La resistenza geniale

Quali sono quelle sfumature che con il silenzio portano i segreti a assumere la trasparenza della rimozione? Un segreto, a forza di essere mantenuto, rischia anche di sparire dall’orizzonte di chi l’ha concepito pur restando intessuto in filigrana come un agente atmosferico sospeso la cui elettricità è capace di condizionare in modo incontrollato gli elementi e i fattori climatici che l’atmosfera configurerà in seguito. 

Tengo un diario di lettura. Da molti anni. Alcuni anni l’ho tenuto su carta, altri sul telefonino poi sono passata all’Ipad per tornare infine su fogli volanti a quadretti con i buchi da inserire in raccoglitori preferibilmente arancioni o al massimo azzurro nazionale. Lo tengo, questo diario, da quando ho letto il primo libro che mi ‘ha cambiato la vita’. Almeno così me lo sono raccontato sul diario, questo libro, in una specie di delirio adolescenziale, in quanto poi di libri che mi avrebbero scatenato l’euforia descrittiva della lettrice in erba,  per fortuna c’è ne sono stati molti. Per tanti anni sono stata fieramente una lettrice e basta, e l’ho documentato, perché scrivevo poesia e questo per me era un’altra cosa dall’essere una scrittrice. 

Sono in possesso quindi di vagonate di appunti, domande, pensieri che quando poi i libri li ho iniziati a leggere con uno scopo preciso, in quanto mi serviva di leggerli per scrivere a mia volta, questi materiali sono diventate pagine in grado di raccontare su me e su ciò che vivevo in quei periodi, molto più di quello che immaginassi allora trascrivendo citazioni e chiosandole a me stessa.

Non so se vi è mai capitato prendendo in mano un libro che avete in casa da tanto tempo e che avete letto e amato in passato, di ricordare alcuni pensieri e alcuni episodi della vostra vita che scandivano il periodo della lettura di quel libro, come se fossero stati assorbiti nel testo, mutando insieme, quella storia e la vostra in modo che nessuna delle due per voi esista più in mancanza dell’altra. 

Uno dei molti libri con il quale mi è capitata questa eventualità è La resistenza perfetta di Giovanni De Luna che ho incrociato in un periodo in cui il ragionamento sul trauma di genere, epocale e collettivo, individuale e privato mi dava non poco filo da torcere dato che lo volevo rielaborare in una dialettica abbastanza credibile da essere riportata per iscritto. 

Giovanni De Luna scrive: “l’8 settembre 1943, appare come uno di quegli eventi storici che non si lasciano imprigionare in un’interpretazione esclusivamente politica, attraversati come sono da emozioni di massa in grado di lasciare affiorare nitidamente le pulsioni più oscure e gli slanci più profondi sedimentati alla base dell’esistenza collettiva di un popolo (…) Dissoltasi la crosta delle istituzioni, fu come se fosse saltato il tappo di roccia di un vulcano a lungo spento; nel magma che prese a fluire liberamente c’era di tutto, meschinità e generosità, grettezza individualistica e protagonismo collettivo, con una varietà di comportamenti che rinviava a tanti frammenti di appartenenze, segmenti di identità sociali, generazionali, professionali, territoriali. All’interno di quella nebulosa sociale che va sotto il termine riassuntivo di ceto medio, ad esempio, a prevalere fu una complessiva dimensione di precarietà esistenziale, di intollerabile, angosciosa convivenza con la morte.”

Allora mi venne in mente e lo appuntai che anche Elena Ferrante usa l’immagine del magma incandescente che scorre sotto il vulcano riferendosi alla tecnica di scrittura utilizzata per redigere la saga de L’amica geniale. Un’apparente calma che contiene a stento le più tremende fatalità. Un trauma e la sua rimozione significano il profilarsi all’orizzonte di una nube piroclastica, un’incontenibile fuoriuscita immersa nei fumi, per cui ogni forma di contenimento e ogni tentativo di orientamento hanno solo l’effetto di dimostrare l’inconsistenza dell’operato umano di fronte alla catastrofe.

Degli stessi anni, in uno di quei libri che segnano, Rossana Rossanda scriveva: “Oggi sappiamo che nel 1943 la guerra si poteva dire vinta, ma allora no. E che cosa avrebbe cambiato saperlo in quell’ottobre 1943? Radio e giornali rimandavano frammenti bugiardi, ce ne avevano dette di troppe, ci eravamo lasciati colpevolmente ingannare, e adesso neanche alla voce ottimista del colonnello Stevens eravamo disposti a credere senz’altro (…) Che roba è avere quindici anni nel 1939 e ventuno nel 1945?”                             

E io di seguito a questa citazione, parafrasando la mia maestra, scrivevo sul quaderno, rigirandomi in testa le parole trauma e rimozione che l’identità si lega alla memoria ma anche allo sforzo di ammettere nel quadro della propria memoria quegli elementi fastidiosi, ambigui, dimenticati perché rispetto a altri sono a volte quelli i responsabili di una svolta che potrebbe averci condotto dove non volevamo.  Ne L’amica geniale Lenuccia nonostante si sia impegnata per acquisire strumenti per la propria indipendenza di giudizio, sceglie inizialmente la scorciatoia del buon matrimonio.  Elena Greco è un personaggio di un realismo schiacciante ma della cui identità noi non sapremo mai perché è il risultato sul piano narrativo della labilità del confine tra due intendimenti esistenziali, quello che cerca strumenti per la propria indipendenza e quello che aderisce alle pratiche condivise, per quanto nuove, per quanto rivoluzionarie. Due orientamenti che nell’imbuto di anni ritratti da L’amica geniale, abbiamo visto diventare l’unica strada.        

“Per le ragazze del 1945” scrive Rossanda “la scelta fu il ritorno al modello familiare o l’abitudine a vivere divise in due fra groviglio interno e mondo di fuori. Non fra ragione e sentimenti – le passioni non appartengono ai soli sentimenti – ma fra vivere da donna e da persona. L’unità appartiene al femminismo, se pur c’è riuscito, perché occorre divincolarsi da radici secolari tentatrici e seduttive, riformularsi.”     

Un altro aspetto de L’Amica geniale da cui deriva in parte quell’effetto di immediata intensità che cattura lettrici e lettori, ci perviene dalle due vite di Lila e Lenuccia. Si tratta di due riepilogazioni biografiche magniloquenti che comunicano un sentimento del presente a posteriori che risulta inevitabilmente iperinclusivo. Il punto di partenza, quegli anni Cinquanta in cui le cose, dopo lo shock delle guerre e il disfacimento di un ordine imposto, avrebbero potuto prendere un corso che in linea teorica doveva concorrere alla precisazione di una futura identità nazionale dell’allora neonata Repubblica italiana.          

“Gli uomini in genere non amano le deduzioni euclidee, l’evidenza ci turba, sconvolge le nostre complesse architetture ideologiche. L’evidenza ci appare banale, al di sotto della soglia della nostra intelligenza mentre, al contrario essa è straordinariamente al di sopra. Fossimo stati capaci allora, voglio dire agli inizi degli anni Cinquanta, di aderire come un foglio di carta su un muro levigato alla “banalità” di ciò che accadeva sotto i nostri occhi! La banalità delle cose ci avrebbe repentinamente illuminato.” Quindi per Ermanno Rea, idolo dei miei vent’anni, è saper stare nella banalità del quotidiano più che il mondo delle idee, a salvarci. Chiudo il quaderno prima che mi inghiotta definitivamente. Dopo un dicembre molto piovoso, la prima metà di gennaio ha fatto freddo. Dopo tanti anni la magnolia stellata fiorisce per tempo e al mandorlo manca pochissimo. Nonostante il covid questo sembra essere il primo inverno normale dopo molti aridi e stranamente caldi. Passo e chiudo.

Libri citati in questo articolo

G. De Luna, La resistenza perfetta, Feltrinelli, 2015 p.35

R. Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Einaudi, 2007, p. 79-80 e 109-110

E. Rea Mistero Napoletano, Einaudi, Torino, 1995, p. 29

….

Nascita della Costanza. 1573

Cari e care che mi leggete, voglio chiudere quest’anno pubblicando un capitolo de Il romanzo della Costanza, il manoscritto tentacolare che forse non terminerò mai ma su cui mi farebbe piacere impiegare il tempo e le energie che il 2021 vorrà elargire. Confido che il tempo e il silenzio, almeno nel mio caso, rivelino la consistenza di una scrittura fatta, o meno, per restare. E almeno fino a adesso, devo dire che questa confidenza non mi ha tradita. Perciò credo che (se la fortuna me lo permette, se l’anno nuovo non sarà funestato da altre catastrofi e lutti) mi dedicherò al mio romanzo con tutte le conseguenze che questa decisione porta con sé. Al lato di questo continuerà il mio impegno per la SIL, e spero anche di lavorare in modo un po’ più costante e sensato a questo mio blog cui tengo molto. Grazie a voi che mi leggete e che leggete i miei libri, grazie a Elena Ferrante che mi ha insegnato moltissimo, a Anna Maria Crispino e all’editrice Iacobelli che hanno consentito al mio lavoro di dieci anni di ricerca che è Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo di essere pubblicato anche in Italia oltre che in Germania, e infine grazie a Elvira Federici e al direttivo SIL che accogliendomi, mi hanno fatto sentire come a casa.  

Ortensia alle due dopo la mezzanotte di quel giorno si era svegliata sentendo non proprio dolore ma un tirare tra le gambe come un volersi spaccare del corpo a partire di tra le cosce in due metà, ognuna dotata di un braccio, una gamba e mezzo capo suo. Tanto che quando sopraggiunse di lì a poco la prima doglia ella si sentì non più una ma due metà del corpo che per far uscire Costanza forse non si sarebbero mai più ricomposte.

        Intanto il marito pronto sulla soglia per andare in campagna che non era ancora l’alba, si spazientiva di aspettare e lei non sapeva come dirgli che forse era il momento. Finché ci riuscì a dirglielo e lui partendo da solo perse venti minuti per avvertire quella che aiutava le femmine a sgravare, e sua madre Cleofe.

        Il giorno prima era stato molto importante per il castello ma Nicola lo avrebbe saputo solo a mattina inoltrata quando incontrandolo al fosso per portare acqua al dissodato, aveva raccontato al fratello che la moglie in casa gli stava sgravando. Marcantonio gli era di molto maggiore poiché nato da prime precocissime nozze di Cleofe. E Nicola da minore e più povero, il fratello lo rispettava con invidia.

        Marcantonio informò Nicola che proprio il giorno precedente il consiglio generale del castello aveva approvato con ventisette fave bianche contro diciassette nere, la condotta del medico Vincenzo da Castelnuovo. Non un barbiere, non un cerusico ma un vero medico laureato in Bologna.  Questi doveva visitare due volte alla settimana tutte le infermità ma i castellani avrebbero dovuto pagare una rata di venti scudi ciascuno perché questo avvenisse. 

        Nicola non disse nulla ma fu molto preoccupato da quel dover pagare ancora e anche infastidito. Infondo Delia era una femmina vecchia e esperta e oltre al far nascere, conosceva rimedi per tutto, pertanto che bisogno c’era di pagare quei venti scudi. Insomma era ancora denaro a sproposito da pagare in aggiunta. L’anno precedente con l’assegnazione dell’incarico al maestro di scuola reverendo Attilio Bianchi, quello stesso consiglio generale aveva predisposto un salario di cinquanta scudi annui da dare a questi avendo ritenuto gran necessità che vi fosse un maestro di scuola per l’educazione dei figli. Figli che comunque alle campagne o a farsi preti dovevano andare. Perciò nel primo caso il maestro non serviva e nel secondo ci avrebbe pensato Gesù Cristo a istruirli.   

        Quella mattina che poi verso il mezzogiorno nacque Costanza, il fratello aveva raccontato a Nicola pure che il consiglio aveva invitato il conte Francesco Orsini a promulgare un editto che bandiva dal castello e cacciava via tutte le famiglie e i forestieri disutili. Che questo fosse fatto nell’immediato era una necessità in quanto si era deciso, quasi all’unanimità, di accettare di prendere in affitto dalla contessa señora Lucrezia, per il tempo di nove anni, i terreni suoi, purché il massaro e il bovaro facessero sott’obbligo di coltivazione esclusivamente con la comunità del castello che avesse a genio di lavorarli.

        Dicono che il Medioevo da cui allora la boscosa Europa pretendeva di essere uscita, ai suoi inizi custodisse il sentimento di un gran buio. In quell’oscurità più passava il tempo, più la gente si divideva tra i pochi che avevano la terra e i tanti tra quelli che ossessivamente commerciavano, ferocemente combattevano, pregavano e quelli che lavoravano essendo ritenuti schiavi e da mantenersi tali il più a lungo possibile. Fin qui è quanto la storia ci ha riferito. Più reticente è stata riguardo al peso che avesse l’essere donna o uomo in merito ai destini di ciascuno. Che certamente la fine dell’economia di castello col suo feudatario e l’inizio di ben altri traffici volti all’accumulo, finirono con surclassare le già minorate femmine. Minorità cui ciascuna delle nostre provò a modo suo a rimediare, come diremo più oltre.

        Per ora basti dire che il mondo narrabile fu per centinaia di anni perlopiù maschio, e di femmine sembrava ce ne fossero poche o punto, tranne che quelle annoverate per santità o meretricio. Perciò questo racconto prenderà come suo fantasioso e astruso criterio, a considerare la storia dall’ipotesi che abbia sempre  avuto un suo femmineo invisibile sottobosco, causa non pervenuta di inauditi effetti. Effetti stimati allora e lungamente, per via dell’ignoranza di certe sottigliezze, come lontanissimi da ciò che invece di fatto li aveva detonati.

        Di questi personaggi che dopo furono chiamati sommariamente clero, borghesi e popolo agli albori il poeta Filippo di Vitry (1291-1361) ebbe a scrivere che per sfuggire a codesto mondo virile e alle sue calamità incombenti, e soprattutto alla paura del buio, che sesso non ha, crearono baroni e conti che li dovessero cortesemente difendere con le armi e con la nobiltà del sentimento loro. Ciò lo riportiamo non per farne una colpa alla sfortunata señora Lucrezia che nobile era ma femmina. La quale contessa Lucrezia qualche centinaio di anni dopo le osservazioni del suddetto poeta, fu solo una pedina nel grande giuoco al massacro che presto vedremo inghiottire nel più orribile dei modi anche lei.   

        Nicola quella mattina che ancora non sapeva che gli stesse nascendo a tradimento la figlia femmina, di sé pensava di essere uomo di gran buona volontà e faticatore. Gli era nato Giuseppe, il suo primogenito, poco più di un anno prima, la moglie stava per sgravare sicuramente un altro maschio, data la forza e il vigore che il padre si sentiva in corpo.

        Tutti i figli che sarebbero arrivati da Ortensia erano necessari a prendere più terra dal massaro che gliene voleva dare poca. Molto poca rispetto a quella di Marcantonio che avendo già un maschio di buone braccia, e una figlia con certi polsi che parevano d’uomo, in passato si era dato parecchio da fare. Anche con certi traffici suoi e della madre Cleofe con i monaci del monastero di Civitella San Giorgio. Dunque s’erano già un poco arricchiti madre e figlio maggiore. Anche per via di un patto molto più favorevole di quello odierno che Marcantonio aveva stipolato anni prima grazie ai buoni uffici di Cleofe, la quale tutta dedita al primogenito, di piccole eminenze locali ne conosceva assai. Cleofe in passato aveva patteggiato direttamente, e di sua sponte, presso il nobile predecessore da cui la señora Lucrezia avrebbe ereditato. Infatti costei nonostante l’essere femmina, per diritto di nobiltà spagnola imparentata con un signore italico, possedeva proprio quei terreni del castello che ora, solo i restanti dall’antica stipola, dava in affitto tramite il consiglio generale.

        Quando Nicola tornò a casa un’ora prima del tramonto non si aspettava di trovare sua moglie quasi morta e la presenza di Vincenzo da Castelnuovo, che lo guardò con una tale aria di disapprovazione che pareva fosse egli il marito di sua moglie. Gli disse che Ortensia ancora perdeva troppo sangue e non si sapeva come arrestarlo. Mentre la bambina stava bene, anche se era nata dal gran rischio di venire da una madre denutrita e sfiancata.

        In quelle stesse ore qualcosa di molto più grave accadeva in un palazzo di inimmaginabile bellezza sito in una Milano per così dire estera. Infatti al castello sebbene fosse alle porte dell’urbe, in pochi ne sapevano l’ubicazione, e alcuni mai neanche l’avevano sentita nominare, Milano.

        Stava accadendo che Carlo Borromeo, chiuso nel suo studio privato meditava sull’opportunità di caldeggiare presso il papa suo sodale, la scomunica di Luis de Requesens, allora governatore spagnolo della città di cui il Borromeo era padre padrone. Del resto Carlo aveva appena subito un oltraggio imperdonabile proprio in seno alla sua famiglia allargata. Lo spagnolo per ordine diretto di Madrid aveva emanato ben due provvedimenti che erano palesemente restrittivi del potere assoluto che quell’eminenza pretendeva di esercitare sulla città di Milano.

        Certo non proprio in questi termini denunciò l’abuso, l’arcivescovo di Milano Borromeo Carlo, al papa. I fatti che il futuro Santo Carlo avrebbe denunciato erano veri, ma certo, l’offesa intollerabile per lui era che gli spagnoli volessero decidere in casa sua. Infatti il primo provvedimento spagnolo volgeva a contenere l’incontenibile e violento organismo di polizia istituito da Carlo che non per niente il Borromeo aveva chiamato “famiglia armata”. E ancor peggio il secondo provvedimento vietava alle confraternite di riunirsi se non alla presenza di uno spagnolo rappresentante regio, e ai partecipanti di presentarsi incappucciati, come erano soliti, e con il volto coperto rendendosi così non identificabili alla polizia spagnola.

        Era inaudito e paradossale che i membri delle confraternite, tutti uomini di Carlo, fossero trattati come cospiratori dagli spagnoli che invece avrebbero dovuto considerarsi come ospiti in casa d’altri. Ma questo è solo l’inizio. Il Borromeo Federigo, che certo più di Carlo ci interessa in questa storia che stiamo raccontando, allora fanciullo vispissimo, tra le molte e cospicue eredità, dal santo suo parente, raccolse anche queste aspre contese tra l’arcivescovado milanese, unico per caratteristiche e potenza assoluta nella penisola, e il potere civile, sia detto, soltanto per allora, rappresentato dall’autorità spagnola. 

        Nei giorni successivi alla nascita di Costanza, Delia si prese un incarico che nessuno le aveva assegnato e tanto meno nessuno le avrebbe remunerato dato che Cleofe, una volta che la bambina era stata sgravata, era tornata ai suoi traffici senza voler sapere più nulla di quello che ogni femmina degna di chiamarsi tale si arrangiava a fare da sola.

        Delia all’uscita da casa all’alba di Nicola per un mese si era recata da Ortensia per aiutarla. Questo perché la tremenda solitudine di lei, in poche altre case, per quanto di miserabili Delia ne conoscesse tanti, l’aveva vista troppo pericolosa. Le medicava lo strappo che aveva tra le gambe con un certo unguento fatto di olio di mandorle lenitivo e nutriente, una pappa a base di avena disarrossante, mischiata con olio di borragine calmante e antipruriginoso. Preparava il mangiare per Ortensia e il piccolo Giuseppe integrando certa roba sua con quello che trovava in casa. E tutti i giorni lavava Costanza con l’acqua pulita che provvedeva lei stessa a andare a prendere alla fontana, sia che facesse freddo, piovesse o ci fosse il sole.

        Quando verso le sei, due volte a settimana, Vincenzo da Castelnuovo passava a dare un’occhiata in quella casa disgraziata, trovava Costanza attaccata al seno della madre, il bambino di poco più di un anno sullo stesso giaciglio a giocare con una palla di stracci. E Ortensia che ogni giorno stava inspiegabilmente meglio.

