SEGNALE 125 cui ho partecipato sviluppando la traccia di seguito con un articolo Antagonismi e opposizioni di cui riporto l’incipit
Diciamo: le stagioni della vita. Una messa in campo del tempo, del suo trascorrere. E tuttavia, nel ricomporsi dei ricordi è poi lo spazio che agisce fortemente: città abitate, viaggi compiuti. La geografia si stringe al calendario, lo aiuta a definirsi. Per questo, lo sguardo di chi è stato nomade – di vocazione o di necessità – incontra, volgendosi indietro, il disegno di un labirinto.
(da Antonio Prete, «L’Immaginazione», n. 328, marzo/aprile 2022)
Antagonismi e opposizioni
di Viviana Scarinci
C’è chi funziona per associazioni, chi per logica, altri per analogia. Io funziono per antagonismi e contrapposizioni. Il nomadismo ad esempio mi fa pensare al mio giardino. Il muoversi e lo stare li penso come funzioni divergenti di un sistema organizzato nel tempo che qualcuno chiama storia, sebbene a questo tipo di storia creda poco. Il primo proprietario del mio giardino è stato il padre di mia nonna. La proprietà di questo scampolo di terra, a lui padrone da generazioni di nulla, fu donato dalla municipalità la quale, a sua volta, aveva ricevuto la donazione da un nobile latifondista. Per acquistare IL SEGNALE 125
Oggi apriamo una parentesi. A volte la diaria si è data il compito di presentare un libro non deperibile o di realizzare un’intervista a qualche autrice il cui libro appena uscito, faccia pensare a una persistenza e a una necessità espressiva o di ricerca che potrebbero fare di quel libro qualcosa che resti. È il caso de La madre sotto la pelle di Irene Bianchi edito da PM edizioni che è stato appena presentato alla casa della donna di Pisa. All’autrice ho chiesto della sua ricerca sul materno in Elena Ferrante e su alcune autrici italiane che sono chiamate a comporre una sorta di genealogia matrilineare come preludio letterario all’opera di Elena Ferrante ma anche ho chiesto del suo legame di studiosa con la casa della donna di Pisa. Buon ascolto.
Una cosa che mi piace davvero tanto quando mi trovo in un posto che non è il mio giardino, è andare nella prima libreria che mi capita e comprarmi un libro. Solitamente faccio così, mi aggiro cercando il titolo che vagamente ho sempre pensato che prima o poi mi sarei dovuta comprare, compro tutt’altro libro, e lascio lo scontrino tra le pagine, così mi ricordo giorno ora e luogo di quell’acquisto. Poi in una stanza non mia, sul treno, in aereo, in autobus inizio a leggere e quel libro diventa parte del posto in cui sono stata. Una volta che mi trovavo a Pisa per vedere Keith Haring al Palazzo blu sulla scia di quell’ebrezza ho addirittura fatto la follia di comprarmi in un solo colpo tre libri di Carlo Ginsburg, dilapidando le mie finanze e tirandomi a presso, fino all’ora del treno tutto quel peso. Qualche giorno fa mi trovavo felicemente a Milano con mia figlia per il Marrageddon . Arrivate in stazione centrale con un paio d’ore d’anticipo (in piena settimana della moda con i trasporti non si sa mai anche a Milano, dicono) ci siamo tuffate nella meravigliosa Feltrinelli della stazione. Tre piani di libreria in cui finalmente mi sono comprata un romanzo di Joan Didion che stava in fondo alla lista dei libri di Didion che prima o poi mi sarei dovuta comprare. Questo perché Didion è un’altra di quelle autrici che se vuoi imparare qualcosa sulla scrittura, te la devi leggere da cima a fondo. Blue Nights avevo deciso che sarebbe stato il prossimo libro che avrei preso e invece a Milano ho comprato Prendila così.
In piedi con lo zaino che mi pesava sulla spalla e la borsa a tracolla mi sono accorta subito che Prendila così ha un ritmo riconoscibile e ricorrente che appartiene alla poetica di Didion proprio perché fa parte in modo struggente della sua storia personale, e della sua origine come donna e come scrittrice. Per quanto la protagonista Ma-ra-ia, e non Maria, sia una donna completamente diversa dall’autrice che l’ha inventata. Ma-ra-ia è cresciuta a Silver Wells un posto sperduto, vinto al gioco da suo padre ma che ora non esiste più, dove sua madre dopo un incidente d’auto è stata mangiata dagli animali selvatici prima che fosse ritrovata. Molto carina Ma-ra-ia sembra che sia inevitabile che tenti la fortuna a Hollywood come attrice. Si sposa con un regista violento, mette al mondo una figlia malata. Fa un paio di film che guardano in pochi. Ma-ra-ia o Didion, questo non è chiaro, ci descrive un aborto clandestino holliwoodiano che la protagonista subisce in un modo che se leggete il libro non dimenticherete. Ma-ra-ia viene arrestata per furto d’auto e detenzione di stupefacenti. Nulla che c’entri con la biografia di Didion se non che Ma-ra-ia beve Coca-Cola sempre, anche per colazione, come Didion ha fatto per una vita. E per sopportare il modo in cui la tratta il mondo si chiude in un dolore tutto femminile che sembra una sorta di pensiero unico. Che sembra tanto una stanza sprangata, quanto una realtà verissima.
A un certo punto della notte si era trasferita in un mondo di sofferenza tutto femminile, e non aveva nulla da dire a Carter. p 51
Quando non ne può più di quella prigione Ma-ra-ia si mette in macchina e vaga senza meta per le autostrade tra Los Angeles, il deserto e Las Vegas. Come la leggenda Didion vuole che facesse anche l’autrice per tentare di smaltire tutti i suoi dolori.
L’altra cosa sconvolgente per me che vado sempre a cercare simmetrie anche astruse è come Didion ha strutturato il romanzo. All’inizio tre capitoli brevissimi o paragrafi che occupano lo spazio di una pagina in cui tre personaggi tra cui Ma-ra-ia parlano in prima persona da un punto zero, cioè la clinica psichiatrica in cui Ma-ra-ia alla fine, più che esservi rinchiusa, è l’unico posto in cui va volentieri. Poi è Didion narratrice tanto onnisciente da sembrare una Ma-ra-ia molto più lucida e in sé, a raccontare fatti che solo la protagonista può sapere. Tutto però infarcito qua e là da capitoli/paragrafi brevi talvolta in corsivo in cui Ma-ra-ia e altri personaggi dicono confusamente i loro pensieri astiosi sull’intera vicenda che culmina con un suicidio, giusto per non farsi mancare niente.
Tantissima roba insomma in un libro assai breve che però ti lascia dentro il caos. Un caos che sospetto sia il punto, per Didion. C’è una scena molto cinematografica che secondo me è un po’ la chiave dell’enigma, non per Ma-ra-ia che ormai è irrecuperabile ma per Didion. Ma-ra-ia parla con una sconosciuta che gestisce un bar la quale ha pena di lei e la invita a ‘casa’ sua, vive in una roulotte. Hai mai preso una decisione? Le chiede la sconosciuta. Così Didion ci fa sapere che no, Ma-ra-ia non sa proprio cosa sia prendere una decisione. Non lo sa perché il suo mondo originario di donna, ossia di figlia di sua madre e madre a sua volta di una figlia, non ha mai previsto nessuna azione sul frangente dell’autodeterminazione. Dove autodeterminazione non è recitare una parte che ti danno o che ti prendi. Non è recitare.
Vi fu un silenzio. Qualcosa di reale stava accadendo: ed era ne più ne meno la sua vita. Se riusciva a tenerselo bene in mente, avrebbe potuto recitare la parte fino in fondo, a fare la cosa giusta, qualsiasi cosa significasse. p. 36
Ma che cos’è la realtà? E che cos’è la realtà per chi scrive al fine di inventarsi il mondo di fuori e di dentro di un personaggio di cui nel mondo reale sarebbe impossibile sapere tutto? Didion con Prendila così ti fa capire questo scarto puramente letterario che fa il fascino esistenziale di un invenzione narrativa puramente femminile. La realtà quanto cambia a secondo non del genere che si ha ma dell’esperienza più o meno consapevole di come quel genere abbia determinato giorno dopo giorno il nostro senso della realtà? Ma non solo. Anche di come il mondo senza averne l’aria si regola sempre sulla base del genere cui presumibilmente noi apparteniamo. E tutto ciò avviene sempre, comunque e a prescindere da come ci sentiamo. In Prendila così c’è il mondo come si regola con Ma-ra-ia che è non più giovanissima per i criteri di Hollywood, non ha avuto successo e quindi è da evitare come la peste perché infettata dal temibile virus del fallimento, ha un corpo femminile che la stessa Ma-ra-ia non comprende di dover strumentalizzare come le è richiesto in modo congruo anche per se stessa. Ma-ra-ia non lo comprende il suo corpo per come lo vive il mondo che la circonda e anche non si accorge che quel corpo è qualcosa che le appartiene. Il corpo di Ma-ra-ia semplicemente non c’è perché il lutto e il dolore legati alla terribile morte della madre e alla malattia della figlia hanno straziato i suoi pensieri in un modo irreversibile.
Arrivato in Italia solo nel 2014 Play it as it lays fu pubblicato negli Stati Uniti nel 1970 ed è impressionante come i sintomi relativi all’assenza di corpo che vive Ma-ra-ia si rifanno a un discorso che lega il femminile alla negazione o all’accettazione della propria genealogia matrilineare.
L’ordine simbolico della lingua materna è la capacità di tenere insieme corpo e parole, è l’esperienza che facciamo prima del linguaggio e il linguaggio che impariamo dalla nascita per realizzare con noi stessi quell’emozione abissale che ci da la prima relazione che si possa avere, quella con la madre o con chiunque ne faccia le veci. Questo determina la realtà di chiunque abbia un genere sessuale qualunque. Oggi possiamo dirlo, non è solo il riferimento conscio a un ordine simbolico piuttosto che a un altro che determina le differenze quando si scrive. Se per realtà chi scrive intende un luogo interiore vicino alla propria lingua madre, cioè quella che impariamo per capire la nostra unicità e per farla capire agli altri, e non un sistema arbitrario di segni costituito da regole inamovibili.
Dunque Ma-ra-ia con la sua apparente indifferenza, la sua mancanza di corpo e di parole, l’impossibilità di decidere e anche lo sua sfortuna e la sua fragilità è figlia più che mai di un giocatore d’azzardo e di una madre divorata dalle circostanze. Non saprei dire se con il senno di poi, oggi possa essere più facile leggere un romanzo come questo in questo modo. Però leggendo ancora una volta Joan Didion si resta consolate dall’evidenza di un genio narrativo femminile la cui immaginazione si staglia al di sopra della sua epoca proprio perché è restata confidente nel cercare le proprie parole dove sono sempre mancate cioè dentro una ferita originaria che resta per tutte e tutti la stessa.
preṡuntuóso che presume troppo di sé, che si reputa superiore a ciò che realmente è, che ha un’opinione eccessiva delle proprie doti, delle proprie capacità. Ma siamo sicure che presuntuosa sia solo il femminile di presuntuoso?
Perché forse la presunzione è soltanto uno stato d’animo, una variabile che cambia a secondo del posizionamento presunto o manifesto che si crede di avere e che genera inevitabilmente un’opinione che condiziona tutto attraverso le raccomandazioni, le ricette ma anche le esortazioni o dissuasioni che il mondo ci recapita a partire da quella che è solo un’opinione.
La novità è che Diaria libri non deperibili, oltre che su Spotify, Amazon e Apple podcast da ottobre sbarcherà anche su YouTube. Ma veniamo al sodo. I libri non deperibili di questa puntata sono Perché scrivo, di Joan Didion per il Saggiatore, l’immancabile I margini e il dettato di Elena Ferrante edizioni E/O, e ancora e sempre L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro. La parola chiave che è anche il titolo di questo episodio è Presuntuose.
Lavora smart.
Dopo la pausa estiva e una necessaria riorganizzazione dei contenuti torna Diaria Podcast
Lavora sodo.
Gli ultimi articoli pubblicati sulla Diaria da settembre sono stati tantissimo letti. Grazie!
Presuntuose.
Da ora in poi saremo su ancora più canali compreso YouTube
Del giardino mi piace soprattutto quanto sia vicino all’imponderabile, a quel punto ineffabile in cui natura e cultura, fisica e metafisica, tangibile e simbolico coabitano in un tempo che è dentro e fuori le cose. Un tempo pieno di sorprese. Non ponderabile significa non misurabile ma non per questo inesistente. In passato quando il colore, la luce, il calore, l’elettricità, il magnetismo non erano misurabili venivano chiamati fluidi imponderabili perché ciò che era colorato, illuminato, riscaldato, elettrizzato cambiava stato ma non variava di peso. Imponderabili oggi sono, anche secondo il vocabolario, quegli avvenimenti la cui natura sfugge al controllo e a una definizione precisa pur producendo effetti evidenti.
Qualche giorno fa ho potuto dedicare una giornata intera alla preparazione del giardino all’autunno, la mia stagione preferita. Facendo un’ispezione un po’ più approfondita del solito ho trovato in un angolo nascosto una petunia bianca, nata spontaneamente e arrivata da chissà dove. A torto non ho mai amato le petunie, non le ho mai comprate e sono sicura che questa piantina con due enormi fiori bianchi sia arrivata con prepotenza dal cielo a fiorire dove è fiorita proprio adesso perché c’è un motivo. Un motivo imponderabile ma non per questo meno vero del fatto che qualche uccello, uno qualunque delle varietà che sono padrone del giardino, ha portato il seme della petunia in un posto in cui prima quel fiore non c’era. Se non ce lo ha portato il vento.
Petunia Addams che nella selva dei suoi capelli nasconde Mano, Petunia Evans Dursley, sorella della mamma di Harry Potter, che odia il nipote perché è gelosa fin da piccola delle capacità magiche di sua sorella Lily. Petunia è un nome da personaggia fiabesca e controversa come in effetti controverso è il significato del fiore. La petunia simboleggia un amore nascosto ma tuttavia confessato. E soprattutto simboleggia collera e risentimento, la stessa che ha ispirato la penna di J. K. Rowling a inventarsi una zia Petunia che è come un’erba cattiva ma che pure produce fiori enormi e di grande bellezza.
Nell’antichità la lettura simbolica dell’universo spettava a tutti. Era un insieme di saperi lontani dall’essere codificati, misurati, lontani anche da un unico linguaggio ammesso per descriverli o da un èlite erudita deputata a decifrarli. Le credenze e i saperi, i materiali e i simboli che questi rappresentavano si mescolavano come semi differenti alla paura e all’amore per l’ignoto che la terra rappresentava. Così poteva capitare che anche il pittore medievale più straordinario, quello le cui immagini fossero più vicine di tutte alla poesia costituita dall’esistenza del suo tempo, credesse che un colore, una volta preparato dovesse stare a riposo per tre giorni o nove mesi. Tre giorni come la resurrezione, nove mesi come una gravidanza.
Perché una petunia bianca spunta spontaneamente proprio in questi giorni nel mio giardino che si può anche dire che è il mio habitat? Dove habitat si intende come posto le cui caratteristiche consentono una qualità della vita che diminuisce o aumenta in base ai cambiamenti climatici e agli agenti economici, sociali e demografici che rendono i luoghi vivibili o invivibili.
Ho sempre creduto più nell’imponderabile che negli stereotipi anche se pure questi hanno molto da raccontare su cose e persone. Ci ho creduto attraverso scelte di vita anche radicali, come quella che oggi si definisce ecofemminista. Gli ecofemminismi (su Il lavoro culturale ne ho scritto qui su Diaria qui e qui) sono movimenti che vivono di un nesso imponderabile ma tremendamente reale tra principio femminile, principio animale e ambiente. La criticità che mette a rischio questi principi così delicati è la loro subordinazione. Il power-over power come sistema che si dà nella quotidianità di ciascuno ossia ciò che viene perpetrato da soggetti classificati in categorie di rango superiore, sui soggetti classificati in categorie di rango inferiore.
Mi metto a raccogliere informazioni sulla petunia perché senz’altro il suo arrivo inatteso che in questi giorni mia ha già detto molto, potrebbe ancora volermi dire qualcosa. Anche perché credo che per provare a saperne di più servano a volte formule magiche che nascono a metà strada tra superstizione e sincronicità, come del resto ci credeva Jung, senza essere uno stregone, già dal 1950 a quello che definì come principio dei nessi acausali. Cioè al legame di eventi lontani geograficamente e anche storicamente che avvengono in una qualche contemporaneità esprimendo così una connessione tra loro che non è casuale. Eventi che influiscono tra loro solo perché appartengono allo stesso contesto di significato, un significato che può essere tanto simbolico quanto materiale. Così trovo una storia bellissima e meravigliosamente vera di cui la protagonista assoluta è proprio la petunia bianca.
La petunia negli anni Novanta è diventata l’organismo di elezione per studiare le interazioni e regolazione dei geni umani con i suoi almeno 35 geni che sono noti influenzarne il colore. Ma c’è di più. Da una petunia bianca nacque l’RNA interference ossia la scoperta che promette di battere tumori, virus come quelli dell’HIV e Alzheimer. Nel 2006 Andrew Z. Fire e Craig C. Mellodue ricercatori americani furono insigniti del Premio Nobel per il loro studi sul meccanismo mediante il quale alcuni frammenti di RNA a doppio filamento sono in grado di interferire e spegnere l’espressione di alcuni geni. Nella motivazione per l’assegnazione del premio fu sottolineato che i due ricercatori avevano scoperto un processo fondamentale per il controllo della trasmissione delle informazioni genetiche. L’effetto RNA interference era stato osservato per la prima volta in alcune piante di petunia nelle quali era stato inserito un transgene responsabile della pigmentazione dei fiori per ottenere petunie più scure. Pensate che c’è chi dice che per far cambiare il colore alle petunie è sufficiente innaffiarle con la birra. Ma il risultato davvero sorprendente in laboratorio fu però che le petunie non presentavano un colore più scuro ma risultavano screziate e qualcuna di queste era completamente bianca. Durante gli esperimenti si era ottenuto quindi una ridotta espressione sia del gene endogeno che del transgene introdotto nella pianta per cui si ipotizzò che c’era stato qualcosa che avesse spento o reso inattivo il gene responsabile del colore della petunia. Questo fenomeno va sotto il nome di silenziamento genetico post trascrizionale che però probabilmente richiama un meccanismo molto antico di difesa contro le infezioni da virus a RNA di cui a quanto pare la petunia è una veterana.
Nomen omen dicevano gli antichi romani intendendo che i nomi fossero un presagio o un destino. Se Rowling non avesse creduto al significato negativo della petunia, un monumento del fantasy come Harry Potter avrebbe perso un pezzo fondamentale della sua trama come quello della collera di zia Petunia per sempre gelosa di sua sorella. Per me voglio credere che la petunia bianca invece che collera sia piovuta dal cielo per significare una storia il cui candore del fiore sia il monumento minuscolo a una meccanica antica e silenziosa che la natura, nonostante l’essere umano, non smette di inventarsi per preservare l’equilibrio di un habitat.
Bisogna sempre chiederselo perché scriviamo. Da Joan Didion a Elena Ferrante solo per dirne due, la presunzione, ovvero l’assertività che ci vuole per mettersi a inventare storie affinché qualcuno abbia voglia di leggerle, è certa anzi e è confessata come una colpa. L’ha scritto in più occasioni Ferrante sottolineando che forse non è il punto se un libro faccia letteratura o si rivolga al mercato come un prodotto. È semplicemente che si devono usare tutti i mezzi a nostra disposizione per dare a chi legge il piacere di credere che il mondo somigli davvero a quello che l’autrice si è inventata per sedurlo. L’evidente verve seduttiva nel caso della scrittura di Didion e Ferrante però non c’entra niente con la teoria letteraria, con le scuole di scrittura e di sceneggiatura e con le master class di filosofia e di traduzione. E neanche con i selfie.
Didion poi dice più o meno così in un saggio intitolato Perché scrivo: se avesse saputo usare il pensiero secondo le regole, e non le immagini più periferiche che le venivano in mente come le uniche che le potessero dare il coraggio di inventare una storia che prima non esisteva, non sarebbe stata una scrittrice. Ferrante ne I margini e il dettato dice che scrivere è puro tentare la sorte e che una scrittura è vera quando chi scrive non sa in anticipo dove andrà a parare. Non per niente una parte della poetica di Ferrante si gioca sul baratro che si schiude tra le idee professate e la loro disfatta quando diventano relazioni tra persone.
Da quest’ottica sembra avere più chance di scrivere qualcosa che somigli alla verità chi brancola nella fisica dell’esistenza con qualche presunzione di voler comunque farne un racconto. Sono d’accordo che sia un desiderio più vero quello di scrivere qualcosa inciampando su un comodino in una notte senza luna piuttosto che elettrificando i confini di una stanza tutta per sé. Pensate se Virginia Woolf non ci avesse costrette a credere da prestissimo che la disparità parte dalle mura che ospitano tutte le relazioni, nessuna esclusa, molto prima di tutte le speculazioni sulle disuguaglianze e le differenze di genere. Per non parlare di quanto c’è da sentirsi grate che due grandi autrici come Didion e Ferrante abbiano sempre difeso la scelta di usare la sintassi a orecchio e l’immaginazione con la presunzione di farci credere in un mondo inventato ma più riconoscibile di quello reale proprio perché fa a cazzotti dalla prima all’ultima parola con il mondo delle idee.
Una volta confesso che anche io subivo il fascino delle teorie. Avevo incontrato i femminismi e questi mi avevano insegnato una cosa che non ho mai dimenticato e in cui credo ancora: essere una scrittrice è molto diverso dall’essere uno scrittore. Questa diversità, senza andare troppo a disturbare la filosofia, è una evidenza di una portata storica e sociale esorbitante. Un genocidio quello di tutte le scrittrici mai nate per non essere state presuntuose abbastanza da immaginarsi nell’atto di scrivere quando tutto remava contro. A quell’epoca della mia vita in cui ancora credevo nell’autorevolezza di chi fa teoria, leggendo, mi capitò di trovare un saggio introduttivo a un grande romanzo di un altrettanto grande narratore italiano del Novecento. In quel testo un prefatore diceva che bisogna chiedersi sempre come e perché adottiamo la parola scritta. Da allora non è passato un giorno senza che non mi sia chiesta quel perché. Quel prefatore continuava dando la sua risposta: la dobbiamo adottare come produzione di un’opera che possa dirsi letteraria. Mi figuro la stessa persona oggi, a distanza di anni, rispondere aprendo malinconicamente le braccia: la parola scritta adesso dobbiamo adottarla come produzione di un’opera che possa dirsi di consumo.
Quindi perché bisogna scrivere romanzi senza troppo preoccuparsi del confine tra letteratura e consumo? E neanche dei trends al cui bacino di followers si possa attingere per rassicurare editori titubanti. Magari soltanto perché hai voglia di variare schemi e immagini che liberino più facilmente quel residuo chiamato poesia. Sempre Woolf proprio in Una stanza tutta per sé scriveva che si scoprono strani mostri leggendo prima gli storici e poi i poeti ma che questi mostri per quanto sia divertente immaginarseli, nella realtà non esistono. Per far vivere la scrittura bisogna pensare poeticamente e prosaicamente allo stesso tempo, senza perdere mai il contatto con la realtà. Grazie Virginia Woolf. Alla teoria manca spesso la terra sotto i piedi? La letteratura non si vende? I romanzi di consumo sono più chiacchierati che letti sul serio? Presuntuose ecco cosa bisogna essere. Così presuntuose da essere ancora più convinte nello scrivere i romanzi che abbiamo in mente specie quando le relazioni che sempre si trasformano in vita e scrittura, a volte si rivelano tanto scontate da accontentarsi di essere convenienti.
Di seguito la lettera del 5 settembre 2023 con la quale rendo effettive le mie dimissioni dal direttivo della Società delle Letterate
Mie care colleghe del direttivo,
vi scrivo per presentare formalmente le mie dimissioni con effetto immediato. Sono venute meno il tempo, le energie e le motivazioni interiori per una collaborazione costruttiva con la Società delle letterate. Pertanto da ora non mi è più possibile svolgere le mansioni di cui mi sono fatta carico con perizia anche tecnica, coscienza e sacrificio del mio tempo per due direttivi, ossia la gestione del sito, l’indirizzo della redazione del sito, Twitter, Nina Podcast, la rubrica Messaggi nella bottiglia e in tutta evidenza la mia collaborazione e la mia relazione per il convegno di dicembre 2023. Un saluto.
In questa puntata agostana di Nina parlerò con Silvana Carotenuto del profilo di un’intellettuale carismatica e generosa come Lidia Curti, dei femminismi che guardano al futuro attraverso una raccolta di lavori saggistici intitolata Femminismi futuri, edita da Iacobelli. Ma parleremo anche di ecofemminismo toccando un’altra pubblicazione imprescindibile come Cosmopoetiche edita da Unior press, che fa dell’ecologia e dell’arte femministe necessità e chiave di lettura del presente.
Silvana Carotenuto è professoressa ordinaria presso l’Università di Napoli “L’Orientale” dove insegna Letteratura Contemporanea di Lingua Inglese, e dirige il Centro di Studi Postcoloniali e di Genere (CSPG). I suoi campi d’interesse sono: la decostruzione, l’écriture feminine, gli studi culturali, postcoloniali e visuali. È responsabile del gruppo di ricerca M.A.M. e dell’archivio digitale “Matriarchivio del Mediterraneo”
NINA è il podcast della Società Italiana delle Letterate ideato e organizzato da Anna Toscano e Viviana Scarinci. Ogni mese una puntata nuova che poi potrete scaricare e tenere con voi per ascoltarla e riascoltarla quando volete a partire da Spotify, Audible di AmazonGoogle podcast e altre piattaforme in cui l’ascolto è completamente libero da abbonamenti vincolanti.
Qualche tempo fa dei gentiluomini mi hanno chiesto una breve prosa sul nomadismo. Pensandoci un po’ ne è venuto un piccolo racconto sulla genealogia del mio giardino cui di tanto in tanto mi viene da aggiungere un paragrafo anche se quel brano commissionato è arrivato a destinazione già da tempo.
Il mio giardino come i miei cani e dopo i miei figli, incarna un assoluto per me, un amore intenso e reale di cui non smetterei mai di parlare e di scrivere. Ad esempio, ora il giardino nel pieno dell’estate riserva delle sorprese floreali ancora più interessanti di quelle primaverili. Maria Zambrano in un brano crudele e bellissimo intitolato Il dio dell’estate parla del fuoco divoratore che nelle mani dei piromani insiste sull’ineluttabilità del lutto che la fine dell’estate rappresenta. Certo d’estate le fioriture non te le aspetti troppo fresche e intense come quelle che produce la temperatura primaverile, esprimendo il ritorno inarrestabile della vita. Tanto meno te le aspetti da una pianta piena di spine i cui fiori che possono essere tantissimi, a volte fino a ricoprirla quasi completamente, bilanciano l’aspetto respingente del fusto spinoso che la caratterizza durante il resto dell’anno. Il nome della pianta che fiorisce con un fiore così minuzioso da far pensare all’altissima risoluzione necessaria ai visual designer, è di derivazione greca: “nòtos” significa meridionale. Neanche mi ricordo quando fu piantata nella parte più aspra del mio giardino dove ad agosto la canicola non dà tregua dal mattino fino al tramonto. C’è da sempre e fiorisce quando più quando meno, tutte le estati malgrado negli anni si sia mantenuta piccolina ma tenace.
Il Notocactus Magnificus è una pianta grassa comune che sta bene in un interno ma dà il meglio di sé all’aperto. Il suo soprannome pure a un che di enfatico, Parodia Magnifica. Questa mia ha una tinta che nella tavolozza di un pittore rinascimentale si chiamerebbe Giallorino. La Parodia ha origine nell’America del Sud, in particolare in Brasile e mi ricorda che tanto tempo fa quando il colore per dipingere e tingere le stoffe non era ancora chimico, bisognava ricavarlo dal mondo minerale, ossia dalla terra, dal mondo animale e dal mondo vegetale per quello che se ne avesse a portata di mano. Il colore, perciò, incarnava la qualità endemica e la provenienza di un artefatto o di un prodotto naturale di cui definiva anche un senso e una preziosità che oggi appare desueta se non incomprensibile. Era il colore che manifestava con tutto il suo essere visibile la qualità di un luogo e un tempo irripetibili di cui, andava da sé che come volevano gli antichi romani, portasse anche il nome come fosse un destino.
Questa puntata di Nina è dedicata a Felicitas Hoppe, classe 1960, romanziera tedesca contemporanea di grande spessore e alla sua traduttrice italiana. Infatti Nina rivolgerà due domande a Anna Maria Curci, traduttrice dal tedesco di Hoppe per frugare un po’ dentro la sua cassetta degli attrezzi.
NINA è il podcast della Società Italiana delle Letterate ideato e organizzato da Anna Toscano e Viviana Scarinci. Ogni mese una puntata nuova che poi potrete scaricare e tenere con voi per ascoltarla e riascoltarla quando volete a partire da Spotify, Audible di AmazonGoogle podcast e altre piattaforme in cui l’ascolto è completamente libero da abbonamenti vincolanti.
In questa puntata di Diaria podcast libri non deperibili Elena Ferrante e Alice Sebold sono due scrittrici a confronto sul fronte della trascendenza. L’altra trascendeza, quella che passando per il tremendo, tocca il cuore dell’esperienza originaria femminile. I libri non deperibili di questo episodio sono Amabili resti,Lucky, La quasi luna tutti di Alice Sebold. Diaria podcast entra in pausa estiva. Questa terza stagione come le precedenti può essere ascoltata su Spotify, Apple podcast, Amazon Music e su tutte le principali piattaforme di diffusione di contenuti audio. Grazie a tutte e tutti che avete ascoltato fin qui. A presto!
Questa puntata di Diaria podcast è dedicata interamente all’intervista. Dopo aver segnalato nella precedente puntata come libri non deperibili Eroine e Lila in questa abbiamo chiesto all’autrice di questi due saggi, Marina Pierri, qualcosa che riguarda Elena Ferrante – Lila è il saggio che Pierri dedica interamente a Raffaella Cerullo che insieme a Elena Greco è l’indimenticabile protagonista de L’amica geniale. Ma abbiamo chiesto anche qualcosa che riguarda la scrittura dei personaggi femminili nell’ambito della fiction e del romanzo.
In questa terza puntata di Diaria libri non deperibili parleremo di come la spettatorialità abbia cambiato il nostro modo di leggere e di fruire i contenuti. Ma parleremo anche di personagge e eroine e di come nel romanzo e nella fiction le reinterpretazioni di genere delle regole dello storytelling classico abbiano saputo e sappiano meglio guardare nel presente e al futuro di tutte e tutti. I libri non deperibili di questa puntata sono Il viaggio dell’eroina di Maureen Murdock, L’invenzione delle personagge a cura di Silvia Neonato, Roberta Mazzanti, Bia Sarasini, il nuovissimo Lila di Marina Pierri e l’indispensabile Eroine sempre di Pierri. Questa terza stagione come le precedenti può essere ascoltata su Spotify, Apple podcast, Amazon Music e su tutte le principali piattaforme di diffusione di contenuti audio.
A partire da La vita bugiarda degli adulti i temi di questa seconda puntata della terza stagione di Diaria podcast speciale libri non deperibili sono l’adolescenza come un periodo non solo della vita degli individui ma anche di intere epoche come se certi momenti storici avessero più di altri le caratteristiche di quel periodo un po’ folle, meraviglioso e pericoloso che precede la cosiddetta vita adulta. E ancora parleremo di bugie e di madri ma anche di padri e figlie. I libri non deperibili di cui ho parlato in questa seconda puntata sono L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro, La vergogna di Annie Ernaux e Lezioni di storia di Fernand Braudel. Buon ascolto!
A partire da La vita bugiarda degli adulti i temi di questa seconda puntata della terza stagione di Diaria podcast speciale libri non deperibili sono l’adolescenza come un periodo non solo della vita degli individui ma anche di intere epoche come se certi momenti storici avessero più di altri le caratteristiche di quel periodo un po’ folle, meraviglioso e pericoloso che precede la cosiddetta vita adulta. E ancora parleremo di bugie e di madri ma anche di padri e figlie. I libri non deperibili di cui ho parlato in questa seconda puntata sono L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro, La vergogna di Annie Ernaux e Lezioni di storia di Fernand Braudel.
Prima puntata della terza stagione di Diaria podcast speciale libri non deperibili. Dieci minuti sul sentimento della storia e la storia con la S maiuscola e se esista o meno un limite tra menzogna e verità quando raccontiamo e ci raccontano storie. Ma soprattutto vi parlerò di come un certo modo di essere Pop risulti più politico della politica se a praticare il genere è una grande scrittrice italiana. I libri non deperibili di cui ho parlato nella prima puntata della terza stagione di Diaria Podcast sono L’invenzione occasionaledi Elena Ferrante, Oltrecanone a cura di Anna Maria Crispino, Menzogna e sortilegio di Elsa Morante, Il mondo è sessuato di Geneviève Fraisse. Questa terza stagione come le precedenti può essere ascoltata su Spotify, Apple podcast, Amazon Music e su tutte le principali piattaforme di diffusione di contenuti audio.
Questa su Maria Occhipinti (1921-1996) è una delle puntate la cui realizzazione mi ha più emozionata. In questo episodio di Nina a parlare è Maria con l’autenticità di un senso civico che non ha mai ceduto alla faziosità delle militanze. Pensatrice libera e nomade, scrittrice e poeta siciliana di lei ce ne parlerà Marilena Licitra, figlia di Maria e testimone diretta della sua vita ricca, complicata, drammatica. Ci saranno anche due socie SIL a ragionare insieme dell’eredità di Maria Occhipinti per il femminismo italiano: Serena Todesco, critica letteraria e traduttrice, lei stessa siciliana ma nomade per scelta e per caso e la scrittrice femminista palermitana Gisella Modica, attenta e appassionata narratrice di storie di donne.
NINA è il podcast della Società Italiana delle Letterate ideato e organizzato da Anna Toscano e Viviana Scarinci. Ogni mese una puntata nuova che poi potrete scaricare e tenere con voi per ascoltarla e riascoltarla quando volete a partire da Spotify, Audible di AmazonGoogle podcast e altre piattaforme in cui l’ascolto è completamente libero da abbonamenti vincolanti.
Domenica 11 giugno arriverà la prima puntata di una nuova stagione dei podcast della Diaria per raccontare Elena Ferrante a partire da “Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo“. I romanzi di Ferrante saranno la cartina di tornasole per guardare ai libri scritti dalle donne, al femminismo per come lo intende Ferrante e soprattutto alle italiane che sono le vere protagoniste dell’opera monumentale dell’autrice invisibile.
Giovedì 15 giugno alle 17.30 Viviana Scarinci sarà ospite della Biblioteca Flaminia a Roma per raccontare Elena Ferrante a partire dal suo saggio “Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo“.
L’incontro – organizzato nell’ambito del progetto degli incontri SIL/Biblioteche ideati e organizzati da Elvira Federici (presidente SIL) – sarà moderato da Lilia Bellucci.
IL LIBRO Fenomeno tutto italiano ma diventato presto mondiale, l’opera di Elena Ferrante – autrice “invisibile” eppure sempre più presente nel dibattito culturale e letterario – rivela un universo complesso che mescola tradizione ed ipermodernità, realismo e immaginazione. Lavorando sulle relazioni e sulle sfumature, sul dicibile e l’indicibile delle vite dei suoi personaggi – soprattutto quelli femminili – sulla lingua e le architetture concrete e simboliche dei suoi romanzi, Ferrante ha trascinato la produzione letteraria italiana a firma femminile fuori da un cono d’ombra mettendola al centro della scena. Questa appassionante monografia – un lavoro critico che appare come imprescindibile per studiosi e appassionati, ma anche per semplici lettori e lettrici – segue i temi, le trame e il linguaggio dei romanzi, dall’Amore molesto alla quadrilogia dell’Amica geniale – anche in versione serial TV – e ancora fino al recentissimo La vita bugiarda degli adulti. Basato su un ricchissimo apparato bibliografico italiano e internazionale, e senza trascurare anche interviste e testi non narrativi di Ferrante, il volume ha il respiro e lo spessore sia di una accurata messa a punto del dibattito critico su un’autrice e i suoi testi, sia delle ragioni di un successo senza precedenti.
L’AUTRICE Poeta e saggista, Viviana Scarinci ha pubblicato Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante, ritratto letterario di Elena Ferrante tradotto da Ingrid Ickler (Launenweber, 2018) e l’e-book monografico Elena Ferrante (Doppiozero, 2014). Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Doppiozero, Il lavoro culturale, Nazione Indiana. Si occupa di Contemporanea Fondo Librario e di progetti per le scuole.
Questa rubrica è stata pensata per accompagnare lettrici e lettori del sito della Società Italiana delle letterate per sette mesi, sette come le componenti di questo direttivo uscente che si concluderà con il mese di dicembre 2023. Ogni quindici del mese la parola andrà a una di noi e saranno in questo caso parole animate dal desiderio di lasciare un segno del lavoro intenso che ha contraddistinto gli anni un po’ anomali ma molto interessanti della pandemia. Il primo messaggio in bottiglia è da parte mia, buona lettura
Il copyright dell’immagine di copertina è di Anna Toscano
Dalle socie del direttivo messaggi in bottiglia è una rubrica a cura di Viviana Scarinci
Sono al mio secondo direttivo quindi il mio compito in SIL per statuto finisce con dicembre 2023. La mia presenza nel primo direttivo è stata motivata non da una elezione, come è avvenuto per il secondo, ma per cooptazione essendosi creata l’esigenza di integrare la carica di una socia dimissionaria. Tuttavia il mio rapporto con SIL è un rapporto antico, difficile e bello come si può dire solo dei grandi amori. E si lega direi in modo intricato e strettissimo alla mia ricerca su Elena Ferrante iniziata ai tempi in cui questa scrittrice non era stata ancora tradotta e in Italia già la critica femminista sillina se ne occupava. Il mio primo intervento pubblico su Elena Ferrante, in termini di opportunità ma anche di condivisione di saperi lo devo a Bia Sarasini all’epoca direttrice di Letterate Magazine che del mio lungo articolo monografico ne fece un numero speciale della rivista digitale ora disponibile sul sito della SIL era dicembre del 2012.
Sono anche altri i debiti di riconoscenza che ho contratto con il lavoro delle socie della prima ora e delle fondatrici e anche con le socie più recenti informatissime dei contenuti complessi e poliedrici che si celano sotto la definizione di femminismi. Tuttavia credo che quella prima fiducia accordata da Bia Sarasini è stato il motivo per cui in questi due difficili direttivi ho deciso di perseverare prestando come alcune altre mie colleghe molto tempo e molto lavoro invisibile, nel mio caso attraverso la cura del sito della SIL e della gestione dei contenuti ad esso destinati. Ciò al fine di elaborare un sempre maggiore numero di possibilità di emersione per quella scrittura delle donne così facile da etichettare e in fondo poco conosciuta nei suoi aspetti peculiari e fondanti.
È per questo motivo e anche per cercare di immaginare una ulteriore modalità di comunicazione dei contenuti, degli stili e delle storie di certe scrittrici che con Anna Toscano abbiamo immaginato e poi realizzato Nina, il podcast della SIL predisponendone l’uscita su tutte le più importanti piattaforme di condivisione. Quelle che abbiamo proposto e continueremo a proporre sono quasi sempre autrici la cui fama purtroppo non è proporzionata all’importanza del ruolo che meriterebbero nell’ambito di uno studio critico davvero corredato di tutti gli strumenti necessari alla comprensione del loro fenomeno letterario.