L’altro capitolo de Il romanzo della Costanza in cui compare la figura di Cleofe è qui

Bibliografia e note di questo capitolo

Giovanni Antonazzi, Archivio italiano per la storia della pietà nell’alto Lazio. Volume Ottavo. Edizioni Storia e Letteratura, Roma, 1980
William Eamon, Il professore di secreti. Mistero, medicina e alchimia nell’Italia del Rinascimento, Carrocci, Roma, 2019
Silvia Federici, Calibano e la strega. Le donne il corpo e l’accumulazione originaria, Mimesis, Roma, 2015
Jacques Le Goff, Il corpo nel Medioevo, Edizioni Laterza, Bari, 2007
Elena Bonora, La Controriforma, Edizioni Laterza, Bari, 2015
Carlo M. Cipolla, Allegro ma non troppo. Le leggi della stupidità umana, Il Mulino, Bologna, 1988

Testi, manoscritti e documenti sono stati consultati presso l’archivio notarile, comunale e parrocchiale del comune di M., l’archivio diocesano di Nepi e Sutri, l’Archivio di Stato e la biblioteca di Roma, la biblioteca della Società Romana della Storia della Patria, l’Archivio Capitolino. La mia infinita riconoscenza va al lavoro di ricerca di Sergio Mariani per avermi offerto le tracce da seguire e sempre all’opera luminosa di Monsignor Giovanni Antonazzi.
Le informazioni storiche legate al contesto civile del castello e al contesto politico extralocale dell’anno 1573 e alcuni nomi della storia ufficiale corrispondono a quanto asseriscono storici accreditati e i documenti di archivio riportati in bibliografia. I nomi dei personaggi maschili e femminili legati alla realtà locale del castello sono di pura fantasia, così come è frutto di pura fantasia la storia di Costanza e della sua famiglia. L’immagine di questo post ritrae la compositrice, cantante e scrittrice Barbara Strozzi (1619 – 1677)

Soddisfazioni

L’altro ieri l’ANSA pubblica una notizia di grande interesse per me perché conferma un indirizzo di ricerca sull’opera di Elena Ferrante che ho fatto mio fin dal principio, in qualche modo intendendo chiaramente che il primo valore dell’opera di Ferrante, dopo quello letterario, fosse quello sociale e storico e che proprio questo tipo di valore avesse aperto la breccia di consenso più ampia, cioè quella dell’apprezzamento globale dell’opera di questa autrice italiana. (ANSA-XINHUA) – PECHINO, 22 Dicembre: “quattro libri cinesi e sei libri tradotti, tra cui ‘La Frantumaglia’ di Elena Ferrante, sono stati indicati come le 10 letture più apprezzate del 2020 dalla piattaforma cinese di recensioni Douban (…) Tra i sei libri tradotti ci sono “Ritorno a Reims” di Didier Eribon, che racconta la storia dello scrittore francese e della sua famiglia toccando questioni di classe, genere, politica, cultura e istruzione in Francia e un’antologia di 11 racconti del regista e scrittore sudcoreano Lee Chang-dong. E “La frantumaglia “, raccolta di corrispondenze, interviste e saggi della scrittrice italiana conosciuta con il nome di Elena Ferrante”. In uno dei capitoli de Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo che Il lavoro culturale (qui) ha pubblicato in anteprima all’uscita del mio libro in ottobre, traccio un parallelo tra l’opera di Elena Ferrante e quella di Didier Eribon e Annie Ernaux. Questo parallelo all’epoca della compilazione della mia monografia su Elena Ferrante è stato un azzardo, tra i tanti, dato che non c’erano altri riferimenti che potessero supportare l’ipotesi di questo confronto.

Una recensione di Elide Apice su Teatri e culture

dalla rubrica “letto per voi”

Un libro, questo della Scarinci, molto articolato, apparentemente complesso, ma decisamente fruibile, soprattutto a chi ha letto la produzione della Ferrante, ricco di citazioni letterarie e naturalmente aperto a diversi spunti di riflessione su un tipo di narrazione che mette al centro le donne.
Tanto si è detto della “invisibilità”, della Ferrante, una scelta, secondo la saggista, che crea un vuoto che viene riempito dalle donne protagoniste dei suoi romanzi, assunte ad esempio delle vessazioni subite dalle donne nel corso dei secoli.
Per tutte, violenze psicologiche e non solo dettate dalle convenzioni sociali e quindi familiari che hanno sempre impedito alle donne di esprimersi secondo le proprie volontà, di scegliersi il partner giusto, obbligate a obbedire tacendo e solo per una questione di genere”

Una recensione di Luciana Grillo su L’Adigetto

Storie di donne, letteratura di genere

Il libro di tutti e di nessuno Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo


“Chi ha letto i romanzi di Elena Ferrante non può non avvicinarsi con curiosità a questo saggio di Viviana Scarinci che non soltanto racconta l’intera produzione dell’autrice, ma ne spiega i rapporti con la cultura internazionale e ne descrive i successi, operando confronti, ad esempio con Virginia Woolf, e recuperando brani di interviste e di articoli della misteriosa scrittrice”

Scarinci segue il lungo fil rouge che ha tessuto l’autrice, partendo dai suoi primi scritti fino a «La vita bugiarda degli adulti», considera che sempre si incontrano ambienti umani e sociali assai diversi fra loro – basti pensare al binomio Greco-Airota nella quadrilogia e alla città di sopra e di sotto, ad Andrea, il migliore, e a sua sorella Vittoria, la peggiore nell’ultimo lavoro, – esamina il contesto storico in cui si sviluppano le storie, ritrova fra le pagine il boom economico, l’evoluzione del matrimonio, i problemi legati all’istruzione, alla migrazione, alla marginalizzazione.

BUY/SHARE/FREE PREVIEW

Una recensione di Sara Marsico su Vitamine Vaganti

Marsico

SARA

Grazie infinite a Sara Marsico e al sito Vitamine Vaganti Toponomastica Femminile per questa lunga e empatica recensione a Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo

Più volte ci è capitato di fermarci a riflettere su certe affermazioni e reazioni delle protagoniste dei romanzi di Ferrante, anche dei primi tre che, come suggerisce Scarinci, si differenziano in parte dagli ultimi. Spesse volte si è avuta la tentazione di approfondire e fissare con lo scritto alcuni spunti e richiami di memoria che affioravano nella nostra mente, a proposito dei comportamenti delle nostre madri, di noi figlie, di alcune figure maschili di volta in volta prepotenti, sleali, oppure dolci e quasi sottomesse. Molti pensieri sono scaturiti in noi come corollari di quelli espressi dall’autrice invisibile, proprio come suggeriscono il titolo e le riflessioni di Viviana Scarinci, il cui saggio è un’indispensabile guida alla lettura consapevole dei romanzi, dei saggi e degli articoli di Ferrante. Leggi tutto
Dall’editoriale del n.87 della rivista online di Giusi Sammartino “La scrittura femminile, femminista e politica di Elena Ferrante, sulla quale troppo si è discusso, offuscandone proprio la sua corporalità, il suo essere anche corpo, è analizzata in un testo scritto con maestria da Viviana Scarinci e che l’autrice dell’articolo ci fa amare e riflettere”. Leggi tutto

Vergogna sociale in Elena Ferrante su Il lavoro culturale

Oggi Il lavoro culturale pubblica un estratto da Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo. Sono molto grata e mi sento particolarmente legata alla loro redazione. Nel 2017 fu proprio Il lavoro culturale che pubblicò un mio lungo articolo su Elena Ferrante: Ciò che la realtà non sa essere per noi, che conteneva alcuni temi fondamentali che stavo già sviluppando nel libro ora edito da Iacobelli. Inoltre sempre Il lavoro culturale in seguito postò la traduzione di un articolo di Judith Butler (tradotto da Giuseppe Forino, Giacomo Tagliani e Nicola Perugini) che è stato fondamentale per la mia soggettiva costruzione tematica intorno all’invisibilità del corpo di Elena Ferrante.

Nei dieci anni di interventi pubblici indipendenti sull’opera di questa autrice posso dire come Elena Ferrante, le sue tematiche, la sua assenza simbolica abbiano agito di volta in volta in modo estremamente rivelatore, soprattutto rispetto all’indipendenza reale e alla tutela della libertà di pensiero che certe istituzioni culturali, redazioni, siti, case editrici, librerie sanno ancora veicolare in termini di diffusione mediatica di contenuti non allineati a certi linguaggi correnti. Linguaggi che pur legandosi a tematiche marcatamente culturali e contemporanee, vivono ancora di schematismi relazionali e linguistici desueti, sessisti e classisti.

Società Italiana delle letterate e Letterate Magazine, Leggendaria, Il lavoro culturale, Nazione Indiana, gli Istituti italiani di cultura tedeschi, le case editrici Iacobelli e Launenweber sono stati tra quei veicoli mediatici originariamente strutturati perché l’ostacolo prefigurato come sopra semplicemente non si ponesse. Ne sono dimostrazione la non scontata emersione del mio lavoro indipendente e non sponsorizzato in due libri: Neapolitanische PuppenEin Essay über die Welt von Elena Ferrante (2018) e Il libro di tutti e di Nessuno. Elena Ferrante (2020).

Su Il Mattino una recensione di Titti Marrone

La Ferrante ha dato voce alle donne e a Napoli

Un saggio della Scarinci descrive il ribaltamento letterario realizzato dalla misteriosa scrittrice fin dai tempi di “L’amore molesto” “I suoi sono romanzi politici che mettono al centro della narrazione l’universo femminile e guardano l’Italia attraverso la città”

Una rivoluzione letteraria con un cambiamento di prospettiva dai riflessi internazionali: ecco di che cosa è stata capace la persona celata dietro il nom de plume “Elena Ferrante”. Lo sostiene Viviana Scarinci in “Il libro di tutti e di nessuno – Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo” (Iacobelli, pagg. 213, euro 16). Vi si percorre l’universo ferrantiano dal 1992, anno d’uscita de “L’amore molesto”, fino al successo avviato nel 2011 dall’apparizione italiana del primo volume della tetralogia de “L’amica geniale”, consacrata a notorietà mondiale dal critico James Wood sul New Yorker nel 2013. Il fil rouge della rivoluzione letteraria viene qui seguito nell’intera opera, comprese le raccolte come “La frantumaglia”. E in questo saggio non si trascurano nemmeno le ipotesi sull’identità di Elena Ferrante, seguendone le tracce vere o fuorvianti disseminate nelle varie interviste.

Il perno del cambiamento ferrantiano consiste nell’aver portato al centro della ribalta letteraria il femminile, capovolgendo il paradigma dominante strutturato sul maschile. Per questo, secondo Viviana Scarinci, “il romanzo di Elena Ferrante è politico”. Il rovesciamento rivoluzionario sta nell’assunto denunciato da una filosofa come Luisa Muraro per cui “tutto ciò che è donna da sempre non è risultato memorabile e quindi degno di esser tramandato alle nuove generazioni”. Altro punto di contatto tra lo sguardo di Elena Ferrante e quello della capofila del pensiero della differenza è la centralità del materno: lo vediamo nel rapporto tra Delia e sua madre ne “L’amore molesto”, ne “La figlia oscura” ma più di tutto nel riconoscimento-rinnegamento della figura materna operato da Lenuccia de “L’amica geniale”.

Ma poi Ferrante ha un altro merito: aver portato al centro della scena narrativa una città scoperta come paradigma non solo dell’Italia: fin ne “La vita bugiarda degli adulti”, c’è un rovesciamento della prospettiva letteraria che induce a “ricominciare a guardare l’Italia attraverso Napoli”. Le storie con cui è sempre stata rappresentata letterariamente la vita italiana- di madri, figlie, famiglie, mariti, fidanzati, rancori, dispiaceri, gioie – si rispecchiano e confluiscono nell’opera di Elena Ferrante, ma in un’ottica nuova. Così, la diade di “Menzogna e sortilegio” indicata da Elsa Morante torna nelle falsità scoperte da Giovanna ne “La vita bugiarda degli adulti”, con la fascinazione esercitata su di lei dalla zia Vittoria, un po’ strega un po’ fata che smaschera le ipocrisie paterne e materne.

Anche i sentimenti sempre percorsi in forma di romanzo sono da Ferrante illuminati di luce nuova, e in una chiave napoletana universalizzante. Per esempio la vergogna sociale raccontato da Annie Ernaux torna come forte elemento narrativo nell’incontro di Lenuccia con la famiglia Airota, o nel sentimento provato da Nino durante la convivenza con Lila e tutte le volte che, descrivendo la Napoli “alta” del Vomero e quella “bassa” del Pascone, “La vita bugiarda” inscena le differenze sociali.

Il gioco del rispecchiamento letterario messo in campo da Viviana Scarinci è vario e complesso, ed ha le sue pagine più convincenti dove si riflette sui punti di contatto con l’ottica di Anna Maria Ortese. Per entrambe, in ballo c’è sempre il conflitto tra natura e ragione. “Infatti, i figli della città, e la città loro madre, vivono di una connivenza che vota il luogo a quell’apparente immobilità di Napoli sotto la quale cova un sempiterno bradisismo. Questo perché Napoli, le sue figlie e i suoi figli sono l’incarnazione di un nefasto genio bifronte”. Così definito dalla somma Ortese: “Un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni”. Ed Elena Ferrante sottoscrive.

Il libro di tutti è ovunque!

Da oggi Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo oltre a essere presente e subito disponibile su web in tutti i principali bookshop ( qui su Amazon, IBS) può essere immediatamente acquistato in versione ebook attraverso il sito di Iacobelli e BookRepublic.

Viviana Scarinci, Isabella Pinto, Tiziana de Rogatis

La presentazione di sabato 3 ottobre è stata un’occasione straordinaria di incontro. Ho avuto modo di parlare alle amiche della Società Italiana delle Letterate “dell’invisibilità” di Elena Ferrante ponendola in relazione alla parola ‘riconoscimento’, elementi questi che saldano la funzione simbolica dell’assenza di Elena Ferrante a un discorso più ampio che riguarda il minore conto in cui il prodotto della creatività artistica e culturale femminile è tenuto, non soltanto in Italia purtroppo. Vedi il mio articolo su Nazione Indiana del 2 ottobre.

Ma questo è solo uno dei temi che illustro ripercorrendo tutte le tappe della storia del fenomeno Elena Ferrante a partire dal 1992, data della pubblicazione de L’amore molesto. In questo mio libro che è anche il racconto della storia tanto vera quanto magica dell’ascesa globale di una scrittrice italiana senza volto né corpo, l’altra protagonista a rendere conto di un trionfo senza precedenti è la città più sensuale e inquietante di tutte: Napoli, con la quale Elena Ferrante spesso costituisce un binomio inscindibile.

L’editore Iacobelli e io abbiamo voluto sottolineare fin dalla copertina l’importanza del binomio Ferrante Napoli, in un libro che parla delle donne italiane guardate dalla straordinaria ottica della narrativa ferrantiana, lungo una porzione di storia molto significativa del nostro Paese che va dal dopoguerra ai giorni nostri. Per questo motivo la copertina de Il libro di tutti si avvale dell’immagine di un’artista napoletana d’eccezione che come Ferrante ha saputo coniugare la contemporaneità a una genealogia artistica estremamente riconoscibile anche se in modo originalissimo: Riccarda Rodinò di Migliore con Baci da Napoli opera che fa parte del catalogo della mostra “Vesuvio quotidiano e Vesuvio universale” (2019) a cura di Anna Imponente e Anita Pastorelli.

sul Manifesto un articolo di Laura Fortini

Oggi Laura Fortini sul Manifesto scrive di Elena Ferrante, di “Invisibili?” Femminism3 (domani a cura di SIL, LM e Leggendaria a partire dalle 10,30 alla Casa Internazionale delle Donne di Roma) e de “Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo” (Iacobelli 2020). Grazie infinite a Laura Fortini, sono onorata e emozionata. Qui la versione digitale dell’articolo https://ilmanifesto.it/elena-ferrante-tra-le-pieghe…/ https://ilmanifesto.it/elena-ferrante-tra-le-pieghe…/

Invisibilità e autorialità di Elena Ferrante su Nazione Indiana

Oggi su Nazione Indiana un mio articolo che parla dell’invisibilità e dell’autorialità di Elena Ferrante e dei media italiani. Grazie infinite a Andrea Raos per la condivisione.

“La questione della ricezione dell’opera di Elena Ferrante presso i suoi connazionali mette in luce alcuni problemi rispetto alla gerarchia di valori applicata da alcuni recensori all’analisi dei libri scritti da donne e nella loro valutazione giornalistica oltre che critica. L’evidenza di questa questione non è affatto materia nuova di cimento accademico, oltre che di curiosità, per chi guarda al panorama letterario italiano dal di fuori”.

3 ottobre: come partecipare

Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo

SAGGISTICA

di Viviana Scarinci

nelle librerie da ottobre 2020

COMUNICATO STAMPA

L’editore Iacobelli pubblica un saggio monografico imprescindibile per comprendere l’opera di Elena Ferrante, dai romanzi alla serie TV con un ricco apparato bibliografico.

Il libro di tutti e di nessuno” Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo” sarà presentato a cura di Tiziana de Rogatis sabato 3 ottobre alle 10,30 con il libro di Isabella PintoElena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività (Mimesis 2020) nel corso di Invisibili? Un evento di femminism3 organizzato da Società Italiana delle letterate, Leggendarie e Letterate Magazine. All’evento si potrà partecipare dal vivo prenotandosi via email: silcomunicazione@gmail.com o potrà essere seguito in streaming collegandosi con la pagina facebook della Casa Internazionale delle Donne di Roma.

L’ottica del saggio di Viviana Scarinci offre una pluralità di spunti  utili alla comprensione dei motivi dell’ascesa  di un fenomeno senza precedenti riguardo a un’autrice italiana, come recita la quarta di copertina del libro: ‘Questa appassionante monografia – un lavoro critico che appare come imprescindibile per studiosi e appassionati, ma anche per semplici lettori e lettrici – segue i temi, le trame e il linguaggio dei romanzi, dall’Amore molesto alla quadrilogia dell’Amica geniale – anche in versione serial TV – e ancora fino al recentissimo La vita bugiarda degli adulti.’

È l’autrice stessa a chiarire il punto di partenza della sua ricerca nel capitolo introduttivo: ‘È stato l’approccio dubitativo nei confronti della verità come dogma che probabilmente, oltre al coinvolgimento di milioni di lettrici e lettori, decine e decine di studiose e studiosi in tutto il mondo, si sono fatti portavoce di un vero bisogno di cercare “oltre”. Ossia quello di seguire il tracciato ferrantiano ognuno nel proprio ambito disciplinare, esprimendo la necessità creata da un vuoto speculativo: la ricostruzione di una genealogia femminile, la ricostruzione del rione come contesto di prossimità esclusivamente fisica, la ricostruzione di un concetto di periferia che si avvalga di un’inaspettata forza centripeta, la riconsiderazione del ruolo storico delle classi subalterne e soprattutto la marginalità scagionata dalla vergogna di non trovarsi al centro.’

Iacobelli editore inoltre sarà presente dal vivo con questa ultima pubblicazione e con i suoi libri a “Insieme festival lettori autori editoriAuditorium Parco della Musica di Roma allo stand 139 dal 1° al 4 ottobre, come indicato dagli organizzatori, nel completo rispetto delle norme anti-covid: “approdano a Roma i libri, gli scrittori, gli scienziati, i filosofi, gli artisti, i musicisti e i lettori, in una grande manifestazione dal vivo. Non una versione adattata dei tre festival, ma un nuovo format, adeguato alle esigenze dettate dalla situazione sanitaria’. Tutto quello che c’è da sapere qui https://insiemefestival.it/

L’autrice

Poeta e saggista, Viviana Scarinci ha pubblicato Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante, ritratto letterario di Elena Ferrante tradotto da Ingrid Ickler (Launenweber, 2018) e l’e-book monografico Elena Ferrante (Doppiozero, 2014). Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Doppiozero, Il lavoro culturale, Nazione Indiana. Si occupa di Contemporanea fondo librario.


Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante un ritratto delle italiane del XX secolo

Pagine: 216

Data di pubblicazione: ottobre 2020

Isbn: 9788862526272

Euro 16,00

https://www.iacobellieditore.it/


UFFICIO STAMPA: Contemporanea fondo librario – cell. 333.2045759 

https://fondopoesiacontemporanea.wordpress.com/

Elena Ferrante. Il libro di tutti e di nessuno

  • Altezza : 20,5cm
  • Larghezza : 12
  • Pagine : 216
  • Data di pubblicazione : ottobre 2020
  • Isbn : 9788862526272
  • Euro 16,00

acquista subito

ordini@iacobellieditore.it

Dalla quarta di copertina. Fenomeno tutto italiano ma diventato presto mondiale, l’opera di Elena Ferrante – autrice “invisibile” eppure sempre più presente nel dibattito culturale e letterario – rivela un universo complesso che mescola tradizione ed ipermodernità, realismo e immaginazione. Lavorando sulle relazioni e sulle sfumature, sul dicibile e l’indicibile delle vite dei suoi personaggi – soprattutto quelli femminili – sulla lingua e le architetture concrete e simboliche dei suoi romanzi, Ferrante ha trascinato la produzione letteraria italiana a firma femminile fuori da un cono d’ombra mettendola al centro della scena. Questa appassionante monografia – un lavoro critico che appare come imprescindibile per studiosi e appassionati, ma anche per semplici lettori e lettrici – segue i temi, le trame e il linguaggio dei romanzi, dall’Amore molesto alla quadrilogia dell’Amica geniale – anche in versione serial TV – e ancora fino al recentissimo La vita bugiarda degli adulti. Basato su un ricchissimo apparato bibliografico italiano e internazionale, e senza trascurare anche interviste e testi non narrativi di Ferrante, il volume ha il respiro e lo spessore sia di una accurata messa a punto del dibattito critico su un’autrice e i suoi testi, sia delle ragioni di un successo senza precedenti.