Ho aperto simbolicamente la mia esperienza nel direttivo della SIL con la presentazione de Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo (Iacobelli) nell’ambito del convegno nazionale tenuto nel 2020 presso la casa internazionale delle donne di Roma. Altrettanto simbolicamente mi appresto a chiudere questa esperienza con la presentazione del libro nell’ambito di un progetto ideato e organizzato da Elvira Federici, presidente SIL, e Biblioteche di Roma presso la Biblioteca Flaminia a cura della direttrice Fiammetta Crivelli e con la moderazione di Lilia Bellucci il 15 giugno alle 17,30. Parleremo di Elena Ferrante ma anche della Società Italiana delle Letterate e del ruolo di ricerca, studio e promozione che questa istituzione ha saputo svolgere fin dalla sua fondazione, vi aspetto.
Questo testo è stato pubblicato sul sito della Società Italian delle Letterate il 15 maggio 2023
Ho caro il mio #giardino, scrive #PiaPera in quella che è la #Bibbia di tutte le amanti del #giardinoletterario arrivate al giardino non presto, come lei. Non perché sia il più bello ma perché come la volpe del #piccoloprincipe è stato apprivoise’, addomesticato. L’amo quindi, scrive Pia, non per le sue qualità intrinseche, ma perché ci apparteniamo. Oggi vi mostro un esemplare del giardino ornamentale. Nostro da un anno, piantato in terra due mesi fa. Malus duble rouge appartiene ad un genere botanico di 35 specie, una delle quali è il Malus domestica, i meli ‘da frutto’. Questo è quindi un melo comune rimpicciolito cui è stato esaltato l’aspetto ornamentale anche se le mele piccole come biglie rosso sangue sono commestibili. I Malus da fiore vengono utilizzati come esemplari singoli oppure in gruppi a scopo decorativo e si tratta di una pianta semipregiata è abbastanza costosa. Si allevano a cespuglio o ad alberello e vengono piantati in prati, parchi e viali. Noi ne abbiamo uno solitario, questo. Siccome non mi va più di legare la simbologia della mela al pomo della discordia e alla faccenda di #Eva, quando lo guardo, preferisco ricordarmi che il melo nella cultura celtica è simbolo di fertilità e di immortalità e il suo legno veniva usato per forgiare le bacchette magiche dei Druidi. Addirittura il nome della mitica #Avalon, isola britannica legata alla leggenda di #ReArtù, sembra derivi dal fatto che fosse ricca di alberi di melo, da qui il nome che significa Isola delle #Mele – Insula Pomorum.
Questa puntata del podcast NINA a cura Anna Toscano è dedicata a #GoliardaSapienza della quale, proprio oggi 10 maggio, ricorre il giorno della nascita. Abbiamo pensato di non mettere parole o discorsi per dire di lei, ma di lasciare tutto lo spazio alle sue parole. Così ascolterai le prime pagine dei libri di Sapienza dalla voce e dall’interpretazione di #VivianaNicodemo e #CristianaRaggi, attrici professioniste, #CeciliaGualazzini e #AnnaToscano, lettrici professioniste. Ascoltiamola!
NINA è il podcast della #SocietàItalianaLetterate ideato e organizzato da Anna Toscano e #VivianaScarinci. Ogni mese una puntata nuova che poi potrete scaricare e tenere con voi per ascoltarla e riascoltarla quando volete a partire da #Spotify, #Audible di #Amazon #Googlepodcast e altre piattaforme in cui l’ascolto è completamente libero da abbonamenti vincolanti.
Il compleanno e altre opere di Florinda Fusco dichiara già alcuni aspetti importanti della propria poetica da due fattori preliminari e fondamentali in un libro: il titolo e l’esergo. Il compleanno, è la stessa Fusco a osservarlo, è un avvenimento bifronte nella realtà di ciascuno. Da una parte si lega all’intimità e dall’altra alla società. Esistono due compleanni, quello interiore che con il ricorrere di una data segna il tempo del nostro stare al mondo e il compleanno esteriore quello dell’occasione di fare una festa insieme agli altri, dei regali pensati per la persona che viene festeggiata, degli oggetti dei quali ci si circonda durante un festeggiamento. L’esergo di questo compleanno bifronte annuncia l’indirizzo di indagine che orienta il libro: Io so bene che alla mia collana/ manca quel grano che voi chiamate padre. Collana, grano, padre sono parole che nella loro materialità, naturalità, carnalità premettono quello che è il motivo portante de Il compleanno ossia il continuo e ritmico rimbalzo dello sguardo dalle cose tangibili a una ricerca nel simbolico che muove da una specificità di tipo biologico. Nel padre mancante di ascendenza rosselliana dell’esergo è ben riconoscibile la caratteristica dominante di certa poesia del Novecento scritta da donne in cui l’addiopiù difficile a tutto ciò che rappresenta il padre mancante, sembra soprattutto necessario a una più fedele definizione del proprio corpo che la figlia possa dare a se stessa. È da questo autoritratto fatto tanto di chimica, parti di ossigeno e elio quanto di separazione genetica, genealogica,spaccatura di atomi cheFusco richiama gli oggetti, gli incontri e le scene che accadono nell’occasione di un festeggiamento bifronte: Vedo/gli invitati/come/da lenti/opache./I nostri corpi/si appiattiscono in una foto/di famiglia./Con/una grossa forbice ritaglio/il tavolo/e le figure attorno./Copro/la foto/con una macchia di inchiostro/blu/e l’attacco sull’album/di famiglia./ – Ci scrivo/sotto: intervallo dell’anima. Ho parlato esplicitamente di ritratto biologico perché la poeta indica attraverso un autoritratto in parole che è premessa di tutto il libro, il posizionamento da cui proferisce non solo le poesie de Il compleanno ma anche quelle delle altre tre raccolte che sono incluse in questa pubblicazione: Linee precedentemente edita da Zona nel 2001, Il libro delle madonne scure pubblicato da Mazzoli nel 2003 e La Signora con l’ermellino edita da Oèdipus nel 2009. Alla luce di questa e di altre pubblicazioni di Argo Libri va sottolineato l’importante ruolo di ricerca e riproposta che questa casa editrice no-profit compie nell’ambito della sperimentazione che troverebbe difficilmente modo di essere pubblicata altrimenti. La caratteristica che spicca al solo sfogliare le successive tre raccolte infatti, diversamente dalle poesie de Il Compleanno che si estendono sulla pagina in modo tradizionale, è la disposizione in orizzontale del campo che si offre alla scrittura su cui i testi si estendono con un senso della spazialità e una distanza tra i versi che tende a riempire la quasi totalità della superficie della pagina. Ne viene una sensazione di luogo ricolmo in cui la carnalità di molti sostantivi riconducibili al corpo, precisa il proprio luogo nello spazio della pagina scritta, come a volere decisamente indicare la propria materialità in un luogo inconsueto, rispondendo con ciò esclusivamente alla propria specificità tanto chimica quanto simbolica. Il Compleanno e altre opere può essere un occasione di poesia importante da leggere anche per via di un’autrice profondamente informata della scrittura delle donne nei termini di quel posizionamento bifronte di cui parla Sigrid Weigel ne La voce di Medusa: «se le donne entrano nella lingua/scrittura» trovando la postura che consente loro di uscire dal silenzio «se tentano di (de)scrivere l’esclusione dalle modalità di linguaggio e dalle tradizioni dominanti, allora devono assumere il luogo da cui si parla, dove sono sempre state descritte.» A Ginevra Lagasio Pesenti che all’interno della sua tesi di laurea interroga Fusco a riguardo la poeta infatti risponde: “La donna scrive col corpo. La donna fa nascere esseri umani col suo corpo. E anche quando scrive genera col suo corpo oltre che con la mente. Credo che sia una questione biologica. Generazione e corporeità”. L’altra opera di Florinda Fusco cui si può dare una lettura orientata a una ricerca identitaria di questo tipo è Thérèse edita da Polìmata nel 2011. In questo libro la poesia definisce la propria unicità biologica e umana esclusivamente per frammenti disomogenei. Fusco utilizza generi differenti come mezzi per una rappresentazione decolonizzata e straniante di una ricerca identitaria unica e molto ben focalizzata. L’esistenza di una vera Thérèse di pagina in pagina si fa liberatoria e indica che sempre possibile rappresentare la verità di una creatura, anche in un luogo e in un modo che non prevede la sua esistenza. Anche nel caso in cui l’unico campo ammesso per la rappresentazione letteraria, sociale e relazionale di quella creatura fosse quello dell’universo falogocentrico. Della protagonista abbiamo solo frammenti fatti di canti, tracce di spartiti, schegge di diari, oggetti in disuso, righe di lettere cancellate, inni, fotografie di accumuli caotici di oggetti legati all’infanzia, alla religione, blister di medicinali immortalati a metà di una cura o indizio di cure interrotte. Foto, disegni, frammenti che ritraggono Thérèse e le sue cose con il sembiante di una trascendenza così sottile che fa palpabile l’unicità del corpo della protagonista. Molto più di quanto potrebbe essere rappresentata in una fotografia scattata da qualcun altro, una donna che vuole essere solo se stessa.
Florinda Fusco, Il compleanno e altre opere, Argo Libri, 2022
Ancora una bellissima puntata di Nina. Si parla di Sybille Bedford a cura di Anna Toscano con Antonella Cilento e Valeria Palumbo.
NINA è il podcast della Società Italiana delle Letterate ideato e organizzato da Anna Toscano e Viviana Scarinci. Ogni mese una puntata nuova che poi potrete scaricare e tenere con voi per ascoltarla e riascoltarla quando volete a partire da Spotify, Audible di AmazonGoogle podcast e altre piattaforme in cui l’ascolto è completamente libero da abbonamenti vincolanti.
In questa puntata a cura di Viviana Scarinci, Laura Fortini e Alessandra Pigliaru, curatrici di Abbecedario della differenza Omaggio ad Alice Ceresa, Nottetempo 2020, raccontano attraverso Nina la figura di Alice Ceresa inserendo questa straordinaria scrittrice nella contemporaneità delle problematiche e delle politiche femministe dei giorni nostri.
NINA è il podcast della Società Italiana delle Letterate ideato e organizzato da Anna Toscano e Viviana Scarinci. Ogni mese una puntata nuova che poi potrete scaricare e tenere con voi per ascoltarla e riascoltarla quando volete a partire da Spotify, Audible di AmazonGoogle podcast e altre piattaforme in cui l’ascolto è completamente libero da abbonamenti vincolanti.
Sono davvero lieta che il mio articolo sull’opera di Florinda Fusco sia stato pubblicato su Leggendaria di gennaio. Il testo riprende in parte il podcast che diaria/o ha dedicato al dialogo con questa importante poeta e studiosa. Grazie sempre a Anna Maria Crispino e alla sua generosa capacità di tenere insieme cose tanto preziose e importanti da dirsi e da condividere.
Per chi se lo fosse perso qui Diaria podcast in dialogo con Florinda Fusco. Mentre qui potrete ascoltare la puntata di Nina podcast che Anna Toscano e io abbiamo dedicato a Leggendaria, alla sua lunga storia da sempre attentissima al mondo della scuola, alle politiche delle donne, alle scritture e alle filosofie femministe che costituiscono alcuni tra i punti di vista più significativi per tentare una lettura quanto più lucida possibile del nostro presente.
Tra l’altro sulla ricchissima Leggendaria di questo mese: si avvicina la sesta edizione di Feminism, la Fiera dell’editoria delle donne, che si terrà alla Casa Internazionale delle Donne di Roma tra il 3 e il 6 di marzo. Leggendaria è attiva promotrice dell’iniziativa sin dal suo esordio, ma quest’anno il nostro gruppo di “Care prof”, insieme alla Società Italiana delle Letterate e ad altri gruppi e associazioni che si occupano di scuola e formazione, ha organizzato una intera giornata (il 6 marzo) per confrontarsi sui molti nodi della questione: ne parlano Silvia Neonato, Annalisa Comes e Simona Bonsignori nello Speciale dedicato all’appuntamento.
In questa puntata a cura di Anna Toscano, Nina parla con Giusi Marchetta, da anni impegnata con le ragazze a lavorare sul femminismo, e con Giada Letonja.
NINA è il podcast della Società Italiana delle Letterate ideato e organizzato da Anna Toscano e Viviana Scarinci. Ogni mese una puntata nuova che poi potrete scaricare e tenere con voi per ascoltarla e riascoltarla quando volete a partire da Spotify, Audible di AmazonGoogle podcast e altre piattaforme in cui l’ascolto è completamente libero da abbonamenti vincolanti.
In questa puntata #Mariangelaguatteri #poeta #editrice #traduttrice
La scommessa di questa stagione di Diaria podcast è stata quella di realizzare un prodotto digitale ma da costruire in modo per così dire artigianale, che potesse comparire su tutti i principali canali di diffusione senza nessuna semplificazione o adeguamento dei contenuti proposti. Un prodotto libero da qualsiasi genere di condizionamento. Unica condizione la densità e l’autenticità dei contenuti proposti, cosa per la quale sono grata alle amiche e agli amici che hanno accettato senza esitazione il mio invito, dimostrando una fiducia e una voglia di mettersi in gioco davvero rara. È stato quindi una sorpresa il numero di ascolti che puntata dopo puntata Diaria podcast ha collezionato, confermandomi ancora una volta nell’idea che sempre bisogna realizzare quello che si ha a cuore, e se possibile solo quello. Infine prima di entrare nel vivo di questa puntata conclusiva vi invito a continuare a ascoltare Nina, l’altro podcast che produco per la Società delle Letterate insieme alla bravissima Anna Toscano. Ascoltatela Nina perché ci sono delle puntate strepitose che vi raccontano cose su scrittrici e artiste che difficilmente sentireste altrove.
Mariangela Guatteri parla con con Diaria/o
Puntata numero 6 Diaria/o podcast stagione 2. Ultima puntata
In questo ultimo episodio della seconda stagione di Diaria podcast esploreremo attraverso le parole di Mariangela Guatteri la sperimentazione e la ricerca in poesia, nell’arte, nella traduzione e nell’editoria anche attraverso gli strumenti del digitale e l’utilizzo delle nuove tecnologie.
Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell'elenco.
Ops! Si è verificato un errore e non è stato possibile completare la procedura di abbonamento. Ricarica la pagina e riprova.
In questa puntata di NINA, a cura di Viviana Scarinci, con le scrittrici Giuliana Misserville e Maristella Lippolis parleremo di fantascienza e distopia nella scrittura delle donne.
NINA è il podcast della Società Italiana delle Letterate ideato e organizzato da Anna Toscano e Viviana Scarinci. Ogni mese una puntata nuova che poi potrete scaricare e tenere con voi per ascoltarla e riascoltarla quando volete a partire da Spotify, Audible di AmazonGoogle podcast e altre piattaforme in cui l’ascolto è completamente libero da abbonamenti vincolanti.
In questa puntata #WandaMarasco #scrittrice #poeta #regista #drammaturga
Letteratura e autenticità. Il dialetto che non dimentica la materialità delle cose. Poesia letteratura e teatro in una scrittura sola, Wanda Marasco, regala alla Diaria uno straordinario racconto, insegnamento e augurio per tutte quelle e quelli che scrivono intendendo, senza compromessi, l’opera letteraria come un oggetto d’arte. Grazie infinite a Wanda Marasco per questa importante lezione d’inizio 2023.
Wanda Marasco parla con con Diaria/o
Puntata numero 5 Diaria/o podcast stagione 2. Ogni primo del mese
Wanda Marasco è una delle voci più preziose e significative della letteratura italiana contemporanea. Laureata in Filosofia e diplomata in regia presso l’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, ha lavorato in teatro come regista e autrice. Sin da giovanissima ha scritto raccolte di poesie. Il suo primo romanzo è del 2003 L’arciere d’infanzia, Premio Bagutta per la sezione Opera Prima, a cui sono seguiti, Il genio dell’abbandono (2015) e La compagnia delle anime finte (2017, finalista al Premio Strega). Nel 2020 ha scritto uno dei racconti della raccolta L’allegra brigata (Neri Pozza).
Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell'elenco.
Ops! Si è verificato un errore e non è stato possibile completare la procedura di abbonamento. Ricarica la pagina e riprova.
Ancora una bellissima puntata di Nina, stavolta sulla mitica rivista Leggendaria! Anna Toscano intervista Anna Maria Crispino dalla storia della fondazione ai giorni nostri. Mentre io ho chiesto a Silvia Neonato (Letterate Magazine) dell’importanza in Leggendaria del tema della scuola e a Elvira Federici (presidente SIL) in che misura Leggendaria si è resa protagonista in termini politici e filosofici nell’ambito dei femminismi italiani.
NINA è il podcast della Società Italiana delle Letterate ideato e organizzato da Anna Toscano e Viviana Scarinci. Ogni mese una puntata nuova che poi potrete scaricare e tenere con voi per ascoltarla e riascoltarla quando volete a partire da Spotify , Audible di AmazonGoogle podcast e altre piattaforme in cui l’ascolto è completamente libero da abbonamenti vincolanti.
In questa puntata #FlorindaFusco #poeta #studiosa e #FabioOrecchini # editore di #Argolibri
Florinda Fusco e Fabio Orecchini parlano con Diaria/o
Puntata numero 4 Diaria/o podcast stagione 2. Ogni primo del mese
In questa puntata il focus torna esclusivamente sulla poesia con l’ultimo libro di Florinda Fusco edito da Argo Libri Il compleanno e altre opere. Un intervento imperdibile quello della poeta per la Diaria. Parte da Thérèse, edito da Polimata nel 2011, e ripercorre alcuni temi salienti della poetica di Fusco, illustrando attraverso la stessa voce della poeta, un legame di studiosa con la scrittura e la storia delle mistiche medievali. Fabio Orecchini conclude la puntata raccontando di una realtà editoriale come Argo Libri e di un modo avvincente e coraggioso di fare editoria.
Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell'elenco.
Ops! Si è verificato un errore e non è stato possibile completare la procedura di abbonamento. Ricarica la pagina e riprova.
La sesta puntata di NINA a cura di Anna Toscano è dedicata alla scrittrice Brianna Carafa. Hanno contribuito Ilaria Gaspari, sulla figura della scrittrice e sul romanzo La vita involontaria, Flavia Capone sulla raccolta di racconti Gli angeli personali, Anna Toscano sulle poesie, Federico Cenci sul lavoro di riscoperta e ripubblicazione dell’opera di Brianna Carafa.
NINA è il podcast della Società Italiana delle Letterate ideato e organizzato da Anna Toscano e Viviana Scarinci. Ogni mese una puntata nuova che poi potrete scaricare e tenere con voi per ascoltarla e riascoltarla quando volete a partire da Spotify , Audible di AmazonGoogle podcast e altre piattaforme in cui l’ascolto è completamente libero da abbonamenti vincolanti.
La protagonista di questa puntata è #MariaTeresaCarbone, #giornalista, #traduttrice, creatrice di #contenuticulturalimultimediali, #poeta.
Maria Teresa Carbone parla con Diaria/o
Puntata numero 3 Diaria/o podcast stagione 2. Ogni primo del mese
Questa terza puntata della seconda stagione della diaria ha un carattere diverso dalle due precedenti. Non si tratta di un’intervista. La protagonista è Maria Teresa Carbone, giornalista, traduttrice, creatrice di contenuti culturali multimediali, poeta. Ho chiesto a Maria Teresa un racconto che a partire dal suo essere poeta, potesse essere dipanato nell’illustrazione delle molte pratiche culturali che negli anni l’hanno vista coinvolta. Calendiario l’ultimo libro di poesia pubblicato da Aragno, le vicende legate alla rivista Alfabeta 2, la traduzione con uno speciale focus su Le dotte puttane di Virginie Despentes recentemente ripubblicato da Fandango fino al podcast Alfabeto italiano che ha prodotto per il Ministero degli Affari Esteri con Storie Libere.fm senza dimenticare la curatela del libro Che ci faccio qui? Scrittrici e scrittori nell’era della postfotografia Buon ascolto.
Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell'elenco.
Ops! Si è verificato un errore e non è stato possibile completare la procedura di abbonamento. Ricarica la pagina e riprova.
A gennaio 2023 arriva su #Netflix #Lavitabugiardadegliadulti la #serieTv tratta dal romanzo di #ElenaFerrante che più di tutti entra nel contemporaneo della #storia #sociale #italiana esprimendo una combattiva medianità tra migliori e peggiori, favoriti e sfavoriti.
Mediazione multifocale nell’opera di Elena Ferrante
Nell’approccio all’opera di Elena Ferrante bisogna tenere conto di una premessa che riguarda questa autrice e il fenomeno della diffusione legata ai contenuti storici, politici e simbolici dei suoi romanzi: il pregiudizio che vuole la cultura di massa come principale avversario del mantenimento della tradizione letteraria e filosofica europea presso i contemporanei, costituisce uno degli oggetti di maggiore rilievo entro cui la poetica di Ferrante svolge un vero e proprio ruolo di mediazione multifocale.
La massificazione dell’utilizzo dei media digitali, la pluralità delle loro interazioni non del tutto leggibili con i mass media tradizionali, l’invadenza delle pubblicità e perciò dell’economia di mercato nell’immaginario collettivo, lettori e spettatori chiamati nella stessa misura a farsi fruitori in quanto pubblico: sono tutti fattori che hanno portato al progressivo e diffuso disinteresse del cittadino globale per la funzione del romanzo inteso come opera di un certo valore umanistico. Ossia, secondo una definizione classica, un’opera che pur restando nella sua funzione tradizionale di intrattenimento, sappia anche rivolgersi alle lettrici e ai lettori contemporanei come strumento che abbia per oggetto la conoscenza delle donne e degli uomini, del loro pensiero, delle loro attività materiali e spirituali e del loro comportamento attraverso i tempi.
La mediazione che l’autorialità di Elena Ferrante opera nel metodo e nel merito riguarda questo dato di fatto che di primo acchito sembra illustrare un irrimediabile scontro di mondi. Quello che l’autrice articola a partire dalla saga de L’amica geniale, e poi con il personaggio di Giovanna de La vita bugiarda degli adulti che ancora di più esprime questa combattiva medianità, è un conflitto che ha luogo entro una pluralità di livelli a dir poco perturbante. Con L’amica geniale infatti Ferrante induce coloro che leggono a assumere una prospettiva molto più complessa di quello che sembra. In questo modo lettrici e lettori affrontano un conflitto che ha caratteristiche note, seppure abbia luogo nei meandri di una storia privata. Tuttavia questa storia ha anche l’aria di essere la confessione segreta di un personaggio pubblico femminile inscritta in una porzione molto significativa della storia contemporanea italiana. Ne La vita bugiarda degli adulti, disegnando il personaggio di Giovanna, colto nell’età in cui inizia il processo di individuazione, l’autrice ancora di più sintetizza l’elemento dello scontro-incontro degli antipodi che, nel caso di quest’ultimo romanzo, deflagra nell’ottica di una sola persona, piuttosto che in un rimando speculare tra due amiche. È una prospettiva conflittuale ancora più eloquente quella di Giovanna al centro di un dissidio familiare che, animando la sua infanzia e adolescenza, mette in un contatto ancora più evidente le forme del sociale, il dato storico contemporaneo e la coscienza collettiva con la conflittualità e l’unicità sempiterna che albergano nell’umano.
In quest’ottica, sdoppiata e riunificata, lo scontro tra l’individuo “migliore” – in quanto di formazione umanista e classica nel suo affrontare le sfide del presente – e l’individuo che non si accetta “peggiore” – perché si percepisce contemporaneo nel rigettare la conoscenza di una stratificazione omologata della propria matrice culturale – diventano un dato. Un dato importante che, espresso dal matrimonio e dalla separazione nelle due famiglie dei Greco e degli Airota, diventa ancora più significativo in quanto capace di andare oltre l’economia narrativa di quella porzione specifica di racconto. Così come i due fratelli Trada ne La vita bugiarda degli adulti si impongono a una classificazione in termine di migliore e peggiore che però viene continuamente sbugiardata. Andrea, il padre di Giovanna, che ha infatti studiato emancipandosi dalla sua origine umile, assurge allo stereotipo di “migliore”: forse colto ma sicuramente in rapporti irrisolti con la propria provenienza sociale tanto che la scelta della moglie e dell’amante esprimeranno anche una “scalata” che grazie all’amore acritico delle due signore nei suoi confronti, dal basso porteranno il suo appartamento cittadino almeno topograficamente sempre più in alto. Mentre la zia Vittoria, sorella di lui, è l’individuo “peggiore”, cancellato perché impresentabile, ma non perché vittima di questa ingiustizia risulta persona meno bugiarda e manipolatrice del fratello.
L’altro elemento conflittuale di estrema rilevanza che emerge da L’amica geniale riguarda quella che il femminile matura in termini di consapevolezza nei confronti di un maschile che ha posto se stesso come elemento fondatore di tutto quello che concerne l’humanitas. Tuttavia un femminile che ha iniziato l’individuazione culturale della propria matrice precipua dal disconoscimento dell’esaustività dell’elemento fondativo patriarcale, ne L’amica geniale sfocerà molto più realisticamente nel rivolgere la propria innata ricerca conflittuale e ambivalente, verso la matrice fisica e biologica di tutti: la madre. Mentre il materno ne La vita bugiarda degli adulti in un certo qual modo sembra celebrare la sua sconfitta, soggiogato dalla figura prevaricatrice, pur senza averne l’aria, di questo padre bifronte che si pone con l’autorevolezza di un arbitro ma che poi è anche sommessamente maldicente e banalmente opportunista. La fanciulla Giovanna stavolta, si accorge di tutto ciò da sola, anche se mefistofelicamente pungolata dalla zia e non grazie a una madre che potrebbe essere all’incirca coetanea di Lila e Lenuccia.
L’applicazione del metodo della composizione e scomposizione di binomi (Lila/Lenuccia, migliore/peggiore, bambina/bambola, maschile/femminile, marginalità/ centralità, sotto/sopra, nord/sud, Airota/Greco, famiglia/società, comunisti/fascisti, rione/nazione, dialetto/ lingua nazionale, Napoli/Italia) che esprimono il loro agonismo e antagonismo in un tempo e un luogo molto ben precisati, l’Italia degli anni compresi tra il 1944 e il 2011, vale anche per La vita bugiarda degli adulti la cui trama è ambientata nella Napoli degli anni Novanta. Un metodo che si fa strumento di una mediazione di cui il binomio visibilità/invisibilità che è un attributo dell’autrice e non del romanzo, diventa un’ulteriore e importantissima funzione narrativa.
A questa dolorosa ricerca sul materno, iniziata narrativamente con una madre morta annegata e conclusa quasi trent’anni dopo con una sola superstite che si riappropria di due bambole provenienti dalla sua infanzia, si aggiunge, con La vita bugiarda degli adulti, una ricerca che accenna alla demolizione diretta del mito paterno.
Qualche tempo fa scrivevo su tre poesie inedite che allora avevo ricevuto da Anna Maria Curci una riflessione sulla parola distopia e sul sentimento della storia. Cos’è il sentimento della storia? In quale misura la sua essenziale soggettività agisce sul presente? Cosa dimostra nei vissuti quotidiani anche di chi non si accorge delle conseguenze della capziosa presenza di quel sentimento, nelle proprie azioni, nei propri pensieri? E nel migliore dei casi, una volta liberato dalla molta enfasi che lo caratterizza, il sentimento della storia come può agire su una lettura politica del presente? Credo che l’impegno civile nell’approccio di Curci alla poesia, alla traduzione e alla critica letteraria, in questo suo ultimo libro, sia arrivato a una necessaria precisazione soggettiva e sensibile del binomio storia individuale/storia collettiva su cui Curci lavora da sempre in ognuna delle sue attività culturali. Scrivevo su quelle sue tre poesie allora inedite: “Ma quale può essere un metodo attraverso il quale l’immaginazione di una narratrice, o in questo caso di una poeta e traduttrice formula una realtà fittizia del passato, secondo la logica di una previsione in merito a figure mitologiche che sappiamo avere già avuto il proprio scenario in un altrove tutt’altro che presente? Una realtà postuma di cui in senso lato siamo comunque le eredi culturali ma di cui la poeta ci fa pervenire notizia attraverso un’indagine che rende il perpetrarsi dell’originario in uno spazio tempo molto ridotto ma presente all’oggi”. Uno spazio tempo ridotto ma focalizzato e vivibile nel presente agisce su un’eredità multiforme e riformulandola fa accedere lettrici e lettori in un tempo poetico e narrativo che, se la magia del linguaggio riesce, è sempre un flusso libero e bifronte, in cui passato e futuro vivono una contemporaneità tutta loro diventando ugualmente aperti al possibile. Oggi quei tre inediti Psyche, Creonte e Elce che leggiamo in apertura del libro Insorte(Il Convivio editore, settembre 2022) danno l’abbrivio a una precisazione necessaria a chi legge Curci come si leggono autrici capaci di avere questa somma libertà, scrivendo, e mostrandola possibile.
La quinta puntata di NINApodcast a cura di Viviana Scarinci è dedicata a Laudomia Bonanni con Maristella Lippolis, Maria Vittoria Vittori e Martina Pala.
Laudomia Bonanni (L’Aquila, 8 dicembre 1907 – Roma, 21 febbraio 2002) è stata una scrittrice italiana di origine aquilana. Insegnante elementare e poi consulente del tribunale minorile. In questa puntata di Nina ideata a seguito della giornata di studio voluta dalla Società Italiana delle Letterate l’11 settembre 2021 presso l’università degli studi dell’Aquila, tre relatrici di eccezione ci regalano alcune riflessioni interessantissime sull’opera di questa importante scrittrice ancora tutta da studiare.
NINA è il podcast della Società Italiana delle Letterate ideato e organizzato da Anna Toscano e Viviana Scarinci. Ogni mese una puntata nuova che poi potrete scaricare e tenere con voi per ascoltarla e riascoltarla quando volete a partire da Spotify , Audible di AmazonGoogle podcast e altre piattaforme in cui l’ascolto è completamente libero da abbonamenti vincolanti.
Appunti su L’adultera di Laudomia Bonanni
di Viviana Scarinci
Emerson che visse tra il 1803 e il 1882 espresse con una capacità di sintesi fuori dal comune quello che era un avvertimento contro il materialismo emergente: “Le cose stanno in sella e cavalcano l’umanità”. Questo inciso è la frase che Laudomia Bonanni sceglie da mettere in esergo a L’adultera edito nel 1964. Si tratta di una vicenda focalizzata nell’arco di ventiquattro ore. Le ultime ore della vita di Linda, commessa viaggiatrice, moglie, madre e adultera. Si tratta di un viaggio di lavoro che racchiude come scopo il lavoro medesimo e con l’occasione un convegno amoroso clandestino.
Se non facessimo attenzione all’esergo, se da semplici lettrici e lettori ci volessimo concentrare sulla superficie della vicenda, se volessimo tralasciare il lavoro di ricerca letteraria e tematica che ha portato Bonanni a concepire la prosa di questo libro, L’adultera potrebbe sembrare ciò che è solo in parte. Cioè la storia di una donna per niente empatica che cerca e vive il proprio desiderio ponendolo al centro della sua vita. A ben guardare tema già enorme da esprimere così pienamente in un romanzo italiano uscito nel 1964, quando negli Stati Uniti nel 1973, quasi dieci anni dopo, Erica Jong con Paura di volare divenne una scrittrice femminista di fama mondiale mettendo al centro la vicenda dell’insicura Isadora che ricerca la pienezza del proprio desiderio, cozzando contro l’istituzione matrimoniale, e le sue sicurezze concepite secondo i principi patriarcali.
Ma torniamo in Italia, a Laudomia, a quasi quindici anni prima della pubblicazione de L’adultera. È venerdì 10 febbraio del 1950, il giorno successivo, sabato sera ci sarà l’assegnazione del XIV premio Bagutta. Circolano i nomi di Pavese, Soldati, Civinini, Piovene, Brancati, scartata la candidatura di Papini, e c’è Laudomia Bonanni una maestra elementare dell’Aquila del tutto nuova all’arengo letterario, come scriverà il cronista del Corriere della Sera di quel giorno. Una scrittrice che peraltro era favoritissima. E infatti quell’anno Bonanni vinse il premio Bagutta opera prima mai assegnato a una donna fino a quel momento con Il fosso.
Qui voglio aprire una parentesi sul posizionamento puramente sociale che il linguaggio della stampa e dei media rendono osservabile. Nel Medioevo, era chiamato arengo il luogo dove le cittadinanze insorte contro i feudatari signori delle campagne, si riunivano per deliberare. Perciò l’arengo è da intendersi come una specie di assemblea cittadina antesignana del moderno parlamento. Un luogo in cui la città, si sarebbe fatta Stato unitario e centrale creando così l’idea culturale dell’unicità del proprio potere e perciò della periferia e della marginalità di tutto l’altro da sé. L’arengo letterario nominato in riferimento alla posizione sociale e culturale di Laudomia Bonanni al momento della sua comparsa nel mondo maschile delle lettere nazionali, qui ci sembra essere una scelta lessicale particolarmente rivelatrice.
La notizia più rilevante su Laudomia Bonanni nella ricerca che ho compiuto all’interno dell’archivio digitale del Corriere della Sera si riferisce a qualcosa di noto per chi si occupa di Bonanni. È il 1960 Laudomia vince il premio Viareggio per la narrativa, che consiste nella cifra di un milione di lire che le viene assegnato per il romanzo L’imputata.
Inserendo nel motore di ricerca dell’archivio storico che contiene tutte le edizioni pubblicate fin dal primo numero del Corriere al 2017 il nome di Laudomia Bonanni ricorre 56 volte. La prima volta che Bonanni appare sul quotidiano nazionale tuttavia risale al 22 dicembre del 1939 in un articolo dal titolo significativo L’arte di regalare libri per ragazzi che si proponeva di illustrare una carrellata di romanzi di avventura. Laudomia Bonanni Caione viene citata per Men. Avventura al nuovo fiore romanzo coloniale per ragazzi.
È invece dell’edizione del 6 e 7 dicembre del 1949 il famoso articolo intitolato Aggredisce mostri la ragazza di Aquila in cui Eugenio Montale illustrando il tipo di neorealismo regionale e perciò per Montale esclusivamente verghiano, indica Bonanni tra quegli scrittori (uso il maschile non a caso). L’autrice è un’eccellenza capace di tagliare corto quando la verità si fa troppo vera. Cioè Montale riconosce a Bonanni le caratteristiche della meglio vocazione neorealista e l’originalità di una scrittura di ricerca davvero forte. Salvo prescrivere: “Se riuscirà a diventare più asettica e cederà meno alla tentazione (oggi così femminile) di una scrittura intensamente artistica, pregnante, densa, troppo insistita nei particolari, questa Laudomia farà certo strada”.
Ma già il 6 settembre 1964 nell’articolo che annunciava l’assegnazione del premio Campiello a Giuseppe Berto, sulle pagine del Corriere Carlo Laurenzi informava laconicamente: “Laudomia Bonanni, scrittrice abruzzese di non larga fama ma di probo impegno, è stata premiata per il romanzo L’adultera” che usciva quell’anno.
Sarebbero davvero molti gli elementi, oltre quelli puramente letterari, di tipo sociale, storico, ideologico e culturale da analizzare nella figura di Laudomia Bonanni e nell’estensione tematica della sua opera, partendo anche da particolari importanti come quella citazione da Emerson posta in esergo del romanzo L’adultera i cui temi come la corsa al consumo, l’impronta edonistica che la società stava prendendo, sono intesi come una questione non solo maschile ma anche femminile. Laudomia Bonanni tratta queste conseguenze epocali a partire da una prospettiva di genere. Sono le conseguenze dei fattori determinanti del suo tempo, quelle subite dalle donne come Linda, partite per la stessa corsa di tutti nell’arricchirsi al fine di finanziare finalmente il proprio piacere dopo tutti i bisogni che i conflitti e la povertà avevano reso endemici. Tra l’altro all’interno del matrimonio allora era considerato un reato soltanto l’adulterio da parte della moglie, punito con la reclusione fino a un anno (dall’art. 559 del Codice Penale del 1930). Solo nel 1968 la Corte Costituzionale con la sentenza n.126 ne dichiarò l’illegittimità cioè quattro anni dopo la pubblicazione de L’adultera.
L’adultera racconta, con un anticipo esorbitante e un linguaggio letterario davvero anomalo per il suo tempo, delle conseguenze psicologiche del trauma subito dalle donne italiane durante i due conflitti mondiali, degli stupri e dei numerosissimi e pericolosi aborti clandestini, del boom economico, della liberazione sessuale e del diritto al piacere femminile, di tutte le ambivalenze legate alla maternità, dell’irruzione della vulgata della psicanalisi di stampo freudiano nella società italiana e nel romanzo. Ma anche la dimenticanza del romanzo di Laudomia Bonanni ci dice dell’invisibilità di genealogie letterarie femminili di riferimento e della mancanza di questa cultura in chi era preposto a leggere e spiegare davvero la letteratura per tutto ciò che dovrebbe rappresentare per un Paese che si vuole unito dalla stessa lingua.
L’adultera ci parla anche indirettamente dell’invisibilità, della ricchezza e della pluralità delle origini culturali regionali italiane. E soprattutto dell’intelligenza e del talento femminile nell’emersione attraverso la scrittura di quella poetica del vivere, e del vivente, che finisce sempre per sapere molte più cose di quanto si creda in merito alla sua contemporaneità. Doti come quelle di Laudomia, valide per se stesse, per cui il giudizio dell’arengo cittadino e letterario è da considerare solo una clausola, per quanto tremenda.
Tre membri della redazione di #Anterem e del #PremioLorenzoMontano #RanieriTeti, #LauraCaccia, #Silvia Comoglio raccontano alla Diaria le origini, le nuove pubblicazioni e la maturazione di un orientamento volto a una sempre maggiore attenzione alla #poesia scritta da donne.
La redazione di Anterem parla con Diaria/o
Puntata numero 2 Diaria/o podcast stagione 2. Ogni primo del mese
Questa seconda puntata della Diaria è dedicata alla rivista Anterem e alla storia del premio Lorenzo Montano che affonda le sue radici nel passato ma che oggi, trasformata senza snaturarsi, costituisce una realtà vitalissima e necessaria nel panorama della poesia italiana contemporanea. Tre membri della redazione attuale Ranieri Teti, Laura Caccia, Silvia Comoglio raccontano alla Diaria le origini, le nuove pubblicazioni e la maturazione di un orientamento volto a una sempre maggiore attenzione alla poesia scritta da donne. Insomma ascoltando questo episodio saprete davvero tutto di questa realtà fondata da Flavio Ermini nel 1976 e così brillantemente evolutasi grazie al suo genio e alla redazione da lui diretta.
Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell'elenco.
Ops! Si è verificato un errore e non è stato possibile completare la procedura di abbonamento. Ricarica la pagina e riprova.
Correva l’anno #1992 con un articolo sul #Corrieredellasera datato 28 giugno, #EnzoSiciliano salutava l’uscita de #L’amoremolesto di #ElenaFerrante come «un debutto sul difficile terreno della ricerca interiore»
Elena Ferrante ha pubblicato nel 1992 in Italia il suo primo romanzo, L’amore molesto. Per convenzione diremo che è questo è il suo anno di nascita come autrice, perciò utilizzeremo il 1992 e l’Italia come punto di partenza della nostra narrazione su Elena Ferrante e come collocazione spazio temporale, allo stesso modo in cui utilizzeremmo la data e il luogo di nascita di ciascuna/o di noi, per segnare l’inizio di un’esistenza.
Il 1992 per l’Italia è un anno in cui hanno luogo degli eventi destinati a cambiare radicalmente, nel successivo trentennio, il corso degli avvenimenti di natura civile e politica rispetto a come si erano configurati fino ad allora. Un anno fondamentale per la storia della Repubblica italiana. L’anno si apre con la relazione della Commissione parlamentare stragi su Gladio, definita un’organizzazione clandestina illegittimamente strutturata, coinvolta nella cosiddetta “strategia della tensione”. Pochi giorni dopo la Prima sezione della Corte Suprema di Cassazione pronuncia la sentenza definitiva che chiude il maxiprocesso di Palermo con 360 condannati su 474 imputati. Vengono comminati, tra l’altro, 19 ergastoli ai principali killer e boss mafiosi.
Il 1992 è anche l’anno del primo atto che condurrà, attraverso l’indagine chiamata “Tangentopoli” o inchiesta “Mani pulite”, alla così detta fine della prima Repubblica, con l’arresto a Milano del socialista Mario Chiesa, cui seguirà qualche mese più tardi l’avviso di garanzia al potente segretario del Partito socialista italiano Bettino Craxi. Ma soprattutto il 1992 è l’anno in cui sono assassinati dalla mafia i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Per quanto riguarda la politica, il professor Gianfranco Miglio, allora settantaquattrenne, docente di scienze politiche e già preside della facoltà dell’Università Cattolica di Milano, è l’ideologo della Lega Nord di Umberto Bossi, partito italiano in rapida ascesa. Miglio e Bossi costruiranno una società finanziaria, la Pontida Fin srl per gestire l’affare comune[1].
L’idea nasceva dalla questione relativa al modo in cui il Settentrione e il Meridione d’Italia dovessero essere esposti, dentro il discorso pubblico, a una faziosità esplicitamente politica. Pertanto la proposta di Miglio è quella di dividere l’Italia in tre “macroregioni” federate: la Padania, l’Etruria e un’entità sfocata, definita Mediterranea in cui, nelle parole di Miglio – che riportiamo per dare un’idea di un punto di vista sul meridione di Italia capace, allora, di aprire una discreta breccia di consenso nel discorso pubblico –: «Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità di comando. Che cos’è la Mafia? Potere personale portato fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina la crescita economica. Alcune manifestazioni tipiche del sud hanno bisogno di essere istituzionalizzate»[2]. Come non pensare al sistema che, a partire dallo strozzinaggio, né L’amica geniale i fratelli Solara impongono al microcosmo rionale, non tanto come un fenomeno frutto di un costume “originario” quanto prodotto anche dall’isolamento culturale e dalla miseria endemica di alcuni territori considerati periferici. Come non pensare al contesto socialmente e culturalmente deprivato e marginale rappresentato dagli amici di Lila e Lenuccia. La situazione dei giovani del rione è un paradigma in cui vengono rappresentate da Ferrante le energie delle nuove generazioni che inevitabilmente finiscono invischiate in una ripetizione che rispecchia una visione pretestuosa di quelle aree considerate marginali.
Relativamente alla grande editoria, viene pubblicato in quello stesso 1992 Petrolio di Pier Paolo Pasolini, la cui figura verrà, fugacemente ma anche significativamente ritratta in Storia del nuovo cognome nella circostanza narrativa della presenza dello scrittore a Napoli. Occasione cui Lila costringe Nino a partecipare e che sarà poi l’inizio della fine della loro relazione. Attraverso l’invenzione di quell’episodio legato a Pasolini, Ferrante potrà ritrarre materialmente sia l’antagonismo ideologico tra destra e sinistra di quegli anni, sia, più sottilmente, la sua influenza e l’impatto emotivo nel quadro relazionale composto dalle emozioni e dai pensieri contrastanti dei due giovani amanti. Mentre Lila è entusiasta dello scrittore e vuole parlargli, Nino pensa che Pasolini è ricchione e fa più bordello che altro[3] dato che l’incontro alla fine scatenerà una rissa tra fascisti e comunisti.
Infine, ma è ciò che più importa ai fini del nostro discorso, in quello stesso 1992 con un articolo sul Corriere della sera, datato 28 giugno, Enzo Siciliano salutava l’uscita de L’amore molesto come «un debutto sul difficile terreno della ricerca interiore», manifestando sorpresa per l’altezza stilistica raggiunta là dove un’originalità «non guidata» sceglie lo scavo nei destini individuali piuttosto che confrontarsi con la Storia, come in effetti doveva sembrare particolarmente urgente fare in quei mesi. Siciliano chiude il suo articolo elogiativo suggerendo un’immagine che oggi ci appare particolarmente indicativa di come L’amore molesto arrivò in qualche modo anche per fare i conti con tutto quello che si era creduto in merito al ruolo del romanzo in Italia. Siciliano infatti accostò, in termini di esiti, la «poesia della remissività donnesca […] e l’idea che il riscatto arriva con la sofferenza del pensiero».
L’amore molesto è un romanzo con caratteristiche salienti che lo rendono in qualche modo sorprendente per il suo tempo, anche se la sua costruzione narrativa non ha niente di rivoluzionario. È un racconto, un giallo forse ma che anche si inserisce in modo originale nella vasta genealogia dell’opera letteraria napoletana. Inoltre, costituisce una pietra di paragone molto importante per iniziare uno studio sulla genealogia del romanzo a firma femminile che abbia un carattere decisamente più ampio di quello relativo all’esiguo numero di scrittrici italiane il cui valore letterario era stato e tuttora è faticosamente riconosciuto. Si capisce come nel quadro relativo ai macro eventi politici e sociali di quel momento storico, la non stereotipata coloritura meridionalistica e relazionale che lega una madre e una figlia in una storia piena di mistero, abbia potuto aprire un varco imprevisto, che poi è diventato un vero e proprio solco con la pubblicazione dei romanzi successivi prima, poi de L’amica geniale e infine de La vita bugiarda degli adulti.
[1] E. Deaglio Patria 1978-2008, Milano: Il saggiatore 2009, p. 354.
[2] Ibidem. Il brano che Deaglio cita proviene da un’intervista di Stefano Lorenzetto pubblicata su il Giornale del 20 marzo 1999
[3] . E. Ferrante Storia del nuovo cognome, Roma: edizioni e/o 2012, pp. 357-58.
La quarta puntata di NINApodcast a cura di Anna Toscanoè dedicata a Ida Travi, poeta, saggista, scrittrice per la radio e per il teatro, grande studiosa dell’aspetto orale della poesia. Ida Travi ci regala in questo podcast un tempo generoso, inedito, pieno di poesia e parole da ascoltare.
Nella prossima puntata a cura di Viviana Scarinci parleremo di Laudomia Bonanni e della giornata di ricerca su questa importante romanziera italiana organizzata dalla SIL presso l’Università de L’Aquila nel 2021.
NINA è il podcast della Società Italiana delle Letterate ideato e organizzato da Anna Toscano e Viviana Scarinci. Ogni 10 del mese una puntata nuova che poi potrete scaricare e tenere con voi per ascoltarla e riascoltarla quando volete a partire da Spotify e Audible di Amazon e altre piattaforme in cui l’ascolto è completamente libero da abbonamenti vincolanti.
L’immagine sorge sul limitare della parola, venga essa prima o dopo, poco importa. Gli schizzi abbozzati sui libri derivano da una pulsione reattiva, sono uno scavo effettuato alla fine di ogni storia, il pollone che non vuol saperne e ricomincia da capo.
Simone Pellegrini parla con Diaria/o
Puntata I Diaria/o podcast stagione 2. Ogni primo del mese
Inizia con questa puntata una nuova stagione dei podcast della Diaria. Questo dialogo in tre domande con Simone Pellegrini non pretende di essere esaustivo in merito alla sua produzione artistica ma nella mia idea ho immaginato di procedere come gettando luce su alcuni aspetti del suo lavoro artistico attraverso tre parole chiave che mi appartengono. Le parole che ci hanno guidato sono Supporto, Storia, Natura. Simone Pellegrini è del 72. Vive e lavora a Bologna, dove insegna Pittura all’Accademia di Belle Arti e ha sede il suo studio. La sua carriera d’artista ha inizio nel 96, durante gli anni di formazione all’Accademia di Belle Arti di Urbino presso la quale si diploma nel 2000. Dal 2003 con la personale Rovi da far calce si inaugura una lunga stagione di successive mostre, in Italia e all’estero, e fiere internazionali https://www.simonepellegrini.com/
Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell'elenco.
Ops! Si è verificato un errore e non è stato possibile completare la procedura di abbonamento. Ricarica la pagina e riprova.
È online la terza puntata di Nina a cura di Anna Toscano. Questo episodio è dedicato alla poesia di Alessandra Carnaroli. Si tratta dell’audio integrale dell’incontro avvenuto durante il convegno SIL “Ecopoetiche/Ecopolitiche. Poesia come cura del mondo“. Da questa puntata il podcast di Nina è disponibile anche su Amazon Music
NINA il podcast della Società Italiana delle Letterate ideato e organizzato da Viviana Scarinci da Anna Toscano. Ogni 10 del mese vi promettiamo una puntata nuova che poi potrete scaricare e tenere con voi per ascoltarla e riascoltarla quando volete a partire da Spotify e Audible di Amazon e altre piattaforme in cui l’ascolto è completamente libero da abbonamenti vincolanti. Tutto su Nina qui
Dal mese di settembre attiverò la mia Newsletter. Riporterà aggiornamenti e materiali pubblicati su questo sito e altrove ma anche contenuti inediti dedicati.
Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell'elenco.
Ops! Si è verificato un errore e non è stato possibile completare la procedura di abbonamento. Ricarica la pagina e riprova.
Agosto, Roma centro storico. Tra librerie che aprono e chiudono e palazzi parlanti si approda a #AnneCarson e #PilarQuintana grazie alla rinascita de #LaTartaruga a cura di #ClaudiaDurastanti. Nonché si accenna a #AnnaBanti e #MariaBellonci, a come il #romanzostorico scritto da donne abbia colto quella faccia meno frequentata del #barocco su cui #ArtemisiaGentileschi aveva puntato il sentimento cocente e l’occhio ardito prima di quel gran maestro che fu suo padre.
Il nuovo corso deLa Tartaruga, la casa editrice fondata nel 1975 da #LauraLepetit a cura di Claudia Durastanti bisognava inaugurarlo con il primo e secondo acquisto. Come privarsi de “La bellezza del marito – Un saggio romanzato in 29 tanghi” di Anne Carson.
Che questa tra poesia e saggistica è una lezione ineludibile per chi scrive. Un’indicazione graziosamente donata da Carson, quella di aggirare il genere nell’unico modo che scardina false credenze e posture soltanto elusive: affrontando amorosamente il possibile che c’è nel discorso infinito secondo differenza e identità.
Sul progetto editoriale della nuova Tartaruga Durastanti ha detto “l’idea è pubblicare quattro o cinque titoli l’anno, dando ampio spazio a più forme: un testo di fiction (romanzi o racconti), uno di non fiction, un ibrido o anomalo, un ripescaggio e sempre una raccolta di poesie” Durastanti si è espressa anche sul dibattito in corso nell’universo femminista, sulle autrici che vorrebbe pubblicare e su quello che rappresenta per lei il marchio che l’è stato affidato: “Se c’è qualcosa che vorrei preservare dell’esperienza di Lepetit è la genialità di essere arrivata nelle case di donne come mia madre, dove ho visto i miei primi libri della Tartaruga da bambina”. E ti pare che dopo aver letto così non mi compravo pure “La cagna” di Pilar Quintana
La Cagna, Pilar Quintana
Come tante i libri de La Tartaruga lo so quello che sono significati per imparare non dico a scrivere ma a dire l’altrimenti, nei tempi in cui l’altrimenti detto e scritto significava neanche l’eresia ma lettera morta come quelle che scriveva Emily a quel mondo che non le avrebbe mai risposto in tempo. Allora in un sabato incandescente mi sono ritrovata tra le mani La tartaruga di Anne Carson passando fugacemente alla libreria Nuovo Spazio Sette, inaugurata da meno di tre mesi mi dicono i gentilissimi dello staff
“Aprire uno spazio significa farci entrare dentro la città che gira intorno. Le voci, gli odori, le luci…”. Nel centro storico di Roma, in zona Largo Argentina, all’interno dello storico palazzo rinascimentale Cavallerini Lazzaroni, è stata inaugurata Spazio Sette Libreria (nell’orbita di #Ubik), che prende il posto di un negozio di design – I particolari
Poco distante la rassicurante #Feltrinelli Torre Argentina – che, Feltrinelli, spero non chiudiate mai visto la sorte tristissima di Feltrinelli di Piazza Colonna con cui ci avete orbati noi lettrici e lettori di Roma nord. Sono passata alla Spazio Sette un po’ di fretta (ma tornerò) perché aspettavo il momento clou della mia giornata, un momento lungamente desiderato, cercato infine e avuto: la visita al palazzo parlante: galleria e piano nobile di #PalazzoSpada. In effetti mi aspettavo che il #ConsigliodiStato avesse ambientazione molto barocca ma quello che ho visto è andato ben oltre l’immaginario della cittadina italiana che sono.
Cercavo due cose andando a palazzo Spada: in galleria, Artemisia Gentileschi e suo padre Orazio Gentileschi, nella vividezza del #giallo che usarono solo a Roma. Anche perchè da lungo tempo sono sulle tracce del romanzo storico scritto da donne alla Anna Banti, alla Maria Bellonci, nonché quello scritto da alcune bravissime contemporanee di cui dirò più in là. L’altra cosa che cercavo attraverso la visita al piano nobile era di cogliere visivamente una location del tutto realistica che mi facesse inquadrare nel mio immaginario la Roma che si stava controriformando attraverso l’avvicendamento nelle architetture, nelle committenze e nelle scelte d’acquisto dei grandi collezionisti cattolici dell’epoca. Palazzo Spada faceva al caso mio, uno dei palazzi più belli, e un po’ defilato della Roma rinascimentale che tra Cinquecento e Seicento ha dato campo al mecenatismo di due cardinali, i quali per una volta nell’avvicendarsi non hanno cancellato le scelte di gusto del predecessore lasciando leggibile un passaggio culturale e artistico determinato soprattutto dalle politiche della Chiesa del tempo. Un passaggio della rappresentazione artistica tra il mito greco latino e la religione cristiana sempre sul filo di essere accusato di eresia come l’autentico scouting di talenti inevitabilmente vuole in tutte le epoche. Coltissimi come non ce n’è più, ricchi in modo indicibile e spregiudicati il cardinale #GirolamoCapodiferroe il cardinale #BernardinoSpada hanno creato un lascito che da solo vale infinite letture artistiche, allegoriche, simboliche, storiche e letterarie di quello che il palazzo parlante è, cioè a Roma tra i testimoni più eloquenti di uno snodo fondativo della storia europea. Insomma una giornata memorabile peccato che mi hanno fatto una multa per come avevo abbandonato l’auto in mezzo al deserto cittadino. Hai ragione #ComunediRoma, nonostante tutta la spazzatura disseminata lungo il cammino, troppa fu la prescia che mi spinse verso tanto splendore.
Poveri uomini, anche loro: travagliati di arroganza e di autorità costretti, da millenni a comandare e a cogliere funghi velenosi, queste donne che fingono di dormire al loro fianco e stringono tra le ciglia seriche al sommo della guancia vellutata, recriminazioni, voglie nascoste, segreti progetti. Un senso di indulgenza diffusa, allegra come un volo, la faceva, nel sonno, sorridere. Nel sonno il sorriso è quasi difficile come il pianto e bisogna liberarsene. “Ma io dipingo” scopre Artemisia, risvegliandosi: ed è salvata pg. 53
La campana di vetro è l’unico romanzo di Sylvia Plath, uscito poco meno di un mese prima del suicidio per l’editore inglese Faber and Faber. Il romanzo che ebbe accoglienza tiepida e recensioni distratte, veniva pubblicato dopo qualche anno in cui la poesia di Plath aveva attraversato insieme alla sua vita, l’oceano e dall’America, sospinta dai venti impetuosi dell’ambizione di Sylvia, era sbarcata in Inghilterra, luogo d’origine del marito poeta.
Altre prove narrative le leggiamo in Johnny Panic e la Bibbia dei sogni una raccolta di prose, scritte dal Cinquanta al ‘63 che venne pubblicata a cura dell’onnipresente marito Ted Hughes soltanto nel 1979. Questa preziosa miniera di elaborati non poetici ci consente di avvicinare un aspetto biografico e creativo particolarmente significativo della scrittura di una donna che ha prodotto uno dei cortocircuiti poetici e culturali tra i più significativi del XX secolo. Nei work in progress della prosa infatti più che nei diari, si può scrutare in controluce quella spaccatura profonda che sta tra la potenza di un io liberato e la società ad esso contemporanea: sto sempre male al mattino quando mi sveglio e sarà sempre così finché il racconto non avrà qualcosa di più interessante delle mie riflessioni personali, scrive Sylvia sul diario, la cui ambizione era anche quella di diventare, attraverso il riconoscimento del valore dei suoi testi poetici e narrativi, un personaggio pubblico di fama, con tutto ciò che questo avrebbe comportato.
Hughes nella prefazione alla raccolta di racconti a sua cura scrive che la prosa rendeva Sylvia impaziente ben più della poesia: sedeva a comporre una poesia in uno stato di sovreccitazione, simile a un incallito giocatore d’azzardo, ma poi la esaminava con attenzione, correggendo ciò che non la soddisfaceva – rassegnata, ansiosa ma leale, perfino pratica. La composizione dei racconti d’altro canto avveniva sempre in un atmosfera di combattimento serrato. Sulla prosa del romanzo e dei racconti la sua viva ambizione mondana si scontrava con una forza ugualmente intensa ma contraria che aveva a che fare con il potere che Sylvia era a conoscenza di avere quando scriveva in versi. Questa contraddizione sarà una delle cifre della poetica di Plath ma anche l’agone cui volutamente la poeta sacrificherà tutto.
Sylvia Plath era arrivata al Barbizon Hotel come una delle praticanti ospiti della rivista Mademoiselle nell’estate del 1953. Aveva ventuno anni era nata in un sobborgo di Boston il 27 ottobre sotto il segno dello scorpione. Orfana di padre a soli otto anni. Del mese trascorso al Barbizon Hotel troviamo poche tracce sul diario, poco anche relativamente a tutto l’anno 1953, salvo far convergere quell’esperienza drammatica, significativa, prorompente ne La campana di vetro. Mentre il New York’s Rock’n’Roll Chelsea Hotel è stato documentato all’infinito, la storia del Barbizon Hotel non è mai stata raccontata prima del notevolissimo libro di Paulina Bren Barbizon Hotel: storia di un hotel per sole donne in cui in due lunghi capitoli viene raccontato di Sylvia Plath forse qualcosa che prima della pubblicazione di questo libro, non era mai emersa con una simile chiarezza.
Il libro di Bren racconta la storia di questo lussuoso hotel per sole donne che ospiterà nomi femminili illustri del mondo della scrittura, dell’arte, della musica, del cinema dalla sua costruzione nel 1927 a Manhattan fino alla sua successiva conversione in condominio di lusso nel 2007. Va da sé che il racconto della storia di una istituzione così longeva esclusivamente ideata al femminile e dedicata alle donne americane, segna molto capillarmente anche la storia sociale di molti strati, digressioni, contraddizioni e coloriture impensabili dell’ambizione femminile, immersa nel rapido cambiamento della Grande Mela nel corso del Novecento.
Plath arriva a New York elettrizzata dalla vincita di un concorso letterario che la fa accedere direttamente a un mese di praticantato presso una delle più prestigiose riviste femminili del tempo. Non meno entusiasta, Sylvia, è della radio e del telefono in camera, della vista che si gode affacciandosi alla finestra. E della possibilità di conoscere, uscire e perché no, fare sesso con uomini che fossero newyorkesi doc. Nello stesso tempo Sylvia è irretita, come sempre, dai suoi monologhi interiori in cui un’intelligenza feroce si scontra con le aspirazioni di un modello di donna in rapido cambiamento nel fare i conti con il passato e con il presente.
La libertà della donna newyorkese del primo decennio del secolo, il periodo della grande depressione, il proibizionismo, il rovinoso crollo della borsa di Wall Street del 1929 contribuiscono profondamente per Paulina Bren a creare modelli femminili contraddittori. Il modello di donna nuova di inizio secolo aveva lasciato il posto, quando Sylvia arriva a New York, alla pretesa di un ritorno alla tradizione, incoraggiato dal dilagare della povertà anche cittadina. Tuttavia non per questo la questione reale della donna lavoratrice per ambizione o necessità era passata in cavalleria, anzi. Il serpeggiare di questo modello di donna fieramente lavoratrice insieme a un preteso ritorno delle donne a un ruolo più tradizionale dentro la famiglia avrebbe consegnato anche Sylvia Plath ai doppi oneri che gli standard degli anni Cinquanta imponevano alla donna americana. E poi quanto era ingiusto che gli uomini potessero perseguire i loro desideri sessuali e le donne dovessero sempre mediare in una continua recita sociale? Scrive Sylvia tra le righe del diario e del suo romanzo dedicato all’esperienza di quel mese a New York.
Sopraffatta dal carico di lavoro a Mademoiselle e delusa dalla realtà che in nessun modo era paragonabile alle sue aspettative spesso irrealistiche, Plath ne La campana di vetro ha documentato “il sogno perduto di New York”, dall’ottica di un io poetico e erotico, che mai come in queste pagine, si dibatte mettendo a nudo l’ambizione e il dolore che hanno segnato il genio di Plath. La notte prima di lasciare New York e il Barbizon, Sylvia, come la protagonista de La campana di vetro lancerà dal terrazzo dell’hotel gli abiti che aveva scelto con grande attenzione prima di partire per il suo stage presso Mademoiselle. Gli abiti che tanto erano costati alla modestia dei fondi di Aurelia, madre vedova e lavoratrice. Poco dopo il suo ritorno a casa Sylvia inscena il primo dei suoi spettacolari tentativi di suicidio, nascondendosi in un intercapedine della casa di famiglia dopo aver ingerito un letale numero di pillole e avendo lasciato scritto un biglietto in cui invece annunciava di essere partita per un breve viaggio. Sarà fortunosamente trovata viva ma malconcia dal fratello due giorni dopo, salvata dal fatto di aver vomitato una parte delle pillole. Così inizia a conclamarsi la malattia di Sylvia, i ricoveri, gli elettroshock senza anestesia ma anche la grandezza della poesia che le viene quasi subito riconosciuta pubblicamente.
Ritroviamo un altro spaccato interessante dell’esperienza di Sylvia Plath in un libro recentemente pubblicato da Morellini Editore. In Sylvia Plath. Le api sono tutte donne, Antonella Grandicelli si produce in un singolare romanzo in cui si immedesima coraggiosamente in una Plath impegnata nel racconto di sé stessa a partire dall’anno della morte, ripercorrendo a ritroso tutte le tappe della propria vita attraverso i suoi domicili, associati ai grandi temi e eventi di una esistenza davvero breve: tradimento, maternità, sterilità, America, matrimonio, amore, suicidio, giovinezza. La collana Femminile Singolare cui il romanzo di Grandicelli appartiene nasce dichiaratamente per valorizzare quelle grandi donne del Novecento penalizzate da una figura maschile molto ingombrante al loro fianco e dalla critica misogina. Il romanzo ha un taglio esclusivamente introspettivo in cui l’autrice ha soprattutto messo in luce la costrizione provocata dagli imperativi sociali, la sopraffazione delle aspettative relative al futuro, le incombenze legate alla maternità e al ruolo di moglie, oltre che al perfezionismo preteso da quella società, e dalle donne nei confronti di se stesse, nel concepire i propri doveri verso un concetto idealizzato di famiglia. Si tratta di un libro, quello di Grandicelli, scritto molto bene e dall’editing curatissimo, in cui la scrittura raggiunge picchi lirici interessanti e originali che pur distaccandosi dallo stile inimitabile che troviamo nei diari di Plath, ha il merito di rendere a pieno quella parte per così dire culturale che ha segnato le difficoltà materiali di Sylvia, donna che voleva scrivere poesia per professione
In Vietato scrivere. Come soffocare la scrittura delle donne di Joanna Russ, un testo del 1983 ma da poco edito in Italia nella bella traduzione di Chiara Reali per i libri dell’Enciclopedia delle donne, l’autrice citando a sua volta Suzanne Juhasz scrive: Plath aveva bisogno di essere perfetta ma (come ogni essere umano) non poteva. Qualcosa che aveva sperimentato anche Adrienne Rich nei suoi anni universitari: una scissione che sperimentavamo già allora tra la ragazza che scrive poesia, che si definiva attraverso la scrittura della poesia, e la ragazza che doveva definirsi attraverso i suoi rapporti con gli uomini. Per Russ, si tratta di un dualismo insito nelle aspettative di Plath come donna, una frattura tanto psichicamente impositiva da costituire una vera e propria scissione dell’identità.
Una sofferenza psichica quella di Sylvia Plath che nessun a posteriori di tipo critico, narrativo, saggistico, sociologico potrà mai cogliere del tutto e mettere in relazione con la grandezza della sua poesia. Resta credo in chi la legge oggi la constatazione di una fede profonda che animava Sylvia, legata all’imperscrutabile mistero della poesia che spinge una donna a perseverare diabolicamente nello scrivere, attraversando le condizioni più disagiate e sfavorevoli che il destino, la società, la misoginia, la malattia possono riservarle. Articolo pubblicato su Leggendaria 153 aprile/maggio 2022
In questa seconda puntata di NINA a cura di Viviana Scarinci, Chiara Zamboni risponde a quattro domande sul suo intervento al convegno di Viterbo Ecopoetiche e Ecopolitiche Poesia come cura del mondo e sulla sua ricerca espressa nell’ambito di Diotima comunità filosofica femminile nata presso l’università di Verona nel 1984. L’occasione costituita da questa seconda puntata di NINA è da non perdere. Chiara Zamboni traccia un percorso che riguarda la poesia in senso generale ma anche la soggettività femminile per come si rapporta alla realtà. Da un certo punto di vista filosofico l’atteggiamento poetico consiste nel credere nel reale oltre ciò che del reale è visibile. La visione femminile ha una qualità in più nell’adattarsi al multiforme che concerne la storia, il presente e il futuro. Zamboni con estrema sintesi ci racconta tutto questo tracciando un orizzonte culturale in cui la visionarietà delle donne nella storia del mondo si è costituita ed è stata considerata prima un valore e poi un disvalore, in termini religiosi con la Riforma protestante e la Controriforma cattolica, e infine con l’avvento dello scientismo che ha ammantato il femminile visionario di molti pregiudizi tuttora difficili da scardinare. Un excursus quello di Zamboni che include l’ideologia della bontà della natura alla necessità di un riconoscimento effettivo del ruolo centrale della soggettività femminile nell’ambito delle politiche ecologiste. Insomma un’occasione di ascolto chiarificatrice sugli infiniti legami in cui femminismo, poesia, filosofia e ecologia devono e possono essere compresi e praticati nella stringente contemporaneità.
NINA nasce per rilanciare parte del materiale audio prodotto dalla ricerca SIL e per presentare contenuti nuovi implementando l’attitudine alla comunicazione che ha sempre contraddistinto il lavoro di ricerca della Società Italiana delle Letterate.
Dopo mesi di progettazione sono molto felice di annunciare la pubblicazione della prima puntata di NINA il podcast della Società Italiana delle Letterate che ho ideato e organizzato insieme a Anna Toscano. Ogni 10 del mese pubblicheremo una puntata nuova su un sempre maggiore numero di piattaforme podcast a partire da Spotify e Audible di Amazon e altre piattaforme in cui l’ascolto è completamente libero da abbonamenti vincolanti. Il mio interesse, anche tecnico per il formato podcast è nato tre anni fa attraverso alcuni audio diffusi su Diaria Blog e non si è mai sopito. Se l’ho poco praticato rispetto a quanto avrei voluto è stato solo per mancanza del tempo necessario che serve a una cura adeguata a tutti gli aspetti tecnici, insieme a quelli contenutistici necessaria a una produzione qualitativamente fruibile e tematicamente interessante degli audio proposti. Quando ci siamo trovate con Anna Toscano insieme nel nuovo direttivo SIL a avere lo stesso tipo di interesse (Anna per la SIL si occupa dell’ufficio stampa e social, io della gestione del sito) per questa forma di comunicazione, abbiamo immaginato un podcast per la Società delle Letterate attraverso un progetto che è stato accolto dalle colleghe del direttivo con grande entusiasmo perciò qualche mese fa ci siamo messe al lavoro. L’idea di NINA nasce con l’obiettivo di rilanciare parte del materiale audio pregresso prodotto dalla ricerca SIL e di presentarne del nuovo implementando l’attitudine alla comunicazione che la Società delle Letterate ha sempre avuto nell’ambito di una prospettiva futura tanto prossima da essere già presente. Questo non solo per aggiornare SIL con i tempi ma soprattutto per individuare una forma di comunicazione più aderente al modo di essere SIL, stando più vicine alle proprie socie e così potenzialmente incontrarne altre. NINA quindi attraverso questo media del tutto nuovo per SIL che è il podcast sarà un contenitore e un luogo di suoni, parole e silenzi in cui ascoltare le nostre voci. Ascoltando Nina troverete interviste, letture, dialoghi, poesie, canzoni, dibattiti tutto attraverso la lente del femminismo.
Il primo podcast che potete ascoltare si intitola Passaggi metamorfici della poesia e riguarda l’intervento di Chiara Zamboni, introdotto da Elvira Federici (presidente SIL) che ha avuto luogo nell’ambito del convegno Ecopoetiche Ecopolitiche. Poesia come cura del mondo che si è tenuto nel mese di marzo 2022 presso la Biblioteca Consorziale di Viterbo (video integrale del convegno qui, qui e qui) . Il podcast del 10 luglio sarà una mia intervista a Chiara Zamboni sulla sua ricerca e sul libro Sentire e scrivere la natura
La musica: pochi secondi di studio di un duetto di Béla Bartók suonato dalle violiniste Daniela Santi e Sara Michieletto. L’immagine è di Anna Toscano.
Chiara Zamboni insegna Filosofia teoretica all’Università degli Studi di Verona. Nel 1984 ha fondato assieme ad altre (Luisa Muraro, Adriana Cavarero, Wanda Tommasi ecc) la comunità di filosofia femminile “Diotima”, all’università di Verona. L’impianto della ricerca filosofica si basa su una teoria della differenza sessuale, assunta come significante e non come significato, cioè come orientamento ermeneutico dei segni della realtà, come guida ad atti interpretativi del tessuto del mondo. La sua riflessione su linguaggio, basata sulla relazione di fiducia che abbiamo con la terra, fiducia che si sottrae al dispositivo soggetto oggetto, evoca fin nella sua scrittura filosofica, quell’attenzione poetica che ci consente di vivere la realtà “nutrendola creativamente di parole”. Tra le sue pubblicazioni: Parole non consumate. Donne e uomini nel linguaggio (2001); Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni (2009), Immaginazione e politica. La rischiosa vicinanza tra reale e irreale (2009) La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe (2019) e Sentire e scrivere la natura (2020)
“La libertà della donna newyorkese del primo decennio del secolo, il periodo della grande depressione, il proibizionismo, il rovinoso crollo della borsa di Wall Street del 1929 contribuiscono per Paulina Bren a creare modelli femminili profondamente contraddittori. Il modello di donna nuova di inizio secolo aveva lasciato il posto, quando Sylvia arriva a New York, alla pretesa di un ritorno alla tradizione, incoraggiato dal dilagare della povertà anche cittadina. Tuttavia non per questo la questione reale della donna lavoratrice per ambizione o necessità era passata in cavalleria, anzi. Il serpeggiare di questo modello di donna fieramente lavoratrice insieme a un preteso ritorno delle donne a un ruolo più tradizionale dentro la famiglia avrebbe consegnato anche Sylvia Plath ai doppi oneri che gli standard degli anni Cinquanta imponevano alla donna americana”
Possono le strategie e il #linguaggio delle piante cambiare il modo di intraprendere, intendere e interpretare la #scrittura in senso ecologico? Gli ambiti sterminati di applicazione della #biomimetica ci fanno sognare questo.
Da persona che scrive e ha un giardino che cura da anni ho una conoscenza empirica delle strategie e del linguaggio delle piante, dei modi in cui mi dimostrano come stanno, ciò che vogliono da me e quali sono le loro intenzioni. Lo so quanto mi vogliono bene o quanto mi vogliono male se sbaglio o ho ragione a trattarle prendendo decisioni anche fuori dalla manualistica. Chiunque abbia una pianta anche d’appartamento lo conosce il modo straziante in cui ti rimprovera con tutto il corpo di non essere stata troppo attenta al nocciolo della questione.
Ultimamente mi ha molto coinvolto la lettura di un libro di Renato Bruni che si intitola Erba volant. Imparare l’innovazione dalle piante (Codice Edizioni, 2022). Sono rimasta folgorata dai principi della biomimetica che Bruni descrive nel libro. In realtà mi ha colpito soprattutto il linguaggio con il quale l’autore rende possibile all’immaginazione di chi legge di compiere il salto nel vuoto che la biomimetica si propone di fare in ogni campo di applicazione. Leggo sul sito dell’Eni questa definizione di biomimetica:
dal greco bios, vita, e mimesis, imitazione, che potremmo definire come un’applicazione delle nuove tecnologie allo studio della biologia al fine di produrre materiali e strutture ispirati agli organismi e agli ecosistemi. Non una semplice copia, né un’impostazione estetica, di design, ma un vero e proprio modo nuovo di intendere l’architettura, l’industria tessile, l’edilizia e persino l’urbanistica senza prescindere dalla salvaguardia dell’ambiente e del clima da un lato e della sostenibilità energetica dall’altro.
Certo letta sul sito dell’Eni una definizione per così dire etica della biomimetica sembra un po’ grottesca. Tuttavia il libro di Bruni mostra anche a lettrici amatoriali, come lo sono io relativamente a questo tema, che al di là degli interessi delle multinazionali del petrolio e del farmaco la biomimetica ha effettivamente campi sterminati di applicazione. La natura inventa un po’ come si inventano la vita e la scrittura quelle e quelli che hanno l’istinto poetico cioè creando senza avere un piano d’uso, un disegno di destinazione. Ma questo non deve far pensare a uno speciale amore per l’inutilità o al perseguimento di un’etica disinteressata. Il loro motore insiste come quello dei vegetali, come scrive Bruni, sul numero, sul caso, sulla prova costante, sulla permanente elaborazione delle soluzioni in cerca di quella più appropriata al contesto, sempre volti al concepimento di qualcosa ancora non pervenuto. Queste vite e questa scrittura, come i movimenti non movimenti più o meno enfatici e plateali delle piante, con buona pace dei patiti della matematica, si avvalgono di una scientificità che c’entra comunque con un modo alternativo di intendere i modelli.
La natura crea stando ogni organismo vegetale ben piantato e fiducioso relativamente ai meccanismi chimici e biologici alla base del fatto che sei una pianta viva e sei pronta a perpetrare le tue singolarità oltre che a determinarti seguendo le propensioni del tuo genere e della tua specie. Bruni parla suggestivamente di un testo nascosto, un testo borderline che si trova nelle variazioni evolutive di ciascun vegetale. L’autore illustra alcuni modelli di questo testo attraverso uno storytelling fatto per entrare nel vivo delle dinamiche essenziali. Storie di scelte strategiche vere e proprie rese trasferibili in contesti tutt’altri anche dalla verve ironica di chi ha perso l’innocenza di guardare alla natura secondo il preconcetto tutto umano di una sua innata bontà di fondo. Storie quelle di Bruni raccontate attraverso la descrizione delle imprese più impensabili che le piante compiono con un efficacia e una fiducia incrollabile nel potere della quotidianità che per loro si esprime nel ciclo circadiano. In effetti come dovrebbe essere per noi animali, cioè attraverso un tempo fortemente connotato da ore di buio e di luce in un’alternanza che lascia poco spazio al contraddittorio.
Si chiama biomimetica, ed è il metodo per studiare e imitare la natura garantendo all’uomo innovazioni efficaci e sostenibili. Così, le felci da appartamento che assorbono sostanze nocive diventano un modello per la depurazione dell’aria, mentre gli adattamenti sviluppati da alcune piante per resistere nei deserti forniscono idee per raccogliere acqua piovana e conservare vaccini senza frigorifero. In altri campi, osservare il regno vegetale può aiutare a progettare reti per lo scambio d’informazioni, a pianificare nuovi approcci al marketing, a sviluppare architetture leggere ecosostenibili, a ottenere la fotosintesi artificiale. Dal sito dell’editore
Alcuni elementi di botanica grossomodo li sapevo per esperienza diretta di una che non si allontana mai troppo a lungo dalla natura e un po’ anche grazie all’aiuto di tutta una formidabile letteratura sulla botanica e la filosofia del giardino che chiunque voglia capire qualcosa di scrittura dovrebbe mettere in lista tra le prime letture da fare. Un po’ come accadeva nella Firenze di Dante se volevi fare il politico, ti dovevi laureare nell’arte dello speziale, conoscendo il nome di tutte le piante e assicurando di aver svolto un appropriato tirocinio attraverso un preciso numero di visite negli orti botanici.
Quello ritratto nella foto reciso e posto in acqua è il fiore di taràssaco, una delle piante più comuni e diffuse. Ha virtù officinali note fin dall’antichità. È comunemente conosciuto come dente di leone, dente di cane, soffione, nonnino, cicoria selvatica, cicoria asinina, grugno di porco, ingrassaporci, brusaoci, insalata di porci, pisciacane, lappa, missinina, piscialletto, girasole dei prati, erba del porco o anche con lo storpiamento del nome in tarassàco.
Insomma lo sapevo quanto i comportamenti delle piante potessero essere illuminanti su tutti i fronti proprio a partire dal principio che le idee, come dice Bruni, degne di essere chiamate tali, che funzionino o meno, sono sempre figlie di un ambiente reale che le sottopone a quanto c’è di ineludibile rispetto al porsi il problema di continuare a esistere. Di esistere in qualche modo ma anche di proliferare sulla base delle effettive risorse disponibili, alle condizioni oggettive in cui ci si trovi e resistendo alle aggressioni subite alla propria identità. Identità che nella tassonomia delle piante è qualcosa di scandito da presupposti misurabili. Ma soprattutto le piante insegnano quanto sia importante avere una percezione diversa rispetto a quella umana relativamente a quei pericoli costituiti dalle intenzioni predatorie e colonizzatrici dei soliti meccanismi di prevaricazione. Prevaricazione che in natura è sempre governata da un equilibrio che prescinde i soggetti coinvolti ed è volto al mantenimento di un’ecosistema mai basato su distruzioni da intendersi su vasta scala. Semmai, sacrificando qualcosa la prevaricazione delle piante è sempre indicizzata verso un mantenimento della vita nel senso più ovvio e più banale, a fronte del quale gli interessi di una soggettività di tipo antropocentrico fanno sorridere. Certo come si fa a non partire in quarta con l’immaginazione quando Bruni scrive la parola testo? Come si fa a non pensare in termini che si possano avvalere di alcuni concetti della biomimetica ipotizzando una riflessione sull’unicità della scrittura di ciascuna donna che scrive ad esempio. Lo si potrebbe fare in questo caso abbozzando approssimativamente un osservatorio sulle potenzialità conoscitive o deleterie dell’importanza data ai numeri nel caso delle digital humanities:
è un’area di attività accademica all’intersezione tra le tecnologie informatiche o digitali e le discipline umanistiche. Comprende l’uso sistematico delle risorse digitali nelle discipline umanistiche, nonché l’analisi della loro applicazione.