La copertina

Libreria IoCiSto presentazione con Titti Marrone 5 novembre 2020

Recensioni e segnalazioni

Titti Marrone su il Mattino del 15 ottobre 2020
La Ferrante ha dato voce alle donne e a Napoli. Un saggio della Scarinci descrive il ribaltamento letterario realizzato dalla misteriosa scrittrice fin dai tempi di “L’amore molesto” “I suoi sono romanzi politici che mettono al centro della narrazione l’universo femminile e guardano l’Italia attraverso la città.

Una rivoluzione letteraria con un cambiamento di prospettiva dai riflessi internazionali: ecco di che cosa è stata capace la persona celata dietro il nom de plume “Elena Ferrante”. Lo sostiene Viviana Scarinci in “Il libro di tutti e di nessuno – Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo” (Iacobelli, pagg. 213, euro 16). Vi si percorre l’universo ferrantiano dal 1992, anno d’uscita de “L’amore molesto”, fino al successo avviato nel 2011 dall’apparizione italiana del primo volume della tetralogia de “L’amica geniale”, consacrata a notorietà mondiale dal critico James Wood sul New Yorker nel 2013. Il fil rouge della rivoluzione letteraria viene qui seguito nell’intera opera, comprese le raccolte come “La frantumaglia”. E in questo saggio non si trascurano nemmeno le ipotesi sull’identità di Elena Ferrante, seguendone le tracce vere o fuorvianti disseminate nelle varie interviste.

Il perno del cambiamento ferrantiano consiste nell’aver portato al centro della ribalta letteraria il femminile, capovolgendo il paradigma dominante strutturato sul maschile. Per questo, secondo Viviana Scarinci, “il romanzo di Elena Ferrante è politico”. Il rovesciamento rivoluzionario sta nell’assunto denunciato da una filosofa come Luisa Muraro per cui “tutto ciò che è donna da sempre non è risultato memorabile e quindi degno di esser tramandato alle nuove generazioni”. Altro punto di contatto tra lo sguardo di Elena Ferrante e quello della capofila del pensiero della differenza è la centralità del materno: lo vediamo nel rapporto tra Delia e sua madre ne “L’amore molesto”, ne “La figlia oscura” ma più di tutto nel riconoscimento-rinnegamento della figura materna operato da Lenuccia de “L’amica geniale”.

Ma poi Ferrante ha un altro merito: aver portato al centro della scena narrativa una città scoperta come paradigma non solo dell’Italia: fin ne “La vita bugiarda degli adulti”, c’è un rovesciamento della prospettiva letteraria che induce a “ricominciare a guardare l’Italia attraverso Napoli”. Le storie con cui è sempre stata rappresentata letterariamente la vita italiana- di madri, figlie, famiglie, mariti, fidanzati, rancori, dispiaceri, gioie – si rispecchiano e confluiscono nell’opera di Elena Ferrante, ma in un’ottica nuova. Così, la diade di “Menzogna e sortilegio” indicata da Elsa Morante torna nelle falsità scoperte da Giovanna ne “La vita bugiarda degli adulti”, con la fascinazione esercitata su di lei dalla zia Vittoria, un po’ strega un po’ fata che smaschera le ipocrisie paterne e materne.

Anche i sentimenti sempre percorsi in forma di romanzo sono da Ferrante illuminati di luce nuova, e in una chiave napoletana universalizzante. Per esempio la vergogna sociale raccontato da Annie Ernaux torna come forte elemento narrativo nell’incontro di Lenuccia con la famiglia Airota, o nel sentimento provato da Nino durante la convivenza con Lila e tutte le volte che, descrivendo la Napoli “alta” del Vomero e quella “bassa” del Pascone, “La vita bugiarda” inscena le differenze sociali.

Il gioco del rispecchiamento letterario messo in campo da Viviana Scarinci è vario e complesso, ed ha le sue pagine più convincenti dove si riflette sui punti di contatto con l’ottica di Anna Maria Ortese. Per entrambe, in ballo c’è sempre il conflitto tra natura e ragione. “Infatti, i figli della città, e la città loro madre, vivono di una connivenza che vota il luogo a quell’apparente immobilità di Napoli sotto la quale cova un sempiterno bradisismo. Questo perché Napoli, le sue figlie e i suoi figli sono l’incarnazione di un nefasto genio bifronte”. Così definito dalla somma Ortese: “Un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni”. Ed Elena Ferrante sottoscrive.

Laura Fortini su il manifesto del 2 ottobre 2020

PERCORSI. Due recenti volumi sull’opera dell’autrice de «L’amore molesto». Isabella Pinto firma per Mimesis un articolato saggio filosofico sulle «Poetiche e politiche della soggettività». Viviana Scarinci, per Iacobelli editore, pubblica «Il libro di tutti e di nessuno», un ritratto storico-politico. La ricezione che accoglie in modo più o meno ideologico un’opera letteraria diviene anch’essa parte della storia che la accompagna, come accadde a Elsa Morante. Le sue personagge, come per esempio Lila e Lenù, sono nomadi in cerca di «heimat», perciò protagoniste di furti l’una all’altra. E continuano ad affascinarci. Domani se ne discuterà alla Casa internazionale delle Donne di Roma con la Società Italiana delle Letterate

Al fenomeno Elena Ferrante, divenuto ormai un Global Novel sia nella veste autoriale che nell’insieme delle sue opere, si accompagna un altrettanto fenomenico proliferare di studi critici variamente appassionati ad essa, alla sua identità, alla sua opera in tutti i suoi vari aspetti, con buona pace di detrattori e detrattrici che comunque costituiscono anch’essi parte del dispositivo Ferrante.
Si può infatti notare, come nel caso del dibattito che nel 1974 ebbe inizio proprio sulle pagine del manifesto su La Storia di Elsa Morante, che la ricezione che accoglie in modo più o meno ideologico un’opera letteraria diviene anch’essa parte della storia che la accompagna, non sempre nel migliore dei modi come Morante e La Storia mostrano. A riprova però della vitalità delle opere delle scrittrici in lingua italiana, il cui straordinario successo mostra una capacità di narrazione che non sembra avere uguali e lo dirò chiaramente: lo scrivo con una certa soddisfazione, perché si tratta di fenomeno che va sotto il nome Ferrante ma al quale hanno contribuito molte, moltissime scrittrici, per altro sovente evocate a volte in forma esplicita a volte in modo implicito dalla stessa Ferrante nei suoi scritti di poetica raccolti nella Frantumaglia (e/o 2003, 2016 nuova edizione ampliata).

I LIBRI di Isabella Pinto e Viviana Scarinci, il primo dedicato a Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività (Mimesis, pp. 254, euro 22), il secondo intitolato Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo (Iacobelli editore, pp. 216, euro 16), si collocano nel dibattito intorno al contributo che l’opera della scrittrice nel suo insieme dà al costituirsi di soggettività differenti nel vario scandirsi delle ondate femministe che la stessa Ferrante – qualunque sia la soggettività che abita questo nome – attraversa a più riprese nel corso del tempo, da L’amore molesto a I giorni dell’abbandono per arrivare alla tetralogia de L’amica geniale e all’ultimo romanzo in ordine cronologico La vita bugiarda degli adulti, del 2019, anch’esso oggetto d’analisi.
Entrambi i libri indagano in modi diversi eppur complementari l’opera complessa che va sotto il nome di Ferrante e costituiscono tappa di un fenomeno che bene si colloca sotto il nome di Ferrante Fever, titolo del documentario del 2017: le autrici si soffermano sul tremendo delle donne così ben raffigurato nelle sue opere, le collocano in un contesto filosofico l’uno (Pinto) e storico-politico l’altro (Scarinci), a dimostrazione di quanto e come la letteratura – soprattutto quella a firma di donne – abbia una capacità di narrazione collettiva che diviene narrazione politica quasi nonostante se stessa e che molto ci interroga sulle modalità di narrazione del nostro presente.

QUELLE DI PINTO E SCARINCI sono monografie che ambiscono a riattraversare l’opera tutta ferrantiana, riletta e chiosata attraverso parole chiave a volte simili a volte dissimili, e una bibliografia critica ormai amplissima difficile da contenere e rappresentare, a partire dalle stesse recensioni stratificate nel tempo. Tra tema della cancellazione e capacità stregonesca, tra soggetto emancipato, subalterno e diasporico arrivando al postumano, le personagge di Ferrante sono nomadi in cerca di heimat e perciò protagoniste di furti l’una all’altra, che continuano ad affascinarci nelle loro antecedenti – sia nelle opere di Ferrante che di molte altre – che nelle loro contemporanee. Così come diversamente epica è la vicenda di Lila e Lenù, entrambe strenuamente impegnate nel vivere una vita diversa da quella che la storia e il sistema patriarcale assegnerebbe loro, pure con tutte le ambivalenze che ciò comporta.

Utile a questo proposito la categoria critica focalizzata dalla Società Italiana delle Letterate in un volume del 2014 a cura di Paola Bono e Bia Sarasini (Epiche. Altre imprese, altre narrazioni, Iacobelli editore) che riprende la motivazione del premio Nobel per la letteratura a Doris Lessing nel 2007, «epica cantatrice dell’esperienza femminile, che con scetticismo, ardore e potenza visionaria ha sottoposto a esame una civiltà divisa». Bene si colloca accanto a epiche cantatrici di strambe epopee come Elsa Morante, epiche invettive come quelle di Paola Masino e all’epica della gioia di Goliarda Sapienza l’epica della differenza cantata da Elena Ferrante.
In entrambi i volumi, quello di Pinto e quello di Scarinci, molte pagine sono dedicate alla questione dell’autorialità di Elena Ferrante, indubbiamente uno degli elementi che ha contato nel fenomeno global novel così ben descritto da Tiziana de Rogatis nel 2018 in Elena Ferrante. Parole chiave (e/o, recensito sul manifesto il 4.10.2018).

SI TRATTA DI QUESTIONE su cui Ferrante è tornata più e più volte nel corso delle numerose interviste rilasciate nel corso di questi anni, sottolineando – e come non condividere? – che quello che conta è la letteratura, non l’autorialità. Eppure il mondo intero e anche la critica recente continua a interrogarsi su possibili attribuzioni e molto tempo e molta acribia sono stati e continuano a essere dedicati a cercare elementi di coincidenza o meno di altre autorialità con la scrittura di Elena Ferrante.

ANDREBBE INDAGATO a fondo il meccanismo a volte morboso nei confronti dell’autorialità esplicita, là dove essa sembrava tramontata nel periodo della critica strutturalista in favore dell’opera iuxta propria principia. Fin dai tempi dell’Amore molesto – e quindi dal 1992 – era chiara infatti la sottrazione a quello che nel confronto con Nicola Lagioia a conclusione della nuova edizione della Frantumaglia viene definito «il pettegolezzo letterario che di letterario non ha niente»: nelle note diffuse sull’autrice dell’allora prima romanzo si dichiarava che essa viveva appartata in un’isola del mar Egeo, in solitudine.

DISTANTE almeno quanto il mar Egeo è ancora la sua identità ma quanto di meno identitario è il nome pubblico Ferrante, all’insegna di una solitudine assai ricca di però parole scritte, le uniche alle quali giustamente consegnare il proprio profilo pubblico, lasciando a sé la vita privata. Si potrebbe così collocare Elena Ferrante in un ideale prosieguo del ciclo dedicato al genio femminile da Julia Kristeva: geniali le amiche Lila e Lenù, geniale Ferrante stessa nel rappresentarsi in modo non identitario in un tempo affamato di pulsioni identitarie e sovraniste e questo sì, ha molto della politica nel senso proprio della parola.

da cartaceo e su web https://ilmanifesto.it/elena-ferrante-tra-le-pieghe-epiche-di-una-storia-geniale/

su L’adigetto una recensione di Luciana Grillo del 10 dicembre 2020

Storie di donne, letteratura di genere. Un saggio che descrive l’intera produzione dell’autrice

Chi ha letto i romanzi di Elena Ferrante non può non avvicinarsi con curiosità a questo saggio che non soltanto racconta l’intera produzione dell’autrice, ma ne spiega i rapporti con la cultura internazionale e ne descrive i successi, operando confronti, ad esempio con Virginia Woolf, e recuperando brani di interviste e di articoli della misteriosa scrittrice.
Il grande successo arriva poco dopo la pubblicazione del primo dei quattro romanzi, «L’amica geniale», velocemente tradotto e pubblicato all’estero, e degli altri che seguiranno tra il 2011 e il 2015.
La fama letteraria e mediatica di Ferrante si diffonde a livello internazionale, mentre solo un anno dopo Time inserisce la scrittrice fra i 100 personaggi più influenti dell’anno.
A quel punto, tanti studiosi si interrogano su un successo così rapido, coronato infine dalla fiction «che allargherà a dismisura il pubblico di Elena Ferrante aggiungendo a quello dei suoi lettori, il numero sterminato dei fruitori delle serie televisive».
Scarinci segue il lungo fil rouge che ha tessuto l’autrice, partendo dai suoi primi scritti fino a «La vita bugiarda degli adulti», considera che sempre si incontrano ambienti umani e sociali assai diversi fra loro – basti pensare al binomio Greco-Airota nella quadrilogia e alla città di sopra e di sotto, ad Andrea, il migliore, e a sua sorella Vittoria, la peggiore nell’ultimo lavoro, – esamina il contesto storico in cui si sviluppano le storie, ritrova fra le pagine il boom economico, l’evoluzione del matrimonio, i problemi legati all’istruzione, alla migrazione, alla marginalizzazione, ecc .
E non trascura la letteratura di genere, a partire dal 1700 e venendo via via incontro al ’900, quando finalmente le lettrici «compiono un significativo progresso di consapevolezza grazie alla novità assoluta costituita dal racconto di autrici donne che parlano dalla parte delle donne».
Dunque Neera, la Marchesa Colombi, Matilde Serao sono in qualche modo le apripista, non autrici di diari nascosti agli occhi degli uomini, ma «coscienti del loro ruolo privilegiato innanzi tutto perché scrivono per professione e il loro è un lavoro retribuito».
Da queste scrittrici parte Ferrante, non a caso l’amicizia tra Lila e Lenuccia nasce grazie al romanzo Piccole donne… e poi riprende Anna Maria Ortese e le sue folle di personaggi, ricorda Elsa Morante, ammette l’uso del dialetto sapendo che «nella visceralità della propria lingua sta annidata tutta la furia e la quiescenza di cui un individuo e un popolo possano dirsi eredi», immerge «lettrici e lettori in una totalità ipotetica del vissuto sociale composta soprattutto dai violenti attriti, dagli ostacoli, dai congelamenti e dalle retromarce che le donne non solo italiane hanno vissuto quotidianamente dal momento in cui hanno iniziato il loro cammino verso il perseguimento di un percorso di autonomia».
Altro personaggio a cui Ferrante fa riferimento è Didone, «che soccombe perché simboleggia la donna abbandonata… figura chiave, tanto che l’autrice la usa per mettere in relazione la donna e la città», mentre Scarinci ci riporta, oltre che a Virginia Woolf, a Umberto Eco, a Sylvia Plath, a Silvia Vegetti Finzi, fino a Thomas Mann e a Goethe.
Dunque, per 210 pagine, viviamo seguendo i romanzi di Elena Ferrante, ci immedesimiamo nelle vicende, condividiamo i pensieri delle protagoniste, almeno di alcune.
Chi non si è mai posta una domanda come quella che Lenuccia pone a se stessa, dopo l’incontro fra la sua famiglia di origine, proletaria e caotica, e quella di suo marito Pietro, una famiglia atea, socialista, simbolo di cultura e di lotta per la giustizia sociale?
 Eccola, la domanda che prova la realistica incertezza esistenziale della scrittrice (il cui libro è stato pubblicato solo «grazie all’intervento della suocera»): «Ciascuno si portava nel corpo i suoi antenati. Come sarebbe andato il nostro matrimonio? Cosa mi aspettava? Le affinità sarebbero prevalse sulle differenze?».

Su Teatri e culture una recensione di Elide Apice 14 dicembre 2020

Sono tanti gli appassionati e le appassionate delle parole di Elena Ferrante e “Il libro di tutti e di nessuno” di Viviana Scarinci ( Iacobelli editori) prova a dare risposte alle infinite domande che i lettori e le lettrici si sono poste riguardo ai temi trattati e anche rispetto all’identità sempre celata dell’autrice.
Una scrittrice dal meritato successo non solo in Italia, ma a livello mondiale che pone Elena Ferrante tra le narratrici più famose in assoluto.
Viviana Scarinci accompagna i lettori in un lungo percorso di conoscenza di Elena Ferrante fin dal suo esordio e naturalmente attraverso la arcinota tetralogia dell’Amica geniale.
In tutti i testi di Elena Ferrante l’eterna lotta sociale, la voglia di cambiamento, l’impossibilità di un cambiamento per la necessità di restare legati alla propria estrazione sociale e al proprio luogo con uno sguardo attento alla società a ai suoi mille problemi.
Libri nei quali sono palesi i riferimenti a un certo tipo di narrazione di genere, protagoniste le donne.
Un libro, questo della Scarinci, molto articolato, apparentemente complesso, ma decisamente fruibile, soprattutto a chi ha letto la produzione della Ferrante, ricco di citazioni letterarie e naturalmente aperto a diversi spunti di riflessione su un tipo di narrazione che mette al centro le donne.
Tanto si è detto della “invisibilità”, della Ferrante, una scelta, secondo la saggista, che crea un vuoto che viene riempito dalle donne protagoniste dei suoi romanzi, assunte ad esempio delle vessazioni subite dalle donne nel corso dei secoli.
Per tutte, violenze psicologiche e non solo dettate dalle convenzioni sociali e quindi familiari che hanno sempre impedito alle donne di esprimersi secondo le proprie volontà, di scegliersi il partner giusto, obbligate a obbedire tacendo e solo per una questione di genere.
 