Si potrebbe partire dal presupposto che quella delle donne sia un genere di scrittura o una scrittura di genere che come la poesia per sua natura tende a farsi laboratorio di elaborazione permanente delle soluzioni per adattarsi a un contesto ancora ostile e spesso universalmente inospitale. Si potrebbe pensare anche alla scrittura sulla base di come questa appartenendo a scrittrici o a scrittori, a poete o a poeti, all’accademia, o al romanzo, o al giornalismo si adatti o meno a un ecosistema che si crede del tutto mappabile, al prezzo di ingenti sacrifici in termini di perdita del senso della realtà.
Quando il campo è il testo per chi lo pensa e poi cerca una lingua per scriverlo, può prevalere quel mondo così controverso in cui a contare sono i dati se si fa dei numeri l’unico ecosistema, cristallizzando ogni movimento del linguaggio dentro modelli che fanno categoria. Ma se sostituissimo all’efficacia di un algoritmo quegli oggetti del reale che determinano le cose che effettivamente avvengono in natura, che succederebbe? Intorno alle piante e ai loro comportamenti creativi, distruttivi, colonizzatori quando non esplicitamente ruffiani o opportunisti a fare contesto non è il consenso, il successo formale ma come in natura, il ripetersi di prassi che ogni volta devono dimostrare sul campo la loro efficacia di fronte alla maggiore o minore severità dei singoli habitat.
Voglio dire per fortuna anche in letteratura esistono a fare contesto anche le condizioni climatiche e ambientali, storiche e sociali in cui un seme di un determinato genere e di una tale provenienza geografica vive la sua specie nella necessità di esistere anche attraverso una tassonomia integrata da un immaginario sfuggente e impensabile, come fanno i vegetali al fine di garantirsi la sopravvivenza. Un immaginario attivo avvinto alla pura necessità di non essere spazzati via dagli elementi, un immaginario che ha sempre legato gli esseri viventi a una cifra potenzialmente ignota che insiste allo stesso modo nella natura e nella letteratura.
Appena conclusa su Rai1 la terza stagione de L’Amica Geniale abbiamo saputo che La vita bugiarda degli adulti sarà composta da 6 episodi che vedremo su Netflix entro la fine del 2022. Già sapevamo da tempo che la zia Vittoria l’avrebbe interpretata Valeria Golino e il regista della fiction sarebbe stato Edoardo De Angelis.
Non ho amato la regia di Daniele Lucchetti che mi ha reso faticoso guardare con attenzione la terza stagione dell’Amica geniale ma sono mesi che mi cullo nell’idea che il più bistrattato dei libri di Ferrante il meno compreso, nominato e studiato di tutti, fosse stato consegnato alla lettura cinematografica del regista di Indivisibili.
Indivisibili è un film uscito nel 2016. La vita bugiarda degli adulti sarebbe stato pubblicato nel 2019 ma Storia della bambina perduta quarto e ultimo libro de L’Amica geniale aveva già spopolato ovunque creando nuovi paradigmi di riferimento critico relativi alla coppia di amiche, al rapporto madre figlia, al diritto alla centralità delle prerogative femminili all’interno di contesti publici e privati. Oggetti e categorie marginali, storicamente relegati in generi e recinti, studiati in contesti di nicchia, con Ferrante diventavano un po’ più noti, un po’ meno spaventosi. Non che i tempi non fossero maturi da prima del ciclone Ferrante ma certo la grande popolarità della saga e poi della prima e della seconda stagione della serie televisiva per la quasi completa regia di Saverio Costanzo avevano reso, improvvisamente la vita delle bambine, l’infanzia e l’adolescenza delle donne, i rapporti tra loro, con gli uomini, con la politica, temi praticabili in senso più ampio fino a raggiungere il discorso pubblico. Oddio, più che il discorso pubblico il chiacchiericcio che, almeno in Italia, questi temi li scopriva come non fossero mai esistiti, salvo tutto il lavoro di ricerca, scrittura, politica e critica di chi si è sempre spesa a prescindere da Ferrante.
Vincitore di 5 Nastri d’Argento e 6 David di Donatello Indivisibili arrivava in quel momento a parlare del legame tra due ragazze quasi maggiorenni e di quanto il valore simbolico di questa sorellanza di sangue potesse sfociare in una mistica mondana e una distorsione del tutto mercificabile. Nel film di De Angelis Viola e Dasy sono due gemelle siamesi che cantano ai matrimoni facendo la fortuna di una famiglia di Castelvolturno la cui economia ruota tutta intorno ai proventi di queste esibizioni.
Tuttavia Viola e Dasy sono soprattutto due ragazze con un sogno: la normalità di poter fare ciascuna le cose per conto proprio. Anche se questo è il sogno più di una che dell’altra. All’orizzonte un intervento chirurgico che forse potrebbe esaudire il desiderio ma farebbe cessare i proventi delle loro esibizioni. Sullo sfondo tre uomini: un padre che non molla la proprietà usufruttuaria delle figlie, un prete che ha colto la portata pecuniaria del miracolo costituito dai due corpi femminili belli e difformi da esporre all’atavismo dei fedeli e un produttore discografico con la passione per il freak, essendo sessualmente interessato alla diversità dei due corpi in uno che Viola e Dasy rappresentano.
Scrivo su La vita bugiarda degli adulti ne Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo: “Dopo la tetralogia de L’amica geniale, Elena Ferrante inizia il racconto in prima persona della vita di Giovanna Trada, nata a Napoli il 3 giugno 1979, colta sul compiere dei suoi 12 anni fino ad arrivare ai 16. […] In ballo stavolta c’è proprio un’eredità generazionale, storica, politica, ambivalente che è bene saper guardare da tutte le prospettive se si vuole crescere. E Giovanna lo vuole sicuramente, dato che il romanzo si chiude con un proposito di tutto rispetto, quello di diventare adulta come a nessuno è mai successo. Per non parlare della domanda che campeggia già in quarta di copertina: crescere per diventare cosa, per somigliare a chi? Intendiamoci: fare da sé per Giovanna non è una velleità ma una necessità che pagina dopo pagina renderà il linguaggio e le sue insidie più o meno consapevoli, il vero protagonista del libro e la vera posta in gioco in termini di eredità”
De Angelis quindi nella fiction de La vita bugiarda degli adulti si misurerà con temi che sono anche i suoi. L’eredità generazionale, la metamorfosi materiale e simbolica del corpo femminile adolescente, il suo essere risorsa e reliquia di un immaginario sociale esclusivamente maschile. Ma soprattutto la spaventosa, misteriosa e pericolosa adolescenza delle bambine.
Ferrante come se non bastasse ci ha insegnato ancora dell’altro con La vita bugiarda degli adulti. Quando si trova la lingua per dire qualcosa che prima era indicibile, ricorrono parole che vengono sottoscritte e poi usate sempre da un maggior numero di persone. Gli adulti che le usano sempre più spesso finiscono per perdere la memoria di quel mistero che nel bene e nel male, le parole, le rende vive. Forse è così che si smette di vedere, pur essendo convinti di continuare a guardare, come Andrea, il padre di Giovanna. Alcuni genitori lo sanno che devono preferire il sapere al non saperne, preferire di essere certi invece che dubitare. Le sfumature sono possibilità che devono scordarsi di praticare, i genitori, perché proprio quelle potrebbero costituire la loro pubblica gogna di fronte all’implacabile adolescenza dei loro figli. Fossero genitori rivoluzionari o patiti della conservazione fa lo stesso. Sono le parole che erano state nuovissime la colpa genitoriale che serve ai figli per crescere, sbugiardando tutte le verità, le bugie, nonché le omissioni che quelle parole continuano a racchiudere, impedendo la fiducia nel saper fare meglio e da soli. Soltanto che certi adulti se lo dimenticano che quella porzione di indicibilità rivelata da parole che una volta erano nuove, non si esaurisce mai, anzi resta acquattata ovunque.
Le adolescenti come Giovanna Trada lo sanno per istinto che il linguaggio attraversa sempre le cose, anche se prima erano soffocate dall’ indicibilità e ora sono riconoscibili solo attraverso quell’unica possibilità di essere dette, che certo non appartiene a chi sta al mondo da poco. Se le ragazze ascoltassero le parole che per le loro madri e i loro padri erano state nuove, lo scarto, le altre parole che si possono cercare, per inventare e poi praticare un altro modo di fare e dire avrebbero ancora meno la possibilità di venire alla luce. Le parole si consumano, il nuovo invecchia e diventa rassicurante come un buon classico. Così certi misteri atrofizzano nel non detto e certi altri per fortuna restano misteri che rendono le cose, i gesti, giovani anzi adolescenti, consegnandoli al mistero per antonomasia che rinnova il mondo. Io penso che è per questo che La vita bugiarda degli adulti avrebbe potuto essere una saga, come L’amica geniale, come anche Ferrante nel 2019 dichiarò che sarebbe potuto essere. Certo un ciclo più difficile quello delle vite bugiarde, meno facilmente amabile de L’amica geniale ma quanto necessario.
Il Consiglio Direttivo della Società Italiana delle Letterate, in carica per il biennio 2022-2023 che è stato eletto durante l’assemblea del 20 marzo 2022, vede confermata la mia presenza in questo organismo.
Qualche mese fa questo spazio del Convegno SIL Ecopoetiche Ecopolitiche, poesia come cura del mondo doveva essere riservato a un dialogo che si sarebbe riferito alla traduzione italiana di Zong! Come narrato all’autrice da Setaey Adamu Boateng di Marlene NourbeSe Philip, cui avrebbero dovuto prendere parte la traduttrice italiana Renata Morresi e l’editrice Mariangela Guatteri. Poi questo spazio di dialogo sarebbe dovuto essere riservato alla poeta e critica letteraria Bianca Battilocchi, infine al mio fianco oggi ci sarebbe dovuta essere la poeta Lidia Riviello ma come vedete non c’è, né lei né le altre persone che ho nominate. Perciò vi parlerò in questi pochi minuti sostituitivi di quello che avrebbe potuto essere, di alcune suggestioni che mi hanno accompagnato in questi mesi.
La prima suggestione che vi vorrei offrire mi è arrivata da un recente intervento di Roberta Mazzanti nell’ambito dell’incontro che ha avuto luogo meno di un mese fa presso il Giardino dei ciliegi di Firenze intitolato Incontrarsi ai crocevia. Eredità plurali di Liana Borghi. Mazzanti parlando di uno degli innumerevoli aspetti della ricerca e delle pratiche di Liana Borghi definisce la poesia un disegnare la mappa dei fallimenti, inserendo questa definizione tuttavia all’interno di un’investigazione fervidamente attiva e ambivalente (in termini di fiducia nel successo dell’impresa) in merito a quale sia il potere effettivo del linguaggio letterario nel suo descrivere, incidere, e cambiare la realtà.
Questa focalizazzione così precisa e sintetica mi ha colpito proprio perché evidenziava a mio avviso un legame forte tra i lavori che in parte questo convegno sulla poesia come cura, si è riproposto di fare e l’essenza per così dire poetica della pratica di Liana Borghi, per quel pochissimo che ho potuto conoscere in prima persona.
L’altra madrina ideale che nominava Elvira Federici in apertura che ho richiamato dalle pagine di Leggendaria 151 in occasione di un articolo che si riferiva a questa nostra due giorni così attesa, è Lidia Curti che attraverso l’ultimo libro Femminismi futuri (su questo blog ne ho parlato qui ) a sua cura e a cura di Marina Vitale, ha profilato un prospetto vastissimo in cui afrofemminismo, politiche femministe decoloniali, miti e figurazioni future hanno saputo integrarsi perfettamente con quello che Curti indica come un confronto con l’alterita’ da praticare attraverso un’estetica del discontinuo, dell’interruzione, del disordine, dell’asimmetrico, come in poesia del resto.
Quale introduzione può essere migliore a un incontro in cui si vuole parlare di ecofemminismo attraverso il linguaggio della poesia, in un momento storico cui voler essere comunque contemporanee senza sottrarsi alla nostra responsabilità di poete, di femministe, artiste, studiose senza ognuna di noi rinunciare alla propria agenda, come indicava Anna Maria Crispino ieri. Quale se non quella riflessione che richiama da un lato lo stare con tutto quello che anche i workshop di questo convegno hanno indagato in termini di cura: stare con il fallimento, la cura, la lingua madre e la lingua dell’altra, la ferita, ma anche con tutta la carica trasformativa e vitalistica di cui il linguaggio poetico è portatore.
Secondo una definizione abbastanza diffusa ormai l’ecofemminismo riafferma il mondo nella sua complessità e nello stesso tempo propone un impegno e una sintonizzazione con un mondo originario, un mondo dinamico e ricco, proprio perché concepito, in una prospettiva anche storica dentro un continuum di relazioni tra umani nelle loro diversità e non umani portatori tra loro e a loro volta di diversità per niente scontate. E’ tramite questo modo per così dire ecologico che il linguaggio poetico parte alla volta di una indagine che si insinua all’interno dell’habitat.
In questa definizione di habitat si può trovare un orientamento volto a una coabitazione dell’essere poeta e femminista dentro un linguaggio/casa in cui l’ambivalenza si fa indagine plausibile molto più che altrove. Così come nell’udire la definizione di poesia come mappa dei fallimenti, trovo molta più speranza che in ingannevoli rassicurazioni di successo o di possibile e illusorio raggiungimento di un qualche obiettivo in termini di una definizione provvisoria ma accettabile della realtà che ci circonda.
Un certo modo politico di intendere l’ecopoesia si misura con il potere che il linguaggio letterario ha di muovere da tutt’altra unità di misura stabilita. Quella della parola poetica ecologica ha come unità di misura un elemento che segna la sua differenza fondativa: l’ecosistema, come alcune e alcuni teorici dell’ecofemminismo hanno asserito. L’ecosistema è l’unità di misura della sopravvivenza come elemento che mette in relazione la percezione della nostra storia di umani, le pratiche, parole, traduzioni resistenti materialmente opponibili a qualsiasi potere e prevaricazione. La poesia dal canto suo segna, può segnare, un’estetica di quella misura che abbiamo chiamato ecosistema.
Questo frammento di discorso contrae un debito importante con il pensiero di Nasrullah Mambrol e getta idealmente le basi di uno svolgimento più articolato in cui storia, poesia, ambiente, relazioni quotidiane tra individui e degli individui con la natura si articolano e vengono comunicati globalmente attraverso il così detto landscape of fear, il paesaggio della paura, teorizzato da Peter Turchin, termine che a sua volta Turchin prende in prestito dal mondo animale come strumento di analisi sociale (e poetico/narrativa per quello che mi riguarda) attraverso il significato ecologico e di conservazione della paura. Sono stata messa sull’avviso di questa lettura relativa alla paura e al fallimento storico per così dire della lucidità, anche da una delle newsletter di MEDUSA in cui citando Turchin relativamente alle conseguenze delle guerre e carestie del Basso Medioevo, si tentava di dare una lettura ecologica, anche delle conseguenze storiche, sociali e ambientali degli stati d’animo per così dire attanagliati dall’idea della morte e dal “concetto” di lutto.
Ecco i temi sui quali insieme a Anna Maria Curci inizieremo a ragionare domenica 6 marzo alle 17 al Pentatonic
L’italianità di Elena Ferrante anche nelle diverse ottiche in cui film e fiction l’hanno inquadrata
La marginalità in Ferrante come viene intesa relativamente alla storia delle italiane del XX secolo e ai vari contesti sociali e politici che tutte le protagoniste ferrantiane, del primo e del secondo ciclo, attraversano
L’Italia del 1992 anno in cui Elena Ferrante nasce come autrice pubblicando il suo primo libro
Ferrante è un’autrice femminista?
Il romanzo scritto da donne e Elena Ferrante
Gli adulti sono bugiardi? Che cos’è la verità nell’opera di Elena Ferrante
Elena Ferrante, la Germania e il contesto internazionale
Il margine e il dettato, Elena Ferrante saggista
L’evento prevede di essere seguito esclusivamente dal vivo. Ingresso con tessera ARCI 2021-2022; è possibile tesserarsi in sede. Prenotazione obbligatoria (+39 3519674290). Nel rispetto delle normative vigenti, potrà accedere al locale chi è in possesso della certificazione verde rafforzata COVID-19. Info sul libro https://www.iacobellieditore.it/catalogo/il-libro-di-tutti-e-di-nessuno/
L’evento prevede di essere seguito esclusivamente dal vivo. Ingresso con tessera ARCI 2021-2022; è possibile tesserarsi in sede. Prenotazione obbligatoria (+39 3519674290). Nel rispetto delle normative vigenti, potrà accedere al locale chi è in possesso della certificazione verde rafforzata COVID-19.
Su Leggendaria 151 Viviana Scarinci, Relazione, alleanza e confronto tra alterità Società Italiana delle Letterate ECOPOETICHE/ECOPOLITICHE. POESIA COME CURA DEL MONDO BIBLIOTECA CONSORZIALE DI VITERBO 18- 20 marzo 2022
Il 2021 è stato un anno che ha visto il protrarsi dell’incertezza dovuta alla pandemia ma anche la centralità della crisi climatica e ambientale nell’ambito del discorso pubblico. L’anno passato è stato segnato inoltre dalla scomparsa di Lidia Curti e Liana Borghi, due figure di grande rilievo verso il pensiero delle quali la Società delle Letterate e il femminismo italiano in genere hanno contratto un debito importante. Il convegno Ecopoetiche-Ecopolitiche. La poesia come cura del mondo si propone di recepire e rilanciare una parte del lascito di queste due maestre focalizzando alcuni temi del femminismo cari alla loro ricerca, attraverso l’ottica della poesia.
Con l’opera di Elena Ferrante è il racconto della vita psichica delle donne che entra nella storia del XX secolo, sulla base di come questa vita è emersa al dicibile attraverso la pluralità di analisi, studi e vissuti intrapresi e trasmessi dalle donne per le donne.
L’incontro che la Casa della donna di Pisa organizza su Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo potrà essere seguito in diretta attraverso la pagina facebook https://www.facebook.com/casa.delladonna e in presenza prenotandosi a questa email segreteria@casadelladonnapisa.it
@studiose/studiosi di Elena Ferrante qui trovate una delle bibliografie più complete che si possano avere in rete per lo studio dell’opera della nostra autrice.
Perché i romanzi di Ferrante si possono dire politici? Perché Ferrante è una scrittrice politica nonostante non abbia mai asserito pubblicamente di aderire a una qualche militanza? Argomenti come la vergogna per le proprie origini, il discusso uso del dialetto individuato alla stregua di uno stigma sociale, il focus sulla figura ambivalente delle madri, sull’istruzione e le strumentalizzazioni dei titoli di studio. I romanzi di Ferrante in che modo hanno contribuito all’emersione di un rimosso collettivo e individuale che è insito nelle dinamiche sociali? E ancora Il significato delle parole frantumaglia e smarginatura: come si differenziano tra loro? Come è stato possibile che si siano rese riconoscibili nell’esperienza delle donne di tutto il mondo? E gli uomini sono immuni da questi sintomi? Ferrante vista e riletta cinematograficamente da registe e registi di film e fiction è la stessa Ferrante dei romanzi che noi amiamo?
Venerdì 10 dicembre sarò finalmente in presenza a Pisa per parlare del Libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo. Con Irene Bianchi (brillante studiosa di Elena Ferrante attraverso una tesi di laurea dedicata) parleremo dei romanzi da L’amore molesto a La vita bugiardadegli adulti passando per le altre scritture ferrantiane: gli articoli per il Guardian raccolti ne L’invenzione occasionale, le interviste collezionate ne La frantumaglia per arrivare al libro appena uscitoI margini e il dettatocon il quale Ferrante affronta la scrittura saggistica offrendo alle sue lettrici e lettori un fascinoso report, dubbi e dolori compresi, di una vita dedicata alla letteratura e al romanzo.
Grazie infinite alle amiche della casa della donna di Pisa e al loro impegno instancabile che rende possibili incontri come questo.
Ieri si è tenuto presso la Biblioteca Elio Pagliarani di Roma un incontro importante per la poesia. In un primo momento l’idea prospettata da Gabriella Musetti confesso mi aveva fatto tremare i polsi. Di primo acchito la creazione per la Società Italiana delle Letteratedi un repertorio critico che illustrasse il lavoro di poete italiane e italofone, viventi, nate prima del 1970 può sembrare un’impresa tanto necessaria quanto impossibile.
Il primo motivo dei miei tremori, seguito però da un fremito di gioia, ha riguardato l’ampiezza che Musetti si è riproposta di coprire in termini di ricerca, attraverso un progetto editoriale strutturato con una profonda consapevolezza relativa alla sua esperienza di poeta, editrice e femminista posta al servizio di un repertorio critico intitolato suggestivamente Fuori dal canone. Per una storia della poesia italiana delle donne.
È infatti di questi giorni la presentazione al circolo della stampa di Trieste dell’associazione di promozione sociale Vita Activa Nuova che vede Gabriella Musettitra le fondatrici. Vita Activa Nuova è dunque anche la casa editrice che si propone in prospettiva la pubblicazione del repertorio SIL delle poete italiane.
Il secondo motivo di tremore e poi di entusiasmo incondizionato, riguarda il fatto che si tratta di un progetto che per come è stato concepito insiste anche metodicamente su una difficoltà costante e comune. Una difficoltà spesso insormontabile cioè quella che affrontano le scrittrici, le poete e le critiche letterarie che si propongono di ricercare e di scrivere fuori dal confine del canone e di conseguenza fuori dalle categorie per così dire accreditate da un sistema di pensiero unico.
Del resto il discorso sulle problematiche del canone era stato precocemente declinato in termini politici e critici dalla SIL già nel 2015, attraversouna pubblicazione fondamentale che ha aperto la strada a molti discorsi pubblici sui limiti intollerabili che il concetto di canone impone che per fortuna si stanno tenendo oggi.
Gabriella Musetti in estrema sintesi a noi redattrici reclutate nel direttivo della Società delle Letterate tra coloro che si occupano a vario titolo di poesia (Elvira Federici, Loredana Magazzeni, Anna Toscano) ha chiesto di agire nella ricerca delle poete e delle curatrici/curatori più appropriate/i sulla base di un principio di accreditamento incentrato su un panorama molto più ampio rispetto a quello ristretto e ufficializzato da un canone letterario come minimo latitante quando funge da osservatorio sul lavoro delle poete.
Ho immaginato perciò che l’azione più utile che potessi intraprendere in prima battuta fosse quella di occuparmi il meno possibile, in veste di critica, delle poete che intendevo proporre all’attenzione della redazione del repertorio.
Per inciso l’unica poeta di cui ho scelto di occuparmi come critica in collaborazione con Luca Benassi è Lucianna ArgentinoQuesto perché a mio avviso un repertorio critico che si configura sulla base di una tale vastità di vedute richiede di avvalersi il più possibile dell’analisi di critiche e critici specialiste/i delle soggettività poetiche che si considera di includere.
Pertanto ho iniziato il mio lavoro redazionale con la consultazione di quelle organizzazioni del mondo dell’editoria e di quelle realtà letterarie con le quali fossi entrata da tempo in contatto diretto attraverso la mia attività di poeta e critica di poesia. Si è trattato per me di una vera e propria consultazione messa in atto attraverso una rete relazionale formata da quelle entità che negli anni mi hanno portato a constatare personalmente quanto agissero con presupposti affini a quelli che il progetto del repertorio si propone in termini di indipendenza.
Una di queste è la redazione delle edizioniAnteremche bandisce da trentasei anni il Premio Lorenzo Montano. La loro attenzione critica di amplissima portata è testimoniata dal modo composito in cui la redazione si è strutturata negli anni e ha agito nell’analisi dei lavori poetici proposti loro esclusivamente sul vivo dei testi. Questo lungo corso di attenzione e indipendenza è evidente da quest’anno in particolare dalla netta prevalenza della pubblicazione di voci poetiche femminili di estremo interesse su cui la casa editrice veronese ha puntato.
Per quanto riguarda la funzione di osservatorio attraverso il web ho interagito con quelli che sono tra i punti di riferimento più accreditati soprattutto dalla qualità della loro ricerca e promozione nella poesia contemporanea. Uno di questi è il sito Poetarum Silva con Anna Maria Curci caporedattrice insieme a Fabio Michieli. Curci poeta, studiosa e traduttrice è, tra le altre, coinvolta nel repertorio come poeta e e come critica nell’analisi delle poete da includere.
Un altro di questi siti èSlowforwardmolto noto per la proposta di realtà poetiche tra le più attuali del panorama nazionale e internazionale. Marco Giovenale, poeta e critico, il creatore e promotore del sito è tra i curatori del repertorio attraverso l’analisi critica del profilo poetico diMariangela Guatteri.
Il repertorio dunque riguarda il lavoro di poete la cui ricerca è ancora in corso di svolgimento. Credo che anche questo sia un segnale politico molto forte che il repertorio voglia dare. Per concludere vorrei sottolineare come questo criterio che ho sommariamente illustrato è stato possibile grazie a una politica di compilazione precisamente scandita affidata alle scelte soggettive delle redattrici, tutte come già detto poete e critiche letterarie.
Questa precisazione si dimostra opportuna perché è stato chiaro fin da subito che un repertorio critico il quale si proponga un’indagine sul presente della poesia italiana delle donne, debba avvalersi dell’esperienza maturata da soggettività e organizzazioni che si sono prefissate come assunto, un lavoro del tutto indipendente sui fenomeni della contemporaneità poetica, con ciò individuando criteri inediti e pertinenti al vivo di quelle ricerche poetiche che sono in corso di svolgimento.
Giovedì 2 dicembre alle ore 21 presso la Biblioteca Pagliarani di Roma si svolgerà un incontro in presenza e in rete sul tema: “Fuori dal canone. Per una storia della poesia italiana delle donne”. Parteciperò all’incontro in qualità di direttivo SIL e redatrice del progetto editoriale con Elvira Federici, Loredana Magazzeni, Gabriella Musetti e Anna Toscano. Saremo in dialogo con Cetta Petrollo. Questo incontro intende fare il punto sul progetto di ricerca e compilazione del nuovo Repertorio delle poete contemporanee italiane e italofone avviato da questo Direttivo SIL nel corso dell’anno 2021, un progetto ideato da Gabriella Musetti. Altro argomento riguarderà il prossimo convegno SIL 2022 che si terrà a Viterbo dal 18 al 20 marzo, tema: Ecopoetiche, ecopolitiche. Chi volesse partecipare online può richiedere il link a societaletteratepoesia@gmail.com
Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo presentazione al Giardino dei Ciliegi con Liana Borghi e Clotide Barbarulli del 18 giugno 2021
Questo è il mio ricordo di Liana Borghi, scomparsa sabato notte. Nel riquadro al centro, nel corso di una presentazione a distanza (qui il video integrale) in cui ero davvero troppo emozionata, Liana non ha parlato mai ma c’era con Clotilde Barbarulli nell’acume delle domande e nella generosità dell’opportunità che loro mi stavano offrendo con un tipo di gratuità rarissima, di quelle che ti rimette al mondo. Oggi Anna Maria Crispino dallepagine del sito della SILscrive “forse l’idea più forte che Liana ed io avevamo in comune era la necessità che la nostra Associazione non dovesse essere una sorta di “lobby” accademica, ma un luogo di confronto e reciproca valorizzazione di studiose e appassionate. E così fu, anche se con non poche difficoltà nei primi anni per “mediare” tra differenze di interessi e collocazioni delle molte che sin dall’inizio e poi negli anni successivi si sono aggregate ad una impresa che sembrava una mission impossible. Ma è da lì che è cresciuta la SIL come associazione viva e vitale che ha appena festeggiato i suoi 25 anni”. Ieri Chiara Zanini dalle pagine di Rolling Stonericordava tra le molte altre imprese di Liana che “Anche Donna Haraway, la filosofa che più ha lavorato sul rapporto tra scienza e identità di genere, introducendo la figura del cyborg, fu tradotta da Borghi, per poi essere pubblicata da una casa editrice dalla presenza capillare come Feltrinelli, mentre le traduzioni di Paul Preciado sono diventati dei successi di Fandango”. Io avevo letto Manifesto Controsessualedi Paul Beatriz Preciado nel 2019, stupidamente senza fare caso alla traduzione che era di Liana. In una Leggendaria del novembre del 2018 mi sono accorta solo ieri grazie a Giuliana Misserville, che c’era un articolo di Liana in cui emergeva tutta la profondità del rapporto con la scrittura e i temi di Praciado che passavano per la traduzione ma definivano soprattutto l’impegno di Liana Borghi. Ormai si può frequentare regolarmente Paul Braciado su Libération e Internazionale, scriveva Liana in quell’articolo, lei frequentatrice di ben più lungo corso di quella e di molte altre letture di cui da attivista e traduttrice ha aiutato la diffusione. Spero che se ne parli più di quanto vedo in rete ora di Liana Borghi, spero che si ricostruisca e si pubblichi specialmente un itinerario che lega la traduzione, l’attivismo, la filosofia, il femminismo e la critica letteraria come indicazioni di un impegno intellettuale coltissimo e possibile ma totalmente sciolto da binari che lo limitino, lo riconducano a qualcosa di già noto e detto, che lo normalizzino.
Elena Ferrante. La vita vera, il peccato originale e il repertorio di trucchi che fanno il genio
mi sono confessata quando il libro era a buon punto, io che scrivo insieme a Lenu’, io, l’autrice, saprei fare la scrittura di Lila? Quella scrittura straordinaria non la sto inventando proprio per raccontare l’insufficienza della mia? p.111
Esce oggi in libreria da edizioni e/o I margini e il dettato di Elena Ferrante. Il libro contiene tre saggi completamente inediti e La costola di Dante, intervento conclusivo del convegno su Dante e altri classici dell’ADI Associazione degli italianisti (di questo saggio su Dante ne parlo qui) Contemporaneamente a partire da stasera per tre sere alle 20.30, va in scena al Teatro Arena del Sole di Bologna La scrittura smarginata – Le Umberto Eco Lectures di Elena Ferrante, un ciclo di tre lezioni per ascoltare i tre differenti testi: La pena e la penna, Acquamarina, Storie, io, i tre saggi contenuti ne I margini e il dettato e proposti al pubblico sotto forma orale dall’attrice Manuela Mandracchia[1].
Vi dico subito una cosa che sta a pagina 115 di questo ultimo libro di Ferrante, riguarda tre righe in cui Elena Ferrante svela il peccato originale di Lila e Lenuccia, quello che regge il dramma contraddittorio, incoerente e struggente su cui si articola L’amica geniale: Il peccato originale delle due amiche era di aver creduto di potercela fare da sole, la prima da bambina, la seconda da adulta.
È questo che urta, anzi da proprio uno spintone per utilizzare un’espressione che la stessa Ferrante usa ne I margini e il dettato. Ma anche ciò che ripropone due differenti soggettività che in ogni caso tendono a individuarsi esponendosi a essere sospettate di individualismo. Peccato comunque inconfessabile proprio perché si articola più o meno sommessamente anche tra amiche. Un’eventualità comunque dolente, di un dolore che Lenuccia cerca di blandire perpetrando amaramente lo stare in bilico tra la propria individuazione e il proprio individualismo, mentre Lila finisce per sparire forse senza aver sciolto con se stessa l’equivoco o forse proprio perché l’ha sciolto. Contraddizioni e equivoci fatali più che ambivalenze che non cessano mai di creare smagliature nel plot di quello che è l’altro sterminato e incessante romanzo costituito dalla vita vera che il dispositivo Ferrante è stato in grado di raccontare, croce e delizia di un orizzonte mai soltanto frontale, se riguarda la scrittura e l’ambizione, due frangenti in cui quando sono le donne a voler fare da sole risultano, agli occhi degli altri, spesso imperdonabili.
I margini e il dettato racconta proprio l’impossibilità di districarsi tra vita e letteratura nonché il valore fluttuante dell’ambizione di essere una vera scrittrice. Ambizione che se da un lato, come il fuoco scalda e cuoce, dall’altro può divorare anche la consistenza di quel fenomeno occasionale che è il futuro testo al momento del suo insorgere incerto, quando potrebbe diventare qualcosa di inevitabile (Ferrante usa proprio questa parola) o esaurire, dimostrando al mondo quanto chi l’ha scritto sia di fatto trascurabile. Questo a secondo di una casualità non casualità, i cui contorni Ferrante, con questi suoi saggi disegna in modo indelebile.
Intanto questi dell’ultimo libro di Ferrante appunto sono saggi, è scrittura saggistica. Non erano saggi invece i testi raccolti nelle varie edizioni della Frantumaglia (2003 prima pubblicazione), erano perlopiù interviste, né lo erano gli articoli per il Guardian raccolti ne L’invenzione occasionale (2019). Tuttavia questa dell’ultimo libro è una saggistica pensata credo anche per essere detta. Non è un particolare da poco, come non è da poco l’ormai considerevole numero di corpi e voci femminili che hanno incarnato la parola di Elena Ferrante, cancellandone così definitivamente il legame con il presunto corpo la cui esistenza in vita dovrebbe aver generato l’opera. Corpo che invece nell’oralità è un elemento decisivo allorquando è soprattutto un corpo a proferire le proprie parole. Ma quello della funzione dei corpi femminili sostitutivi di Elena Ferrante richiederebbe un lavoro dedicato. Qui ne parlo in parte illustrando la performance del corpo mancante in Elena Ferrante nel recente e avvincente dialogo pubblico con Marina Abramović.
Più o meno negli anni in cui usciva L’amore molesto (1995) veniva pubblicato Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi, il primo saggio deI I margini e il dettato, La pena e la penna mi ha riportata a una parte del libro di Tabucchi che mi colpì molto e che credo di aver letto verso metà degli anni Novanta più o meno nello stesso periodo in cui stavo leggendo L’amore molesto.
Lèggiamo in Tabucchi che i primi médecins-philosophes Théodule Ribot e Pierre Janet erano medici e psicologi, ma anche filosofi che sostenevano la teoria della confederazione delle anime. Chi crede di essere ‘uno’, secondo questa teoria, uno che fa parte di un unico sè, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, si illude, peraltro ingenuamente di avere un’unica anima di tradizione cristiana, fa spiegare Tabucchi a uno dei personaggi del romanzo. La personalità è quindi una confederazione di varie anime, indipendente perciò dal sesso biologico, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone. Quella che viene chiamata la norma, o il nostro essere, o la normalità, è solo un risultato, non una premessa, e dipende dal controllo di un io egemone che si è imposto sulla confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, codesto io spodesta l’io egemone e ne prende il posto, passando a dirigere la coorte delle anime, meglio la confederazione, e la preminenza si mantiene fino a quando non viene spodestato a sua volta da un altro io egemone, per un attacco diretto o per una paziente erosione.
Attacchi diretti, pazienti erosioni, strategie consce a metà o per niente. Capirete bene che la coerenza, la costanza, la volontà sotto quest’ottica rappresentino una minuscola parte del tutto, mentre la contraddizione, la casualità, le ambivalenze, sono lo specchio che descrive per sommi capi il risultato di battaglie tanto invisibili, quanto verissime. Se ad esempio quegli spintoni con cui infieriscono vita, relazioni, casualità estreme Elena Ferrante li descrive come la prima forza che la spinge a scrivere, se quei traumi di cui parla Virginia Woolf sono ciò che hanno fatto di lei una scrittrice, la scrittura vera sembrerebbe essere il risultato di un’instabilità litigiosa e di un armistizio momentaneo inventato da chi scrive, ossia da quelle persone, molte e molti, che ciascuna, ciascuno di noi è scrivendo.
È potentemente letterario e estremamente evocativo il modo nel quale Ferrante suggerisce questa eventualità. Ci sono due ( o forse più?) scritture quella tra i margini del quaderno e quella smarginata, quella che non può o non vuole tenersi in riga. Le scritture di quei due io certo non definiscono anagraficamente, biologicamente, sessualmente (o forse sì?) chi scrive. Nessuno dei due io è da preferirsi, nessuno dei due è depositario del genio. Si invidiano, come Lila e Lenuccia, perché l’uno ha quello che l’altro non ha. L’una può prodursi in romanzi di buona confezione utili alla carriera, l’altra può smarginare nella trascendenza pura e contemporaneamente bruciare nel proprio incendio, rendendo la vita vera che cerca, lontanissima dalla scrittura vera che ha letto nei libri degli altri. Ferrante offre credo delle immagini profondamente oneste di queste eventualità così reali e rivelatrici la cui grana semplice è l’unico inganno, perché mente sulla stratificazione poderosa di un’esperienza di scrittura importante e complessa da testimoniare e trasmettere.
L’altra questione sollevata da I margini e il dettato su cui le studiose femministe di Elena Ferrante dovranno fare molta attenzione riguarda i riferimenti all’opera di Adriana Cavarero che Ferrante indica nel saggio Acquamarina tra quei lavori che hanno influito nella direzione presa dalla trama de L’amica geniale. In questo intervento Ferrante chiarisce anche in modo esplicito l’avvenuto passaggio originato dall’esperienza delle prime tre protagoniste Delia, Olga, Leda descritte come portatrici di un corpo sigillato. Sigillato perché si tratta di un ripiegamento sul proprio stesso dolore che ha significato l’isolamento per generazioni di donne producendo un’esperienza con poca speranza di essere trasmessa. Da qui il passaggio alla coppia di amiche che assume una funzione risaputa e importantissima fulcro di certa filosofia e delle pratiche dei femminismi da decenni. Ma che è stata portata all’attenzione di tutte e tutti grazie a Ferrante, come un elemento fondativo, centrale, che genera realtà plurali e precipue non più dovendo dare sporadica notizia di sé da un margine tanto defilato da non esistere in nessuna mappa.
Storie, io è il saggio che mi ha riportato a Elena Croce (parlo di Elena Ferrante in relazione a Elena Croce qui) proprio attraverso una citazione che Ferrante fa da Dostoevskij che riguarda quella vita vera evocata anche da Elena Greco nei primi tempi in cui esplora la reciprocità dell’amore con Nino. Scrivevo neIl libro di tutti e di nessunoin merito a quella vicenda Cos’è il perimetro di una vita? In che relazione sta la misura di questo perimetro con l’impressione che si ha di vivere una vita vera? Il Dostoevskij che Ferrante cita parla di un insufficienza del genere umano che già ai suoi tempi si dimostrava secondo lui incapace di sopportare la fatica di una vita vera, preferendo un romanzo che metta tutti d’accordo nel rinunciare al lavoro troppo faticoso di vivere per davvero. Elena Croce scriveva sullo stesso avviso che in certi circoli elettivi si poteva generosamente consolare e esaltare la presenza di qualsiasi disgraziato, trattandolo come un pari, purché quella presenza diventasse docilmente personaggio di un immaginario della quotidianità che già si profilava più romanzesco che realistico. Un immaginario che lo prescindeva, e che lo accettava solo nel ruolo vacante di una storia inventata che certo non era la sua.
C’è molto quindi in questo ultimo libro di Ferrante, moltissimo che anche non ho detto qui, in merito all’attinenza del romanzo come forma letteraria più o meno adatta a dire la vita. Oppure a dire una realtà più viva di quella reale, mediando attraverso tutto un repertorio di trucchi che rende quelle e quelli che scrivono con ambizione o per mestiere a volte streghe, maghi altre niente e nessuno. Ciò dipende, secondo Ferrante, da quello che alla loro mano capita di pescare dal magico sacchetto delle parole, che appunto, come la borsa nera di don Achille in egual misura contiene materia viva e materia morta.