Su Vitamine Vaganti una recensione di Sara Marsico 7 novembre 2020

«Il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell’una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell’altra.»
Elena Ferrante (da Storia del nuovo cognome)

Il libro di tutti e di nessuno – Elena Ferrante, un ritratto delle italiane del XX secolo di Viviana Scarinci è un testo «ad alta densità di conoscenza ma di forte leggibilità», come recita l’apertura della collana Workshop diretta da Anna Maria Crispino ed edita da Jacobelli. L’autrice ci accompagna in un percorso, ricco di citazioni, collegamenti letterari e filosofici, spunti di riflessione e recensioni e ci avvicina alla scrittrice che ha fatto dell’invisibilità la sua caratteristica principale. Credo che, dopo aver letto questo libro, ne capiranno le ragioni anche le persone più scettiche di fronte ad un successo tanto grande, avvenuto, come spesso accade, prima all’estero e poi in Italia. Checché se ne pensi, l’opera dell’autrice invisibile è già stata tradotta in cinquanta Paesi ed ha venduto dodici milioni di copie in tutto il mondo, contribuendo a portare l’Italia all’interno di un discorso globale sulla centralità delle donne.
La fama di Ferrante arriva con l’uscita della prima parte della saga L’amica geniale, nel 2011. Il ” Time” la inserisce tra i 100 personaggi più influenti dell’anno 2016. L’“effetto Ferrante” sarà tale da far schizzare i libri scritti da donne tra la metà dei venti migliori best seller italiani nella narrativa. Chi recensisce questo libro di Scarinci è un’appassionata lettrice dell’autrice napoletana, e vi ha trovato spunti interessanti anche per i/le non addette ai lavori come lei. «Il romanzo di Ferrante è politico» ha dichiarato il regista Saverio Costanzo in occasione della presentazione della fiction di L’amica geniale, alla cui sceneggiatura ha partecipato la stessa autrice, e politica la scrittura di Ferrante indubbiamente la è, perché in grado di trasmettere contenuti politici molto più di un’ideologia. Il romanzo dell’autrice è politico «soprattutto perché segna un approdo a un modo di raccontare il femminile in una totalità che esiste da sempre, senza prevedere la centralità del femminile» (G. Fraisse, Il mondo è sessuato. Femminismo e altre sovversioni).
Nella tetralogia di L’amica geniale temi come, tra i tanti, il potere dell’istruzione e della scuola negli anni Cinquanta o il matrimonio come mezzo per compiere una scalata sociale o professionale sono trattati attraverso il racconto della vita delle due amiche, Lila e Lenuccia, che si rispecchiano una nell’altra, e di quelle dei tanti personaggi di contorno, che vivono nel “Rione” di Napoli.
In questi libri si racconta una genealogia femminile, partendo da un periodo, il secondo dopoguerra, in cui le vicende femminili non erano degne di essere tramandate alle nuove generazioni. Il romanzo di Ferrante è politico e contemporaneo anche perché «qui più che altrove, il margine è inteso come il luogo più popoloso e interessante del mondo». Insieme all’autenticità e all’invisibilità, la cifra che accompagna i romanzi ferrantiani è certamente l’ambivalenza: «Ma è pur vero che nell’ammirazione tra donne, l’ammirazione per l’altra può diventare affetto e amore, ma anche generare invidia e competizione […] in quella ricerca di identità che ha contrassegnato il Novecento, il rapporto a due (o a molte), tra donne, ci pare si giochi spesso in un rimbalzo continuo di rispecchiamenti e prese di distanza che investe le diverse forme di amicizia, le relazioni amorose e sessuali, le pratiche condivise dell’agire politico».
Scarinci, grande conoscitrice di Ferrante, ne esamina l’intera produzione letteraria e saggistica, da L’amore molesto, La figlia oscura, I giorni dell’abbandono fino a La vita bugiarda degli adulti, sviscerandone le tematiche più importanti e i collegamenti con le madri letterarie e filosofiche, oltre alla sua conoscenza profonda del femminismo e della storia delle donne. Poche sono le informazioni in nostro possesso su Ferrante e molte discendono da quella che Scarinci chiama La nuova frantumaglia, unlibro di quasi quattrocento pagine che ripubblica ed amplia il numero di materiali inediti e materiali diffusi dalla stampa internazionale fino ad aprile 2016.
Non importa in questa sede raccontare su chi si siano focalizzati i sospetti sull’identità di Ferrante dopo un articolo di “Il Sole 24 ore” che ne svelava l’identità. È indubbio che, nel dibattito che ne è seguito, con toni e parole spesso misogine e sessiste, il grande assente è stato il corpo della scrittrice, con una scelta voluta da lei stessa, quasi a confermare l’invisibilità del femminile sia nella società che nel romanzo. L’autrice del libro lo dice in modo superlativo: «Elena Ferrante ci parla di donne come nessuno ha saputo fare prima. Attraverso la propria immagine mancante ha infatti acceso i riflettori su un vuoto che urlava da tempo il bisogno di essere colmato. L’assenza dell’autrice come corpo e come identità femminile non è da considerarsi un elemento esterno al romanzo di Elena Ferrante ma è posto nell’ambito del dispositivo rappresentato da tutto ciò che concerne questa autrice, a segnalare una mancanza che investe in larga misura sia la società che lo statuto del romanzo».
In un’intervista riportata dalla saggista blogger la scrittrice, che ha scelto Napoli come ambientazione dei suoi libri e Anna Maria Ortese come riferimento culturale importante, confessa che quello che ha scritto ha avuto su di lei una portata emotiva talmente forte da spingerla a ritrovare l’integrità perduta solo attraverso il rifiuto radicale nei confronti delle manifestazioni e degli incontri pubblici in cui si presentavano i suoi romanzi.
Ferrante, attraverso le storie che racconta e significativamente attraverso L’amica geniale, riesce a far percepire ai lettori e alle lettrici contemporanee le violenze, non solo psicologiche, inflitte alle donne negli anni in cui le trame dei libri si svolgono, i forti condizionamenti sociali e culturali, la difficoltà di scegliere il loro destino, un rapporto con gli uomini complesso e difficile, l’emergere del femminismo e delle riflessioni tra donne che l’unica rivoluzione nonviolenta del Novecento, il femminismo appunto, ha provocato. Imprescindibile, per chi si accosta alla saga del Rione, la citazione di una pensatrice femminista visionaria, fondamentale per capire che cosa sono il patriarcato e il potere maschile nella descrizione della realtà e nel nominare il mondo. Mi piace ricordarle, insieme alla riflessione di una Elena Greco, ormai diventata donna.
«Sputare su Hegel. Sputare sulla cultura degli uomini, sputare su Marx, su Engels, su Lenin. E sul materialismo storico. E su Freud. E sulla psicanalisi e l’invidia del pene. E sul matrimonio e la famiglia. E sul nazismo, sullo stalinismo, sul terrorismo. E sulla guerra. E sulla lotta di classe. E sulla dittatura del proletariato. E sul socialismo. E sul comunismo. E sulla trappola dell’uguaglianza. E su tutte le manifestazioni della cultura patriarcale. E su tutte le forme organizzative. Opporsi alla dispersione delle intelligenze femminili. Deculturalizzarsi. Disacculturarsi a partire dalla maternità, non dare figli a nessuno. Sbarazzarsi della dialettica servo-padrone. Strapparsi dal cervello l’inferiorità. Restituirsi a sé stesse. Non avere antitesi. Muoversi su un altro piano in nome della propria differenza. L’universalità non libera le donne ma perfeziona la loro repressione. Contro la saggezza. Mentre i maschi si danno a imprese spaziali, la vita per le femmine su questo pianeta deve ancora cominciare. La donna è l’altra faccia della terra. La donna è il Soggetto Imprevisto. Liberarsi dalla sottomissione, qui, ora, in questo presente. L’autrice di quelle pagine si chiamava Carla Lonzi. Com’è possibile, mi dissi, che una donna sappia pensare così? Ho faticato così tanto sui libri.»
Oltre a Lonzi, Scarinci ci ricorda i riferimenti filosofici di Ferrante: Shulamith Firestone, Luce Irigaray, Adriana Cavarero, Elena Gagliasso, Donna Haraway, Judith Butler, Rosi Braidotti, Luisa Muraro. Tra quelli letterari, Morante di Menzogna e sortilegio, oltre a Ortese di Il mare non bagna Napoli. Quelli della scrittrice invisibile sono romanzi di genere che, attraverso la conoscenza approfondita della cultura, della filosofia e della storia delle donne del suo tempo, la portano a veicolare saperi filosofici, psicologici e sociali relativi al femminile ancora non metabolizzati socialmente, che però hanno saputo catturare lettrici e lettori in tutto il mondo. Soprattutto le lettrici hanno potuto trovare nei suoi testi gli strumenti per acquisire una maggiore consapevolezza dei loro ruoli di mogli, figlie, madri e ad «addentrarsi in un percorso difficoltoso ma necessario verso l’individuazione della loro soggettività in senso civico». Il denso e ricco testo su Ferrante scandaglia tutti i suoi scritti e ci introduce ad alcuni termini, come la Frantumaglia o la Smarginatura di Lila e non solo, che sono di un interesse estremo per comprendere la sensazione di incompletezza provata dalle donne in un mondo in cui sono a disagio perché fanno fatica a riconoscervisi, un mondo che non è stato pensato da loro e per loro, in cui si percepiscono come soggetti mancanti nella cerchia familiare, professionale, affettiva, sociale. Anche la parte sulla trascendenza merita una lettura approfondita, come quella che ci illustra il suo interesse per la figura di Didone, che ci richiama Una donna spezzata di Simone di Beauvoir. «Sembra un tema abbastanza screditato, ma in realtà è la tematica più crudelmente posta dalle esistenze femminili. – scriverà” la scrittrice nascosta” in una lettera a Goffredo Fofi – La perdita dell’amore è una falla, causa un vuoto di senso. La città senza amore è una città ingiusta e crudele.»
Il saggio di Scarinci, poeta e saggista, è accurato e profondo e costituisce una lettura fondamentale per comprendere appieno i testi della scrittrice invisibile, che ha saputo affascinare cittadine e cittadini globali iperconnessi di tutto il mondo, raccontando molto dell’identità di ciascuno di loro. Estremamente interessanti, anche se più complessi, sono i capitoli intitolati al concetto di trascendenza e alla sospensione dell’incredulità, utilissimo, quest’ultimo, per capire il presente della società della spettacolarizzazione. Anche il capitolo sulla questione del potere è ricco di spunti preziosi di discussione.
Il titolo del numero 30 della collana Workshop prende spunto da una dichiarazione della scrittrice invisibile: «Tra il libro che va in stampa e il libro che i lettori acquistano c’è sempre un terzo libro, un libro dove accanto alle frasi scritte ci sono quelle che abbiamo immaginato di scrivere, accanto alle frasi che i lettori leggono ci sono le frasi che hanno immaginato di leggere» (Elena Ferrante Il libro di nessuno, 2005). Il saggio di Scarinci finisce infatti così, con queste parole: «Qui finisce il libro, ma non finisce qui…» lasciando una riga tratteggiata a disposizione di chi lo ha letto e vuole continuare a scrivere le sue riflessioni.
Tra i romanzi di Ferrante la saga di L’amica geniale, in particolare, è stato per noi che l’abbiamo incontrato trasmissione diffusa della cultura di genere, attraverso la narrazione dell’amicizia tra due persone che raccontano e interpretano finalmente con voce e sguardo di donna la loro vita e le loro scelte, innamorate l’una del cervello dell’altra, condizionate dalla situazione sociale di provenienza e dall’accesso all’istruzione e alla cultura. Ad una, l’omonima dell’autrice, Elena, in perenne crisi identitaria, scuola e cultura saranno consentite, all’altra, ribelle alle convenzioni sociali e al potere maschile, vietate. È indubbio che «Il rapporto più intenso, più duraturo, più felice e più devastante risulti essere quello tra Lila e Lena. Quel rapporto dura, mentre i rapporti con gli uomini nascono, crescono e deperiscono».
Più volte ci è capitato di fermarci a riflettere su certe affermazioni e reazioni delle protagoniste dei romanzi di Ferrante, anche dei primi tre che, come suggerisce Scarinci, si differenziano in parte dagli ultimi. Spesse volte si è avuta la tentazione di approfondire e fissare con lo scritto alcuni spunti e richiami di memoria che affioravano nella nostra mente, a proposito dei comportamenti delle nostre madri, di noi figlie, di alcune figure maschili di volta in volta prepotenti, sleali, oppure dolci e quasi sottomesse. Molti pensieri sono scaturiti in noi come corollari di quelli espressi dall’autrice invisibile, proprio come suggeriscono il titolo e le riflessioni di Viviana Scarinci, il cui saggio è un’indispensabile guida alla lettura consapevole dei romanzi, dei saggi e degli articoli di Ferrante.

RSI Radio Due Svizzera 22 ottobre 2020 con Marco Pagani

Il lavoro culturale pubblica Vergogna sociale in Elena Ferrante un estratto de Il libro di tutti 20 ottobre 2020


Leggendaria pubblica un’anticipazione de Il libro di tutti agosto 2020

3 ottobre INVISIBILI? Società Italiana delle Letterate

il nuovo libro su Elena Ferrante

prima presentazione

Il libro di tutti e di nessuno

Un ritratto delle italiane del XX secolo

Casa Internazionale delle Donne di Roma

Sala Lonzi sabato 3 ottobre a partire dalle 10,30

Organizzato da Società Italiana delle Letterate con Leggendaria e Letterate Magazine

INVISIBILI autorialità. Cos’è? A proposito di Elena Ferrante
Viviana Scarinci. Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante Un ritratto delle italiane del XX secolo, Iacobelli editore 2020
Isabella Pinto. Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività, Mimesis, 2020
Coordina Tiziana de Rogatis. Elena Ferrante. Parole chiave, edizioni e/o 2018

“Volontaria in chi ascolta o indotta dall’abilità di chi affabula è comunque quella sospensione dell’incredulità accordata a un racconto ciò che si fa garante dell’autorevolezza di una storia che ci restituisce il piacere intenso con il quale soprattutto le favole ci fanno partecipare al gioco delle possibilità messo in campo dal destinoIl libro di tutti e di nessuno. Viviana Scarinci

“Forse è per questo che le divergenze nel caso di Elena Ferrante risultano tutte estremamente significative: riformulando all’infinito la propria versione, non approdano mai a nulla di definitivo. Perché alla fine dei conti c’è sempre qualche cosa che manca cioè il corpo della donna che si chiama Elena Ferrante”.

La giornata del 3 ottobre si apre con il tema INVISIBILI? che introdurrà l’assemblea nazionale della SIL, Società Italiana delle Letterate.

Come sottolinea Elvira Federici, presidente della SIL: “Questo appuntamento è stato promosso anche come gesto apotropaico rispetto alla situazione covid 19, è in realtà il primo che quest’anno la SIL promuove in presenza, dopo che abbiamo dovuto sospendere la nostra partecipazione a Feminism3 e rimandare a data da destinarsi il seminario residenziale estivo di Viterbo. È un appuntamento costruito con l’apporto delle riviste Leggendaria e Letterate Magazine e riepilogativo di alcuni temi e linee di lavoro cari alla Società delle Letterate e alle riviste citate.

Nell’arco di 25 anni la Società Italiana delle Letterate ha elaborato e prodotto, attraverso i convegni, i seminari, i focus delle riviste. Ciò è testimoniato da un ricco bagaglio di studi e pubblicazioni. Dalla collana Workshop di Iacobelli, in cui troviamo, ad esempio, Epiche o L’invenzione delle personagge o Morante la luminosa o Il romanzo del divenire o l’ormai leggendario Oltrecanone o Dell’ambivalenza, tra l’altro a proposito di Elena Ferrante o Terra e parole, da cui addipaniamo il filo che porta a Laudomia Bonanni.

Le pubblicazioni curate da socie come tra le altre Laura Fortini, Serena Guarracino, Anna Maria Crispino, Adriana Chemello, Luisa Ricaldone, Bia Sarasini, Paola Bono, Silvia Neonato rappresentano, per la SIL un punto di partenza ma anche anelli di più vaste genealogie da costruire, grazie a nuovi apporti.”

Con l’importante giornata del 3 ottobre continua Federici: “Riprendiamo dai temi che non si archiviano mai, perché sono tra i moventi della nostra ricerca e del nostro agire politico, ma non cominciamo daccapo. E che l’anno che in qualche modo, ostinatamente, ci accingiamo ad aprire, sia pieno di occasioni, di pensiero, di relazione, di ricerca, di politica!”

Femminismo multispecie e poesia

In un’appassionata nota introduttiva a Manifesto cyborg di Donna Haraway intitolata La molteplicità: un’etica per la nostra epoca, oppure meglio cyborg che dea (per la maternità di questo titolo si veda anche Leggendaria di luglio 1991 su donne e nuove tecnologie) Rosi Braidotti associa il concetto di biopotere a un paradosso quanto mai lungimirante, esprimendo la questione in questi termini: “Il biopotere è anche e soprattutto questo paradosso di carne, viva e vulnerabile, che si trova presa e ri-presa nello sguardo disumano di una telecamera che viola tutti i limiti e non lascia neanche più spazio, o necessità, alla memoria”.

Da Manifesto cyborg a Chthulucene (dell’importanza di questi due testi di Haraway sommariamente ne parlo qui) e anche a attraverso il bellissimo e ancora tutto da studiare Bestiario Haraway. Per un femminismo multispecie di Federica Timeo, uno dei punti nevralgici di questi lavori così importanti, per me come poeta, riguarda la confutazione del concetto di specismo, ossia la convinzione secondo cui gli esseri umani siano superiori per status e valore agli animali, o alle altre forme viventi non umane, e pertanto giustificati nel godere di diritti assolutisti su tutto il vivente.

Il concetto di biopotere così lucidamente sintetizzato dalle parole di Braidotti è in grado da solo di varcare una soglia importantissima che tanto il linguaggio della poesia di per sé che quello strettamente legato al femminismo speculativo, hanno praticato con largo anticipo. Infatti entrambi i linguaggi si sono resi capaci di una lettura, avvertita più di altri, dei paradossi intrinseci al complesso sentimento di questa contemporaneità. E uso la parola sentimento non a caso.  

La soglia a cui mi riferisco è quella in grado di connettere i corpi (tutti i corpi umani, animali, vegetali, minerali) alla umanità-disumanità di uno sguardo e di un dettato assolutisti e colonizzatori come sono quelli imposti alle soggettività di ciascuno dall’imperativo macchinico di una riproduzione compulsiva dell’immagini proprie e altrui. La poesia, almeno quella che piace a me, vive di questa idiosincrasia endemica rispetto a ogni forma di linguaggio che si esprima attraverso una postura egemonica e assertiva, proprio perché questo linguaggio determina un congelamento della memoria soggettiva, cioè del sentimento di continuità che consente l’unità espressiva di un dettato originale.         

Allo stesso modo gli strumenti linguistici offerti dai moltissimi femminismi che si sono assunti la responsabilità di una lettura situata e non definitiva del presente, si sono avvalsi della stessa idiosincrasia in cui carne, viva e vulnerabile (e qui si intendono comprese tutte le vulnerabilità colonizzate e colonizzabili) trovino lo spazio e il riconoscimento di una propria memoria genealogica che prima deve passare per un linguaggio che sappia nominarle in un modo quanto più prossimo alla loro essenza precipua.

Anna Maria Ortese a questo proposito scriveva che per sottrarre a qualcuno la percezione di essere in diritto di praticare la propria identità, è sufficiente privarlo del suo linguaggio originario. Questo significa privarlo del diritto di esprimere la propria soggettività e di sentire propria e ben addentra alla Storia collettiva, la sua personale vicenda. Avvezzare qualcuno a non porsi la questione in questi termini è un atto colonizzatore a prescindere se a compierlo sia un uomo o una donna, uno Stato, un padre, una madre, una religione, un partito politico, una comunità, una razza, un’ideologia.

Giusto per aprire una parentesi sul mio lavoro relativo alla poetica di Elena Ferrante di prossima pubblicazione, personalmente ritengo che una parte del successo riscosso dall’opera di questa autrice arrivi dal fatto che la sua immagine esista perché è invisibile. Di un’invisibilità che assume contorni molto simili a quelli espressi da Braidotti quando parla dell’invadenza di una telecamera che viola tutti i limiti e non lascia neanche più spazio, o necessità, alla memoria. La mancanza dell’immagine di una donna che scrive, così acutamente connotata soltanto dal linguaggio che essa produce, ha creato lo spazio di esistenza per una moltitudine di argomenti che stava lì da sempre, ma che prima era continuamente smorzata in virtù del suo carattere endemico posto agli antipodi rispetto all’imperio dell’assolutismo, della violenza colonizzatrice, del sessismo.

Questo è un discorso che ho ricostruito a posteriori. Quando ho scritto le poesie di Annina tragicomica nel 2016, sono partita da un sentimento della natura e da una necessità di convivenza con il mondo animale tutti miei e da un amore totale che non saprei come collocare e neanche voglio. Tuttavia dalla poesia intesa per come l’ho sommariamente spiegata e da molte letture di allora (fondamentali per una maggiore comprensione dell’opera di Elena Ferrante negli anni) andavo a chiudere un cerchio fondativo per me, me ne accorgo adesso più che mai. C’è una poesia tra le settanta contenute in  Annina tragicomica che per me rappresenta a posteriori una specie di serpente che si morde la coda, cioè testa e coda, inizio e fine situati nello stesso punto soltanto per esprimere una qualche inoppugnabile continuità. La poesia si intitola Città e va a inaugurare la sezione audio che ho creato sulla homepage di questo sito.

Città, Annina tragicomica, Formebrevi 2017

Ripensiamoci

L'8 marzo, la Ferrante Fever e il covid-19

Oggi è l’8 marzo e adesso come adesso non so più come pensare l’importanza di questa data. C’è da dire che la normalità non è mai stata il mio forte. Ma oggi soprattutto sento un’empatia profonda e una viva solidarietà con le persone “divise” negli affetti, dal decreto emanato dal Governo Italiano stanotte. In questo momento il legame con figli, genitori, nonni e amici veri, a mio avviso è qualcosa da riconsiderare in termini fondativi. Qualcosa che le donne più di tutti sono portate a considerare non solo culturalmente ma anche affettivamente, al di là delle questioni strettamente individuali, come il punto di contatto con una vulnerabilità personale e altrui che più che spaventare, deve essere accettata, rispettata e sorvegliata.  

Gli eventi pubblici programmati nei prossimi mesi, tutti in forse, non tolgono niente al mio entusiasmo di lavorare su quello che c’è in questo momento di veramente nuovo e a quello che c’è sempre stato. Perciò il rimpianto relativo alla perdita della normalità non ce l’ho. Senza nulla togliere al senso di responsabilità verso me stessa e verso gli altri, il rimpianto per la perduta normalità non mi riguarda. Anche perché prima di questi strani giorni la normalità mi è sempre sembrata qualcosa di deformante e posticcio, insomma una specie di diversivo che ho eluso più di quanto ora stia cercando di evitare a me e al prossimo mio il covid-19.  

In queste ore di riflessione, studi e cura dei miei cari, in qualche modo tutto si integra. Tutto trova una prossimità nella non esclusione: l’oggettiva preoccupazione, l’affacciarsi di idee davvero contemporanee e interessanti che il cappello della normalità collettiva è altrimenti teso a nascondersi, lo straniamento che le distanze di sicurezza imposte, arrecano entro gli spazi della topografia suburbana.