[1] Per chi volesse seguire la in diretta streaming sui profili social di Unibo (Facebook e Youtube); ERT/Teatro Fondazione (Facebook e Youtube); Teatro Arena del Sole (Facebook); Edizioni E/O (Facebook).
L’autunno è arrivato decisamente portando con sé alcuni avvenimenti e temi su cui riflettere. È stato pubblicato il numero 120 deIl Segnalecon i suoi quaranta anni di pubblicazione, senza interruzioni, della rivista. Sta in quel numero così importante l’articolo cui ho fatto riferimentoquila cui traccia è stata così stimolante per me che tuttora non smetto nel mio piccolo di interrogarmi su quanto e come una scrittura possa davvero essere in grado di illustrare la realtà materiale e simbolica del vivente. Ammesso che sia questo l’obiettivo che si prefigga chi scrive, essendocene pure altri di rispettabilissimi.
È stata fissata per il 10 dicembre alle 17,30 alla Leopolda di Pisauna presentazione cui tengo moltissimo del Libro di tutti e di nessuno a cura della casa della donna che quest’anno compie i trentuno anni di attività. Quella della casa della donna di Pisa è la biblioteca di genere più importante della Toscana. Poter condividere osservazioni e dialogare con il gruppo di lettura di quella biblioteca mi onora e mi riempie di responsabilità.
Alla fine di questa stessa settimana poi avranno luogo due eventi che sento importanti per me per molti motivi. Uno a Roma e uno a Napoli. A Roma venerdì avrò il piacere di partecipare fisicamente come direttivo SIL all’importante giornata di studio su Maria Occhipinti organizzata da Serena Todesco e Gisella Modica presso la Casa delle donne di Roma qui il programma. Maria Occhipinti (1921-1996) scrittrice, comunista, poi anarchica, antesignana del femminismo, pacifista, apolide per necessità, lega il suo destino ai fatti del “non si parte” scoppiati in Sicilia nel ’45 La giornata sarà trasmessa in streaming dalla pagina facebook della Casa internazionale delle donne di Roma. Dopo la giornata aquilana organizzata da Maristella Lippolis per SIL su Laudomia Bonanni questa su Maria Occhipinti è un’altra occasione di riemersione di un profilo di donna estremamente significativo ma profondamente frainteso e ingiustamente dimenticato.
Chi era Maria Occhipinti e i fatti del “non si parte” Sicilia ’45
Era il 20 maggio 2020 e qui scrivevo durante il lockdown di due letture folgoranti che avevo appena fatto: “Femminismi futuri” a cura di Lidia Curti con Marina Vitale e Antonia Anna Ferrante (Iacobelli 2019) e Donna Haraway da Not Nero Edizioni (2019): “Chtulucene, sopravvivere su un pianeta infetto”. Due volumi imprescindibili. Domani giovedì 4 novembre a Napoli, a partire dalle 10, presso Palazzo Du Mesnil – sede del Rettorato UniOr, Via Chiatamone 61/62, un importante evento ricorderà Lidia Curti, scomparsa recentemente, e il suo profilo di intellettuale profondissima. Quiil programma dell’iniziativa a cura di Silvana Carotenuto. L’evento sarà trasmesso in streaming sul canale YouTube del CSPG – Centro Studi Postcoloniali e di Genere. A questo evento potrò partecipare purtroppo solo a distanza con un contributo scritto e pensato come scrittrice e come direttivo SIL per rappresentare il quale sono stata chiamata a partecipare. Il testo nella sua integrità è il seguente, lo riporto qui perché in queste parole credo ci sia una parte di quello che è rimasto della presenza di Lidia Curti, profonda e attentissima, anche un poco nel mio lavoro maldestro e impulsivo.
Quello di cui brevemente vi vorrei parlare è un ricordo che si lega a due saggi per mezzo dei quali ho conosciuto il modo in cui Lidia sapeva occuparsi dell’altra. Non ho avuto il privilegio di conoscerla dal vivo ma appunto solo attraverso due contributi, letti in tempi diversi, che ho reputato entrambi fondamentali per il mio percorso di scrittrice. Una volta, però, durante il primo lockdown grazie a un evento online organizzato insieme a Anna Maria Curci dedicato a Femminismi futuri. Teorie poetiche e fabulazioni (Iacobelli 2019) (credo l’ultimo libro che Lidia ha fortemente voluto insieme a Silvana e Marina, e di cui è stata tra le curatrici) ho potuto ascoltarla parlare, con tutto il trasporto che sapeva la sua passione, di un libro davvero imprescindibile. O che per lo meno lo è stato per me, in quanto acquistato e letto in formato eBook durante il primo lockdown, fortemente voluto recensire (qui e qui) e presentare anche se a distanza, ricomprato e riletto in cartaceo. E conservato infine tra i testi fondativi, per l’ampiezza tentacolare e le policromie analitiche che custodisce, capaci in concreto di suggerire una possibile prospettiva postpandemica. Cosa stupefacente se si pensa che il libro è stato pubblicato pochi mesi prima che l’emergenza COVID deflagrasse.
La prima volta invece che ho ‘letto’ Lidia è stata in un saggio compreso in un altro di quei testi fondamentali e ineludibili per una studiosa dell’opera di Elena Ferrante Dell’ambivalenza. Dinamiche della narrazione in Elena Ferrante, Julia Otsuka e Goliarda Sapienza (Iacobelli, 2016). Lidia in quel libro, con un saggio intitolato Tra presenza e assenza, immediatamente successivo a quello introduttivo di Crispino /Vitale, già individuava i cardini critici su cui molte analisi di poi si sarebbero riferite a Ferrante e alla favola novecentesca, che fu anche di Sapienza, come una sorta di altra faccia del secolo breve. Un volto cui fosse davvero impossibile attribuire un genere per via della presa di coscienza di un perturbamento di altro segno in cui il femminile si posiziona finalmente non da un concedersi ma da una decisa presa di parola su fatti privati e quindi politici dell’altra storia. Già allora l’ampiezza e il respiro della prosa critica di Lidia informavano di una prospettiva che non indicasse il ‘come’ ma la ‘libertà’ di guardare alla scrittura dell’altra inserendola nella vastità di un sapere che quando riguardava Lidia Curti, suggeriva e suggerisce profondità originalissime e ricche di inviti alla prosecuzione.
Infine proprio l’altro ieri la notizia di una perdita incolmabile per il mondo degli studi germanici, della traduzione e della poesia con la scomparsa del professor Luigi Reitani, mi ha lasciato una tristezza che non so ancora superare. La prima volta che ho incontrato Reitani era il 2014 a Verona nell’ambito del Premio Lorenzo Montano XXVIII edizione. ilPremio Speciale della Giuria “Opere Scelte – Regione Veneto” gli fu conferito nello stesso anno in cui io vinsi il Montano per la silloge inedita con Piccole estensioni. Nel 2018 poi alla Fiera di Francoforte nella veste di direttore dell’istituto italiano di cultura di Berlino moderò un indimenticabile incontro dal titolo “Napoli. Promessa o degrado, la sfida alla società civile” che riguardava anche Neapolitanische Puppen: Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante, con la direttrice del Goethe-Institut Neapel Maria Carmen Morese. Di quella mattina nel recarci con la metropolitana dall’hotel alla fiera, non parlammo dell’evento che ci attendeva ma dei vhs che i primi volumi stile libero di Einaudi proponevano, in un prima che già allora sembrava preistoria, portando in libreria, alla portata di tutti, un certo modo di intendere il teatro come quello di Marco Paolini. Poi ricordo che zoppicava perché con la famiglia era da poco tornato dalla Puglia di cui era originario, dove aveva avuto occasione di lasciarsi prendere dalla frenesia della Pizzica. L’evento alla Fiera di Francoforte andò bene, non poteva essere altrimenti, Luigi Reitani era bravissimo anche in quello.
Maria carmen Morese, Luigi Reitani, Viviana Scarinci
Al momento le ultime notizie che riguardano Elena Ferrante sono sul fronte dell’opera letteraria, si tratta di un altro importante riconoscimento. Sabato 9 ottobre a Elena Ferrante viene assegnato il Sunday Times Award for Literary Excellence. La consegna del premio ha avuto luogo durante un evento speciale del Cheltenham Literary Festival, uno dei festival letterari più importanti del Regno Unito. Il premio stavolta viene consegnato a Eva Ferri, a capo di Europa Editions UK ed Edizioni E/O. Per l’occasione Ferrante ha scritto anche in questo caso un discorso. Alla consegna è seguita una tavola rotonda che ha coinvolto la scrittrice, giornalista e critica letteraria Alex Clark, l’editrice Eva Ferri e la traduttrice Ann Goldstein. Tema: il privilegio di lavorare a stretto contatto con una delle più grandi scrittrici della nostra generazione.
Negli anni passati il Sunday Times Award for Literary Excellence è stato assegnato a autori e autrici di rilievo come Margaret Atwood, Ted Hughes, Ian McEwan, Kazuo Ishiguro. La vincitrice dell’edizione dello scorso anno è stata la scrittrice irlandese Edna O’Brien. Dal 1987 il premio viene consegnato a una autrice, a un autore la cui intera opera è ritenuta meritevole per il valore letterario e per l’impatto culturale.
Ad oggi sono oltre 15 milioni le copie de L’amica geniale vendute in 45 lingue, in più di 50 paesi, e inizia a essere considerevole il numero di adattamenti dell’opera ferrantiana tra quelli di prossima uscita e quelli richiesti in TV, cinema e teatro. Su Netflix prossimamente potremo guardare La vita bugiarda degli adulti con la regia di Edoardo De Angelis e La figlia oscura con la regia di Maggie Gyllenhaal e febbraio 2022 sulla Rai la terza parte de L’amica geniale con la regia di Daniele Lucchetti. In questo momento Elena Ferrante è tra le italiane più note al mondo, sicuramente tra le scrittrici italiane viventi, la più nota, e lo è già da un lasso di tempo lungo che non si concluderà a breve. Insomma mi pare indiscutibile che l’Italia dovrebbe essere orgogliosa di Ferrante non dico come la nazionale di calcio campione d’Europa ma giù di lì.
A maggio del 2021Leggendaria 147 pubblica un dialogo tra Silvana Carotenuto e me che considero tra le opportunità più importanti che mi siano state offerte in relazione al mio lavoro su Elena Ferrante. Il genio della lingua, e ciò che accade èil titolo del testo che Carotenuto ha dedicato a Il libro di tutti e di nessuno (il dialogo è stato pubblicato per esteso successivamente su Letterate Magazine). Come accademica specialista di studi di genere e postcoloniali Carotenuto tra le molte preziose riflessioni suggeriva una domanda che in questa parte finale del quaderno vorrei fare mia
per il demone che interpreto, è qui in gioco l’ultimo e forse il più importante tratto della “differenza”. Se il presente ha sancito la capacità del “dispositivo Ferrante” di rappresentare l’individuazione comune al femminile che, in realtà, ancora oggi fa fatica ad accedere alla visibilità e alla dicibilità privata e pubblica (attirando a sé, letalmente, sempre più violenza e aggressività), si potrà mai rivendicare una “singolarità” che egualmente appartiene a una generazione di donne che non possono condividere in nessun modo i percorsi dei personaggi femminili di Ferrante?
Silvana Carotenuto
Questa è la domanda che simbolicamente vorrei lasciare aperta in relazione a un discorso a venire perché mi pare la più calzante per trascendere il rischio che il dispositivo Ferrante diventi un paradigma, con tutte le controindicazioni che ho illustrato nel capitolo quarto di questo quaderno. Carotenuto coglie al cuore la questione delle problematiche che può sollevare l’acquisizione di un’importanza in qualche modo universalizzante dell’opera di Ferrante che è l’altra faccia, quella pericolosa, rispetto alla prima, così importante, relativa alla valorizzazione di quell’ecosistema letterario ( vedi il primo capitolo del quaderno ) che l’opera ferrantiana ha avuto il potere di promuovere. A Carotenuto rispondevo nell’ambito di quel dialogo, in modo sintetico e non esaustivo, a fronte della vastità della sua domanda, richiamando una confidenza di altro segno che è di alcune scrittrici e della poesia
Esiste un assoluto della scrittura femminile capace di immanenza e trascendenza, ed è quello che può e sa Lila, ma non lo leggiamo ne L’ amica geniale, ne abbiamo notizia solo dal rovello di Lenuccia che lo conosce, lo invidia, lo copia e lo comprende inarrivabile. È vero, quella di Ferrante non è una lingua confidente, come quella di Lispector, Bachmann, Ortese, Woolf, Morante. Non è una scrittura fiduciosa che lo scavo linguistico dentro l’indipendenza utopica di una scrittrice sia in grado di esercitare tutti i poteri, compreso quello di mutare le contraddizioni, le ossessioni, la paura e l’esproprio (tipici di una storia governata da un destino legato al genere cui appartengono Lila e Lenuccia) in quella forma di letteratura sublime e necessaria in cui, invece, alcune altre scrittrici hanno a ragione creduto.
L’enormità dell’opera di Ferrante sta anche nel fatto che questo sdoppiamento si vede, è trama, e lo rappresentano due personagge così eloquenti che nei Romanzi napoletani fanno tremare i polsi se le si legge inquadrate in quest’ottica. Si vede, perché Ferrante vuole che si veda: l’elitarismo è un fatto da cui non si salva nessuno, a meno che non sei Lila che si trincera nel proprio minuscolo non esistere e sparisce. Come non si salva nessuno, dalla costituzione di una cerchia magica, un collettivo elitario cui l’assoluto della soggettività è sacrificabile perché conta meno di tutto il resto. E questo avviene anche quando si tratta di consessi in cui si parla di anima come lo indica l’indimenticabile immagine tracciata da Elena Croce che ricordavo nella quarta parte di questo testo, in cui i festini collettivi dell’anima, suggeriscono più o meno lo stesso legame con un potere qualsiasi, che sta al centro di qualsiasi altro festino collettivo.
Nessuno si salva dall’elitarismo tranne poche e pochi. Emily Dickinson si è salvata non a caso chiudendosi in una stanza per lo più a scrivere. E comunque bisognerebbe iniziare un altro quaderno per studiare cosa significhi, in questo senso, salvarsi o meno.
Quello che invece qui interessa è lo spunto sul quale mi piacerebbe procedere oltre quanto sommariamente illustrato in questo quaderno riguardo proprio la suggestione lasciata dal Dialogo con Carotenuto. Per parafrasare maldestramente i plausibili timori di Carotenuto, bisognerà chiederselo se l’enormità del dispositivo Ferrante non possa finire per diventare un elemento potentissimo che sua volta rischi di colonizzare letterariamente e pragmaticamente i contesti e i contenuti che se ne occupano, e anche quelli che non lo riguardano, per la verità.
Il 24 aprile scorso Robinson pubblica uno degli interventi scritti di Ferrante più lunghi di sempre. Si tratta di un saggio intitolato ‘Il nuovo alfabeto di Dante, le parole di Beatrice’ che sarà letto, qualche giorno dopo, il 29 aprile, da Tiziana de Rogatis, in occasione del Convegno Internazionale dell’Associazione degli Italianisti – ADI su ‘Dante e altri classici da Petrarca a Soyinka’.
Nel testo rivolto in quell’occasione da Ferrante ai dantisti, l’autrice non parla di sé e dei suoi romanzi, come fino a allora le era stato spesso richiesto dalle occasioni, ma parla di Dante, di letteratura e in un certo qual modo della storia delle donne.
Ferrante parlando di Dante ne illustra un percorso biografico e poetico in cui la figura di Beatrice si trasforma nell’immaginario del poeta. Forse, ciò accade, presume Ferrante nel momento in cui Dante mette in connessione la propria idealizzazione del femminile, con la condizione reale delle donne della sua epoca. Ferrante scrive forse si era accorto che il mondo delle donne non era solo quello immediatamente sotto i suoi occhi. E poi, più oltre, in riferimento alla mistica femminile Ferrante scrive anche di Luisa Muraro relativamente al Dio delle donne (2003). La scrittrice de L’amica geniale ipotizza un Dante che potrebbe aver assorbito nei suoi scritti l’esperienza delle beghine (uno dei saggi tra i molti importanti di Muraro, Le amiche di Dio (2014), è quello che ricostruisce la vicenda di Margherita Porete e la nascita e diffusione del beghinaggio, con la persecuzione delle beghine, come un caso strettamente politico oltre che storico) così da reinventarsi poeticamente la figura di Beatrice guardando alla donna studiosa e commentatrice delle Scritture.
Il saggio su Dante di Ferrante dice molto altro oltre quanto di cui sopra ma mi voglio soffermare per un attimo a questo meccanismo messo in luce dal pensiero di Ferrante in merito a Dante e proporre un’ipotesi di riflessione sul ruolo analogo (in riferimento ai vari meccanismi creativi per così dire colonizzanti illustrati dalla stessa Ferrante) che un altro grande poeta può aver avuto, non nella trasformazione di una figura narrativa ma nella costruzione di una trama in virtù di un rovesciamento del paradigma di genere.
Mi riferisco al Goethe del Faust che Ferrante indica anche in esergo di tutta la tetralogia. Scrivo ne Il libro di tutti e di nessuno a questo proposito del rovesciamento al femminile da cui Ferrante può essersi fatta tentare colonizzando alcuni dei temi forti di quel virile monumento poetico che è il Faust. Così come, la stessa indica che Dante può aver assorbito dalla mistica femminile ciò che gli ha consentito tuttavia non di diventare Beatrice (che fu pur sempre nella realtà una donna morta giovane cui Dante forse non stava neanche tanto presente) ma di asservirne l’idea attraverso il nome, riproponendola letterariamente grazie ai temi della mistica femminile, dentro il personale disegno poetico che ha reso Dante padre indiscusso della nostra lingua senza madre
A ben guardare i punti di contatto tra L’amica geniale e il Faust di Goethe vanno molto oltre l’esergo. Il demone Mefistofele viene a volte inteso come l’alter ego di Faust, le due figure femminili in qualche modo opposte e speculari presenti nella tragedia di Goethe, quella di Margherita e quella di Elena, evocano due vicende inter connesse con un destino inscindibilmente legato alla loro appartenenza di genere. Inoltre i temi faustiani dell’anelito, dello scontento sono quelli che animano platealmente l’agire di tutti i personaggi della saga ferrantiana in una sorta di coralità che rende evidente, proprio sotto l’egida bifronte del disordine evocato da questi sentimenti, il proprio motore originario. Infine l’archetipo della hybris, classicamente incarnato nell’uomo che non accetta i propri limiti cercando, con esiti alterni, di superarli, ne L’amica geniale diventa un tracciato ex novo che si focalizza in primo luogo sull’aspetto femminile della non accettazione del limite della propria condizione di genere che, come abbiamo visto, sfocia in un’altra possibilità data al significato di trascendenza.(V. Scarinci, Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo, Guidonia, Iacobelli Editore, 2020 p.209)
E’ qui che voglio interrompere questo quaderno con una riflessione preceduta da una premessa: la cultura è anche contaminazione, colonizzazione, a volte furto, serendipità, altre plagio inconscio e lapsus, le poete e i poeti lo sanno. Se non fosse così la cultura non sarebbe mai quello che invece a volte è: natura, riflesso della natura delle cose in sé, quadri falsi di verissime evidenze. Tuttavia, e proprio per questo, il femminile quando prende la parola attraverso una postura soggettiva in un’opera letteraria, perciò anche finzionale, spesso non ha avuto bisogno di rovesciare programmaticamente paradigmi. Pensiamo solo a come Elsa Morante ne La storia (1974) ha trattato la Storia, alla fluidità di quella visione altra, pur riferita all’universale di vicende terribili che hanno riguardato tutte e tutti.
Quando la leggiamo, non stride il sottofondo di un andamento programmatico nell’assenza del corpo con cui Emily Dickinson ha deciso di rispondere al mondo. La figlia del guantaio, l’enigmatica Elmina del Cardillo, non somiglia a qualcuna che si possa vedere in giro, eppure lei davvero è tutte nel momento in cui diciamo noi.
Questo non toglie nulla a Elena Ferrante e all’enorme maestria che è individuabile nel meccanismo che ha animato questo dispositivo. Però, credo sia importante per le donne che oggi scrivono ricordarsi che quella scrittura confidente nel proprio ha saputo dirsi dal nulla, da una genealogia letteraria inesistente cui tante volte anche Ferrante si è riferita in merito all’urgenza di una ricostruzione e riconoscimento. E pur essendo proferita da pulpiti inesistenti, ha saputo arrivare fino a noi dicendo l’inaudito. Quella letteratura femminile è sorprendentemente accaduta attraverso enormi difficoltà materiali, attraverso le proprie multiformi soggettività e senza capovolgere strategie finzionali ma trovandosi a palesare a posteriori certe evidenze indicibili. È da quell’a posteriori, scrutando nella natura propria la natura delle cose, che alcune hanno finito per scrutare preoccupate il futuro di tutte e tutti decine e decine di anni prima che il mondo si accorgesse di loro.
FINE
*l’immagine di copertina di questo articolo è di Michael Zajkov
Nb. i contenuti originali che condivido su questo sito sono liberi, quindi possono essere usati e condivisi ma questo è possibile esclusivamente indicando l’autrice e la fonte del contenuto.
Come scrivo nellaprima parte di questo quaderno citando Chiara Zamboni, un certo modo di scrivere ricalca uno stile che segue nel suo idearsi ciò che è evidente. Uno stile che risulta dalla non adesione a categorie, seppure nuove, ma mostra il composito, sottraendosi così a un discorso interpretativo che cerchi di ridurre a un ordine noto accadimenti disturbanti. Il risultato è che quegli accadimenti, per così dire fuori dalle righe, diventano i veri protagonisti delle scene ritratte come accade in tutti i romanzi di Elena Ferrante.
Come premessa di questa quarta parte del quaderno vorrei tornare ancora a quanto ho affermato nella prima parte del mio discorso, parlando di un vero e proprio ecosistema la cui emersione non scontata, è stata promossa a mio avviso proprio da questo approccio al disturbante cui Ferrante si riferisce in molte occasioni. Ossia ciò che orienta le immagini create da chi scrive verso una relazione di tipo ecologico con la realtà intesa come evidenza. Questa evidenza disturbante che a volte non trova categorie nella grammatica e nel linguaggio standard, è ciò che può rendere letteratura e natura, forse non proprio gemelle (come ho scritto in un momento di cedimento al desiderio che fosse davvero così) ma almeno sorelle elettive, i cui rapporti comunque ambivalenti, come quelli tra Lila e Lenuccia, come quelli tra Giovanna e la zia Vittoria, sono la porta d’accesso che può rendere lo sguardo qualcosa che davvero vede.
Esprimendo la natura, noi partecipiamo del suo processo e lo accompagniamo nel suo fluire di forme (C. Zamboni, Sentire e scrivere la natura, Milano, Mimesis, 2020 p. 37) scrive Zamboni riferendosi non a caso a una scrittrice come Anna Maria Ortese che utilizzò per prima in Italia questa forma di espressività. Una scrittura dell’espressività quella di Ortese che solo in parte si lega allo stile, dove in altra misura questo processo di accompagnamento di lettrici e lettori dentro altri aspetti del visibile, è da intendersi come una prospettiva, una posizione del soggetto diversamente collocato e diversamente consapevole della propria postura. Parafrasando Zamboni siamo con questo a un percorso diverso da tutto ciò che è illustrabile da un paradigma interpretativo che non tenga conto che questo soggetto che scrive, è parte del contesto di cui parla e non solo ne partecipa, ma anche ne è influenzato e lo influenza a sua volta.
In Corpo celeste (1997) Ortese dava questa definizione della parola inquietudine sotto forma di istruzioni per l’uso in riferimento alla propria ricerca letteraria: ricercare senza tregua il nome che avevi, e il nome del Luogo in sé. Ciò che è inquietudine, disturbo, discrepanza quando si parla di paradigmi che siano linguistici, interpretativi, ideologici, performativi già denuncia l’insufficienza illustrativa del concetto di paradigma. Per inciso qui voglio riportare solo uno dei parziali significati della parola paradigma nel caso in cui si tratti di quello grammaticale: “si usa per indicare i modelli di declinazione o di coniugazione dati dai manuali di studio” dove in tutta evidenza chi scrive e ha scritto i manuali è da intendersi come unico depositario del Verbo.
Come facciamo a non chiederci se non sia proprio il concetto di paradigma, un contesto in cui quel processo naturale che la scrittura agisce di concerto ai tempi e ai quadri che l’evidenza illustra, ciò che non può prevedere tutti soggetti che ne fanno parte e lo influenzano con le loro differenze esorbitanti e stranianti. E che tutto quanto non sia previsto, visto, o sia ignorato da un paradigma che si vuole esaustivo in termini di definizioni, possa rendersi visibile dentro un ecosistema che non nasca necessariamente da uno scarto, che non sia fondato da questa o da quella ideologia ma al contrario è qualcosa che c’era da prima, che stava nella natura, e aveva nomi propri inusitati viventi in un Luogo in sé che sta a un paradigma come il mare sta alla plastica
Ma se appena sto calma, ecco, anche questi sentieri sono l’essere stesso, materno e paterno; sono la pace. Mi sento figlia di chi non vedo. Ma non sempre sono calma. L’inquietudine è questo: ricercare senza tregua, il nome che avevi, e il nome del Luogo in sé. Un paese senza nome: l’uomo – e tutto il vasto universo – è questo. È anche terra di occupazione, perché manca di identità. In questo vuoto (di identità) precipita tutto ciò che strazia la Terra: violenza, corruzione, menzogna, arbitrio. Ritrovare l’identità, dunque – o cercarla: subito l’occupazione si fa impossibile. (A.M. Ortese, Corpo Celeste, Milano, Adelphi, 1997, p 115)
La città, la cittadinanza come e cosa può avere a che fare con l’illustrazione di quel Luogo in sé che non è solo nostro, pubblico o privato, amoroso, mediatico, agonistico, politico, relazionale, lavorativo, familiare, affettivo? È vero che non costituisce più un problema soprattutto per la reale condizione delle donne la distanza che metteva lo scrivere di una mano dentro un luogo privato e il corpo femminile corrispondente in una socialità separata? Quanta vera scrittura si smarrisce ancora dentro il baratro schiuso dalla difficoltà di colmare questa distanza? Io personalmente credo che le pagine più importanti scritte da Ferrante al momento che ha scenarizzato l’evidenza di quanto sia disturbante il quadro che questa domanda pone, siano quelle più profondamente letterarie e in un certo senso umanistiche che il dispositivo Ferrante ha prodotto in quasi trent’anni.
Torniamo allaterza parte del quaderno, quella che indicavo come uno tra i principali interessi miei nell’opera di Ferrante, ossia l’illustrazione immaginaria e possibile di come le italiane fossero entrate a far parte di un concetto più o meno agibile di cittadinanza, al momento di un confronto del tutto pragmatico con il lascito della storia, della politica e della lingua in cui questa storia e questa politica si sono configurate e cristallizzate in un percorso istituzionale. Ferrante fa un’osservazione perfettamente calzante a quello che illustra nelle vicende inventate dai Romanzi napoletani in merito all’istruzione o meglio, alla storia delle nostre istituzioni scolastiche:
Lo studio è stato soprattutto sentito come essenziale nella mobilità sociale. Nell’Italia del secondo dopoguerra l’istruzione ha cementato vecchie gerarchie ma anche avviato una discreta cooptazione dei meritevoli […] Insomma c’è stata un’ideologia dell’istruzione che oggi non funziona più. Il suo cedimento è stato evidente: i laureati allo sbando testimoniano drammaticamente che la crisi ormai lunga della legittimazione delle gerarchie sociali sulla base dei titoli di studio è giunta a compimento […] Mentre Lena insomma è il tormentato punto di arrivo di un vecchio sistema, Lila ne mette in scena con tutta la sua persona la crisi e in un certo senso un possibile futuro (E. Ferrante, La frantumaglia, Roma, edizioni e/o, 2016, pp. 360-361)
Le due amiche dei Romanzi napoletani sognano fin da piccole di diventare scrittrici. La scrittura di Elena entra in quel Luogo in sé fatto di mondo, le vicende di come questo avviene, emergono dall’immane flusso di coscienza dell’antica bambina che diventa autrice. La scrittura di Lila rimane separata dal suo corpo (La fata blu, i diari, le lettere sono un fatto privato) finché diventa un documento sindacale ma ciò accade nel momento in cui, quasi contemporaneamente, il suo corpo si ammala. L’ideologia dell’istruzione pure nell’opera di Ferrante agisce in modo ambivalente, se da una parte cementa vecchie gerarchie dall’altra copta i meritevoli e con ciò agisce in modo incalcolabile su una nascente identità civile delle italiane
Un’identità civile e femminile di cui, anche in questo caso, Ferrante illustra narrativamente una visione duplice: quella di Lila, cui non sarà possibile accedere a un’istruzione superiore ma che è portatrice di un’identità declinata al femminile che “smargina” secondo un pragmatismo scomposto ma irriducibile verso la propria autodeterminazione. E quella di Elena che compie il suo percorso educativo e perciò tenta di definire se stessa entro i parametri rigidi di una sfera pubblica, risentendo, anche in altri ambiti, di una sanguinosa lotta intestina tra la propria lingua madre, intesa come dialetto, e l’acquisizione di un italiano standardizzato; con tutto ciò che comporta a livello psicologico un uso della lingua sempre più esclusivista e connotata retoricamente. (V. Scarinci, Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo, Guidonia, Iacobelli Editore, 2020 p. 58)
Io che ho scritto e pubblicato queste parole e che resto una ferrantiana convinta nonostante tutto, alla luce di quanto di cui sopra, come faccio a non sentirmi inquieta di fronte al cortese e circostanziato richiamo della Crusca all’utilizzo di un italiano standard e ortodosso, fatto di strutture grammaticali, illustrate dai manuali, le quali rientrano in paradigmi richiamanti all’universalità del maschile? Per di più rispettando scrupolosamente i quali, opere come ad esempio il Porto di Toledo (1975) non sarebbero mai esistite. E molte gigantesche opere poetiche non sarebbero mai esistite. E niente sarebbe mai esistito di certa letteratura che si basa sull’evidenza di una realtà che si avvale di un’inventiva sfrenata soprattutto legata alla nomina di luoghi e di creature. Esseri cui la letteratura da sempre ha dato vita intendendo con ciò che non fossero metafore o similitudini riferite a qualcosa di noto, ma ritratti, canti, ricami, lallazioni che pur con stili complessi, vogliono riferirsi all’evidenza per quella che è.
Chi abbia un po’ di familiarità con l’opera di Anna Maria Ortese e con alcuni particolari biografici che si legano alle diverse vicende editoriali relative alla pubblicazione dei libri di questa grande scrittrice italiana, forse ricorderà l’annosa polemica che suscitò Il mare non bagna Napoli (1953), libro cui Ferrante si riferisce a più riprese ricordando come alcuni di quei racconti abbiano avuto un legame importante con la genesi dei Romanzi Napoletani. La polemica nacque dalla decisione che venne presa dalla casa editrice di Ortese in accordo con l’autrice, relativamente al racconto Il silenzio della ragione di mantenere i nomi veri dei personaggi maschili, amici dell’autrice. Persone per descrivere le quali nel racconto Ortese usava spesso un noi sodale ma anche nello stesso momento rilevando dolorose distanze contenute appena dai confini di quel noi. Il silenzio della ragione è un racconto che illustra una parabola esistenziale e politica decadente molto connotata ideologicamente. La illustra in termini non edificanti, immaginosi e iperrealisti che recano a quel racconto un’atmosfera molto particolare che sembra scavalcare gli anni, i generi e le ideologie
Si determinò una situazione assurda, in cui il vecchio rivoluzionario, seduto al centro della reazione, e chiamati a raccolta funzionari e ribelli, si mise a insultare tutti, e quelli abbassavano la testa e piangevano. Comunisti o liberali, eravamo pur sempre comunisti e liberali di Napoli, e lo amavamo troppo per non vedere nei suoi insulti la furia e la malinconia del mare. Inoltre tarati, deboli eravamo tutti. Egli ci diceva i nostri vizi, uno per uno, le nostre piaghe. Quello si era suicidato, questo stava per farlo, quello rubava, questo era derubato. Egli era veramente come la nostra terra, la nostra madre comune, la città che avevamo voluto vincere, e ci ricordava le nostre debolezze e vergogne, affinché mai più osassimo levarci contro di lei. Egli era questo, ed era anche il figlio di lei, di questa terra, che così facendo rinunciava per sempre a se stesso. (A.M. Ortese, Il mare non bagna Napoli, Milano, 1998, p.120)
Questo quadro letterario è un esempio di come la scrittura possa testimoniare, comprendendoli, gli antipodi di una conoscenza originaria di quel Luogo di per sé che è il mondo. Un mondo che Ortese condivideva con persone vere che costituivano anche in parte i suoi affetti. Un mondo in cui la scrittura della giovane Anna Maria negandosi a un’ottica condivisa, non di meno ambiva a prendere parte. Tuttavia superato un primo momento fatto di riconoscimenti, Il mare non bagna Napoli è costato alla nostra grandissima italiana una sorta di subdola damnatio memoriae. E un’inversione di marcia in merito alla scelta dei temi relativi ai romanzi successivi nei quali Ortese avrebbe impegnata, tenendosi lontana dai nomi propri di luoghi e persone, la stessa immaginazione amara e lucida.
Anna Maria Ortese e la redazione di SUD
Non che Ortese sia stata propriamente dimenticata, ma a lato del Barone rampante (1957) chi è che davvero studia altri romanzi che sembrano favole ma non lo sono, come Il cardillo addolorato (1993) o Alonso e i visionari (1996)? La lettura di questi proprio oggi a scuola dimostrerebbe quanto Ortese si fosse mossa con un anticipo davvero inconcepibile rispetto ai suoi contemporanei, soprattutto nel sentimento della natura. L’opera di Ortese insegna che la natura delle cose può essere vista anche procedendo per quadri, per testimonianze che sono diversamente vere perché dicono quanto l’evidenza di quello che consideriamo contemporaneo al tempo percepito, sia invece troppo mobile e ambivalente perché l’assertività ci rassicuri almeno un poco in merito ai nostri valori di sempre.
Nel 2020 viene pubblicato da Garzanti un libro di Annamaria Guadagni che si intitola La leggenda di Elena Ferrante. Il testo si avvale della lunga esperienza di giornalista culturale dell’autrice che intona alcuni aspetti che riguardano le città ferrantiane, su tutte Napoli ma anche Pisa, a un più vasto contro canto che individua analogie e spunti di riflessioni interessanti, come quello che Guadagni fa emergere dagli indizi secondo i quali la scelta del nome Elena Ferrante da parte di qualcuno che abbia deciso di non adottare il proprio scrivendo, possa esprimere una qualche connessione in termini di analogie culturali con le vicende biografiche e letterarie legate Elena Croce.
Per apprendere i motivi che hanno portato Guadagni a dedicare molte pagine a questo interessante e fondato punto di vista, consiglio la lettura del suo bel libro. Dal canto mio sono venuta a conoscenza di qualcosa che poteva concernere le due Elena da uno strano video amatoriale che circolava anni fa su YouTube e sembrava ripreso dal salotto di una persona che attraverso un cellulare filmasse la televisione. La televisione in questione trasmetteva uno spezzone connesso al premio Strega dell’anno in cui Elena Ferrante fu candidata da Roberto Saviano, in cui Carlo Lucarelli con la sua enfasi da detective, rivelava che Elena Croce, figlia di Benedetto, in alcune circostanze si fosse firmata Elena Ferrante. Guadagni, se la leggete, vi spiegherà in modo opportuno e suggestivo tutte le possibili connessioni storiche, bibliografiche e culturali per cui la cosa sembra essere vera.
Personalmente non ho fatto ricerche in questo senso però ho letto l’irresistibile Snobismo liberale di Elena Croce, subito dopo quella singolare affabulazione televisiva per di più piratata. Ciò non di meno quel libro mi è servito molto per capire la prospettiva che Ferrante ha usato costruendo una delle sue immagini più sagaci, quella in cui la famiglia Airota e la famiglia Greco vanno a nozze. Ferrante mandando a nozze due genealogie riconoscibilissime è come se indicasse che in quelle nozze si ripetano rituali sempiterni, mossi da una costante ineludibile
Con la comparsa della famiglia Airota infatti Elena capisce che la disparità in ambito sociale non nasce dal valore oggettivo di ciò che si è in grado di produrre ma dal contesto da cui si proviene e dalla capacità di assorbire, facendoli scrupolosamente propri, sia gli ordinamenti gerarchici sia i codici e i linguaggi emergenti che in quella fase miravano a infrangere quegli stessi codici, come se l’infrazione riaffermasse il valore della regola: «Eravamo insomma dalla parte dell’infrazione, ma solo perché si riaffermasse il valore della regola» (V. Scarinci, Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo, Guidonia, Iacobelli Editore, 2020 p.34)
Una costante ineludibile come se appena ieri a nozze fossero andati i così detti populisti e i così detti radical chic. E ai tempi della scomunica di Ortese, che erano gli stessi in cui Lila e Lenuccia iniziavano a capire, le nozze che sarebbero naufragate, fossero state appunto quelle tra comunisti e liberali
In quest’ottica, sdoppiata e riunificata, lo scontro tra l’individuo “migliore” – in quanto di formazione umanista e classica nel suo affrontare le sfide del presente – e l’individuo che non si accetta “peggiore” – perché si percepisce contemporaneo nel rigettare la conoscenza di una stratificazione omologata della propria matrice culturale – diventano un dato. Un dato importante che, espresso dal matrimonio e dalla separazione nelle due famiglie dei Greco e degli Airota, diventa ancora più significativo in quanto capace di andare oltre l’economia narrativa di quella porzione specifica di racconto. (V. Scarinci, Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo, Guidonia, Iacobelli Editore, 2020 p. 43)
Elena Croce focalizza il momento in cui l’immaginario collettivo si cristallizzava intorno al concetto di élite. La cosa sorprendente è che esponendo questa focalizzazione da un punto di vista femminile, Croce racconta di come l’elaborazione di questo concetto abbia avuto luogo non tanto in ambiti politici, non solo per questioni legate al quantitativo di denaro che all’inizio del secolo scorso le famiglie italiane di ogni ceto sociale avevano nella loro disponibilità. Croce afferma che il concetto di élite è una elaborazione culturale femminile e lo circostanzia ancora una volta in un modo in cui sono annullati in un colpo solo il tempo, lo spazio, e le parole di chi scrive diventano, quelle sì, davvero universali ma di un’universalità di cui possiamo fidarci
E sin dalle origini queste grandi personalità femminili, che pure erano vere ispiratrici di uomini geniali, avevano dato l’esempio di un nuovo stile, aristocratico-rivoluzionario, che nel romanticismo più tardi si sarebbe poi cristallizzato nella formula delle élite: l’intimità mondana, i festini collettivi dell’anima, le meravigliose artificiali società di esseri sublimi dove il genio è parificato alla bellezza, e si crea un superiore rango, con l’inevitabile conseguenza di una volontà di potere tanto più feroce perché si tratta di “anima”, e con gli inevitabili compromessi e degradazioni snobistiche. (E. Croce, Lo snobismo liberale, Milano, Adelphi, 1990 p. 11)
Elena Croce
Quanto del concetto di élite e di potere formulato da Elena Croce si può dire superato? Per dirlo superato bisognerebbe essere così onesti da frugare nei cassetti in cui custodiamo la nostra idea culturale di bellezza, di piacere, di desiderio come se fossero gioielli di famiglia. Qualora quel sentimento così pervasivo che genera desideri falsi e veri per noi non avesse origine da ciò che Elena Croce disegna in modo così acuto nel momento della sua genesi, comunque dobbiamo convenire sul fatto che quel sentire culturale ci ha alimentato alla radice. Ammesso che ce ne volessimo affrancare, pure il miraggio di quel sentimento elitario così pervicace nomina un Ortesiano Luogo in sé. Un luogo fatto tanto delle costruzioni culturali abbaglianti attraverso le quali regna la famiglia Airota, tanto degli atavismi che rendono la famiglia Greco capace di generare una Elena così incastrata tra due mondi, ritratta nel momento in cui capisce che ci sarebbe la possibilità di partecipare a entrambi. Diversamente dall’inquieta Lila che ricerca senza tregua il nome che aveva all’inizio di tutto, lasciando prima di sparire, il mondo alla sua topografia contorta, e il cassetto dei desideri falsi e veri ben chiuso.
Continua
*l’immagine di copertina di questo articolo è di Ivy Haldeman
Nb. i contenuti originali che condivido su questo sito sono liberi, quindi possono essere usati e condivisi ma questo è possibile esclusivamente indicando l’autrice e la fonte del contenuto.
Il 24 settembre scorso il sito dell’Accademia della Crusca pubblica un articolo intitolato Un asterisco sul genere che avrà una notevole risonanza mediatica al punto che verrà ripreso da molti quotidiani. La maggior parte dei quali, come La Repubblica, sintetizzeranno il lungo articolo come un consiglio da parte della Crusca in questi termini: schwa e asterisco? Meglio il maschile plurale (vedi qui una buona spiegazione su tutto ciò che riguarda la genesi e l’utilizzo del simbolo della schwa).
Paolo D’Achille che scrive per il sito della prestigiosa Accademia, indica quanto sia confortante che i molti quesiti che hanno motivato la presa di posizione della Crusca fossero stati formulati secondo gli scopi più nobili, sdoganando la questione einserendola in un’universalità per così dire finalmente comprensiva e umanamente disponibile. A patto però che certe ideologie non pretendano di forzare gli usi istituzionali e standardizzati che si insegnano e si apprendono a scuola:
come sono stati formulati i quesiti, documenta una larga diffusione di atteggiamenti di civiltà, di comprensione, di disponibilità. È senz’altro giusto, e anzi lodevole, quando parliamo o scriviamo, prestare attenzione alle scelte linguistiche relative al genere, evitando ogni forma di sessismo linguistico. Ma non dobbiamo cercare o pretendere di forzare la lingua – almeno nei suoi usi istituzionali, quelli propri dello standard che si insegna e si apprende a scuola – al servizio di un’ideologia, per quanto buona questa ci possa apparire.
Colpisce che praticamente nello stesso periodo in cui la Crusca promulga il suo consiglio, cioè meno di un mese fa, imperversava e imperversa nell’ambito del panorama internazionale la scrittura sessuata (ma senza corpo) dell’italiana Elena Ferrante, attraverso discorsi per il ritiro di premi, dialoghi via email con importanti artiste di fama mondiale, film e serie tv di respiro internazionale. Al centro di ognuna di queste recentissime relazioni che Ferrante stabilisce tra la sua invisibilità e il mondo, come abbiamo visto, la mancanza del corpo femminile che si registra come autrice/marchio di produzione, è un fattore simbolico e mediatico determinante per il funzionamento in termini di comunicazionedi ogni operazione creativa e commerciale collegata al dispositivo Ferrante.
L’addensarsi dell’attenzione intorno all’utilizzo non sessista della lingua italiana colpisce anche per come la Crusca articola le sue motivazioni, rendendole con ciò di largo consumo mediatico. L’Accademia privilegia cioè, come è di sua competenza, l’ortodossia grammaticale dell’italiano standard, ponendosi però in relazione a quesiti che testimoniano istanze contemporanee tra le più cocenti e lo fa riferendosi esplicitamente a un posizionamento consigliato a istituzioni come la scuola.
In un contesto in ogni caso così densamente orientato a porsi il problema dell’utilizzo non sessista della lingua italiana, praticamente negli stessi giorni, viene pubblicato da Iacobelli in versione eBook Il primo Quaderno del Centro di documentazione internazionale Alma Sabatini (autrici: Edda Billi, fondatrice e prima presidente del Centro, Maria Rosa Cutrufelli, attuale presidente del Centro, Alessandra Pigliaru, Bianca Pomeranzi, Giulia Caminito, Laura Fortini e Sara De Simone) che ha come filo conduttore la domanda Dove batte la lingua oggi? L’ebook racconta una storia anche per così dire istituzionale più specifica e puntuale relativa all’Italia e all’italiano in cui la figura di Alma Sabatini viene analizzata a partire, come scrive Alessandra Pigliaru, dalla “sua impresa più nota ovvero Il sessismo della lingua italiana. Edito per iniziativa della presidenza del Consiglio dei ministri e della Commissione nazionale della parità tra uomo e donna, è il 1987 quando fa la sua comparsa sulla scena pubblica”. Si veda tra l’altro l’articolo di Laura Fortini in cui viene riportato il saggio incluso nel primo Quaderno del Centro di documentazione internazionale Alma Sabatini di cui è autrice la stessa, che spiega come siano molte le accademie che in questi ultimi anni hanno varato o stanno discutendo su regolamenti e indicazioni di comportamento linguistico.
A indicare anche la risonanza mediatica oltre che politica di istanze linguistiche legate alla discriminazione di genere e al sessismo insito nella lingua scritta e parlata c’è anche la felice notizia del mese di maggio di quest’anno che riguarda la modifica da parte dell’Enciclopedia Treccani della voce relativa alla definizione della parola donna. La modifica è stata resa effettiva in risposta a una lettera aperta pubblicata il marzo precedente da La Repubblica che vedeva tra le firmatarie anche Elvira Federici per il direttivo della Società Italiana delle Letterate, in cui si chiedeva di eliminare i riferimenti sessisti che compaiono nel sinonimo della parola “donna” della versione online del vocabolario Treccani.
Un libro che per me è stato particolarmente significativo quando decisi di organizzare i materiali che desideravo includere nell’edizione italiana de Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo fu sicuramente Il mondo è sessuato di Geneviève Fraisse (Nottetempo, 2019 edito in Francia nel 2016 con il titolo La sexuation du monde: Réflexions sur l’émancipation) che mi ritrovai in mano in modo del tutto fortuito una mattina che curiosavo tra i molto politicamente eterogenei volumi che la storica libreria Minerva di Piazza Fiume a Roma mette in vetrina.
Mi è stato subito chiaro perché Geneviève Fraisse poteva interessarmi per articolare un punto di vista prettamente civile e italiano su Elena Ferrante e sul linguaggio da lei usato. La lettura di Fraisse infatti mi ha offerto parallelamente un punto di vista molto ben articolato, rispetto al possibile legame che sussiste tra la fondazione di una democrazia e il percorso di inclusione delle donne nella vita pubblica del loro Paese.
Già nell’ambito del convegno che ha avuto luogo presso l’Università di Lipsia nel mese di novembre del 2019, intitolato Elena Ferrante: genealogia e archeologia del XX secolo mi ero trovata a lavorare, nella relazione che mi competeva, su una domanda credo tra le più importanti rispetto a quelle che si debba porre una studiosa di Elena Ferrante: in che modo l’opera di Ferrante è connaturata all’archeologia e alla genealogia del XX secolo? E più precisamente secondo il mio sentire: avvalendosi di quale linguaggio, di quali temi, di quali storie quella scrittura osata da Ferrante è di fatto riuscita a rendersi interprete di una genealogia e di una archeologia mancante quando si tratta di raccontare la storia delle italiane non illustri? Quale linguaggio, quali i tempi, quali sono i riferimenti di Elena Ferrante che hanno potuto rendere il particolare della marginalità femminile e sociale Italiana, così profondamente dialogante con tutto l’altro da sé, cioè tutto quel pubblico universale che si è raccolto con la sua attenzione intorno all’opera di Ferrante?
È continuando a ragionare su questo che mi è parso di rintracciare un legame tra ciò che Fraisse coglie in alcuni aspetti della storia del suo Paese, la Francia, (in cui la rivoluzione ha giocato un ruolo tanto importante quanto controverso) tra l’istituzione della repubblica e l’inclusione delle donne nel concetto di cittadinanza, e quello che diversamente potesse essere stato lo stesso processo che con esiti diseguali, e in tempi diversi, avevano intrapreso le italiane. Quanto l’opera di Ferrante ha attinto dalle politiche dei movimenti femministi italiani? Quanto costituisce una denuncia volta all’irresponsabilità che per lungo tempo il canone letterario vigente ha agito verso la possibile emersione, e perciò verso la compilazione di studi adeguati, rivolti al riconoscimento del lavoro di scrittura delle italiane?
Come riporta sinteticamente Annarosa Buttarelli nella prefazione del libro di Fraisse (p. 7- 12) il risultato dell’analisi che l’autrice compie mette in luce un aspetto su cui a monte bisognerebbe riflettere di più parlando dell’importanza storica e sociale del movimento #MeToo come movimento globale: attraverso la protesta di un corpo femminile individuale si è attuata per la prima volta da quando si parla di globalizzazione, la rivolta di un corpo femminile collettivo. E questo non è avvenuto in un contesto di nicchia, non riguarda una qualche questione che può essere liquidata come ideologica ma risulta come un fenomeno illustrato dalla realtà dei fatti. A proposito del corpo femminile collettivo come vittima materiale e simbolica in un capitolo intitolato La scrittura di Ferrante e #MeToo Tiziana de Rogatis scrive
In questo scenario, la scrittura di Ferrante ha proposto all’immaginario internazionale un’etica femminile della sopravvivenza, che è anche una risposta indiretta al tentativo di ridurre #MeToo a un movimento vittimista. Nella quadrilogia, sopravvivere significa includere l’eredità subalterna delle antenate nel presente emancipato delle figlie, far convergere la corrente violenta del matricidio nel riconoscimento della madre e della sua genealogia, rielaborare il retaggio del dominio sulle donne attraverso un modello controverso ma solido di amicizia, fondare una nuova capacità assertiva e creativa proprio sulle inevitabili fragilità e contraddizioni della vittima (T. de Rogatis, Elena Ferrante. Parole chiave, Roma, edizioni e/o, 2018 p.17-18)
È una rivolta, quella del corpo femminile globale, che ha determinato una fuoriuscita dal margine di quei saperi raccolti dall’esperienza del corpo femminile e con ciò ha reso possibile il profilarsi di un’azione di protesta diffusa e socialmente accettata che però è partita da una rottura. Ovvero da una presa di posizione che ha potuto avere luogo solo da una scelta consapevole in merito alla necessità politica di una mancanza di ortodossia rispetto alla conformità nell’ambito di pratiche accettate, per quella che è una percezione del corpo della donna avallata anche in contesti geografici e socio economici insospettabili e molto diversi tra loro.
Personalmente quello che del pensiero di Fraisse mi è soprattutto interessato è la descrizione di una origine storica del baratro che separa il corpo femminile individuale con la sua singolarità e la sua condizione precipua e irripetibile e il corpo femminile collettivo che risiede nell’immaginario di donne e uomini, nelle politiche di alcune ideologie, ma anche e soprattutto nella lingua parlata e nella lingua scritta, di cui organi illustri come l’Accademia della Crusca e l’Istituto Treccani sono riconosciuti tra i principali custodi in Italia.
Fraisse illustra già a partire dalle prime pagine del suo libro il percorso culturale di un corpo femminile in un contesto che inizia a considerarlo nella parzialità di ruoli attribuiti alle singole individualità, come quello di donna artista, scrittrice, giornalista, donna alto borghese, riconosciuti nel corso della storia francese. Questo riconoscimento appannaggio solo di alcune condizioni femminili crea un’ulteriore disparità, che in Francia ad esempio ha preso un corpo evidente con la rivoluzione. Ma non ha un motivo solo storico, un motivo che riguardi l’economia, la politica e la cultura dei singoli Paesi, è qualcosa che nasce da una condizione femminile globale subalterna molto prima che la globalità potesse essere concepita e essere definita da linguaggi totalmente all’oscuro di quella condizione, proprio perché è una condizione materiale estranea al modo in cui si sono composte e studiate le categorie del pensiero e del linguaggio universale.
In altre parole questa rassicurazione è ciò che il linguaggio vigente, cioè plurale e maschile, ci ha da sempre rifilato in merito all’esperienza di quelle singole, come riconoscimento del fatto generale che la loro scrittura, la loro arte, la loro industria, le loro politiche, le loro bellezze, la loro indipendenza potessero soddisfare l’idea dell’emancipazione di un intero genere. Questa credenza è potuta entrare nel senso comune perché non è accaduto quasi mai che diverse definizioni e analisi avessero impegnato il genio linguistico e tutelare di chi poteva essere interessato nei secoli da questa responsabilità.
Sono stati certamente tanti ma non ce ne sono stati tramandati molti, i lavori di donne impegnate nell’atto di guardare realmente alla condizione senza linguaggio in cui i corpi femminili, e tutti i corpi mancanti all’appello della realtà di un linguaggio condiviso, risultano come vittime di una subalternità invincibile.
Oggi alcuni di questi lavori sono stati tratti in salvo dall’indifferenza, dalla furia censoria, dalla derisione, dall’albagia di alcune analisi totalmente estranee alla materia cui si riferiscono, e stanno a indicare come siano soprattutto i corpi mancanti all’appello del catalogatore volto all’ortodossia, e perciò al controllo, quelle e quelli che hanno visto il loro destino determinarsi nel bene e nel male per via, a causa e in conseguenza del loro essere solo corpi senza lingua, spesso in odore di vittimismo per via delle loro lacrime, dei loro silenzi, dei loro balbettii.
immagine di Christine Wang
Dal punto di vista storico l’idea che il percorso di una sola persona fuori dal comune, scrive Fraisse, testimoniasse il riconoscimento del progresso per tutte, ha prevalso. Del resto sta nel concetto stesso di democrazia una possibile trappola che fa incorrere in questo fraintendimento: “In democrazia, l’eccezione può diventare la regola; in democrazia si sottolinea la similitudine di tutti piuttosto che le differenze categoriali; in democrazia la totalità degli esseri è teoricamente implicita (…) Ma “ognuna” è anche la persona che è solo l’”uno” singolare, senza l’obbligo di riconoscersi nella molteplicità del collettivo, mentre attinge allo stesso tempo, all’interno di questo collettivo, la possibilità di essere quell”uno” singolare” (p. 15-22).
L’assunto del libro di Fraisse è che la storia è sessuata perché la sessuazione di tutto è un fatto: “Non il fatto di una definizione della differenza sessuale, non il fatto di una categoria antropologica come la differenza dei sessi ma il fatto di una realtà politica semplice: i sessi fanno la storia.”
A chiusura del libro di Fraisse, non a caso c’è una postfazione di Luisa Muraro in cui la studiosa italiana sottolinea in modo diretto e esplicito che nei moltissimi contesti storici in cui le donne compaiono eccezionalmente o marginalmente, ciò si deve alla selezione e alla lettura dei documenti storici: “selezione e lettura che sono fatte in vista di quello che risulta memorabile e degno di essere trasmesso alle nuove generazioni”.
È con questa considerazione in riferimento a Fraisse e Muraro che o scelto di aprire Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo con il capitolo Perché il romanzo di Ferrante è politico?Infatti ho voluto ricalcare il tracciato disegnato da queste due studiose per indicare quanto sia prezioso il desiderio che l’opera di Elena Ferrante ha universalmente suscitato. Cioè quello di ricostruire tutti quegli aspetti non sufficientemente considerati, rintracciabili tra le pieghe della storia universale e della filosofia classica europea e di quella contemporanea femminista. Solo così si può comprendere meglio la difficoltà di passaggi decisivi in cui la storia delle donne ha spesso subito narrazioni molto distanti da quello che sarebbe oggi una ricostruzione accettabile, al di fuori delle importanti ricerche specifiche attuali.
Nella selezione di questi documenti che sarebbe stato così necessario conservare, quanti sono rimasti muti, sono scomparsi o sarebbero potuti essere e non sono stati? In questa cernita così decisiva quanto è stato determinante un consiglio linguistico più o meno accettato dal senso comune, come l’unica competenza accreditata a legiferare in materia di linguaggio?
Continua
Nb. i contenuti originali che condivido su questo sito sono liberi, quindi possono essere usati e condivisi ma questo è possibile esclusivamente indicando l’autrice e la fonte del contenuto.
Dall’invisibilità all’essere visti (p. 132 – 136) è il titolo di uno dei quarantadue brevi capitoli che ne Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo si riferisce genericamente a un soggetto plurale maschile, e non come avviene nel titolo di questa seconda parte del quaderno di lavoro.
Questo quaderno, come detto, ha la caratteristica di essere un testo che viene pubblicato più o meno nell’immediato in cui viene prodotto perché si vuole confrontare con avvenimenti pressoché contemporanei. Scrivo infatti a una settimana dall’uscita del dialogo via email pubblicato dal Financial Times tra Elena Ferrante e Marina Abramoviće dalla pubblicazione su Tutto Libri de La Stampa del discorso dell’autrice inviato al posto della sua persona nell’ambito del conferimento di uno dei più prestigiosi riconoscimenti letterari dei Paesi Bassi, il Premio Belle van Zuylen dell’International Literature Festival.
Dall’invisibilità all’essere vista ovvero la performance del corpo femminile mancante è il titolo invece che ho scelto per il testo che state leggendo e si riferisce a una soggettività singolare e femminile. Questa discrepanza grammaticale, tra il titolo del capitolo del mio libro e questo testo che sto scrivendo ora, non è casuale.
Così come non è casuale che il resto del titolo di questa seconda parte del quaderno esprima quella che sembra a un primo sguardo una contraddizione in termini. Un concetto di performance riferito a un corpo che manca, riducendo la questione ai minimi termini, significa compiere, eseguire, dare forma e visibilità a qualcosa, senza che compaia l’artefice di ciò, che però esiste, è enunciato, si tratta di un corpo femminile mancante. Scrivevoaquesto proposito già nell’edizione tedesca del mio libro nel 2018 e poi in quella Italiana
Attraverso la propria immagine mancante (Ferrante) ha infatti acceso i riflettori su un vuoto che urlava da tempo il bisogno di essere colmato. L’assenza dell’autrice come corpo e come identità femminile non è da considerarsi un elemento esterno al romanzo di Elena Ferrante ma è posto nell’ambito del dispositivo rappresentato da tutto ciò che concerne questa autrice, a segnalare una mancanza che investe in larga misura sia la società che lo statuto del romanzo.(V. Scarinci, Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo, Guidonia, Iacobelli Editore, 2020 p. 27)
Per sostenere quanto la performance narrativa di Elena Ferrante si trovasse in questa mancanza data dall’incertezza di un passaggio dal invisibile al visibile, dal non esistente all’esistere determinato dall’esercizio di un qualche potere esterno, mi sono riferita a Ferrante parafrasando il pensiero di Judith Butler
il riconoscimento reciproco, e quindi l’essere visti, non si riduce all’identità di ciascuno. Che peraltro è un concetto statico e passibile di falsificazioni all’atto di una certificazione che sia definitivamente inclusa in un sistema di riferimento i cui elementi sono così variabili dal punto di vista storico, sociale e biologico, appunto. Ma è un luogo di continua trasformazione, quello del riconoscimento, cui si accede proprio attraverso lo smarrimento di quei parametri attraverso i quali viene governato un riconoscimento sfavorevole quando la dialettica si articola tra oppressore e oppresso. Cioè tra coloro che vivono la situazione favorevole di detenere un potere e coloro che vivono quella sfavorevole di subirlo in un sistema governato da logiche che non riconoscono altro che il proprio mandato.(V. Scarinci, Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo, Guidonia, Iacobelli Editore, 2020 p. 135)
Per confortare l’ipotesi di quel capitolo declinavo l’invisibilità/visibilità in termini universali, cioè plurali e maschili e prendevo a questo proposito in esame tutte le protagoniste ferrantiane da Delia a Giovanna cercando di delineare quell’aspetto performativo insito nella loro natura di personagge ( R. Mazzanti S. Neonato, B. Sarasini ( a cura di), L’invenzione delle personagge, Guidonia, Iacobelli Editore, 2016 ) che come soggettività non riconosciute sono costrette, o si costringono, a intraprendere le loro vite attraverso un atto performativo, finalmente agendo nella relazione con l’altra/o, con la società, con la loro origine. La parabola di questo agire ordito dai romanzi di Ferrante ci da la misura del punto infinitesimo, che tende all’inesistenza, in cui ogni contesto di fatto situa le protagoniste. Nonostante questo tutte tentano, quando riuscendo quando no, la performance più ardua, quella di esistere, cioè essere viste, legittimandosi, in primo luogo da sole. Lila è la personaggia per antonomasia che performa l’atto di autolegittimarsi e tutte sappiamo come va a finire: sparisce.
L’atto performativo che la scrittura di Ferrante compie però non è solo quello di far agire le sue protagoniste nella subalternità cui è costretto il genere femminile. In fondo alla strada di questo tentativo, quando una svolta può voler dire essere viste o non essere viste, l’incontro cruciale è quello con il potere che non è uno solo e non è sempre lo stesso.
Il potere può trovare modo di esprimersi in forme contraddittorie inimmaginabili. Un potere può avere la capacità di incidere sulla realtà. Un potere è ciò che può legittimare qualcosa o qualcuno secondo logiche di opportunità confacenti al proprio mantenimento. Questa performance tipica del potere, che abbia luogo in ambiti marginali o in termini globali, privati o pubblici, nell’immaginario collettivo o in un contesto comunitario qualsiasi, vive anche di altri aspetti, per così dire universali, oltre a quelli di genere, aspetti che contribuiscono a formare subalternità sempre nuove (si veda a questo proposito anche il capitolo de Il libro di tutti e di nessuno che intitolo Vergogna sociale p.33-38).
Tra i molti temi di estremo interesse che emergono dal dialogo tra Abramović e Ferrante è davvero un passo breve quello che ci conduce a constatare la capacità performativa del simbolico in cui è riuscita la scrittura di Ferrante attingendo a piene mani dai temi portanti del femminismo e del pensiero della differenza sessuale (si vedano oltre al capitolo già citato in riferimento a Butler, i capitoli de Il libro di tutti e di nessuno: La matrice delle nostre parole (p. 101-104) e Un romanzo come trasmissione diffusa della cultura di genere p. 105-108). È questo ciò che rende le due artiste Abramović e Ferrante simili in un modo tutto sommato niente a fatto sorprendente. Ossia la performer di The Artist Is Present in cui l’opera coincide con il corpo e, l’altra, quella di una scrittrice tra le più famose del mondo la cui performance coincide con una scrittura, senza il corpo che la agisce, il cui tema è dedicato al femminile mancante.
Nel caso di Abramović il corpo è qualcosa che accade qui e ora, in presenza dell’artista nel caso di Ferrante la visibilità è separata radicalmente dai tempi in cui il corpo si lascia andare alla scrittura. Dove il corpo femminile per entrambe le artiste però è il soggetto e l’oggetto posto al centro di qualsiasi ottica performativa legata al potere in genere e al potere indiscutibile di cui la loro arte straordinaria le ha rese latrici. Perché da sempre è così: tutto ciò che declinato su un sé a sua volta rappresentato da un corpo femminile, presente o mancante, collude e collide con il potere.
“Secondo lei” scrive Ferrante riferendosi a una sua interlocutrice epistolare americana nell’ambito del già nominato discorso tenuto in occasione del conferimento del premio Belle van Zuylen “i libri hanno bisogno di una persona monumentalizzabile. Essi non sono semplicemente la concrezione di una intelligenza, il raggrumarsi di un talento. Hanno invece la necessità di un corpo che, esponendosi nell’interezza della sua esistenza, li valorizzi valorizzandosi; un essere umano che in prospettiva si meriti l’ingresso in qualche pantheon, abbia la sua apoteosi già da vivo, faccia da corpo-bambola sulle pagine dei magazine, in televisione, sui social”.
La questione dell’analogia tra le artiste Abramović e Ferrante alla luce di questa affermazione appare ancora più legata alla loro comune origine europea. La storia non universale del corpo, ma quella del corpo femminile, ancora così poco raccontata, è costellata di atti performativi che hanno assunto giocoforza un enorme valore d’uso. La chiesa di Roma ad esempio dopo l’ondata riformista scatenata da Lutero, impose una svolta a quello che sembrava un declino irreversibile anche attraverso il rigido controllo e l’uso di questa performatività simbolica legata al corpo delle donne. Furono per questa ragione, prevalentemente i corpi femminili, i protagonisti materiali e simbolici della Controriforma. Quelli delle sante vive, delle streghe ma soprattutto quelli privi di vita, delle martiri protocristiane attraverso l’importanza che assunsero le reliquie per i fedeli e di conseguenza il giro d’affari costituito dal loro mercato.
Particolare del reliquiario contenente il cranio di Maria Maddalena. St. Maximin-la Sainte-Baume. Cripta
Ogni performance si espone, anche quella esclusivamente scritta, anche questa mia di adesso nel suo piccolo, si candida all’essere guardata, perciò vista e con ciò puo generare un potere se legittimata da uno sguardo che la legge e può non esistere quando questo non accade. Come dimostrano su tutto le vicende legate da quasi trent’anni a una scrittura come quella di Ferrante. Un potere che sta nelle cose, illustrato dalla realtà delle cose umane che diventa con il tempo un’evidenza difficile da smentire. Anche quando questa realtà non fosse strategicamente congegnata da un’immaginazione performativa strepitosa, comunque attingendo simbolicamente al corpo della donna o alla sua dolorosa mancanza, trae una potenza indiretta quasi infallibile. E spaventosa. Ce lo insegna addirittura la storia che comunque prevalentemente è orientata a concentrarsi altrove. Perfino la clavicola di una fanciulla nata poco meno di duemila anni fa, se posta in una teca di cristallo, sotto una volta di affreschi e stucchi, può rendere l’ignara un vero e proprio brand. La chiesa cattolica sono secoli che per promuoversi e mantenersi in auge fa di queste istallazioni impareggiabili veri e propri oggetti di culto, corroborando una mistica potentissima e intramontabile che riguarda il corpo di antiche fanciulle più o meno ignare.
Il 20 settembre scorso il sito Le Ortique pubblica un articolo di Marilyne Bertoncini che ricorda come il corpo femminile sia stato il fulcro di un più moderno dibattito filosofico e politico che oggi si può collocare facilmente nell’ambito della storia dei movimenti e del pensiero dei femminismi, ossia molto prima che la potentissima performance di Elena Ferrante lo ponesse sotto gli occhi dell’interesse universale
Hélène Cixous, in Le Rire de la Méduse, nel 1975, la promosse dichiarando che le donne che erano state espropriate della letteratura così come dei loro corpi dovevano reclamarli attraverso la scrittura. Questa affermazione fu sostenuta all’epoca dal lavoro della linguista Luce Irigaray, che denunciava il fallocratismo del linguaggio, come lo fu dalla critica femminista Elaine Showalter – fondatrice di Women’s studies – che definì questo movimento come «l’iscrizione del corpo femminile e della differenza femminile nella lingua e testi» (Elaine Showalter, “Critica femminista nel deserto” in The New Feminist Criticism: saggi su donne, letteratura e teoria, Londra, Virago, 1986, p. 249.) Fu il tempo di una rivendicazione politica pienamente giustificata sotto questa forma, che sceglie di porre il corpo della donna al centro della sua scrittura per richiedere di fargli posto anche in una società prevalentemente maschile, e bianca (le lotte femministe sono sempre state unite a lotte per l’integrazione delle minoranze).
Bertoncini segue il filo di un discorso evocato dal fatidico interrogativo se esista o meno una differenza di genere dentro una materia artistica e performativa spesso imperscrutabile come quella della scrittura domandandosi: “Dovremmo però attenerci a queste posizioni – arte femminile vs arte maschile – nel 2021, ora che i dibattiti sui generi e le scoperte scientifiche (oltre alla ricerca etnologica) ci portano a pensare alla binarietà come superata, residuo di un pensiero occidentale segnato anche da secoli di religione?” Secolidi religione però in cui il corpo femminile è stato l’oggetto di una centralità occulta e ben amministrata costituiscono un antagonista niente affatto sorpassato che il pensiero dei femminismi europei si è trovato a combattere con pratiche condivise, azioni politiche su un campo di battaglia universale che è molto più vasto di qualsiasi meraviglioso intervento chirurgico che alcuni femminismi possono portare a buon esito enunciando l’auspicabile evidenza che la binarietà è superata
Un sentimento di indipendenza che deve ancora essere costruito, in quanto tutto ciò che è stato approntato nei secoli, essendo congegnato e coniugato quasi esclusivamente al maschile, è troppo differente per essere autenticamente riconosciuto da chi uomo non è. Questa corrente filosofica prende l’avvio da quelle prime critiche che Irigaray, attraverso la pubblicazione di Speculum, mosse rispetto all’interpretazione che il pensiero di Freud dava della sessualità femminile. Ponendo la donna al centro di una ricerca che riguarda soprattutto il suo corpo, Irigaray sottolinea la necessità che l’identità femminile si possa conoscere e quindi costruire in modo autonomo. Ma la decostruzione di un mondo già dato, oltre che favorire l’ipotesi di un rinnovamento, comporta almeno in prima battuta una disorganizzazione delle energie: i romanzi di Ferrante sembrano tutti nascere soprattutto dalla proliferazione ragionata di questo disordine.(V. Scarinci, Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo, Guidonia, Iacobelli Editore, 2020 p.182-183)
Il grado di espressività del dispositivo Ferrante in termini di performance da quest’ottica è ancora più impressionante perché in un segmento di tempo che va dal 1992 (L’amore molesto) al 2019 (La vita bugiarda degli adulti) è stata declinata tutta la disorganizzazioneenergetica inevitabile quando si tratta di passaggi cruciali, come il nascere di una creatura che dal non esistere, esiste. Un passaggio sempre molto incerto quello alla visibilità. Come diversamente incerto è tutto ciò che riguarda una scrittura più che altro femminile, per secoli dipendente dalla condizione vissuta da chi l’ha comunque praticata, cioèun dettato che è stato trascritto lontano dal corpo che agisce nella socialità, tanto da correre tuttora il serio rischio di non esistere in mancanza di un posto al mondo attraverso il quale anche quella scrittura possa essere rappresentata come universale.
Continua
Nb. i contenuti originali che condivido su questo sito sono liberi, quindi possono essere usati e condivisi ma questo è possibile esclusivamente indicando l’autrice e la fonte del contenuto.
Quando i libri sono di tutti e di nessuno. Un quaderno di lavoro condiviso su Elena Ferrante, ecologia e femminismo
PRIMO
Poco prima dell’estate la redazione di una rivista di critica e ricerca letteraria mi ha chiesto un contributo su un argomento che mi interessa molto, specie in questo momento che sto riflettendo in modo un po’ più accorto sulle mie scritture, quelle pubblicate, quelle ancora inedite e quella cui mi sto dedicando adesso, di altro genere rispetto ai miei lavori di poesia e saggistica. Frattanto la Casa delle donne di Pisa mi ha fatto sapere che sta organizzando un gruppo di riflessione legato alle opere di Elena Ferrante che si vorrebbe occupare di moderare la presentazione de Il libro di tutti e di nessuno (V. Scarinci, Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo, Guidonia, Iacobelli Editore, 2020) a novembre finalmente in presenza a Pisa. La cosa mi ha fatto molto piacere, naturalmente. Ma anche mi ha fatto rendere conto come da quel mio saggio emergano questioni cruciali e elementi della mia ricerca personale su cui devo tornare. In effetti già quel quesito tardo primaverile, mi aveva colto sul vivo e mia ha accompagnato per un po’, risuonando in modo esponenziale proprio in questi giorni in cui tutto sembra si stia rimettendo in moto. Qualcosa ricominciando davvero daccapo, e qualcos’altro invece che riesce a trovare in modo stupefacente una continuità con pratiche annose e così pervicaci che neanche una pandemia in tutta evidenza è riuscita a disarcionare.
Perciò ho immaginato di portare, qui sul mio sito, il quaderno di lavoro che sto compilando in questi giorni e che vorrei idealmente condividere con chi ha voglia di leggere di Elena Ferrante ma certo non solo. Sarà un lavoro che pubblicherò qui in corso d’opera (con tutti i limiti del caso) per motivi precisi che spero saranno chiari a quelle e quelli che avranno la pazienza di leggere fino in fondo questa prima parte che funge anche da introduzione a questo quaderno di lavoro intitolato Quando un libro è di tutti e di nessuno.
Nello specifico vorrei sviluppare alcuni elementi che Il libro di tutti e di nessuno propone, perché mi paiono ora più che mai connessi a una riflessione sul presente che desidero condividere. Grazie quindi alla Casa delle donne di Pisa che mi sta dando un buon motivo per tornare a mettere a punto temi importanti per me. Ma anche grazie a quella rivista che chiedendomi un pezzo che rispondesse a una domanda che mi riguardava così da vicino, ha acceso una riflessione che tuttora mi anima e mi ispira.
Quella domanda, per come l’ho letta io, si può riassumere in questi termini: la realtà cui la scrittura si riferisce è sempre la stessa, anche se l’intento che la suscita, riguarda formati di scrittura differenti come narrativa, poesia, saggistica, giornalismo, storiografia? La realtà è la stessa, anche se il genere sessuale di chi scrive si esprime in termini centrali nell’economia di una scrittura che si riferisce alla realtà che è sotto gli occhi di tutti? Come accade ad esempio in Ferrante, nell’opera della quale la narrazione è apertamente condotta secondo una prospettiva di genere, e si alimenta dei temi di questa prospettiva. E noi lettrici e lettori contemporanei cosa dobbiamo pretendere da tutte queste forme di scrittura, affinché la realtà che ci illustrino non sia un diversivo, un inganno, un mero esercizio narcisista in cui chi scrive vuole esercitare soprattutto un potere che ha l’obiettivo di ottenere consenso?
Ricordo molto bene il giorno di parecchi anni fa in cui con la mia casa editrice tedesca abbiamo immaginato un titolo per il libro su Elena Ferrante che stavo pubblicando con loro e che poi sarebbe uscito in Germania nel 2018. Ricordo di aver chiesto, come chiesi poi alla mia casa editrice italiana, che il nome di Elena Ferrante non figurasse nel titolo ma rimanesse impigliato nel sottotitolo. Nel mio sentire ciò doveva significare che gli argomenti, la ricerca, le citazioni, un certo modo studiato di orientare l’illustrazione e la collocazione di quello che ho chiamato dispositivo Ferrante, significasse fin dalla prima occhiata alla copertina, un lavoro indipendente, indipendente anche da madrinaggi e equivoci sulla necessità di possibili accrediti.
Il mio obiettivo con la scrittura di quel libro non era usare il nome di Elena Ferrante ma era collocare quel dispositivo in una realtà italiana, per come la mia soggettività la percepiva, perciò dal mio punto di vista, una realtà di genere e poi globale, che fosse il meno possibile il frutto di una presa di posizione di un gruppo, di una condizione o professione, di una qualche mia appartenenza. In entrambi i libri, quello tedesco e quello italiano, esiste un capitolo dedicato al senso e ai motivi di questo titolo.
Nel rispetto di questa mia esplicita richiesta il libro tedesco si intitolò Bambole napoletane (V. Scarinci, Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante (trad.Ingrid Ickler) Colonia, Launenweber, 2018) quello italiano Il libro di tutti e di nessuno cioè esattamente come avevo chiesto. Volli quel titolo perché riformulava un concetto importantissimo espresso da Elena Ferrante, uno di quelli che mi convinse su tutto quando anni prima che l’autrice raggiungesse la fama mondiale, ne avevo colto un’analogia profonda con il mio modo di intendere la scrittura
Tra il libro che va in stampa e il libro che i lettori acquistano c’è sempre un terzo libro, un libro dove accanto alle frasi scritte ci sono quelle che abbiamo immaginato di scrivere, accanto alle frasi che i lettori leggono ci sono le frasi che hanno immaginato di leggere. (E. Ferrante ‘Il libro di nessuno’ in La frantumaglia. Nuova edizione ampliata, Roma, Edizioni e/o 2016, p. 185)
Quel concetto è lo stesso che ha permesso a molte e molti che hanno lavorato sulla materia ferrantiana (ma anche a molte scritture che con Ferrante niente apparentemente hanno a che fare) di usare in modo più o meno dichiarato questo ormai ineludibile dispositivo che Elena Ferrante rappresenta. Ovunque, dopo Ferrante, si legge di amicizie femminili ambivalenti, di subalternità sociali, psicologiche e di genere, di madri e figlie che si odiano e si amano, di famiglie rese disfunzionali dalla troppa povertà, ricchezza o avidità.
Quello che veramente fa la cultura però, la cambia e la rende dialogante con il reale è quel terzo libro che Ferrante ha teorizzato in modo esplicito e diretto chiamandolo il libro di nessuno: quello che non è ciò che l’autrice ha scritto o quello che lettrici e lettori hanno letto, ma ciò che l’autrice in un regime di parità assoluta, ha immaginato che fosse reale, e reale si è dimostrato tanto per chi ha scritto quanto per chi ha letto, nei termini in cui l’immaginazione è stata capace di modificare la realtà.
È sotto gli occhi di tutti che questa operazione dell’immaginario è diventata più vera della realtà. È l’immaginazione che crea per così dire una relazione di tipo ecologico che attiene a ciò che rende vera la cultura, perché rende gemelle letteratura e natura, le iscrive in un divenire incessante che ha per motore il tempo per come è conchiuso nella capacità immaginativa dell’umano.
Non posso non pensare a questo proposito a uno dei libri più belli che ho letto quest’anno grazie a un suggerimento di Elvira Federici, Sentire e scrivere la natura di Chiara Zamboni ( C. Zamboni, Sentire e scrivere la natura, Milano, Mimesis, 2020). Tra le molte illuminazioni di cui sono debitrice a quel libro ce n’è stata una che mi ha rassicurata sul mio modo di procedere quando affronto la pagina. Un procedimento che ho sempre seguito istintivamente e che mi sono legittimata per analogia con un processo del tutto simile a quello che ha riguardato l’esistenza e il potere di quel terzo libro così lucidamente e precocemente inquadrato da Ferrante al punto di farne uno dei motori della sua poetica di poi. Zamboni scrive riferendosi a Ingeborg Bachmann (il tipo di legame di questa autrice con Ferrante è espresso in forma germinale ma esplicita ne Il libro di tutti e di nessuno quando parlo di trascendenza)
Si tratta del passaggio dalla realtà all’emergere del reale, carico di onirico. Dove, per realtà possiamo intendere ciò che rientra nel mondo dei fatti, mentre il reale intrattiene un rapporto con il visibile non visto (…) Occorre essere radicalmente scostati dalla finta armonizzazione della realtà, per cogliere la verità nella percezione stessa. (…) è necessaria una specie di attenzione fluttuante, di sentire tra conscio e inconscio, una sensibilità aperta a percepire la dimensione onirica della realtà. (…) La storia è dimensione verticale del percepire, che è però intrecciata con l’esperienza sognante di lande desertiche, di luoghi altri e lontani. La percezione ha una trama inconscia, onirica che ci fa cogliere, intensificando, l’essenza delle cose presenti. (p.19-20)
Del resto ogni scrittura degna di chiamarsi tale risponde a ciò cui si riferisce Bachmann: Di che cosa parlare? Al meglio di qualcosa di evidente (possiamo leggere questo preambolo in Christine Koschel e Inge von Wendenbaum, in I. Bachmann, Luogo eventuale, p. 71-72). Cioè parlare di quale reale se non quello evidentemente situato in una prospettiva riconoscibile, come ad esempio è il caso di Ferrante, e di altre e altri che per la propria scrittura hanno preferito un inquadramento di genere.