Inoltre, molto importante per me e per altre e altri, in questi giorni in Italia di pari passo con il crescere della conta dei contagiati, si è avuta una rinnovata diffusione della Ferrante Fever, attraverso la trasmissione della seconda stagione della fiction de L’amica geniale che riguarda il secondo libro della saga, Storia del nuovo cognome.

Ho seguito le puntate come molte e molti per amore, riflettendo anche che quello per Elena Ferrante è l’amore più longevo della mia vita. Avevo poco più di vent’anni e mi ricordo come se fosse ieri il colpo di fulmine così determinante per il mio destino, quel giorno in cui sono andata al cinema a vedere L’amore molesto. Però è un amore che nel mio caso non si è mai potuto permettere di essere acritico e che a ogni passo mi ha costretta a fare i conti con un imperativo tutto mio, di dovermelo circostanziare e ridiscutere sempre, di doverlo giustificare a me stessa, come se da ciò dipendesse tantissimo, quasi tutto quello che negli anni mi ha riguardato come fidanzata, amante, moglie (due volte), madre (tre volte), figlia, nipote, amica, italiana.

Negli ultimi otto anni e dopo la pubblicazione del mio libro in Germania nel 2018, e ancora di più negli ultimi sei mesi, mi sono dedicata, al mio libro su Ferrante a breve in uscita in Italia. Quello su questa autrice è stato il lavoro che più di tutti gli altri ha impegnata disciplinandola, la mia capacità di studio, traduzione, lettura, scrittura, riflessione fino dal mio primo intervento pubblico su questa autrice nel mese di dicembre 2012 per la Società Italiana delle Letterate attraverso Letterate Magazine.

In questo 8 marzo di calamitosa semiclausura, è proprio alla luce del lavoro su Ferrante che non posso fare a meno di ripensare al concetto di normalità e a come questa abbia un significato alternativo e fondamentale nell’opera di questa autrice, e secondo me anche nelle motivazioni più silenziose e profonde che hanno scatenato la diffusione della Ferrante Fever.

In  Storia della bambina perduta, ultimo libro della tetralogia  a partire da pagina  158 Ferrante inserisce  l’episodio del terremoto del 23 novembre del 1980 che, come tutti sanno, è stato un evento violentissimo che colpì Napoli, la Campania e la Basilicata in modo devastante. Questo avvenimento nell’economia della storia delle due amiche Lila e Lenuccia è un fatto decisivo, poiché è l’unico momento de L’amica geniale in cui Lila parla della sua visione della vita come qualcosa in ogni momento passibile di cedimento rispetto agli apparecchiamenti posticci che mette in campo il desiderio di normalità. Questo sentimento Elena Ferrante lo ha colto perfettamente e nominato con una sola parola: smarginarsi che è una parola su cui ora più che mai bisognerebbe riflettere in termini di genere e anche a prescindere dal genere, per sdoganare molte, troppe credenze e pretese in merito al pensare la pur necessaria normalità, come un diritto esclusivo di tutto quello che non è normale.

Ferrante scrive

Borbottò che non doveva mai distrarsi, se si distraeva le cose vere, che con le loro contorsioni violente, dolorose, la terrorizzavano, prendevano il sopravvento su quelle finte che con la loro compostezza fisica e morale la calmavano, e lei sprofondava in una realtà pasticciata, collacea, senza riuscire più a dare contorni nitidi alle sensazioni. Un’emozione tattile si scioglieva in visiva, una visiva si scioglieva in olfattiva, ah che cos’è il mondo vero, Lenù, l’abbiamo visto adesso, niente niente niente di cui si possa dire definitivamente: è così (p.162)


Buon 8 marzo allora a tutte e tutti, un abbraccio a distanza con la vicinanza di sempre e a presto! 

Alcune novità

Il 2020 porta con sé alcune novità importanti. Quest’anno ho riconfermato la mia adesione in qualità di socia alla SIL – Società Italiana delle Letterate il cui lavoro critico sulla scrittura delle donne insieme ai contenuti della rivista Leggendaria  si sono dimostrati fondamentali per il mio lavoro su Elena Ferrante. Si è trattato di una conferma in quanto sono stata socia in passato avendo modo di riscontrare la capillarità, profondità e validità dello studio che la SIL ha compiuto da moltissimi anni sul lavoro culturale delle donne, iniziando in tempi in cui era ancora più difficile di adesso trovare materiali critici adeguati a uno studio dedicato.

Il 2020 inoltre porterà un ulteriore ampliamento degli orizzonti del Fondo librario di poesia che coinciderà con una precisazione dell’operato nell’ambito della poesia contemporanea in vista di una costituzione in termini associativi del tutto nuova che riguardi esclusivamente l’aspetto di raccolta e analisi dei testi oltre le azioni che hanno sempre contraddistinto i nostri progetti in ambito sociale.

Questo cambiamento nasce dall’aver avuto modo di comprendere negli anni che il significato civile dell’operato del fondo librario rientra in un modo di concepire la politica attraverso pratiche di incontro e confronto fisico su campi come quello della scuola, degli eventi pubblici cittadini e del disagio mentale considerandoli luoghi per eccellenza in cui si possa e si debba esprimere il significato migliore del termine politica attraverso un lavoro culturale che parta dalla poesia. Il nuovo progetto del fondo librario ha inizio dal dato empirico che proviene da questa esperienza: L’albero capovolto è un progetto ideato per l’Istituto Comprensivo Falcone e Borsellino che vuole indicare sia una continuità della collaborazione che si è stabilita con i docenti e la dirigente di quell’Istituto ma che partendo da questa continuità si ponga in dialogo oltre l’aspetto volutamente locale dei progetti ideati fin qui.

In questo senso i laboratori che avranno luogo tra gennaio e febbraio, l’illustrazione delle modalità di svolgimento, delle tematiche e degli stessi materiali testuali e grafici verranno illustrati nell’ambito del convegno VentiVenti, organizzato a fine aprile dalla rivista Polisemie presso l’Università degli studi La Sapienza e da quella rivista successivamente pubblicati tra gli atti del convegno. La sede per questi contenuti ci pare ottimale oltre che lusinghiera in quanto il convegno si propone come un’occasione di confronto e di riflessione sui vent’anni di poesia che hanno segnato l’inizio di questo millennio.

Inoltre mi ha fatto molto piacere l’invito a scrivere un articolo che sarà pubblicato nel corso del 2020 per la rivista milanese Il Segnale. Percorsi di ricerca letteraria nella rubrica Soggettività-scritture. Il Segnale è una rivista molto sensibile alle tematiche più attuali legate alla poesia. Il mio testo perciò illustrerà in forma discorsiva le tematiche e la forte spinta ideale di questo nuovo progetto come il compimento di un percorso di crescita e consapevolezza che ha riguardato le classi di studenti e docenti che abbiamo incontrato e inevitabilmente ha riguardato me come poeta.

Gli adulti bugiardi, curiosità

Dato che la mia recensione de La vita bugiarda degli adulti di Elena Ferrante la redazione del sito Doppiozero curiosamente l’ha pubblicata nello stesso post in cui c’è un testo di un altro autore senza chiedere il mio parere né avvertirmi della data di pubblicazione del mio testo. Dato che curiosamente la mia recensione è stata pubblicata in ritardo rispetto ai tempi in cui l’ho inviata loro che peraltro me l’hanno espressamente richiesta. Tenendo conto di queste curiosità ho pensato di sentirmi libera di pubblicare la mia recensione anche qua. Se non altro per favorire la comodità di chi desidera leggerla.


Era il 1992. Enzo Siciliano con un articolo sul Corriere della sera datato 28 giugno salutava l’uscita de L’amore molesto, opera di esordio di una certa Elena Ferrante, come “un debutto sul difficile terreno della ricerca interiore” manifestando sorpresa per l’altezza stilistica raggiunta là dove un’originalità “non guidata” sceglie lo scavo entro destini individuali piuttosto che confrontarsi con la storia.

Confronto che in effetti doveva sembrare particolarmente urgente in quei mesi dato che il 1992 in Italia è un anno in cui avvengono degli eventi destinati a cambiare radicalmente il corso degli avvenimenti di natura civile e politica per come si erano configurati fino ad allora. Infatti finalmente ne sapemmo qualcosa di Gladio, ebbero luogo le sentenze del Maxiprocesso di Palermo, irruppe platealmente sulla scena pubblica tangentopoli. Ma soprattutto il 1992 è l’anno in cui saranno assassinati dalla mafia i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.  

Siciliano chiudeva il suo articolo elogiativo proponendo un’immagine estremamente significativa dal punto di vista del linguaggio e indicativa del contesto in cui quella storia di madri e figlie napoletane, per niente addomesticata dal buon senso, non poteva che stupire. Infatti Siciliano concludeva accostando in termini di esiti la “poesia della remissività donnesca (…) e l’idea che il riscatto arriva con la sofferenza del pensiero”.  

L’amore molesto arrivò a fare i conti con tutto quello che si era creduto in merito al ruolo del romanzo in Italia e segnava di fatto il mancato riconoscimento pubblico dell’esistenza di una precisa genealogia del romanzo italiano scritto da donne, proprio quella genealogia cui si riferisce Elena Ferrante a più riprese: “La posta in gioco è più alta: contribuire a rafforzare una nostra genealogia artistica che regga, per intelligenza, per finezza, per competenza, per ricchezza di invenzione e per densità emotiva, il confronto con quella maschile”[1]. Genealogia che tra l’altro nel 1992 la filosofia e la critica letteraria italiana di matrice femminista stavano contribuendo già a delineare.

Per tornare ai giorni nostri il 7 novembre scorso, accompagnato da un grande clamore dei media di tutto il mondo, ma anche italiani stavolta, esce La vita bugiarda degli adulti che ha tutta l’aria di costituirsi come il primo romanzo di una nuova saga. Proprio il clamore mediatico e il successo di pubblico, nel caso di Elena Ferrante, con buona pace dei detrattori, non stanno a smentire il valore di un’opera già tradotta in cinquanta Paesi e con all’attivo dodici milioni di copie vendute in tutto il mondo. Per non parlare delle precise e circostanziate ascendenze letterarie che legano l’opera di Ferrante a quella di Elsa Morante e Anna Maria Ortese. Ma stanno a sottolineare un fenomeno che ha portato l’Italia al centro di un discorso globale che attraverso la letteratura, riguarda finalmente le donne.

Dopo la tetralogia de L’amica geniale infatti Elena Ferrante, inizia il racconto in prima persona della vita di Giovanna Trada nata a Napoli il 3 giugno 1979, colta sul compiersi dei suoi 13 anni fino ad arrivare ai 16. Ma non è un inizio del tutto nuovo, semmai è un ricominciare daccapo a guardare all’Italia attraverso Napoli, ribattendo ostinatamente sugli stessi temi che da quasi trent’anni, si focalizzano sulle madri, le figlie e la famiglia italiana. Per giunta sapendo dire così tanto di quanto non era ancora stato scritto della storia di un Paese in cui il peso dei legami familiari si estende ad agire fin nei meandri più noti e più impensabili delle relazioni sociali con ciò descrivendone conseguenze pubbliche e private che non possono essere escluse dalla storia con la S maiuscola. Altrimenti si rischia di essere davvero troppo lontani dal racconto di chi siamo stati e di conseguenza dalla credibilità di quello che siamo diventati.

In ballo infatti stavolta è proprio un’eredità generazionale, storica, politica, ambivalente che è bene saper guardare da tutte le prospettive se si vuole crescere. E Giovanna lo vuole sicuramente, dato che il romanzo si chiude con un proposito di tutto rispetto, quello di diventare adulta come a nessuno è mai successo. Per non parlare della domanda che campeggia già in quarta di copertina: crescere per diventare cosa, per somigliare a chi? Intendiamoci: fare da sé per Giovanna non è una velleità ma una necessità sancita dalla sofferenza del pensiero, cui forse Siciliano si riferiva senza farne una questione di genere, che pagina dopo pagina renderà il linguaggio e le sue insidie più o meno consapevoli, il vero protagonista del libro e la vera posta in gioco in termini di eredità.   

La cornice di questa eredità è Napoli che per l’occasione è divisa esplicitamente in due. La città di sopra del Rione Alto e del Vomero e di San Giacomo dei Capri in cui, le famiglie ritratte nel libro, ossia quella di Giovanna e quella delle due bambine Ida e Angela sue amiche, pretendono si parli esclusivamente in italiano, pretendono si studi soprattutto per non incorrere nella vergogna di avere una figlia bocciata, cosa che invece accadrà sia a Giovanna che a Ida. Eppure le tre bambine apparentemente così ben accudite saranno lasciate da sole a raccogliere un’eredità che riguarda la distanza incolmabile tra il guardare e il vedere che in tutta evidenza è il problema che ha investito la vita di entrambe le loro famiglie.

Poi c’è la Napoli di sotto immersa nel grigiore di tutto quanto globalmente da Milano a Calcutta significa marginalità. Qui si parla solo in dialetto perché il dialetto è lingua madre e il problema è decidere se governare o meno la ferocia che in ogni posto al di sotto del mondo emerso, è la stessa. Di sopra padri e madri discorrono: “delle solite cose che gli stavano a cuore, parole che orecchiavo da sempre tipo politica, valore, marxismo, crisi, stato”. Di sotto la tremenda zia Vittoria, figura impresentabile cancellata dai genitori e riesumata dalla smania adolescenziale di Giovanna di capire davvero lei di chi ha preso il volto, imperversa imponendo alla figlia dell’odiato fratello, con tutta la sua sgradevolezza, di guardare, guardare davvero e decidere di quale racconto vuole far parte.

Sarà grazie a questa zia che Giovanna scoprirà che l’epica familiare che sta alla base della narrazione della sua venuta al mondo è il più bugiardo dei racconti e che tutto l’alto e tutto il basso da cui proviene costituisce un presupposto che non potrà esserle d’aiuto nel proposito di diventare un’adulta del tutto diversa da quanto sia risaputo essere le migliori qualità degli adulti.

Infatti degli adulti di questa storia nessuno è felice o ha ragione, nessuno ha vinto la sua battaglia, nessuno è depositario di qualcosa di significativo al punto di costituire un’eredità davvero solida e soprattutto nessuno ha agito con giustizia nei confronti degli altri pure avendo ampiamente attinto a un lessico fortemente polarizzato in questo senso. Sono i più giovani quelli che Elena Ferrante incarica attraverso Giovanna, non di evitare di dire bugie ma di trovare una sintesi simbolica che non cristallizzi lo sguardo in una polarità vuota: giusto o sbagliato, bene o male, alto o basso, tradimento o lealtà, perché questo scontro di mondi è talmente connesso con l’eredità di Giovanna Trada che tanto l’individuo socialmente qualificato come migliore o peggiore quanto la madre e il padre alla luce dei fatti, semplicemente non sono più credibili. Almeno rispetto a quanto di risaputo li abbia ricondotti al presente di una adolescente nata in Italia nel 1979, tanto addolorata quanto conscia e decisamente molto promettente: “una contiguità incongrua tra volgarità e finezza, e quell’ulteriore assenza di confini nitidi in un momento in cui stavo perdendo ogni vecchio orientamento, mi smarriva ancora di più.”

Ma niente paura, anche stavolta come è già accaduto in Ferrante, esiste un oggetto magico il quale avrà la funzione determinante che rende al guardare alle cose consuete, uno sguardo capace di andare molto oltre le dicotomie, le ambivalenze, gli equivoci, uno sguardo capace di recare alla menzogna un valore del tutto sorprendente. Questo oggetto magico non mette a posto proprio niente perché nell’economia delle storie narrate da Ferrante nessun luogo è sicuro. E non sarà più una bambola che pure nel libro ancora ricopre un valore simbolico importantissimo. L’oggetto magico dei bugiardi di Ferrante è un monile, un prezioso braccialetto da donna che grazie al suo potere maligno mette in circolo tutte le energie che fanno destino. Il tradimento sopra ogni cosa.

Maschile e femminile, immanente e trascendente, corpo e spirito, lealtà e tradimento sul finire del romanzo irrompono attraverso i personaggi di Roberto e di Ida. Il primo è l’uomo di cui Giovanna si innamorerà davvero e pare rappresentare con il suo legame di natura intellettuale con la religione, proprio quell’aggancio con la trascendenza che l’opera di Elena Ferrante, ha illustrato in altri termini attraverso la tetralogia de L’amica geniale.  La seconda è la giovanissima amica che si fa bocciare per aver troppo letto e scritto per conto suo. Giovanna sceglierà proprio Ida come compagna di un viaggio dal sapore iniziatico alla volta di Venezia, dopo avere indicato all’amica di essere la prescelta dandole senza vergogna un bacio sulla bocca ai giardini della Floridiana nonostante l’andirivieni di madri che sospingono passeggini.

Il romanzo finisce qui. Lasciamo con disappunto il bel Roberto che sta scrivendo un saggio sulla compunzione: “La chiamò più volte addestramento a pungersi nella coscienza, attraversandola con ago e filo come la stoffa quando bisogna farne un abito”. Oddio, compunzione ha a che fare con il rimorso, con il pentimento, corro a cercare sul vocabolario della lingua italiana Treccani, è un atteggiamento ostinato di umiltà e afflizione, talora ipocrita che nella teologia cristiana sta anche come sinonimo di contrizione… è troppo, quanto bisognerà aspettare per l’uscita del prossimo romanzo?

Ferrante sembra dire che tra il guardare e il vedere c’è un baratro che certi adulti ricolmano abilmente di parole sempre più scollate dal campo in cui accadono le cose della vita vera che è più tremenda e più magica di tutte le menzogne del mondo. Se davvero Elena Ferrante con La vita bugiarda degli adulti ha voluto dire questo, io ci credo.


[1] E. Ferrante, L’invenzione occasionale, Roma, Edizioni e/o, 2019, p. 82

Doppiozero La vita bugiarda degli adulti Elena Ferrante

Doppiozero pubblica il mio punto di vista sul nuovo libro di Ferrante e quello di Stefano Jossa. “Infatti degli adulti di questa storia nessuno è felice o ha ragione, nessuno ha vinto la sua battaglia, nessuno è depositario di qualcosa di significativo al punto di costituire un’eredità davvero solida e soprattutto nessuno ha agito con giustizia nei confronti degli altri pure avendo ampiamente attinto a un lessico fortemente polarizzato in questo senso. Sono i più giovani quelli che Elena Ferrante incarica attraverso Giovanna, non di evitare di dire bugie ma di trovare una sintesi simbolica che non cristallizzi lo sguardo in una polarità vuota.” https://www.doppiozero.com/materiali/elena-ferrante-la-vita-bugiarda-degli-adulti

Il punto su Elena Ferrante

I miei libri

in lingua tedesca (trad. di Ingrid Ickler) (2018)

le bambole napoletaneQuando il romanzo d’esordio L’amore molesto di Elena Ferrante appare in Italia nel 1992, nessuna delle prime recensioni né delle prime interviste diedero un’idea della dimensione internazionale che il fenomeno letterario avrebbe acquistato in seguito. Da lì in poi e per quasi trent’anni, Elena Ferrante illuminerà gli aspetti meno frequentati di molti destini femminili inquadrati nel contesto storico e sociale nel suo Paese ma non solo.  Questo mio ritratto letterario di Elena Ferrante edito dalla Casa Editrice tedesca Launenweber nel mese di marzo 2018 illustra tra l’altro come Elena Ferrante sia stata accolta in Italia prima e diversamente dal resto del mondo. Un punto di partenza legato all’origine italiana del fenomeno, quindi, ma con lo sguardo già rivolto alle motivazioni della consacrazione internazionale di Elena Ferrante come una delle maggiori scrittrici italiane di sempre.


in lingua italiana (2014)

Elena Ferrante copertina
saggistica

Elena Ferrante eBook. Chi è Elena Ferrante? Una donna? Un uomo? Un gruppo di scrittori che da oltre un ventennio pubblicano a turno, o collaborando insieme , con questo pseudonimo? O una scrittrice capace di rovesciare come un guanto i propri temi per renderli attualissimi, nel metodo e nel merito?