In ciò Zamboni, dal canto suo, riecheggia magistralmente proprio parlando di uno degli aspetti della differenza di genere sessuale nella scrittura: “Lo stile di scrittura segue dunque ciò che è evidente, attraverso il mostrare, l’indicare un fatto dopo l’altro. Si sottrae così a un discorso interpretativo, che cerchi un’interpretazione di accadimenti disturbanti” (p. 21). Lo fa Ferrante da sempre, ho tentato di farlo io seguendo l’insegnamento relativo al valore di quel terzo libro che non interpreta proprio nulla, che per dirsi non stabilisce gerarchie di riferimento, che non aderisce a linee di pensiero. Ma che si pianifica in termini di opera ricalcando l’andamento delle evidenze, la loro tempistica, le illustra ma non le spiega, perché occupandosi tanto del reale attraverso la propria scrittura, quanto del lavoro dell’altra/altro, un conto è intonarsi un conto è interpretare.
Operando in questo modo su una scrittura di cui non si è autrici, si tradisce l’opera? La si ruba un po’ a chi l’ha scritta? Penso di sì, ma questa scienza così alternativa è anche quella su cui si sono fondate e rese riconoscibili genealogie espressive oppresse e recluse. Per riuscire a cogliere i contorni di una soggettività che possa dire finalmente io, quando quell’io non è visibile al mondo, non e nominabile, è irriconoscibile anche a se stesso, l’unica possibilità è dirsi/indagarsi per differenza e analogia, rispecchiandosi con quanto è evidente e con chi è riuscito a esistere solo dicendosi. Questo Elena Ferrante, teorizzando la poetica del terzo libro, lo aveva intuito, lo ha detto e ne ha fatto romanzi.
Quando il linguaggio si intona, dice Zamboni, al movimento dell’infinito è inevitabile che vada da essere a essere. Ed è, penso, inevitabile che crei relazioni non preclusive che proliferano da quella letteratura che può intendersi una delle prime forme di ecologia che introduce a quella che ci serve di introiettare ora più che mai, cioè una materia che ha per oggetto le funzioni di relazione tra persone, organismi vegetali e animali e l’ambiente in cui tutto è immerso. Dove l’ago della bilancia è sicuramente la qualità della relazione.
Nel caso di Ferrante posso testimoniare che tutto ciò funziona, ha funzionato in termini globali perché ha creato una pletora (plètora significa in patologia vegetale, abbondanza anormale di succhi in una pianta) di lavori che ponendosi liberamente in dialogo con un’opera letteraria hanno davvero creato un altro ecosistema e hanno scardinato molte preclusioni relazionali, di genere, sociali e gerarchiche. E anche gli alti livelli raggiunti dal lavoro di alcune donne che se ne sono occupate, sono stati legittimati via via che il mondo legittimava l’opera di Ferrante. Livelli alti perché se da una parte quelle donne che li hanno raggiunti erano allenate a studiare e introiettare un modus operandi creativo e relazionale maschile molto preclusivo (dico maschile perché lo hanno inventato gli uomini ma lo praticano e lo subiscono la maggioranza delle persone) nel dispositivo Ferrante hanno potuto liberare quella loro scienza altra, una scienza legata al loro altro leggere. La scienza dell’intonarsi ai movimenti del reale e a tutto il reale che si è in grado di percepire, più che quella di attenersi alle indicazioni inevitabilmente autoritarie di un sapere prescrittivo che tende a una fissità pretestuosa e falsamente ieratica. La scienza di questo scrivere ricalca quello che Zamboni chiama un dire in fedeltà a ciò che sentiamo via via (p.31) restando in una relazione per così dire ecologica con un reale che è multiforme.
Esiste davvero quella differenza di genere, letterario e sessuale, che rende la scrittura diversamente esplorativa, pur trattando di una realtà necessariamente condivisa? Io penso di sì, ed è il motivo per cui sono femminista. Tutto quello che ho visto e letto fin qui, me lo conferma. Però ho anche altre domande senza risposta: pur vivendo una realtà che tende all’infinito, tanto quante sono imponderabili le sfumature della soggettività di ciascuno, di che cosa parliamo quando crediamo di dire la verità? Quando crediamo a qualcuno che dice di raccontarci la verità? L’indice di variabilità in cui è iscritto il senso di questa realtà cui tutte le scritture dovrebbero riferirsi quando si vogliono vere, quanto è dipendente dalla qualità del rapporto che emittente, cioè chi scrive, e ricevente, cioè chi legge, istaurano nel patto relazionale che ogni tipo di scrittura propone? A questo proposito si guardi il capitolo del Libro di tutti e di nessuno che intitolo Frantumata (p.109-112).
La poesia ad esempio vive, più di altre scritture, di una componente inconscia, che in qualche modo ne è la centralità e perciò si costituisce come una variabile decisiva in termini di comunicazione, una variabile imponderabile e questo bisogna accettarlo. Una scrittura saggistica alle parole dovrebbe imprimere forse una maggiore convinzione razionale se non altro perché il suo obiettivo è quello di cercare una forma di coerenza che sviluppi il discorso oltre un punto di partenza noto. Per non parlare della narrativa, luogo dell’incontro per eccellenza: se l’emittente e il ricevente si vogliono incontrare davvero dentro una storia inventata, se vogliono diventare davvero l’una/o lo specchio dell’altra/o, come in amore, ci vuole abbandono e spirito di carità, ci vuole reciprocità, e forse ci vuole anche di perdonare qualche bugia, altrimenti non funziona. Sul rapporto tra verità e bugie nell’opera di Elena Ferrante si guardi ne Il libro di tutti e di nessuno il capitolo che intitolo Gli adulti sono bugiardi? (p.16-21)
Sul funzionamento di una scrittura, ossia su quanto possa davvero essere in grado di illustrare la realtà materiale e simbolica del vivere, a me pare che pesino in senso negativo il travisamento di due fattori che mi sembrano onnipresenti oggi e mi schiacciano. Quello legato a un così detto uso del linguaggio politicamente corretto, e legato a un modus operandi politicamente molto connotato che genera codici linguistici rigidi, che a loro volta generano gruppi di appartenenza per nulla permeabili alla pluralità di linguaggi di cui chi lavora con la scrittura dovrebbe sempre considerare il grado di risonanza in termini reali e non solo ideali. E quello che accosta ogni genere di scrittura alle regole di uno storytelling volto al profitto, inteso come vendita, consenso, successo della propria scrittura pubblica, promozione e iconizzazione della propria immagine mediatica. Le derive dell’una si iscrivono nelle derive dell’altra: quando l’attivismo si fa opera artistico letteraria, può diventare un marchio che usa gli stessi metodi che combatte per vendersi al consenso e al mercato, cessando l’opera in questo modo di spendersi in quell’economia di relazione ecologica che contiene, quello che oggi chiamiamo presente, ma che esiste al mondo tale e quale da sempre.
Da persona che ora sta scrivendo un romanzo che si vorrebbe storico, sono obbligata a chiedermi quanta realtà può custodire e comunicare una scrittura che si mette alacremente in regola con l’istituzione dello storytelling, o un’altra che si fregia attraverso un’operazione creativa di sviluppare gli assunti impositivi e preclusivi che segnano confini oggettivamente invalicabili in merito al vero, minacciando con ciò ogni immaginazione che la possa accostare. Può un regolamento narrativo che vale per la pubblicità che ti deve far comprare, per la politica che deve procurare accoliti e produrre schieramenti, condivisioni, like, valere anche per una scrittura tesa esclusivamente sul filo di se stessa? E può valere anche per una scrittura che si riferisce al passato e che con ciò dovrebbe leggere in controluce tutti i documenti? Nessuno escluso, anche quelli seppelliti dal disinteresse per una questione in cui non vi si trovino politiche tramandabili ai posteri. Magari in favore di un’altra politica che è giunto il momento di trattare con tutti i riguardi per risarcirla e farla diventare anche lei storia con la S maiuscola. E questo a prescindere dalle verità possibili o certe, dalla realtà mutabile o immutabile che concerne una storia sepolta dal tempo o una presente oberata dalle infinite pretese di verità che spesso con l’autenticità letteraria c’entrano poco. Si veda a questo proposito il capitolo che ne Il libro di tutti e di nessuno intitolo Perché il romanzo di Elena Ferrante è politico (p.11-15) e per tutto il discorso di cui sopra il capitolo dell’edizione italiana che si intitola come il libro medesimo (p.22-28).
Continua
Nb. i contenuti originali che condivido su questo sito sono liberi, quindi possono essere usati e condivisi ma questo è possibile esclusivamente indicando l’autrice e la fonte del contenuto.
I luoghi della terra sono incomunicabili, diceva. Anche la gente. Le espressioni non collimano, non corrispondono alle nostre. Facce chiuse. Basta cambiare latitudine e un uomo non si riconosce con un altro uomo. Una specie di sentenza. Non disse che non si riconoscevano tra loro due. L’ADULTERA, p.25-26 Elliot, 2016
Ci siamo, l’11 settembre finalmente il primo importante appuntamento culturale dopo il tempo pandemico che è parso interminabile e incerto. Non che le incertezze siano finite o che la pandemia lo sia ma forse ci troviamo a una ripartenza un po’ più consapevole rispetto alle pratiche fin troppo abituali e inavvertite del tempo prepandemico.
Si tratta della giornata che la SIL dedica a Laudomia Bonanni a L’Aquila, la città in cui la scrittrice visse per metà della sua vita. L’incontro con il patrocinio del DSU si terrà presso l’Università degli studi dell’Aquila. Nel rispetto delle normative anticovid, lo spazio disponibile in sala è esaurito.
Sarà possibile seguire il seminario in diretta a partire dalle ore 9,30 collegandosi attraverso la pagina facebook della Società Italiana delle Letterate https://www.facebook.com/socletterate/.
Il video integrale del seminario sarà poi pubblicato sul canale YouTube della SIL . Qui la locandina e il programma dell’incontro. Per il pomeriggio dello stesso giorno è prevista una passeggiata letteraria nei luoghi menzionati e raccontati da Bonanni nelle sue opere.
L’occasione di questo incontro mi è particolarmente gradita. L’organizzazione tematica e logistica a cura di Maristella Lippolis (direttivo SIL) con Serena Guarracino (Università dell’Aquila e socia SIL) e Lucia Faienza (Università dell’Aquila) è di straordinaria accuratezza e interesse, perciò capace di dedicare alla memoria di Laudomia Bonanni una giornata indimenticabile e alla scrittura di questa autrice tutto il senso vitalistico e contemporaneo che la sua opera ancora racchiude.
Per quanto mi riguarda questo è il primo incontro in presenza a cui partecipo come direttivo SIL, e la possibilità di illustrare nell’ambito un mio breve contributo su Laudomia Bonanni mi riempie di entusiasmo. Su Laudomia Bonanni certamente tornerò. Con Paola Masino, Anna Banti, Alba de Céspedes, Goliarda Sapienza, Alice Ceresa (e altre italiane il cui nome è ancora sepolto o poco pronunciato) Bonanni è una delle scrittrici attraverso le quali può e deve essere ricostruita l’altra storia del nostro Paese, quella non solo letteraria, di cui secondo me in questo momento abbiamo bisogno un po’ tutte e tutti, almeno quelle e quelli di noi che cercano di guardare al futuro con un minimo di buona volontà.
ELENA FERRANTE. Oggi su Letterate Magazine direttamente dalle pagine di Leggendaria 147Relazione, assenza e condivisione sul “dispositivo Ferrante” di Silvana Carotenuto e L’altra economia relazionale una risposta dalla terra e dalla lingua che ci ha alimentate di Viviana Scarinci.
SILVANA CAROTENUTO è Professore Associato di ‘Letterature in lingua inglese’ all’Università di Napoli L’Orientale, dove dirige il Centro di Studi Postcoloniali e di Genere (CSPG). La sua produzione scientifica si colloca nell’ambito degli studi culturali e postcoloniali, della decostruzione e della écriture feminine, e degli studi visuali. Le sue recenti pubblicazioni includono: “Il (Libro in) cammino di Jamaica Kincaid nel ‘Paradiso’ reclamato”, «Scritture migranti. Rivista di scambi interculturali» vol. 14 – Turismo e migrazione, a cura di P. Musarò, E. Piga Bruni (2021, in corso di stampa); “Events of Thought in Chinese Contemporary Female Art”, in Falsework Smalltalk. Political Education, Aesthetics Archives, Recitations of a Future in Common (Some Beloved, Inc., Richmond, Massachusetts, and Folio Books, Lahore, Pakistan, 2021); “La scrittura ‘vegetariana’ di Han Kang,” in L. Curti (a cura di), Femminismi futuri (Roma, Iacobelli, 2019); “La Dea della Differenza sessuale”, Leggendaria, Passo a due, n.129, 2018; Le “figure stringa” nella fantascienza di Nnedi Okorafor, Leggendaria, n.124, Pensare il futuro, 2017; “Il ritorno della ‘Grande Straniera’: interrogazione, scrittura e condivisione della Letteratura” in Ritorni Critici (Roma, Meltemi, 2017). E’ responsabile del gruppo di ricerca M.A.M, e dell’archivio digitale “Matriarchivio del Mediterraneo” (www.matriarchiviomediterraneo.org). Il suo La pupilla di Demetra. La decostruzione e le arti esce nel 2021 per i caratteri di Archive Books (Berlino-Milano).
Casa Internazionale delle donne di Roma FEMINISM 3 ottobre 2020Università di Lipsia Biblioteca Albertina 5 novembre 2019Francoforte di fiera con Istituto Italiano di Cultura 10 ottobre 2018
Notizia su libro
Il libro di tutti e di nessuno viene presentato in presenza alla Casa Internazionale delle Donne di Roma 3 ottobre 2020 nell’ambito Femminism3 organizzato da Società Italiana delle Letterate, Leggendaria e Letterate Magazine. Successivamente a distanza (i materiali audio e video sono disponibili su questa pagina) il 5 novembre 2020 presso la Libreria IOCISTO, il 28 aprile 2021 da Feminism 4 Fiera dell’Editoria delle Donne, il 13 giugno 2021 da Mood Italia Radio, il 18 giugno dal Giardino dei Ciliegi di Firenze.
La Ferrante ha dato voce alle donne e a Napoli. Un saggio della Scarinci descrive il ribaltamento letterario realizzato dalla misteriosa scrittrice fin dai tempi di “L’amore molesto” “I suoi sono romanzi politici che mettono al centro della narrazione l’universo femminile e guardano l’Italia attraverso la città.
Una rivoluzione letteraria con un cambiamento di prospettiva dai riflessi internazionali: ecco di che cosa è stata capace la persona celata dietro il nom de plume “Elena Ferrante”. Lo sostiene Viviana Scarinci in “Il libro di tutti e di nessuno – Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo” (Iacobelli, pagg. 213, euro 16). Vi si percorre l’universo ferrantiano dal 1992, anno d’uscita de “L’amore molesto”, fino al successo avviato nel 2011 dall’apparizione italiana del primo volume della tetralogia de “L’amica geniale”, consacrata a notorietà mondiale dal critico James Wood sul New Yorker nel 2013. Il fil rouge della rivoluzione letteraria viene qui seguito nell’intera opera, comprese le raccolte come “La frantumaglia”. E in questo saggio non si trascurano nemmeno le ipotesi sull’identità di Elena Ferrante, seguendone le tracce vere o fuorvianti disseminate nelle varie interviste.
Il perno del cambiamento ferrantiano consiste nell’aver portato al centro della ribalta letteraria il femminile, capovolgendo il paradigma dominante strutturato sul maschile. Per questo, secondo Viviana Scarinci, “il romanzo di Elena Ferrante è politico”. Il rovesciamento rivoluzionario sta nell’assunto denunciato da una filosofa come Luisa Muraro per cui “tutto ciò che è donna da sempre non è risultato memorabile e quindi degno di esser tramandato alle nuove generazioni”. Altro punto di contatto tra lo sguardo di Elena Ferrante e quello della capofila del pensiero della differenza è la centralità del materno: lo vediamo nel rapporto tra Delia e sua madre ne “L’amore molesto”, ne “La figlia oscura” ma più di tutto nel riconoscimento-rinnegamento della figura materna operato da Lenuccia de “L’amica geniale”.
Ma poi Ferrante ha un altro merito: aver portato al centro della scena narrativa una città scoperta come paradigma non solo dell’Italia: fin ne “La vita bugiarda degli adulti”, c’è un rovesciamento della prospettiva letteraria che induce a “ricominciare a guardare l’Italia attraverso Napoli”. Le storie con cui è sempre stata rappresentata letterariamente la vita italiana- di madri, figlie, famiglie, mariti, fidanzati, rancori, dispiaceri, gioie – si rispecchiano e confluiscono nell’opera di Elena Ferrante, ma in un’ottica nuova. Così, la diade di “Menzogna e sortilegio” indicata da Elsa Morante torna nelle falsità scoperte da Giovanna ne “La vita bugiarda degli adulti”, con la fascinazione esercitata su di lei dalla zia Vittoria, un po’ strega un po’ fata che smaschera le ipocrisie paterne e materne.
Anche i sentimenti sempre percorsi in forma di romanzo sono da Ferrante illuminati di luce nuova, e in una chiave napoletana universalizzante. Per esempio la vergogna sociale raccontato da Annie Ernaux torna come forte elemento narrativo nell’incontro di Lenuccia con la famiglia Airota, o nel sentimento provato da Nino durante la convivenza con Lila e tutte le volte che, descrivendo la Napoli “alta” del Vomero e quella “bassa” del Pascone, “La vita bugiarda” inscena le differenze sociali.
Il gioco del rispecchiamento letterario messo in campo da Viviana Scarinci è vario e complesso, ed ha le sue pagine più convincenti dove si riflette sui punti di contatto con l’ottica di Anna Maria Ortese. Per entrambe, in ballo c’è sempre il conflitto tra natura e ragione. “Infatti, i figli della città, e la città loro madre, vivono di una connivenza che vota il luogo a quell’apparente immobilità di Napoli sotto la quale cova un sempiterno bradisismo. Questo perché Napoli, le sue figlie e i suoi figli sono l’incarnazione di un nefasto genio bifronte”. Così definito dalla somma Ortese: “Un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni”. Ed Elena Ferrante sottoscrive.
Laura Fortini su il Manifesto del 2 ottobre 2020
PERCORSI. Due recenti volumi sull’opera dell’autrice de «L’amore molesto». Isabella Pinto firma per Mimesis un articolato saggio filosofico sulle «Poetiche e politiche della soggettività». Viviana Scarinci, per Iacobelli editore, pubblica «Il libro di tutti e di nessuno», un ritratto storico-politico. La ricezione che accoglie in modo più o meno ideologico un’opera letteraria diviene anch’essa parte della storia che la accompagna, come accadde a Elsa Morante. Le sue personagge, come per esempio Lila e Lenù, sono nomadi in cerca di «heimat», perciò protagoniste di furti l’una all’altra. E continuano ad affascinarci. Domani se ne discuterà alla Casa internazionale delle Donne di Roma con la Società Italiana delle Letterate
Al fenomeno Elena Ferrante, divenuto ormai un Global Novel sia nella veste autoriale che nell’insieme delle sue opere, si accompagna un altrettanto fenomenico proliferare di studi critici variamente appassionati ad essa, alla sua identità, alla sua opera in tutti i suoi vari aspetti, con buona pace di detrattori e detrattrici che comunque costituiscono anch’essi parte del dispositivo Ferrante. Si può infatti notare, come nel caso del dibattito che nel 1974 ebbe inizio proprio sulle pagine del manifesto su La Storia di Elsa Morante, che la ricezione che accoglie in modo più o meno ideologico un’opera letteraria diviene anch’essa parte della storia che la accompagna, non sempre nel migliore dei modi come Morante e La Storia mostrano. A riprova però della vitalità delle opere delle scrittrici in lingua italiana, il cui straordinario successo mostra una capacità di narrazione che non sembra avere uguali e lo dirò chiaramente: lo scrivo con una certa soddisfazione, perché si tratta di fenomeno che va sotto il nome Ferrante ma al quale hanno contribuito molte, moltissime scrittrici, per altro sovente evocate a volte in forma esplicita a volte in modo implicito dalla stessa Ferrante nei suoi scritti di poetica raccolti nella Frantumaglia (e/o 2003, 2016 nuova edizione ampliata).
I LIBRI di Isabella Pinto e Viviana Scarinci, il primo dedicato a Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività (Mimesis, pp. 254, euro 22), il secondo intitolato Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo (Iacobelli editore, pp. 216, euro 16), si collocano nel dibattito intorno al contributo che l’opera della scrittrice nel suo insieme dà al costituirsi di soggettività differenti nel vario scandirsi delle ondate femministe che la stessa Ferrante – qualunque sia la soggettività che abita questo nome – attraversa a più riprese nel corso del tempo, da L’amore molesto a I giorni dell’abbandono per arrivare alla tetralogia de L’amica geniale e all’ultimo romanzo in ordine cronologico La vita bugiarda degli adulti, del 2019, anch’esso oggetto d’analisi. Entrambi i libri indagano in modi diversi eppur complementari l’opera complessa che va sotto il nome di Ferrante e costituiscono tappa di un fenomeno che bene si colloca sotto il nome di Ferrante Fever, titolo del documentario del 2017: le autrici si soffermano sul tremendo delle donne così ben raffigurato nelle sue opere, le collocano in un contesto filosofico l’uno (Pinto) e storico-politico l’altro (Scarinci), a dimostrazione di quanto e come la letteratura – soprattutto quella a firma di donne – abbia una capacità di narrazione collettiva che diviene narrazione politica quasi nonostante se stessa e che molto ci interroga sulle modalità di narrazione del nostro presente.
QUELLE DI PINTO E SCARINCI sono monografie che ambiscono a riattraversare l’opera tutta ferrantiana, riletta e chiosata attraverso parole chiave a volte simili a volte dissimili, e una bibliografia critica ormai amplissima difficile da contenere e rappresentare, a partire dalle stesse recensioni stratificate nel tempo. Tra tema della cancellazione e capacità stregonesca, tra soggetto emancipato, subalterno e diasporico arrivando al postumano, le personagge di Ferrante sono nomadi in cerca di heimat e perciò protagoniste di furti l’una all’altra, che continuano ad affascinarci nelle loro antecedenti – sia nelle opere di Ferrante che di molte altre – che nelle loro contemporanee. Così come diversamente epica è la vicenda di Lila e Lenù, entrambe strenuamente impegnate nel vivere una vita diversa da quella che la storia e il sistema patriarcale assegnerebbe loro, pure con tutte le ambivalenze che ciò comporta.
Utile a questo proposito la categoria critica focalizzata dalla Società Italiana delle Letterate in un volume del 2014 a cura di Paola Bono e Bia Sarasini (Epiche. Altre imprese, altre narrazioni, Iacobelli editore) che riprende la motivazione del premio Nobel per la letteratura a Doris Lessing nel 2007, «epica cantatrice dell’esperienza femminile, che con scetticismo, ardore e potenza visionaria ha sottoposto a esame una civiltà divisa». Bene si colloca accanto a epiche cantatrici di strambe epopee come Elsa Morante, epiche invettive come quelle di Paola Masino e all’epica della gioia di Goliarda Sapienza l’epica della differenza cantata da Elena Ferrante. In entrambi i volumi, quello di Pinto e quello di Scarinci, molte pagine sono dedicate alla questione dell’autorialità di Elena Ferrante, indubbiamente uno degli elementi che ha contato nel fenomeno global novel così ben descritto da Tiziana de Rogatis nel 2018 in Elena Ferrante. Parole chiave (e/o, recensito sul manifesto il 4.10.2018).
SI TRATTA DI QUESTIONE su cui Ferrante è tornata più e più volte nel corso delle numerose interviste rilasciate nel corso di questi anni, sottolineando – e come non condividere? – che quello che conta è la letteratura, non l’autorialità. Eppure il mondo intero e anche la critica recente continua a interrogarsi su possibili attribuzioni e molto tempo e molta acribia sono stati e continuano a essere dedicati a cercare elementi di coincidenza o meno di altre autorialità con la scrittura di Elena Ferrante.
ANDREBBE INDAGATO a fondo il meccanismo a volte morboso nei confronti dell’autorialità esplicita, là dove essa sembrava tramontata nel periodo della critica strutturalista in favore dell’opera iuxta propria principia. Fin dai tempi dell’Amore molesto – e quindi dal 1992 – era chiara infatti la sottrazione a quello che nel confronto con Nicola Lagioia a conclusione della nuova edizione della Frantumaglia viene definito «il pettegolezzo letterario che di letterario non ha niente»: nelle note diffuse sull’autrice dell’allora prima romanzo si dichiarava che essa viveva appartata in un’isola del mar Egeo, in solitudine.
DISTANTE almeno quanto il mar Egeo è ancora la sua identità ma quanto di meno identitario è il nome pubblico Ferrante, all’insegna di una solitudine assai ricca di però parole scritte, le uniche alle quali giustamente consegnare il proprio profilo pubblico, lasciando a sé la vita privata. Si potrebbe così collocare Elena Ferrante in un ideale prosieguo del ciclo dedicato al genio femminile da Julia Kristeva: geniali le amiche Lila e Lenù, geniale Ferrante stessa nel rappresentarsi in modo non identitario in un tempo affamato di pulsioni identitarie e sovraniste e questo sì, ha molto della politica nel senso proprio della parola.
Silvana Carotenuto su Leggendaria 147 e in Letterate Magazine
In Genesi, genealogie, generi, e il genio. I secreti dell’archivio, Jacques Derrida celebra il dono di Hélène Cixous della sua sterminata opera critica e letteraria (l’archivio composto dalla scrittura, dalle lettere, i documenti, i taccuini, i diari dei sogni, l’inconscio, la presenza della madre Eve, la prima donna, l’evento, il risveglio, la veglia, il revenant o il fantasma) alla Biblioteca Nazionale di Francia, la BNF.1 Derrida, in verità, saluta la “Tout-puissance-autre” – La “onnipotenza-altra”, il segreto, non la cripta da rivelare ma l’alterità incondizionata al potere, oltre ogni sovranità o autorità che governi la lettura, l’altro/a che arriva, il genio – della e per la Letteratura, per la sopravvivenza e l’afterlife della letteratura creata dalla scrittrice amica e, insieme, della Letteratura in generale.
Derrida entra in dettaglio nella famiglia di parole rette dalla “g” (il nome del padre e del figlio, Georges, onnipresente nella realtà biografica e nella finzione di Cixous, ed insieme, il personaggio Gregor de Lametamorfosi di Kafka), che mette in moto e sostiene la sua lettura decostruttiva: le genesi dell’opera, le genealogie che la articolano e ne aprono l’eredità, i generi che la ibridizzano, la sostanziano e la moltiplicano, e infine, il genio (parola che, in francese come in italiano, è declinata sempre e solo al maschile, e al singolare, aprendo così la riflessione derridaiana alla questione dei generi sessuali presenti nella opera della madre dell’ecriture feminine, e anche il nome proprio come patronimico di più-di-un-genio-in-“una”,alfemminile) che la firma e la controfirma, la carezza del «genio della lingua» (31) che apre nuovi orizzonti perché sempre in eccesso su se stesso.
L’eccesso è la generosità dell’opera letteraria; è qui il dono di Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante. Un ritratto delle italiane del XX secolo di Viviana Scarinci, che ricorda il saluto di Derrida al genio di Cixous costituendosi come un testo che, allo stesso modo, pur nella propria differenza, celebra le genesi, le genealogie, i generi e il genio “femminile” dell’opera (di “tutti e di nessuno”, se esso costituisce il “terzo libro” creato dall’immaginario collettivo delle lettrici e dei lettori) di Elena Ferrante – con la generosità che contraddistingue l’autrice e la sua interprete.
Le genesi
Sono effettivamente plurali le genesi dell’opera di Ferrante. Il debutto avviene nel 1992, un anno determinante per le vicende storiche, sociali e culturali dell’Italia datando la vicenda Gladio, l’emergere di Tangentopoli, l’uccisione di Falcone e Borsellino, la nascita della Lega, la pubblicazione di Petrolio di Pasolini. Nei confronti di questo contesto nazionale specifico, Ferrante compie un’altrettanta specifica scelta di campo, ponendo al centro del suo universo narrativo l’invenzione del “dispositivo finzionale” ospitale di una donna, in realtà, molte donne poste sullo sfondo di una Napoli-matrice, dove è possibile andare alla ricerca della madre, ricordare la molestia di un amore e, forse, anche costituirsi quale “soggetto” diverso.
Per Scarinci, L’amore molesto segna l’inizio politico del romanzo del “trauma”, la discesa individuale in una affettività negata, lo scontro con la brutalità di uno status quo determinato, gestito e manipolato dal maschile, dal patriarcato e dal potere. L’inizio segna l’indagine conoscitiva spinta dalla pulsione della “individuazione femminile”, che è la lotta strenua ad originare una “dicibilità” e una “visibilità” in un mondo – privato e pubblico – che rimanda il momento storico del riconoscimento della differenza femminile, creando intorno a essa il “vuoto” – che è, probabilmente, e forse polemicamente, incarnato dall’assenza voluta e ricercata di Ferrante dallo spazio pubblico se non tramite la sua scrittura.
Il romanzo del “trauma” continua ne I giorni dell’abbandono del 2002 e La figlia oscura del 2006, per arrivare, passando attraverso la fiaba La spiaggia di notte del 2007 e il ritorno de La frantumaglia (2003/2016), alla tetralogia de L’amica geniale, che nasce nel 2011 e si conclude nel 2015 (per estendersi, ancora, in L’invenzione occasionale, e infine, in La vita bugiarda degliadulti, entrambi apparsi nel 2019). Con la tetralogia, scrive Scarinci, il “dispositivo” è pronto per imporsi a un pubblico vasto; i meccanismi dell’identificazione sono stati esposti, mirati e costruiti per rendersi globali; il “terzo libro” della collettività condivisa – creato dalla penna autoriale e, insieme, dall’immaginazione di chi legge – è scritto e viene pubblicato con immenso successo di critica e di readership. Per dare conto di quanto interesse quest’opera abbia suscitato nel mondo, in particolare negli Stati Uniti ma, considerate le traduzioni e l’eco editoriale, consacrati sull’intero pianeta, Scarinci studia e pensa insieme all’immenso archivio di articoli, recensioni, interventi, dibattiti nazionali (il riferimento, a livello italiano, va a Luisa Muraro, a Elsa Morante e a Umberto Eco, in termini generali) e internazionali che si sono sviluppati intorno alla pubblicazione della tetralogia: il testo di Scarinci diviene così esso stesso l’“archivio” della produzione dell’ “archivio Ferrante”.
Il cambiamento
Ciò che importa è che l’opera segna il cambiamento nella poetica della scrittrice che, dopo l’intimismo dei primi tre romanzi, è qui alle prese con la relazione tra le donne, le due amiche nel quartiere Luzzati che funge da microcosmo degli incontri, delle aspirazioni, dei percorsi condivisi, speculari doppi e diversi, che narrano una parabola universale. Tramite la relazione, e sullo sfondo del luogo simbolico e metonimico di una generazione storicamente ben definita, si dipanano le dinamiche della crescita, le manipolazioni, gli amori (prevalentemente sotto l’egida delle convenzioni sociali), i matrimoni (fallimentari, il che non sorprende, se si pensa alla conquista popolare del divorzio degli anni Settanta), i destini e i futuri – del e al “femminile”.
La lingua di Ferrante comunica le vicende vissute – autobiograficamente, ma solo perché innervate di materiali conosciuti direttamente dalla scrittrice, e, per ciò, esponibili ed esposti alla condivisione e alla comunicabilità. L’infanzia, la maturazione, i risultati esistenziali e, insieme, le vicende dell’istruzione, del potere, le norme e i ricordi: Ferrante passa dal piano individuale a quello collettivo-mondiale. Il contraltare dell’euforia del secondo dopoguerra si costruisce sulle avventure – i percorsi, i cammini, le “frantumaglie”, le “smarginature”, le “vigenze”, le “incoerenze” (Scarinci dedica grande attenzione al ruolo di questi istanti di “non-senso” in Ferrante, che tentano di dire veramente la questione dell’eredità materna, l’identità fratturata, e la realtà negata al e del femminile) – e sulle metonimie del dispositivo creativo, riempiendo, infine, lo spazio “vuoto” col desiderio delle donne.
Donne che sono nell’ “ambivalenza” – come risposta “non-ideologica” alle forme “ideologiche” che può aver assunto il femminismo italiano (qui il riferimento va all’interessante volume curato da A.M. Crispino e M. Vitale, Dell’ambivalenza. Dinamiche della narrazione in Elena Ferrante, Julie Otsuke e Goliarda Sapienza).
Insieme all’ambivalenza, Scarinci cita la “vergogna sociale” (in relazione a Lavergogna di Annie Ernaux), sottolineando come esse nascono al reale, si generano autonomamente nella Letteratura, costruiscono genealogie alternative (per Ferrante, il cuore della sua poetica pulsa insieme a Anna Maria Ortese), piegano i generi (la favola, il territorio flegreo, il mitico Vesuvio, il mitologico Averno, la saga, il Bildungsroman, il romanzo stesso, i Neapolitan Novels) al dinamismo della condivisione, concentrandosi, infine, sul genio o sulla “brillantezza” (al femminile) dell’amicizia.
L’angelo-demone, il dono o genio della relazione: il “libro di tutti e di nessuno” è finito (in realtà, La vita bugiarda degli adulti è una opera tanto palpitante e vicina che, pur arrivando per ultima, apre o ri-apre l’interpretazione-in-progress di Scarinci a un ulteriore giro di vite che illumina nuovamente, à nouveau, gli esiti della scrittura di Ferrante, che ora si concentrerebbe sul meccanismo della “verità” storica, che è insieme individuale e collettiva).
In conclusione, mi chiedo se, in realtà, questa fine non possa aprire il dibattito a una condivisione del genio non solo tra i personaggi dell’opera di Ferrante, ma anche nella relazione tra colei che interpreta e colei che legge qui la sua generosa interpretazione. Ad un certo punto della sua analisi, Scarinci dice che il genio è ciò che stimola, che mette in atto la trasformazione, «che ispira grandi opere e guasta passo passo ogni certezza». Vorrei interpretare per un istante io stessa questo demone, la genialità dell’altra, chiedendo, dall’interno della nostra recente ma intensa relazione di amicizia, a Viviana alcune cose:
La lingua: Virginia Woolf, Ingeborg Bachmann, Clarice Lispector e prima, e insieme a loro, Anna Maria Ortese (per non parlare, in campo filosofico, di Luce Irigaray), hanno avvertito ed esperito la “pulsione dall’individuazione” solo e sempre all’interno della scrittura, tramite la sperimentazione di una lingua che mai ha potuto o voluto semplificarsi al fine di condividersi. Per queste scrittrici, preziose generatrici di pensiero femminile, mi sembra che l’individuazione sia sempre e solo passata attraverso l’invenzione di un’altra lingua, una lingua che non si piega ai dettami della comunicabilità in termini di convenzioni, norme, strutture, o conformità d’espressione. Sarà il ritorno di una logica arcaica, ma giusta: non esistono contenuti nuovi se non veicolati da una nuova forma.
La popolarità, il superamento della dialettica cultura alta/cultura popolare, il margine vissuto come chance e rivendicato come potenza di condivisione, tra le donne, con l’umano, l’altro dall’umano, oltre l’umano, impegnano, secondo l’eredità e la filiazione della sperimentazione femminile, all’immanenza di pratiche innovative col corpo stesso della scrittura. Era ciò che, personalmente, trovavo e amavo nei romanzi di Ferrante che Viviana definisce del “trauma”, chiedendomi perché questa indagine, che era, anche e soprattutto, l’analisi militante del trauma della lingua stessa, sia rimasto al riparo delle ingerenze dell’editoria mondiale, che invece hanno “scoperto” e “venduto” con tanto guadagno, la Saga di Ferrante…
L’assenza: mi ritorna qui in mente Emily Dickinson, la donna minuta, vestita di bianco, solitariamente dimorante nel perimento della sua stanza con finestra, comunicando con il mondo tramite la poesia, e con le lettere passate nel segreto, indecidibile e indicibile, “geniale”, del riserbo, oltre ogni spettacolarizzazione. ll ricordo e la forza del suo enigma lirico mi aiutano a difendermi dal noise assillante e invasivo del “caso” Ferrante…
La condivisione: per il demone che interpreto, è qui in gioco l’ultimo e forse il più importante tratto della “differenza”. Se il presente ha sancito la capacità del “dispositivo Ferrante” di rappresentare l’individuazione comune al femminile che, in realtà, ancora oggi fa ancora fatica ad accedere alla visibilità e alla dicibilità privata e pubblica (attirando a sé, letalmente, sempre più violenza e aggressività), si potrà mai rivendicare una “singolarità” che egualmente appartiene a una generazione di donne che non possono condividere in nessun modo i percorsi dei personaggi femminili di Ferrante?
Sono nata nel 1959, nei pressi di Napoli, da una madre di famiglia contadina, povera e solidale, affettuosa e premurosa. Mia madre era una donna libera, intelligente e forte; mi ha insegnato il senso della giustizia e del rispetto. Anche lei migrata nella cultura nazionale urbana, anche lei sposa per amore e libera per disamore, non ha mai sentito e vissuto il rancore, il risentimento o il pregiudizio storico e culturale (se lo ha fatto, ha lottato una vita per superarlo) ma, da essere libero e solo, ha sostenuto indefessamente la mia curiosità intellettiva, la mia “istruzione”. Non ho conosciuto violenza da mio padre – certamente euforico per il boom culturale degli anni Sessanta, e così aderente al mito del “vitellone” da perdere progressivamente ogni fascino e affezione… Potrei continuare la mia saga – che è sicuramente meno geniale di quella di Ferrante ma che appare, alla consapevolezza della mia vita, sempre irrequieta e insofferente a conformarsi alla “tipizzazione”.
Che spazio offre il “dispositivo Ferrante” all’altra da sé? Che interesse può avere a tipizzare ciò che non può e non vuole esserlo? Quale visibilità propone se la sua individuazione si associa allo stereotipo, e alla devastante malinconia che lo stereotipo porta con sé? La serie televisiva, ancor più che il romanzo, a me si rilevava impossibile da guardare e da ascoltare; che lingua era quella? Perché risuonava così falsa? E perché proprio da Napoli doveva inviarsi al mondo quel tono malinconico, triste, affannato, così imbalsamato, rigido e severo, addirittura da “cattivo auspicio”? Le donne che ho amato e amo nella letteratura e nella vita, sono benedette dalla jouissance, insofferenti al suo dialettico e destinale opposto, il “sole nero” che ha impegnato Julia Kristeva in un’opera magistrale per la liberazione delle donne, ma che certo non ne indica l’irremovibilità e/o la condivisione globale….
E perché, questa “insormontabile malinconia” condivisa dalle donne del globo, è così dolorosamente associata, all’interno della Tetralogia, alla scrittura stessa, al Libro, che, invece e diversamente, come mi hanno insegnato le dee della differenza sessuale, vola/ruba in singolarità e in differenza, facendosi progetto totale, già e sempre, inscritto nella vita delle donne avvenuta prima di ogni genesi, e sempre futura, ancora a-venire… ?
Quanti passi il genio vorrebbe ancora percorrere, forse un po’ provocatoriamente a mettere in discussione ogni certezza… Rimane, infine, l’evocazione di Derrida che, parlando della Tout-puissance-autre della Letteratura, conclude affermando che il genio è ciò che accade – contro, oltre, fuori da, e in rottura con ogni omogeneità familiare genetica, generazionale, e genetica, costituendo il gettito imprevedibile e incontrollabile di ciò che arriva a portare con sé la mutazione e la discontinuità, l’imprevedibilità e la contingenza:
Geniale non è un soggetto, né un soggetto immaginario, né un soggetto della legge o del simbolico, un soggetto possibile, ma ciò che succede […] Geniale è l’unicità di una arrivance impossibile alla quale ci si indirizza, che non è che l’improbabile destinazione dell’indirizzo – e è sempre “tu”… (p. 91)
Grazie per l’arrivo della tua generosità, Viviana.
1. J. Derrida, Genèses, généalogies, genres, et le gènie. Les secrets de l’archive, Paris, Galilée, 2003 (mia traduzione).
Su Mangialibri una recensione di Andrea Pozzali aprile 2021
Cosa si nasconde dietro il successo di un’autrice che, con la sola forza della sua scrittura, è riuscita a occupare un posto di primissimo piano nel panorama italiano e internazionale? Un’autrice che ha volutamente posto al centro del suo lavoro il tema della marginalità, che ha saputo rivisitare in modo del tutto originale una città come Napoli facendo di essa, al di là di ogni facile tentazione folcloristica, il simbolo di una condizione che riesce a colpire i lettori di tutti i luoghi del mondo? Un’autrice che parla di donne “come nessuno ha saputo fare prima”, accendendo i riflettori “su un vuoto che urlava da tempo il bisogno di essere colmato” e gettando le basi “di una concezione nuova di approccio all’esperienza di genere” in grado di superare i limiti stessi degli studi femministi? Una scrittrice “riconosciuta a livello internazionale come un’artista capace di un’influenza globale a tutti gli effetti, pur senza essersi mai presentata in forma corporea ed esprimendo la propria soggettività esclusivamente attraverso la parola scritta”?
La figura di Elena Ferrante si è imposta all’attenzione di pubblico e critica fin dal suo esordio nel 1992 con il romanzo L’amore molesto, oggetto anche di una riduzione cinematografica ad opera di Mario Martone. Il grande successo è poi arrivato nel 2011 con L’amica geniale, primo volume di una tetralogia a cui hanno fatto seguito Storia del nuovo cognome (2012), Storia di chi fugge e di chi resta (2013) e Storia della bambina perduta (2014). Libri tradotti in più di cinquanta Paesi e che hanno venduto milioni di copie, opere di una scrittrice per certi versi “misteriosa”, che ha sempre protetto il suo anonimato, facendo sorgere anche tesi discordanti in merito alla sua reale identità. Una scrittrice che nel 2016 ha avuto l’onore di essere inserita da “Time” nella lista delle 100 persone più influenti al mondo, a riprova di un successo in grado di andare ben oltre i confini nazionali. In questo Il libro di tutti e di nessuno Viviana Scarinci ripercorre tutte le tappe del percorso autoriale della Ferrante, prendendo in considerazione non solo i romanzi ma anche le interviste e i saggi contenuti nel volume La frantumaglia. Il libro analizza i temi fondamentali della narrativa della Ferrante, mettendo in luce il rapporto simbiotico dell’autrice con Napoli e l’influenza di scrittrici come Elsa Morante e Anna Maria Ortese, oltre a sottolineare la centralità delle figure femminili, colte nel loro difficile processo di emancipazione da una società nella quale il potere degli uomini è ancora predominante. Per chi ama i romanzi della Ferrante è un libro da consigliare, coloro che non conoscono le opere di questa scrittrice rischiano di perdersi in questo saggio così denso e appassionato.
Su Leggere donna una recensione di Mariana Vitale aprile 2021
Nel 2020 la SIL, Società Italiana delle Letterate, ha fatto la scelta arguta di rintuzzare con un punto interrogativo questa perdurante condanna all’invisibilità, intitolando “Invisibili?” il proprio convegno, la cui prima sessione era dedicata alla presentazione di due monografie appena uscite: Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività, di Isabella Pinto (Mimesis) e Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo, di Viviana Scarinci (Iacobelli)” (…) Scarinci, dichiara fin dal sottotitolo la volontà di delineare «un ritratto delle italiane del XX secolo», e lo fa scrupolosamente, come quando traccia la mappa urbanistico-sociologica di una «città di sopra» e di una «città di sotto» che sottende le aspirazioni e i cambiamenti di status che sono raccontati in tutti i romanzi, e che si attaglia alla città di Napoli, ma anche a un panorama dell’anima. Ma ci regala soprattutto una modalità di scrittura coinvolgente e poetica, quasi mimetica rispetto a certe caratteristiche della scrittura di Ferrante che spalanca spaccati di trascendenza avvicinabili ai woolfiani “momenti di essere”, facendoci «affacciare sul tremendo»”
Su L’adigetto una recensione di Luciana Grillo del 10 dicembre 2020
Storie di donne, letteratura di genere. Un saggio che descrive l’intera produzione dell’autrice
Chi ha letto i romanzi di Elena Ferrante non può non avvicinarsi con curiosità a questo saggio che non soltanto racconta l’intera produzione dell’autrice, ma ne spiega i rapporti con la cultura internazionale e ne descrive i successi, operando confronti, ad esempio con Virginia Woolf, e recuperando brani di interviste e di articoli della misteriosa scrittrice. Il grande successo arriva poco dopo la pubblicazione del primo dei quattro romanzi, «L’amica geniale», velocemente tradotto e pubblicato all’estero, e degli altri che seguiranno tra il 2011 e il 2015. La fama letteraria e mediatica di Ferrante si diffonde a livello internazionale, mentre solo un anno dopo Time inserisce la scrittrice fra i 100 personaggi più influenti dell’anno. A quel punto, tanti studiosi si interrogano su un successo così rapido, coronato infine dalla fiction «che allargherà a dismisura il pubblico di Elena Ferrante aggiungendo a quello dei suoi lettori, il numero sterminato dei fruitori delle serie televisive». Scarinci segue il lungo fil rouge che ha tessuto l’autrice, partendo dai suoi primi scritti fino a «La vita bugiarda degli adulti», considera che sempre si incontrano ambienti umani e sociali assai diversi fra loro – basti pensare al binomio Greco-Airota nella quadrilogia e alla città di sopra e di sotto, ad Andrea, il migliore, e a sua sorella Vittoria, la peggiore nell’ultimo lavoro, – esamina il contesto storico in cui si sviluppano le storie, ritrova fra le pagine il boom economico, l’evoluzione del matrimonio, i problemi legati all’istruzione, alla migrazione, alla marginalizzazione, ecc . E non trascura la letteratura di genere, a partire dal 1700 e venendo via via incontro al ’900, quando finalmente le lettrici «compiono un significativo progresso di consapevolezza grazie alla novità assoluta costituita dal racconto di autrici donne che parlano dalla parte delle donne». Dunque Neera, la Marchesa Colombi, Matilde Serao sono in qualche modo le apripista, non autrici di diari nascosti agli occhi degli uomini, ma «coscienti del loro ruolo privilegiato innanzi tutto perché scrivono per professione e il loro è un lavoro retribuito». Da queste scrittrici parte Ferrante, non a caso l’amicizia tra Lila e Lenuccia nasce grazie al romanzo Piccole donne… e poi riprende Anna Maria Ortese e le sue folle di personaggi, ricorda Elsa Morante, ammette l’uso del dialetto sapendo che «nella visceralità della propria lingua sta annidata tutta la furia e la quiescenza di cui un individuo e un popolo possano dirsi eredi», immerge «lettrici e lettori in una totalità ipotetica del vissuto sociale composta soprattutto dai violenti attriti, dagli ostacoli, dai congelamenti e dalle retromarce che le donne non solo italiane hanno vissuto quotidianamente dal momento in cui hanno iniziato il loro cammino verso il perseguimento di un percorso di autonomia». Altro personaggio a cui Ferrante fa riferimento è Didone, «che soccombe perché simboleggia la donna abbandonata… figura chiave, tanto che l’autrice la usa per mettere in relazione la donna e la città», mentre Scarinci ci riporta, oltre che a Virginia Woolf, a Umberto Eco, a Sylvia Plath, a Silvia Vegetti Finzi, fino a Thomas Mann e a Goethe. Dunque, per 210 pagine, viviamo seguendo i romanzi di Elena Ferrante, ci immedesimiamo nelle vicende, condividiamo i pensieri delle protagoniste, almeno di alcune. Chi non si è mai posta una domanda come quella che Lenuccia pone a se stessa, dopo l’incontro fra la sua famiglia di origine, proletaria e caotica, e quella di suo marito Pietro, una famiglia atea, socialista, simbolo di cultura e di lotta per la giustizia sociale? Eccola, la domanda che prova la realistica incertezza esistenziale della scrittrice (il cui libro è stato pubblicato solo «grazie all’intervento della suocera»): «Ciascuno si portava nel corpo i suoi antenati. Come sarebbe andato il nostro matrimonio? Cosa mi aspettava? Le affinità sarebbero prevalse sulle differenze?».
Su Teatri e culture una recensione di Elide Apice 14 dicembre 2020
Sono tanti gli appassionati e le appassionate delle parole di Elena Ferrante e “Il libro di tutti e di nessuno” di Viviana Scarinci ( Iacobelli editori) prova a dare risposte alle infinite domande che i lettori e le lettrici si sono poste riguardo ai temi trattati e anche rispetto all’identità sempre celata dell’autrice. Una scrittrice dal meritato successo non solo in Italia, ma a livello mondiale che pone Elena Ferrante tra le narratrici più famose in assoluto. Viviana Scarinci accompagna i lettori in un lungo percorso di conoscenza di Elena Ferrante fin dal suo esordio e naturalmente attraverso la arcinota tetralogia dell’Amica geniale. In tutti i testi di Elena Ferrante l’eterna lotta sociale, la voglia di cambiamento, l’impossibilità di un cambiamento per la necessità di restare legati alla propria estrazione sociale e al proprio luogo con uno sguardo attento alla società a ai suoi mille problemi. Libri nei quali sono palesi i riferimenti a un certo tipo di narrazione di genere, protagoniste le donne. Un libro, questo della Scarinci, molto articolato, apparentemente complesso, ma decisamente fruibile, soprattutto a chi ha letto la produzione della Ferrante, ricco di citazioni letterarie e naturalmente aperto a diversi spunti di riflessione su un tipo di narrazione che mette al centro le donne. Tanto si è detto della “invisibilità”, della Ferrante, una scelta, secondo la saggista, che crea un vuoto che viene riempito dalle donne protagoniste dei suoi romanzi, assunte ad esempio delle vessazioni subite dalle donne nel corso dei secoli. Per tutte, violenze psicologiche e non solo dettate dalle convenzioni sociali e quindi familiari che hanno sempre impedito alle donne di esprimersi secondo le proprie volontà, di scegliersi il partner giusto, obbligate a obbedire tacendo e solo per una questione di genere.
Su Vitamine Vaganti una recensione di Sara Marsico 7 novembre 2020
«Il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell’una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell’altra.» Elena Ferrante (da Storia del nuovo cognome)
Il libro di tutti e di nessuno – Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo di Viviana Scarinci è un testo «ad alta densità di conoscenza ma di forte leggibilità», come recita l’apertura della collana Workshop diretta da Anna Maria Crispino ed edita da Jacobelli. L’autrice ci accompagna in un percorso, ricco di citazioni, collegamenti letterari e filosofici, spunti di riflessione e recensioni e ci avvicina alla scrittrice che ha fatto dell’invisibilità la sua caratteristica principale. Credo che, dopo aver letto questo libro, ne capiranno le ragioni anche le persone più scettiche di fronte ad un successo tanto grande, avvenuto, come spesso accade, prima all’estero e poi in Italia. Checché se ne pensi, l’opera dell’autrice invisibile è già stata tradotta in cinquanta Paesi ed ha venduto dodici milioni di copie in tutto il mondo, contribuendo a portare l’Italia all’interno di un discorso globale sulla centralità delle donne. La fama di Ferrante arriva con l’uscita della prima parte della saga L’amica geniale, nel 2011. Il ” Time” la inserisce tra i 100 personaggi più influenti dell’anno 2016. L’“effetto Ferrante” sarà tale da far schizzare i libri scritti da donne tra la metà dei venti migliori best seller italiani nella narrativa. Chi recensisce questo libro di Scarinci è un’appassionata lettrice dell’autrice napoletana, e vi ha trovato spunti interessanti anche per i/le non addette ai lavori come lei. «Il romanzo di Ferrante è politico» ha dichiarato il regista Saverio Costanzo in occasione della presentazione della fiction di L’amica geniale, alla cui sceneggiatura ha partecipato la stessa autrice, e politica la scrittura di Ferrante indubbiamente la è, perché in grado di trasmettere contenuti politici molto più di un’ideologia. Il romanzo dell’autrice è politico «soprattutto perché segna un approdo a un modo di raccontare il femminile in una totalità che esiste da sempre, senza prevedere la centralità del femminile» (G. Fraisse, Il mondo è sessuato. Femminismo e altre sovversioni). Nella tetralogia di L’amica geniale temi come, tra i tanti, il potere dell’istruzione e della scuola negli anni Cinquanta o il matrimonio come mezzo per compiere una scalata sociale o professionale sono trattati attraverso il racconto della vita delle due amiche, Lila e Lenuccia, che si rispecchiano una nell’altra, e di quelle dei tanti personaggi di contorno, che vivono nel “Rione” di Napoli. In questi libri si racconta una genealogia femminile, partendo da un periodo, il secondo dopoguerra, in cui le vicende femminili non erano degne di essere tramandate alle nuove generazioni. Il romanzo di Ferrante è politico e contemporaneo anche perché «qui più che altrove, il margine è inteso come il luogo più popoloso e interessante del mondo». Insieme all’autenticità e all’invisibilità, la cifra che accompagna i romanzi ferrantiani è certamente l’ambivalenza: «Ma è pur vero che nell’ammirazione tra donne, l’ammirazione per l’altra può diventare affetto e amore, ma anche generare invidia e competizione […] in quella ricerca di identità che ha contrassegnato il Novecento, il rapporto a due (o a molte), tra donne, ci pare si giochi spesso in un rimbalzo continuo di rispecchiamenti e prese di distanza che investe le diverse forme di amicizia, le relazioni amorose e sessuali, le pratiche condivise dell’agire politico». Scarinci, grande conoscitrice di Ferrante, ne esamina l’intera produzione letteraria e saggistica, da L’amore molesto, La figlia oscura, I giorni dell’abbandono fino a La vita bugiarda degli adulti, sviscerandone le tematiche più importanti e i collegamenti con le madri letterarie e filosofiche, oltre alla sua conoscenza profonda del femminismo e della storia delle donne. Poche sono le informazioni in nostro possesso su Ferrante e molte discendono da quella che Scarinci chiama La nuova frantumaglia, unlibro di quasi quattrocento pagine che ripubblica ed amplia il numero di materiali inediti e materiali diffusi dalla stampa internazionale fino ad aprile 2016. Non importa in questa sede raccontare su chi si siano focalizzati i sospetti sull’identità di Ferrante dopo un articolo di “Il Sole 24 ore” che ne svelava l’identità. È indubbio che, nel dibattito che ne è seguito, con toni e parole spesso misogine e sessiste, il grande assente è stato il corpo della scrittrice, con una scelta voluta da lei stessa, quasi a confermare l’invisibilità del femminile sia nella società che nel romanzo. L’autrice del libro lo dice in modo superlativo: «Elena Ferrante ci parla di donne come nessuno ha saputo fare prima. Attraverso la propria immagine mancante ha infatti acceso i riflettori su un vuoto che urlava da tempo il bisogno di essere colmato. L’assenza dell’autrice come corpo e come identità femminile non è da considerarsi un elemento esterno al romanzo di Elena Ferrante ma è posto nell’ambito del dispositivo rappresentato da tutto ciò che concerne questa autrice, a segnalare una mancanza che investe in larga misura sia la società che lo statuto del romanzo». In un’intervista riportata dalla saggista blogger la scrittrice, che ha scelto Napoli come ambientazione dei suoi libri e Anna Maria Ortese come riferimento culturale importante, confessa che quello che ha scritto ha avuto su di lei una portata emotiva talmente forte da spingerla a ritrovare l’integrità perduta solo attraverso il rifiuto radicale nei confronti delle manifestazioni e degli incontri pubblici in cui si presentavano i suoi romanzi. Ferrante, attraverso le storie che racconta e significativamente attraverso L’amica geniale, riesce a far percepire ai lettori e alle lettrici contemporanee le violenze, non solo psicologiche, inflitte alle donne negli anni in cui le trame dei libri si svolgono, i forti condizionamenti sociali e culturali, la difficoltà di scegliere il loro destino, un rapporto con gli uomini complesso e difficile, l’emergere del femminismo e delle riflessioni tra donne che l’unica rivoluzione nonviolenta del Novecento, il femminismo appunto, ha provocato. Imprescindibile, per chi si accosta alla saga del Rione, la citazione di una pensatrice femminista visionaria, fondamentale per capire che cosa sono il patriarcato e il potere maschile nella descrizione della realtà e nel nominare il mondo. Mi piace ricordarle, insieme alla riflessione di una Elena Greco, ormai diventata donna. «Sputare su Hegel. Sputare sulla cultura degli uomini, sputare su Marx, su Engels, su Lenin. E sul materialismo storico. E su Freud. E sulla psicanalisi e l’invidia del pene. E sul matrimonio e la famiglia. E sul nazismo, sullo stalinismo, sul terrorismo. E sulla guerra. E sulla lotta di classe. E sulla dittatura del proletariato. E sul socialismo. E sul comunismo. E sulla trappola dell’uguaglianza. E su tutte le manifestazioni della cultura patriarcale. E su tutte le forme organizzative. Opporsi alla dispersione delle intelligenze femminili. Deculturalizzarsi. Disacculturarsi a partire dalla maternità, non dare figli a nessuno. Sbarazzarsi della dialettica servo-padrone. Strapparsi dal cervello l’inferiorità. Restituirsi a sé stesse. Non avere antitesi. Muoversi su un altro piano in nome della propria differenza. L’universalità non libera le donne ma perfeziona la loro repressione. Contro la saggezza. Mentre i maschi si danno a imprese spaziali, la vita per le femmine su questo pianeta deve ancora cominciare. La donna è l’altra faccia della terra. La donna è il Soggetto Imprevisto. Liberarsi dalla sottomissione, qui, ora, in questo presente. L’autrice di quelle pagine si chiamava Carla Lonzi. Com’è possibile, mi dissi, che una donna sappia pensare così? Ho faticato così tanto sui libri.» Oltre a Lonzi, Scarinci ci ricorda i riferimenti filosofici di Ferrante: Shulamith Firestone, Luce Irigaray, Adriana Cavarero, Elena Gagliasso, Donna Haraway, Judith Butler, Rosi Braidotti, Luisa Muraro. Tra quelli letterari, Morante di Menzogna e sortilegio, oltre a Ortese di Il mare non bagna Napoli. Quelli della scrittrice invisibile sono romanzi di genere che, attraverso la conoscenza approfondita della cultura, della filosofia e della storia delle donne del suo tempo, la portano a veicolare saperi filosofici, psicologici e sociali relativi al femminile ancora non metabolizzati socialmente, che però hanno saputo catturare lettrici e lettori in tutto il mondo. Soprattutto le lettrici hanno potuto trovare nei suoi testi gli strumenti per acquisire una maggiore consapevolezza dei loro ruoli di mogli, figlie, madri e ad «addentrarsi in un percorso difficoltoso ma necessario verso l’individuazione della loro soggettività in senso civico». Il denso e ricco testo su Ferrante scandaglia tutti i suoi scritti e ci introduce ad alcuni termini, come la Frantumaglia o la Smarginatura di Lila e non solo, che sono di un interesse estremo per comprendere la sensazione di incompletezza provata dalle donne in un mondo in cui sono a disagio perché fanno fatica a riconoscervisi, un mondo che non è stato pensato da loro e per loro, in cui si percepiscono come soggetti mancanti nella cerchia familiare, professionale, affettiva, sociale. Anche la parte sulla trascendenza merita una lettura approfondita, come quella che ci illustra il suo interesse per la figura di Didone, che ci richiama Una donna spezzata di Simone di Beauvoir. «Sembra un tema abbastanza screditato, ma in realtà è la tematica più crudelmente posta dalle esistenze femminili. – scriverà” la scrittrice nascosta” in una lettera a Goffredo Fofi – La perdita dell’amore è una falla, causa un vuoto di senso. La città senza amore è una città ingiusta e crudele.» Il saggio di Scarinci, poeta e saggista, è accurato e profondo e costituisce una lettura fondamentale per comprendere appieno i testi della scrittrice invisibile, che ha saputo affascinare cittadine e cittadini globali iperconnessi di tutto il mondo, raccontando molto dell’identità di ciascuno di loro. Estremamente interessanti, anche se più complessi, sono i capitoli intitolati al concetto di trascendenza e alla sospensione dell’incredulità, utilissimo, quest’ultimo, per capire il presente della società della spettacolarizzazione. Anche il capitolo sulla questione del potere è ricco di spunti preziosi di discussione. Il titolo del numero 30 della collana Workshop prende spunto da una dichiarazione della scrittrice invisibile: «Tra il libro che va in stampa e il libro che i lettori acquistano c’è sempre un terzo libro, un libro dove accanto alle frasi scritte ci sono quelle che abbiamo immaginato di scrivere, accanto alle frasi che i lettori leggono ci sono le frasi che hanno immaginato di leggere» (Elena Ferrante Il libro di nessuno, 2005). Il saggio di Scarinci finisce infatti così, con queste parole: «Qui finisce il libro, ma non finisce qui…» lasciando una riga tratteggiata a disposizione di chi lo ha letto e vuole continuare a scrivere le sue riflessioni. Tra i romanzi di Ferrante la saga di L’amica geniale, in particolare, è stato per noi che l’abbiamo incontrato trasmissione diffusa della cultura di genere, attraverso la narrazione dell’amicizia tra due persone che raccontano e interpretano finalmente con voce e sguardo di donna la loro vita e le loro scelte, innamorate l’una del cervello dell’altra, condizionate dalla situazione sociale di provenienza e dall’accesso all’istruzione e alla cultura. Ad una, l’omonima dell’autrice, Elena, in perenne crisi identitaria, scuola e cultura saranno consentite, all’altra, ribelle alle convenzioni sociali e al potere maschile, vietate. È indubbio che «Il rapporto più intenso, più duraturo, più felice e più devastante risulti essere quello tra Lila e Lena. Quel molto dell’identità di ciascuno di loro. Estremamente interessanti, anche se più complessi, sono i capitoli intitolati al concetto di trascendenza e alla sospensione dell’incredulità, utilissimo, quest’ultimo, per capire il presente della società della spettacolarizzazione. Anche il capitolo sulla questione del potere è ricco di spunti preziosi di discussione. Il titolo del numero 30 della collana Workshop prende spunto da una dichiarazione della scrittrice invisibile: «Tra il libro che va in stampa e il libro che i lettori acquistano c’è sempre un terzo libro, un libro dove accanto alle frasi scritte ci sono quelle che abbiamo immaginato di scrivere, accanto alle frasi che i lettori leggono ci sono le fr
Contemporanea nasce sottoforma di visione nel 2012 con il nome di PoEtica come una specie di attivismo territoriale di stampo utopico, forse, ma sempre sotto l’egida della poesia. Nasce affittando una piccola stanza che custodiva in uno spazio ridotto alcuni libri di poesia con l’idea di costituire un fondo librario aperto alla consultazione e in dialogo con il territorio. Per diversi anni questo è stato incredibilmente possibile grazie al sostegno della comunità, delle socie e dei soci, all’invio di moltissimi libri di poesia da poete, e poeti, e case editrici specializzate. Le nostre attività sono state sostenute da almeno tre amministrazioni comunali di diversi orientamenti politici, intervallate da un commissariamento comunale che pure ha confermato la fiducia e il contributo alle nostre attività nella scuola, con la Asl rm4 nei laboratori di scrittura nell’ambito del Dipartimento di Salute Mentale e presso il centro anziani comunale. Con gli anni abbiamo realizzato laboratori scolastici, eventi pubblici e premi letterari per la traduzione e per la poesia al fine di incrementare il valore testimoniale del fondo librario. Ci siamo avvalse/i cioè del libro di poesia come strumento di comunicazione e relazione convinte/i che potesse essere di stimolo a una più estesa partecipazione sociale e la comunità locale in seno alla quale il fondo si è costituito ci ha dato ragione attraverso forme di partecipazione durature. Per otto anni il fondo librario è stato il cuore pulsante del centro culturale Libellula, una struttura che ha ospitato molte esperienze culturali e sociali trasversali fino allo scioglimento dell’associazione Libellula nel 2020. A questo link si trovano tutti gli articoli, i progetti, le immagini che Contemporanea ha espresso in qualità di entità situata in un territorio riconoscibile. Ora Contemporanea ha cambiato per così dire statuto, almeno in senso metaforico, rimanendo, nella mia intenzione di fondatrice un ente che si propone di produrre e progettare sulla base di presupposti aggiornati alla situazione attuale anche avvalendosi delle nuove modalità di comunicazione testate con la pandemia. Il fondo librario non è andato perduto né si è disperso. Le attività di Contemporanea non smettono di riferirsi alla poesia, all’ecologia, alla scrittura delle donne, alla scuola e all’università e a ogni forma di progettazione culturale condivisa che ci paia adeguata ai contenuti che vogliamo trasmettere. Questo il gruppo Facebook di Contemporanea e il canale Spotify . Di seguito la sezione della diaria/o che proporrà le attività di Contemporanea a partire da questo nuovo corso, perciò i post di Contemporanea
Contemporanea nasce sottoforma di visione nel 2012 con il nome di PoEtica come una specie di attivismo territoriale di stampo utopico, forse, ma sempre sotto l’egida della poesia. Nasce affittando una piccola stanza che custodiva in uno spazio ridotto alcuni libri di poesia con l’idea di costituire un fondo librario aperto alla consultazione e in…
Il 26 giugno alle ore 18 parteciperò con piacere a un reading online organizzato da Beppe Costa su un’idea dell’International literature festival di Berlino cui Costa ha aderito. L’incontro si articola in due eventi online, 25 e 26 giugno, trasmessi in diretta dalla pagina facebook https://www.facebook.com/distributoreautomaticodiparole e in condivisione sul gruppo facebook di Contemporanea Fondo Librario . All’evento…
L’ultimo libro pubblicato da Giorgio Bonacini è I segni e la polvere. 52 poesie distrattamente felici per Arcipelago Itaca nel 2020. Giorgio Bonacini è tra quei poeti di cui il fondo librario custodisce l’intera opera, l’ascolto seguente è tratto da due libri precedenti questo ultimo Quattro Metafore ingenue, Manni editore, 2005 e Sequenze di…
Contemporanea podcast la seconda parte del testo di Mourning the Dead Fish di Alessandra Cianelli. Letter to the one true love edito da TraverzBooks è tradotto da Sarah Waring che ne è anche la voce narrante. il testo http://www.alessandracianelli.com/l’editricehttps://www.traverzbooks.net/il progetto https://fondopoesiacontemporanea.wordpress.com/ Ringrazio infinitamente le meravigliose compagne di questa avventura Anche su Amazon Music, Google podcast, Apple podcast , Spreaker, Podomatic
Il 14 e 15 maggio saranno disponibili i due ascolti del testo di Alessandra Cianelli in lingua inglese attraverso la traduzione e la voce di Sarah Waring Lettera all’unico grande amore è la seconda e ultima parte de Il Compianto del pesce morto di Alessandra Cianelli. I diritti dell’opera legata al progetto sono di esclusiva proprietà di Alessandra…
«Quando da Bambina passavo molto tempo nei Boschi, mi si diceva che il Serpente mi avrebbe morso, che avrei potuto raccogliere un fiore velenoso, o che gli Spiriti Maligni mi avrebbero rapita, ma io non rinunciai e non incontrai altro che Angeli che erano ancora più timidi al mio cospetto, di quanto lo fossi io al loro, per questo non ho quella sicurezza nella menzogna che molti invece praticano».
Attualmente faccio parte del consiglio direttivo della Società Italiana delle Letterate (presidente Elvira Federici, vicepresidente Loredana Magazzeni, con Marta Cariello, Maristella Lippolis, Gabriella Musetti e Donatella Saroli). La mia mansione è tra l’altro quella di gestire i contenuti del sito web https://www.societadelleletterate.it/ Il sito della Società Italiana delle Letterate svolge un attività informativa, testimoniale delle attività e dei documenti multimediali prodotti in venticinque anni di ricerca nell’ambito della critica letteraria femminista e della scrittura delle donne. Alcune pubblicazioni frutto di studi collettivi e individuali sono in parte scaricabili gratuitamente dal sito e in parte pubblicati dalla casa editrice Iacobelli. In un incontro per i 25 anni della SIL del 5 giugno 2021 che ha avuto luogo nell’ambito di Feminism Fiera dell’Editoria delle Donne , di cui SIL è tra le organizzatrici, è stata illustrata una cartografia parziale delle attività della Società delle Letterate tramite i principali temi e le principali pubblicazioni prodotte dall’epoca della fondazione. Il giornale digitale della Società Italiana delle Letterate è Letterate Magazine diretto da Silvia Neonato. La rivista cartacea e digitale Leggendaria, diretta da Anna Maria Crispino (tra le fondatrici della SIL) è una pubblicazione indipendente ma strettamente connessa dal punto di vista politico, etico e relazionale alla Società Italiana delle Letterate.
Leggi gli ultimi articoli pubblicati sul sito delle SIL
GIOVEDI 22 GENNAIO alle ore 17, si terrá il seminario “Oltre il silenzio: voci di donna nell’epigramma greco”, parte del Ciclo “sapienza antica, voci moderne: seminari di cultura classica al femminile”, organizzato […]
La quarta edizione del Reading poetico online SIL “La Notte delle Pleiadi” si è svolta l’11/12/2025, con la partecipazione di diverse socie; il tema dell’incontro era “Oltre l’invisibile”, prendendo spunto da un […]
Amatissime è un ciclo di incontri dedicato alla scrittura femminile contemporanea che si svolgerá a Viterbo a partire da gennaio 2026. Con questo titolo, preso a prestito dall’omonimo saggio di Giulia Caminito […]
La Società italiana delle letterate e Il Giardino dei Ciliegi invitano il 17 gennaio 2026 a una giornata di riflessione sulla queerness e sulle sue relazioni con il pensiero femminista e transfemminista. […]
Secondo appuntamento del laboratorio di lettura a voce alta a cura della Società Italiana delle Letterate – gruppo Napoli. Il libro è sempre Un giorno e mezzo di Fabrizia Ramondino: un romanzo […]
Tra aprile e novembre 2025 si è svolto a Palermo presso l’Ecomuseo del Mare Memoria Viva, un centro culturale polivalente che si occupa di rigenerazione urbana con un approccio ecocritico, il laboratorio […]
Il 13 dicembre, dalle 10:30 alle 17:30, al Museo del Colle del Duomo (Piazza San Lorenzo 8, Viterbo), si terrá Jane Austen e le altre. Una scrittura unica, non sola, una giornata […]
Trovo particolarmente stimolante questo documento video perché illustra come il dispositivo Ferrante si possa configurare come un lavoro ininterrotto capace di portare all’emersione sempre nuovi aspetti che riguardano i temi, le genealogie e il simbolico della scrittura contemporanea al di fuori dei paradigmi critici canonici.
Sono molto lieta perciò di poter finalmente condividere l’incontro online su Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secoloorganizzato dal Giardino dei Ciliegi il 18 giugno scorso. I temi che sono stati toccati in questo dialogo sono molti: la particolare struttura de Il libro di tutti e di nessuno, la sua vocazione interlocutoria rispecchiata anche dalla molteplicità dei riferimenti bibliografici. Di particolare rilievo quelli relativi agli studi critici di genere pubblicati nell’ambito della Società delle Letterate da Iacobelli. Le teorie femministe presenti nei testi di Ferrante e la ricerca sull’aspetto simbolico della sua opera con particolare attenzione al tema del trauma che analizzo già nella mia prima monografia su Ferrante edita da Doppiozero nel 2014.
Elvira Federici ha parlato di Elena Ferrante come una questione letteraria controversa che rende questa autrice un fenomeno politico anche nel caso in cui si tratti di un’opera scientemente costruita da un gruppo autoriale. L’intervento di Monica Farnetti (autrice tra l’altro della monografia fondamentale Anna Maria Ortese ) che si è anche riferita allo scritto di Ferrante su Dante recentemente pubblicato, ha posto un’importante accento sul valore dell’immedesimazione, consentendo con ciò al discorso di essere ampliato anche in riferimento al suo significato ambivalente di colonizzazione. Significato ripreso dall’intervento radiofonico su Mood Italia Radio e dal dialogo su Ferrante pubblicato da Leggendaria 147 in cui Silvana Carotenuto illustra proprio questo aspetto inedito di immedesimazione/colonizzazione che l’opera di Elena Ferrante incarna così intimamente. Infine Anna Maria Curci, ha messo in luce l’importanza della conoscenza della lingua tedesca e il suo coinvolgimento come terza lingua/cultura oltre all’italiano standard e il dialetto per comprendere la profondità di alcuni riferimenti reconditi dell’opera ferrantiana.
Le puntualissime domande di Clotilde Barbarulli hanno dato a ciascuna di noi l’opportunità di pensare insieme il dispositivo Ferrante attraverso alcuni temi affrontati nel Il libro di tutti. Per questo ringrazio tantissimo Il giardino dei ciliegi di Firenze, sono questo genere di incontri che danno senso al tempo e alle energie che ho impiegato fin qui nello studio di Elena Ferrante.
[…] Le parole di Saverio Costanzo come interprete dell’opera di Elena Ferrante attraverso il filtro cinematografico, queste indicano in modo estremamente acuto la strada per cui la storia “pubblica” e le memorie “private” diventano, al di fuori dei manuali, un sentimento culturale ben più indicativo, che si pone tra il conscio e l’inconscio in un modo così pervasivo che, forse, è il caso di rivedere i termini in cui la storia e la letteratura si sono occupate, in passato, della ricerca della così detta verità. Perché nell’opera di Elena Ferrante è proprio il modo in cui si intende la verità, e in cui i personaggi si relazionano a questa, a essere il motore di una ricerca del vero che per come volutamente la orienta la nostra autrice, denuncia a monte di essere inutile.
In questo senso il romanzo di Elena Ferrante è politico soprattutto perché segna un approdo a un modo di raccontare il femminile in una totalità che esiste da sempre, senza prevedere la centralità del femminile. Il romanzo di Elena Ferrante è politico perché il tema è sempre quello dell’esplorazione narrativa di una genealogia femminile cui tuttora si fatica a pensare in termini realistici, proprio per via di quello che, parafrasando Muraro, rispetto a tutto ciò che è donna, da sempre non è risultato memorabile e quindi degno di essere tramandato alle nuove generazioni.
È forse per questo che il nuovo libro di Elena Ferrante La vita bugiarda degli adulti, fin dal titolo ha a che fare con la rielaborazione della verità, attraverso il ruolo che la bugia svolge nel racconto di una storia familiare che si dimostra poggiare su presupposti fortemente dissonanti rispetto alle scelte linguistiche e comportamentali di chi ha fondato quel nucleo. Dissonanza però che la nostra autrice non focalizza in termini moralistici, in quanto la menzogna e il tradimento nella Vita bugiarda costituiranno un passaggio di testimone generazionale che dice molto sul ruolo ambiguo e sul significato non definitivo che la parola verità deve giocare sia dentro le molte possibili letture dell’opera di Elena Ferrante che nel gesto simbolico dell’assenza del corpo dell’autrice.
Scriveva Elsa Morante in Menzogna e sortilegio sul ruolo pervasivo e con ciò fortemente significativo della menzogna in termini di eredità culturale, e non senza un filo di ironia: «Ma farsi adoratori e monaci della menzogna! fare di questa propria meditazione, la propria sapienza! rifiutare ogni prova, e non solo quelle dolorose, ma fin le occasioni di felicità, non riconoscendo nessuna felicità possibile fuori dal non-vero! Ecco che cosa è stata l’esistenza per me! ed ecco perché mi vedete consumata e magra al pari dei ragazzetti mangiati dalle streghe del villaggio. Essi dalle streghe, ed io dalle favole, pazze e ribalde fattucchiere»[1].
È questo approccio dubitativo nei confronti della verità come dogma che probabilmente, oltre al coinvolgimento di milioni di lettrici e lettori, decine e decine di studiose e studiosi in tutto il mondo, si sono fatti portavoce di un vero bisogno di cercare “oltre”. Ossia quello di seguire il tracciato ferrantiano ognuno nel proprio ambito disciplinare, esprimendo la necessità creata da un vuoto speculativo: la ricostruzione di una genealogia femminile, la ricostruzione del rione come contesto di prossimità esclusivamente fisica, la ricostruzione di un concetto di periferia che si avvalga di un’inaspettata forza centripeta, la riconsiderazione del ruolo storico delle classi subalterne e soprattutto la marginalità scagionata dalla vergogna di non trovarsi al centro. Tutto ciò finalmente considerato come una questione di fondamentale importanza, che i tempi richiedono sia posta con urgenza al centro di ogni ambito.
Il romanzo di Elena Ferrante è politico e contemporaneo perché qui più che altrove il margine è inteso come il luogo più popoloso e interessante del mondo, senza essere per questo governato da logiche sempliciste come quelle ideologiche o populiste.
Ferrante parte da Napoli, da quello che Anna Maria Ortese chiamava il genio materno della città più teatrale del mondo, in cui l’autenticità è lo spettacolo dell’autenticità. E soprattutto la seduzione è più che altrove materna, in quanto la lontananza può estinguere ogni legame e preoccupazione come un attimo dopo fomentare il pentimento di aver voluto tanta libertà e costringerci a tornare. Come se insieme la madre, la città, l’origine fossero nemiche e amiche di una storia che riguarda un’indipendenza simbolica mai guadagnata e mai perduta, tuttavia inestinguibilmente agognata.
L’inserimento in un inizio specifico, il dopoguerra, e un luogo preciso, Napoli, là dove altrimenti si è in difficoltà a iniziare, quando si tratta di parlare delle donne italiane, riescono a farsi intendere ne L’amica geniale come le coordinate di un sistema governato da un agire orientato soprattutto dalla propria pulsione ad individuarsi. Così come Giovanna, adolescente italiana classe 1979, ne La vita bugiarda degli adulti inizia dichiaratamente quella strada sotto i nostri occhi di lettrici e lettori. Individuarsi sia pure nell’incertezza, al cospetto delle proprie e delle altrui bugie che hanno fatto la storia del nostro Paese, perché come scrive Luisa Muraro citando Fernand Braudel[2], oltre la storia corrente c’è una storia più profonda e lenta, quella delle forme inconsapevoli del sociale. Ed è proprio questa consapevolezza o inconsapevolezza che determina la dicibilità, ossia quell’a posteriori dato dalla misura di quanto abbiamo potuto concepire o subire di uno stato di cose in cui volenti o nolenti siamo venuti alla luce.
[1]. E. Morante, Menzogna e sortilegio, Torino: Einaudi 1994, p. 21
[2]. L. Muraro, L’ordine simbolico della madre, Roma: Editori Riuniti, 2006, p. 94