Un caso non solo letterario che da italiano è ora diventato, con clamore e consensi, internazionale. Doppiozero presenta la prima monografia sulla sua opera, scritta in modo insieme leggibilissimo e approfondito da Viviana Scarinci

 


Articoli 

La vita bugiarda degli adulti (novembre 2019)

Dcover_ferranteoppiozero pubblica il mio punto di vista sul nuovo libro di Ferrante e quello di Stefano Jossa. “Infatti degli adulti di questa storia nessuno è felice o ha ragione, nessuno ha vinto la sua battaglia, nessuno è depositario di qualcosa di significativo al punto di costituire un’eredità davvero solida e soprattutto nessuno ha agito con giustizia nei confronti degli altri pure avendo ampiamente attinto a un lessico fortemente polarizzato in questo senso. Sono i più giovani quelli che Elena Ferrante incarica attraverso Giovanna, non di evitare di dire bugie ma di trovare una sintesi simbolica che non cristallizzi lo sguardo in una polarità vuota” https://www.doppiozero.com/materiali/elena-ferrante-la-vita-bugiarda-degli-adulti


L’amica genaile in TV (novembre 2018)

Lamica-Geniale-1Il rione che vedremo stasera può essere dislocato ovunque, le due bambine potrebbero essere chiunque in un contesto che però è esistito prima e perciò illustra, attraverso le immagini di un agglomerato urbano circondato dal nulla, il suo carattere primigenio. Il rione ricostruito nella fiction de L’amica geniale è riconducibile all’apparizione di un prima universale in cui forze naturali e soprannaturali sfuggono al controllo umano: l’ira su tutte. La vera posta in gioco di questa chimerica identità tanto cittadina quanto femminile è la padronanza della strategia delle apparenze contro la violenza della realtà, o contro il potere che alla realtà noi tutti attribuiamo per default.  Leggi tutto l’articolo su Doppiozero


Elena Ferrante e il genio di Napoli (settembre 2018)

Qualche giorno fa alla Biennale del Cinema di Venezia in occasione della proiezione in anteprima delle prime due puntate della fiction L’amica geniale, che andrà in onda a breve sulla RAI (e l’1,2,3 ottobre in anteprima al cinema) Saverio Costanzo ha parlato della storia raccontata ne L’amica geniale come una narrazione politica, intesa come racconto empatico del sentimento diventato memoria, in grado di trasmettere un contenuto politico molto più efficacemente di quanto non possa fare l’ideologia. Saverio Costanzo in questo senso si riferisce al potere che l’Istruzione scolastica  e gli insegnanti avevano in Italia negli anni dell’immediato dopoguerra, sui destini di chi andava a scuola come Lila e Lenuccia nei tardi anni Cinquanta. Continua a leggere https://vivianascarinci.com/2018/09/08/elena-ferrante-e-il-genio-di-napoli/


Ciò che la realtà non sa essere per noi (dicembre 2017)

Alla fine del mese di agosto 2016, con l’uscita del primo volume della tetralogia de L’amica geniale in Germania, Elena Ferrante rilascia una lunga intervista a Klaus Brinkbäumer, direttore di «Der Spiegel». In questa intervista l’autrice dissemina molte indicazioni che, opportunamente lette, vanno ad argomentare diversi aspetti fondamentali della sua opera. In primo luogo, la questione dell’identità sessuale e come essa interagisca nella società diventando quella che Ferrante chiama «identità civile»: «recentemente la scienza ha iniziato a riconsiderare anche la questione del genere sessuale. Se devo essere onesta, ho più fiducia in un’identità letteraria che in un’identità civile».  L’autrice, che ha pubblicato nel 1992 in Italia il suo primo libro, L’amore molesto, oggi è tradotta in cinquanta Paesi. Ma è a partire dal 2011 che la sua fama letteraria è cresciuta di pari passo con quella mediatica, pur non essendosi mai mostrata fisicamente in pubblico. Nel 2011 infatti esce in Italia il primo dei quattro volumi della saga nota con il titolo del primo volume: L’amica geniale. Continua a leggere http://www.lavoroculturale.org/elena-ferrante-identita-poetica/


Chi sono i contemporanei di Elena Ferrante? (maggio 2017)

Nell’ambito di un incontro avvenuto la settimana scorsa al Salone internazionale del libro di Torino, Sandro Ferri editore, insieme a Sandra Ozzola, di Elena Ferrante, ha accennato, tra l’altro, a qualche dato che riguarda gli esiti editoriali prodotti in Italia dai romanzi di questa autrice: diritti ceduti ad oggi in cinquanta Paesi. Copie vendute da Elena Ferrante nel mondo, scrittrice che ha pubblicato per la prima volta nel 1992: oltre i cinque milioni. Di fronte a queste cifre è probabile che relegare l’importanza del fenomeno Ferrante al suo aspetto puramente commerciale sia un po’ riduttivo. Ma forse lecito se l’ottica da cui si guarda il caso Ferrante ha in sé la parzialità di uno sguardo estraneo ai suoi contenuti. Continua a leggere http://www.doppiozero.com/materiali/chi-sono-i-contemporanei-di-elena-ferrante


Storia della bambina perduta (novembre 2014)

Tutto ha inizio nel 2011 con la pubblicazione de L’amica geniale, primo volume della saga omonima che si conclude ora con l’uscita de Storia della bambina perduta e con la notizia, diramata dall’Ansa qualche giorno fa, che le oltre millecinquecento pagine de L’amica geniale diverranno una fiction. Sono in tutto quattro i libri che raccontano la storia di Lila e Lenuccia, amiche nemiche dal 1950 ai giorni nostri, senza mai chiarire del tutto di quale delle due sia la genialità cui si riferisce il titolo. L’autrice è Elena Ferrante, la cui vera identità dal 1992, data della pubblicazione in Italia del suo primo libro, è ancora oggetto di congetture. Continua a leggere http://www.doppiozero.com/materiali/parole/storia-della-bambina-perduta


L’amore o è molesto o non è (dicembre 2012)

In un’intervista rilasciata rigorosamente via e-mail al quotidiano Repubblica, nel settembre 2012, in occasione dell’uscita di Storia del nuovo cognome (seconda parte dell’Amica geniale), dopo aver parlato delle contingenze legate a queste due ultime prove narrative, in chiusura Elena Ferrante spiazza vecchi e nuovi lettori. Parafrasando L’amore molesto, il suo primo romanzo, sottolinea una continuità tutt’altro che scontata tra l’origine e l’attualità della sua scrittura. Continua a leggere https://www.edizionieo.it/review/3549

http://www.societadelleletterate.it/2012/12/lamore-o-e-molesto-o-non-e-il-romanzo-secondo-elena-ferrante/


Dove ne ho e ne hanno parlato


Università di Lipsia, Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana (CiCi) convegno annuale “Elena Ferrante –Genealogie e Archeologie del 20° secolo Lipsia il 4 e 5 novembre 2019. Con Uta Felten, Nicola Bardola e Olivia Santovetti.


Francoforte, 2018su Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante  (trad. di Ingrid Ickler) – Launenweber , aprile 2018

Un’interessantissima recensione a Bambole Napoletane nell’ambito di una pubblicazione riguardante le numerose autrici presenti alla Buchmesse 2018


Istituto Italiano di Cultura, programma Frankfurter Buchmesse 2018

Stand Istituto Italiano di CulturaFrancoforte 2018, con Morese, Reitani,Francoforte Fiera del Libro 2018, mercoledì 10 ottobredalle 14.30 alle 15.30NAPOLI ( Neapel – Verheißung oder Verderben. Über die Herausforderung an die Zivilgesellschaft) con Maria Carmen Morese e Viviana Scarinci, modera Luigi Reitani, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino. Traduzione simultanea. Il successo mondiale della tetralogia L’amica geniale di Elena Ferrante ha messo la città di Napoli al centro della scena internazionale e con essa i molteplici problemi della nostra società moderna e globalizzata. Maria Carmen Morese, direttore del Goethe-Institut di Napoli e autrice di Lieblingsorte: Neapel (Insel 2018) e Viviana Scarinci, autrice di Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt Elena Ferrantes, (Launenweber 2018) nell’ambito del Weltempfang – Centro per la politica, letteratura e traduzione di Francoforte Fiera del Libro 2018.

“Mentre la legione dei lettori di Elena Ferrante, in continua espansione, aspetta l’uscita della serie televisiva tratta dall’Amica geniale e insieme vagheggia la possibilità di poter leggere qualcosa di nuovo, si moltiplicano i saggi critici, come la monografia Elena Ferrante di Viviana Scarinci(pubblicata da Doppiozero e tradotta in tedesco) e la raccolta di articoli in inglese Reconfiguring margins (Palgrave McMillan) Vedi anche sul sito di e/o https://www.edizionieo.it/review/7953



Foejetong recensisce le bambole napoletane, giugno 2018

“Es sind noch viele weitere Aspekte die Scarincis Essay enorm spannend und lehrreich machen. Schade ist natürlich, dass uns (die, die wir kein italienisch sprechen) Scarinci weit voraus ist, was die Lektüre der Ferrante-Romane betrifft. Einige Aspekte und Details werden dadurch schwerer nachvollziehbar. Dennoch bietet „Neapolitanische Puppen“ eine wahnsinnig interessante Lektüre, die definitiv noch mehr Lust und Vorfreude auf die folgenden Übersetzungen der Ferrante-Romane macht, wovon letztendlich auch Suhrkamp profitieren wird.” https://foejetong.com/2018/05/07/affidamento-im-dialekt/

ferrante


Fiera del libro di Lipsia 2018, Elena Ferrante area Istituto Italiano di Cultura: Neapolitanische Puppen da Launenweber, giugno 2018 

grazie Elena Ferrante!

Con Uta Felten Lipsia 5 novembre Elena Ferrante Genealogie e archeologie del XX secolo
Grazie al Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana di Lipsia all’Università di Lipsia e all’Istituto Italiano di Cultura di Berlino
… e naturalmente grazie infinite alle edizioni e/o

Elena Ferrante. Lipsia 4 e 5 novembre

Secondo Suhrkamp (casa editrice tedesca di Elena Ferrante) ​​incluso l’e-book e i tre volumi pubblicati finora in Germania del libro in brossura, la sola edizione tedesca de L’amica geniale ha venduto 1,8 milioni di copie. Nell’ottobre 2016, il giornalista investigativo italiano Claudio Gatti ha indicato chi si nasconde, a suo parere, dietro Elena Ferrante. I nomi di questi non sono mai stati confermati né questa presunta rivelazione ha cambiato in nessun modo le cose. Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante parte dall’inizio, tracciando un excursus all’interno dei temi ferrantiani e del fenomeno Elena Ferrante, raccontando avvenimenti, riportando le voci più accreditate della critica letteraria internazionale, citando interviste e dichiarazioni tra le più significative. Quello che viene ritratto attraverso questo libro su Elena Ferrante è l’entrata sullo scenario globale, di un vero e proprio portento i cui presupposti iniziali negavano tutte le ricette conosciute fino ad allora per il raggiungimento del successo di un’autrice. Tuttavia il successo di Elena Ferrante non è un mistero. Per parafrasare la stessa autrice, si è trattato non solo di un portento notturno ma anche di un portento diurno che dall’anno 1992, un anno cruciale per la storia contemporanea italiana, con la pubblicazione de L’amore molesto, arriva al futuro, cioè all’attesissima data del 7 novembre prossimo, giorno dell’uscita del nuovo romanzo di Elena Ferrante, conservando intatto tutto il suo significato letterario, sociale e civile. L’ottica con cui è stato scritto Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante è quella di una lettrice della prima ora che non ha mai smesso di leggere Elena Ferrante e ciò che anno dopo anno, secondo un crescendo davvero strabiliante è stato scritto su questa autrice. Sono davvero lieta che questo mio lavoro abbia incontrato nel 2017 l’interesse della casa editrice tedesca Launenweber nelle persone di Christian Berglar e Salvatore Tufano fino alla pubblicazione del libro nel 2018 nella collana LW italica attraverso i cui libri, Launenwebwer svolge una ricerca encomiabile rispetto a tutto quanto di contemporaneo, e non scontato, anima il panorama culturale italiano. In ultimo sono doppiamente grata alla professoressa Franziska Andraschik del Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana (CiCi) dell’Università di Lipsia su indicazione della quale il mio lavoro su Elena Ferrante ora prenderà parte, insieme ad altre importanti iniziative correlate, al convegno annuale del CiCi “Elena Ferrante –Genealogie e Archeologie del 20° secolo” il quale si terrà a Lipsia il 4 e 5 novembre 2019. Di seguito il programma e il primo capitolo di Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante.

Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante.

di Viviana Scarinci

Il libro di tutti e di nessuno. Capitolo I

“Tra il libro che va in stampa e il libro che i lettori acquistano c’è sempre un terzo libro, un libro dove accanto alle frasi scritte ci sono quelle che abbiamo immaginato di scrivere, accanto alle frasi che i lettori leggono ci sono le frasi che hanno immaginato di leggere”[1] scrive Elena Ferrante in un breve saggio, intitolato Il libro di nessuno datato 10 ottobre 2005[2]. Di tutte le memorabili sentenze proferite nell’ambito degli scritti e delle interviste rilasciate da questa autrice invisibile, questa è una di quelle dichiarazioni che si è dimostrata profetica oltre l’immaginabile. Già nel 2005, quindi, Ferrante prefigurava l’importanza strategica e letteraria di quel terzo libro scritto tanto dall’autrice quanto dalle sue lettrici e dai suoi lettori.  

Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre 2016, la casa editrice e/o pubblica una nuova edizione ampliata de La frantumaglia. La prima edizione del libro usciva nel 2003. Quello che da qui in poi chiameremo la nuova frantumaglia, è un libro di quasi quattrocento pagine che integra materiali inediti e materiali circolati attraverso la stampa internazionale, fino ad aprile 2016. In queste pagine lettrici e lettori apprendono che la scrittrice ha tre sorelle, che la madre era una sarta napoletana e che ha vissuto a Napoli per la prima parte della sua vita.

Nello stesso periodo, nell’ambito di un’importante e lunga intervista rilasciata da Elena Ferrante a Der Spiegel[3], cui avremo modo di riferirci in seguito, abbiamo un’altra rivelazione sulla sua vita privata, rilasciata con l’usuale reticenza cui Ferrante ci ha abituato. Nell’occasione dell’imminente uscita del primo libro della saga de L’amica geniale in lingua tedesca infatti, Elena Ferrante dichiara di avere dei figli e che mantenere un equilibrio tra i due amori, quello per la scrittura e quello per loro, è stato un compito molto difficile.

Tra fine agosto e settembre 2016 alcune recensioni e segnalazioni si occupano delle novità e delle curiosità biografiche che via via emergono dalla pubblicazione della nuova frantumaglia. Insomma, tutto nella norma. Tutto come da copione, fino a una fatidica domenica di inizio ottobre 2016, giorno in cui il Sole24ore, pubblica un’inchiesta di Claudio Gatti[4] che svelerebbe una volta per tutte l’identità di Elena Ferrante. Non si tratta di una rivelazione come le tante che negli anni, si sono avvicendate in merito all’identità di questa autrice. Gatti circostanzia in modo per lui plausibile la sua scoperta e aggiunge nuove informazioni sul caso. La signora incriminata di essere Elena Ferrante non reagisce. Gli editori dell’autrice insorgono. L’inchiesta pubblicata contemporaneamente sul quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, dal sito di giornalismo investigativo francese Mediapart e da quello della rivista americana The New York Review of Books, a giudicare da tutto ciò che ne è conseguito, parrebbe destinata a mettere in luce alcuni aspetti che vanno oltre gli intenti giornalistici del caso.

In tempi non sospetti, alla fine di agosto 2016, cioè poco prima che si scatenasse lo psicodramma globale provocato dalla pubblicazione dell’inchiesta di Claudio Gatti, su La Repubblica, Stefano Bartezzaghi[5], in un articolo dedicato all’uscita della nuova frantumaglia scrive “tra la dimensione piena e incarnata dell’autore e quella vuota della pura voce letteraria, la Frantumaglia[6] insinua una dimensione frattale, frammentata”. Una dimensione intermedia, dichiaratamente incoerente che proprio per questo motivo apre la prima pagina di quel terzo libro, di cui Elena Ferrante scriveva molti anni prima. Ossia quello che tutti noi lettrici e lettori stiamo inscenando ora intorno a Elena Ferrante. Proprio quella dimensione interstiziale che mette insieme ambivalenze, racconti, bugie, verità letterarie lapidarie, passioni cocenti e passioni cialtronesche, ponendo l’autrice e i suoi lettori sullo stesso piano e di fronte alla madre di tutti i paradossi letterari e non: la propria autenticità.

L’indagine giornalistica è tutt’altra cosa dalla letteratura ma l’autenticità è qualcosa che riguarda sia l’ambito giornalistico che quello letterario, pur partendo da presupposti che possono apparire inconciliabili e perciò suscettibili di divergenze sostanziali. Tra i due ambiti, a divergere è essenzialmente ciò che si intende quando si parla di verità. Nel giornalismo la verità si lega ai cosiddetti fatti, mentre in letteratura questa si lega a ciò che il poeta Samuel Taylor Coleridge teorizzò per la prima volta in un suo scritto del 1817: la sospensione dell’incredulità.

Coleridge, in quel remoto scritto, indica che gli sforzi di chi scrive devono per lo più essere indirizzati verso l’invenzione di personaggi romanzati in modo tale da mettere in comunicazione l’intima natura umana a una parvenza di verità. Una forma di verità sufficiente a procurare il desiderio che queste rappresentazioni, create da chi scrive, possano essere vere, procurando così nell’immaginario di chi legge quel desiderio di sospensione del dubbio che costituisce la fede poetica. Ne la nuova frantumaglia viene riportato, con qualche correzione, un racconto scritto da Ferrante apparso su Sette, supplemento del Corriere della Sera, il 3 maggio 2002[7]. In quel capitolo che si intitola proprio Sospensione dell’incredulità, oltre al racconto di fantasia ospitato dal supplemento del Corriere e ispirato alla figura dell’allora premier Silvio Berlusconi, viene riportata una lettera di accompagnamento indirizzata al suo editore Sandro Ferri in cui l’autrice fa un’interessante premessa. Ferrante, infatti, con straordinario anticipo sui tempi, nota quella che diversi anni dopo sarebbe stata un’evidenza globale, ossia come un certo tipo di narrazione “politica” alla pari di quella “letteraria” possa beneficiare, avvalendosi della sospensione dell’incredulità, di una diffusa credulità “non di cittadini ma di pubblico” facendo balenare lo spettro di una società civile sempre più predisposta alla spettatorialità.

Volontaria in chi ascolta o indotta dall’abilità di chi affabula, è comunque quella sospensione dell’incredulità, accordata a un racconto, ciò che garantisce a torto o a ragione sull’autorevolezza di una storia che ci viene raccontata ma anche ci restituisce a quel piacere intenso e liberatorio con il quale soprattutto le favole, ci fanno partecipare al gioco delle possibilità messo in campo dal destino.

Forse è per questo che le divergenze, nel caso di ciò che riguarda Elena Ferrante, risultano tutte estremamente significative: riformulando all’infinito la propria versione, non approdano mai a nulla di definitivo. Ciò perché alla fine dei conti c’è sempre qualche cosa che manca, cioè il corpo della donna che si chiama Elena Ferrante.

Violazione della privacy di una persona che forse è l’autrice dei romanzi napoletani o legittima inchiesta giornalistica intorno a una notizia che comunque c’è, e a quanto pare interessa moltissimo. E perciò vende e fa vendere. Linguaggio sessista, invidie autoriali, misoginie, finti malumori, difese passionali, scetticismi, amore vero o presunto tale, appelli al diritto di non sapere, accorate dichiarazioni di menefreghismo: leggendo le decine e decine di articoli prodotti in mezzo mondo dopo l’inchiesta di Gatti, appariva chiaro che in questa storia così magica, è tutto vero, anche quello che non lo è.  

Nella nuova frantumaglia, Elena Ferrante ha mentito, dice qualcuno, e questo potrebbe togliere credibilità alla sua parola scritta. Ma assecondando proprio quella sospensione dell’incredulità di cui sopra, La frantumaglia può essere letta anche come un racconto su una scrittrice che ha scritto dei romanzi, un fascinoso libro nel libro, come ne sono stati scritti molti, in cui non c’è nessuna disonestà nel mentire se a scrivere è la regina dell’autofiction. In fondo Elena Ferrante a voler assecondare l’immaginazione che la parziale omonimia con la Elena Greco protagonista della tetralogia suscita facilmente, si chiama Elena Ferrante, come tutti noi. Walter Siti[8] docet.  

Nella filosofia esistenzialista, secondo il vocabolario della lingua italiana Treccani, l’autenticità dell’esistenza coincide con quell’esistenza in cui il singolo ritrova il proprio più profondo se stesso, lontano dal modo d’essere quotidiano, superficiale e impersonale, in cui l’uomo vive abitualmente[9]. Ma se la donna e l’uomo contemporanei faticassero, più che in altre epoche, a reperire quel lontano essere i veri se stessi? Se non riuscissero più di tanto a prendere le distanze da quello che è il modo d’essere quotidiano, la portata di quanto può affermare socialmente l’opera di Elena Ferrante rasenta la dismisura, soprattutto se guardata dal punto di vista degli effetti di cui, questa firma, è causa da più di vent’anni.

Più di chi sia Elena Ferrante, ciò che interessa qui è un’indagine su cosa di fondamentale abbia messo in atto il dispositivo Ferrante, volente o nolente chiunque lo abbia ideato. Se il meccanismo di identificazione che l’opera di Ferrante consente a lettrici e lettori è indiscutibile, le passioni che questa enigmatica autrice sa suscitare non riguardano soltanto la meravigliosa identificazione che ha consentito a tutti noi.

Autenticità, ambivalenza e invisibilità sono tre capisaldi inscindibili come principi radicati, mediati e lungamente meditati nell’opera complessiva di Elena Ferrante, fino dentro risvolti insospettati e forse incontrollabili.

In una raccolta di saggi edita in Italia nel giugno del 2016 e intitolata proprio Dell’ambivalenza[10] sul filo di un serrato confronto tra tre romanzi contemporanei scritti da donne, tra cui L’amica geniale, viene analizzato il potere dinamico dell’ambivalenza. Ossia tutte quelle detonazioni innescate da questo atteggiamento così bistrattato. Finalmente liberato dall’annoso pregiudizio dell’incoerenza, affibbiato per tradizione al femminile, questo modo di intendersi ambivalenti sul piano letterario di cui il romanzo di Elena Ferrante è un esempio tra i più fulgidi, sembra dare il meglio di sé proprio attraverso i romanzi napoletani. Scrivono a questo proposito Anna Maria Crispino e Marina Vitale: “L’ambivalenza, fuori dal suo ambito psico(pato)logico, ci appare sempre più come ciò che consente di tenere insieme le parti diverse e a volte conflittuali del proprio sé. Ma è pur vero che nell’ammirazione tra donne, l’ammirazione per l’altra può diventare affetto e amore, ma anche generare invidia e competizione […] in quella ricerca di identità che ha contrassegnato il Novecento, il rapporto a due (o a molte), tra donne, ci pare si giochi spesso in un rimbalzo continuo di rispecchiamenti e prese di distanza che investe le diverse forme di amicizia, le relazioni amorose e sessuali, le pratiche condivise dell’agire politico”

Elena Ferrante, ci parla di donne come nessuno ha saputo fare prima. Attraverso la propria immagine mancante ha infatti acceso i riflettori su un vuoto che urlava da tempo il bisogno di essere colmato. L’assenza dell’autrice come corpo e come identità femminile non è da considerarsi un elemento esterno al romanzo di Elena Ferrante ma è posto nell’ambito del dispositivo rappresentato da tutto ciò che concerne questa autrice, a segnalare una mancanza che investe in larga misura sia la società che lo statuto del romanzo. Evocare le molteplici possibilità conoscitive suggerite da un congegno in qualche modo agito da un’autorialità ed insieme alimentato da centinaia di migliaia di lettrici e lettori di tutto il mondo, è quanto tenteremo di fare nelle pagine successive. Vittima, anche chi scrive, del fascino esercitato da quel terzo libro partorito da una sorta di immaginario collettivo di cui sono alimento tanto i libri di Elena Ferrante che l’immaginazione di tutte le sue lettrici e lettori.

Le donne: amiche, madri, amanti, mogli, sorelle e per di più napoletane, in fuga ma anche donne decise a restare: sono loro le protagoniste indiscusse. Il culto dei figli, della famiglia, l’evanescenza della linea di demarcazione tra l’immanente e il trascendente, il territorio flegreo, il mitico vulcano, il mitologico Averno, sono soltanto alcuni degli elementi che hanno consentito a Elena Ferrante, come ad altre scrittrici italiane di provenienza meridionale, un’interessante rivisitazione delle proprie origini senza che queste fossero intese necessariamente in modo localistico ma anzi, passando per Napoli, si rivolgessero oltre ciò che Napoli significa geograficamente.

In questo senso i romanzi di Elena Ferrante riescono a offrire coordinate molto interessanti da considerare soprattutto perché capaci in qualche modo di rispondere alle esigenze di lettrici e lettori postmoderni e globalizzati.


[1] E. Ferrante, La frantumaglia. Nuova edizione ampliata, Roma, edizioni e/o, 2016, p. 185

[2] Op. cit., p. 186

[3] Der Spiegel, Nr. 34 / 20.08.2016, pp. 108-117

[4] http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2016-10-02/elena-ferrante-tracce-dell-autrice-ritrovata-105611.shtml?uuid=ADEqsgUB

[5] http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/08/31/indizi-e-paradossi-del-rebus-ferrante31.html

[6] Così nell’articolo

[7] Op. cit, pp. 86-92

[8] Qui è parafrasato l’incipit del romanzo “Troppi paradisi” (Einaudi 2006) in cui l’autore, Walter Siti inscena se stesso in un’opera di fantasia, esordendo nell’ambito del romanzo “Mi chiamo Walter Siti, come tutti. Campione di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è di massa. Più intelligente della media, ma di un’intelligenza che serve per evadere”. 

[9] http://www.treccani.it/vocabolario/autenticita/

[10] A. M. Crispino e M. Vitale (a cura di), Dell’ambivalenza. Dinamiche della narrazione in Elena Ferrante, Julie Otsuka e Goliarda Sapienza, Roma, Iacobelli editore, 2016, p. 10

Elena Ferrante. Genealogie e Archeologie del XX secolo, Lipsia 5 novembre

Sono particolarmente lieta di annunciare, in coincidenza della prossima uscita del nuovo romanzo di Elena Ferrante il 7 novembre, la mia partecipazione presso l’Università di Lipsia al Convegno annuale del Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana quest’anno intitolato Elena Ferrante – Genealogie e Archeologie del XX secolo 4 e 5 novembre 2019. Il mio intervento Elena Ferrante, il libro delle madri e delle figlie si basa sui contenuti di Neapolitanische Puppen Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante (Launenweber) pubblicato in Germania nel 2018 e sul mio ulteriore lavoro di ricerca entro l’opera dell’autrice che ha avuto inizio in Italia attraverso la pubblicazione di contenuti legati alla Società italiana delle letterate prima e a Doppiozero poi.

Università di Lipsia Convegno annuale del Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana

Elena Ferrante – Genealogie e Archeologie del XX secolo 4 e 5 novembre 2019

Martedì 5 novembre workshop biblioteca Albertina, Viviana Scarinci Elena Ferrante, il libro delle madri e delle figlie

Il tema del convegno

La saga napoletana di Elena Ferrante può essere letta come una genealogia ed archeologia dell’Italia e dell’Europa nel 20° secolo narrata dal punto di vista di due amiche diversissime tra loro. Nel corso di quattro volumi seguiamo la narratrice Elena e la sua amica Lila attraverso l’ infanzia, l’adolescenza, l’età adulta fino alla vecchiaia, diventando testimoni non solo dei loro conflitti interiori e dei loro rapporti con il mondo esterno durante gli anni della a scuola, dell’università, nel mondo del lavoro, nelle relazioni sociali, all’interno del matrimonio e della famiglia, ma anche delle trasformazioni della società nel precario microcosmo del rione di Napoli in cui crescono le due amiche. In questa narrazione confluiscono in modo quasi casuale i dibattiti intellettuali e le dinamiche politiche che hanno luogo in Italia dagli anni ‘50 fino ad oggi. La terza segreta protagonista della storia è Napoli, come luogo in cui nasce questa amicizia al femminile, ma anche come depositaria di tracce sepolte di latenti conflitti e non espresse tensioni. Il convegno internazionale si propone di indagare il fenomeno Elena Ferrante in prospettiva letteraria. Al centro degli interventi saranno questioni come il rapporto tra testo e contesto, la mediazione letteraria, la scrittura anonima attraverso l’uso dello pseudonimo, al di là di inutili speculazioni circa la vera identità dell’autrice, nonché riflessioni su genealogie, relazioni e relazionalità (al femminile). Verranno trattate anche le precedenti opere dell’autrice, riscoperte grazie alla dilagante Ferrante fever.


Intanto su Ferrante

Intanto di recente in Germania esce la traduzione de La frantumaglia di Elena Ferrante. Ne dà notizia con un articolo, tra gli altri, il quotidiano Neues Deutschland che nomina a questo proposito Neapolitanische Puppen, proprio quelle bambole napoletane con le quali l’editore Launenweber ha sagacemente deciso di intitolare un mio libro su Ferrante, su Napoli e sulle bambole e bambine italiane.

RECE

21 febbraio. Poesia e Plurilinguismo

Poesia e Plurilinguismo

Percorsi per un ampliamento dell’orizzonte formativo e letterario

Cosa: Prima giornata di formazione in presenza
Quando: Giovedì 21 febbraio 2019 – ore 8,30 – 13,30
Dove: I.T.C. Vincenzo Arangio Ruiz -Viale Africa, 109, Roma
Chi: Lend, lingua e nuova didattica, gruppo Roma. 
Organizzazione: Cristina Polli  

In sintesi: corso di formazione di 25 ore rivolto a docenti della scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado, studenti universitari delle discipline interessate, dirigenti scolastici, personale della scuola.

Titolo dell’intervento: Il giornale cittadino Zer0Magazine: un’esperienza di accoglienza di più realtà culturali e linguistiche attraverso la poesia.

Presentazione: L’intervento illustrerà il percorso culturale e etico attraverso il quale il fondo librario di poesia contemporanea di Morlupo, raccolto dall’associazione Libellula, abbia potuto instaurare una sinergia fattiva tra associazionismo, istituzioni e società civile, con il fine di compilare una pubblicazione che sia l’espressione autentica delle pluralità linguistiche e culturali tanto della comunità locale quanto della comunità extra territoriale legata alle attività di scrittura e di ricerca del fondo librario di poesia di Morlupo. L’intento è quello di trasferire ai corsisti tutte le indicazioni relative a un preciso modus operandi, che possa ispirare pratiche consimili, adattandole a esigenze precipue e differenti ambiti di appartenenza. Quanto detto sarà supportato dall’illustrazione delle varie sezioni e modalità di compilazione, attraverso gli esemplari cartacei del giornale Zer0Magazine, precedentemente editi.

Relatrice: Viviana Scarinci è fondatrice dell’associazione Culturale Libellula dove attualmente ricopre, su incarico diretto del presidente dell’associazione Giovanni Roncacci, la funzione di direttrice del Centro Culturale Libellula e del Fondo Librario di Poesia Contemporanea di Morlupo. In queste vesti è ideatrice e organizzatrice del progetto Zer0Magazine giunto quest’anno alla terza edizione. Il progetto si avvale della partnership del Comune di Morlupo, dell’istituto Comprensivo Falcone e Borsellino e per i primi due anni del CSM della ASL Rm4 per gli utenti del quale l’associazione Libellula ha organizzato corsi di scrittura finalizzati all’inclusione dei materiali prodotti all’interno del giornale cittadino Zer0Magazine 2017 e 2018. Viviana Scarinci è inoltre autrice di saggistica con Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante Un ritratto letterario di Elena Ferrante tradotto da Ingrid Ickler (Launenweber, 2018) presentato dagli Istituti Italiani di Cultura di Berlino e Colonia alla Fiera di Francoforte 2018. È autrice dell’ebook monografico Elena Ferrante (Doppiozero, 2014) presentato a Milano nel 2015 nell’ambito della rassegna Writers #2. Per la poesia è autrice con Annina tragicomica (Formebrevi, 2017) presentato nel 2018 al Festival letterario de L’Aquila Week-end d’autore, e de La favola di Lilith (Libro e CD con musiche originali di Edo Notarloberti per l’etichetta discografica ARK Records) opera selezionata per la partecipazione al Wave-Gotik-Treffen di Lipsia e a questo proposito rappresentata in anteprima europea presso Schauspielhaus centraltheater di Lipsia nel 2014. È autrice di Piccole estensioni (Anterem, 2014) con cui si è aggiudicato Premio Lorenzo Montano per la raccolta poetica inedita, sezione promossa dalla Biblioteca civica di Verona. È curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte della poetessa finlandese Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Doppiozero, Il lavoro culturale, Nazione Indiana, Leggendaria, Il Segnale, L’Ulisse. È co-redattrice del progetto editoriale Formebrevi.


Programma della giornata

8,30 – Accoglienza
9,15 – Saluti e introduzione ai lavori.
Interventi :
9, 40– Anna Maria Curci – Lend Roma: “La parola terra materna”: lingua e poesia come dimora e come ricerca.
10, 20– Manuel Cohen. Essere tra le lingue: la geocritica e la poesia dialettale
11,00– Paola Del Zoppo. Poesia come traduzione continua
11,40 – pausa caffè
12,00– Viviana Scarinci– Direttrice del Fondo librario di Poesia Contemporanea di Morlupo. Il giornale cittadino Zer0magazine: un’esperienza di accoglienza di più realtà culturali e linguistiche attraverso la poesia
12,40 – Tavola rotonda con: Germain Droogenbroodt, Rosangela Zoppi: poeti; Luca Benassi, Manuel Cohen, Anna Maria Curci, Paola Del Zoppo: traduttori e critici; Vincenzo Luciani.: editore. Modera: Cristina Polli – Lend Roma.
13,20 – Conclusione dei lavori
13,30 – consegna degli attestati di frequenza della giornata

In collaborazione con:
Associazione Culturale e Rivista di poesia “Periferie”
Centro di documentazione della poesia dialettale “Vincenzo Scarpellino”

L’amica geniale in TV su Doppiozero

Lamica-Geniale-1Il rione che vedremo stasera può essere dislocato ovunque, le due bambine potrebbero essere chiunque in un contesto che però è esistito prima e perciò illustra, attraverso le immagini di un agglomerato urbano circondato dal nulla, il suo carattere primigenio. Il rione ricostruito nella fiction de L’amica geniale è riconducibile all’apparizione di un prima universale in cui forze naturali e soprannaturali sfuggono al controllo umano: l’ira su tutte. La vera posta in gioco di questa chimerica identità tanto cittadina quanto femminile è la padronanza della strategia delle apparenze contro la violenza della realtà, o contro il potere che alla realtà noi tutti attribuiamo per default.  Leggi tutto l’articolo su Doppiozero

Su Elena Ferrante


Articoli

Elena Ferrante e il genio di Napoli (settembre 2018)
Ciò che la realtà non sa essere per noi (dicembre 2017)
Chi sono i contemporanei di Elena Ferrante? (maggio 2017)
Storia della bambina perduta (novembre 2014)
L’amore o è molesto o non è (dicembre 2012)

Libri

in lingua tedesca (trad. di Ingrid Ickler)

le bambole napoletaneQuando il romanzo d’esordio L’amore molesto di Elena Ferrante appare in Italia nel 1992, nessuna delle prime recensioni né delle prime interviste diedero un’idea della dimensione internazionale che il fenomeno letterario avrebbe acquistato in seguito. Da lì in poi e per oltre vent’anni, Elena Ferrante illuminerà gli aspetti meno frequentati di molti destini femminili inquadrati nel contesto storico e sociale nel suo Paese ma non solo.  Questo ritratto letterario di Elena Ferrante edito dalla Casa Editrice tedesca Launenweber nel mese di marzo 2018 illustra tra l’altro come Elena Ferrante sia stata accolta in Italia prima e diversamente dal resto del mondo. Un punto di partenza legato all’origine italiana del fenomeno, quindi, ma con lo sguardo già rivolto alle motivazioni della consacrazione internazionale di Elena Ferrante come una delle maggiori scrittrici italiane di sempre.


 in lingua italiana

saggistica

Elena Ferrante eBook. Chi è Elena Ferrante? Una donna? Un uomo? Un gruppo di scrittori che da oltre un ventennio pubblicano a turno, o collaborando insieme , con questo pseudonimo? O una scrittrice capace di rovesciare come un guanto i propri temi per renderli attualissimi, nel metodo e nel merito?

Un caso non solo letterario che da italiano è ora diventato, con clamore e consensi, internazionale. Doppiozero presenta la prima monografia sulla sua opera, scritta in modo insieme leggibilissimo e approfondito da Viviana Scarinci

Elena Ferrante: Napoli uguale Italia

La Napoli del libro di Maria Carmen Morese nella sua bellezza più realistica: quella di città delle meraviglie vere e sempre possibili. Il rione Luzzatti negli scatti di Ottavio Sellitti ospitati in questi giorni alla Fiera del Libro di Francoforte  a cura dell’Istituto Italiano di cultura di Berlino che rendono visibile Napoli come giacimento di quotidiana umanità. I romanzi di Elena Ferrante che grazie soltanto al genio letterario dell’autrice hanno allargato a dismisura il perimetro dei lettori ponendo le donne, la città e l’identità di ciascuno di noi al centro di un discorso pubblico che è urgente affrontare soprattutto oggi. Grazie infinite a Launenweber (nelle persone di Christian Berglar e Salvatore Tufano) che mi ha consentito di seguire in totale libertà la mia strada entro tutte le complessità che articolano il mondo di Elena Ferrante. Grazie ai direttori degli Istituti Italiani di Cultura in Germania Luigi Reitani e Maria Mazza e ai loro straordinari staff:  è veramente bello vedere dal vivo con che professionalità e profondità di pensiero viene promossa l’immagine dell’Italia all’estero. Infine mille grazie alla Fraunen Buch Kritik “Virginia che nell’ambito di una pubblicazione riguardante le numerose autrici presenti alla Buchmesse 2018 ha dedicato un’interessantissima recensione a Bambole Napoletane.

Vedi anche https://napoli.repubblica.it/cronaca/2018/10/10/news/alla_buchmesse_di_francoforte_la_napoli_di_elena_ferrante-208628039/

 

 

LW italica: si comincia mercoledì

Titoli “napoletani” del LAUNENWEBER Verlag GmbH & Co.KG alla Frankfurter Buchmesse 2018 – Padiglione 4.1. Stand F87:

Viviana ScarinciNeapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante (Bambole napoletane. Un saggio sul mondo di Elena Ferrante) – ed. accresciuta e rivista

Fabrizio CosciaUnd einsam waren wir (Soli eravamo) – la biografia intellettuale di un napoletano che si confronta con i grandi dell’arte

Prossimamente la traduzione tedesca del romanzo di Nicola Pugliese, Malacqua


lw.jpg

La casa editrice tedesca Launenweber Verlag dedica un’importante collana all’Italia contemporanea. LW Italica pubblica saggistica e narrativa scritta da autori italiani che entrano nel vivo dell’attualità del nostro Paese attraverso la letteratura contemporanea e il giornalismo di qualità. Il 10 ottobre alla Fiera di Francoforte, nell’ambito di un incontro dedicato alla città di Napoli: “Napoli – profezia o rovina. Sulla sfida alla società civile” organizzato dall’Istituto Italiano di Colonia e di Berlino verrà presentato il libro della collana LW Italica Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt Elena Ferrantes (Bambole napoletane. Un saggio sul mondo di Elena Ferrante) di Viviana Scarinci. 

 

Elena Ferrante e il genio di Napoli


le bambole napoletaneNe parliamo il 10  ottobre ” Napoli – profezia o rovina. Sulla sfida alla società civile
ore 14.30 – 15.30 Frankfurter Buchmesse, Salon, Halle 4.1.

Partecipanti: Maria Carmen Morese, Viviana Scarinci, moderazione: Luigi Reitani, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino. Con traduzione simultanea.

Il successo globale della tetralogia di Elena Ferrante ha posto la città di Napoli al centro dell’attenzione: seguendo lo sviluppo della terza città più grande d’Italia è possibile identificare i numerosi problemi della nostra società moderna e globalizzata. Si pone la questione della responsabilità politica, così come la questione della coesione sociale e della nostra umanità.

L’autrice napoletana Maria Carmen Morese, da molti anni direttrice del locale Goethe-Institut, che nel suo nuovo volume su Napoli (Luoghi del cuore: Napoli, Insel 2018) si dimostra esperta della città in tutte le sue sfaccettature, discute con Viviana Scarinci, che si è immersa nel mondo della città di Napoli con un saggio su Elena Ferrante. (Bambole napoletane. Un saggio sul mondo di Elena Ferrante, Launenweber 2018).

Nell’ambito del Weltempfang – Centro per la politica, la letteratura e la traduzione alla Fiera del Libro di Francoforte 2018.

L’ingresso alla Fiera del Libro è soggetto alle tariffe e alle regole stabilite dalla Fiera stessa: http://www.buchmesse.de/besuchen/privatbesucher/tickets

Francoforte 2018: Neapolitanische Puppen

Francoforte Fiera del Libro 2018, mercoledì 10 ottobre, dalle 14.30 alle 15.30: NAPOLI ( Neapel – Verheißung oder Verderben. Über die Herausforderung an die Zivilgesellschaft) con Maria Carmen Morese e Viviana Scarinci, modera Luigi Reitani, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino. Traduzione simultanea.

iculturaIl successo mondiale della tetralogia L’amica geniale di Elena Ferrante ha messo la città di Napoli al centro della scena internazionale e con essa i molteplici problemi della nostra società moderna e globalizzata. Maria Carmen Morese, direttore del Goethe-Institut di Napoli e autrice di Lieblingsorte: Neapel (Insel 2018)  e Viviana Scarinci, autrice di Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt Elena Ferrantes, (Launenweber 2018) ne parleranno nell’ambito del Weltempfang – Centro per la politica, letteratura e traduzione di Francoforte Fiera del Libro 2018. Frankfurter Buchmesse, Salon, Halle 4.1.


Dal momento che l’Italia sarà ospite d’onore al Salone del libro di Francoforte nel 2023, da quest’anno l’Istituto Italiano di Cultura arricchirà il programma con numerosi ospiti italiani. L’Istituto Italiano di Cultura di Colonia sarà affiancato dal Consolato Generale d’Italia a Francoforte, dall’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, dall’ENIT (Associazione Italiana per il Turismo), dall’AIE (Associazione degli Editori italiani), dall’Accademia Italiana della Cucina, dall’Italia Altrove e dal DIV (Associazione Tedesco-Italiana) Francoforte Piazza Italia (Pad. 5.0, C37) presenterà eventi letterari, culturali e turistici nell’area dello stand collettivo degli editori italiani e fuori dalla fiera.

su Internazionale del 6 luglio

Tra le cose che fanno piacere c’è la segnalazione di Giuliano Milani nell’ambito dell’articolo Attraverso Ferrante per Internazionale del 6/12 luglio in occasione dell’uscita del libro di Tiziana De Rogatis  Elena Ferrante. Parole chiave:

“Mentre la legione dei lettori di Elena Ferrante, in continua espansione, aspetta l’uscita della serie televisiva tratta dall’Amica geniale e insieme vagheggia la possibilità di poter leggere qualcosa di nuovo, si moltiplicano i saggi critici, come la monografia Elena Ferrante di Viviana Scarinci (pubblicata da Doppiozero e tradotta in tedesco) e la raccolta di articoli in inglese Reconfiguring margins (Palgrave McMillan) continua https://www.edizionieo.it/review/7953

Giuliano Milani


Per amore di precisione aggiungo che l’edizione tedesca del mio libro su Elena Ferrante è stata notevolmente ampliata e aggiornata rispetto all’ebook edito da Doppiozero  e che sto felicemente continuando il mio lavoro critico su Elena Ferrante

Foejetong bambole napoletane

Le bambole napoletane iniziano a camminare sulle loro gambe. Lunga vita ai romanzi di Elena Ferrante


“Es sind noch viele weitere Aspekte die Scarincis Essay enorm spannend und lehrreich machen. Schade ist natürlich, dass uns (die, die wir kein italienisch sprechen) Scarinci weit voraus ist, was die Lektüre der Ferrante-Romane betrifft. Einige Aspekte und Details werden dadurch schwerer nachvollziehbar. Dennoch bietet „Neapolitanische Puppen“ eine wahnsinnig interessante Lektüre, die definitiv noch mehr Lust und Vorfreude auf die folgenden Übersetzungen der Ferrante-Romane macht, wovon letztendlich auch Suhrkamp profitieren wird.” https://foejetong.com/2018/05/07/affidamento-im-dialekt/

Neapolitanische Puppen da Launenweber

di Viviana Scarinci in lingua tedesca (trad. di Ingrid Ickler)

le bambole napoletaneQuando il romanzo d’esordio L’amore molesto di Elena Ferrante appare in Italia nel 1992, nessuna delle prime recensioni né delle prime interviste diedero un’idea della dimensione internazionale che il fenomeno letterario avrebbe acquistato in seguito. Da lì in poi e per quasi trent’anni, Elena Ferrante illuminerà gli aspetti meno frequentati di molti destini femminili inquadrati nel contesto storico e sociale nel suo Paese ma non solo.  Questo mio ritratto letterario di Elena Ferrante edito dalla Casa Editrice tedesca Launenweber nel mese di marzo 2018 illustra tra l’altro come Elena Ferrante sia stata accolta in Italia prima e diversamente dal resto del mondo. Un punto di partenza legato all’origine italiana del fenomeno, quindi, ma con lo sguardo già rivolto alle motivazioni della consacrazione internazionale di Elena Ferrante come una delle maggiori scrittrici italiane di sempre.


Università di Lipsia, Centro Interdisciplinare di Cultura Italiana (CiCi) convegno annuale “Elena Ferrante –Genealogie e Archeologie del 20° secolo Lipsia il 4 e 5 novembre 2019. Con Uta Felten, Nicola Bardola e Olivia Santovetti.


Francoforte, 2018su Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante  (trad. di Ingrid Ickler) – Launenweber , aprile 2018

Un’interessantissima recensione a Bambole Napoletane nell’ambito di una pubblicazione riguardante le numerose autrici presenti alla Buchmesse 2018


Istituto Italiano di Cultura, programma Frankfurter Buchmesse 2018

Stand Istituto Italiano di CulturaFrancoforte 2018, con Morese, Reitani,Francoforte Fiera del Libro 2018, mercoledì 10 ottobredalle 14.30 alle 15.30NAPOLI ( Neapel – Verheißung oder Verderben. Über die Herausforderung an die Zivilgesellschaft) con Maria Carmen Morese e Viviana Scarinci, modera Luigi Reitani, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino. Traduzione simultanea. Il successo mondiale della tetralogia L’amica geniale di Elena Ferrante ha messo la città di Napoli al centro della scena internazionale e con essa i molteplici problemi della nostra società moderna e globalizzata. Maria Carmen Morese, direttore del Goethe-Institut di Napoli e autrice di Lieblingsorte: Neapel (Insel 2018) e Viviana Scarinci, autrice di Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt Elena Ferrantes, (Launenweber 2018) nell’ambito del Weltempfang – Centro per la politica, letteratura e traduzione di Francoforte Fiera del Libro 2018.

“Mentre la legione dei lettori di Elena Ferrante, in continua espansione, aspetta l’uscita della serie televisiva tratta dall’Amica geniale e insieme vagheggia la possibilità di poter leggere qualcosa di nuovo, si moltiplicano i saggi critici, come la monografia Elena Ferrante di Viviana Scarinci(pubblicata da Doppiozero e tradotta in tedesco) e la raccolta di articoli in inglese Reconfiguring margins (Palgrave McMillan) Vedi anche sul sito di e/o https://www.edizionieo.it/review/7953



Foejetong recensisce le bambole napoletane, giugno 2018

“Es sind noch viele weitere Aspekte die Scarincis Essay enorm spannend und lehrreich machen. Schade ist natürlich, dass uns (die, die wir kein italienisch sprechen) Scarinci weit voraus ist, was die Lektüre der Ferrante-Romane betrifft. Einige Aspekte und Details werden dadurch schwerer nachvollziehbar. Dennoch bietet „Neapolitanische Puppen“ eine wahnsinnig interessante Lektüre, die definitiv noch mehr Lust und Vorfreude auf die folgenden Übersetzungen der Ferrante-Romane macht, wovon letztendlich auch Suhrkamp profitieren wird.” https://foejetong.com/2018/05/07/affidamento-im-dialekt/

ferrante


Fiera del libro di Lipsia 2018, Elena Ferrante area Istituto Italiano di Cultura: Neapolitanische Puppen da Launenweber, giugno 2018 

Elena Ferrante Ebook

Elena Ferrante copertina
saggistica

Elena Ferrante eBook. Chi è Elena Ferrante? Una donna? Un uomo? Un gruppo di scrittori che da oltre un ventennio pubblicano a turno, o collaborando insieme , con questo pseudonimo? O una scrittrice capace di rovesciare come un guanto i propri temi per renderli attualissimi, nel metodo e nel merito?

Un caso non solo letterario che da italiano è ora diventato, con clamore e consensi, internazionale. Doppiozero presenta la prima monografia sulla sua opera, scritta in modo insieme leggibilissimo e approfondito da Viviana Scarinci

saggistica, Starter, anno: 2014
isbn: 9788897685425
prezzo: €3,00
Categoria: Arte

Copia elettronica: PDF e ePub acquista qui 


Febbraio 2015, di Anna Maria Crispino da Leggendaria 109

Nel turbinio di recensioni sulle pagine e inserti culturali dei maggiori quotidiani inglesi e americani uscite in occasione della pubblicazione del terzo volume della quadrilogia de L’amica geniale in inglese (definiti Neapolitan Novels, si veda la rassegna stampa sul sito americano dell’editore http://www.europaeditions.com), esce la monografia di Viviana Scarinci, che ha il grande merito sistematizzarne l’opera complessiva e rintracciare i temi interni nel farsi di una narrazione che parte da (L’amore molesto) (1992) per arrivare al quarto volume della storia di Lila e Lenù. Se, per fortuna, sulla stampa internazionale si riscontra una minore ossessione sulla questione “chi è Elena Ferrante?” – e si entra invece nel merito della scrittura e della rappresentazione di una straordinaria amicizia femminile come chiave per raccontare l’ultimo mezzo secolo di storia italiana – Scarinci prende il toro per le corna e parte proprio dalla “invisibilità” dell’autrice per collegarla però alle tematiche più profonde della sua narrativa: ”In mancanza di dati biografici il percorso di Elena Ferrante può essere sommariamente ricostruito attraverso la sua bibliografia”. E subito dopo, entrando pienamente nel merito: “Scomparse o tentativi di cancellazione di tutta un’esistenza, micidiali isolamenti, tormentati rapporti madre figlia, incursioni dell’eros nella vita pubblica e privata, genialità proprie e delle amiche, “sororanze” deleterie e ambivalenti sono alcuni dei temi principali, ma anche segni descrittivi estremamente persistenti per mezzo dei quali l’autrice rende riconoscibile a chi legge un mondo tutto al femminile nient’affatto risaputo. Lontano dall’essere sviluppati secondo un discorso lineare, questi segni sono disseminati di romanzo in romanzo, come fossero oggetti di scena che suggeriscano alle lettrici e ai lettori soprattutto quello che resta di non detto rispetto a ogni fatto e personaggio che l’autrice in un primo momento dispone regolarmente su una scacchiera” (p.2). D’altronde, l’intero saggio di Viviana Scarinci si articola sull’originalità di una scrittura che fa del non detto e non dicibile la sua chiave di volta: “Per Elena Ferrante l’illustrazione dei pensieri irriferibili è un metodo. Con questa modalità l’autrice orchestra la sintassi di molte esistenze che, attraverso la singolarità della loro vicenda, dimostrano l’indicibilità da segreto possa farsi vita e condivisione” (p.49). Dividendo la produzione di Ferrante in due “cicli” – Il primo comprendente L’amore molesto, I giorni dell’abbandono, La figlia oscura e il secondo i quattro volumi dell’Amica geniale – Scarinci segue le tracce di alcune parole-categorie che sono altrettanti fili rossi che percorrono – espliciti o sottotraccia – l’intero arco: “molestia”, “isolamento”, e la maternità non idealizzata. E una “condizione”, quella dell’ambivalenza (vedi Leggendaria n.103/2014 e 108/2014): che c’è sin dall’inizio – ed è ciò che consente a Ferrante di mettere in scena con tanta potenza le sue personagge – ma – “ Nelle pagine de La figlia oscura finalmente deciso che l’ambivalenza sia una condizione da accettare”. Il che porta chi legge ad assorbire una modalità di narrazione ( e di ascolto) in cui quella “sospensione dell’incredulità” che è tipica della letteratura diventa anche ciò che “governa (…) la vita quotidiana” (p. 35). Quella delle protagoniste ma anche la nostra.

su Doppiozero chi sono i contemporanei di Ferrante

Elena FerranteTutte le protagoniste di Ferrante fanno riferimento alle molte possibili interpretazioni di un femminile singolarmente vissuto nell’ambito di un tempo storico collettivo. Scrive la stessa Ferrante a questo proposito su Delia e Olga, protagoniste rispettivamente de L’amore molesto (1992) e de I giorni dell’abbandono (2002): “Sono donne che dicono la loro storia dal centro di una vertigine. Quindi non soffrono per il conflitto tra ciò che vorrebbero essere loro e ciò che sono state le loro madri, non sono il punto d’approdo sofferto di una genealogia femminile cronologicamente ordinata che muove dal mondo arcaico, dai grandi miti dell’area mediterranea, per arrivare a loro in quanto picco visibile di progresso. Il dolore deriva invece dal fatto che intorno a loro, simultaneamente, in una sorta di acronia, si affolla il passato delle loro antenate e il futuro di ciò che cercano di essere”

⇒ http://www.doppiozero.com/materiali/chi-sono-i-contemporanei-di-elena-ferrante

Elena Ferrante

E’ prevista verso la fine del 2017 l’uscita in Germania del mio nuovo libro su Elena Ferrante tradotto da Ingrid Ickler per la casa editrice tedesca LAUNENWEBER Verlag nella collana LW italica. L’uscita del libro, che sarà probabilmente annunciato alla fiera di Francoforte in ottobre, è prevista tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018. Davvero lieta di questa bellissima opportunità di coronamento della mia attenzione ventennale indirizzata soprattutto alla scrittura di un’autrice italiana importantissima come Elena Ferrante.


Ferrante sparwasser

 

Di Elena Ferrante parleremo con Giuliano Milani  mercoledì 22 marzo a Roma alle ore 19,00 allo SPARWASSER (http://www.sparwasser.it/) sulla base di questa interessante traccia proposta dagli amici del Pigneto: “Elena Ferrante (Napoli, 1943) è una scrittrice italiana, pubblicata dalla romana E/O. L’amica geniale, primo romanzo della tetralogia che l’ha resa famosa in tutto il mondo, ha venduto in Italia più di 150.000 copie. Un successo sicuramente inaspettato per un’autrice di una casa editrice indipendente. Ma la vera sorpresa arriva dall’estero: tradotta prima in inglese, poi nelle maggiori lingue europee, per approdare recentemente anche all’arabo. I quattro romanzi hanno superato il milione di copie in Canada e negli Stati Uniti, dove la Ferrante è diventata uno dei fenomeni letterari più seguiti negli ultimi anni, tanto da spingere il settimanale «Time» nel 2016 ad inserirla tra le 100 persone più influenti al mondo e il «New York Times» ad annoverare la saga fra i 10 migliori libri del 2015.

La scelta dell’anonimato fin dal suo primo romanzo (L’amore molesto del 1992) è stata causa in Italia e non solo di un dibattito fuorviante, troppo spesso morboso. Chi è Elena Ferrante? Quanto guadagna? Cosa ha da nascondere? Quanto si tratta di una reale scelta autoriale e quanto di un’operazione commerciale?

Sono domande che c’interessano poco, che poco hanno da dire rispetto alla portata del successo della sua scrittura e che difficilmente spiegano questi numeri di vendita.

Vogliamo costruire dunque un’iniziativa che vada oltre gli scoop e i pettegolezzi e rimetta al centro i lettori, l’Elena Ferrante che siamo diventati tutti immergendoci nei suoi libri, nella Napoli narrata attraverso le vicende di Elena e Lina, in quei pezzi di storia d’Italia che filtrano dalle vite delle due ragazze in tutta la loro crudezza e complessità. Vogliamo interrogarci insieme sul come e perché un libro possa avere successo, su quali siano i meccanismi che ne decretano la qualità e appassionano i lettori e le lettrici.

Giuliano Milani, insegna Storia medievale all’Università di Roma La Sapienza. Studia la storia dei comuni italiani tra XII e XIV secolo interessandosi soprattutto della giustizia, dell’amministrazione, dei conflitti politici e dell’uso pratico di scritture e immagini. Ha scritto: L’esclusione dal comune. Conflitti e bandi politici a Bologna e in altre città italiane tra XII e XIV secolo, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Roma 2003; I comuni Italiani, Laterza, Roma-Bari 2005, e recentemente Avidité et trahison du bien commun. Une peinture infamante du XIIIe siècle in «Annales. Histoire, Sciences sociales», 66, 2011, pp. 705-39. > goo.gl/wKUahb


Da qui http://rome.carpediem.cd/events/2857478-elena-ferrante-a-sparwasser-at-sparwasser/

Marosia Castaldi su Nazione Indiana

L’immagine è un’opera di Marosia Castaldi

27-castaldi.jpgCredevi davvero che la mia vita si svolgesse tutta sopra quella sedia insieme a mia madre alla sua amica e alle due vecchiette? Io sono quello che sono per tutte le battaglie che ho combattuto e per tutti i risultati che ho ottenuto. Sono a fiori. Anche mia madre recita nei pomeriggi del tè lei è molto più pazza di me si innamora di moltissimi uomini ma lì fa solo la parte della madre e Dora quella dell’amica e le due vecchie la parte delle vecchiette pazze. Fuori della stanza siamo anche altre cose ma questa piccola cerimonia ci serve forse per “fare famiglia”. (CASTALDI, Marosia, Il dio dei corpi, Sironi Editore, Milano, 2006, cit., p. 86)


Dopo Elena Ferrante e Valeria Parrella ringrazio Nazione Indiana di aver condiviso questo mio ulteriore passo su Marosia Castaldi e la narrativa italiana contemporanea scritta da donne


Il culto dei morti, dei figli, della famiglia, del cibo, l’evanescenza della linea di demarcazione tra l’al di qua e l’al di là cui il territorio flegreo, il mitico vulcano, il mitologico Averno hanno abituato i napoletani, sono soltanto alcuni degli elementi che hanno consentito a certe scrittrici contemporanee di provenienza meridionale un’interessante rivisitazione della propria origine senza che la loro narrativa fosse di stampo necessariamente localistico ma anzi, passando per Napoli, si rivolgesse ben oltre ciò che Napoli significa geograficamente (…) Marosia Castaldi è una scrittrice e scultrice nata a Napoli ma residente da molti anni altrove. La tensione conoscitiva intrinseca ai suoi racconti, fiabe e romanzi di primo acchito pare compiersi in modo diverso rispetto a quello del racconto che ha intenzione di estendere oltre il luogo dello svolgimento dei fatti, la riconoscibilità delle circostanze narrate.”

Su doppiozero: Se il danno della famiglia si fa paese

Dopo Elena Ferrante, Letizia Muratori e Caterina Bonvicini, su doppiozero continuo il mio viaggio entro il romanzo italiano contemporaneo scritto da donne.

Stavolta con Se il danno della famiglia si fa paese propongo una lettura de Lo spazio bianco di Valeria Parrella


Lo spazio bianco è però anche un romanzo che sottolinea soprattutto come certe prese di coscienza che sembrano personali comportino invece un passaggio molto complesso nell’ambito tanto di una maturazione individuale quanto di una maturazione collettiva. E non è ancora tutto: oltre alla storia di una nascita avventurosa, in questo romanzo Parrella racconta quel passaggio simbolico attraverso il quale una figlia diventa una madre. Una madre di oggi però, che non sia soltanto frutto di un passaggio di testimone generazionale, né il cui essere madre denunci sconfitte o vittorie nei confronti della società attuale o precedente.

Elena Ferrante, Storia della bambina perduta: una recensione su DOPPIOZERO

index (120x96)Oggi DOPPIOZERO pubblica una mia recensione a Storia delle bambina perduta di Elena Ferrante ultimo volume della saga L’amica geniale

storiaIl sé socializzato, quindi, in Ferrante si dibatte febbrilmente e senza lesinare su nulla, partecipa a tutto. In modo disordinato, a volte superficiale e a volte fatale, vuole diventare un sé politico, un sé poetico, un sé infantile e molto altro ancora, nel tentativo di dimostrare la possibilità di un ipotetico stare al mondo che non sia mai deprivato di un’identità femminile policroma di cui è finalmente lecito dire tutto.

Un saggio su Elena Ferrante

E’ uscito in questi giorni un mio lungo saggio su Elena Ferrante per la Società Italiana delle Letterate. Il saggio mi ha fornito l’occasione di evidenziare alcune tematiche che Elena Ferrante negli anni ha posto in luce attraverso i suoi romanzi e la sua scelta di non apparire pubblicamente. Ho intrapreso questa scrittura perché ritengo che il lavoro di questa scrittrice abbia posto e pone tuttora i presupposti per un’analisi molto profonda del femminile contemporaneo e della società che a vario titolo vi si relaziona. Ho dato il mio contributo al riguardo sopratutto perché considero i temi trattati da Elena Ferrante oggi ancora più nevralgici di quanto sembrassero molti anni fa, quando la scrittrice li intraprese:  il rapporto delle donne con la propria comunità d’origine, le molteplici ripercussioni del dolore psichico, il delicatissimo rapporto madri figlie, il cambiamento profondo che significano  i passaggi generazionali nell’ordine delle cose femminili, l’autodeprivazione cui può condurre la gestione disfunzionale della propria immagine pubblica ed infine gli intendimenti e i fraintendimenti relativi all’eros e conseguenti disordini. Leggendo Elena Ferrante fin da giovane, ho avuto la fortuna che la lettura dei suoi libri mi accompagnasse in tutte le mie età, e scrivere appassionatamente questo saggio è significato per me soprattutto un ringraziamento a lei, loro … lui, chissà.